Crea sito

 

VOCI  DELL'ISLAM  MODERNO

 

 

 

 

 

NOTIZIE BIOGRAFICHE SUGLI AUTORI DELL'ANTOLOGIA

 

 

gli autori verranno indicati tra parentesi all'inizio delle citazioni

in blu gli interventi dei curatori dell'antologia

 

‘Abd al-Rahman al-Gabarti (1754-1825) Nato nel 1754 in una famiglia proveniente dall’Etiopia e installatasi al cairo nel XVI secolo, sotto forma di annali raccolse gli avvenimenti salienti della storia egiziana dal 1688 al 1821 e ci ha lasciato una cronaca dell’occupazione francese

 

Rifa’a al-Tahtawi (1801-1873) Giovane giornalista egiziano a Parigi per incarico del sultano di egitto

 

Hair al-Din (1820-1889) Brillante ufficiale tunisino di origine circassa

 

Sakib Arslan (1869-1946) Druso, si farà infaticabile apostolo della causa araba. Ha contatti in tutte le sedi arabe. Convoca a Ginevra un congresso siro-palestinese del quale sarà il rappresentante nell’assemblea delle nazioni

 

Gamal al-Din al-Afgani (1838-1897) Iraniano e sciita per nascita nascose il suo sciismo E diede vita a circoli riformistici in opposizione ai regimi autocratici e illiberali e si impegnò soprattutto per contrastare la crescente ingerenza delle potenze europee.

 

Rasid Rida (1849-1905) Fondatore del Salafismo

 

Muhammad Iqbal (1873-1938) Indiano, attivista per l’indipendentismo pakistano (che avverrà nel 1947), ha studiato a lungo in Inghilterra e a Monaco e subito l’influsso di Nietzche e Goethe

 

Ahmad Amin (1866-1954) Egiziano, studia religione e inglese, è in relazione col movimento nazionalista e fa il giudice, modo per rimanere in contatto con i problemi della società. E’ anche giornalista, insegnante e conferenziere e influisce sullo sviluppo della cultura egiziana. Scrive una storia dello sviluppo del pensiero islamico nel quadro di una storia collettiva del pensiero islamico promossa dalla neo fondata università del Cairo (1926)

 

‘Ali ‘Abd al-Raziq (1888-1966) Egiziano, si forma ad Al-Ahzar e in Inghilterra. Fa il giudice. Pubblica L’Islam e le basi del potere secondo cui è necessario introdurre una netta distinzione tra religione e politica perché la confusione tra i due campi è stata voluta dai detentori del potere in funzione dei loro interessi. Il Corano non propone un sistema politico piuttosto che un altro. Per queste idee sarà temporaneamente allontanato dagli uffici.

 

Taha Husain (1889-1973) Per la sua vastissima cultura e varietà di interessi, per le straordinarie doti di scrittore e oratore e per l’apertura intellettuale è uno dei personaggi più significativi della cultura araba del Novecento. Studia con orientalisti italiani al Cairo e poi in Francia. E’ sostenitore di nuovi metodi di critica testuale.

 

‘Abd al-Razzaq Ahmad al-Sanhuri (1895-1971) Egiziano, studia diritto al Cairo e diritto europeo in Francia. Si occupa di insegnamento e contribuisce alla moderna codificazione del diritto in diversi paesi arabi

 

Muhammad Ahmad Halaf Allah (1916 -) Egiziano, sostiene un nuovo approccio critico al Testo sacro, fondato sulla filologia, la psicologia e la sociologia. La reazione dei tradizionalisti fu estremamente dura

 

Sadiq Galal al-Azm (1934-) Siriano, studia in Libano e negli USA. Pubblica numerosi studi sulla filosofia occidentale moderna,insegna nelle università mediorientali. Contrariamente a quanto avevano fatto i pionieri del riformismo islamico egli non ceca di comporre il dissidio né tanto meno si arrocca su posizioni tradizionaliste nella ricerca di un’originalità islamica che funga contemporaneamente da fattore di identificazione e di contestazione. In coerenza con le premesse razionaliste del suo pensiero e con le sue scelte politiche sviluppa una serrata critica del “pensiero religioso” in generale e dell’Islam in particolare, tanto nei loro principi costitutivi quanto nelle espressioni storiche che hanno assunto nel corso dei secoli.

 

Hasan al-Banna (1906-1949) Egiziano, di modeste origini, ricevette un’educazione essenzialemnte incentrata sulla tradizione islamica e fin da ragazzo venne affiliato a una confraternita mistica. Preferì agli studi giuridici la carriera di insegnante, alla quale abbinò l’attività di animatore in associazioni di beneficenza e di predicatore del ritorno ai valori della religione che considerava minacciati dalle mode culturali importate dall’Occidente. Nel 1928 fondò il movimento dei fratelli musulmani, che divenne un’associazione a diffuzione nazinale e sviluppò ramificazioni anche in altri paesi islamici. Il movimento sostenne la causa della Palestina araba nel ’36 e durante la seconda guerra mondiale contestò la presenza britannica in egitto. Dopo la guerra il movimento appoggiò moti di piazza antigovernativi e fu sciolto nel 1948. Il provvedimento portò alla rottura totale tra le autorità e gli attivisti delmovimento uno dei quali attentò alla vita del primo ministro al-Nuqrasi uccidendolo. Nonostante i tentativi di ricomposizione dle conflitto la situazione non migliorò e l’anno successivo Hasan al-Banna morì durante uno scontro con le forze di polizia.

 

Sayyid Qutb (1906-1966) Massimo ideologo del movimento dei fratelli musulmani in una delle fasi più critiche della sua storia. Egiziano, insegnante e studente di pedagogia negli USA, dove si accorse dell’inconciliabilità delle due culture e dell’inapplicabilità dei metodi scolastici americani. Nel 1952 con la rivoluzione di Nasser sembrò che i Fratelli potessero giocarvi un ruolo importante. Ma nel 1954, dopo il fallito attentato a Nasser, finì in carcere a vita. Liberato per controbilanciare i comunisti, nel 1965 fu nuovamente arrestato e giustiziato nel 1966. Il movimento dei fratelli ha in seguito intrapreso un percorso di riavvicinamento alle istituzioni.

 

‘Abd al-Qadir ‘Uda (m. 1954) Attentatore di Nasser. Accanto ai grandi nomi dei leader il movimento dei fratelli musulmani conta una folta schiera di pubblicisti e di divulgatori delle sue tesi che hanno contribuito al formarsi di una sterminata letteratura nella quale si trovano opere di diverso valore. Alcune di queste hanno incontrato un particolare favore da parte del pubblco e sono state  ampiamente diffuse anche il lingue straniere grazie allo zelo delle numerose associazioni di studentimusulmani presenti in diversi paesi del mondo.

Fu vice di Hasan al-Hudaybi,primo successore di al-Banna alla guida dei Fratelli

 

Abu al-A’la al-Mawdudi (1903-) Nato nel sud dell’India da famiglia musulmana molto religiosa. Studi irregolari. Giornalista dopo la prima guerra mondiale e aderisce a associazione islamica riformista. Sogna uno stato dove la gestione del potere sia indirizzata dalla religione. La sua opposizione al governo indiano lo porta in carcere. Il suo modello alla fine influenza la costituzione pakistana. La fama sua e delle sue idee cresce enormemente. Percorre il mondo musulmano legandosi all’arabia saudita e alle sue organizzazioni internazionali

 

Ruhollah M. Khomeini (1902-1990) L’attaccamento alla tradizione religiosa e l’opposizione all’autorità politica erano di casa nella sua famiglia. Compì severi studi religiosi a Qom. Reza Khan capostipite dei Pahlevi, già nel 1927 era inviso alla gerarchia sciita.

 

Sati’ al-Husri (1880-) Nato nello Yemen, con padre funzionario giudiziario. Giornalista e saggista si interessò all’educazione e all’unità nazionale. Ministro dell’educazione. Operò a Damasco e al Cairo per conto della lega araba e apostolo del nazionalismo

 

Michel ‘Aflaq (1910-) Siriano, cristiano ortodosso, ma nazionalista acceso, condivide l’ideale dell’unica patria araba. Fondatore del ba’t, partito del risorgimento arabo, che prenderà una sfumatura socialista, con ramificazioni in Libano e Iraq.

 

‘Allal al-Fasi (1910-1974) Nato a Fès, si interessa sin da giovane della riforma dell’insegnamento religioso e prende parte alle attività dei primi movimenti indipendentisti. Per tutta la vita sarà una figura di primo piano della vicenda nazioanle e della vita intellettuale del suo paese

 

Halid Muhammad Halid (1920-) egiziano, studi religiosi ad al-Azhar, fu insegnante di lingua araba al Cairo. Nel 1949 scrisse Cominciamo da qui, dove si scagliava contro chiunque cercasse di giustificare su base religiosa un sistema che teneva nell’indigenza e nell’ignoranza la grande parte della popolazione (aveva avuto esperienza della grande miseria delle masse contadine egiziane) e non esitava a sostenere la necessità di una netta separazione tra religione e politica. Condannato da una commissione di al-Ahzar, il libro fu in seguito riabilitato da un tribunale civile con ampi consensi. In seguito cambia idea e nella sua ultima opera ribalta l’idea della netta separazione tra religione e stato da cui era partito.

 

Muhammad ‘Aziz Lahbabi (1922-) Nato a Fes (Marocco) è professore all’università di Rabat. Fin dagli anni 50 è stato una personalit di spicco della cultura marocchina, specie nel campo delle lettere e della filosofia.

 

‘Ali Shariati (1933-1977) Iraniano, è stato la seconda anima della rivoluzione iraniana, quella che purtroppo ha avuto meno seguito e sviluppo. Al contrario della gerarchia religiosa del proprio paese non fu spinto dal confronto tra l’islam  e modernità a vagheggiare il ritorno all’epoca d’oro delle origini, ma piuttosto ad accettare la sfida restando nello stesso tempo fedele al suo credo musulmano e sciita e aperto alle prospettive suggerite dalle scienze umane per l’analisi della società e verso ardite prospettive di rinnovamento. Studiò gli orientalisti occidentali e i sociologi. Fu incarcerato dal regime.

 

Hasan Hanafi Attualmente professore di filosofia all’università del Cairo è uno degli spiriti più vivaci e originali delpensiero arabo contemporaneo. Ha frequentato i maggiori esponenti delle moderne correnti di pensiero. A partire dagli anni ’70 , momento cruciale della riflessione anche per molti altri intellettuali arabi, si è applicato alla riformulazione sistematica dei grandi temi del pensiero islamico, tentando di coniugarli efficacemente con la situazione storica attuale del proprio mondo. Benché la sua posizione non corrisponda esattamente a quella dei movimenti islamici radicali ai quali in gioventù fu direttamente legato, conserva alcune delle loro tesi di fondo e certe sue espressioni ricalcano da vicino quelle dei maggiori esponenti dei fratelli musulmani, primo fra tutti Sayyid Qutb. Si tratta di una decisa riproposizione della pretesa totalizzante dell’Islam inteso come “un’ideologia, un insieme di toerie, sull’uomo e sulla società, sull’economia e sulla politica che può servire alla fondazione dello Stato”

 

Muhammad ‘Ammara Egiziano. Le sue opere trattano di argomenti quali “Islam e potere religioso”, “Islam e rivoluzione”, “indipendenza culturale”, tenendo costantemente un occhio al presente e uno al passato, cercando di offrire una risposta non solo attraverso argomentazioni teoriche ma rifacendo la storia di un determinato problema, partendo dalle origini dell’Islam e cercando di individuare quali posizioni di fondo  possano essere considerate una costante valida a cui ancor oggi rifarsi e quali scelte invece siano state piuttosto contingenti e vadano ritenute ormai superate.

 

Sadek Sellam (1950-) Algerino emigrato in Francia non si è accontentato delproprio lavoro di insegnante ma ha voluto fare della presenzamusulmana in Occidente il tema di riflessioni e interventi.

 

Mahmud Muhammad Taha (1908-1985) Sudanese, esperto di agricoltura, dopo l’incarcerazione ad opera degli inglesi si dà a studi religiosi e fonda il partito repubblicano, che sostiene posizioni di tipo socialista ma che ben al di là di questo coinvolge i suoi seguaci in uno stile di vita simile a quello delle confraternite religiose. L’Islam  non ha compiuto in modo completo la sua “prima missione”, ma è tutora una realtà dinamica tesa a una più piena e matura realizzazione. Gli ideali di portata universale che devono guidare questa evoluzione ancora in corso sono da rintracciare nello spirito e nei contenuti della prima predicaizone di Maometto alla Mecca: principi e indicazioni che sono stati successivamente messi tra parentesi per la necessità di dare ai primi fedeli una legislazione alla loro portata: essa ha quindi costituito un primo passo tutt’altro che definitivo verso la realizzazione dell’ideale islamico. In questo contrasta con i Fratelli Musulmani e gli altri gruppi radicali i quali vedono invece nell’esperienza storica della prima comunità di credenti un modello di società islamica compiuto e insuperabile, valido per ogni luogo e per ogni momento.

 

Fazlur Rahman (1919-) Pakistano, intellettuale di spicco, profondo conoscitore dell’islam del subcontinente indiano e delle diverse discipline religiose musulmane. Ha diretto l’Islamic Research Institute di Karachi. Entrato in conflitto con i conservatori e le correnti islamiche radicali subentrate in Pakistan nel 1968 si è rifugiato in Canada e USA.

 

‘Abdallah Laroui (1933-) Marocchino, professore universitario di storia a Rabat. Studi in Francia e Egitto. Impegnato nelmovimento nazionale marocchino. Numerosi saggi sul ruolo degli intellettuali, sul rapporto dell’Islam con la modernità

 

Muhammad Mzali (1925-) Tunisino, professore universitario di lettere e filosofia con incarichi pubblici di rilievo. Si adopera per una cultura nazionale che sappia contemporaneamente mantenersi fedele alle proprie origini e aprirsi al rinnovamento.

 

Muhammad Arkoun (1928-) Algerino, completa a Parigi gli studi di lingua e letteratura araba. Insegna a Strasburgo, alla sorbona, a Los Angeles. Una delle figure di maggior rilievo della cultura araba contemporanea. Ha studiato la civiltà arabo-musulmana e l’umanesimo arabo del X secolo con l’aiuto della linguistica, della sociologia, della semiotica e di quant’altro la scienza moderna mette a disposizione.

 

Husain Ahmad Amin (1929-) Egiziano, figlio di Ahmad Amin, ha ereditato dal padre l’amore per la cultura e uno spirito aperto e critico. Diplomatico.

 

Muhammad Sa’id al-‘Asmawi (1932-) Egiziano. Ha recentemente scritto un libro sulla questione del rapporto tra religione e politica. Giudice della Corte suprema. Si è formato fuori di al-Azhar, che si è astenuta dal commentare le sue tesi, che sono state lodate dalla associazione Muslim Jurists of Pakistan.

 

‘Abd al-Magid Charfi (1942-) Tunisino, insegnante in Francia, attualmente professore di islamologia all’Ecole normale superieure di Tunisi. Interviene sui temi del confronto e del dialogo.

 

Muhammad Talbi (1921-) Tunisino, Studi di storia islamica medievale in particolare nordafricana

 

Fouad Zakariya Egiziano, direttore del dipartimento di filosofia dell’università del Kuwait, ha suscitato interesse in Europa per i suoi scritti anticonformisti nei quali si pone come portavoce della corrente laica del pensiero arabo attuale.

 

Khaled Fouad Allam (1955-) Nato a Tlemcen, studia in Algeria e Francia e si laurea in scienze politiche a Trieste.Segue le tematiche dell’interculturalità.

 

 

 

 

 

 

 

VOCI DELL'ISLAM MODERNO

 

Il Corano è stato per la quasi totalità dei musulmani l’unico libro al mondo ad essere considerato rivelato. In teoria essi ammettono l’esistenza di una Torah, di un libro dei Salmi e di un Vangelo donati da Dio agli uomini. Ma, dato che il Corano afferma che tali testi  sarebbero stati falsificati, la teologia musulmana non tiene praticamente in alcun conto le loro edizioni attualmente diffuse tra ebrei e cristiani. Una simile linea di condotta si ispira al detto del Profeta: “Non approvateli né smentiteli”. Tale rifiuto ha conseguenze rilevanti. Non essendo d’altra parte per nulla inclini a ricerche di critica storica o testuale, i musulmani non si sono mai messi alla ricerca dei testi autentici di cui il Corano afferma l’esistenza.

Recenti studi di carattere antropologico hanno mostrato come la situaizone creatasi in Arabia al tempo del profeta favorisse l’affermazione di una composizione su base religiosa delle tensioni che interessavano l’ordine sociale vigente.

Dì: “Io non sono un novatore di fra i messaggeri né so che cosa avverrà di me né di voi, io non seguo altro che quello che m’è rivelato e io non sono altro che un ammonitore chiaro” (XLVI, 9).

Probabilmente la classifa definizione che lo designa “Suggello dei Profeti” (XXXIII, 40) intendeva anzitutto porre il suo messaggio  in rapporto di continuità con quello di quanti lo avevano preceduto, anche se successivamente è prevalsa la lettura che in questo versetto vede l’affermazione del compimento e della fine della Rivelazione con Muhammed, non solo come purificazione e completamento delle precedenti ma come loro completa sostituzine, non senza toni polemici verso i seguaci delle rivelazioni precedenti che essi avrebbero addirittura in qualche misura falsificato.

Ma molto presto l’ortodossia rifiutò di considerare la religione inserita in una dinamica evolutiva, pretendendo l’intera dottrina come già compresa e definita fin dalle origini e negando gli apporti di componenti e di epoche differenti. Se dunque la formazione di una visione del mondo islamica si produsse con sorprendente agilità e rapidità è anche vero  che, giunta a maturità, essa si cristallizzò altrettanto velocemente, chiudendo definitivamente con le correnti che avrebbero potuto dare un contributo decisivo all’ulteriore sviluppo del suo pensiero (si pensi che la filosofia islamica si conclude in pratica nel XII secolo con Averroè) ripiegandosi su se stessa in sterili ripetizioni e commenti della propria tradizione e assumendo un atteggiamento ostile verso ogni tipo di innovazione.

La dinamicità della rivelazione è teoricamente riconosciuta dal Corano, che si pone in continuità coi messaggi affidati da Dio a Inviati precedenti, ma in pratica viene svuotata di significato in forza della concezione che vede ogni fase della Rivelazione superare e sostituire le precedenti, per rispetto alla libertà divina non costretta da alcuna logica evolutiva (questo principio vale tra l’altro nel Corano stesso relativamente ai versetti abroganti e abrogati). La già citata accusa di falsificazione delle scritture precedenti radicalizza infine questo atteggiamento.

Nella tradizione musulmana la novità veniva considerata un male, a meno che non venisse dimostrato che era un bene. Il termine bid’a, innovazione o novità, implica il significato di allontanamento dai principi e dalla prassi trasmessi all’uomo dal Profeta, dai suoi discepoli e dagli antichi musulmani; il bene è nella tradizione custode del messaggio di Dio all’uomo. L’allontanamento  dalla tradizione pertanto è male e,  nel corso del tempo, il termine bi’a venne ad assumere, nel mondo musulmano, lo stesso significato attribuito al termine eresia dai cristiani. Una forma particolarmente deplorevole di bid’a è quella che si concretizza nell’imitazione dlel’infedele, in quanto, secondo un detto attribuito al Profeta, “chiunque imiti un popolo entra a farne parte”. Ne consegue che chiunque adotti o imiti gli usi caratteristici degli infedeli commette un atto di infedeltà e pertanto diviene un traditore dell’Islam. Questo detto e la dottrina ivi racchiusa vennero frequentemente invocati dalle autorità religiose musulmane quale denuncia e opposizione nei confronti di qualsiasi azione essi giudicassero compiuta a imitazionje degli usi e della vita europei, e quindi un compromesso con la miscredenza. Le autorità religiose conservatrici si trovavano così in mano un’arma molto potente, di cui veniva fatto largo uso per impedire il diffondersi delle innovazioni di stampo occidentale, quali la tecnologia applicata, la stampa e persino la medicina (Lewis, Europa barbara e infedele. I musulmani alla scoperta dell’Europa, Mondadori, 1983)

Il Corano stesso (III, 7) e il Profeta non sembrano ritenere la speculazione teologica indispensabile alla fede e sconsigliano anzi apertamente di lasciarsi indurre a eccessive disquisizioni su quanto la Rivelazione non ha espressamente e chiaramente definito. Ne consegue il ruolo in qualche misura secondario della teologia rispetto ad altre scienze legate alle fonti della fede che prima di essa si formarono:

a) Quella del tafsīr, cioè dei commentari coranici strettamente legati alla filologia

b) Quella del hadī, cioè la raccolta dei detti del Profeta a completamento e chiarimento di quanto la Rivelazione taceva o trattava soltanto in modo implicito

c) il Fiqh, ossia la giurisprudenza islamica che, sulla spinta di motivazioni pratiche, ben presto si trovò a dover definire l’oggetto e gli strumenti della propria azione.

Non si vuol certo affermare che problemi più squisitamente teologici furono del tutto assenti nei primi tempi della storia del pensiero islamico, né sarebbe stato possibile escluderli al momento di fondare le altre scienze religiose a cui si è fatto cenno, resta tuttavia il fatto che il sorgere della prima scuola teologica propriamente detta si verificò piuttosto tardi e, come vedremo, essenzialmente sulla spinta di sollecitazioni esterne.

Il Corano, al pari e forse più di altri testi rivelati, poiché nato e per un certo tempo mantenuto in una cultura esclusivamente orale, presenta caratteri di dinamicità che non consentono di considerarlo un’esposizione sistematica di verità, ma piuttosto la testimonianza in presa diretta dell’esperienza religiosa di un uomo e di un popolo. Alla luce di tale rilievo non stupisce che su alcuni grandi temi, quali il rapporto tra onnipotenza divina e libertà umana, lo stesso testo sacro contenga espressioni di tono differente e talora opposto, a seconda che prevalga l’intento di sottolineare da n lato la confidenza e il timore dovuti a Dio o dall’altro la responsabilità individuale e collettiva dei destinatari del suo messaggio.

Alcuni versetti coranici affermano il libero arbitrio: II, 38; IV, 110; VI,70,104,148; VIII,25,53;IX,105; XIII,11-27;XVII,84; XVIII,29; XXXV,32; LXI,5; LXXIV,18-20; altri lo negano: VI,149; VII,128; XVI,35-37; XVII,13;XLII,13;L,27;LXXIV,31-56; LXXVI,30; LXXX,19; LXXXIV,29.

Un tema di tale rilevanza non poteva non suscitare prese di posizione diversificate, con conseguenti divergenti conclusioni circa lo status del musulmano peccatore, intorno al quale sorsero, se non vere e proprie differenti scuole, almeno correnti di pensiero che presto presero a confrontarsi vivacemente, anche a motivo delle implicazioni politiche che dalle loro posizioni derivavano: rimettere a Dio il giudizio sulla fede di governanti iniqui risultava meno pericoloso dell’estendere ad ogni credente il diritto-dovere di “promuovere il bene e contrastare il male” (Corano III,110), fino alla destituzione di quanti non osservassero coerentemente i dettami della fede nello svolgimento delle loro mansioni.

