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MANIFESTO CONTRO IL LAVORO

 

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Prefazione del curatore della antologia

Il lavoro nel pensiero greco (Giovanni Reale)

Prassi e contemplazione filosofica nel mondo greco. La gerarchia delle attività umane secondo Aristotele (Giovanni Reale)

La raffigurazione del lavoro nel mondo classico e l'ìdeale speculativo dell'umanesimo (da Fritz Saxl ed altri, Saturno e la melanconia)

Elogio dell'ozio (Bertrand Russell)

Il sapere "inutile" (Bertrand Russell)

L'uomo "compiutamente spostabile" (Elémire Zolla)

Divisione e specializzazione del lavoro moderno (Konrad Lorenz)

Il mito del lavoro nel mondo contemporaneo (Julius Evola)

Assente il padre (James Hillman)

Manifesto per un mondo senza lavoro (Ermanno Bencivenga)

Lettera contro il lavoro (Charles Bukowski)

L'orrore economico (Viviane Forrester)

L'SOS di un lavoratore cinese nel regalo della festa

E per finire: un racconto noir di Stanley Ellin (ovvero: cosa può diventare a volte un lavoro)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

prefazione del curatore della antologia

 

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La Nutella è sana? Pare di no, secondo una corte americana, che, su denuncia di una casalinga, ha trovato mendace lo slogan secondo cui si tratterebbe di "un pasto sano per i bambini", e ha condannato l'azienda ad un pesante risarcimento. A quanto pare, i "grassi vegetali" indicati tra gli ingredienti comprenderebbero famigerati oli tropicali dannosissimi per la salute.

Ma cosa c'entra questo con la valutazione - positiva o negativa - del lavoro nella nostra società? Ebbene, c'entra.

E' un modo provocatorio di iniziare un pamphlet basato sulla tesi che gli aspetti negativi del lavoro sono innumerevoli e poco noti - o meglio taciuti in una cultura come la nostra, ufficialmente lavorocentrica e panlavorista.

Se - come denunciava il Manzoni nel suo Saggio Contro Bentham - alla base di un sistema economico si pone la sollecitazione indiscriminata dei bisogni e desideri individuali - necessari o voluttuari o persino dannosi o peccaminosi - come mezzo per garantire un adeguato livello di domanda e di occasioni di lavoro, è da riconoscere che una buona parte delle attività che il coscienzioso lavoratore svolge in epoca moderna è inutile se non dannoso.

Chi scrive ricorda ancora i pranzi domenicali conclusi con un vassoio di dieci pasticcini della "Premiata Pasticceria Piemontese Fresia", su cui noi bambini ci gettavamo sotto lo sguardo amorevole di nostra madre.

Oggi quasi tutti i dietologi denunciano l'epidemia silente di diabete che colpisce coloro che hanno iniziato a mangiare i dolciumi delle Premiate Pasticcerie sparse in tutta Italia e che hanno avuto la sfortuna di un metabolismo troppo fragile per reggere gli shock insulinici che ci regalavano le domeniche, le colazioni ricche di biscotti e marmellate, il pane con la Nutella.

Le panetterie, le fabbriche di biscotti, le fabbriche di trasformazione dei cereali sfornano giornalmente masse di pane, dolci, pasta superiori di molti ordini di grandezza alle necessità dell'alimentazione quotidiana. Recentemente il giornalista scientifico Gary Taubes ha pubblicato il best-seller How we get fat and what to do about it per denunciare un fatto noto a tutti i dietologi degli anni '50 ma dimenticato con effetti rovinosi negli anni del boom economico: che pane, pasta e farinacei producono eccesso di insulina e sono - essi e non i grassi - la principale causa di obesità in Occidente. Un altro libro che ha fatto epoca, Pure, white and deadly, di John Yudkin, metteva in guardia, sin dagli anni Settanta, dal consumo di saccarosio, lo zucchero impiegato universalmente, dagli yoghurt alle merendine alle bibite, che gli studi scientifici vengono confermando come principale causa dell'epidemia di diabete che ha colpito l'Occidente dopo la seconda guerra mondiale.

Le industrie di trasformazione dei latticini sfornano tonnellate e tonnellate di creme, formaggi grassi, maionesi, burro, mascarpone, dessert ricchissime di grassi saturi. Già uno studio degli anni Settanta sulle autopsie dei giovani americani al disotto dei venticinque anni (molti dei quali morti in Vietnam) rivela che le loro arterie a diciotto anni recano le fat strikes, cioè delle striature di grasso dovute al consumo di simili alimenti, destinate con l'età ad occludere i vasi sanguigni.

Un altro aneddoto di gioventù: in un paese dove stavo soggiornando arrivò una comunità hippie dedita alla meditazione e al lavoro manuale. Il macellaio del paese andò speranzoso ad offrire una fornitura settimanale di carne, ma quelli risposero no, grazie, siamo vegetariani e siamo sanissimi. Il macellaio ne fu scandalizzato: "ma così non si dà lavoro alle persone!". Anche qui, i dietologi denunciano come inutile ed estremamente dannoso il consumo di almeno la metà della carne che gli italiani hanno ingurgitato a partire dagli anni Sessanta per compensare le privazioni della guerra (e dell'anteguerra).

Questo discorso sui lavori dannosi andrebbe ripetuto per i night-clubs, dove lavorano rispettabilissimi camerieri; per le discoteche, dove lavorano onestissimi barman e buttafuori; per le fabbriche di patatine e bibite, dove lavorano alacri magazzinieri; per le fabbriche di armi dove lavorano eccellenti artigiani; per le fabbriche di additivi dove lavorano rispettabili chimici; per le case di produzione di film pornografici, dove lavorano onesti tecnici del suono e cameramen; per le fabbriche di sigarette e di superalcolici, dove lavorano irreprensibili impiegati; eccetera, eccetera.

Ma a parte il fatto, rilevato in questa nota di apertura, che la celebrazione del lavoro, tipica della nostra epoca di mercato, abbraccia innumerevoli attività dannose per il prossimo, la questione è un'altra: ha senso esaltare il lavoro come l'attività più nobile dell'uomo, se il lavoro non c'è più, è in via di estinzione?

La globalizzazione c'entra solo in parte: non è solo l'operaio cinese che ruba il lavoro a quello occidentale, ma anche il fatto che due secoli di ininterrotto progresso della tecnica e di costanti miglioramenti dei processi produttivi hanno fatto sì che per produrre la quantità di beni e servizi necessaria alla popolazione mondiale sia sufficiente impiegarne un'infima minoranza.

Come nota Viviane Forrester, la cibernetica, trascurata dalla politica, venne introdotta nell'economia quasi distrattamente, senza riflessioni né secondi fini, come un semplice strumento, in un primo momento utile, ben presto indispensabile. Le sue conseguenze avrebbero dovuto risultare benefiche, quasi miracolose. Hanno avuto effetti disastrosi, per non dire apocalittici.

Secondo le previsioni del sociologo Luciano Gallino, tra non molto vivremo in un mondo dove solo una persona su dieci lavorerà - e perdipiù in modo prevalentemente precario. E gli altri?

Gli altri, come dice il filosofo Ermanno Bencivenga nel suo recente libro Manifesto per un mondo senza lavoro, devono reinventare la loro vita e il loro tempo libero.

Ma intanto essi costituiscono un problema sociale sempre più preoccupante. Gli stati occidentali hanno varato imponenti programmi di riqualificazione, corsi su corsi finalizzati in realtà a tenere impegnati coloro che il lavoro non riusciranno più a trovarlo, fornendogli modeste indennità. Presto anche in Italia arriverà un assegno di alcune centinaia di euro ai disoccupati, col quale, come negli altri paesi d'Europa, i giovani (e i meno giovani) dovranno sopravvivere, sposarsi, mettere al mondo figli.

Si inventano lavori ad hoc per dare qualche soldo a questa folla di disoccupati. Il Giappone ha bloccato la grande distribuzione, in modo che anziani e meno anziani possano sopravvivere precariamente gestendo piccoli negozi; impone ai benzinai l'assunzione di apprendisti. In tutti gli altri paesi si è obbligati a certificare periodicamente impianto elettrico, impianto di riscaldamento, conformità termica dell'alloggio e quant'altro in modo da dar lavoro a schiere di idraulici, elettricisti e architetti disoccupati.

Si invitano le persone a diventare "imprenditori di se stessi", che è quanto dire ad arrangiarsi, esaltando la libertà del lavoro autonomo, che è quanto dire la bellezza di non avere prospettive di impiego.

