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VAMPIRO TEMPORANEO

di Barbara Emrys

 

 

 

Avevamo superato la dimora di Anne Rice nel Garden Distric, dove una limousine parcheggiata sul davanti aveva suscitato entusiaste congetture andate poi deluse, e visitato, nel Quartiere Francese, i luoghi. degli omicidi compiuti da Lestat, Louis e Claudia. In uno di questi, era stata ricreata la scena in cui "Lestat" insidiava una giovane. Una donna con un abito del XIX secolo - così avremmo capito che non si trattava di un attacco reale ai danni di una turista - camminava lentamente lungo la strada, superando un lampione e addentrandosi in una zona più buia. Per due volte si guardava alle spalle, ma nella direzione sbagliata, perché noi avevamo notato il baluginio di un volto pallido dietro un angolo, dall' altra parte. Continuava a camminare, affrettando un po' il passo, ma appena oltrepassava il vicolo, il vampiro l'afferrava. "Lestat" la attirava a sé, coprendole la bocca con una mano, e la donna perdeva i sensi. Poi la scena s'incentrava sul pasto, forse per un intero minuto: il morso, le leccate, il sangue succhiato. C'era vernice rossa in abbondanza sulla camicetta della donna. Poi "Lestat" la lasciava cadere, inerte, a terra, e guardava dritto verso di noi, come se fosse ancora affamato. Appena il gruppo di spettatori cominciava a reagire, il vampiro sembrava svanire nel nulla. C'era come un turbinio di scintillante foschia prima che si spegnesse l'ultimo faretto.

Ho gradito questo tour della "New Orleans del vampiro" come un hougan apprezzerebbe una sosta presso un negozio voodoo e una escursione notturna alle paludi. Non conoscevo New Orleans, come tutto il Sud; molte escursioni serali avevano temi simili, e trovai le pagliacciate degli aficionados piuttosto divertenti.

 Ero riuscito a evitare le quattro donne single e anche la malinconica coppia di anziani, e mi ero tenuto vicino a una versione più giovane di questi ultimi, una coppia appena sposata, per la quale il tour era palesemente molto stimolante. Le continue occhiate che si scambiavano, e il costante contatto dei loro corpi, erano alimentati da una dolce perversione. Mi usavano come una distrazione che accresceva ulteriormente la tensione fra loro, e io, per così dire, mi crogiolavo nel loro calore.

Facemmo l'ultima sosta, al capolinea, Jackson Square. I mimi che si erano esibiti durante il giorno erano andati via da tempo, ma una aveva illuminato le proprie pose con delle torce, di quelle che si usano per le verande quando pioviggina. Le luci intermittenti la mostravano in piedi su una piccola pedana rivestita in raso rosso cremisi, ma lei era vestita, naturalmente, di nero. Un abito con morbidi drappeggi, nero come il fumo. Gli splendidi capelli ricadevano sul nero del vestito come oro liquido. Probabilmente era troppo graziosa per mimare un vampiro, ma l'effetto era formidabile. Si notavano prima i capelli d'oro, poi la bocca rosso cupo e i lunghi canini.

Non realizzai subito che era una delle attrazioni del tour.

Le sue "zanne" sembravano così reali che doveva trattarsi di protesi molto costose. Le lunghe braccia diafane si sollevarono lentamente, languidamente, e si tesero verso l'intero gruppo, e poi verso ciascuno di noi. I suoi occhi guardavano tutti, e nessuno in particolare. Quando lasciammo cadere delle monetine, si accovacciò a terra e tirò indietro le labbra. li giovane marito accanto a me ansimò, visibilmente estasiato.

Ci sono mimi che sostanzialmente fanno i buffoni, e mimi che accentuano la realtà. Per la prima volta quella sera, persino in questa città infestata di fantasmi, quella donna riuscì a rendere reale un non morto.

A parte me: nel mio caso non sarebbe stato un mimo. Eppure, mentre la osservavo assumere pose su pose, crudeli e voluttuose, mi parve che soltanto noi sapessimo, e che tiutti gli altri fossero ignari.

Ormai il nostro piccolo gruppo si era sciolto: le due coppie in direzione del letto, le donne single in giro per locali. Nessuno si era più interessato al mimo, passata l'eccitazione del momento. Avevano lanciato spiccioli e qualche banconota, e poi se ne erano andati. Tuttavia, altri si erano radunati intorno, soprattutto uomini, soli o con un amico, per i quali la ragazza ripeté il suo numero con la stessa spudoratezza di una spogliarellista, per guadagnarsi quei pochi spiccioli che cadevano nella cassetta.

Ed eccola perfettamente calata nel personaggio. Lo trovai sconvolgente, e restai a osservarla da breve distanza finché non si liberò del ruolo del vampiro e scese dalla pedana. Si gettò un mantello corto sulle spalle e si legò i capelli, poi infilò le monete nella borsetta. Forse aveva nascosto i denti nel palmo della mano; non riuscii a capirlo.

Quella trasformazione fu sufficiente perché l'ultimo degli spettatori si allontanasse. La ragazza mi lanciò un'occhiata e, notai con divertimento, non mi considerò una minaccia. Si avviò in fretta verso Canal e, da lontano, vidi che montava su una macchina che aveva accostato lungo la strada. Udii il rombo del motore e la vettura si allontanò.

Continuai a camminare, ma svoltai per attraversare il mercato francese, verso il Café du Monde, dove presi un piccolo assaggio di caffè di cicoria e zucchero semolato, riconsiderando quel che avevo appena visto. E mi augurai che sarebbe ricomparsa la sera successiva.