Tutto questo non fu che il prologo alla formazione della Mu’tazila, la prima vera e propria scuola teologica islamica che si sviluppò durante la prima fase del califfato abbaside e che ebbe tanta fortuna da divenire per un certo periodo la scuola ufficiale dell’impero.

L’influsso del pensiero greco, in quegli anni sempre più conosciuto grazie alle accurate traduzioni promosse dagli stessi califfi di Baghdad e svolte in un rimo tempo principalmente da dotti cristiani al servizio dei sovrani musulmani, è paragonabile alle suggestioni provenienti dall’Europa che investirono il mondo islamico a partire dalla fine del XVIII secolo. Allora come ora gli schieramenti che si sono formati si sono divisi sulla differente condotta ritenuta opportuna di fronte agli influssi provenienti dal contatto con una cultura straniera.

Da una parte i tradizionalisti, come il radicalismo islamico di oggi, rifiutavano di sottoporre il contenuto della propria fede al vaglio di strumenti analitici “d’importazione”, foss’anche in vista di un’esposizione più convincente  o per difenderli più efficacemente dalle accuse di avversari e detrattori: neppure il fine apologetico e difensivo che proprio in quei tempi emergeva come movente principale della speculazione teologica, pareva sufficiente ai loro occhi per giustificare l’adozione di nuovi modelli di pensiero.

Sul versante opposto i filosofi, come oggi i riformisti più spinti, non vedevano alternativa all’adozione di sistemi di pensiero “profani”, se non altro a completamento dei dati della fede islamica che essi erano ben lungi dal considerare una dottrina compiuta e perfetta, almeno nella sua formulazione comune e corrente.

Il ruolo svolto dai mu’taziliti in questo frangente fu per molti aspetti analogo a quello che oggi gioca il riformismo musulmano e si può considerare una posizione intermedia tra le due or ora richiamate.

Gli intellettuali del Vicino e Medio Oriente che hanno adottato di volta in volta tendenze di matrice positivista, liberale, democratica o socialista, pur nella varietà delle loro posizioni non hanno fatto che esprimere in forme diverse e talora contrapposte la medesima ricerca di un aggiornamento ritenuto indispensabile e non più procrastinabile nella sostanza anche se perennemente incerto sui tempi e i modi di attuazione.

La scuola teologica mu’tazilita cadde in disgrazia nell848 con la vittoria dei tradizionalisti, né certe sue tesi particolarmente sgradite all’ortodossia sono state più sollevate. Dopo la sconfitta del mu’tazilismo, la strada imboccata dall’ortodossia islamica ha privilegiato gli aspetti di continuità col passato, penalizzando progressivamente le inclinazioni all’apertura e consacrandosi sempre più al mantenimento e alla perpetuazione del patrimonio tradizionale.

Quanto la cultura araba senta la vocazione a “perpetuare” è ben documentato sia dagli studi classici del von Grunebaum sui fondamenti estetici della letteratura araba sia da più recenti saggi, quali quello di A. Kilito, L’autore e i suoi doppi, Einaudi.

Il costante contatto con le chiese d’occidente aveva predisposto i cristiani ad accogliere favorevolmente i germi del risveglio culturale e la loro adesione a un’altra fede li esimeva dai vincoli di lealtà verso il potere del califfo. I musulmani vedevano i cristiani come veicolatori della nuova e pericolosa cultura europea.

“Nella maggior parte dei paesi musulmani l’Islam costituisce ancora il supremo criterio di lealtà e di identità di gruppo. L’Islam è ancora  la più accettabile, anzi, in tempi di crisi la sola accettabile base di autorità” (Lewis, Il linguaggio politico dell’Islam)

“Pedante e acritica trasmissione del sapere da parte delle università religiose, immutata da secoli nelle forme e nei contenuti.

Nel 1899 il siriano al-Kawakibi indicò come cause del “ritardo islamico” fattori religiosi (lo sviluppo incontrollato e illegittimo delle tendenze dottrinali volte a sminuire il valore dell’azione umana e responsabili di un diffuso e pernicioso senso di rassegnazione e fatalismo; rigidezza e pesantezza del sistema giuridico affidato spesso a uomini chiusi a ogni novità), culturali (ignoranza delle masse e pregiudizi nei confronti del sapere scientifico ritenuto incompatibile con la religione) e politici (inettitudine degli amministratori e dispotismo dei governanti). Con grande eloquenza, più o meno negli stessi anni si occuperà dei medesimi temi, giungendo ad una diagnosi simile, la grande figura di Sakib Arslan.

Il personaggio che più di ogni altro avvertì l’acuto stato di decadenza del mondo islamico e contribuì al risveglio delle coscienze sulla necessità di un profondo rinnovamento a tutti i livelli fu Gamal al-Din al-Afgani (1838-1897). Secondo lui era necessario il ritorno alle fonti del pensiero religioso musulmano senza la mediazione delle scuole canoniche che, nel corso die secoli, avevano spento lo spirito di ricerca originale e creativo, contribuendo al diffondersi di perniciosi atteggiamenti fatalisti e rinunciatari. Rifiutava le letture più restrittive della dottrina islamica, che si erano imposte nei secoli della decadenza con l’acritica imitazione (taqlīd) del passato.

La scuola Salafiyya dal maestro Rasid Rida (1865-1935) orientata essenzialmente verso la difesa apologatica dell’Islam contro i suoi detrattori, la purificazione della religione da quelle pratiche e credenze di origine spuria che ne avevano alterato l’originalità e svilito la vitalità e volta alla ricerca di soluzioni islamiche ai grandi problemi che emergevano sul piano politico e sociale.

Concezione islamica dell’işlāh, la quale prevede, per bocca stessa del Profeta, un ciclico rinnovamento inteso essenzialmente come restaurazione della primitiva purezza della fede.

Ali Abd al-Raziq osò sostenere   che l’autorità del Profeta era stata esclusivamente di tipo spirituale e che quindi non aveva senso parlare di una successione politica (califfato). La religione islamica non comporterebbe  una sua specifica forma di governo e i musulmani sarebbero liberi di scegliersi quella che ritengono più opportuna in base a criteri di scelta legati unicamente alla logica e alla convenienza.

Mentre in Europa Lorenzo Valla dimostrava la non-autenticità della donazione di Costantino, ancora nel novecento Taha Husain venne allontanato per qualche tempo dalle cariche pubbliche per aver messo in dubbi alcuni dati della rivelazione, ritenendoli leggendari.

Secondo la teoria classica la guida (imama) della comunità dei credenti è riservata ai discendenti del Profeta.

Nell’islam  l’autorità e quella legislativa in particolare, appartiene in ultima analisi a Dio solo e, specialmente in ambito sunnita, più che del potere di interpretarla, esperti e governanti sono depositari del dovere di applicarla. Per tutte le faccende non direttamente o non esaurientemente trattate dalla legge religiosa è però sempre rimasto un ampio margine di manovra.

La legittimità di un governo è per i musulmani maggiormente garantita quando deriva dall’Islam che non quando deriva da rivendicazioni nazionalistiche patriottiche o anche dinastiche o peggio da nozioni occidentali quali sovranità nazionale o popolare.

Il pensiero salafita, che si proponeva la riforma dei centri tradizionali del sapere religioso in vista di una riproposizione del messaggio islamico in termini rinnovati e più consoni alla nuova realtà, dapprima osteggiato, fu in seguito gradualmente accolto, divenendo la nuova dottrina ufficiale che privilegiava gli aspetti meno dirompenti della corrente riformista, quelli cioè rivolti alla restaurazione della tradizione, ritenuta inquinata e corrotta piuttosto che inadeguata e passibile di un radicale rinnovamento.

Secondo la tesi espressa da Ernest Renan la cultura elaborata in terra d’Islam, e in special modo la filosofia, si sarebbero sviluppate indipendentemente, se non addirittura in contrasto tanto ai contenuti della fede musulmana quanto ai valori della cultura e degli arabi. Nata dallo stesso clima in cui germogiava il mito della missione civilizzatrice dell’Occidente, questa teoria è tramontata con esso e oggi appare solo un episodio della lunga storia delle incomprensioni che hanno caratterizzato i rapporti tra le due civiltà.

Per lungo tempo però, gli stessi musulmani, provocati da simili valutazioni e coscienti della stasi che interessava la vita intellettuale dei loro paesi, si sono affannati nella difesa apologetica della loro religione, sforzandosi di dimostrarne la perfetta aderenza alle parole d’ordine della razionalità, della scienza e del progresso. E’ nota in proposito la diatriba su questo tema tra lo stesso Renan e il campione del riformismo musulmano Gamal al-Din al-Afgani.

In questo campo il movimento modernista ha dato la parte peggiore di sé: con zelo degno di miglior causa schiere di apologeti si sono sforzati di rintracciare nel Testo sacro la prefigurazione di moderne scoperte scientifiche o di sistemi politici sorti successivamente, le biografie del Profeta e la rilettura delle figure dei grandi personaggi delle origini sono state animate dallo stesso intento e, ad anni di distanza, questi tentativi mostrano palesemente i loro limiti.

L’atteggiamento apologetico non fu assente  tra i primi sistematori delpensiero islamico e rappresentò anzi una ragione di fondo della loro opera. Cosa dunque distingue le due epoche e i due movimenti? Cosa ha permesso ai primi di riuscire in una mediazione che sembra irrealizzabile per i moderni? Va ricordato anzitutto che anche allora fu solo col tempo e non senza profondi conflitti che si poté giungere a una composizione delle varie tendenze e che alla fine fu comunque l’atteggiamento conservatore a prevalere, a scapito delle aperture che non poterono svilupparsi al pieno delle loro possibilità. Il prezzo di questa soluzione fu la decadenza dei secoli successivi e l’assoluta necessità di introdurre sostanziali cambiamenti avvertita e sostenuta dai moderni pensatori riformisti.

Tra le quattro scuole giuridiche sunnite la hanbalita, fondata da Ahmad ibn Hanbal alla fine del IX secolo, fu la più rigida: limitò infatti la valutazione personale del giurista e rifiutò il principio analogico, riferendosi esclusivamente al Corano e alla Sunna, in base al principio che Dio è il solo autentico legislatore. Questa presa di posizione, ben oltre i suoi aspetti tecnici e nei suoi risvolti teologici, rappresentò una reazione allo sfaldamento del califfato minacciato dalla disgregazione interna e dai nemici esterni, dall’endemica conflittualità che opponeva tra loro le differenti sette, dall’apertura a influssi di pensiero di origine straniera da parte di alcuni teologi e soprattutto dei filosofi e infine dalgi eccessi di alcune correnti mistiche. Le analogie tra la situazione di allora e quella odierna hanno determinato una nuova fortuna dell’hanbalismo presso i movimenti islamici radicali.

Ricetta islamica tradizionale nelle sue forme canoniche: a) globalità, cioè stretta connessione tra religioso e politico,spirituale e temporale, che ha accompagnato l’Islam sin dalle sue origini; b) Il valore della tradizione come modello imprescindibile in ogni settore della vita e della cultura; c) L’idea di “riforma” (islah) come costante aspirazione a ripristinare gli antichi insegnamenti nella loro forma originale.

Nei movimenti islamici radicali questi valori diventano tesi ben definite: a) Nelle fonti classiche della teologia e del diritto (Corano e Sunna) si trovano gli elementi necessari e sufficienti per affrontare e risolvere qualsiasi problema ed edificare una società armoniosa, perfettamente coerente con gli idealie le norme della religione islamica e con la natura umana; b) Tutto quanto si trova codificato nella tradizione, in particolar modo nella sharia, va applicato integralmente senza nulla omettere e nulla aggiungere; c) adottare filosofie, ideologie e modelli estranei alla tradizione islamica non solo è inutile, ma è dannoso tanto sul piano morale quanto ai fini delprogresso dei paesi musulmani; d) gli attuali governi delle nazioni islamiche non sono coerenti con gli insegnamenti della loro freligione e vanno quindi sistematicamente contestati e indotti ad adottare provvedimenti per una sempre maggiore adesione della società agli insegnamenti e agli ideali del Corano; da parte di alcuni gruppi la contestazione assume forme di vera e propria lotta armata.

I Fratelli musulmani sono indicati come radicali (viene citato in nota un appello di al-Banna all’autosufficienza Coranica)

Se pure nell’ebraismo e nel cristianesimo il periodo delle origini è tenuto in grande considerazione, la differenza con l’Islam appare quando si consideri che il ritorno allo stato di perfezione primordiale rappresenta un ideale che per i primi  supera i confini della storia, mentre per i musulmani coincide con “l’ideale storico concreto” della prima comunità dei credenti.

La stessa necessità degli stati ospitanti di trovare un interlocutore rappresentativo favorisce il riaffermarsi di quella religiosa come appartenenza prioritaria se non esclusiva.

In virtù del carattere assoluto riconosciuto alla trascendenza divina che condurrebbe a una desacralizzazione della realtà umana, grazie al suo apparato dogmatico estremamente ridotto e semplificato, all’assenza di qualsiasi mediazione tra Dio e l’uomo (ci riferiamo qui ovviamente alla maggioranza sunnita) e a una morale che non pretende eroici superamenti della natura umana, l’Islam è stato spesso indicato come una religione tollerante, a misura d’uomo, vicina alla ragione e favorevole al progresso della scienza.

Alcuni di questi aspetti hanno però un’origine antecedente all’Islam e non sono omologabili senza forzature agli elementi che caratterizzano la società moderna: la democraticità tanto vantata da modernisti e apologeti deriva ad esempio in larga misura dall’organizzazione sociale beduina, ove sulla struttura gerarchica prevale il vincolo di una solidarietà orizzontale, la quale d’altra parte non è certo priva di manifestazioni di conformismo e di condizionamento dell’individuo.

Non vanno taciuti elementi di ambiguità o fattori che giocano un ruolo decisamente contrario alla dinamica della secolarizzazione. Fin dalle origini, dopi i primi dieci anni di predicazione il Corano nella sua forma finale e definitiva “sacralizza” la società generata dal proprio messaggio e la rende immutabile… a meno che non si operi una distinzione nel messaggio stesso. Ogni sforzo per distinguere spirituale e temporale nel mondo musulmano pone dunque un problema di critica testuale. Una seconda osservazione riguarda i rapporti tra fede personale e società islamica. Durante la predicazione alla Mecca il Corano chiama alla fede in un unico Dio come impegno personale in contrasto con la comunità d’origine che è politeista. Bisogna riflettere in proprio e non accontentarsi di seguire ciò che dicevano gli antenati. Occorre rompere i legami sociali e persino familiari, come fece Abramo lasciando suo padre, se questi costituiscono un ostacolo per la fede. A Medina  invece la nuova comunità è fondata sul monoteismo e non più sui vincoli di parentela. Essa costituisce un involucro sociale che protegge la fede e le permette di informare di sé la vita del credente a tutti i livelli, dai più intimi a quelli pubblici. Allo stesso tempo però questo involucro protettivo rischia di imprigionarla: il Corano tollera la sopravvivenza di comunità non-musulmane (giudei e cristiani) all’interno  della società islamica, ma condanna a morte i musulmani apostati. La fede rischia di essere ridotta al suo aspetto  sociale: appartenenza a una comunità di fatto musulmana, quale che sia la realtà della fede personale. Una conseguenza molto importante dell’unità tra spirituale e temporale, tra religione e Stato sulla psicologia musulmana è la convinzione che l’Islam debba vincere o scomparire. Il successo temporale, compreso quello militare, fa parte per il Corano dei “segni” necessari a confermare la veridicità della Rivelazione. La sconfitta o la situazione di inferiorit dei musulmani rappresenta una “tentazione” (fitna) e tutti i mezzi sono leciti per porvi fine, compreso il dare la morte (Corano II, 191,193,217...)

I musulmani giudicavano intollerabile per se stessi quello che infliggevano ai dhimmi : il trattamento dei dhimmi  era ispirato al passo del Corano (II,191,193,217...) in cui Maometto parla della sconfitta o situazione di inferiorità come “tentazione” e dichiara che tutti i mezzi, compresa la violenza omicida, sono leciti per porvi fine.

Maometto stesso condanna a morte i musulmani apostati

Il misticismo popolare delle confraternite si era  reso responsabile della diffusione di sentimenti di fatalismo e di rassegnazione estranei al genuino Islam e in contrasto con l’assunzione di responsabilità e di iniziativa richiesti dal momento storico che la Comunità islamica stava drammaticamente vivendo.

(parere contro la laicità del ministro tunisino della cultura) La laicizzazione non può realizzarsi e imporsi che dal momento in cui viene a far parte della psiche dell’individuo. Suppone che l’uomo si riconosca cittadino di uno stato territoriale e non come membro di una comunità transnazionale. Comporta ch’egli ponga la religione a livello dei rapporti interpersonali e di quelli diretti con Dio senza che interferisca con la vita della società.Implica che il culto sia un atto di fede e la religione un codice di condotta morale, non un sistema d’organizzazione sociale, economico e politico. Consiglia infine la coesistenza pacifica tra concittadini  che non hanno alcuna fede o professano altre credenze. Nulla di tutto ciò è nettamente presente nella psicologia musulmana, per la quale l’Islam non è solo un credo, ma anche un’identità e un sistema.

Estremamente parca di dogmi e diffidente verso le speculazioni metafisiche, la religione musulmana ha piuttosto ristretto, come abbiamo visto, l’ambito della teologia. La legge, al contrario, si è sviluppata ampiamente tanto da diventare il campo privilegiato di azione per gli uomini di religione. Come gli altri settori della cultura, il diritto ha risentito della lunga stagnazione  dei secoli della decadenza.

In tempi e in forme che sono stati diversi nelle varie aree e per ogni singolo paese, nuovi modelli giuridici hanno infatti profondamente influito sulla fissazione e codificazione del diritto statuale (qānūn) in rapporto dialettico con le norme della legge religiosa (shari’a), della giurisprudenza islamica (fiqh), e delle consuetudini locali (‘urf).

Non è ammesso il matrimonio se non con capofamiglia musulmano né il passaggio dei membri della famiglia stessa dall’Islam ad altra religione.

La legge islamica ha sempre garantito  un’ampia discrezionalità  nella scelta della soluzione più adeguata a ogni singolo caso tra le diverse proposte dalle differenti scuole. Gli stati che oggi pretendono di mantenere o si propongono di ripristinare il diritto islamico tradizionale si trovano pertanto a farlo paradossalmente con strumenti che non ne rispettano lo spirito autentico e l’originale impostazione.

Il settore del diritto di famiglia rappresenta da sempre una roccaforte delle disposizioni della sharia, ad essa intimamente collegato nelquadro generale della concezione islamica che no prevede un diritto del territorio ma dell’appartenenza religiosa.

La dottrina islamica non attribuisce alla legge dello stato un autentico potere di legiferare, ma piuttosto i poteri necessari per agire e far agire in modo conforme alla sharia.

La sharia è da considerarsi unicamente l’insieme delle regole dettate dai giuristi del medioevo o è pensabile e addirittura inderogabile un rinnovato sforzo esegetico sulle fonti stesse della dottrina?

I precetti della shari'a sono numerosissimi, pertanto la massa dei fedeli si trova incapace di conoscere tutti gli obblighi previsti dalla legge, per non parlare della loro messa in pratica. Essi ritengono che sia inevitabile finire col trascurarne una parte più o meno grande, per cui vi si conformano solo fino a un certo punto. ALcuni così finiscono per dedicarsi a pratiche sueprflue, evitando cose poco gravi ma commettendone altre espressamente vietate. Tutto ciò dipende dal fatto che trovano i precetti troppo numerosi e non ne distinguono l’importanza.

Mawdudi rispose a quei critici “filo-occidentali” che si mostravano inorriditi all’idea che in una società  moderna si dovesse applicare in pieno per esempio la pena hadd coranica del taglio delle mani al ladro. Mawdudi sostiene che pene del genere  si potranno applicare non singolarmente  e in una società come quella attuale, nella quale tutte le altre ingiunzioni spirituali e sociali della sharia (che creerebbero una “società giusta”, in cui il furto sarebbe l’eccezione e non la regola come oggi) sono ignorate, ma solo globalmente in una società del tutto permeata dallo spirito della sharia.

La sharia non fu mai integralmente applicata e vi sono anzi larghe zone del mondo islamico, come l’area berbera, quella africana e l’indonesiana, dove gli usi locali hanno su di essa una decisa prevalenza.

Si è oggi ad un’impasse del riformismo liberale iniziato tra la prima guerra mondiale e gli anni ’50, dovuta ad un mancato approccio critico alla sharia, distinguendo ciò che è derivato da precetti divini e quanto invece è semplicemente frutto di elaborazioni umane basate sulla consuetudine, sul buon senso e sulle necessità del momento.

La lega islamica, le università di al-Azhar e della Zaitūna godono di grande prestigio nel mondo islamico, ma nell’islam mancano vere e proprie autorità religiose.

La necessità di una propria identificazione culturale porta i numerosissimi emigranti provenienti dal nordafrica e dal medio oriente presenti in europa ad avanzare richieste legate  alla loro appartenenza islamica.

Quella dell’Islam radicale sembra la risposta più generalizzata ed è certamente quella che si fa più sentire.

Nessuno più si oppone al progresso, né gli sarebbe facile farlo, ma, soprattutto sul piano spirituale, dell’etica e quindi della società si continua a concepirlo in termini di involuzione piuttosto che di evoluzione.

Le istituzioni educative e la mentalità più diffusa persistono nel mantenere  tutto il patrimonio del passato (religioso, giuridico, letterario…) in un alone di reverenza e di intangibilità che è tanto più forte e indiscussa quanto più è netta

Difficile è prevedere il ruolo che potranno avere in un prossimo futuro i musulmani della diaspora in Occidente: un’osmosi culturale è senz’altro auspicabile e necessaria, ma non può trattarsi che di un processo lento e graduale, le cui tracce sono per ora quasi completamente assenti nella gran parte delle pubblicazioni dei centri islamici europei. Essi infatti si limitano a prendere dalla realtà in cui sono inseriti solo spunti polemici e motivi apologetici senza lasciarsi interrogare sui motivi di fondo e sulle modalità di espressione della loro appartenenza religiosa e ponendosi piuttosto come argini ad una compenetrazione di mentalità che potrebbe invece essere uno degli apporti più originali del nostro tempo non solo alle relazioni tra le differenti civiltà, ma anche all’approfondimento o alla ripresa delle dinamiche più profonde e genuine di ogni esperienza religiosa.

I musulmani non hanno naturale il concetto di nazione, essendo legati all’Ummah.

 

(al-Gabarti) L’incredibile ignoranza che traspare dalla cronaca di un egiziano circa le novità portate dai francesi (ehi, c’erano le biblioteche, con grandi sale accanto a quelle dei libri, dove si mettevano sedie e la gente si sedeva a leggere dalle dieci del mattino!)

Un musulmano deve negare la fiorente civiltà europea, perché vorrebbe dire che in assenza di Rivelazione i kafir hanno prodotto una civiltà superiore all’Islam. I cristiani vanno tenuti in stato di umiliazione e ignoranza per dimostrare che senza la Rivelazione non c’è successo. Da questo discendono tutte le norme che vietano loro di avere case più alte di quelle dei credenti. Ancora peggio è la conseguenza che ne aveva tratto un giovane egiziano mandato a studiare in Francia: la ragione per cui l’Europa aveva potuto realizzare una civiltà tanto fiorente era l’esistenza di leggi naturali che la ragione può conoscere e rettamente interpretare da se stessa. Questa relativa indipendenza delle facoltà umane portava come conseguenza l’idea dell’efficacia e quindi della responsabilità dell’agire umano, cosa che era ancora più invisa agli ulema.