La verità, per un numero sempre crescente di persone, è che esse non hanno, per il sistema capitalistico una utilità apprezzabile, una ragione di vivere diversa da quella di consumatori, essendo inutili come lavoratori; ma non possono svolgere il ruolo di consumatori perché non hanno reddito.

La questione del lavoro è diventata simile alla monacazione forzata delle fanciulle nobili del Cinque-Seicento: perché uno solo possa avere l'eredità (nel nostro caso il posto di lavoro), gli altri devono togliersi di mezzo, sparire. Chi scrive ricorda ancora il proprio vicino di casa, le cui cinque sorelle furono costrette dal padre ad entrare in convento per poter lasciare a lui il patrimonio.

Le rivendicazioni e le pressioni dei disoccupati, servono ormai solo a rendere la vita impossibile e precaria agli occupati, con la minaccia di una loro sostituzione, un memento della loro assoluta rimpiazzabilità.

Coloro che lavorano sono dunque privilegiati? Non si direbbe proprio.

A cominciare dal fatto che il sostegno economico a pensionati e disoccupati finisce per gravare sulle spalle di chi lavora, per far aumentare la pressione fiscale su quei pochi che hanno un'occupazione. Già oggi, in molti paesi europei, compresa l'Italia, i contributi per mantenere pensionati e disoccupati ammontano al 33% del salario lordo, ma se, più correttamente, li rapportiamo al reddito netto, arriviamo al 50%.

Il lavoro oggi non è sereno, è minato alla base, corroso dalla paura del licenziamento. Perché si può perdere il lavoro da un giorno all'altro. E si ha paura perché la conseguenza è assurda, spropositata: essere buttato per strada, sul marciapiede.

I lavoratori sono odiati, spesso disprezzati perché si accontentano di poco e così facendo "rubano il lavoro agli altri". Sono denunciati coloro che hanno il posto fisso: devono diventare precari perché sulla possibilità della loro rovina si basa la possibilità della sopravvivenza di altri, la loro speranza di lavorare.

La tendenza è ad aumentare il tempo di lavoro degli occupati fino a 10 ore al giorno e oltre: che si tratti del piastrellista o del mobiliere o dell'idraulico in gamba, i cui servizi, in un mondo di mestieri manuali negletti o mal imparati sono richiestissimi; oppure dell'infermiere o del dipendente di Auchan che accumula turni su turni; o del bancario a cui viene chiesto di fermarsi dopo le cinque per ricaricare il bancomat o inviare gli assegni della giornata alla stanza di compensazione.

Si assiste qui ad un formidabile paradosso: in un mondo in cui il numero di ore necessario per produrre tutto ciò che serve si è drasticamente ridotto, e ciascuno, se tutti dovessero prendere parte al processo produttivo, dovrebbe lavorare al massimo qualche ora al giorno per una manciata d'anni, si penalizzano e persino criminalizzano coloro che osano andare in pensione con trent'anni di anzianità.

Invece di orari sadici, sarebbe certamente più giusto che tutti partecipassero al lavoro (e al suo frutto), e che ciascuno fosse libero di svolgere la quantità di lavoro che gli abbisogna per avere il necessario, senza per questo rischiare il licenziamento o la pensione da fame, a meno di non scendere molto al disotto delle ore che attualmente vengono svolte. Ma questo non è possibile neanche accettando decurtazioni: persino il part-time al 50% è negato, razionato dappertutto.

Nuovi tipi di fenomeni associativi, di organizzazioni che mettano in comune i beni e i servizi, nuovi modelli di consumo, che consentano di vivere con meno, guadagnando in libertà e in arricchimento personale, dovrebbero essere attuati, e sono stati preconizzati (vedi il brano di Ermanno Bencivenga) come conseguenza inevitabile della pauperizzazione che deriva dalla globalizzazione, ma per ora non sono stati neanche tentati, rimangono sulla carta.

In un mondo dove ad un concorso si presentano cinquemila persone per venti posti, le pretese nei confronti dei lavoratori, soprattutto per gli impieghi medio-alti, tendono a diventare assurde. Il lavoratore deve occupare sempre più tempo per acquisire abilità utili ai soli fini della selezione. Una volta venivano richiesti buon italiano e buona volontà. Ora un aspirante ad un lavoro che non sia infimo deve conoscere almeno due lingue alla perfezione (con relativa certificazione), deve avere all'attivo centinaia di ore di corsi post-scolastici di informatica, di gestione, sulla sicurezza, e quant'altro.

Il lavoratore viene assoggettato ad una valutazione permanente, ad un monitoraggio costante, che aggiunge allo stress della esecuzione dei compiti quello di una sorveglianza che sta diventando asfissiante.

I dipendenti dei supermercati e dei locali autorizzati all'uso di telecamere trascorrono sotto lo sguardo implacabile dell'obiettivo l'intera giornata lavorativa. L'ultima trovata, che elude le norme anti-mobbing, è semplice, geniale e definitiva: scatenare l'utente contro il lavoratore. Il cameriere di una catena di pizzerie, stanco a fine turno non sparecchia velocemente il tavolo del nuovo cliente? Arriva subito il reclamo. A questo scopo tutti devono portare, come altrettanti cani vaccinati,  il cartellino di riconoscimento, che facilita l'identificazione del colpevole e la redazione delle statistiche di produttività. Hai appena concluso un colloquio o una seduta in chat con l'operatrice di un call-center? Ti viene subito chiesto di valutare la sua efficienza su una scala da uno a dieci.

Non è chi non veda quanto paradossalmente ciò sia in sintonia con l'inno della nuova sinistra: "dare accesso ai cittadini alla gestione pubblica locale!". E' ciò che auspica con toni ispirati Norberto Bobbio ne Il futuro della democrazia. Si moltiplicano i consigli dei genitori, i questionari sulla soddisfazione dell'utente, i tribunali dei diritti del malato. Come se non bastassero le assicurazioni a istigare i pazienti a far causa ai sanitari per evitare di pagare i premi concordati.

All'orizzonte, al posto dei tradizionali bastone e carota, sta la minaccia ultima, quella del licenziamento per insoddisfazione dell'utenza: e non semplicemente, si faccia attenzione, il licenziamento degli inefficienti, ma il licenziamento dei meno efficienti. Tolti di mezzo quelli, si spera di trovarne altri che si affaccendino più alacremente, in una specie di ballo di San Vito universale.

L'OCSE e le altre istituzioni economiche e finanziarie internazionali benedicono la figura del lavoratore flessibile, con orari arbitrari, occupazione part-time ma disponibilità permanente, trasferibile qua e là nelle varie unità produttive o all'estero, con contratto a termine mensile o addirittura settimannale, che accetta temporanee decurtazioni di salario, contratti di apprendistato con compensi simbolici e quant'altro.

Qualche tempo fa si leggeva su un quotidiano nazionale, la cronaca della giornata di uno di questi giovani "flessibili": la mattina, lavoro in una cooperativa di servizi come taglia-erba; il pomeriggio clown-animatore di feste; la sera, simulatore di orgasmi in un call-center erotico per omosessuali. Sempre precario. Sempre sottopagato. Ancora a casa con i genitori, per motivi economici. Evviva la varietà.

Diceva Gustav Meyrink in un suo famoso racconto, Bal Macabre (il titolo si intona singolarmente al soggetto di questa introduzione) che di cinquant'anni, dieci li ruba la scuola; venti li divora il sonno; dieci sono gli affanni; cinque sono anni di pioggia. Di questi, quattro li passiamo in pena per il domani. Quanti ne restano?

Noi potremmo parafrasare: cosa rimane della vita di un lavoratore che si alza alle sette, parte alle otto, arriva alle otto e mezzo, lavora fino alle sei con una pausa pranzo di un'ora e un extra di mezz'ora, ritorna per le sei e mezzo, si lava, mangia e deve dormire sette ore? Teoricamente dalle otto di sera alla mezzanotte. Già così sarebbe la vita di un vampiro, seppellito di giorno ed attivo di notte, se non si dovesse detrarre anche il tempo per le faccende domestiche, la cura dei figli, i litigi con la moglie, le pulizie, ma soprattutto il tempo maledetto-benedetto passato in santa pace davanti alla televisione o su internet.

Non ci si deve pertanto stupire che il lavoratore non legga (un tempo si sarebbe aggiunto: e non scriva, ma oggi…), non faccia sufficiente esercizio fisico e non dorma a sufficienza - uno studio americano recente mostra che negli ultimi vent'anni hanno perso un'altra ora di sonno.