E io? lo sono l'uomo in fondo al bar, seduto contro il muro, che vi osserva. Nella penombra della luce fioca, noti soltanto la giacca di pelle di buon taglio e le mie caratteristiche ciocche argentee. O altrimenti sono quel lupo solitario che passeggia lungo Bourbon Street osservando la sfilata dei passanti, ma senza sentirsene parte. Le mani in tasca, le spalle rilassate, magari mi muovo al ritmo della musica che aleggia per le strade dei locali. Forse incontri il mio sguardo e mi sorridi, e io ti restituisco il sorriso e proseguo. O magari mi fermo {f ti offro un daiquiri ghiacciato in un bicchiere di plastica, e ci addentriamo insieme nell'oscurità. E il mattino dopo avrai un livido sulla gola, o sul polso o nell'incavo del braccio, proprio come quando doni il sangue. Non ti ricorderaidi me e giurerai di non bere più in quel modo. Anch'io l'avevo giurato.

Una volta avevo una cosiddetta famiglia fra i vivi, che conosceva la mia natura e non aveva paura di me, ma è stato tanto tempo fa. Un tempo non ero solo nelle mie passeggiate senza meta, ma anche lui, il mio simile Aubrey, è andato via. Sono venuto qui come chi cerca una casa di riposo o si è trasferito per lavoro. Vado in giro e penso: questo luogo fa per me? Non ne ero sicuro finché non vidi il mimo vampiro.

La sera dopo giunsi in anticipo per vederla arrivare e prepararsi. Le torce erano già sul posto, come la pedana e la cassetta delle offerte. Forse erano fomite dall'organizzazione del tour. Ma fu lei a stendere il drappo di raso, poi si tolse il mantello e lasciò cadere qualche moneta nella cassetta. Feci il giro della piazza. Non c'era ancora nessuna macchina in attesa. Probabilmente sarebbe passata più tardi. Quando tornai indietro, la vidi che fissava l'oscurità che io avevo appena attraversato. Mentre aveva lo sguardo fisso, il linguaggio del corpo cambiò, non più fermo e risoluto, ma agile e sinistro. Possibile, mi domandai, che fosse un vampiro?

Appena iniziò lo spettacolo, mi feci largo in mezzo al gruppo di spettatori per lasciar cadere una banconota. Annusai il suo profumo, un odore intenso e speziato, e il suo sudore. Era viva. Era superba. Manteneva ogni posizione con l'immobilità di una statua, senza alcuna visibile tensione muscolare, poi la cambiava dopo che era stata fatta un' offerta. Ma nessuna era ripetitiva o artificiale. Se non aveva imparato da autodidatta, e certamente non dai film, forse aveva imparato da ... una specie di mentore?

La gente arrivava, guardava, pagava e se ne andava. La ragazza doveva avermi notato.jna non lo fece capire in alcun modo; mi allontanai prima che avesse terminato il numero, per aggirarmi irrequieto nella notte afosa, fra le strade ancora affollate. Alla fine mi nutrii da uno talmente ubriaco che qualsiasi ricordo del giorno dopo gli sarà sembrato pura fantasia. Quando mi coricai, al mattino, fu il suo viso, incorniciato da capelli biondi come l'oro, a riempire la mia mente. La volevo. Volevo che facesse parte della mia vita. Era giovane e interessante. Se non aveva un mentore ... magari ne voleva uno?

I vivi parlano di più di una vita nello stesso corpo, un concetto che non avevo mai compreso finché non sono stato ... "trasformato", credo si dica così nel gergo odierno. Ma la mia esistenza adesso è proprio così, C'è stata la mia vita giovanile, la mia vita adulta, e poi le mie vite successive: i miei primi anni all'insegna della sregolatezza fra gli immigranti di Boston; i miei anni più sobri nel Massachusetts, in cui mi sono immedesimato molto nel personaggio storico della regione, con il suo senso di colpa e la sete di sangue; i miei anni in famiglia a Chicago, insieme ad altri personaggi particolari, viventi e no; gli anni goliardici del mio grand tour. Adesso ci sono solo anni di solitario vagabondare senza meta, con l'impersonale intimità rubata per nutrirmi e l'illusione, a volte, di un' amicizia che è in realtà una conoscenza effimera. Quante vite vivrò in questo corpo?, mi chiedo. Questo è un nuovo inizio?

Ucii dal mio grande hotel (servizio in camera serale su richiesta), e m'incamminai lentamente in direzione di Jackson Square sotto una pioggerella nebbiosa. Era improbabile che avrebbe eseguito il suo numero quella sera. Trovai la libreria Pirate's Alley ancora aperta per vendere Faulkner, Chopin e anche la Rice. Presi in mano uno dei suoi romanzi, chiedendomi se fosse stato la fonte ispiratrice per il mimo. Non sono mai riuscito a leggere Faulkner, ma se vivessi a New Orleans, forse arriverei a comprenderlo. M'imbattei in Hawthorne, che è più affine ai miei gusti, e con il quale una volta ebbi una discussione sul peccato originale. Non c'è nulla in quel concetto che giustifichi la mia condizione. Non ci sono coinvolti serpenti, né cadute dalla grazia di Dio. Non sono stato neanche ucciso nel senso proprio del termine, né - almeno dopo aver compreso la mia condizione - ho fatto altro che rubare sangue. Ma allora avevo un mentore.