(al-Tahtawi) (reporter egiziano a Parigi nel 1826) Tra i fattori che favoriscono i francesi e progredire nelle scienze e nelle arti, vanno menzionate la semplicità e la perfezione della loro lingua. Impararla non richiede molta fatica: un uomo di intelligenza media, una volta che l’abbia appresa, sarà in grado di leggere qualsiasi libro, poiché questa lingua è completamente  priva di ambiguità ed esclude ogni equivoco. QUando un professore volesse spiegare un libro, non dovrà prima chiarire i termini che esso contiene, poiché questi sono già perfettamente intellegibili di per se stessi. Non occorre insomma ricorrere all’ausilio di una disciplina particolare solo per poter leggere un libro di qualsivoglia argomento. Esattamente il contrario di quanto avviene in arabo, dove, per leggere un libro di una data materia, si deve prima studiarne il linguaggio verificando minuziosamente il significato delle parole e completarne le frasi dando ad esse un senso che non è esattamente quello che risulta dall’espressione. Niente di tutto questo avvieneper i libri francesi, che non comportano commentari né glosse, salvo nei rari casi in cui sia aggiunta un’annotazione destinata a completare la frase delimitandone il senso o precisandola in altro modo. Il solo testo a una prima lettura basta a far comprendere quanto si vuol comunicare.

(al-Tahtawi)(reporter egiziano a Parigi nel 1826) Se in Francia si dice che qualcuno è un grande sapiente non si intende affatto che lo sia in materia di religione, ma in qualche altra dottrina… La fiorente moschea di al-Azhar al Cairo, quelle degli Omayyadi in Siria e di al-Zaytuna a TUnisi, quella di al-Qarawiyyin a Fès e le scuola di Bukhara si distinguono nelle scienze tradizionali, ma per quanto riguarda le materie scientifiche si limitano a quelle inerenti alla lingua araba, alla logica e ad altre discipline ausiliarie agli studi religiosi. A Parigi invece le scienze progrediscono continuamente.

(hair al-Din) Gli ulema sono investiti della doppia missione di salvaguardare gli interessi spirituali e materiali della nostra legge religiosa e di adoprarsi per la loro realizzazione con un’interpretazione intelligente e conforme ai bisogni dell’epoca (giovane ufficiale tunisino inviato a Parigi a metà dell’Ottocento)

 

Accogliere qualcosa dagli infedeli significherebbe riconoscere la loro superiorità, che il Corano non consente.

 

Le cause del ritardo islamico secondo Sakib Arslan (1869-1946)

Il danno fatto dai musulmani colpiti dall’inerzia non è minore di quello provocato dai rinnegati, anche se i primi non hanno la malizia e la cattiva coscienza dei secondi e si comportano così solo per ignoranza o per fanatismo.

Sono stati loro a spianare la strada ai nemici della civiltà islamica i quali hanno trovato comodo giustificare la propria aggressione col pretesto dell’arretratezza del mondo musulmano che essi imputano agli insegnamenti stessi dell’Islam. Sono stati loro a determinare lo stato di miseria in cui si trovano i musulmani poiché hanno fatto dell’Islam una religione che si occupa solo dell’aldilà, mentre esso è contemporaneamente la religione di questo e dell’altro mondo ed è anzi questa la caratteristica che lo contraddistingue.

Esso non si limita ad acquisire meriti utili alla vita futura come fanno le religioni dell’India e della Cina né chiede la rinuncia ai beni di questo mondo, al possesso e alla gloria come insegna il Vangelo, ma non si interessa neppure solo delle cose della vita terrena, come fa la civiltà europea contemporanea.

Sono stati quei musulmani a dichiarare guerra alle scienze naturali, alla matematica, alla filosofia, alle arti e alla tecnica perché provengono dagli infedeli.

L’Islam avrebbe proibito il frutto di quelle scienze provocando la miseria di cui soffrono e che ha tarpato loro le ali: eppure le scienze naturali sono quelle che studiano la terra, la quale dona i suoi tesori solo a chi li cerca.

Se per tutta la vita non faremo altro che occuparci del premio dell’aldilà la terra ci dirà: andateci subito, da me non otterrete nulla.

Per aver limitato i nostri sforzi alle scienze religiose e alle discussioni sulla vita futura ci siamo messi in una posizione di svantaggio rispetto alle altre nazioni che invece si interessano di questo mondo e diventano sempre più forti mentre noi ci facciamo sempre più deboli, tanto che esse sono diventate padrone assolute della situazione e, dopo aver preso il controllo della nostra esistenza terrena, si sono messe a dire falsità contro la nostra religione.

Ma chi non controlla più la propria vita nel mondo non ha neppure una religione. Dice infatti il Corano a questo riguardo: “Iddio hapromesso a quelli fra voi che credono e operano il bene di farvi succedere agli empi sulla terra” (XXIV,55) e “Egli è Colui che ha creato per voi tutto quanto v’è sulla Terra” (II,29) e “Dì: ‘Chi ha proibito gli ornamenti di Dio, ch’egli ha preparato per i suoi servi e le buone cose della sua provvidenza?’. Dì: ‘Tutto questo è destinato a quelli che credono, qui nella vita terrena, e nel mondo più puro della Resurrezione’” (VII,32), come ha anche affermato “Non dimenticare il tuo dovere nel mondo” (XXVIII,77) e noi lo invochiamo come Egli ci ha insegnato: “Dacci in questo mondo una cosa buona, e nell’altro una cosa buona” (II, 201)

I musulmani che si lasciano andare all’inerzia non capiscono che questo loro atteggiamento porta alla rovina della loro nazione, al suo svilimento rispetto alle altre e non si accorgono delmale che fanno a se stessi, trascurando le scienze fino a ridursi allo stato dimiseria in cui si trovano e a dipendere dai loro nemici che li trattano senza alcun riguardo.

Quando constatano questa situazione la giustificano parlando del destino e del decreto divino, come fanno tutti gli indolenti di questo mondo.

E’ questo atteggiamento che ha reso molti musulmani propensi alla pigrizia e ha prodotto la congrega dei dervisci senz’arte né parte che sono un arto infermo del corpo della società islamica.

E’ questo atteggiamento che ha indotto gli occidentali a definire l’Islam fatalista e rinunciatario: quello che è e non si può farci niente

Ripetiamo che sono stati i musulmani di questo tipo ad aver spianato la via ai nemici dell’Islam, fornendo loro anche il pretesto che la loro religione non si addice al progresso e ostacola la civiltà

In realtà sono le idee di quei musulmani a non adattarsi alla civiltà e ad opporsi al progresso, l’Islam non è responsabile della loro rigidezza. Esso ha anzi rappresentato una rivolta contro un passato iniquo e un taglio netto con ogni bassezza e menzogna, come potrebbe essere la religione dell’inerzia?

Coloro che comprendono rettamente l’Islam accolgono anzi di buon grado ogni innovazione che non si opponga alla verità della fede e non provochi guasti. D’altra parte non riesco a immaginare che nulla di quanto può essere utile alla società posa trovarsi in contrasto con una religione che ha per fine la felicità dei suoi fedeli.

Gli stessi dotti del Nagd, che sono i musulmani più lontani dall’Occidente, dall’occidentalizzazione e dai centri che producono le moderne invenzioni, quando il re ‘Abd al-‘Aziz li ha consultati circa la radio, il telefono e le macchine elettriche hanno risposto che si tratta di novità utili e che non c’è nessuna disposizione esplicita o implicita del Corano o della Sunna che le proibisca

L’opposizione alla novità non è un’esclusiva dei musulmani conservatori, nel cristianesimo la Chiesa si è opposta a quasi tutte le idee e le pratiche innovative, per tornare in seguito sull’argomento e dichiararle lecite. Quando Galileo parlò della rotazione della terra essa lo smentì e ancora oggi vi sono preti cristiani che rifiutano tutto ciò che contrasta con quanto la Bibbia dice sull’origine dell’universo e solo due anni fa negli Stati Uniti un insegnante è stato destituito per aver parlato della teoria di Darwin. Tutto questo però non impedirà il cammino della scienza. Vi sono conservatori tra i cristiani come tra di noi.

Il musulmano conservatore si oppone a ogni scienza che non sia quella religiosa tradizionale cui è abituato e a chiunque non faccia esclusivo riferimento al Corano e alla Sunna, dimenticando che le scienze naturali, la matematica, la geometria, la fisica, l’astronomia, la medicina, la chimica, la geologia e tutte le scienze utili al genere umano, anche se non sono di per sé religiose, lo sono nei loro risultati. Esse venivano insegnate ad al-Azhar, alla Zaytuna, ad al-Qarawiyyin, a Cordoba, a Baghdad e a Samarcanda, quando l’Islam era un impero di grandi uomini, molti dei quali si sono interessati insieme di filosofia e di legge, di tradizioni religiose e di matematica. Il filosofo arabo più famoso d’Europa è Averroè, che fu anche giudice e grande giurista.

 

Filippica sul tema “ci siamo allontanati dalla retta via e i popoli che si allontanano da Dio sono da lui puniti e decadono”

(Al-Afgani) “Iddio non cambia il favore di cui ha favorito un popolo fin quando essi non cambiano quel che hanno in cuore” (VIII, 53)

(Al-Afgani) “se un bene gli giunge, se ne resta sicuro e tranquillo, e se lo colpisce una prova se ne torna indietro e perde così i beni del mondo terreno e dell’altro” (XXII,11)

(Al-Afgani) Apparteniamo a un’unica comunità e adoprarci per difenderla dai suoi nemici, quando essa viene attaccata, è il primo fra i doveri religiosi: lo attesta il Libro sacro e il consenso dei credenti di ogni generazione. Come possiamo continuare a vedere gli stranieri assalire ripetutamente i paesi islamici e impadronirsi di essi, uno dopo l’altro, senza che nessuno tra quanti si dicono credenti, in nessun luogo, si dia la minima pena o mostri il minimo entusiasmo nel prenderne le difese?

(Al-Afgani) Se gli ulema fedeli si metteranno all’opera, facendo quanto loro indicato da Dio e dal Profeta e se ravviveranno lo spirito del Corano richiamando i credenti ai suoi nobili principi e riconducendoli all’inviolabile patto divino, si vedrà allora la verità imporsi e svanire il falso, la luce tornerà a splendere nelle menti e si tradurrà in pratica. Il fermento che va coinvolgendo gli animi dei musulmani di tutti i paesi in questi tempi testimonia che Iddio li ha preparati a lanciare un grido che li raccoglierà, ristabilendo l’unità di quanti credono nella sua unicità. Noi ci auguriamo che ciò avvenga presto, e quando essi metteranno in pratica concordemente ciò che Iddio ha loro comandato, il loropeccato sarà emendato e Dio, “che ha grand grazia per chi crede” (III,152) li perdonerà.

 

(Al-Afgani) La religione cristiana è fondata sulla pace e la benevolenza, ha portato all’abolizione della legge del taglione, alla rinuncia al potere e alle vanità del mondo, ha insegnato ai suoi seguaci a sottomettersi all’autorità costituita, a lasciare ai governanti ciò che spetta loro, a tenersi fuori dai conflitti personali, razziali e persino religiosi. Tra le esortazioni evangeliche c’è quella che dice “Se qualcuno ti percuote sulla guancia destra, tu porgigli la sinistra” ed è sempre il Vangelo che afferma: “I re hanno potere sul corpo, ma si tratta di un potere effimero, l’autentica e vera potestà sulle anime appartiene a Dio solo”

La religione islamica ha posto invece tra i suoi fondamenti la ricerca del successo, lo slancio di conquista e il predominio, il rifiuto di qualsiasi legge che contrasti con la sua e di ogni potere che non ne applichi le norme. Chi esamini le origini di queta religione e legga il suo Testo sacro si convincerà che i suoi fedeli non dovrebbero essere militarmente secondi a nessuno, dovrebbero superare tutti nell’inventare macchine da guerra, nel perfezionare le scienze belliche acquisendo le più ampie conoscenze delle discipline ad esse inerenti, quali la fisica, la chimica, la meccanica, la geometria ecc.

Chi mediti il versetto che dice “Allestite contro di loro forza quanto potete” (VIII,60) si convincerà che chi appartiene a questa religione non solo dovrebbe evitare accuratamente di cadere sotto il dominio altrui, ma dovrebbe essere addirittura animato dalla passione per il dominio e cercare di conquistarlo con ogni mezzo e tutte le proprie forze.

Per quale favore della sorte i cristiani sono arrivati a ciò che non era contemplato dalla loro fede? Quale colpo di sfortuna ha invece colto i musulmani facendoli restare indietro nell’acquisizione proprio dei mezzi prioritari per l’adempimento della loro vocazione?

Quanto ai musulmani, dopo i traguardi raggiunti al tempo delle origini della loro religione, ebbero pieno successo in ogni impresa militare, coprendosi di gloria e superando in questo campo qualsiasi altro. Tra essi però apparvero in seguito uomini che, ammantandosi degli abiti della religione, introdussero delle novità estranee al genuino Islam. Si diffusero così la dottrina della predestinazione, che fu tanto ripetuta da insinuarsi infine nei cuori distogliendoli dall’azione, si propagarono le eresie del terzo e quarto secolo e le dottrine dei sofisti negatori della realtà, considerata una sorta di illusione priva diogni fondamento di certezza, furono infine coniati falsi detti attribuiti al Profeta, che vennero inseriti nei libri canonici per il gusto della novità ed ebbero l’effetto di un veleno mortale. Il risultato fu un indebolimento delle volontà per cui da allora gli sforzi di quanti si applicano a distinguere il falso dal vero non hanno alcun effetto sulle masse, soprattutto dopo che erano stati alterati e banalizzati gli insegnamenti del Profeta. Lo studio corretto della religione restò ristretto a gruppi privati di gente poco influente. E’ probabilmente questa la causa della decadenza dei musulmani e quello che li ha fatti arretrare in uno stato dal quale imploriamo Iddio di liberarli.

 

L’orientamento alla guerra dell’impero ottomano discende direttamente dal Corano

(Al-Afgani) La religione islamica ha posto invece tra i suoi fondamenti la ricerca del successo, lo slancio di conquista e il predominio, il rifiuto di qualsiasi legge che contrasti con la sua e di ogni potere che non ne applichi le norme. Chi esamini le origini di queta religione e legga il suo Testo sacro si convincer che i suoi fedeli non dovrebbero essere militarmente secondi a nessuno, dovrebbero superare tutti nell’inventare macchine da guerra, nel perfezionare le scienze belliche acquisendo le più ampie conoscenze delle discipline ad esse inerenti, quali la fisica, la chimica, lameccanica, la geometria ecc.

 

Dimostrare che l’Islam è nei suoi fondamenti essenzialmente favorevole alla scienza e al progresso non avrebbe avuto alcun effetto se contemporaneamente non lo si fosse liberato dallo spirito di imitazione (taqlīd) che ne aveva bloccato lo sviluppo, ponendo tra i fedeli e i testi originari della fede la mediazione di infiniti compendi e commentari di sempre più scarsa qualità e più oscura comprensione.

Rasid Rida inizia la scuola salafita, eliminando gli aspetti più dirompenti del pensiero di Muhammad Abduh, che voleva dimostrare che l’Islam non è incompatibile alla scienza e al progresso, e lasciando il posto alla graduale affermazione del riformismo (islah) quale nuova dottrina ufficiale. Lo sguardo si volgeva alla gloria dei secoli passati e soprattutto al periodo delle origini. Il tema del ritorno alle origini (Salaf si riferisce appunto alle prime generazioni di credenti) e dell’eliminazione delle influenze esterne che hanno alterato la primitiva purezza dell’Islam fu determinato da una volontà di affermazione della propria originalità e indipendenza culturale come forma di resistenza all’aggressione occidentale.

 

L’Islam, secondo Rashid Rida (fondatore del salafismo) ha eliminato il potere religioso, tipico ad esempio del cristianesimo sostituendolo con una comunità di eguali (ma Branca nota che è un retaggio beduino)

(Rashid Rida) Uno dei più grandi e nobili principi che abbia proclamato l’Islam è stata l’abolizione del potere religioso, la sua assoluta soppressione. La missione del Profeta fu quella di trasmettere la rivelaizone e di annunciarla – in nessun modo di essere un dominatore e un tiranno. Dio ha detto infatti: “Ammonisci, che un Ammonitore tu sei – non sei stato nominato loro sovrano!” (LXXXVIII,21-22). Dio non ha donato il potere supremo ad alcuna creatura su questa terra o nel cielo. La fede affranca il credente nei suoi rapporti con Dio, da ogni controllo che non sia quello di Dio stesso; essa lo eleva al disopra di ogni schiavitù che non sia l’obbedienza dovuta a Lui. Nessun nusulmano, qualunque dignità egli possa ricoprire nell’Islam, ha su un altro nusulmano, per quanto bassa sia la sua condizione, altri diritti se non quelli di consigliarlo e di guidarlo. Dio ha descritto gli eletti in questi termini: “Quelli che credono si invitano a gara alla pazienza e si invitano a gara alla pietà” (XC,17); “Si formi da voi una nazione d’uomini che invitano al bene e impediscono l’ingiustizia. Questi saranno i fortunati” (III,100).

I musulmani si scambiano dunque buoni consigli e formano una comunità che esorta al bene. Essi stessi sono incaricati di sorvegliarla e di dirigerla sul retto cammino, qualora le accadesse di allontanarsene. Questa comunità non ha altra missione che l’apostolato, l’ammonimento, il richiamo e l’esortazione; ad essa solamente spetta il diritto di cercare le manchevolezze nascoste nel prossimo.

Ogni musulmano ha il diritto di comprendere il Libro di Dio e la parola del suo Profeta direttamente dal Testo sacro e dalla Sunna, senza il ricorso ad alcun intermediario, antico o moderno. Tuttavia egli è prima tenuto ad assicurarsi i mezzi che lo porranno nelle condizioni  di comprendere: la conoscenza della lingua araba, della sua letteratura, del suo stile, la storia degli arabi, in particolare all’epoca del profeta, gli avvenimenti che si sono svolti al momento della Rivelazione, alcuni elementi della scienza dell’abrogante e dell’abrogato. Se il suo stato non gli consente di comprendere la verità direttamente da libro e dalla sunna, può allora ricorrere a delle persone competenti; può – anzi deve – chiedere a questi ultimi la prova che legittima l’obbligo che lgi si impone – domanda che può vertere su una questione dogmatica o sull’adempimento diuna qualunque azione. Non esiste, nell’Islam, quella che alcuni chiamano autorità spirituale.

Ciononostante, pur essendo la legge chiara, un uomo, dominato dalle passioni, potrebbe non applicarla. La saggezza cheha presieduto all’instaurazione delle leggi non sarebbe completa senza un potere di coercizione che le faccia osservre, che possa, in tutta equità, fare eseguire le disposizioni giudiziarie e rispettare l’ordine. Questa autorità non può essere lasciata all’anarchia della massa: deve essere affidata a un solo uomo, e questi è il sultano o il califfo.

Agli occhi dei musulmani il califfo non è una guida infallibile, non è il depositario della Rivelazione; egli non può arrogarsi il diritto esclusivo di commentare il Libro e la sunna; senza dubbio una delle condizioni che gli sono imposte è quella di essere un mugtahid, in altri termini egli deve conoscere la lingua araba e tutte le scienze che abbiamo enumerato, in modo da potere facilmente individuare nel Libro e nella Sunna le leggi che gli servono, essere in grado di distinguere da solo la verità dall’errore, e di fare rispettare quella giustizia che la religione e la comunità esigono.

Tale è il suo stato. La religione non gli riconosce una capacità speciale nella comprensione del Libro e delle leggi; egli non gode di alcun privilegio. E’ paragonabile a tutti coloro che cercano la verità e che non si distinguono l’uno dall’altro che per la limpidezza della ragione e la rettitudine del giudizio. E’ ubbidito finché rimane sul retto cammino, finche sethe la via del Libro e della Suna;i musulmani lo sorvegliano strettamente, se si allontana dalla retta via ve lo riconducono, se vi fa ritorno lo aiutano con i loro consigli e le loro esortazioni. Siccome non è dovuta alucna obbedienza a una creatura che sir ibella a Dio, se il califfo nella sua condotta si allontana dal Libro e dalla Sunna, bisogna sostituirlo con un altro, a meno che la sostituzione non risulti più nociva che utile. E’ la Comunità o il suo rappresentante, a conferirgli l’investitura, essa ha pertanto la suprema sutorità su di lui e lo destituisce qualora ritenga che vi sia interesse a farlo. Il califfo è dunque da tutti i punti di vista un sovrano temporale.

Se si è obiettivi, non si può confondere il califfo dei musulmani con quello che gli europei designano con ilnome di papa. Presso i cristiani è infatti solo il papa che riceve la legge di Dio e solo lui ha il diritto di promulgare le leggi, di esigere lobbedienza ti tutti in nome dell’unica fede, senza mubāya’a (omaggio o dichiarazione di fedeltà mediante la quale i maggioranti riconoscevano l’autorità del nuovo califfo, la cui carica in pratica ereditaria, formalmente è sempre stata elettiva) come esigerebbero la giustizia e la salvaguardia dei diritti individuali. Nessun credente ha diritto di opporsi al papa, anche qualora questi ritenesse che è un nemico di Dio e constatasse con i propri occhi che va contro le più consolidate leggi divine. Ogni azine e parola di questosovrano spirituale, in qulaunque modo si manifestino fanno parte della religione e della legge. Questo era il potere della chiesa nel medioevo e la chiesa non cessa a tutt’oggi di rivendicarlo nelle forme che abbiamo descritto.

Una delle conseguenze della civiltà moderna è stata la separazione del potere spirituale da quello temporale. La Chiesa ha conservato l’autorità suprema sulle convinzioni e le azioni degli uomini nei loro rapporti con Dio e permane onnipotente per tale materia in cui stabilisce e abolisce, controlla e sorveglia, rifiuta o concede, lasciando invece al potere temporale la piena autorità quando si tratta  di sottomettere i rapporti sociali a una norma di diritto e di assicurare il mantenimento dell’ordine materiale di questo mondo. I cristiani affermano che questa distinzione è stata per loro una fonte di inestimabili benefici.

Nelle critiche che gli indirizzano, i cristiani sembrano credere che l’islam esiga che il potere spirituale e quello temporale siano riuniti nello stesso titolare che agli occhi dei musulmani la missione del sultano sia di elaborare la religione, di promulgarne le leggi e di farle applicare e che egli possa usare la fede a suo piacimento per sottomettere il cuore o convincere la ragione: la mente e la coscienza dei suoi soggetti non sarebbero così che dei semplici strumenti nelle sue mani. Ne deducono che la religione assoggetta il musulmano al proprio sultano. Ora, poiché hanno potuto constatare che il loro capo spirituale è il nemico della scienza e l’apostolo dell’ignoranza, e poiché d’altra parte ammettono che l’islam pone come obbligo religioso l’obbedire al sultano, giungono alla conclusine che l’islam è irrimediabilmente ostile a qualsiasi spirito di tolleranza e a ogni tipo di ricerca scientifica. Come vedete si tratta di grossolani errori, lontani da una corretta comprensione di uno dei principi fondamentali dell’Islam. Non vi è nell’Islam alcun altro potere spirituale che quello che conferisce il dovere all’esortazione e all’apostolato. Questo potere Dio l’ha dato al più umile dei musulmani, per permettergli di avvicinare il maggiore tra essil, così come l’ha affidato al più potente perché lo applicasse al più umile dei suoi correligionari

Si obietterà: “Questa autorità spirituale, se il califfo non ha davvero il diritto di disporne, non appartiene allora al cadi, al mufti e allo saih al-Islam?” Ecco la mia risposta: “L’islam non ha mai riconosciuto loro il minimo potere né in materia di dogma né in materia di legge. La loro non è che un’autorità temporale che è stata instaurata dalla legge stessa. Nessuo di loro è qualificato a interrogare qualcuno sulle sue convinzioni personali, sul culto che consacra Dio, o a contestare la concezione che se ne fa”

 

L’islam non lascia al fedele altra scelta che la retta condotta o la morte (per apostasia). Il musulmano non deve rendere conto solo alla propria coscienza, ma in ogni momento ai suoi correligionari e al suo califfo.