Non abbia tempo per acquisti ragionati - persino il budget alimentare soffre per la spesa fatta di fretta dopo il lavoro senza poter girare in cerca dei prodotti più economici e salutari, confrontando prezzo e qualità.

Non mangi razionalmente e si rovini la salute con pasti consumati di fretta a base di poco salutari tramezzini e brioches piene dei famigerati "grassi vegetali" di cui sopra.

Non abbia il tempo per coltivare il rapporto con i figli, o col partner, o con gli amici.  Non abbia il tempo per coltivare la propria spiritualità con letture, incontri, ritiri ecc.

Non abbia il tempo di farsi analisi mediche e cure. Non ha il tempo da passare a contatto con la natura

Non abbia il tempo per hobby che arricchiscano la persona, per frequentare corsi di scrittura, palestre di arti marziali, lezioni universitarie, concerti, lezioni universitarie, eccetera.

Non c'è tempo neanche per le cure estetiche minime, se è vero che la media che una donna lavoratrice inglese passa in bagno o in sedute depilatorie, di trucco o di acconciatura è di venti minuti al giorno. E così via. Sembrerebbe quindi vero quello che dice Charles Bukowski: chi lavora diventa più brutto.

Chi lavora non ha neanche il tempo per il lutto - non gliene è concesso. Muore il partner, il padre, la madre, un caro amico? Il lavoratore ha tre, quattro giorni per "sistemare gli affari di famiglia", in altre parole per sistemare la faccenda, farla sparire in modo che non intralci l'attività produttiva. Egli è un "professionista", gli viene ricordato, e i professionisti non permettono che le vicende personali influiscano sul lavoro. In altre parole, non si può mostrare depresso, non può lamentarsi, il suo rendimento lavorativo non deve subire flessioni. Deve fare - metaforicamente e letteralmente - buon viso a cattiva sorte.

Anche la decrescita demografica col conseguente invecchiamento della popolazione  sono direttamente riconducibili al lavoro, onnipresente e asfissiante. Se lavori non hai il tempo per fare figli: a parte le considerazioni economiche, se moglie e marito lavorano è impossibile l'organizzazione pratica della crescita di una prole numerosa.

Il brano di Elémire Zolla, qui riportato, insiste giustamente sul fatto che oggi l'uomo è "compiutamente spostabile", accetta la privazione di tutto ciò che è autentico e in cambio riceve una vita artificiale. Il lavoro è solo una delle voci di una lunga lista di cose che ci sono state tolte e rimpiazzate con la moneta cattiva.

I cibi sani e naturali ci sono stati tolti in cambio di patatine, sottilette e pasti precucinati. Il contatto con i genitori, o almeno il rapporto con la madre ci è stato tolto perché entrambi i coniugi sono assenti per lavoro. Il contatto con la natura ci è stato tolto: veniamo allevati nel centro delle città, in cubi di cemento irradiati dalla televisione, e i delfini, ormai in via di estinzione per il colera suino, li vediamo saltare felici solo nei videogiochi.

L'istruzione di qualità, quella con i precettori personali, che si possono vedere dietro al giovane nobile nei ritratti del Sei-Settecento, è stata sostituita dal sistema delle scuole pie inaugurato nei quartieri poveri del Settecento: decine e decine di alunni chiassosi e un solo insegnante, reclutato oggi con i metodi di reclutamento dei mozzi delle baleniere o dei soldati di Federico II, vale a dire a casaccio, per l'esigenza di riempire i ranghi di un corpo docente mostruosamente gonfiato dall'istruzione di massa. Per decenni si sono assunti insegnanti con corsi abilitanti, in flagrante violazione del fondamentale principio dell'articolo 97 terzo comma della Costituzione: "agli impieghi nella pubblica amministrazione si accede mediante concorso"

Marx, nel delineare la storia della proletarizzazione, contrapponeva il lavoratore medievale e dei primi tempi moderni, proprietario dei mezzi di produzione e organizzatore della propria attività, al lavoratore espropriato, pauperizzato e alienato del mondo contemporaneo, fagocitato da processi produttivi che specializzazione e meccanizzazione rendono a lui estranei e incomprensibili.

Il lavoro ha subìto la subdola e silenziosa trasformazione-equivocazione in "impiego". Il "mestiere" è attività gratificante ed entro limiti apprezzabili autonoma. L'"impiego" è attività al servizio del profitto, nella quale il valore estetico, la significatività, la creatività, l'ingegnosità - tradizionali attributi del "lavoro ben fatto" - vengono sostituiti dal canone dell'utilità economica per il datore di lavoro, dal criterio del profitto. E' inutile e sconsigliato che l'impiegato di sportello tenti di mostrarsi premuroso e sollecito con i clienti - questo potrebbe rallentare il servizio. E' inutile che il giovane assunto dalla casa editrice scriva una presentazione colta e intelligente per il risvolto di copertina di un libro: se non è senzazionalistica non fa vendere. E' inutile che l'insegnante della scuola privata dedichi tempo alla cultura e alla preparazione di lezioni istruttive: l'imperativo è la promozione, o la preparazione per l'esame di stato. E' inutile che l'addetta alle televendite si soffermi ad ascoltare il giudizio del cliente o eserciti le arti della persuasione perché (come testualmente ha detto allo scrivente una televenditrice di surgelati) è la quantità di chiamate telefoniche che conta: su 100 chiamate è statisticamente certo che cinque o sei risulteranno in un acquisto, quindi si deve concludere al più presto la chiamata con l'utente titubante.

In una scena istruttiva di un film degli anni '70 l'indimenticabile Tognazzi, nei panni di un professore di inglese disoccupato, viene incaricato di tradurre un romanzo di uno scrittore americano contemporaneo. Qualche giorno dopo la consegna della traduzione viene convocato dalla responsabile editoriale e rimproverato: ha tradotto - correttamente - l'espressione "to shake the hands" come "stringersi la mano", ma "scrollare le mani", secondo la dirigente, è più incisivo, pittoresco, in ultima analisi farebbe vendere meglio. Al professore di inglese viene consigliato di trovarsi un impiego altrove per "maturare un adeguato bagaglio di esperienze nell'editoria" in vista di una chimerica riassunzione.

La logica economica si sostituisce dovunque alla gestione razionale: nella scuola si istituisce la settimana corta per motivi economici (tenere chiusi gli istituti il sabato); si semplificano i programmi per motivi economici (meno ore da pagare), si abbreviano le ore di insegnamento e si propone l'eliminazione di un anno delle superiori per motivi economici (idem come sopra). Di motivi didattici neanche l'ombra. Ed esempi simili si possono trovare un po' dappertutto.

Tra le altre cose, lo ripetiamo, il lavoratore non legge. Non può farlo. Glie ne manca il tempo. E se lo avesse, dovrebbe leggere per aggiornare le sue conoscenze tecniche, perché ormai si vive in un'epoca di "aggiornamento permanente", dove chi non lo fa non riesce a tenersi o a trovare un lavoro in perenne cambiamento. I paesi industrializzati sono colpiti da un'epidemia di scarsa lettura, Italia in testa: nel nostro paese si leggono 0,6 libri l'anno per ogni persona in età da lettura.

Si dà la colpa alla scuola dell'esistenza di tanti semi-analfabeti, ma forse la verità  è un'altra, e la diagnosi di malfunzionamento della scuola andrebbe rivista. Come si può pretendere che parli e scriva correttamente l'italiano un lavoratore che da studente ha letto solo i libri consigliati dall'insegnante - di solito non più di quattro-cinque l'anno - e imparato le regole grammaticali senza metterle in pratica, e da lavoratore non ha neanche il tempo di dare una scorsa al giornale? Forse è il lavoro, e non la scuola colpevole della ignoranza e dell'analfabetismo diffuso nella nostra società.

La lettura è uno dei mezzi attraverso i quali la specie umana ha conseguito il suo formidabile successo evolutivo: il punto di forza della nostra razza è infatti il passaggio delle conoscenze: non appena un membro ha appreso qualcosa di utile, questa viene resa disponibile agli altri membri attraverso la comunicazione orale o scritta o l'imitazione. Il superlavoro sta danneggiando uno dei meccanismi di trasmissione della cultura e delle conoscenze.