La pioggia era cessata e il cielo si era in parte rasserenato. A una certa distanza, vidi avvicinarsi il mimo. Aveva i capelli coperti dal cappuccio della mantella, e un uomo procedeva accanto a lei, portando la pedana e le torce. Anche lui, mi resi conto quando furono più vicini, era vivo, la pelle scura come il cielo. Sistemò la pedana e accese le torce. Quando se ne andò, lo seguii, ma mi condusse soltanto alla stessa berlina su cui era salita la ragazza. Partì prima che potessi trovare un taxi, ma ne prenotai uno per quando fosse finito il numero.

Quella sera, attraversando la piazza alle spalle del mimo, notai il pubblico. Come nelle sere precedenti, si erano radunati uomini e alcune coppie. Mi fermai nell'ombra dietro di lei e osservai i loro volti. Libidine, come avevo previsto, e un brivido perverso. Persino le donne presenti, che forse avrebbero voluto essere lei, desideravano l'amante vampiro. Solo un volto in mezzo agli altri non ardeva di desiderio. Un uomo ordinario, capelli castani e incarnato pallido, abiti normali, la fissava come un predatore. Pensai che fosse stato lì anche la prima sera, ma non ne ero sicuro.

 Anche lui non era un vampiro. Le luci si riflettevano sul suo volto sudato, e quando mi avvicinai fiutai odore di alcool. Mi unii al piccolo gruppo e rivolsi lo sguardo verso di lei: la sua posa era leggermente imprecisa, rigida e un po' forzata. Anche la ragazza aveva notato quell'uomo e sembrava preoccupata. E per quanto fossi anch'io preoccupato, provai un senso di euforia. Meglio di chiunque altro, persino meglio del suo autista (o amico, compagno, amante), potevo proteggerla da quell'estraneo.

La gente arrivava e se ne andava. Pochi soldi, quella sera. Il cacciatore si avvicinò sin quasi a sfiorarla, porgendole un abanbconota piegata come se fosse una ballerina di lap dance. Assunse una posizione di attacco, i mirabili canini scoperti, le unghie pronte a graffiare. L'uomo rise, ma fece un passo indietro; mi accostai a lui e gli premetti una punta aguzza contro il fianco.

"Vieni con me", mormorai, e lo trascinai via.

Il mimo forzò la propria posizione quanto bastò per vederci imboccare una strada poco illuminata. Quando ci fummo allontanati, l'uomo si girò per lottare con me e io lo morsi senza indugio, prendendo sangue sufficiente a lasciarlo privo di conoscenza. Presi anche il suo portafoglio, per precauzione.

Il tempo di ripulirmi il viso e le mani, e di coprire il davanti della camicia, e la ragazza era già sparita. La pedana vuota, le torce spente, come se non fosse mai stata lì. La consueta desolazione mi avvolse.

Letitia Condit, 22 anni, stava compiendo un passo decisivo. A dire il vero, il primo passo era stato andare al college, anche se la sua famiglia, che non aveva un soldo, non ne capì la ragione. Nel corso dell'anno si era specializzata in teatro, e aveva tirato avanti con borse di studio e lavori part-time, e durante l'estate, oltre a un lavoro a tempo pieno, era andata a frequentare quel che gli studenti definivano 1"'Università del silenzio": la scuola di mimo.

La mamma aveva pensato che forse avrebbe potuto eseguire un piccolo, grazioso numero alla fiera, almeno finché non avesse avuto bambini, o magari fare il clown alle feste di compleanno. Il papà non aveva la minima idea di quel che stesse facendo la figlia. Adesso che si era diplomata, era tempo di compiere il passo successivo, vale a dire l'esperienza professionale. Aveva sempre intuito che la scelta migliore per lei fosse interpretare personaggi, ma i ruoli per le donne mimo erano limitati. Aveva evitato i ruoli sexy come Lady Godiva («ma tu hai i capelli adatti per quella parte», diceva il suo insegnante) o qualsiasi altro ruolo che non fosse dignitoso.

Aveva creato una perfetta Regina Vergine come progetto finale, e l'aveva rappresentata tre volte, una a scuola e due volte nel quartiere. Dopo ogni offerta faceva gesti regali e un cinico sorriso, e nessuna attrice li aveva mai eseguiti meglio di lei. Ma mentre era concentrata sul personaggio, aveva sentito il pubblico, quale che fosse, domandarsi chi stesse interpretando, e azzardare ipotesi in tutto o in parte errate: «Forse è la regina ... Elisabetta? O Anna Bolena?». Uno addirittura disse: «No, credo sia il Papa».

Le venne chiesto di elaborare un personaggio più sexy, ma non erotico in sé e per sé, e così la ragazza aveva studiato il quartiere e i suoi abitanti. E le era venuto in mente il vampiro. L'implicazione sessuale c'era, ma dipendeva da lei, e questo le piaceva. E l'agenzia che organizzava il tour l'aveva ingaggiata per il numero a chiusura dell' escursione. A loro non interessava se lei avesse proseguito lo spettacolo una volta che il gruppo si fosse sciolto. Le avevano anche fornito le torce e la pedana, e lei chiamava Kip dal cellulare quando era pronta per andarsene. Kip era una guida turistica, uomo fin troppo religioso per apprezzare il suo personaggio, ma le offriva un fidato sostegno.