(Rasid Rida) Nelle critiche che gli indirizzano, i cristiani sembrano credere che l’islam esiga che il potere spirituale e quello temporale siano riuniti nello stesso titolare che agli occhi dei musulmani la missione del sultano sia di elaborare la religione, di promulgarne le leggi e di farle applicare e che egli possa usare la fede a suo piacimento per sottomettere il cuore o convincere la ragione: la mente e la coscienza dei suoi soggetti non sarebbero così che dei semplici strumenti nelle sue mani. Ne deducono che la religione assoggetta il musulmano al proprio sultano. Ora, poiché hanno potuto constatare che il loro capo spirituale è il nemico della scienza e l’apostolo dell’ignoranza, e poiché d’altra parte ammettono che l’islam pone come obbligo religioso l’obbedire al sultano, giungono alla conclusine che l’islam è irrimediabilmente ostile a qualsiasi spirito di tolleranza e a ogni tipo di ricerca scientifica. Come vedete si tratta di grossolani errori, lontani da una corretta comprensione di uno dei principi fondamentali dell’Islam. Non vi è nell’Islam alcun altro potere spirituale che quello che conferisce il dovere all’esortazione e all’apostolato. Questo potere Dio l’ha dato al più umile dei musulmani, per permettergli di avvicinare il maggiore tra essil, così come l’ha affidato al più potente perché lo applicasse al più umile dei suoi correligionari

Dal fatto che l’Islam è una comunità senza preti, dove tutti sono incaricati di promuovere la retta condotta deriva un controllo oppressivo di tutti nei confronti di tutti. Inoltre il Corano non ammette che lo Stato lasci peccare i credenti, ma lo obbliga a intervenire per far rispettare i precetti dettati da Dio al Profeta.

(Rasid Rida) Uno dei più grandi e nobili principi che abbia proclamato l’Islam è stata l’abolizione del potere religioso, la sua assoluta soppressione. La missione del Profeta fu quella di trasmettere la rivelaizone e di annunciarla – in nessun modo di essere un dominatore e un tiranno. Dio ha detto infatti: “Ammonisci, che un Ammonitore tu sei – non sei stato nominato loro sovrano!” (LXXXVIII,21-22). Dio non ha donato il potere supremo ad alcuna creatura su questa terra o nel cielo. La fede affranca il credente nei suoi rapporti con Dio, da ogni controllo che non sia quello di Dio stesso; essa lo eleva al disopra di ogni schiavitù che non sia l’obbedienza dovuta a Lui. Nessun nusulmano, qualunque dignità egli possa ricoprire nell’Islam, ha su un altro nusulmano, per quanto bassa sia la sua condizione, altri diritti se non quelli di consigliarlo e di guidarlo. Dio ha descritto gli eletti in questi termini: “Quelli che credono si invitano a gara alla pazienza e si invitano a gara alla pietà” (XC,17); “Si formi da voi una nazione d’uomini che invitano al bene e impediscono l’ingiustizia. Questi saranno i fortunati” (III,100).

(Rasid Rida) I musulmani si scambiano dunque buoni consigli e formano una comunità che esorta al bene. Essi stessi sono incaricati di sorvegliarla e di dirigerla sul retto cammino, qualora le accadesse di allontanarsene. Questa comunità non ha altra missione che l’apostolato, l’ammonimento, il richiamo e l’esortazione; ad essa solamente spetta il diritto di cercare le manchevolezze nascoste nel prossimo.

 

Sulla condizione della donna nelle società islamiche

(Qūasim Amīn) La possibiltà che la donna riceva un’istruzione e che sia libera dalla segregazione in cui è tenuta in gran parte delle società orientali rappresenta una necessità non solo per la sua maturazione personale, ma anche in vista del ruolo ch’ella sarà chiamata a giocare nella vita della famiglia e della nazione.

(Qūasim Amīn) Il velo è un enorme ostacolo per la crescita della donna… La nazione (Egitto) si trova privata dell’apporto fattivo delle donne e un bambino non può venire ben allevato se neppure sua madre avrà ricevuto una buona formazione.

(Qūasim Amīn) L’età in cui alla donna è imposto il velo è tra i dodici e i quattordici anni. Non si capisce bene, ma pare che per Amin il velo si accompagna al confinamento tra le pareti domestiche, e questo le farebbe scordare tutto quanto le si fosse insegnato, perché le impedisce la vita in comune, l’esperienza e la conoscenza dei comportamenti.

(Uda) Inoltre il Corano esige che si governi con giustizia, conformemente a quanto l’Altissimo stesso ha rivelato: “Iddio vi comanda di restituire i depositi fiduciari agli aventi diritto e, quando giudicate fra gli uomini, digiudicare secondo giustizia” (IV, 58); “Giudica dunque fra il popolo secondo quanto Iddio ha rivelato” (V,49) e “Coloro che non giudicano con la Rivelazione di Dio, son quelli i negatori” (V,44). E’ fuor di dubbio che stabilire la giustizia sia una delle funzioni più importanti dello Stato e il Corano prescrive che lo Stato eserciti l’autorità in conformità alla rivelazione islamica. In più esso impone ai credenti di invitare gli altri a compiere il bene e di distoglierli dal male quando dice “Si formi da voi una nazione d’uomini che invitano al bene, che promuovono la giustizia e impediscono l’ingiustizia” (III,104)

Nei testi di Uda è chiarissimo come lo Stato non può lasciar peccare i credenti, ma è obbligato a intervenire per far rispettare i precetti dettati da Dio al Profeta.

Una volta entrati nell’Islam, non è possibile uscire e non è possibile tenere un comportamento meno che virtuoso. Per legge.

 

Il Pakistan sorgerà nel 1947 come partizione dell’India, a seguito dell’attività degli attivisti islamici come quelli dell’All India Muslim League.

 

(Celebi) L’Islam si preoccupa della società, mentre il cristianesimo è nato individualista. Iqbal argomenta che le regole sociali presenti nel Corano marcano la differenza positiva rispetto ad un cristianesimo individualistico.

(Iqbal) La prima fonte del diritto nell’Islam è il Corano. Eppure quest’ultimo non è un codice legale. Il fine principale che si propone è infatti quello di dare all’uomo una concezione più alta del suo rapporto con Dio e con l’universo. Non v’è dubbio che il Corano fornisca anche qualche norma e qualche principio generale di natura giuridica, particolarmente per quanto attiene alla famiglia, struttura base della vita sociale. Perché mai queste regole fanno parte di una rivelazione, il cui fine ultimo è l’elevazione della vita umana? La risposta la fornisce la storia del cristianesimo, nato come drastica reazione allo spirito legalista del giudaismo. Ponendo il suo ideale nell’aldilà esso riuscì a spiritualizzare  la vita, ma il suo individualismo non seppe trovare valori nella complessità delle relazioni sociali. “Il cristianesimo primitivo – dice Naumann nel suo Briefe über Religion – non dava alcun valore alla conservazione dello Stato, della legge, dell’organizzazione e della produzione. Non si occupava per nulla delle condizioni della società umana”. E conclude: “Così, o abbiamo il coraggio di restare virtualmente senza stato, gettandoci deliberatamente tra le braccia dell’anarchia, oppure scegliamo di avere, accanto alla nostra fede religiosa, anche una fede politica”. Per questo il Corano considera necessario unire religione e Stato etica e politica in un’unica rivelazione, in modo simile a quanto fa Platone nella sua Repubblica.

(Iqbal) Lungi dall’impedire lo sviluppo della riflessione e dell’attività legislativa, l’ampiezza e la forza di tali principi fungono da stimolo delpensiero umano. I nostri primi dottori della legge,l basandosi essenzialmente su questiprincipi, hanno creato un gran numero di sistemi giuridici e chi studia la storia dell’Islam sa bene che metà dei suoi successi sul piano sociale e olitico sono dovuti alla perspicacia giuridica di quei sapienti. “Accanto ai romani – dice Von Kremer – soltanto gli arabi possono vantare un sistema giuridico altrettanto ben congegnato”.

(Iqbal) Nonostante la loro ampiezza questi sistemi non sono infine che delle interpretazioni personali che quindi non possono pretendere  in alcun modo di essere definitive. SO bene che gli ulema riconoscono alle scuole di diritto musulmano un carattere di semi-infallibilità, ma essi non hanno mai potuto negare in teoria la possibilità di un completo igtihad… Non vedo motivo di mantenere ancora un simile atteggiamento. I fondatori delle nostre scuole non hanno mai rivendicato un carattere definitivo per le loro argomentazioni e le loro interpretazioni.

 

(Ahmad Amin) L’occidente, anche se invasore, portò l’amore per la libertà e la coscienza dei diritti umani.

(Ahmad Amin) Non si può portare d’un colpo l’Oriente a livello dell’Occidente, quando l’Occidente stesso ha impiegato secoli a svilupparsi

(Ahmad Amin) Utile sintesi storica del contatto con l’Occidente e del riformismo arabo tra Ottocento e Novecento

 

(al-Raziq) Va introdotta una netta distinzione tra religione e politica poiché a suo parere, la confusione tra i due campi è stata voluta dai detentori del potere in funzione dei loro propri interessi e non per realizzare una presunta forma di governo islamico che la contemplasse. Nella rivelazione e nell’esperienza del Profeta non vi sarebbero elementi sufficienti per sostenere che l’Islam porti necessariamente con sé una determinata organizzazione della società con una specifica forma di potere. Il Califfato si sarebbe arrogato indebitamente il carattere di governo islamico per eccellenza e lo studio degli avvenimenti storici dimostrerebbe al contrario quanto gli effetti negativi derivati da tale istituzione abbiano influito sul destino della comunità dei credenti. (al-Raziq, per la natura rivoluzionaria delle sue tesi fu sospeso temporaneamente dagli uffici pubblici)

Se i giuristi intendono per imamato e istituzione califfale ciò che gli studiosi di politica intendono per “governo” è giusto quanto dicono: che la pratica del culto e il bene del popolo poggiano sull’istituzione califfale, presa nel senso di governo, quale che ne sia la forma e la natura: assoluta o no, monarchica o repubblicana, dittatoriale, costituzionale o consultiva, democratica, socialista o bolscevica. La loro argomentazione non può andare oltre. Se per “istituzione califfale” intendono invece quel tipo speciale di governo che essi definiscono, allora la loro argomentazione non è atta a sostenere le loro tesi e le loro prove non hanno consistenza.

Il hadith riferisce che quando, per tramite di Israfil, fu offerto al Profeta di scegliere fra profeta-re e profeta-servo, egli guardò Gabriele come per chiederne consiglio: allora l’arcangelo guardò a terra, indicando così che bisognava preferire l’umiltà. Un’altra versione dice: “Allora Gabriele mi fece segno: ‘Umiliati!’. Ed io risposi: ‘Voglio essere un profeta-servitore’”. E’ dunque chiaro che il Profeta non fu re e non ricercava, non ambiva, il potere sovrano. Cerchi il lettore nel Corano un indizio esplicito o implicito di quel carattere politico della religione islamica, che costoro vorrebbero erigere a dogma. SI sforzi quanto è possibile di trovare tali indizi tra i hadith del Profeta.

Allah vuole un mondo unificato da una sola fede, ma non da una sola struttura politica. Quanto all’unione di tutto il mondo in un solo governo e una sola politica, è quasi al di fuori della natura umana e non è in relazione col divino volere. “Se il tuo Signore lo avesso voluto, Egli avrebbe fatto di tutti gli uomini un’unica nazione; però non cesseranno di essere distinti fra loro, eccetto quelli che furono oggetto della sua misericordia. Egli li ha creati per ciò” (XI,120)

 

(al-Raziq) Allah vuole l’unità religiosa di tutta la Terra sotto la sua legge. E’ logico che tutto il mondo abbia una sola fede e che tutta l’umanità sia retta da un’unità religiosa.

Quanto al califfato, al-Sanhuri  rifiuta come semplicistiche le tesi di al-Raziq, che pretendeva di eliminare con un colpo di spugna il valore di tredici secoli di storia, ma non ne vagheggia neppure la sopravvivenza. Propone l’evoluzione del califfato in una società delle nazioni orientali

al-Sanhuri presenta il pan-islamismo e i suoi problemi (es. quale forma prenderà la creazione di una solidarietà politica islamica: califfato? confederazione islamica?

(Ahmad Han) Qualcuno ha osservato sarcasticamente: “Quando la sapienza, l’astronomia e la filosofia greche – considerate allora aderenti alla realtà dei fatti – si diffusero tra i musulmani, i dottori dell’Islam confermarono sulla base di esse le parti del Corano che vi si accordavano, cercando nello stesso tempo di convalidare quelle che sembravano contrastarle. Oggi, che sappiamo dell’infondatezza dei presupposti di quelle conoscenze, degli errori di quella concezione astronomica e che abbiamo scienze naturali più progredite, voi rigettate l’interpretazione fondata dai vostri dottori sulla base del sapere greco e ne adottate un’altra, conforme alla scienza moderna. Non ci sarà da stupirsi dunque se in furuto si faranno altri progressi e le cose che oggi paiono pienamente assodate saranno smentite. Sorgerà allora la necessità di dare un’altra interpretazione al Corano che apparirà allora come un giocattolo nelle mani degli uomini”. Questa critica non ci turba, infatti siamo persuasi che il Corano (che è parola di Dio) non può che essere in accordo con la realtà (che è opera di Dio). La sua miracolosità è appunto la facoltà che ha di fornirci costantemente una guida e un orientamento specifici, proporzionati al livello raggiunto dalle nostro conoscenze. Man mano che le scienze progrediranon, scopriremo che esso è conforme alla realtà e che l’interpretazione che ne abbiamo dato in precedenza, e che oggi giudichiamo sbagliata, dipende da un errore da parte nostra e non da parte del Corano. Se in futuro le scienze avanzeranno al punto di confutare quanto oggi sembra certo, non dovremo fare altro che tornare al Corano e lo troveremo senz’altro in accordo con la realtà dei fatti e ci accorgeremo che l’interpretazione precedentemente  datga si basava slle mancanze del nostro sapere e non su imperfezioni del Corano. Supponiamo ad esempio di aver dedotto dal Corano che il sole gira attorno alla terra, determinando l’alba e il tramonto. Ora, si sa che è la Terra a girare attorno al Sole. Se rileggiamo il Corano vediamo che la rivoluzione del sole non vi è dichiarata come una realtà effettiva, ma nei termini di quanto è dato di osservare all’uomo. Considerata in questo modo, l’affermazione è vera. Quindi, quando l’abbiamo interpretata come riferita alla realtà dei fatti, è stato un errore nostro, non imputabile al Corano. Cin ciò vogliamo dire che, quando lasciamo un’interpretazione precedente per un’altra conforme al progresso della scienza, dimostriamo solo le carenze del nostro sapere, mentre la perfezione del Corano ne risulta confermata e non c’è alcuna ragione per ironizzare su di noi.

(Halaf Allah) Questo discorso si riferisce soltanto a quanto è connesso alla scienza e alla fisica. Le questioni relative all’insegnamento spirituale sono vere e valide in ogni tempo e in ogni circostanza. Non sono mai state soggette a mutamenti né mai bisognerà che lo siano, come dice con perfetta evidenza il Corano: “Oggi v’ho reso perfetta la vostra religione, e ho compiuto su voi i Miei favori, e M’è piaciuto darvi per religione l’Islam” (V,3)

Il Corano, essendo stato definito parola di dio verbatim, è molto più rigido e non-adattabile degli altri testi sacri.

(al-Sanhuri) Esistono il panislamismo, il nazionalismo, il panarabismo, il panturanismo

(Halaf Allah) Nel Corano si possono riconoscere senza difficoltà che alcuni particolari dei racconti sono in constrasto con i dati storici o che, tra le differenti versioni che dello stesso fatto il Corano fornisce in diversi passi, sussistono discrepanze o aperte contraddizioni.

(Halaf Allah) Affermare che la comunicazione tra Maometto e uditori è stata influenzata  dalle relazioni che sussistevano tra il Profeta e i suoi contemporanei vuol dire, secondo i tradizionalisti, attentare alla trascenda e alla libertà di Dio, che si sarebbe trovato in un certo senso limitato o condizionato dai destinatari el suo messaggio.

(Halaf Allah) La fede in Dio, nel giorno del giudizio,  negli angeli, nei libri rivelati e nei diversi inviati sono verità misteriose che l’uomo accoglie e a cui crede senza avere la minima autorità di cambiarle.

(Halaf Allah) Ma se lasciamo da parte la fede (‘aquīda) e prendiamo in considerazione la legge (sharia) troviamo due parti principali: gli atti di culto (‘ibadat) e le transazioni umane (mu’āmalāt), Nei primi non c’è posto per delle innovazioni poiché si tratta di un diritto di Dio nei confronti degli uomini: è lui che ne ha fissato i ritmi e le forme ed esse sono immutabili. Le seconde, al contrario, poiché sono frutto dell’iǧtihād possono essere rinnovate senza alcuna eccezione. Tutto ciò che nella tradizione è frutto dell’igtihad può essere rinnovato né potrebbe essere diversamente.

(Halaf Allah) Veniamo allora a ciò che è prescritto cioè a ciò che ha le sue origini nel Corano o nella Sunna. Tutto ciò che deriva dalla Sunna non si trova allo stesso livello di ciò che procede dal Corano. Se si tratta di una spiegazione o di una splicitazione di testi coranici, allora bisogna riconoscerle l’autorità stessa del Corano, ma se si tratta dell’igtihad del Profeta, esso ha la stessa autorità di qualsiasi altro igtihad, poiché egli non fu affatto un uomo infallibile, eccetto che nella trasmissione della rivelazione.

(Halaf Allah) Di conseguenza, tutto ciò che si trova nella Sunna e non ha origine nel Corano o non è né spiegazione né esplicitazione del Testo sacro, e semplicemente frutto dell’igtihad del Profeta e come tale pu essere cambiato perché può essere giusto o sbagliato. Tutto ciò che si riconosce chiaramente e si rivela scientificamente falso nell’igtihad del Profeta abbiamo il diritto di cambiarlo.

(Halaf Allah) C’è infine il Corano. Se il testo del Corano è esplicito, chiaro e manifesto e fornisce indicazioni precise e categoriche, bisogna attenersi ad esso. Se, al contrarioi, è un testo oscuro del quale si possono avere diverse interpretazioni, ciascuno ha la facoltà di attenersi al proprio punto di vista. E’ su questa base  che il capo dello Stato riunisce i dottori della Legge (ulama) e gli specialisti del diritto, i quali scelgono l’interpretazione che meglio corrisponde al bene della nazione in quel momento.

(Halaf Allah) Ma come riconoscere il senso autantico di un testo e quali testi forniscono indicazioni categoriche? Su questo punto già i primi musulmani furono di opinioni divergenti. Conclusero allora che le transazioni umane (mu’amalat) sono organizzate  per il bene delgi uomini e che questi ultimi hanno il diritto di scegliere come realizzarlo nelle diverse situazioni. Nel momento in cui è provato  scientificamente  e chiaramente che un determinato testo non è più applicabile, è lecito introdurvi delle innovazioni.

Facciamo un esempio a questo proposito. Nel Corano c’è tutta una regolamentazione relativa alla guerra che considera  la questione del bottinoe della sua distribuzione. Questa è dunque stabilita dal Corano stesso in conformità alle regole della guerra di quei tempi: il dovere di provvedere all’equipaggiamento ricadeva allora individualmente su ogni musulmano e non come oggi sullo Stato, per questa ragione a ciascuno spettava una parte del bottino. Oggi la situazione è cambiata ed è lo Stato a fornire ai soldati l’equipaggiamento perché questi non potrebberomai acquistare individualmente missili, carri armati ed aerei! Poiché il sistema è cambiato, le disposizioni coraniche relative alla regolamentazione della guerra non sono più applicabili; spetta ormai allo Stato diimmagazzinare le prede di guerra. DI conseguenza l’antica regolamentazione per la distribuzione del nottino oggi non ha più alcun senso e sarebbe addirittura ingiusta dato che, se spetta allo Stato di fare tutti gli acquisti per fornire ai soldati il loro equipaggiamento, è giusto anche che si appropri del bottino di guerra.

(Halaf Allah) E’ su questa base che si fonda la posizione di coloro che affermanoche le disposizioni relative alle mu’amalat cambiano con il cambiare dei tempi e dei luoghi in base al mutare delle esigenze del bene comune (maşlaha)

(Halaf Allah) C’è differenza tra racconto e testo legislativo. Quest’ultimo a differenza del primo ha un carattere giuridico, di conseguenza il suo contenuto riguarda la realtà della vita sociale, mentre il racconto non deve necessariamente basarsi sulla realtà storica. Gli basta basarsisu tutto ciò in cui crede colui al quale è destinato. Quando io dunque narro un racconto a qualcuno, mi baso su quello che egli pensa e a partire da ciò posso costruire quanto voglio. Nelmio libro sullo stile narrativo nel Corano ho fatto notare come delle leggende sono state utilizzate per sostenere l’idea della resurrezione e descrivere come l’uomo possa ritornare  alla vita dopo essere morto. Il contenuto non è la leggenda, ma essa viene utilizzata così come veniva raccontata alla gente  nella sua forma popolare ed è presa come base di un racconto letterario che intende suggerire la verità all’uomo e non di fornirgliene una dimostrazione scientifica e sicura.

(Halaf Allah) I racconti sono costruiti sulle conoscenze storiche di cui dispongono gli ascoltatori. Al narratore non è chiesto di modificare ciò che i suoi ascoltatori sanno ma di utilizzarlo ai propri fini.

(Halaf Allah) Per ciò che concerne le disposizioni legislative  sappiamo che i musulmani parlano di una “gradazione” nelle disposizioni della legge e riconoscono che, nel Corano, esiste anchel’abrogazione di qualche testo sacro. Gradazione e abrogazione significano che c’è sostituzione di un testolegislativo con un altro Una volta confermata l’idea di gradazione nelle disposizioni legislative quando queste si riferiscono agli “atti di culto” (in quanto “diritti” propri di Dio), è possibile dire altrettanto per quelle relative all’uomo: questi ha dunque il diritto di farle evolvere e di cambiarle quando si tratta del “bene comune”

(al-Azm) Secondo quanto comunemente si pensa le divergenze tra il sapere scientifico e le credenze religiose costituirebbero qualcosa di superficiale… Lo spirito dell’Islam in quanto tale non può essere in contrasto con la scienza e se c’è conflitto esso è solo tra quest’ultima e l’involucro esteriore che si è andato formando attorno allo spirito autentico della religione e che lo ha offuscato.