E in un mondo complesso come il nostro, leggere e apprendere è essenziale. Madri che non sanno distinguere una vitamina da una aspirina, per quanto benintenzionate sono pericolose per i figli; padri che non sanno nulla di psicologia infantile e adolescenziale; pazienti a cui vengono nascosti i pericoli dei farmaci, e che non leggono neanche il bugiardino; utenti che ignorano pregi e difetti dei prodotti; e così via all'infinito. Ma chi lavora non ha tempo di leggere e di informarsi.

Ma torniamo al quadro delle condizioni odierne di lavoro.

Nelle grandi organizzazioni i lavoratori sono scoraggiati dal prendersi permessi per malattia o cure mediche anche importanti, come interventi chirurgici: lo facciano durante le ferie annuali. Le lavoratrici sono scoraggiate dal fare figli.

Si assiste a questo paradosso: che i soldi per acquistare i beni che la società produce sono posseduti solo dai pochi privilegiati che lavorano, ma questi non hanno il tempo materiale per consumare questi beni, e finiscono per accumularli inutilmente.

Quali soldi, poi? Gli stipendi e i salari sono francamente, o stanno rapidamente divenendo miserabili. Un garzone di macelleria è fortunato a guadagnare 800 euro lavorando otto ore al giorno; un responsabile di filiale Esselunga o Carrefour, in cambio di dieci ore al giorno, di orari impossibili e responsabilità a non finire non arriva a guadagnare 2500 euro al mese. Un ingegnere guadagna ormai come un impiegato del passato, e questo solo quando ha finito di essere sfruttato nello studio in cui fa anni di apprendistato semigratuito.

Lavorare per arricchirsi? Quando mai. Una volta un lavoratore, investendo giudiziosamente, poteva sperare di raggiungere una buona posizione economica. Oggi rimane povero com'era. Al massimo - non sempre - arriva ad acquistare la casa. In Giappone i mutui si passano di padre in figlio. Da noi pauperizzano un'intera vita, dimezzando il reddito. E anche chi paga l'affitto, non va lontano: a Milano si lavora col reddito dimezzato dalle spese di alloggio, pur vivendo in cinque in un appartamento.

"Il lavoro nobilita l'uomo", si dice(va). E tuttavia ammettiamolo: moltissimi lavori sono terribilmente ripetitivi: operai al tornio; cottimisti che devono sfornare quantitativi giornalieri di giocattoli montati e minuteria metallica; impiegati che devono smaltire ad nauseam pratiche pensionistiche; camerieri che smaltiscono sempre le stesse ordinazioni; gelatai e macellai che ripetono gesti sempre uguali; e tanti, tantissimi altri. Proprio dell'uomo è apprendere cose nuove, laddove per molti il lavoro è il luogo della ripetizione infinita, della mortificazione dell'istinto insito nella nostra specie a imparare e sperimentare.

Innumerevoli sono le patologie legate al lavoro, a cominciare dalla depressione. Chissà perché e chissà come, mancano gli studi che con ogni probabilità rivelerebbero che il lavoro è la principale causa di depressione nelle società capitalistiche avanzate. Non si può spiegare altrimenti i numeri elevatissimi - milioni - di depressi nella nostra società se con una condizione comune: e quale condizione più comune del lavoro ingrato e sottopagato?

La depressione da lavoro è un tipo chiamato depressione esogena o reattiva, che sopravviene in un individuo psichicamente sano in condizioni di stress o vicende personali eccessivamente dolorose. Ma oggi va di moda la cura farmacologica della depressione: psicologi e psichiatri fanno cioè finta di credere che il tipo prevalente sia la depressione endogena, derivante da uno squilibrio biochimico. E non di rado sono i farmaci che somministrano, deprimendo il sistema nervoso, a scatenare le sindromi che si vuole curare. Chi non ci crede può controllare su internet nella lista degli effetti collaterali degli antidepressivi più potenti o largamente utilizzati.

Congiura del silenzio? Di questo tipo di patologie (infortuni professionali a parte), si parla pochissimo. A partire dall'Ottocento, quando i cappellai impazzivano per l'uso del mercurio nella concia del feltro o i minatori morivano con i polmoni ridotti a masse fibrose dall'asbestosi o dalla silicosi, si sono venuti moltiplicando i lavori pericolosi per la salute.

Il livello di mortalità prematura (prima dei 65 anni) varia a seconda delle categorie sociali, e mette in evidenza una netta gerarchia. Il tasso di mortalità prematura degli operai dipendenti è 2,7 volte più alto di quello dei quadri superiori e delle professioni liberali e 1,8 volte più alto di quel­lo dei quadri intermedi e dei commercianti. (Fonte: Inserm, SC8, in INSEE Première, febbraio 1996)

Per ogni caso medico-giudiziario che porta alla luce i decessi dovuti a sostanze o lavorazioni prima ritenute innocue (come ad esempio l'amianto) ce ne sono numerosi altri di cui non si conosce nulla.

Alla peggio, si delocalizza: se alla Pirelli, negli anni Sessanta, tutti sapevano che il reparto "Nero Pirelli", dove gli pneumatici diventavano prodotto finito, era una sentenza di malattia o morte, oggi questo lavoro è fatto da un lavoratore ucraino o pakistano.

Per non parlare degli "infortuni professionali" i quali, essendo appunto "professionali", cioè inscindibilmente legati alle lavorazioni, continueranno a mietere vittime nonostante tutte le misure di sicurezza adottate e adottabili.

Puoi mettere quanto vuoi il cartellino "attenzione, dispositivo laser" accanto ad una sorgente ad alta potenza, ma non impedirai che un lavoratore stanco, a fine turno, guardi il laser in un momento di disattenzione. Il padre dello scrivente, impiegato durante l'ultima guerra nella fabbricazione di bombe, ha visto un compagno preso dai macchinari e stritolato in pochi secondi. Lui stesso ha rischiato di fare la stessa fine quando un lembo della manica si è impigliato in un ingranaggio, e solo una prontezza e una forza sovrumana gli hanno consentito di tirarsi via strappando di netto il tessuto ed evitando una morte certa. Ha minacciato di licenziarsi ed ha ottenuto di essere destinato ad un altro reparto.

Tutti lavorano. Gli stipendi non bastano più e le donne sono entrate massicciamente nel mondo del lavoro. Questo "panlavorismo" ha prodotto fenomeni bizzarri o sconosciuti in epoche precedenti: gli "uomini casalinghi"; i bambini o i neonati abbandonati per ore nell'appartamento da genitori single e accuditi da fratellini poco più grandi; gli adolescenti che dopo la scuola trascorrono le ore in una casa vuota fino alla sera; i preti-lavoratori, che, più calvinisti di Calvino, cercano Dio tra un tornio e una pressa idraulica. I genitori che, tornati a casa da una giornata di lavoro, vogliono solo che i figli "non rompano" e sono disposti a pagarli perché non diano noia.

Anche l'università, una volta sede di attività creativa,  è diventata un "lavoro": devi fare il tutor o pubblicare, non importa cosa. Così si moltiplicano gli scavi inutili delle facoltà di archeologia, gli articoli scientifici sulla "funzione della vista stereoscopica durante il salto dei gerbilli" o sulle "somiglianze tra la sintomatologia amorosa e quella della psicosi autistica" o sulle "parti del corpo su cui si fissa lo sguardo della donna al primo incontro con un potenziale partner", e via cazzeggiando.

Il famoso filosofo della scienza Karl Popper racconta che, nel periodo in cui "lavorava" presso una prestigiosa università australiana, fu convocato dal consiglio di facoltà e rimproverato aspramente per aver pubblicato la sua opera fondamentale Logica della scoperta scientifica. L'accusa si fondava sul fatto che "le sue ore di lavoro appartenevano all'università", e tra le sue incombenze non rientrava la scrittura di libri.

Il premio Nobel Richard Feynman, il geniale creatore della fisica quantistica, lamentava che durante i periodi più creativi non avesse nessun tipo di facilitazione: era un "lavoratore pagato", e quindi doveva continuare a perdere ore preziose in lezioni o incombenze di tipo burocratico - per quanto cercasse di consolarsi dicendosi che la disciplina del lavoro quotidiano in qualche modo evitava che si astraesse troppo.

"Oggi, per fortuna le cose, laggiù, sono cambiate" commenta Popper nella sua autobiografia. Ma non poi così tanto.