Era grazie a lui, in effetti, che non doveva preoccuparsi di affrontare uomini disgustosi o ubriachi, e poteva andarsene sicura con circa cento dollari a sera, oltre a quel che le pagava l'agenzia. Si stava guadagnando da vivere con la propria arte, e questo la appagava più di qualsiasi cosa avesse mai fatto. Pazienza se Kevin, quell'idiota, l'aveva lasciata per questo. Cosa aveva mai trovato in Kevin? Be', se la cavava bene a letto. Ma lei si esibiva comunque meglio con il letto vuoto, anche se dopo si ritrovava da sola, nel suo minuscolo appartamento.

Alcune notti era troppo agitata per prendere sonno, e ne approfittava per fare progetti, perché quel lavoro sarebbe finito con l'estate. Quando arrivarono le piogge, dovette rimettere le carte in tavola. Avrebbe potuto esibirsi in qualche bar, ma il numero rischiava di perdere originalità. Aveva parlato con il direttore di uno dei locali che più si prestavano al suo numero, ma anche lui le aveva proposto di togliersi qualche indumento nel corso dell' esibizione.

Alcune sere andava a passeggiare nel Garden District. Si dirigeva sempre verso la St Charles e la casa di Anne Rice come se fosse una sorta di portafortuna, e il suo un gesto di solidarietà con il vampiro. Erano creature solitarie, reiette, alcune delle quali non avevano scelto il proprio destino. Metteva tutto questo nella sua rappresentazione mimica. Ed era Proprio lì che aveva visto per la prima volta quel tipo, che nella propria mente aveva chiamato "il Conte".

Era scivolato fuori dall' ombra di un albero alla luce dei lampioni e della luna, con la stessa fluidità di un fantasma. Per un istante pensò di aver visto uno spettro - il cimitero Lafayette era solo a pochi isolati di distanza. Si era ritirata nell' ombra, anche se era convinta che lui sapesse che era n, sebbene non avesse mai guardato nella sua direzione. Era rimasto a contemplare la dimora della Rice come se stesse memorizzando un'immagine personale. Era ancora immobile, quando si riversò in strada il solito carico di giovani ubriachi, e improvvisarono quelle che a loro parvero pose da vampiro, cominciando a fotografarsi l'un l'altro con il cellulare e ridendo in modo in controllabile. A quel punto, l'uomo sembrò aver finito, girò sui tacchi e si diresse verso i binari del tram con una veloce andatura umana.

Indossava abiti comuni: una giacca scura sopra una maglietta, e pantaloni scuri. Sembrava... irlandese, in effetti, con quel viso scarno, l'aria mesta, come un'affascinante, tragica maschera. Sembrava... infelice. Un'ombra di stanchezza, un accenno di noia e, soprattutto, la perdita di ogni speranza, di ogni scopo. Un volto che non voleva cedere, su un uomo che l'aveva già fatto. Lettie si riteneva un'acuta osservatrice, come devono essere i mimi. Per questa sua capacità di intuizione, per il luogo e l'atmosfera notturna, e per l'alone di mistero che circondava quell'uomo, Lettie lo considerò un autentico vampiro. Il Conte. Alcune sere la sua immagine aveva ispirato il suo numero.

E ora era apparso in mezzo al suo pubblico. In realtà, la ragazza era rimasta delusa nel vedere quell'uomo esile ed elegante partecipare a un tour sui vampiri. Quasi delusa che la stesse osservando. E quando riapparve fra gli spettatori, pensò che fosse soltanto un altro di quei tipi che guardavano con concupiscenza il suo seno, senza interessarsi alla sua arte. Ma continuava ad avvertire qualcosa di particolare in lui. Forse era solo la sua immaginazione, ma l'interesse che dimostrava sembrava personale. Più uno scopritore di talenti che un rubacuori. Era interessato a lei. Doveva ritenersi fortunata.

Quella sera, tuttavia, il tipo che lei definiva il "cacciatore in agguato" era tornato. Lettie si era confrontata con altre ragazze mimo sul fatto di attirare l'attenzione e su come gestirla. Per questo aveva insistito perché Kip venisse a prenderla in macchina, cosa che il giovane si era totalmente seccato di fare, ma ne comprendeva bene il motivo. Alla fine dello spettacolo, Lettie era tesa e allo stesso tempo distratta. E quel tipo, poi: gli leggeva in faccia che la considerava una sua proprietà. La settimana prima si era fatto vedere, poi Lettie aveva creduto che avesse rinunciato, invece quella sera era di nuovo lì. Mise tutta la propria rabbia nelle pose, e quel tipo neanche se ne accorse. Si era avvicinato a pochi centimetri dal suo viso. cercando di interrompere il suo numero e di trasformarla in una delle tante donne affamate di soldi...

 ... e il Conte lo aveva afferrato, gli aveva detto qualcosa e lo aveva trascinato via. Nessuno dei due era ritornato. Lettie si esibì nell'ultima posa e scese dalla pedana. Rovesciò il denaro nella borsa, se la mise a tracolla, si avvolse nella mantella e si avviò nella direzione in cui erano scomparsi i due uomini.

Non c'era nessuno. Guardò nei vicoli e nelle traverse. Nessuna traccia dei due. Stava per digitare in fretta il numero di Kip, quando scorse alla propria sinistra un corpo appoggiato allo stipite di un portone. Si avvicinò con circospezione, ma la figura non si mosse. Era quell'idiota, quello che le stava alle costole, privo di sensi. C'era del sangue sul collo e sulla camicia. Allungò un dito e lo toccò. Linfa viscosa. A quel contatto, senti gelarsi il sangue nelle vene. Si rialzò e si allontanò in fretta, in direzione della piazza, delle luci.