(al-Azm) Vorrei esporre una posizione esattamente opposta, secondo la quale la religione così come penetra l’intimo della nostra esistenza e influenza la nostra formazione mentale e spirituale è in netto contrasto con la scienza e le sue acquisizioni tanto nella forma quanto nella sostanza, nella lettera come nello spirito.

(al-Azm) Non dobbiamo dimenticare che in Europa sono passati più di due secoli e mezzo prima chela scienza giungesse a prevalere nettamente nella sua lunga guerra  contro la mentalità religiosa che imperava in quel continente, radicandosi definitivamente nel patrimonio civile di quelle terre.

(al-Azm) Un simile confronto si sta ancora svolgendo nella maggiorparte dei paesi in via di sviluppo, compreso il mondo arabo, ma si tratta diun conflitto sotterraneo i cui segni si manifestano solo di quando in quando.

(al-Azm) Fanno parte della religione islamica idee e credenze circa la nascita e la costituzione  dell’universo, sulla storia dell’uomo, la sua origine e la sua esistenza. Non c’è bisogno di insistere sul fatto che tali pareri e credenze si oppongono apertamente e clamorosamente alle nostre conoscenze scientifiche su questi stessi punti.

Ma il contrasto è molto più profondo, e riguarda il metodo attraverso il quale giungere per arrivare alla certezza circa la verità o falsità di un convincimento. Per la religione islamica, come per le altre, il metodo corretto sta nel rifarsi a dterminati testi considerati santi e rivelati o a scritti di saggi ed esperti che quei testi hanno studiato e spiegato. La giustificazione di simile modo di procedere riposa interamente sulla fede e la cieca fiducia riposta nelle scritture e nella loro infallibilità. Il metodo scientifico per acquisire conoscenze e formarsi dei convincimenti sulla natura dell’essere, la sua struttura, sull’uomo e la sua storia, è del tutto incompatibile con lo spirito d’imitazione che domina la religione, poiché il metodo scientifico si basa sull’osservazione e la dimostrazione e l’unica prova dell’esattezza dei risultati ai quali esso perviene è la loro coerenza logica e la loro applicabilità alla realtà.

(al-Azm) Secondo la religione islamica tutte le verità fondamentali che concernono l’essenza della vita dell’uomo e tutte le conoscenze inerenti al suo destino in questo e nell’altro mondo sono state svelate in una sola volta e in un preciso momento della storia: la rivelazione del Corano, e, forse, dei Libri santi precedenti ad esso. Gli sguardi dei credenti pertanto sono costantemente volti all’indietro. Ne consegue che il compito del credente, del sapiente, del filosofo, dello scienziato non è quello di scoprire nuove verità essenziali né di acquisire importanti conoscenze prima ignote, ma piuttosto quello di applicarsi a capire in profondità e a comprendere più compiutamente i testi rivelati, collegandone le varie parti e facendo altrettanto coi loro commentari, coi commentari dei commentari fino a ricavarne i reconditi significati e a pervenire alle verità e alle conoscenze nascoste in essi dall’eternità. Questo lavoro indispensabile ed essenziale si basa sul versetto coranico: “Noi non abbiamo trascurato nulla nel Libro” (VI, 38)

(Al-Azm) La religione, a motivo dei suoi dogmi ben definiti, è statica e soddisfatta di sé, delle sue verità eterne e per trarre ispiraizone dalla propria origine, è volta verso il passato. Perciò essa ha sempre costituito la giustificazione metafisica e la santificazione dello status quo sociale, economico e politico ed è sempre stata un efficace bastione contro coloro che si sforzavano di produrre un cambiamento rivoluzionario. La religione in Europa è stata l’alleato del sistema feudale e lo è ancor oggi in vari paesi, compresi quelli arabi.

(Al-Azm) La religione è stata anche la fonte principale di legittimazione dei sistemi monarchici, pretendendo che il diritto regale fosse di origine celeste e non terrena.

(Al-Azm) La religione è per sua natura predisposta a giocare un simile ruolo e lo ha fatto in tutte le epoche con grande successo grazie alle sue fantastiche visioni dell’Aldilà dove si realizzeranno i sogni di felicità.

(al-Banna) Manifesto dei fratelli musulmani

Noi Fratelli Musulmani riteniamo che i precetti e gli insegnamenti universali dell’Islam contemplano tutto quanto concerne l’uomo in questomondo e nell’altro, e che quanti ritengono che tali insegnamenti riguardino solamente l’aspetto delculto o quello spirituale escludendo gli altri, sono in errore. L’islam è infatti fede e culto, patria e nazionalità, religione e stato, spiritualitàe azione, libro e spada.

I Fratelli Musulmani credono che la base s il sostegno degli insegnamenti islamici sianoil libro di Dio e la tradizione dle profeta. Se una nazione li prende come regole di vita non potrà smarrire la retta via. Molte teorie e scienze legate all’islam e che ne sono state influenzate portano il segno dei tempi che le hanno viste nascere e dei popoli che furono loro contemporanei. E’ per questo che bisogna attingere le leggi islamiche cui fare riferimento alla prima pura scaturigine. E’ importante comprendere l’Islam come l’hanno compreso i compagni del profeta e le ie generazioni che li seguirono. Dobbiamo attenerci a questi precetti divini e profetici per non scegliere una linea dicondotta diversa da quella fissata da Dio e non rendere la nostra epoca difforme da quella prospettiva essendo l’islam la religione di tutto il genere umano.

Parallelamente i fratelli musulmani credono chel’islam, in quanto religione universale, integrante tutti gli aspetti della vita di tutte le popolazioni e le nazioni, di tutte le epoche e di tutti i tempi, è troppo completo ed eccelso per essere esposto alla disperzione di questa vita, frutto delle banali contingenze terrene. L’Islam fornisce piuttosto i principi universali cui tali contingenze sono soggette e mostra agli uomini il modo pratico di applicarli, di camminare in linea con essi e di sorvegliare che ciò avvenga in modo corretto o almeno che a questo si tenda.

La dottrina dei fratelli musulmani ingloba tutte le concezioni riformiste. E’ perché i fratelli musulmani concepiscono l’islam come universale e totalizzante che la loro dottrina copre tutti gli aspetti delriformismo presenti nella nazione e in essa si ritrovano tutti gli elementi del pensiero riformista; ogniriformista sincero e fervente vi trova l’oggetto delle sue aspirazioni. Visi incontrano tutte le speranze di coloro cheamano il riformismo, che hanno conosciuto questa dottrina dei Fratelli Musulmani e che ne hanno compreso la portata.

 

(Sayyid Qutb) Dio voleva porre contemporamente le fondamente di una comunità, di un movimento e di una fede. Questo spiega come abbia impiegato 13 anni per completare la rivelazione: doveva formare gradualmente una comunità capace di incarnare tale fede.

(Sayyid Qutb) L’Islam è giunto a cambiare non solo le convinzioni e quindi il sistema di vita delgi uomini, ma anche il metodo di apportare tali cambiamenti al credo e, in forza di esso, alla vita pratica. Venuta per costruire una fede, ha edificato una comunità sviluppando in seguito un proprio sistema di pensiero commisurato al grado di evoluzione morale e materiale raggiunto.

(Sayyid Qutb) Vi sono alcuni, vittime di una mentalità disfattista, che scrivendo a proposito del tema della jihad e per difendere l’Islam dalle accuse che gli sono state rivolte, fanno confusione: è vero che queta religione vieta l’imposizione della fede con la forza ma è altrettanto vero che essa è tesa a distruggere quelle forze politiche e materiali che si frappongono tra essa e gli uomini,che sottomettono l’uomo all’uomo e che ostacolano l’adorazione di Dio. Si tratta di due principi indipendenti che non è possibile confondere. Eppure, in forza di tal modo di vedere e sentire, costoro tentano di ridurre il jihad a quella che oggi vien definita una “guerra difensiva” mentre si tratta di tutt’altra cosa rispetto ai conflitti cui siamo abituati, sia per quanto riguarda le sue cause sia per quel che si riferisce alla sua modalità. I motivi del jihad vanno ricercati nella natura stessa dell’Islam e nel suo ruolo nel mondo,nelle sue alte finalità stabilite da Dio e per la realizzazione delle quali Egli mandò il suo inviato e lo rese suggello dei profeti, essendo questi il portatore del messaggio definitivo. Questa religione è davvero un annuncio universale di liberazione dalla schiavitù imposta da altri uomini e dalle proprie passioni, la proclamazione che solo a Dio appartiene la sovranità e la signoria sul mondo. E’ questa una dichiarazione di guerra totale contro ogni potere umano, in qualsiasi forma si presenti e qualunque ordinamento adotti, un conflitto senza quartiere aperto ovunque siano degli uomini ad arrogarsi il potere, in una forma o nell’altra e dove quindi si pratichi in qualche modo l’idolatria. Ogni sistema in cui le decisioni finali sono demandate a esseri umani e nel quale le fonti di ogni autorità sono umane è infatti una forma di idolatria poiché essa designa alcuni come signori di altri al posto di Dio. L’Islam proclama che l’autorità usurpata  a Dio deve essere restituita a Lui e gli usurpatori – cioè coloro  che governano i base a leggi che stabiliscono essi stessi facendosi signori degli altri e riducendoli in schiavitù – devono essere scacciati. In breve significa distruggere il regno dell’uomo per edificare il regno di Dio sulla terra, secondo quanto afferma il Corano stesso: “Egli è Colui che è Dio in Cielo e Dio è ancor sulla terra” (XLIII,84); “Il giudizio non spetta che a Dio, che comanda che nessuno adoriate, ma Lui. Questa è la religione retta” (XII,40); “Dì: ‘O gente del lirbo! Venite a un accordo equo tra noi e voi, decidiamo cioè di non adorare che Dio e di non associare a Lui cosa alcuna, di non sceglierci fra di noi padrone alcuno che non sia Dio’. Se poi non accettano dite a loro: ‘Testimoniate almeno che noi ci siam dati tutti a Dio!’ “ (II, 64)

(Sayyd Qutb) L’instaurazione del regno di Dio sulla terra,l’abolizione del dominio dell’uomo, la sottrazione della sovranità agli usurpatori per restituirla a Dio, l’applicazione della legge divina e l’abolizione delle leggi umane non possono essere ottenuti solo attraverso la predicazione. Coloro che hanno usurpato l’autorità di Dio e opprimono le sue creature non crderano il loro potere semplicemente per effetto della predicazione; se così fosse, sarebbe stato molto semplice per gli inviati di Dio stabilire la fede sulla terra. La loro storia e le vicende si questa religione attraverso i secoli dimostrano piuttosto il contrario

(Sayyd Qutb) Chi dunque capisca la vera natura di questa religione che abbiamo qui esposto si renderà conto dell’assoluta necessità che il movimento islamico comprenda anche la lotta armata oltre all’imoegno della predicazione, e che questa non è da intendersi come azione difensiva, nel senso specifico di “guerra di difesa”, come vorrebbero i disfattisti  che parlano sotto la spinta dei condizionamenti del presente o degli attacchi di qualche scaltro orientalista. Si tratta invece di un impeto e di uno slancio per la liberaizne dell’uomo su questa tertra, ricorrendo a tutti i mezzi adeguati e agli ultimiritrovati in ciascuna epoca. Se proprio vogliamo definire il jihad un movimento difensivo dobbiamo allora cambiare il significato di questa espressione e intenderla come “difesa dell’uomo” contro tutti quegli elementi che ne limitano la libertà e ne ostacolano la liberazione. Questi elementi assumono la forma tanto di convinzioni e concetti, quanto di sistemi politici basati su distinzioni economiche, razziali o di classe vienti al momento della comparsa dell’Islam e che in diverse forme ancora sussistono nell’attuale paganesimo (Gahiliyya). Dando alla parola “difesa” questo senso allargato possiamo avvicinarci ai veri moventi della diffusione dell’Islam attraverso il jihad e all’autentica natura di questa religione

Nel cervello islamico sarà sempre connesso il trionfo dell’Islam con il periodo della violenza, in cui si pensava alla guerra (questo ricorre esplicitamente sia in Sayyd Qutb che in al-Afgani); guardare, rifarsi al passato per loro sarà sempre inestricabilmente connesso ad un metodo che comprende la violenza, e alla realizzazioni di un periodo che nessuno di loro si sogna di condannare. Quanto ci vuole a capire che è nella struttura della religione giustificare e perdonare a posteriori tutti gli atti di violenza che hanno fatto progredire la religione?

(Uda) Alcuni intellettuali di formazione europea pretendono che l’islam sia solo una religione intesa come rapproto tra l’uomo e Dio, e che non abbia nulla a che fare con la forma di governo e con lo Stato. Tuttavia se si chiede loro dove si trovi espressa quest’idea nel Corano e nella Sunna rimangono confusi e non sanno cosa rispondere.

(Uda) I due principi più chiari dell’Islam sono: a) che l’islam unisce religione e politica; b) che la Sunna è vincolante per ogni musulmano uomo o donna, quanto il Corano

(Uda) Nel Corano vi sono passi che stabiliscono quale punizione deve essere inflitta all’assassino, al ribelle, al ladro, all’adultero e al diffamatore in base ai seguenti versetti: “O voi che credete! In materia di omicidio vi è prescritta la legge del taglione” (II,178); “Non è ammissibile che un credente uccida un credente, altro che per errore; e chi uccide un credente per errore, espierà liberando uno schiavo credente e consegnando il prezzo del sangue alla famiglia dell’ucciso” (IV,92); “In verità la ricompensa di coloro che combattono Iddio e il Suo Messaggero e si danno a corrompere la terra è che essi saranno massacrati, o crocifissi, o amputati delle mani e dei piedi dai lati opposti, o banditi dalla terra” (V,33); “Quanto al ladro e alla ladra, tagliate loro le mani” (V,41); “L’adultero e l’adultera siano puniti con cento colpi di frusta ciascuno” (XXIV,2); “E quelli che accusano donne oneste, e poi non possonportare a conferma quattro testimoni, ricevano ottanta colpi di frusta” (XXIV,4). Vi sono numerosi altri versetti che proibiscono un’ampia varietà di crimini e che stabiliscono le pene ad essi relative nel dettaglio, come nel caso dell’apostasia; in altri casi sono genericamente previste delle punizioni, come per la diffamazione e la frode. Si tratta quindi di reati proibiti dal Corano e di pene da esso sancite, funzioni queste proprie di un governo e non di una religione intesa alla maniera occidentale.

Chi dice che Maometto esorta alla liberazione degli schiavi trascura di dire che c’erano schiavi credenti (che Maometto in IV,92 invita a liberare) e che non di rado la liberazione era data a condizione della conversione all’Islam.

(Uda) Se l’Islam considerasse religione e stato come cose separate non avrebbe rivelato e applicato simili testi, rendendo così doveroso dar vita a un governo e a uno Stato che miri a dar loro adempimento e consideri questo come uno dei suoi compiti. Inoltre il Corano esige che gli affari delgoverno siano soggetti a consultazione. Dio infatti descrive i fedeli come coloro che: “delle loro faccende consultansi fra loro” (XLII, 38). Un sistema consultivo implica che ci siano un governo islamico e uno statoislamico: se l’Islam separasse la religione dallo Stato non si occuperebbe delle varie forme di governo.

(Uda) Inoltre il Corano esige che si governi con giustizia, conformemente a quanto l’Altissimo stesso ha rivelato: “Iddio vi comanda di restituire i depositi fiduciari agli aventi diritto e, quando giudicate fra gli uomini, digiudicare secondo giustizia” (IV, 58); “Giudica dunque fra il popolo secondo quanto Iddio ha rivelato” (V,49) e “Coloro che non giudicano con la Rivelazione di Dio, son quelli i negatori” (V,44). E’ fuor di dubbio che stabilire la giustizia sia una delle funzioni più importanti dello Stato e il Corano prescrive che lo Stato eserciti l’autorità in conformità alla rivelazione islamica. In più esso impone ai credenti di invitare gli altri a compiere il bene e di distoglierli dal male quando dice “Si formi da voi una nazione d’uomini che invitano al bene, che promuovono la giustizia e impediscono l’ingiustizia” (III,104)… Se dunque vi è l’obbligo che tra i musulmani vi siano individui o gruppi di persone che si incaricano di richiamare all’applicazione di quanto l’Islam ha prescritto, è necessario che lo Stato sia islamico, in caso contrario infatti quanto dice il Corano sarebbe vano, poiché esso unisce religione e Stato.

(Uda) Non fa distinzione tra i due né nei singoli brani né nel suo testo considerato complessivamente, questo infatti si occupa insieme di culto, di morale e di questioni temporali come dimostra il seguente versetto: “Dì: ‘Venite e vi reciterò io quello che il vostro signore vi ha proibito: cioè di non dargli alcun compagno, d’esser buoni con i vostri genitori, di non uccidere i vostri figli per paura della miseria (Noi provvederemo a voi e a loro!), di non accostarvi alle turpitudini sia esteriori che interiori, di non uccidere il vostro prossimo che Dio ha reso sacro, se non per giusta causa. Questo Egli vi ha prescritto, nella speranza che voi ragioniate’ ” (VI,151). In questo singolo verso  si proibiscono il politeismo, la disobbedienza ai genitori, l’omicidio, gli atti osceni in pubblico e in privato… come si può di fronte a questo sostenere una distinzione di campi? Il Corano esige che lo Stato fondi tutto ciò che riguarda sia la religione sia la vita terrena sulla base dei suoi insegnamenti.

Versetto contro l’aborto: “Dì: ‘Venite e vi reciterò io quello che il vostro signore vi ha proibito: cioè di non dargli alcun compagno, d’esser buoni con i vostri genitori, di non uccidere i vostri figli per paura della miseria (Noi provvederemo a voi e a loro!), di non accostarvi alle turpitudini sia esteriori che interiori, di non uccidere il vostro prossimo che Dio ha reso sacro, se non per giusta causa. Questo Egli vi ha prescritto, nella speranza che voi ragioniate’ ” (VI,151)

(Uda) “Quando noi li abbiamo stabiliti nel paese, osservano la Preghiera e pagano la Decima e invitano al Bene e sconsigliano il Male” (XXII,41): questa citazione prova al di là di ogni dubbio che lo Statoideale è quello che si occupa dell’adempimento della preghiera canonica, del versamento dell’elemosina, che esegue quanto Dio ordina e proibisce ciò che egli vieta. Esso prescrive chelo stato sia religioso e islamico e che nelle questioni di governo e in quelle politiche si basi sull’Islam.

(Uda) Nel Corano vi sono numerose prescrizioni che si occupano di ribellioni interne, contrasti internazionali, pace e guerra, trattati e transazioni, statuto personale ecc.

(Uda) Il Corano prescrive che sia imposto un tributo al ricco a beneficio del povero e istituisce un fondo pubblico per gli orfani, gli indigenti e i viandanti. Non lascia nulla di indeciso né negli affari temporali né in quelli relativi al credo e al culto, fondando i primi sulla base della religine e della morale e ricorrendo a queste ultime per dar solido fondamento  agli affari dello stato e guidare i governanti e i governati. Come si fa allora a sostenere che religione e stato non sono correlati nell’islam se in pratica una cosa sfocia nell’altra?

(Uda) Quei giovani giuristi ignorano che il Corano stabilisce che i detti e le azioni del Profeta costituiscono una regola vincolante per i musulmani e che quindi sono il fondamento di una legislazione alla quale si deve obbedienza e a cui occorre uniformarsi anche in mancanza di un brano coranico d’appoggio, poiché il Profeta non parlava di propria iniziativa e non diceva che quanto gli veniva dall’alto: “Di suo impulso non parla. No, ch’è rivelazione rivelata” (LIII,3,4). Vi sono infatti molti versetti che ingiungono di obbedire all’Inviato di Dio: “O voi che credete! Obbedite a Dio e al suo messaggero” (IV,59); “Chi obbedisce al Messaggero obbedisce a Dio” (IV,80); “Se veramente amate Dio, seguite me e Dio v’amerà” (III,31);  “Quel che vi darà il Messaggero, prendetelo, e quel che vi vieterà, astenetevene” (LIX,7); “Ma no! Per il tuo Signore! Essi non crederanno finché non ti avranno costituito  giudice delle loro discordie e allora non troveranno alcun imbarazzo ad accettare la tua decisione e a sottomettervisidi sottomissione piena” (IV,65) e “Voi avete, nel Messaggero di Dio, un esempio buono, per chiunque speri in Dio e nell’Ultimo Giorno e molto menzioni Iddio!” (XXXIII,21)

 

La sharia è invasiva, quasi totalitaria

Vedi l’elenco di Uda sulla onnipervasività dei precetti coranici

 

In teoria Halaf Allah può dire che i fatti e detti di Maometto sono quelli di un essere umano fallibile e che prenderli come legge accanto ai precetti coranici sarebbe idolatria; in pratica nessuno lo farebbe, perché vuol dire ammettere che Maometto non era guidato da Dio, non era l’uomo perfetto.

Gli stessi Vangeli sono costituiti da detti e fatti di un Profeta

 

Occorre capire l’implicazione di chiamare l’Occidente il Grande Satana: molti musilmani cercheranno di eliminare la civiltà occidentale in cui vivono, perché rappresenta un pericolo per l’anima del credente

 

Dal fatto che la legge islamica deve essere imposta (Uda) deriva un totale svilimento della libertà umana e dell’uomo

 

(Mawdudi) I musulmani che vogliono vivere  veramente come tali debbono obbedire a Dio in ogni aspetto della propria vita, piccolo o grande che sia, e rispettare la sua legge si aa livello individuale sia a livello sociale, perché l’Islam non può ammettere che si proclami a parole che Dio è il signore dell’universo per poi regolarsi in base a una legge che no né quella divina, essendo questa una contraddizione inaccettabile ed essendo scopo dell’Islam proprio quello di eliminare simili contraddizioni.

(Mawdudi) La richiesta di un governo islamico e di una costituzione islamica nasce dalla convinzione che se un musulmano non segue la legge divina, la sua adesione alla fede è vana e senza senso. Il Corano ne dà ampia conferma:

 

Mawdudi afferma che Iddio è colui che detiene il potere ed è quindi a lui che spetta per natura esercitarlo, così come sostiene che obbedire agli ordini di qualcun altroo accettare che altri esercitino come lui il potere sulla terra e sul creato è illegittimo ed empio. Chi governa infatti deve farlo in base alla legge divina e giudicando sulla scorta di essa, essendo egli solo un vicario e un rappresentante di Dio sulla Terra.

“O mio Dio! Padrone del Regno! Tu dai il regno a chi vuoi, esalti chi Tu vuoi, e strappi il regno a chi vuoi, esalti chi tu vuoi umilii chi tu vuoi” (III,26)

“Non si prese compagno del regno” (XVII,111)

“Il giudizio spetta a dio alto grande” (XL,12)

“Non è a lui che appartengono la creaione e l’ordine” (VII,54)

“L’impresa, ogni impresa è di Dio” (III,154)

 

In base a ciò l’uomo è privato deldiritto di legiferare, poiché egli è solo una creatura un suddito, un servitore il cui compito è essenzialmente quello di seguire quanto ha stabilito l’unico signore. L’Islam ha naturalmente concesso all’uomo di esercitare la deduzione, lo sforzo interpretativo e quanto ne consegue sul piano del diritto, a condizione che ciò avvenga nei limiti di quanto stailito da Dio. Inoltre ha riconosciuto ai credenti il dirittodi legiferare laddove non vi sia una norma esplicita da parte di Dio e del suo inviato, a patto che ciò sia fatto seguendo lo spirito della sharia e delmodello islamico, poiché se il legislatore ha taciuto su alcune questioni, significa che ha concesso ai credenti di decidere inproposito.