Tutti rincorrono il lavoro. I pensionati hanno uno o più lavori. Gli statali si procurano il doppio o il triplo lavoro. Persino i poveri sono costretti a lavorare: negli Stati Uniti è universalmente diffuso il fenomeno dei working poors, persone escluse dalla competizione per un lavoro che assicuri una casa e vitto giornaliero, che tuttavia, se non vogliono morire di fame o di freddo devono procurarsi un pasto o un rifugio con lavori occasionali e sottopagati.

Nessuno viene escluso dalla corsa al lavoro, nella nostra società democratica, inclusiva ed egualitaria. Coloro che non lo potranno mai ottenere sono costretti comunque ad inseguirlo facendo corsi di riqualificazione, dimostrando all'ufficio di collocamento di aver passato la giornata alla ricerca di un impiego, saltando da un colloquio all'altro, partecipando a concorsi che non vinceranno mai, per mantenere il precario rispetto di se stessi e degli altri.

Il lavoro viene imposto persino ai malati mentali: ergoterapia, ovvero "terapia del lavoro", individuale o di gruppo: come i carcerati che devono sgobbare nelle cucine o nelle lavanderie, i degenti sono "incoraggiati" a coltivare ortaggi per la mensa, fare le pulizie, aiutare nella preparazione dei pasti o nei reparti, anziché godersi in santa pace una partita a carte o fare attività artistiche.

Il mito del lavoro è alla base della scolarizzazione coatta di massa: si esce e non si trova nulla, allora occorre tenere nella scuola i giovani, espropriarli del proprio tempo il più a lungo possibile, privarli delle ore di libertà dell'adolescenza perché "non si perdano" (dove?) e "si integrino" (come?).

Quali sono le motivazioni per questa imposizione universale del lavoro? Si diceva un tempo che l'ozio è il padre di tutti i vizi. Oggi si può parafrasare dicendo che il tempo libero è il padre di tutte le ribellioni. Il tempo libero fa paura ai politici. Cinque, dieci, quindici milioni di persone libere di fare attività politica, di leggere, informarsi, dibattere, denunciare, sono un incubo per la classe dirigente.

Per quanto instupiditi dal calcio, dalla televisione, dai cento canali satellitari, dal porno, dai videogiochi, dalle interminabili e inutili sedute di chat su internet, dalle conversazioni telefoniche idiote e senza fine, dalle vacanze vuote, finalizzate alla tintarella e al dolce far niente, si può dire, prendendo a prestito la frase di Stendhal su Julien Sorel in seminario, che una minoranza di costoro ha ancora l'aria di pensare, perciò è pericolosa.

Ma non è facile convincere la gente a "tenersi occupata" - se non nello svolgimento di un lavoro, quantomeno nella sua ricerca frenetica. Vista la bassa qualità e retribuzione di ciò che è disponibile, non lavorare e prendere un assegno di povertà, per quanto misero, è diventata agli occhi di molti un'opzione gradevole.

Sin troppo: si cerca di distogliere le persone dal gravare sull'assistenza sociale, perché, come spiega in uno dei brani qui riportati Viviane Forrester citando un economista statunitense, questo non assicura una pronta risposta dei lavoratori alle necessità erratiche e mutevoli di forza-lavoro delle economie avanzate.

Persino la vita del musicista di strada, dell'hippie girovago che fa occasionali lavoretti, dell'iscritto ad agenzie di lavoro interinale che lavora un mese sì e tre no, abbandonando il datore di lavoro dopo aver raggranellato quattro soldi, è diventata per certuni una alternativa valida all'irregimentazione di una intera vita, una scelta che permette di sperimentare una libertà completa, assolutamente sconosciuta al salariato.

Vengono lanciati gli allarmi. Il lavoro è ormai diventato così sgradevole e precario che la piccola criminalità è un'alternativa allettante. A Napoli e altrove i giovani disertano le occupazioni da 500 euro al mese finanziate da fondi pubblici o comunitari a favore dello lo spaccio di droga o dell'attività di manovalanza per la criminalità organizzata.

In una lettera ironica al Giornale di Vittorio Feltri una casalinga disoccupata, impossibilitata a pagarsi le cure del dentista, notando che il  vicino, trafficante di droga, rientrava la sera in Maserati, si domandava se era possibile ottenere un permesso temporaneo di spaccio. Chissà, forse non è lontano il giorno in cui, accanto ai parcheggi e ai posti in autobus riservati ai disabili, avremo delle zone di prostituzione o di spaccio riservate alle casalinghe o ai lavoratori con debiti.

Nelle grandi organizzazioni sta prendendo piede il modello giapponese: lavoro dalle otto di mattina fino alle nove di sera, poi - senza tornare a casa - cena di lavoro con gli altri dipendenti e il capufficio, dove si considera una mancanza di rispetto andarsene prima delle undici. Niente ferie - al massimo un breve viaggio-premio ogni trent'anni - e niente pensione: la tua sussistenza è assicurata solo se riesci a far assumere tuo figlio dalla ditta presso cui sei stato impiegato. Perché questo avvenga, devi aver lavorato senza discutere per cinquant'anni, altrimenti sarai punito dalla vergogna della sua mancata assunzione.

Come risultato, Tiziano Terzani racconta che la metropolitana di Tokyo è piena di relitti umani che non hanno potuto o voluto resistere a questi ritmi e - ripudiati dalle proprie famiglie - si sono dati ad una vita errabonda e precaria di lavori occasionali. Li si ritrova, tutte le mattine, presso i cantieri della periferia, dove cercano un ingaggio per la giornata per potersi permettere una scodella di riso e una tazza di sake.

Agli occhi di un forzato del lavoro dei nostri tempi la vita di un nobile degli inizi del secolo scorso, o quella descritta da Tomasi di Lampedusa ne Il Gattopardo, sembra incredibile, aliena: una vita di occasioni sociali, viaggi, duelli, crociere, ritiro nella tenuta di campagna, otia letterari e artistici.

Un'anziana nobildonna romana raccontava allo scrivente e ad altri stupefatti uditori la giornata di un conte emiliano di sua conoscenza, che passava la vita a nutrire le centinaia di uccelli rari o in via di estinzione che ospitava per conto dell'Istituto Ornitologico Italiano.

Tra le donne è diventato di moda lavorare e descrivere quanto si sia occupate e quali compiti impegnativi si fronteggino. Imperativo è diventare dottoresse e passare 10 ore al giorno nel reparto, con reperibilità ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Ambitissimo è l'empireo delle ricercatrici universitarie con attività ospedaliera, dove non hai più neanche la vita privata per sposarti e consumi gli anni in fugaci rapporti sessuali sul lavoro.

A farla breve, se non puoi rispondere ad un invito al bar aprendo un'agenda scritta anche nei margini, vuol dire che sei uno fuori dal giro, un penoso attardato da compiangere, insieme a quelli che portano ancora i marsupi attorno ai fianchi come i frati cercatori, a quelli che non hanno l'ascella depilata, a chi ha ancora gli occhiali bifocali al posto delle lenti a contatto cosmetiche. Non sei "in", non sei "cool" come si definisce oggi una persona in gamba.

Figli? Neanche a parlarne, finché si è giovani: per moltissime donne viene prima la "realizzazione personale", il "riscatto sociale" e il raggiungimento "dell'indipendenza economica e personale" dopo secoli di sottomissione, l'"attuazione dell'eguaglianza tra i sessi", anzi "la dimostrazione delle superiori capacità del sesso femminile".

Dice di queste donne manager, scienziate, commercialiste, architette Vittorino Andreoli nel suo recente libro I segreti della mente, che, a quarant'anni, improvvisamente consce che il proprio orologio biologico ticchetta inesorabile verso la menopausa, ne concepiscono uno col primo sconosciuto che incontrano, per colmare questo vuoto nella loro vita

Di quanti divorzi, di quante situazioni di crisi coniugale è responsabile il lavoro? Non si sa. Il tema delle molestie sessuali è ampiamente esplorato, mentre quello dei rapporti sessuali consenzienti, delle relazioni extraconiugali, dalle scappatelle alle infedeltà che conducono al divorzio, passa sotto silenzio. In un mondo dove trionfa il superlavoro e dove la parte migliore dell'esistenza viene spesa in azienda, lontano dagli occhi del coniuge, e si torna a casa per trascorrere qualche ora con un marito o una moglie sempre più estranei, è in realtà naturale che le famiglie siano insidiate dalla tentazione sottile di fare del proprio partner nel lavoro anche partner nella vita.

Si levano alti i lamenti del maschio sulla perduta femminilità del gentil sesso - ad intonarli è niente meno che Francesco Guccini nell'indimenticata canzone  Donne con le gonne.