La pedana, le torce, erano ancora lì, come se niente fosse accaduto.

Chiamò Kip, che, la rassicurò, era già per strada. Si avviò verso il lato meglio illuminato della piazza, attraverso una nebbia leggera che sapeva di birra e di acqua di mare, in direzione del fiume. Rabbrividì una volta in macchina, troppo immersa in congetture per notare il taxi che la seguiva. Si chiuse a chiave nell' appartamento; non era certo la sera adatta per passeggiare nel quartiere. Non vide l'uomo, con la giacca di buon taglio e le caratteristiche ciocche bianche sulle tempie, scendere dal taxi e fermarsi al citofono a prendere nota del suo nome e indirizzo. Ma più tardi, quando l'uomo digitò il numero che aveva ottenuto dal portiere, la segreteria telefonica registrò la sua voce.

Quando Lettie riascoltò il messaggio, non poté fare a meno di incu- . riosirsi. Non si trattava di uno scopritore di talenti, come lei aveva sperato, ma di un giornalista freelance che voleva scrivere un articolo - corredato di foto - su di lei e non era certo un' occasione da buttare via.

Oltre tutto, aveva una voce davvero intrigante, sonora e profonda, che arricchiva ogni parola pronunciata di ulteriore significato. Non era di quelle parti. Sembrava del New England, forse, ma non ne era certa. Quando disse: «Credo possa giovare alla sua carriera», anche lei se ne convinse, e lo richiamò.

Dopo alcune frasi di circostanza, accettò di incontrarlo dopo il suo numero, per una cena tardiva. Un punto a suo favore: il ristorante che aveva menzionato non era un bar o uno di quei locali che servono il gumbo, ma un bistrot frequentato per la buona cucina più che per l'atmosfera. E le aveva detto che avrebbe assistito al suo numero; si sentì meglio all'idea di vederlo prima, anche se sarebbe stato più sicuro incontrarlo al ristorante, per conto proprio. Non poteva mostrarsi troppo diffidente, per quanto favolosa fosse la sua voce.

L'appuntamento diede un po' più di vigore al numero di quella sera.

Nessun disappunto nel trovarsi a casa da sola, nessuna passeggiata inquieta nel buio della notte. Si stava avviando verso il futuro professionale che anelava, come un vampiro anela al sangue. Lettie eseguì la serie completa di pose che aveva elaborato: un atteggiamento da seducente amante, un abbraccio sinistro, mostrare i canini, accovacciarsi su una vittima, ritrarsi davanti a una croce, sentirsi in trappola, e ancora uno sguardo invitante lanciato al di sopra della spalla, accompagnato da un balenio di canini. Forse perché si sentiva particolarmente carica, o forse perché era venerdì e il tour era affollato, quella sera ebbe un pubblico nutrito e la cassetta si riempì ben bene.

E il Conte era presente. In piedi alle spalle del gruppo, come le sere precedenti, applaudiva quando gli altri applaudivano, sorrideva con piacere a ogni nuova posa, sebbene le avesse già viste tutte. Forse avrebbe dovuto avere paura di quell'uomo, ma non l'aveva, era così e basta. E comunque lui si teneva a discreta distanza. Il tipo che l'aveva importunata la sera precedente non si era fatto vivo, e lei non aveva letto alcuna notizia di un omicidio sul «Times-Picayune». Quell'idiota si era fatto coinvolgere in una rissa, molto probabilmente. Si augurò di non vederlo più.

Quando concluse il numero e scese dalla pedana, le doleva la mascella a causa dei canini finti e per aver dovuto mantenere a lungo le varie espressioni, ma sapeva di aver eseguito tutto alla perfezione. Si tolse i canini e tirò i capelli indietro, nel consueto rituale. E quando si voltò, si trovò di fronte l'uomo che lei chiamava il Conte. Lettie era alta, ma lui lo era di più, e si muoveva con la fluidità dell' acqua. Dalle prime parole che disse, capì subito che era con lui che aveva appuntamento per la cena.

E questo la mise in difficoltà. Di certo sapeva che lui aveva già assistito alla sua esibizione. Ma il Conte era stato fra il pubblico per tre sere di seguito, e l'ultima volta si era allontanato insieme a quell'idiota che aveva trovato sanguinante vicino a un portone.

Disse: «Non siete un po' vecchio per essere un giornalista?». Aveva concentrato tutti i propri dubbi in quell'unica domanda.

«Credo che ci siano scrittori di ogni età, ma nel mio caso si tratta di un secondo mestiere». Si spostò, in modo che la luce gli illuminasse il volto. Un volto pallido, che valutò l'atteggiamento cauto della ragazza. «Possiamo incontrarci al ristorante, o dove preferisce».

«Al Junkanoo» , disse Lettie. «Sulla Toulouse. Fra mezz'ora -il tempo di cambiarmi».

Sapeva dove si trovava, e si avviò per prenotare un tavolo. Lettie si diresse verso un locale dove vendevano panini e che disponeva di ampi servizi per le donne. Indossò un paio di pantaloni e si tolse il trucco di scena, lasciando le labbra naturali e applicando solo un po' di cipria e di eyeliner. Ripiegò il costume e si guardò allo specchio. Aveva ancora un leggero rossore sulle guance, dovuto all' esibizione e alla speranza di procurarsi un po' di pubblicità. E al fatto che si trattava del Conte, a essere sincera. Era eccitante l'idea di scoprire qualcosa su quel tipo misterioso. Infilò gli abiti nel borsone a tracolla, insieme al dépliant pubblicitario che si portava sempre dietro, e s'incamminò verso il ristorante.