Chi si allontana dalla legge di Dio è idolatra, tiranno, usurpatore. “E non dite, parlando di certe cose, menzogne come: ‘Questo è lecito e questo è illecito’ “ (XVI,116); “Seguite quel che vi è stato rivelato dal vostro Signore e non seguite patroni diversi da lui” (VII,3); “Coloro che non giudicano con la rivelazione di dio sono quelli i negatori” (V,44); “Non hai visto coloro chepretendono di credere in quelche a te è stato rivelato e in ciò che è stato rivelatoprima di te, e che vogliono rimettersi al giudizio del Tagut (divinità preislamiche) mentre è stato loro ordinato di rinnegarli?” (IV,60)

 

Il governo giusto ed equo è quello che si basa sulla legge che Dio ha rivelato per mezzo dei suoi profeti e il suo nome è califfato

“Non mandammo alcun messaggero se non perché fosse, col pemesso di Dio, obbedito” (IV,64); “In verità noi ti abbiamo rivelato il libro apportatore di verità perché tu giudichi fra gli uomini secondo quanto iddio t’ha mostrato” (IV,105); “Giudica dunque fra il popolo secondo quanto iddio ha rivelato e non seguire i loro desideri, e bada che essi no ti aeducano e ti stornino da parte di ciò che dio t’ha rivelato!” (V,49); “Un giudizio pagano ecco quel ch’essi vogliono” (V,50); “O David! Noi t’abbiam costituito Vicario sulla terra, giudica dunque fra gli uomini secondo verità e non seguir la passione che ti travierebbe dalla via di dio” (XXXVIII,26)

 

Ogni atto compiuto da qualsiasi governo in base a una legislazione che non sia quella rivelata per mezzo deiprofeti delsignore e dio dell’universoè nullo e privo di valore. Indipendentemente dalle differenze formali che possono sussistere tra tali governi il loro potere è illegittimo: come potrebbe infatti essere diversamente se non è stato loro affidato dall’unico depositario dell’autorità? Il Corano considera invalido ciò che fanno simili governi, anche se i fedeli possono accettarli come un dato di fatto, indipendentemente dalla loro volontà e fuori dal loro controllo, ma non li riconoscono come un potere legittimo capace di risolvere i loro problemi. Essi infatti non hanno possibilità di obbedire ad altri che al loro vero signore: iddio né di ammettere sulla propria vita il dominio di nessun altro. Chi lo facesse si metterebbe al di fuori della comunità dei credenti, anche se continuasse a proclamarsi musulmano.

“Volete che vi diciamo chi son quei che più tristamente han perso l’opere suo? Son quelli il cui sforzo nella vita trrena fu traviato mentre essi pensavano di far lavoro perfetto – Son dessi coloro che irfiutarono i Segni del signore, negarono che l’avrebber mai incontrato, sé che l’opere loro son vanificate e non avremo bilancia a pesarli il dì del giudizio” (XVIII,103-105); “Son quelli gli ‘Ad (antico popolo menzionato dal Corano che avrebbe rifiutato la rivelazione portata dai messaggeri divini) che avevano repugnato ai segni del loro signore, s’eran ribellati ai suoi messaggeri, proni invece agli ordini di ogni tiranno protervo” (XI,59); “E mandammo ancora mosè, coi nostri segni e con potenza limpida – a Faraone e al suo conessso. Ma costoro seguirono gli ordini di Faraone, e gi ordini di Faraone non erano giusti” (XI,96-97); “Non obbedire a colui che abbiam reso pigro nel menzionarci e che segue il suo piacere e che agisce da insolente” (XVIII,28); “In verità il mio signore ha proibito le turpitudini, e quelle visibili e quelle intime e invisibili  e il peccato e il desiderio  ingiusto e di associare a Dio esseri che Dio non v’ha autorizzato ad associargli” (VII,33); “Quei che voi adorate in suo luogo non sono che nomi che voi e i padri vostri aveva inventato e dio non v’ha dato potere di farlo. Ma il giudizio non spetta che a Dio, che comanda che nessuno adoriate, ma lui” (XIII,40); “E chi si stacca dal messaggero di Dio, dopo che è apparsa limida al suo sguardo la retta via, e segue un sentiero diverso da quello dei credenti, noi gli volgeremo le spalle come egli le ha volte a noi e lo faremo bruciar nell’inferno: qual tristo andare!” (IV,115); “Dio non darà modo agli infedeli di prevalere sui credenti” (IV,141)

 

(Kohmeini) Né il profeta né Ali,principe dei credenti né gli altri imam avevano il potere assoluto di imporre il proprio modo di vedere. I detentori del potere sono vincolati  dall’insieme delle condizioni e delle leggi esposte nel Corano e nella Sunna e che si riassumono nel dovere di rispettare l’ordinamento islamico e di dare applicazoined ai suoi statuti e alle sue leggi.

(Khomeini) Tutto quanto si trova nel libro e nella sunna è vincolante per ogni musulmano.

(Khomeini) Il nobile profeta su scelto da dio come suo vicario sulla terra perché governasse equamente gli uomini ed essi non seguissero le loro passioni… In Islam governare significa seguire la legge e farla applicare.

(Khomeini) Dio ha ordinato di obbedire al profeta e a quanti altri detengono l’autorità: “Obbedite a Dio, al suo messaggero e a quelli di voi che detengono l’autorità” (IV,59). Nel regime islamico non c’è spazio per le opinioni e le passioni personali: il profeta, gli imam e tutti gli altri non fanno che seguire la volontà di Dio e la sua legge.

 

Il fatto che l’Occidente produce e inventa per tutti potrebbe avere un effetto negativo: esime i musulmani dal progredire ed emanciparsi culturalmente e scientificamente.

 

(al-Husri) La negazione dell’esistenza di una civiltà e di una vita intellettuale presso gli arabi prima dell’islam non è conforme a verità

(al-Husri) Finché esisterà il corano, tutti gli arabi saranno costretti a imparare la lingua araba, la lingua araba non si perderà e non si perderanno i legami tra gli arabi, malgrado durante il periodo di decadenza la lingua popolare e i dialetti locali hanno rischiato di far scomparire la lingua araba.

(al-Fasi) L’Islam ha indirizzato i suoi fedeli al sistema consultivo che li porta a considerare il proprio destino futuro in base alle varie esperienze fatte dall’umanità, a liberarsi dalle passioni, ad aderire alla verità, alla giustizia e a quanto la religione indica come il bene: “Accordatevi tra voi con gentilezza” (LXV,6)

(al-Fasi) “Iddio manderà all’inizio di ogni secolo qualcuno a rinnovare la religione di questa comunità” (“Parole del Profeta”)

(al-Fasi) (Islam uber alles) Il pensiero islamico vieta ai musulmani di ripiegarsi su se stessi, accettando lo stato di decadenza in cui si trovano, ma al contrario li spinge a usare ogni facoltà intellettiva e ad esplorare ogni conoscenza , ad accogliere la saggezza da qualsiasi parte venga e ad interessarsi di qualsiasi novità possa migliorare la loro condizione, togliendoli dall’isolamento nel quale si trovano e aiutandoli a confermare la loro missione immortale.

(Halid) Nel 1950 ritenevo che la religione è solo un insieme di indicazioni che ci guidano verso Dio e non una forza politica atta a governare i popoli costringendoli a seguire la retta via. Ritenevo che solo la forza della persuasione le convenise e che esa non avesse il diritto di condurre alla rettitudine e al premio celeste con alcun tipo di costrizione. Quando la religione si trasforma in teocrazia – dicevo – diventa un insopportabile fardello… Ma è errato e folle parlare di teocrazia per definire il sistema islamico, poiché questo termine ha storicamente indicato quelle entità clericali che la religione cristiana ha a lungo contribuito a consolidare e a imporre ai popoli… L’Islam non ha visto nulla del genere, neppure durante il “buio” medioevo.

(Halid) (parlando degli atti di violenza commessi dai fratelli musulmani in egitto) Mi chiedevo: se si comportano così mentre sono esclusi dal potere, cosa faranno quando l’avranno ottenuto?

(Halid) Oggi sono convinto che l’Islam sia insieme din (religione) e dawla (Stato). Pur non avendo avuto gli arabi precedenti in fatto di governo l’Islam aveva caratteristiche tali da consentire a loro di affrontare questo compito con successo. L’inviato di Dio comprese che la fondazione di uno stato islamico permanente faceva parte della sua missione profetica. Probabilmente lo riteneva inerente alla missione anche degli altri profeti e inviati, infatti gli era stato rivelato il versetto nel quale iddio, parlando  a davide dice: “O david! Noi ti abbiamo costituito vicario sulla terra, giudica dunque fra gli uomini secondo verità e non seguir la passione che ti travierebbe dalla via di Dio” (XXXVIII,26). Se dunque Iddio designò Davide come proprio vicario sulla terra affinché governasse e giudicasse secondo verità, non avrebbe dovuto essere anche maometto nello stesso tempo profeta e capo della comunità? L’Islam, in quanto sigillo delle religioni ed espressione massima dlele leggi rivelate non può realizzarsi se non gettando le basi di uno stato che ne porti a compimento le finalità.

(Halid) I musulmani sono concordi nel considerare necessario che lo stato islamico si fondi su quanto stabilito dalla rivelazione coranica, sugli orientamenti della sunna e sulla pratica dei primi califfi “ben diretti”. Anche se l’Islam attribuisce direttamente a Dio l’autorità, nella sua applicazione rappresenta un “patto sociale” che implica la fondazione di un potere che di tale patto mantenga gli impegni e vegli sulla sua esecuzione. Gli orientamenti, gli ordinamenti, le leggi e i costumi che occorrono all’esistenza sono presenti senza eccezione nell’Islam e si trovano nel santo Corano.

L’islam è nato come comunità e il Corano non può che contenere numerosissime norme per la comunità. Pertanto l’Islam ha avuto sempre una inclinazione teocratica superiore a quella del Cristianesimo.

(Lahbabi) Uno dei principali esponenti della cultura marocchina odierna nega ogni valore al rinascimento europeo: “un passo avanti e due indietro” (secondo lui era stato un disastroso ritorno tradizionalista all’antichità romana)

(Lahbabi) Il salafismo, a differenza del rinascimento, non rinnega il medioevo, non rigetta nulla delle acquisizioni culturali valide, islamiche e non: un ritorno al Corano e alla Sunna per purificare dogmi e leggi dalla superstizione, dal sufismo e dai loro derivati, quali la tendenza all’imitazione (taqlid) e lo spirito di parte. La salafiyya ricerca lo slancio originale e puro dell’islam, è un ritorno innovatore.

(Lahbabi) Il medioevo fu per i musulmani un’epoca di rinnovamento, una nuova giovinezza della civiltà. La salafiyya tende a tornare a quel medioevo, cioè a quello spirito diiniziativa di critica alla curiosità intellettuale e allo sforzo di ricerca che hanno caratterizzato la vita medievale musulmana. La salafiyya è sinonimo del ricorso all’igtihad, cioè all’opinione personale, alla libertà d’interpretazione e di speculazione in tutti i campi.

(Lahbabi) Anche la Salafiyya può essere vista soto due differenti aspetti. Innanzitutto è un movimento di purificazione,di ritorno alle origini per salvarsi dalla casuistica, dalle superstizioni e dal misticismo che l’Islam aveva raccolto nel corso della sua evoluzione attraverso i secoli; contemporaneamente si tratta di una lotta per la riapertura della porta dell’igtihad, lavoro attraverso il quale la salafiyya moderna si è messa a reinterpretare l’islam, attualizzandolo e adattandolo alle nuove situazioni createsi mdiane l’incontro con l’Occidente.

(Lahbabi) La Salafiyya ha conosciuto alcune manchevolezze sin dal suo sorgere. Ha pensato ai problemi religiosi senza tener conto del nuovo contesto in cui essi erano inseriti: l’industrializzazione, con gli inediti problemi psicologici e sociali che porta con sé lo sviluppo di nuove strutture nei centri operai… Non avendo precisato i rapporti tra riforma religiosa da una parte ed eviluzione socio-economica dall’altra, essi hanno ritenuto che il mondoislamico procedesse verso una certa stabilizzazione mentre si trovava in piena crisi, a causa dello shock prodotto dal confornto con il colonialismo e con l’industria.

(Lahbabi) Rasid Rida ha dato ai musulmani un’immagine dell’Islam di cui possono andare orgogliosi, ma dietro l’apologia  non c’è nessun valido apporto sul piano politico-sociale. In politica Rasid Rida si limita a evocare i vantaggi apportati dal califfato e a proporne la riorganizzazione. Così i sostenitori della salafiyya non hanno intaccato le strutture né ripensato i fondamenti dell’Islam nel contesto contemporaneo, né formulato sistematicamente la prolematica ad esso inerente.

(Shariati) Attualmente si può constatare che la maggioranza della nostra popolazione (iraniana) si raccolga intorno al vessillo che sta a guardia della tradizione – si chiami essa religione o nazione, morale o spiritualità, rapporti e opinioni diverse – nel momento in cui gli intellettuali dimostrano di aver accettato la vernice intellettualistica importata dall’Europa.

(Hasan Hanafi) L’islam rivoluzionario della rivoluzione di Khomeini è l’unica forma valida di Islam, come tale destinata al successo a differenza di altri tipi di Islam: a) conservatorismo religioso (non di rado sostiene i pasha grandi proprietari terrieri e poi “la sua visione del mondo è teocentrica ed è letteralista” (boh)); b) Il progressismo secolarista, come il marxismo (c’è una frattura con la tradizione popolare); c) il liberalismo nazionalista (deriva dal liberalismo occidentale e si fonda  su una base nazionale ove si combinano un moderato conservatorismo religioso e un limitato progressismo secolarista; per l’autore è troppo legato a ingerenze occidentali e capitalistiche; inoltre è una religione culturale d’elite); d) Le rivoluzioni militari (i militari eliminavano i partiti e poi avevano difficoltà a trovare contatto col popolo; erano in realtà movimenti capitalistici medio-borghesi)

(Hasan Hanafi) L’islam è la religione rivoluzionaria per eccellenza. Il tawhid un processo di unificazione futura in forza di un fatto avvenuto nel passato. Significa libertà di coscienza, rigetto della paura, fine dell’ipocrisia e della doppiezza. “Dio è grande” significa la distruzione del dispotismo (Hasan Hanafi accusa il conservatorismo religioso, il liberalismo nazionalista e le rivoluzioni militari di non aver abolito le distinzioni di classe e la mentalità capitalista). Tutti gli esseri umani e le nazioni sono uguali davanti al medesimo principio. Non ci sono discriminazioni di classe né di razza. La vocazione dell’uomo è quella di trasformare la parola di Dio, la rivelazione, in una struttura ideale del mondo. Il sublime e l’eterno sono davanti a noi, non sopra di noi: “avanti” e “indietro”, non “sopra” e “sotto” sono le dimensioni della vita. L’uomo rivoluzionario vive in una dimensione orizzontale, non verticale.

(Hasan Hanafi) L’Islam come agente della trasformazione del mondo non può che essere rivoluzionario. Il conservatorismo religioso sarà superato, malgrado costituisca una forza controrivoluzionaria nei regimi politici attuali. L’Islam non può essere solamente “oppio del popolo”, una forma di reazione, un agente di ritardo, senza essere anche il grido degli oppressi e lo spirito della rivolta. Il progressismo secolarista, cioè il marxismo tradizionale, ignora la propria tradizione classica e moderna. La religione può diventare una rivoluzione com’è l’Islam in Algeria o presso i neri d’America, com’è il buddhismo in Vietnam, il confucianesimo in Cina, il cattolicesimo in America latina, come lo è stato il protestantesimo  in Germania nelle guerre dei contadini nel XVI secolo, il culto cargo e i profeti bantu in Africa. L’islam non può restare la religione culturale dell’elite come fu nel liberalismo nazionalista, poiché è la religione del popolo. Né può restare una semplice giustificazione di regimi politici opposti, poiché rappresenta  un’ideologia autonoma e un tipo di regime politico indipendente. Così l’Islam rivoluzionario che trionfa in Iran e che sta nascendo nella sinistra islamica rappresenta una speranza per l’avvenire. C’è attesa per una teologia della rivoluzione che rappresenti il passaggio dalla teologia tradizionale a un’ideologia rivoluzionaria. E’ la sfida che attende teologi e rivoluzionari insieme.

(Muhammad ‘Ammara) Parla di specificità culturale rispetto alla civiltà contemporanea sostanzialmente materialista e originariamente europea, rappresentata indifferentemente sia dai paesi socialisti sia da quelli capitalisti, compresi quelli dell’Asia, come il Giappone.

(Muhammad ‘Ammara) Non c’è netta contrapposizione tra panislamismo e nazionalismo. L’islam è una religione conforme alla natura umana e se ognuno di noi  interroga se stesso trova nel suo intimo un legame con il villaggio in cui è nato più forte di quello che lo unisce al paese di cui è cittadino. Il legame con il nostro paese, a sua volta, è più forte di quello che abbiamo con la nazione araba e col mondo islamico nel suo complesso. Quest’ultimo infine è più forte di quello che ci lega a tutto il genere umano. Siamo dunque di fronte a cerchi concentrici di cui uno rimanda all’altro e tra cui non c’è contraddizione, a patto che ci si liberi da una concezione ristretta, faziosa e settaria, determinata da fattori etnici e particolaristici, estranei tanto all’islam quanto a una corretta interpretazione del nazionalismo. In questo senso io mi sento di patria egiziana, appartenente alla nazione araba, quindi musulmano e infine uomo. La mia devozione all’egitto e la mia lotta per la sua rinascita è la stessa che mi impegna per l’unità e il risorgomenti degli arabi. L’unità e la rinascita arabe sono la via che conduce alla realizzazione di una comunità islamica che stringa tutti i musulmani con vincoli di solidarietà e di cooperazione, come le parti di un unico corpo.

(Muhammad ‘Ammara) Il ritorno alle origini (Salafiyya) non è sempre un fenomeno sano. Occorre stabilire chi siano gli antichi a cui rifarsi: non tutti infatti sono validi. Il periodo mamelucco-ottomano è stato un’epoca di ristagno e decadenza. Per alcuni quello è il punto di riferimento, ma tornarvi sarebbe un’autentica catastrofe. Coloro che pensano di poter tornare alle origini nelle faccende temporali, incontinuo cambiamento ed evoluzione, sono degli illusi che sprecano le proprie energie e quelle della nazione, frenando il progresso e il corso della storia. Io penso invece che per quanto attiene ai valori permanenti della religione è necessario anzi indispenzabile riandare alle origini, cioè a prima che le aggiunte e i tagli operati su di esse deturpassero il nostro patrimonio religioso.

(Muhammad ‘Ammara) Il vessillo del “laicismo” è statoinnalzato in Europa con l’estromissione del potere della Chiesa dalle questioni politiche, poiché l’esperienza antica e recente di quel continente testimoniava quanto il potere religioso comprimesse le potenzialità della società, mentre da noi le cose stanno diversamente e si può affermare all’opposto che l’Islam non fornisce le basi di alcun potere religioso ma anzi – come dice Mohammed Abduh – lo nega e invita a rigettarlo e a distruggerlo alle radici. Se dunque il laicismo è stato in Europa una posizione antireligiosa, come l’ha definita la chiesa,  da noi esso è l’espressione autentica della posizione islamica circa questa questione. Mentre il cristianesimo ha pertanto combattuto il “laicismo” poiché gli era contrario, l’Islam è laico di per se stesso, negando ogni potere religioso che attribuisca agli uomini l’autorità che spetta invece a Dio e ai suoi invaiti. L’invito a separare religione e Stato è nato quindi in un ambiente avvezzo a una stretta uità fra i due. Ma questa non è mai stata la nostra condizione. Pertanto i termine “laicismo” non indica una realtà contraria alla nostra religione né una menomazione dell’Islam. Al contrario rappresenta il ritorno alla fede genuina, all’originale distinzione che essa opera in questo campo. D’altra parte la “separazione” tra religione e stato non può essere la posizione di chi comprende rettamente l’Islam. Essa va rigettata tanto quanto quella che propugna l’unità dei due termini. L’Islam considera quella del potere politico una questione civile e ne afferma l’origine umana, fondandola sui principi della consultazione, dell’elettività, del patto e dell’investitura, stabilendo il principio della delega al governante da parte della nazione di fronte alla quale questi è responsabile. Esso non concepisce però neppure la separazione tra religione e Stato poiché – come tutti riconoscono – stabilisce un gran numero di norme e fa cenno a molte questioni terrene rispetto alle quali prende posizione e chiede che individui e collettività agiscano nell’ambito di un certo numero di regole generali di vita sociale e di esortazioni divine che corrispondono  agli ideali definiti da Dio per il cammino degli uomini. Inoltre la separazione di religione e stato di per sé è difficilmente  concepibile e in pratica irrealizzabile, poiché la religione è istituzione divina che si realizza nel pensiero e nel comportamento umano, così come avviene – mutatis mutandis – per altri sistemi di pensiero nel campo dell’arte, della letteratura, della politica e della filosofia. Pertanto la formulazione che preferiamo e riteniamo la più adatta ad esprimere la posizione islamica riguardo a questa questione è la seguente: l’Islam nega che il potere politico sia di natura religiosa, cioè rifiuta l’unità di potere spirituale e temporale, ma non li separa, operando piuttosto una distinzione. Negare alla religione il ruolo di fattore influente sulla società, oltre che irrealizzabile, è concettualmente sbagliato. Nello stesso tempo il tentativo di dare un carattere religioso alla politica e al potere è qualcosa di estraneo allo spirito dell’Islam ad imitazione di altri i quali, quando hanno unito potere politico e religioso, hanno vissuto i periodi più oscuri della loro storia.

(Sadek Sellam) L’Islam, nel momento in cui ha preso coscienza del proprio ritardo, ha privilegiato le professioni tecniche. Occorre recuperare le scienze morali e le connesse (nell’Islam) scienze politiche, iniziando una seria riflessione sulla democrazia, su una diversa ripartizione della ricchezza, del sapere e del potere.

(Mahmud Muhammad Taha) Le opinioni di Mahmud Muhammad Taha sono state condannate da al-Azhar, dalla Lega islamica mondiale e dalle autorità religiose sudanesi.  Secondo lui l’Islam  non ha compiuto in modo completo la sua “prima missione”, ma è tutora una realtà dinamica tesa a una più piena e matura realizzazione. Gli ideali di portata universale che devono guidare questa evoluzione ancora in corso sono da rintracciare nello spirito e nei contenuti della prima predicaizone di Maometto alla Mecca: principi e indicazioni che sono stati successivamente messi tra parentesi per la necessità di dare ai primi fedeli una legislazione alla loro portata: essa ha quindi costituito un primo passo tutt’altro che definitivo verso la realizzazione dell’ideale islamico.