Tornando sul tema della frenesia lavorativa della nostra società: anche le vacanze sono diventate, più che una attività di ricreazione dello spirito e del corpo, un'improba corvée. Una volta i veri ricchi soggiornavano al'estero per uno o due anni. Oggi le vacanze mordi-e-fuggi richiedono programmazione, disciplina, dura attività fisica, shopping compulsivo per scovare i souvenir migliori da esibire agli amici.

Anche nelle palestre si "lavora" infaticabilmente e ossessivamente al proprio fisico per acquistare quell'ambito aspetto da bistecca ormai tipico degli attori americani senza più eccezioni. Come rimproverare costoro, visto che persino il divino Giorgio Armani esibisce enormi bicipiti da settantenne palestrato, che esplodono dalla t-shirt che ormai sembra diventata il suo logo?

Le amicizie, le cene con amici, le uscite con i figli al campo scout: tutto annullato, immolato sull'altare del lavoro. Per fare più soldi.

Soldi per fare più figli? Per avere la benedizione di una famiglia numerosa? No, i figli diminuiscono, le aumentate entrate servono per garantire all'unico sofferto parto della lavoratrice telefonini, moto, auto, viaggi, abbigliamento e lussi che meno di cent'anni fa erano impensabili persino per un possidente inglese o francese o europeo in genere.

La Chiesa, esaltatrice dei mansueti, è la grande santificatrice del lavoro. Le encicliche sociali insegnano che "mestiere" viene da "ministerium", e quindi, esercitando un mestiere si presta un servizio alla collettività. Siamo evidentemente in pieno clima ecumenico, stringiamo la mano a Calvino e alla sua visione del lavoro redditizio come modo di onorare dio e segno della sua benedizione.

Ai danni si uniscono le beffe: il maschio iperlavoratore con reddito medio non trova alcuna simpatia presso il sesso femminile: quello ricco, con un lavoro di prestigio che produce un reddito annuale a sei zeri è apprezzato dal gentil sesso, ma quello che si spacca la schiena a gestire una piccola pizzeria, un autolavaggio, una copisteria è considerato un partner gretto ed avido, freddo e distante, che non esce mai la sera, meritevole persino di tradimento coniugale, di cui le mogli, lasciate sole per necessità, hanno ampie occasioni.

Per gli impiegati di reddito modesto questa non è una sorte infrequente. Ne sanno qualcosa gli insegnanti maschi, assolutamente snobbati, nella scelta matrimoniale, dalle colleghe femmine. Le quali, in un paese sottosviluppato come l'Italia, dove le manager e le scienziate sono mosche rare, si considerano, in quanto lavoratrici e intellettuali, il top dell'evoluzione della specie. Come compagno non accettano niente di meno di un prestigioso professionista, mentre guardano con disprezzo al maschio pari-grado che è rimasto incastrato in un mediocre impiego.

Fare buon viso a cattiva sorte, questa è la parola d'ordine: se non sei nato con un patrimonio personale che ti consente di affrancarti dal lavoro, sarà buona norma vederne i lati positivi e negarne i lati negativi, predicare a sé e agli altri l'etica del lavoro. Si leva il coro universale contro l'inattività e la noia della pensione: "sono una persona attiva, non mi potrei mai vedere a vegetare come pensionato".

L'etica protestante di Max Weber trionfa. Il mito del lavoro è una delle ragioni per cui vengono guardati male pensionati ed anziani, che "non fanno nulla", "vegetano", "vivono a sbafo degli altri", eccetera.

Persino il famoso James Hillman, lo psicologo degli archetipi e del destino individuale, il pensatore scomodo e controcorrente, nel brano riportato in questa antologia arriva a dire che alla domanda angosciata del bambino di oggi: "Papà, dove sei? Sei tornato?" va risposto senza sensi di colpa: "No, piccolo, papà è a pranzo con i colleghi, come è giusto che sia", perché, come sostiene, "il suo posto è altrove" e " il suo valore fondamentale per la fa­miglia consiste nel mantenere i contatti con l'altrove" (qualsiasi cosa esso sia).

Le alternative al lavoro sono negate: l'otium di cui parla Bertrand Russell in uno dei brani qui riportati, la vita del possidente, qualsiasi altra vita. Ci si potrebbe chiedere come fa, una persona che ha sempre avuto bisogno di lavorare per vivere, a stabilire come ci si senta a non lavorare, ad avere un patrimonio di tempo libero e risorse economiche sufficienti a sfruttarlo.

Si denigra ciò che non si conosce, anzi, peggio, come dice Charles Bukowski, si guarda con malanimo e ostilità chi osa lamentarsi delle condizioni di lavoro.

Non si deve confessare neanche a se stessi che talvolta si ha l'impressione essere un cane alla catena: festività infrasettimanali - importanti momenti di incontro collettivo - abolite; vacanze di qualche settimana al massimo, concesse col contagocce, nei periodi che fa comodo all'azienda, e con arcigna riluttanza; permessi per analisi mediche mendicati e centellinati; certificati di malattia lesinati dal medico della mutua; visite fiscali che costringono a casa i convalescenti; orari rigidi, che ti vogliono sul posto di lavoro alle otto, non un minuto più tardi (per gli insegnanti c'è addirittura il reato di abbandono di minore), non importa se il giorno prima ti sei preso una sacrosanta sbronza per festeggiare un amico che si sposa, hai fatto le ore piccole e vorresti rimanere a letto a poltrire in sacrosanta pace; manovre clandestine per farsi coprire sul lavoro perché si ha bisogno di assistere un congiunto anziano in ospedale. E si potrebbe proseguire all'infinito.

Un altro aneddoto dai ricordi dello scrivente. Scompartimento ferroviario, due giovani bancari in viaggio verso Firenze per vedere il derby Fiorentina-Milan parlano di un collega. "Tutto sommato Fredo mi sta simpatico, cerca solo di non farsi coinvolgere troppo dal lavoro" dice uno dei due, e prosegue: "quando ci somministrano i questionari di valutazione barra sempre le crocette per escludere disponibilità per lavoro all'estero, extra orario, trasferte e quant'altro. Alla fine della giornata lo senti mormorare a mezza voce 'bastabastabasta…', non vede l'ora di ritornare a casa e starsene in santa pace". Risposta del compagno: "Io invece non lo sopporto". "E perché mai?". "Perché è presuntuoso, la pensa diversamente da noi, crede che noi sbagliamo a lavorare quanto lavoriamo".

Si lavora (e ci si vanta di aver lavorato) quarantacinque, cinquant'anni, cinquantacinque anni e più: la nostra società spinge ad arrivare fino ai settanta, ponendo come alternativa una pensione miserabile e decurtata, la dipendenza dai propri figli, il ridimensionamento drastico delle proprie abitudini di consumo.

Una massa senza riposo di lavoratori anziani affolla cubicoli, aule, banconi, cucine, sportelli pubblici, piccole botteghe. Insegnanti settuagenari entrano in classi superaffollate di alunni incontrollabili; lavoratori di fonderia di sessant'anni sono costretti a trasportare oggetti pesanti per tutta la giornata; montatori di carrozzerie precocemente invecchiati continuano a spaccarsi la schiena per avvitare pesanti sportelli a ritmi rigorosamente monitorati; commessi incanutiti sono bloccati in piedi dietro un bancone fino alla sera, con la luce sadica del neon sparata negli occhi, la pelle delle mani che prude insopportabilmente per gli immancabili guanti di lattice.

Avremmo bisogno del famoso lanternino di Diogene per cercare di nuovo l'uomo vero, quello non ridotto a puro lavoro.

Dove siano finite le magnifiche sorti e progressive, le splendide promesse di lavoro dimezzato o azzerato dall'inarrestabile progresso tecnologico (lasciando stare le profezie di colonie su marte, viaggi interstellari, modificazioni positive del clima, sconfitta delle malattie e prodigi di chirurgia estetica per tutti) nessuno lo sa.

Così, protratto fino ai limiti della senescenza, il lavoro porta via il tempo migliore della nostra vita, dandoci in cambio frustrazioni, monotonia, alienazione. E al momento della pensione, la fregatura della vecchiaia, in agguato dietro le immagini non veritiere di pensionati felici dalle dentiere smaglianti che ci promettono la felicità dalle pubblicità dei fondi di investimento.

In una società in cui la medicina ha sconfitto la mortalità perinatale e grazie a cure e farmaci la vita non discrimina più alla nascita l'organismo sano da quello malato, non tutti possono realisticamente attendersi una terza età sana e vitale. Per molti il declino è molto rapido.