 «JUNKANOO, È SEMPRE CARNEVALE», recitava l'insegna. Cibi caraibici speziati e le pareti piene di costumi, fotografie e maschere. Molte delle maschere erano ornate di coma. II giornalista - Nathan Court - aveva preso uno dei tavoli accanto alla finestra. Quei tavoli erano sempre in vista, ma almeno più tranquilli e appartati rispetto alla confusione della sala. Appena lui la vide, si alzò per spostarle la sedia - cavalleria d'altri tempi, ma invece di ordinare, le chiese cosa si mangiasse di buono in quel locale. Ordinarono vino rosso, un piatto di calamari e una porzione di stufato per Lettie. La ragazza lo osservò dall' altra parte del tavolo. Se allungava il braccio, gli avrebbe sfiorato le lunghe dita della mano.

«Così, è un freelance, mi ha detto. Significa che non sa dove verrà pubblicato l'articolo che scriverà su di me?», gli domandò, soltanto per far vedere che non era una sprovveduta.

 «Significa che non lavoro dietro incarico, sì, Ma conosco direttori per i quali ho scritto in precedenza, e ho proposto l'argomento appena ho avuto conferma che avrebbe parlato con me. Ho scritto per la rivista di bordo "Great Southern". A loro piace il punto di vista di New Orleans, ma la rivista si rivolge anche a un pubblico più ampio».

 Arrivò il vino e Lettie ne prese un sorso. «Bene, ok. Cosa vuole sapere?».

Come si diventa mimi, dove aveva studiato. Domande prevedibili.

Mentre gustavano i calamari e il gumbo, tuttavia, le chiese: «Perché un vampiro? È stata Anne Rice a ispirarla?».

Gli spiegò, lasciando raffreddare la pietanza, che per le donne mimo era difficile trovare personaggi dignitosi da interpretare.

«I vampiri sono dignitosi?»

 «Certo, pensi al Conte Dracula. Mai un capello o un gesto fuori posto». E parlò anche del potere del personaggio. «Il vampiro non è un ruolo realmente invitante, alla fin fine. Non nel modo in cui lo interpreto io, comunque».

 «Sì, invece, proprio nel modo in cui lo interpreta lei. lo vedo la dignità. La minaccia. E l'isolamento dei mimi alimenta queste sensazioni, non è così? Quando è su quella pedana, voglio dire, è sola».

 La guardava negli occhi con una tale attenzione che non mangiò quasi nulla, annotando qualcosa ogni tanto. Parlarono della solitudine dei mimi, della capacità di suscitare la reazione del pubblico con la sola energia delle loro pose.

«E dove ha tratto ispirazione per le sue pose? Semplice curiosità.

Non ricordano i soliti film di vampiri - a meno che non risaliamo a Dracula. Non certo quelli troppo artificiosi».

 Lettie finì il vino e rifiutò l'offerta di un altro bicchiere da parte del cameriere, mentre pensava a cosa dire. «Ho visto alcuni film. La figlia di Dracula -l'ha visto? La protagonista è micidiale, ma allo stesso tempo vulnerabile. E una prima versione di Carmilla. Ma più che altro ho letto».

«Dracula?»

«Certo. E Carmilla, la prima donna vampiro. Voleva che le sue vittime fossero consapevoli - almeno alcune di esse. Voleva che fossero un po' innamorate di lei. E poi mi sono ispirata anche a Mina Harker in La leggenda ... ».

 « ... degli uomini straordinari. Peta Wilson era eccezionale nel mostrare sottilmente il proprio potere. Quella scena in cui si volta, togliendosi il sangue dalla bocca ... ».

 «Sì, davvero notevole. In effetti ho cercato di elaborare una posa da quella scena, ma non è molto chiaro quel che significa fuori dal contesto del film, e non volevo ricorrere a sangue finto».

«La prima volta che l'ho vista», disse l'uomo, «ho quasi pensato che potrebbe essere vampiro».

 Non un vampiro, notò. Anche lui leggeva sull'argomento. «Sono un vampiro temporaneo», disse Lettie, e risero insieme. «La prima volta che l'ho vista», gli disse, «ho pensato che foste un fantasma».

Adesso era tutt' orecchi. «Quando mi ha visto? Dove?»

 «Una sera, vicino alla casa della Rice», rispose. «Almeno credo che fosse lei. Si è come materializzato dal nulla, si è fermato a osservarla, e poi se ne è andato».

«Ah», replicò. «Mi piace passeggiare. Anche a lei, forse? E poi scrivo». «Una persona notturna», osservò Lettie, scrutandolo in viso. «E lei vive qui, in città?»

«Vivo in molti posti», rispose, e Lettie colse l'amarezza nella sua voce. «Sono qui da poche settimane».

 Il cameriere aveva portato il conto, e la confusione nella sala era diminuita notevolmente. Nathan Court insistette per pagare, e aveva appena iniziato a fissare un nuovo appuntamento per riesaminare insieme a lei la bozza dell'articolo. Lettie si augurò che sarebbe rimasto almeno per qualche altra settimana. Si erano ormai abituati a vedere la gente passare dietro il vetro della finestra, e non reagirono subito quando una figura apparve a margine del campo visivo e si fermò, a pochi centimetri di distanza.