(Mahmud Muhammad Taha) Mentre il principio dell’unicità di Dio è in sé immutabile, benché il senso sia gradatamente variato con i differenti inviati, le disposizioni legali dei diversi profeti variano in base al livello delle loro rispettive comunità. Basterà ricordare l’evoluzione del diritto matrimoniale da Adamo a Maometto. Il matrimonio tra fratelli e sorelle era ammesso nella sharia islamica di Adamo, ma con muhammad quanto era permesso da quella fu proibito e l’interdizione fu estesa ad altri parenti meno prossimi. Se tale enorme differenza tra le due sharia è da attribuire al diverso livello raggiunto dalle comunità alle quali furono dettate, quale errore abominevole sarebbe pensare che la sharia islamica del VII secolo possa essere applicata utilmente fin nei dettagli nel XX secolo, vista l’immensa diversità che sussiste tra le due società… I musulmani sostengono che la sharia è una legislazione perfetta, e hanno ragione. Ma la sua perfezione risiede proprio nella sua capacità di evolversi e di integrare le forze vive degli individui e delle collettività orientando la loro esistenza sulla via di un progresso permanente  in funzione dellivello da essi raggiunto. Quando ci sentono fare questo discorso reagiscono dicendo: “La sharia è perfetta e non ha quindi bisogno di evolversi, poiché sono solo le cose mancanti che devono svilupparsi”. E’ invece esattamente il contrario: solo ciò che è perfetto sa evolversi. Sono i perfetti che hanno per ideale di modellarsi su Dio, il quale dice di sé: “Ogni giorno Ei lavora ad opera nuova” (LV,29). Così la perfezione della sharia sta nel fatto che essa è un organismo vivente che progredisce e si evolve così come fa la vita dirigendo il suo cammino, passo dopo passo, verso Dio.

(Fazlur Rahman) I temi prediletti del fondamentalismo islamico postmodernista e antioccidentale sono la condanna del prestito a interesse, della pianificazione familiare, dell’emancipazione femminile, il ripristino della zakat (elemosina legale) e così via. Tutte cose atte a distinguere meglio i musulmani dall’Occidente… Il suo modo di rifarsi al Corano non è stato altro che scegliere determinati problemi per mezzo dei quali riuscire a “distinguere” i musulmani dal resto del mondo e in particolare dall’Occidente. Esso ha spesso sostenuto che la cultura dei tradizionali ulema conservatori, invece di spingere i musulmani verso il corano li ha allontanati da esso. Tuttavia sono sciocchi e superficiali, non radicati nel Corano e nella cultura tradizionale, di cui non sanno nulla. Dato che non posseggono un serio spessore intellettuale si vantano del fatto che l’Islam è “molto semplice” e “chiaro”.

(Fazlur Rahman) Secondo questo autore le formulazioni storiche dell’islam – giuridica, teologica spirituale – non possono essere né ignorate né tralasciate, e questo in due sensi: a) se a questo punto della storia considerassimo il corano come se fosse stato appena rivelato non saremmo capaci neppure di capirlo, perché occorre che si dia alle sue enunciazioni di portata legale e sociale una collocazione storica; b) Occorre uno studio minuzioso della evoluzione delle discipline islamiche.

(Fazlur Rahman) Le nostre sensibilito alle varie parti del passato dell’Islam ovviamente differiscono sebbene esso sia generalment edivenuto per noi sacro quasi per intero. La più grande considerazione è attribuita ai hadith sebbene sia generalmente accettato che fatta eccezione per il Corano, tutto il resto è suscettibile all’azione corruttrice della storia. In verità una critica dei hadith non dovrebbe solorimuovere un grande blocco mentale, ma promuovere contemporaneamente unmodo nuovo di pensare all’Islam. Se un certo hadith è dimostrato come storicamente errato, non deve però necessariamente esere scartato, per il fatto che può contenere un buon principio, e un buon principio, indipendentemente da dove giunge, dovrebbe essere adottato.

(Husain Ahmad Amin) Benché anch’io mi auguri che la sharia torni a essere applicata, non penso che ciò sia facile quanto sembrano credere quanti lo reclamano.  Non si tratta infatti semplicemente di rimettereinvigore raccolte o codici di disposizioni legislative islamiche definitive, dettagliate e precise da parte di governi che le avrebbero a lungo ignorate. Opere di questo genere infatti non ne esistono. Tutto ciò che abbiamo, oltre al corano e alla sunna, non è che un ammasso di libri di fiqh (giurisprudenza islamica) composti dagli esperti delle quattro scuole giuridiche, di quelli della tendenza zahirita (scuola che riconosce valido solo il senso letterale (zahir)  del Corano e della Sunna) e degli sciiti. Molte delle disposizioni  raccolte in queste opere sono contraddittorie e inconciliabili, e non sono mai state fatte oggetto di un’opera di armonizzazione né di una selezione che desse loro una forma definitiva, alla quale si sia convenuto di attenersi. Suppongo che la sharia non dovrebbe essere passibile di modificarsi sulla scorta delle trasformazioni sociali, politiche ed economiche. Direi anzi che essa è l’insieme dei precetti che Iddio stesso ha stabilito per giudare ogni musulmano nel suo comportamento e nei rapporti col proprio creatore e con gli altri uomii per quanto concerne il culto, la famiglia, l’azione sociale e politica. Eppure mi trovo davanti a enormi opere di fiqh riguardanti precetti della sharia talmente esaustivi da stabilire quali strumenti musicali siano leciti e quali no, il modo di accoppiarsi; come svolgere gare di corsa o altre competizioni; la raffigurazione di esseri viventi, la maniera di vetirsi e di acconciarsi; il risarcimento da versre per l’uccisione di un cane; l’allattamento di un adulto; il ripudio dovuto a cattiva conoscenza della lingua araba; la responsabilità di chi abbia aceso un fuoco per cucinare e addormentatosi abbia provocato unincendio di cose appartenenti  ad altri; di chi abbia spezzato un osso a un morto; di chi calunni un altro sostenendo  che è figlio di suo zio o del secondo marito della madre o di uno straniero; il furto di vino o di un maiale di proprietà di un musulmano o di altri, eccetera. Questi e altri simili precetti fanno veramente parte della sharia? Sono vincolanti? E se sì, qual è il loro fondamento divino? Il numero delle disposizioni legali prescritte esplicitamente nel Corano e nei hadith universalmente ritenuti validi è estremamente scarso se paragonato a quelle contenute nei libri di fiqh. Nel Corano infatti non ci sono che un’ottantina di versetti d’argomento giuridico, come quelli relativi alle pene previsteper il furto e l’adulterio o concernenti il testamento e l’eredità. La maggior parte di questi versetti, inoltre, si limita a enunciare principi generali checonsentono interpretazioni e applicazioni differenti, passibili di essere adattati alle esigenze delle varie epoche e alle diverse circostanze. La Sunna autentica a sua volta siè limitata, sulla base dell’esempio e degli ordini del Profeta, a stabilire alcune norme relative alla guerra, alla politica e al culto (come il modo di compiere la preghiera) e ad introdurre delle rettifiche su base religiosa alle consuetudini relative allo statuto personale in vigore prima dell’Islam, conformemente alle mutate circostanze. Non è quindi corretto pretendere che il Corano e la Sunna abbiano stabilito norme dettagliate e precise su tutti gli aspetti della vita dei musulmani: è anzi più esatto dire che, durante la vita del Profeta, in molti campi si continuò ad attenersi al diritto consuetudinario dell’epoca preislamica. Le relazioni tra la sharia e il diritto consuetudinario non solo si perpetuarono, ma si svilupparono per influsso delle ampie conquiste, infatti i popoli dei territori conquistati influenzarono la sharia con i costumi invalsi presso le loropiù complesse civiltà. adducendo la motivazione che le semplici norme e i principi generali portati dagli arabi non erano sufficienti per organizzare i loro affari o che era difficile applicarli in condizioni differenti. L’innesto della sharia sulle consuetudini di questi popoli facilitò l’accettazione dell’Islam da parte loro, ma ne derivò pure una diersificazione deiprecetti della sharia da paese a paese, tanto che si può parlare di un Islam iracheno, di uno higiazeno, di uno siriano o egiziano, specie dopo che Abu hanifa (m. 767, fondatore della prima delle quattro  grandi scuole di diritto  sunnite la quale attribuisce valore anche alla valutazione personale (ra’y) del giurista)  in Iraq e Malim (m. 795, compilatore della più antica raccolta di detti el profeta è l secondo caposcuola deldiritto sunnita e si attiene alla consuetudine di Medina e al principio della pubblica utilità (maslaha)) a Medina avevano dichiarato lecito che il giurista, nell’attività legislativa, ricorresse al suo parere personale e che tenesse conto delle condizioni ambientali ogni qual volta mancasse un chiaro precetto coranico a cui attenersi o a cui rifarsi per analogia. Al-Safi (m. 820 sistematizzò il fiqh, definendone le quattro fonti: corano, sunna, consenso (jgma) e principio di analogia (quiyas)) rimise in questione questo stato di cose ritenendo che avrebbe condotto alla dissoluzione dell’Islam e alla disparità delle norme tra le diverse generazioni e le differenti località. Ad Abu Hanifa rimproverava l’accanimento nel ragionamento e il suo rifarsi allavalutazione personale e alla convenienza, mentre di Malik contestava il principio secondo cui  i musulmani avrebbero avuto il diritto di discostarsi da una norma stabilita dal Profeta quando alcune ocnsiderazioni giuridiche li spingessero a farlo o in presenza di un testo coranico che disponesse altrimenti. Al-Safi pose le norme dettate dalla sunna sullo stesso piano di quelle sancite dal Corano giungendo ad affermare che la Sunna come il Corano stesso, è di origine divina. Sarebbe essa quella che il Corano definisce “la Saggezza” nel versetto che dice: “E iddio ha rivelato a te il Libro e la Saggeza e t’ha insegnato quel che non sapevi” (IV,113). Ogni parola e ogni azione del Profeta, dopo che Idio l’aveva designato come tale e fino alla sua morte, sarebbe avvenuta sotto la guida di Dio stesso, sebbene il profeta non abbia preteso mai di essere infallibile, salvo quando dettava o recitava  il Corano, e nonostante il Corano stesso lo avesse richiamato su errori su cui era incorso. Al-Safi ritenne necessario pertanto che si raccogliessero i detti del Profeta e gli aneddoti su quanto egli aveva fatto per farne una seconda fonte della sharia e si spinse ancora più lontano accogliendo l’opinione di al-Saybani (m. 804, discepolo di Hanifa) secondo il quale è lecito che i precetti della Sunna  prevalgano su quelli del Corano. Tale posizione di al-Safi e dopo di lui di Ahmad ibn Hanbal (m. 855, capo dell’ultima e più rigida delle scuole giuridiche islamiche) si può sostenere adducendo il fatto che il Profeta era l’uomo che più di ogni altro comprendeva la volontà di Dio e quello in grado più di chiunque altro  di stabilire delle regole ad essa conformi. Senonché le conseguenze pratiche  di questo principio furono negative per la comunità islamica. Tenendoconto della molteplicità dei territori e dei popoli conquistati, delle differenze tra le loro culture e delle loro necessità quotidiane, come del peso di circostanze storiche in continuo mutamento, i musulmani presero coscienza che questo nuovo principio giuridico, specie dopo che esso era riuscito a imporsi alle altre scuole, compresa quella hanafita, avrebbe comportatounirrigidimento della sharia, un accrescimento  delle norme imperative, un restringimento dell’applicazione della valutazione personale e la privazione dei popoli della libertà di legiferare secondo le loro necessità, quella libertà che Abu Hanifa e Malik avevano accordato col solo limite di alcuni principi coranici. I popoli però trovano spesso mezzi efficaci per aggirare gli ostacolie le rigide disposizioni che governanti e giuristi  pongonon sul loro cammino. I musulmani, per aggirare l’ostacolo di questa seconda fonte del diritto, inventarono hadith nei quali inserirono quanto essi ritenevano adatto al progresso, attribuendoli poi al Profeta mediante una catena di trasmettitori creata a bella posta, redigendoli in uno stile vicino a quello del suo tempo e considerandoli poi validi  e vincolanti per ogni epoca e per ogni luogo. Quando appariva un’altra generazione, con nuove esigenze, produceva altri hadith nei quali tali esigenze, contrastanti con quelle delle generazioni precedenti, trovavano espressione e anche questi venivano attribuiti al Profeta e ritenuti validi e vincolanti universalmente. Senonché nel terzo secolo dell’egira, uomini superiori come al-Buhari, Muslim, Abu Da’ud, al-Tirmidi, al-Nasa’i e ibn Maga si dedicarono a selezionare i hadith ma lo fecero purtroppo sulla base dell’autenticità ella catena dei garanti e non sulla plausibilità del testo e ciò avvenne non senza provocare uno stato di confusione generalizzata in questo campo, un decadimento morale dei giuristi e delpopolo e pericolose trasformazioni che rischiarono di occultare gli insegnamenti autentici dell’Islam. Un altro mezzo efficace  a cui si ricorse fu quello delconsenso: cioè l’insieme delle dottrine e delle norme sulle quali in una determinata epoca vi era l’accordo tra gli esperti. I sostenitori di questo principio si basano sul hadith incui il profeta dice: “La mia Comunità non concorderà mai  su un errore”. Molti non ritengono autentico questo hadith, tanto più che  la storia ha ben dimostratoche lacomunità musulmana non riesce mai a mettersi d’accordo su niente, si tratti o no di un errore.

(Husain Ahmad Amin) Visto che stiamo parlando della campagna  finalizzata all’applicazione della sharia nella società contemporanea, devo far notare che, attenendosi al principio dle consenso, è avvenuto che quanto era considerato un’innovazione riprovevole inuna certa epoca è diventato un obbligo vincolante per i musulmani del periodo successivo, nonostante la precedente condanna. Così chi invita a reintrodurre la consuetudine dei primi credenti, tornando allo stato in cui erano le cose al tempo del Profeta, dei suoi compagni e seguaci finisce per essere un eretico! Un esempio è la festa della nascita del Profeta. Fino all’ottavo secolo dell’egira (14° dell’era cristiana) gliulema hanno sostenuto che essa era contraria alla sunna e la maggior parte di loro la proibì considerandola un’innovazione riprovevole. Eppure da quel tempo divenne una consuetudine profondamente radicata nella vita dei credenti e se oggi qualcuno vi si opponesse sarebbe preso di mira dagli uomini di religione che lo considererebbero un miscredente. Così pure in passato le preghiere rivolte ai santi o l’affermazione dell’impeccabilità del Profeta, rifiutate  un tempo, tramite il consenso sono oggi state accettate e hanno sostituito le consuetudini dei primi credenti. Se teniamo conto che la maggior parte delle norme della sharia ricevono il loro carattere imperativo dal principio del consenso, e che vi sono parti estremamente importanti della sharia – come quella sul califfato – che non hanno altro fondamento che il consenso, come possiamo pretendere un’obbedienza totale  a norme che variano nel tempo, stabilite da uomini dotati della nostra stessa capacità di riflettere, norme cheuna generazione ha considerato valide, che la generazione seguente ha rifiutato ritenendole eretiche e che una terza generazione è tornata a rispettare? Come possiamo dire che esse sono valide per ogni tempo e luogo e che i governi vi si devono attenere pena l’accusa di miscredenza e la minaccia di rovesciamento?

(Husain Ahmad Amin) Il fatto di trascurare le considerazioni storiche e il principio di evoluzione, l’incapacità di comprenderli e di farne uso è stato uno dei difetti del pensiero islamico e dell’immagine che i musulmani si son fatti della loro religione. E’ per questo  motivo che i musulmani restarono a lungo inconsapevoli del vero valore di ibn Haldun,l’unico pensatore islamico ad aver adottatoil principio di evoluzione. L’immagine che essi hanno delProfeta ad esempio non prevede che la sua personalità e il suo modo di pensare si siano evoluti dalla sua giovinezza alla sua morte e così pure la maggior parte di essi crede chele disposizoini della sharia quali si trovano nei libri di fiqh siano tali e quali a quanto sancito dal corano e dalla sunna, identiche a come le lasciò il Profeta alla sua morte. Chi invece studia la storia dell’Islam comprende che la sharia è un palazzo elevato, i cui piani sono stati costruiti uno dopo l’altro nel corso di lunghi secoli, da uomini simili a noi, in funzione dell’evoluzione della soceità e delle sue esigenze.

(Husain Ahmad Amin) Se i musulmani desiderano veramente  affrontare le sfide del tempo presente penso che sia ora che abbandonino questa concezione statica e semplicistica delle cose e che comprendano la realtà delle fasi attraverso le quali la sharia è stata edificata. Se non lo faranno, con tutta probabilità passeranno ancora lungo tempo a occuparsi di come portare la galabiyya (abito tipico dell’egitto simile a un lungo camicione), se sopra o sotto le caviglie, della necessità di mangiare e bere usando la mano destra, della liceità dell’acquisto di fotografie o chiedendosi se bere stando in piedi sia contrario  alla sunna, se convenga portare il bastone come espressione del proprio attaccamento all’Islam, di quali problemi comporti pregare vicino a una donna o le conseguenze in diritto di famiglia derivanti dal matrimonio con un ginn in forma umana o se infine mangiare seduti attorno a una tavola sia dimostrazione di scarso attaccamento alla Sunna e al Profeta. E tutto ciò mentre le altre nazioni si occupano di cose ben differenti e preferiscono agire che discutere.

Si ha l'impressione che gran parte della vita intellettuale dell’Islam viene spesa nella elaborazione di queste norme

(Muhammad Sa’id al-‘Asmawi) Il Corano non contiene un solo versetto che riguardi il potere politico o che ne definisca l’organizzazione, né esistono dettidel Profeta a questo proposito. Se ci fossero stati testi di questo genere, infatti, dopo la morte del Profeta o durante il governo dei primi quattro califfi ben diretti, i suoi compagni vi avrebbero fatto ricorso. Iddio invece, conoscendo i suoi fedeli e in forza della sua grande saggewwa, ha voluto lasciare che l’organizzazione del potere nell’Islam fosse una questione “civile” (derivante cioè dalla volontà popolare) e non religiosa.

(Muhammad Sa’id al-‘Asmawi) Di tutto quanto gli uomini compiono  sarò loro chiesto conto, benché il volere divino sia dietro a ogni cosa (“Ma se non vuole Iddio, non lo vorrete”: LXXVIII,30). Pensarla diveramente significa riconoscere alle azioni degli uomini un carattere di ingallibilità che l’Islam ha invece inteso abolire totalmente o privarli delle loro responsabilità, il che è decisamente  contrario al Corano (“E chi ha fatto un grano di bene lo vedrà – e chi ha fatto un grano di male lo vedrà”: XCIX,7-8).

(Muhammad Sa’id al-‘Asmawi) (citato da Lewis) La funzione principale del governo è quella di permettere all’individuo musulmano di condurre una buona vita musulmana. Questo, in ultima analisi, l’obiettivo dello Stato, il solo per cui fu stabilito da Dio, il solo in base al quale gli uomini di Stato sono rivestiti di autorità nei confronti degli altri.

(Muhammad Sa’id al-‘Asmawi) I responsi della giurisprudenza islamica – che sono confusi dalla maggior parte dei musulmani con la sharia stessa – sono pareri umani senza alcun carattere di sacro. Confonderli con la sharia significa  mischiare quanto è stato rivelato da Dio con quanto pensano  gli uomini e considerare i pareri ei giuristi e degli esegeti come disposizioni di origine divina o quasi rappresenta in danno per l’Islam.

(Muhammad Sa’id al-‘Asmawi) E’ un grave errore pretendere che  il governo determini la moralità pubblica, che imponga i buoni costumi e costringa a un determinato comportamento. Agli eccessi si deve conrapporre piuttosto il buon esempio, il richiamo e il comportamento esemplare offerto da ciascuno.

(‘Abd al-Magid Charfi) L’Islam condivide con ebraismo e cristianesimo la fede in un Dio unico, creatore del mondo e trascendente. Questa religione si oppone nettamente alle religioni cosmologiche del Medio Oriente antico e di altre parti delmondo. Tra l’altro implica una cesura netta tra mondo empirico, umano e mondo ultrasensibile delgi deie delle forze sacre che popolano l’universo e gli impediscono di ricadere nel caos. Il Dio dell’ebraismo è infatti trascendente e non potrebbe essere identificato conalcun fenomeno della natura, non ha moglie né figli e non c’è alcun pantheon intorno a lui… Questo dio trascendente è però innanzitutto il Dio di Israele, popolo di sua adozione. La sua univeralità è come attenuata  con l’elezione di israele e l’alleanza stretta con esso escludendo ogni altro popolo.

(‘Abd al-Magid Charfi) Anche il dio del cristianesimo è trascendente. E’ il dio della bibbia, di abramo, diisaco e di Giacobbe. Ma l’idea dell’incarnazione e il suo sviluppo teorico nella dottrina trinitaria rappresenta delle modificazioni significative rispetto alla radicalità della concezione ebraica della trascendenza. Nel cattolicesimo la glorificazione di Maria come mediatrice e dei santi che popolano l’universo della religione è un’ulteriore modificazione che non ritroviamo invece più nel protestantesimo. L’Islam, professando l’unicità di un Dio trascendente e universale, ha eliminato la maggior parte dei canali di mediazione col sacro. Spogliato degli accessori più potenti del sacro che sono i misteri, i miracoli e la magia, esso haper la prima volta nella storia rinviato l’uomo alla sua stessa responsabilità. La continuità tra visibile e invisibile, tra terra e cielo non è assicurata, per così dire, che dal tramite della parola di Dio di cui il Corano è la versione privilegiata, rivelata in linguaggio umano al profeta Muhammad.

 

I Fratelli Musulmani

(Halid) I fratelli musulmani durante gli anni quaranta, avevano raggiunto l’apice delle adesioni e della forza. SI stavano affermando specie tra i giovani, in modo  sorprendente e dall’associazione, giunta al massimo del successo, non sappiamo in che modo se dall’interno o dall’esterno derivò un’organizzazione segreta. Questo apparato si macchiò di crimini efferati e ricorse persino all’omicidio nella sua azione  di propaganda religiosa, quella propaganda che con la persuasione e il ragioamento aveva raggiunto risultati altrimenti insperabili permettendo al loro compianto leader Hasan al-Banna grazie all’affabilità e alla rettitudine che lo caratterizzavano, di parlare alle menti e ai cuori e di essere seguito docilmente da schiere di uomini semplici e di intellettuali. Quegli omicidi colpirono e spaventarono l’opinione pubblica. Io fui tra color che ne rimasero turbati fino a perdere il sonno. Mi chiedevo infatti: se si comportano così mentre sono esclusi dal potere, cosa faranno quando l’avranno ottenuto?

Hasan al-Banna (1906-1949) Egiziano, di modeste origini, ricevette un’educazione essenzialemnte incentrata sulla tradizione islamica e fin da ragazzo venne affiliato a una confraternita mistica. Preferì agli studi giuridici la carriera di insegnante, alla quale abbinò l’attività di animatore in associazioni di beneficenza e di predicatore del ritorno ai valori della religione che considerava minacciati dalle mode culturali importate dall’Occidente. Nel 1928 fondò il movimento dei fratelli musulmani, che divenne un’associazione a diffuzione nazinale e sviluppò ramificazioni anche in altri paesi islamici. Il movimento sostenne la causa della Palestina araba nel ’36 e durante la seconda guerra mondiale contestò la presenza britannica in egitto. Dopo la guerra il movimento appoggiò moti di piazza antigovernativi e fu sciolto nel 1948. Il provvedimento portò alla rottura totale tra le autorità e gli attivisti delmovimento uno dei quali attentò alla vita del primo ministro al-Nuqrasi uccidendolo. Nonostante i tentativi di ricomposizione dle conflitto la situazione non migliorò e l’anno successivo Hasan al-Banna morì durante uno scontro con le forze di polizia.