Non poche persone, a sessantacinque anni, scoprono che la salute ormai è scomparsa, che non si hanno più le energie fisiche e mentali (né i soldi) per viaggiare, leggere, scrivere, dedicarsi ad un hobby, ad una attività sportiva. I dati parlano chiaro: ad ottant'anni, cioè dopo soli dieci anni dalla pensione, la maggior parte delle persone sono morte, e già prima di quel momento il declino fisico procede velocissimo. L'insonnia prosciuga le forze, l'incontinenza e i pannoloni impediscono di partecipare a viaggi organizzati, le malattie invernali costringono a letto, gli occhi che bruciano impediscono di leggere, il cortisone per i problemi articolari e gli altri medicinali instupidiscono, la memoria funziona sempre peggio.

E tutto questo, quando non si sia stati già  falciati dall'epidemia silenziosa degli infarti, dell'ipertensione, delle depressioni invalidanti, delle sindromi da affaticamento cronico. Raccontava a chi scrive, qualche anno fa, un membro della nobiltà che si è data agli affari, un conte romano, che per le avventure galanti non c'è luogo migliore delle navi da crociera americane: piene di avvenenti vedove statunitensi e inglesi i cui mariti, precocemente stroncati dal superlavoro, hanno lasciato piene di soldi e vogliose di divertirsi.

Eppure tutti sanno dell'esistenza, nella nostra società, di persone che non hanno fatto in vita loro un solo giorno di lavoro produttivo - o ben pochi - secondo l'accezione corrente. Scalatori che hanno passato la vita a conquistare tutti gli Everest del mondo; navigatori che non si sono occupati d'altro che di competizioni e di regate; scrittori di successo che hanno abbandonato il lavoro in età relativamente giovane; grandi sportivi che anche quando svolgevano un lavoro pubblico non hanno fatto un'ora di turno su una pantera dei carabinieri o una gazzella della polizia, sempre in permesso per attività agonistiche; persino cassintegrati che hanno passato gli ultimi lustri prima della pensione senza altro obbligo (udite, udite) che quello di non lavorare.

Se si ritiene che il lavoro sia la scelta di vita più etica, perché non ci si scandalizza, ma al contrario si ammirano - o quantomeno invidiano - costoro?

Come che sia, non ad uno di questi fortunati passa per l'anticamera del cervello di dedicarsi ad un lavoro nella comune accezione del termine. Segno che il non-lavoro non deprime né annoia: tutt'altro. Molti di costoro si sentono anzi nobilitati dal fatto che "inseguono una passione, realizzano un sogno", come ha dichiarato di recente una scalatrice italiana di ritorno dalla conquista dell'ennesima cima, in procinto di partire di nuovo per conquistarne un'altra.

E costoro hanno pure l'improntitudine di finire nei libri di storia dello sport, nel Guinnes dei primati, di ottenere riconoscimenti, coppe, targhe, monumenti commemorativi, mentre l'umanità normale vive e muore nell'oscurità di un lavoro mediocre.

Intendiamoci, il lavoro è utile e necessario. Lavorare va a vantaggio di tutti. Ma ai lavori non creativi, ripetitivi, alienanti, eccessivamente stressanti e scarsamente gratificanti che caratterizzano la vita di troppe persone possono applicarsi solo aggettivi  del tipo: "necessario" e "utile", "rispettabile" e simili, non certo aggettivi come "stimolante" o "desiderabile", "creativo", "arricchente" e simili.

E ci sono lavori che, pur potendo esserlo - stimolanti, desiderabili o creativi - però, portati all'eccesso o pagati miserabilmente  nella società odierna, cessano di esserlo, di rappresentare una espressione e un arricchimento della personalità per diventare un peso e un gravame.

E' certamente il caso di dedicarsi ad un lavoro creativo e stimolante - e sono rari - o altrimenti non nascondersi la verità: la maggior parte degli altri opprime.

Il lavoro è il destino connaturato all'uomo, come proclamava Hegel? E' ben noto che nelle società di cacciatori-raccoglitori, la ricerca delle prede e le attività di sussistenza non occupano più che poche ore al giorno, il resto essendo dedicato alle danze, al gioco, all'esplorazione, alla socialità. Uno etologo amico di Konrad Lorenz ha commentato una volta, che la frenesia del lavoro è unica tra tutti gli animali, e può essere considerata un carattere degenerativo.

Ma il lavoro non è comunque deposito di valori essenziali per la civiltà?

Lo è sicuramente stato; ma oggi si potrebbe polemicamente mostrare come si stia trasformando o rischi di trasformarsi in un valore negativo. Come argomenta perspicacemente Viviane Forrester, il mito del lavoro è oggi utilizzato per giustificare la mancanza di futuro, la marginalizzazione della vita di milioni di persone.

Se lavorare è l'unica dignità, è giusto far finta che chi non lavora non abbia diritto a nulla. Il lavoro come unica misura di ciò che riceviamo dalla società, come criterio di ripartizione della ricchezza  è diventato inaccettabile, una finzione crudele e disumana.

E che dire, oggi, della famosa "etica del lavoro"? Cosa ne rimane, se le imprese non solo non hanno bisogno di lavoro, ma neanche di lavoro qualificato? Sempre più spesso i  neoassunti non sanno fare nulla, a cominciare dal leggere e scrivere, ma pare che alle grandi imprese va bene così, purché paghino poco quel poco che ottengono.

Cosa ne rimane se, sempre più spesso, lavorare significa lavorare per una impresa che non ricambia il tuo impegno, che ti tradirà, dandoti il benservito alla prima occasione? Lo sanno bene i lavoratori americani, giapponesi, inglesi, francesi, tedeschi, che hanno dato trent'anni della loro vita all'azienda e ne ricevono in cambio una lettera di licenziamento. Oggi va addirittura di moda licenziare i manager pubblici più anziani, buttando a mare il loro patrimonio di professionalità. E perché? perché costano troppo, e dei giovani sprovveduti sono pagati meno e sono più sfruttabili.

Il lavoro incarna o esprime valori sempre positivi? Continuiamo la nostra analisi.

In nome del lavoro per noi o i nostri figli si impedisce di lavorare a carcerati e ad immigrati. Il lavoro standardizzato nelle organizzazioni anonime ci priva della nostra unicità e indispensabilità. Il lavoro produce ingiusta discriminazione degli anziani a favore dei giovani, genera conflitto tra generazioni.

Il lavoro, come è illustrato in uno dei brani di Bertrand Russell, discrimina la cultura "utile" da quella "inutile", promuovendo l'abbandono di quest'ultima. Non è difficile trovare esempi. Nell'insegnamento odierno delle lingue si assiste alla discriminazione a favore della lingua parlata a danno di quella scritta. Un giovane sarà preparato a spedire una breve lettera o a ricevere una telefonata: non sarà però opportuno che impari il lessico necessario a tradurre da solo Dickinson o Milton, a leggere un'opera filosofica o letteraria.

Il lavoro, nota Bertrand Russell, propaganda il mito del "sapere utile", quello che ti fa trovare lavoro, del sapere funzionale alle grandi organizzazioni. Non solo il lavoratore dunque, ma chi abbraccia l'ideologia del lavoro, si prepara ad entrare nel mondo del lavoro, non saprà più chi è Mallarmé, chi è Rabelais, chi sono Proust e Goethe. Il lavoro, la sua infaticabile ricerca, la sua preparazione, mettono a rischio la cultura.

Sorge un orribile dubbio. Che il lavoro sia la negazione della cultura?

Ci sarà pure una ragione per cui università, amministrazioni pubbliche e aziende private concedono come ambito fringe benefit l'anno sabbatico o periodi di libertà dal lavoro.

Ci sarà pure una ragione per cui è provato da innumerevoli studi statistici che le famiglie con i genitori più scolarizzati - che hanno tempo o comunque inclinazione a svolgere più attività intellettuali della media delle persone - sono quelle i cui figli hanno risultati migliori perché vi si respira un'aria di cultura.

Vittorini discuteva sulla cultura dei lavoratori. E raccontava di metalmeccanici che si dedicavano alla seconda, alla terza lettura di Giambattista Vico dopo otto-dieci ore di fabbrica. Questi forzati della cultura, che resistono disperatamente al potere inglobante del lavoro esistono: medici che scrivono i racconti tra un turno e l'altro di ospedale, architetti che si addormentano su Guerra e pace; bancari che studiano filosofia kantiana. Ma con quale fatica!