 Nathan sollevò lo sguardo e s'irrigidì, poi fu la volta di Letitia. L'idiota della sera prima, vestito rigidamente di nero, come un vampiro o un impresario di pompe funebri, guardò con occhio furioso prima Nathan poi lei, e sorrise con gioia maligna.

Un attimo dopo era sparito. «Era quel tipo ... cosa gli ha fatto ieri sera?».

Nathan parve turbato, ma riuscì a controllare la voce. «Gli ho detto di togliersela dalla testa, di lasciarla in pace».

«lo l'ho visto più tardi, privo di sensi vicino a un portone, sporco di

sangue».

«Non mi sorprende. È un tipo violento» . «E lei ... lei è un tipo violento?»

«Letitia ... ».

 Si alzò in piedi, rovistando nella borsa in cerca del cellulare. «Scriva l'articolo - faccia quel che vuole, ma mi lasci fuori da tutto il resto ... ».

 Uscì in strada, lasciandolo a occuparsi del conto. Premette il tasto di chiamata rapida per i taxi, e si diresse verso la via principale più vicina, quasi correndo. C'era una grande macchina nera parcheggiata all'angolo e, quando la superò in fretta, lo sportello del guidatore si aprì di scatto e la colpì. Barcollò all'indietro contro il montante di un balcone, ma lui le era già addosso, le mani intorno alla gola, l'alito caldo sul suo viso. «Tu, puttana, te la fai con un mostro ... ».

 Letitia gli tirò un calcio negli stinchi e tentò di graffiargli gli occhi, ma le dita dell'uomo continuarono a stringersi sul suo collo, finché la sua capacità visiva si ridusse a una piccola sfera di luce e consapevolezza. Non riusciva a gridare, le mancava l'aria. Dal modo in cui era chino su di lei, contro quel portone, sembrava che si stessero abbracciando, e nessuno avrebbe immaginato che ...

 Di colpo riuscì a respirare di nuovo. Scivolò a terra, ansimando, e osservò i due uomini che si affrontavano. Questa volta, nessuno avrebbe potuto scambiarlo per un abbraccio. Il suo aggressore, l'uomo più grosso e più robusto, aveva una mano intorno alla gola di Nathan Court, nel tentativo di respingerlo. E il corpo di Nathan si trasformò, come se stesse mimando, divenne più stabile e concentrato, ma rapido. Letitia cominciò a indietreggiare lentamente, lontano dai corpi in lotta' senza staccare loro gli occhi di dosso. «Mostro», sibilò l'uomo, «lurido succhiasangue ... ».

 Nathan stirò le labbra, scoprendo i canini, due zanne affilate tali da far sfigurare i denti posticci usati da Letitia. Li affondò nel polso che gli fermava la gola, e stavolta non c'era alcuna simulazione. L'assalitore lanciò un grido di dolore e, fra i passanti, qualcuno urlò: «Ho chiamato la polizia!».

Questo li galvanizzò entrambi. Nathan lasciò andare il polso e sollevò la testa, ma la mano dell' altro adesso stringeva una lama lucente, e la piantò nel torace del vampiro. Invece di indietreggiare, Nathan diede una testata sul naso dell'uomo, poi lo colpì alla gola. Quasi distrattamente, estrasse la lama dal petto con la mano sinistra. Letitia notò con sorpresa che c'era pochissimo sangue, meno di quanto ne avesse visto la sera prima.

Era un vampiro. Aveva la bocca sporca di sangue. Vide la punta della lingua guizzare fuori a leccarlo.

«Letitia ... ». Si mise il coltello in tasca e restò con le spalle rivolte alla gente che osservava da una certa distanza, pronta a scattare foto con il cellulare. «Chiama il 911. Sei stata aggredita ... da un balordo che bighellonava nei paraggi. Un passante è intervenuto e l'ha colpito. lo non ero qui. Chiaro?».

Era un vampiro. Capì che lei sapeva. «Non posso restare. Tra poco sarà l'alba e non c'è tempo per recarsi a una stazione di polizia, e inoltre ... ».

Si udì una sirena. Letitia annuì, incapace di emettere un suono.

Guardò in direzione della luce lampeggiante, e quando si voltò lui era sparito. Quando arrivarono i poliziotti, il suo evidente shock li convinse più di qualsiasi spiegazione, ma quando arrivarono alla stazione di polizia, dovette fornirne una.

Era un'artista di strada, sì. Avrebbe risposto a tutte le loro domande.

Era un'attrazione del tour, e fornì i dati dell'agenzia. A volte gli uomini del pubblico erano ubriachi. A volte passavano ai fatti. Raccontò come si era comportato quell'uomo la sera prima, senza nominare N athan. Quella sera, lo stesso uomo l'aveva seguìta fuori da un ristorante in cui un giornalista l'aveva intervistata. Sì, a casa aveva il recapito telefonico del giornalista. Quando era stata aggredita stava chiamando un taxi. Descrisse ogni particolare, tranne il morso e l'identità del soccorritore. Uno sconosciuto, disse, che era riuscito a mettere fuori combattimento l'aggressore più di quanto avesse sperato.

Letitia sapeva che i passanti dovevano averlo visto parlare con lei. Le aveva detto, riferì alla polizia, che non voleva essere coinvolto. Non aveva dato altre spiegazioni. Le aveva solo detto, «Ora si sistemerà tutto», ed era sparito. Doveva conoscere le arti marziali. Un vero lottatore, comunque. Sulla ferita da morso non sapeva cosa dire, tranne che ... quel tipo che l'aveva aggredita sembrava fissato con i vampiri. Continuava a dire che lei era la, ehm, ragazza di un mostro. La gente crede a ogni genere di cose.