Sayyid Qutb (1906-1966) Massimo ideologo delmovimento dei fratelli musulmani in una delle fasi più critiche della sua storia. Egiziano, insegnante e studente di pedagogia negli USA, dove si accorse dell’inconciliabilità delle due culture e dell’inapplicabilità dei metodi scolastici americani. Nel 1952 con la rivoluzione di Nasser sembrò che i Fratelli potessero giocarvi un ruolo importante. Ma nel 1954, dopo il fallito attentato a Nasser, finì in carcere a vita. Liberato per controbilanciare i comunisti, nel 1965 fu nuovamente arrestato e giustiziato nel 1966. Il movimento dei fratelli ha in seguito intrapreso un percorso di riavvicinamento alle istituzioni.

‘Abd al-Qadir ‘Uda (m. 1954) Attentatore di Nasser. Accanto ai grandi nomi dei leader il movimento dei fratelli musulmani conta una folta schiera di pubblicisti e di divulgatori delle sue tesi che hanno contribuito al formarsi di una sterminata letteratura nella quale si trovano opere di diverso valore. Alcune di queste hanno incontrato un particolare favore da parte del pubblco e sono state  ampiamente diffuse anche il lingue straniere grazie allo zelo delle numerose associazioni di studentimusulmani presenti in diversi paesi del mondo.

Fu vice di Hasan al-Hudaybi,primo successore di al-Banna alla guida dei Fratelli

I Fratelli musulmani sono indicati come radicali (viene citato in nota un appello di al-Banna all’autosufficienza Coranica)

 

(al-Banna) Manifesto dei fratelli musulmani

Noi Fratelli Musulmani riteniamo che i precetti e gli insegnamenti universali dell’Islam contemplano tutto quanto concerne l’uomo in questomondo e nell’altro, e che quanti ritengono che tali insegnamenti riguardino solamente l’aspetto delculto o quello spirituale escludendo gli altri, sono in errore. L’islam è infatti fede e culto, patria e nazionalità, religione e stato, spiritualitàe azione, libro e spada.

I Fratelli Musulmani credono che la base s il sostegno degli insegnamenti islamici sianoil libro di Dio e la tradizione dle profeta. Se una nazione li prende come regole di vita non potrà smarrire la retta via. Molte teorie e scienze legate all’islam e che ne sono state influenzate portano il segno dei tempi che le hanno viste nascere e dei popoli che furono loro contemporanei. E’ per questo che bisogna attingere le leggi islamiche cui fare riferimento alla prima pura scaturigine. E’ importante comprendere l’Islam come l’hanno compreso i compagni del profeta e le ie generazioni che li seguirono. Dobbiamo attenerci a questi precetti divini e profetici per non scegliere una linea dicondotta diversa da quella fissata da Dio e non rendere la nostra epoca difforme da quella prospettiva essendo l’islam la religione di tutto il genere umano.

Parallelamente i fratelli musulmani credono chel’islam, in quanto religione universale, integrante tutti gli aspetti della vita di tutte le popolazioni e le nazioni, di tutte le epoche e di tutti i tempi, è troppo completo ed eccelso per essere esposto alla disperzione di questa vita, frutto delle banali contingenze terrene. L’Islam fornisce piuttosto i principi universali cui tali contingenze sono soggette e mostra agli uomini il modo pratico di applicarli, di camminare in linea con essi e di sorvegliare che ciò avvenga in modo corretto o almeno che a questo si tenda.

La dottrina dei fratelli musulmani ingloba tutte le concezioni riformiste. E’ perché i fratelli musulmani concepiscono l’islam come universale e totalizzante che la loro dottrina copre tutti gli aspetti delriformismo presenti nella nazione e in essa si ritrovano tutti gli elementi del pensiero riformista; ogniriformista sincero e fervente vi trova l’oggetto delle sue aspirazioni. Visi incontrano tutte le speranze di coloro cheamano il riformismo, che hanno conosciuto questa dottrina dei Fratelli Musulmani e che ne hanno compreso la portata.

(Sayyid Qutb) Dio voleva porre contemporamente le fondamente di una comunità, di un movimento e di una fede. Questo spiega come abbia impiegato 13 anni per completare la rivelazione: doveva formare gradualmente una comunità capace di incarnare tale fede.

(Sayyid Qutb) L’Islam è giunto a cambiare non solo le convinzioni e quindi il sistema di vita delgi uomini, ma anche il metodo di apportare tali cambiamenti al credo e, in forza di esso, alla vita pratica. Venuta per costruire una fede, ha edificato una comunità sviluppando in seguito un proprio sistema di pensiero commisurato al grado di evoluzione morale e materiale raggiunto.

(Sayyid Qutb) Vi sono alcuni, vittime di una mentalità disfattista, che scrivendo a proposito del tema della jihad e per difendere l’Islam dalle accuse che gli sono state rivolte, fanno confusione: è vero che queta religione vieta l’imposizione della fede con la forza ma è altrettanto vero che essa è tesa a distruggere quelle forze politiche e materiali che si frappongono tra essa e gli uomini,che sottomettono l’uomo all’uomo e che ostacolano l’adorazione di Dio. Si tratta di due principi indipendenti che non è possibile confondere. Eppure, in forza di tal modo di vedere e sentire, costoro tentano di ridurre il jihad a quella che oggi vien definita una “guerra difensiva” mentre si tratta di tutt’altra cosa rispetto ai conflitti cui siamo abituati, sia per quanto riguarda le sue cause sia per quel che si riferisce alla sua modalità. I motivi del jihad vanno ricercati nella natura stessa dell’Islam e nel suo ruolo nel mondo,nelle sue alte finalità stabilite da Dio e per la realizzazione delle quali Egli mandò il suo inviato e lo rese suggello dei profeti, essendo questi il portatore del messaggio definitivo. Questa religione è davvero un annuncio universale di liberazione dalla schiavitù imposta da altri uomini e dalle proprie passioni, la proclamazione che solo a Dio appartiene la sovranità e la signoria sul mondo. E’ questa una dichiarazione di guerra totale contro ogni potere umano, in qualsiasi forma si presenti e qualunque ordinamento adotti, un conflitto senza quartiere aperto ovunque siano degli uomini ad arrogarsi il potere, in una forma o nell’altra e dove quindi si pratichi in qualche modo l’idolatria. Ogni sistema in cui le decisioni finali sono demandate a esseri umani e nel quale le fonti di ogni autorità sono umane è infatti una forma di idolatria poiché essa designa alcuni come signori di altri al posto di Dio. L’Islam proclama che l’autorità usurpata  a Dio deve essere restituita a Lui e gli usurpatori – cioè coloro  che governano i base a leggi che stabiliscono essi stessi facendosi signori degli altri e riducendoli in schiavitù – devono essere scacciati. In breve significa distruggere il regno dell’uomo per edificare il regno di Dio sulla terra, secondo quanto afferma il Corano stesso: “Egli è Colui che è Dio in Cielo e Dio è ancor sulla terra” (XLIII,84); “Il giudizio non spetta che a Dio, che comanda che nessuno adoriate, ma Lui. Questa è la religione retta” (XII,40); “Dì: ‘O gente del lirbo! Venite a un accordo equo tra noi e voi, decidiamo cioè di non adorare che Dio e di non associare a Lui cosa alcuna, di non sceglierci fra di noi padrone alcuno che non sia Dio’. Se poi non accettano dite a loro: ‘Testimoniate almeno che noi ci siam dati tutti a Dio!’ “ (II, 64)

(Sayyd Qutb) L’instaurazione del regno di Dio sulla terra,l’abolizione del dominio dell’uomo, la sottrazione della sovranità agli usurpatori per restituirla a Dio, l’applicazione della legge divina e l’abolizione delle leggi umane non possono essere ottenuti solo attraverso la predicazione. Coloro che hanno usurpato l’autorità di Dio e opprimono le sue creature non crderano il loro potere semplicemente per effetto della predicazione; se così fosse, sarebbe stato molto semplice per gli inviati di Dio stabilire la fede sulla terra. La loro storia e le vicende si questa religione attraverso i secoli dimostrano piuttosto il contrario

(Sayyd Qutb) Chi dunque capisca la vera natura di questa religione che abbiamo qui esposto si renderà conto dell’assoluta necessità che il movimento islamico comprenda anche la lotta armata oltre all’impegno della predicazione, e che questa non è da intendersi come azione difensiva, nel senso specifico di “guerra di difesa”, come vorrebbero i disfattisti  che parlano sotto la spinta dei condizionamenti del presente o degli attacchi di qualche scaltro orientalista. Si tratta invece di un impeto e di uno slancio per la liberaizne dell’uomo su questa tertra, ricorrendo a tutti i mezzi adeguati e agli ultimiritrovati in ciascuna epoca. Se proprio vogliamo definire il jihad un movimento difensivo dobbiamo allora cambiare il significato di questa espressione e intenderla come “difesa dell’uomo” contro tutti quegli elementi che ne limitano la libertà e ne ostacolano la liberazione. Questi elementi assumono la forma tanto di convinzioni e concetti, quanto di sistemi politici basati su distinzioni economiche, razziali o di classe vienti al momento della comparsa dell’Islam e che in diverse forme ancora sussistono nell’attuale paganesimo (Gahiliyya). Dando alla parola “difesa” questo senso allargato possiamo avvicinarci ai veri moventi della diffusione dell’Islam attraverso il jihad e all’autentica natura di questa religione

 

I Fratelli Musulmani acquistano una maggiore influenza sul governo sudanese a partire dal 1977. Il regime del generale Nimeiri promulga nel 1983 un nuovo codice penale  conforme alla sharia. Muhammad Taha, che inizialmente aveva le simpatie del regime, ne diviene il principale critico e viene giustiziato nel 1985. Le lotte che dividono il paese hanno sicuramente trovatoin lui un capro espiatorio, ma è chiaro che questo tragico epilogo viene da lontano, se si pensa alle condanne del suo pensiero da parte di al-Azhar  nel 1972 , della lega islamica mondiale nel 1974 e delle autorità religiose sudanesi nel 1977.

 

Il Salafismo

Rasid Rida (1849-1905) è il fondatore del Salafismo

La scuola Salafiyya dal maestro Rasid Rida (1865-1935) orientata essenzialmente verso la difesa apologatica dell’Islam contro i suoi detrattori, la purificazione della religione da quelle pratiche e credenze di origine spuria che ne avevano alterato l’originalità e svilito la vitalità e volta alla ricerca di soluzioni islamiche ai grandi problemi che emergevano sul piano politico e sociale.

Il pensiero salafita, che si proponeva la riforma dei centri tradizionali del sapere religioso in vista di una riproposizione del messaggio islamico in termini rinnovati e più consoni alla nuova realtà, dapprima osteggiato, fu in seguito gradualmente accolto, divenendo la nuova dottrina ufficiale che privilegiava gli aspetti meno dirompenti della corrente riformista, quelli cioè rivolti alla restaurazione della tradizione, ritenuta inquinata e corrotta piuttosto che inadeguata e passibile di un radicale rinnovamento.

Rasid Rida inizia la scuola salafita, eliminando gli aspetti più dirompenti del pensiero di Muhammad Abduh, che voleva dimostrare che l’Islam non è incompatibile alla scienza e al progresso, e lasciando il posto alla graduale affermazione del riformismo (islah) quale nuova dottrina ufficiale. Lo sguardo si volgeva alla gloria dei secoli passati e soprattutto al periodo delle origini. Il tema del ritorno alle origini (Salaf si riferisce appunto alle prime generazioni di credenti) e dell’eliminazione delle influenze esterne che hanno alterato la primitiva purezza dell’Islam fu determinato da una volontà di affermazione della propria originalità e indipendenza culturale come forma di resistenza all’aggressione occidentale.

L’Islam, secondo Rashid Rida (fondatore del salafismo) ha eliminato il potere religioso, tipico ad esempio del cristianesimo sostituendolo con una comunità di eguali (ma Branca nota che è un retaggio beduino)

(Rasid Rida) Uno dei più grandi e nobili principi che abbia proclamato l’Islam è stata l’abolizione del potere religioso, la sua assoluta soppressione. La missione del Profeta fu quella di trasmettere la rivelaizone e di annunciarla – in nessun modo di essere un dominatore e un tiranno. Dio ha detto infatti: “Ammonisci, che un Ammonitore tu sei – non sei stato nominato loro sovrano!” (LXXXVIII,21-22). Dio non ha donato il potere supremo ad alcuna creatura su questa terra o nel cielo. La fede affranca il credente nei suoi rapporti con Dio, da ogni controllo che non sia quello di Dio stesso; essa lo eleva al disopra di ogni schiavitù che non sia l’obbedienza dovuta a Lui. Nessun nusulmano, qualunque dignità egli possa ricoprire nell’Islam, ha su un altro nusulmano, per quanto bassa sia la sua condizione, altri diritti se non quelli di consigliarlo e di guidarlo. Dio ha descritto gli eletti in questi termini: “Quelli che credono si invitano a gara alla pazienza e si invitano a gara alla pietà” (XC,17); “Si formi da voi una nazione d’uomini che invitano al bene e impediscono l’ingiustizia. Questi saranno i fortunati” (III,100).

(Rasid Rida) I musulmani si scambiano dunque buoni consigli e formano una comunità che esorta al bene. Essi stessi sono incaricati di sorvegliarla e di dirigerla sul retto cammino, qualora le accadesse di allontanarsene. Questa comunità non ha altra missione che l’apostolato, l’ammonimento, il richiamo e l’esortazione; ad essa solamente spetta il diritto di cercare le manchevolezze nascoste nel prossimo.

(Rasid Rida) Ogni musulmano ha il diritto di comprendere il Libro di Dio e la parola del suo Profeta direttamente dal Testo sacro e dalla Sunna, senza il ricorso ad alcun intermediario, antico o moderno. Tuttavia egli è prima tenuto ad assicurarsi i mezzi che lo porranno nelle condizioni  di comprendere: la conoscenza della lingua araba, della sua letteratura, del suo stile, la storia degli arabi, in particolare all’epoca del profeta, gli avvenimenti che si sono svolti al momento della Rivelazione, alcuni elementi della scienza dell’abrogante e dell’abrogato. Se il suo stato non gli consente di comprendere la verità direttamente da libro e dalla sunna, può allora ricorrere a delle persone competenti; può – anzi deve – chiedere a questi ultimi la prova che legittima l’obbligo che lgi si impone – domanda che può vertere su una questione dogmatica o sull’adempimento diuna qualunque azione. Non esiste, nell’Islam, quella che alcuni chiamano autorità spirituale.

(Rasid Rida) Ciononostante, pur essendo la legge chiara, un uomo, dominato dalle passioni, potrebbe non applicarla. La saggezza cheha presieduto all’instaurazione delle leggi non sarebbe completa senza un potere di coercizione che le faccia osservre, che possa, in tutta equità, fare eseguire le disposizioni giudiziarie e rispettare l’ordine. Questa autorità non può essere lasciata all’anarchia della massa: deve essere affidata a un solo uomo, e questi è il sultano o il califfo.

(Rasid Rida) Agli occhi dei musulmani il califfo non è una guida infallibile, non è il depositario della Rivelazione; egli non può arrogarsi il diritto esclusivo di commentare il Libro e la sunna; senza dubbio una delle condizioni che gli sono imposte è quella di essere un mugtahid, in altri termini egli deve conoscere la lingua araba e tutte le scienze che abbiamo enumerato, in modo da potere facilmente individuare nel Libro e nella Sunna le leggi che gli servono, essere in grado di distinguere da solo la verità dall’errore, e di fare rispettare quella giustizia che la religione e la comunità esigono.

(Rasid Rida) Tale è il suo stato. La religione non gli riconosce una capacità speciale nella comprensione del Libro e delle leggi; egli non gode di alcun privilegio. E’ paragonabile a tutti coloro che cercano la verità e che non si distinguono l’uno dall’altro che per la limpidezza della ragione e la rettitudine del giudizio. E’ ubbidito finché rimane sul retto cammino, finche sethe la via del Libro e della Suna;i musulmani lo sorvegliano strettamente, se si allontana dalla retta via ve lo riconducono, se vi fa ritorno lo aiutano con i loro consigli e le loro esortazioni. Siccome non è dovuta alucna obbedienza a una creatura che sir ibella a Dio, se il califfo nella sua condotta si allontana dal Libro e dalla Sunna, bisogna sostituirlo con un altro, a meno che la sostituzione non risulti più nociva che utile. E’ la Comunità o il suo rappresentante, a conferirgli l’investitura, essa ha pertanto la suprema sutorità su di lui e lo destituisce qualora ritenga che vi sia interesse a farlo. Il califfo è dunque da tutti i punti di vista un sovrano temporale.

(Rasid Rida) Se si è obiettivi, non si può confondere il califfo dei musulmani con quello che gli europei designano con ilnome di papa. Presso i cristiani è infatti solo il papa che riceve la legge di Dio e solo lui ha il diritto di promulgare le leggi, di esigere lobbedienza ti tutti in nome dell’unica fede, senza mubāya’a (omaggio o dichiarazione di fedeltà mediante la quale i maggioranti riconoscevano l’autorità del nuovo califfo, la cui carica in pratica ereditaria, formalmente è sempre stata elettiva) come esigerebbero la giustizia e la salvaguardia dei diritti individuali. Nessun credente ha diritto di opporsi al papa, anche qualora questi ritenesse che è un nemico di Dio e constatasse con i propri occhi che va contro le più consolidate leggi divine. Ogni azine e parola di questosovrano spirituale, in qulaunque modo si manifestino fanno parte della religione e della legge. Questo era il potere della chiesa nel medioevo e la chiesa non cessa a tutt’oggi di rivendicarlo nelle forme che abbiamo descritto.

(Rasid Rida) Una delle conseguenze della civiltà moderna è stata la separazione del potere spirituale da quello temporale. La Chiesa ha conservato l’autorità suprema sulle convinzioni e le azioni degli uomini nei loro rapporti con Dio e permane onnipotente per tale materia in cui stabilisce e abolisce, controlla e sorveglia, rifiuta o concede, lasciando invece al potere temporale la piena autorità quando si tratta  di sottomettere i rapporti sociali a una norma di diritto e di assicurare il mantenimento dell’ordine materiale di questo mondo. I cristiani affermano che questa distinzione è stata per loro una fonte di inestimabili benefici.

(Rasid Rida) Nelle critiche che gli indirizzano, i cristiani sembrano credere che l’islam esiga che il potere spirituale e quello temporale siano riuniti nello stesso titolare che agli occhi dei musulmani la missione del sultano sia di elaborare la religione, di promulgarne le leggi e di farle applicare e che egli possa usare la fede a suo piacimento per sottomettere il cuore o convincere la ragione: la mente e la coscienza dei suoi soggetti non sarebbero così che dei semplici strumenti nelle sue mani. Ne deducono che la religione assoggetta il musulmano al proprio sultano. Ora, poiché hanno potuto constatare che il loro capo spirituale è il nemico della scienza e l’apostolo dell’ignoranza, e poiché d’altra parte ammettono che l’islam pone come obbligo religioso l’obbedire al sultano, giungono alla conclusine che l’islam è irrimediabilmente ostile a qualsiasi spirito di tolleranza e a ogni tipo di ricerca scientifica. Come vedete si tratta di grossolani errori, lontani da una corretta comprensione di uno dei principi fondamentali dell’Islam. Non vi è nell’Islam alcun altro potere spirituale che quello che conferisce il dovere all’esortazione e all’apostolato. Questo potere Dio l’ha dato al più umile dei musulmani, per permettergli di avvicinare il maggiore tra essil, così come l’ha affidato al più potente perché lo applicasse al più umile dei suoi correligionari

(Rasid Rida) Si obietterà: “Questa autorità spirituale, se il califfo non ha davvero il diritto di disporne, non appartiene allora al cadi, al mufti e allo saih al-Islam?” Ecco la mia risposta: “L’islam non ha mai riconosciuto loro il minimo potere né in materia di dogma né in materia di legge. La loro non è che un’autorità temporale che è stata instaurata dalla legge stessa. Nessuo di loro è qualificato a interrogare qualcuno sulle sue convinzioni personali, sul culto che consacra Dio, o a contestare la concezione che se ne fa”

 

Lahbabi, uno dei principali esponenti della cultura marocchina odierna nega ogni valore al rinascimento europeo: “un passo avanti e due indietro” (secondo lui era stato un disastroso ritorno tradizionalista all’antichità romana)

(Lahbabi) Il salafismo, a differenza del rinascimento, non rinnega il medioevo, non rigetta nulla delle acquisizioni culturali valide, islamiche e non: un ritorno al Corano e alla Sunna per purificare dogmi e leggi dalla superstizione, dal sufismo e dai loro derivati, quali la tendenza all’imitazione (taqlid) e lo spirito di parte. La salafiyya ricerca lo slancio originale e puro dell’islam, è un ritorno innovatore.

(Lahbabi) Il medioevo fu per i musulmani un’epoca di rinnovamento, una nuova giovinezza della civiltà. La salafiyya tende a tornare a quel medioevo, cioè a quello spirito diiniziativa di critica alla curiosità intellettuale e allo sforzo di ricerca che hanno caratterizzato la vita medievale musulmana. La salafiyya è sinonimo del ricorso all’igtihad, cioè all’opinione personale, alla libertà d’interpretazione e di speculazione in tutti i campi.

(Lahbabi) Anche la Salafiyya può essere vista soto due differenti aspetti. Innanzitutto è un movimento di purificazione,di ritorno alle origini per salvarsi dalla casuistica, dalle superstizioni e dal misticismo che l’Islam aveva raccolto nel corso della sua evoluzione attraverso i secoli; contemporaneamente si tratta di una lotta per la riapertura della porta dell’igtihad, lavoro attraverso il quale la salafiyya moderna si è messa a reinterpretare l’islam, attualizzandolo e adattandolo alle nuove situazioni createsi mdiane l’incontro con l’Occidente.

(Lahbabi) La Salafiyya ha conosciuto alcune manchevolezze sin dal suo sorgere. Ha pensato ai problemi religiosi senza tener conto del nuovo contesto in cui essi erano inseriti: l’industrializzazione, con gli inediti problemi psicologici e sociali che porta con sé lo sviluppo di nuove strutture nei centri operai… Non avendo precisato i rapporti tra riforma religiosa da una parte ed eviluzione socio-economica dall’altra, essi hanno ritenuto che il mondoislamico procedesse verso una certa stabilizzazione mentre si trovava in piena crisi, a causa dello shock prodotto dal confornto con il colonialismo e con l’industria.

(Lahbabi) Rasid Rida ha dato ai musulmani un’immagine dell’Islam di cui possono andare orgogliosi, ma dietro l’apologia  non c’è nessun valido apporto sul piano politico-sociale. In politica Rasid Rida si limita a evocare i vantaggi apportati dal califfato e a proporne la riorganizzazione. Così i sostenitori della salafiyya non hanno intaccato le strutture né ripensato i fondamenti dell’Islam nel contesto contemporaneo, né formulato sistematicamente la problematica ad esso inerente.