Dopo una lunga attesa, la lasciarono andare. Aveva chiamato Kip e l'agenzia del tour, e il loro avvocato l'avrebbe contattata l'indomani. Oggi, ormai. Ed era esonerata dall' esecuzione del numero per quella sera, anche se speravano che avrebbe potuto rispettare i termini contrattuali. Alle prime luci dell' alba, prese un taxi e arrivò al suo appartamento.

La prima cosa che vide fu il biglietto. Era attaccato con il nastro adesivo sulla maniglia della porta. Lo staccò e si chiuse a chiave. Appena lo aprì, il cuore cominciò a batterle all'impazzata.

 

Letitia,

 mi perdoni se sono venuto qui. Non ero in condizioni di attraversare l'atrio di un hotel. Le chiedo scusa per averla spaventata. Non intendo farle alcun male, e in ogni caso sarò estremamente debole fino al calare del sole. Andrò via allora.

 Immagino che la polizia vorrà interrogarmi. Dica loro che mi ha lasciato un messaggio - e lo faccia davvero, nel caso volessero controllare.

 Come le ho detto, l'articolo lo scriverò davvero. Glielo invierò via email e le farò sapere quando verrà pubblicato.

 Vorrei che avessimo trascorso più tempo insieme prima che lei scoprisse la mia natura. Doveva essere realmente scioccata, e io non ho fatto altro che turbarla ulteriormente con la mia presenza. La prego di servirsi della mia camera all'hotel-la chiave è sul tavolo all'ingresso - se non ha nessuno che oggi possa farle compagnia.

Vorrei... vorrei molte cose.

Nathan

 

 Lasciò cadere a terra il foglio e si precipitò nella camera da letto. No, non qui. La sua raffinata educazione non gli avrebbe permesso di rubarle il letto come a Riccioli d'oro. Quasi le venne da ridere. E infatti era nello spogliatoio, insieme ai costumi dei suoi personaggi, a una macchina da cucire e al tavolino per il trucco. Aveva srotolato il futon che lei conservava in quella stanza e giaceva come un cadavere, su un fianco, il viso rivolto dalla parte opposta della porta. Notò che aveva abbassato gli avvolgibili e tirato le tende. Certo che l'aveva fatto.

Attraversò la stanza in punta di piedi. Avrebbe quasi voluto svegliarlo. Accese la luce, si sedette davanti allo specchio per il trucco e lo guardò. Aveva davvero l'aspetto di un cadavere. Occhi chiusi, inconsapevole. Vulnerabile. Avrebbe potuto chiamare la polizia, trafiggerlo con un palo, spingerlo fuori nel cortile, qualsiasi cosa le fosse venuta in mente. Si era fidato di lei. L'aveva salvata.

E riflettendo su questo, si rese conto di non temere Nathan Court, vampiro yankee trapiantato al Sud. Che genere di donna, dopotutto, posa come un vampiro? O immerge le dita nel sangue che macchia la camicia di un uomo, in un portone buio? Non certo una che si spaventa facilmente.

Lasciò la luce accesa - non voleva disturbarlo - e ripose il costume.

Poi si passò la crema sul viso davanti allo specchio della toletta, che rifletteva anche la figura immobile di Nathan. Non respirava neanche. Probabilmente non mangiava, a parte il sangue. Avrebbe avuto bisogno di berne un po' al suo risveglio? E chissà se poteva fare sesso come si diceva nei libri. Quante incognite.

 Ci avrebbe pensato più tardi. Andò nella sua camera, indossò una maglietta lunga e si spazzolò i capelli. Si preparò una cioccolata calda. Non si sentiva sola, come le accadeva di solito, anche se il suo ospite era completamente assente. Dormiva della grossa, a dire il vero. Soffiò sulla cioccolata, e le scappò uno sbadiglio.

 Posò la tazza e tirò fuori alcune coperte di riserva, che sistemò intorno alle tende. Poi si sdraiò sul pavimento accanto a lui, nella sua stessa posizione. Leggermente di fianco, un braccio sotto la testa per metà disteso, l'altro piegato. Il corpo del vampiro non sembrava rilassato nel sonno. Sembrava mantenere una posa per un tempo impossibilmente lungo. Lettie ridusse al minimo il proprio respiro. Il vampiro dormiente: troppo statico per rappresentarlo. Ma le sarebbe piaciuto muoversi come lui; la repentinità e l'apparente mancanza di sforzo meritavano di essere studiati a fondo.

 Se l'articolo era reale, lo era anche il giornalista. E cosa lo differenziava da un agente? Entrambi conoscevano le tendenze del mercato e sapevano trattare con gli operatori. Glielo avrebbe spiegato quella sera. Dopo che lui avesse parlato con la polizia. Aveva senso: il pericolo li aveva fatti incontrare. Ci si conosceva più in fretta, in questo modo. Si rimaneva coinvolti più in fretta. Ma dopo questa sera lui avrebbe dovuto dormire nell'altra stanza, per lasciarle libero accesso ai costumi. Bisognava riorganizzare le cose. Lasciò la porta aperta, si lavò i denti e andò a letto e, poiché era solo un vampiro temporaneo, regolò la sveglia per mezzogiorno.