E con quali prospettive? Non c'è cultura a buon mercato. Il mito dell'istruzione facile ha favorito la rimozione di questa semplice verità: che il lavoro impedisce di godere delle gioie della cultura, quella vera. Tutti, una volta sapevano (e l'Ariosto ce lo ricorda nelle lettere in cui maledice il tempo sottrattogli dai servigi al suo protettore) che il non-lavoro è il presupposto della cultura. L'abito talare ha da sempre attirato gli intellettuali, proprio per la possibilità che offriva e offre di divenire un uomo di eleganza e di cultura, esentato dal lavoro manuale.

Da sempre un tappezziere che sa tutto su come evitare che i tessuti facciano le grinze, un medico che conosce la differenza tra dieci tipi di sfumature su una radiografia, un montatore di infissi che conosce tutte le maniere per prevenire le infiltrazioni da umidità, sono i più richiesti, i più lodati. Per ottenere questo hanno dovuto sacrificare lunghi anni dedicati all'apprendimento dell'arte.

Ma per farsi questa esperienza enciclopedica, che ci fa apprezzare la persona, battergli sulle spalle, congratularci con lui, richiedere la sua opera, non si deve perdere tempo a leggere Mallarmé, Proust, o, dio ci scampi, le 1580 pagine del Mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer.

E questo anche senza contare le invettive polemiche di Don Milani che nella sua scuola di Barbiana vilipendeva la cultura alta, chiedeva a gran voce una scuola vicina ai fatti della vita quotidiana dei suoi ragazzi, cioè dell'agricoltura.

Nei tempi andati non c'era tempo libero. E non solo perché il lavoro dipendente era sottopagato e i suoi orari prolungati, ma anche perché per imparare una professione, un mestiere qualsiasi, occorreva impiegare tutto il proprio tempo.

Spinoza torniva le lenti ed affermava che questo gli dava agio di pensare. Manzoni consigliava ad un giovane con ambizioni letterarie, avviato suo malgrado al commercio, di profittare del contatto con i più vari tipi umani. Ma questo armistizio miracoloso tra lavoro e cultura è faccenda di pochi casi.

Karl Popper racconta di essere stato un pessimo ebanista (in gioventù era stato apprendista falegname), e veniva costantemente rimproverato dal suo maestro, perché, distratto dalle riflessioni, combinava continui pasticci.

Lo scrivente ha sentito con le proprie orecchie un capufficio scusare gli errori di scrittura di una dattilografa e commentare: "probabilmente in quel momento stava pensando"

 Studente-lavoratore? Forse è una contraddizione in termini. Fra l'altro, la cultura nasconde, agli occhi del datore di lavoro, il pericolo supremo: intravedere un mondo di pensiero, di godimenti intellettuali che potrebbe distrarre, attrarre, e, dio non voglia, sedurre definitivamente colui che per un attimo distolga gli occhi dal lavoro.

Una grande impresa multinazionale aveva provato, non molti anni orsono, a far frequentare ai dipendenti corsi di storia, letteratura e filosofia, per vedere se sarebbe aumentata la produttività. L'esperienza, per quanto se ne sa, non è stata ripetuta. E forse non a caso. Il commento di uno dei partecipanti era stato: "ora che so cosa mi sono perso, non mi farò più privare di tutto il mio tempo dall'azienda".

Notiamo anche questo: che il lavoratore che non ha avuto il tempo di farsi una cultura, non potrà purtroppo mettere in atto l'aureo consiglio di Cicerone: in vecchiaia dedicarsi agli studi è fonte di infinito diletto.

Il lavoro, una volta fattore di integrazione e inclusione,  è diventato fattore di esclusione. Un gioco in cui la minima distrazione, il minimo errore, il minimo lasciarsi andare, possono precludere l'ottenimento dell'agognato impiego. Negli Stati Uniti - ma ormai dappertutto - se hai la fedina penale sporca per un errore di gioventù parti già svantaggiato. Se ti fai distanziare nei test scolastici perdi colpi nella corsa all'impiego già dalla prima adolescenza. Se sei straniero, hai meno possibilità di competere. Se non hai una laurea prestigiosa sei già destinato agli impieghi di second'ordine.

Il lavoro, oggi, in troppe occasioni si dimostra lesivo della dignità delle persone. Si assiste ad una regressione ai tempi anteriori alle conquiste del Sessantotto e dello Statuto dei lavoratori, quando il datore di lavoro esercitava una autorità tirannica e umiliante.

Leggiamo di lavoratori invitati a farsi tatuare il logo dell'impresa - in cambio di incentivi economici, come se la proposta in sé non fosse già obbrobriosamente offensiva. Di lavoratori USA nel settore della ristorazione costretti per contratto ad andare a socializzare tra i tavoli, come mostrato nel romanzo Cuore di panna di Andrea de Carlo. Di lavoratori della scuola in balia di giovani teppisti in classi sovraffollate di trenta e più persone. E si può continuare a lungo.

Il lavoro che tende a perdere tutte le protezioni, ad allinearsi sempre più ai modelli di sfruttamento del Terzo Mondo, diventa ormai il luogo, l'occasione dell'inciviltà, del potere brutale esercitato dall'uomo sull'uomo.

Un segnale? L'Inghilterra che si rifiuta di sottoscrivere, agli inizi del nuovo Millennio, la Carta sociale europea, che assicura ai lavoratori le tutele fondamentali. La Francia che per accogliere Eurodisney sospende le tutele normative. I lavoratori malati col salario decurtato. La fedeltà all'azienda ricambiata col freddo cinismo dei licenziamenti di massa. I diritti sindacali calpestati. Il lavoro diventa una palestra di cattiveria e di astuzia, dove il datore cerca di sfruttare con ogni mezzo e il lavoratore di sottrarsi con ogni mezzo.

Quello che le civiltà tradizionali assicuravano, un "posto nella società", sia pure modesto, un ruolo di piccolo vassallo, di contadino di un monastero, di servitore da generazioni di una famiglia nobile, di membro ereditario di una gilda, di appartenente ad una famiglia di militari, con l'etica del lavoro occorre meritarselo. Non si rifletterà mai a sufficienza sull'assurdità di 3000 persone che devono dimostrare di meritare il diritto al lavoro. Ci troviamo di fronte ad una autentica demolizione di valori di civiltà che credevamo ormai saldamente acquisiti.

Il titolare di uno studio di ingegneria replicava di recente con un consiglio cinico alle lamentele di un giovane tirocinante che non riusciva a tirare avanti con la misera gratifica: "per risparmiare, non paghi l'affitto, fanno così tutti quanti". Bella palestra di civiltà.

Si è già notato che il lavoro è diventato così sgradevole e precario da spingere molti alla criminalità, come una volta spingeva le donne di Parigi a fare quella che era chiamata con spirito la "nona ora di lavoro", cioè a prostituirsi.

Evasione fiscale del lavoratore, sottrazione di beni pubblici, furti di benzina da parte di ferrovieri additati al pubblico ludibrio, insegnanti che sgomitano per gite scolastiche gratis dissestando l'anno scolastico, e mille altre abiezioni. E' risaputo che i disoccupati parigini si sono coalizzati per frodare l'azienda metropolitana di trasporti creando un "fondo multe" a cui attingere nel caso in cui si venga scoperti senza il biglietto, che non viene mai pagato.

Ciò che l'economista statunitense Edmund S. Phelps deplora soprattutto, è che "i disoccupati si dedicano ad attività clandestine: chiedono l'elemosina, spacciano droga, si danno ai piccoli traffici della strada. La criminalità aumenta. Attraverso questa rete, in una certa maniera, hanno creato un loro personale 'Stato Assistenziale"'. Tutto questo produce chiaramente disordine, e trattiene Phelps dal condannare il sistema di protezione sociale europeo, il cui vantaggio, dal suo punto di vista, è di evitare il grado di delinquenza creato dalla sua assenza negli Stati Uniti, ma il cui torto sta nel tendere "a ridurre le motivazioni di ricerca del lavoro" .

Il libro Freakonomics, che a dispetto del suo titolo è uno stimolante e acuto testo di economia scritto da un professore dell'Università di Chicago e da un giornalista del New York Times, racconta una storia sorprendente, ed emblematica.

All'inizio degli anni '90 Sudhir Venkatesh, un dottorando in sociologia alla Chicago University, si recò nei sobborghi più poveri e degradati della città per un lavoro sul campo non privo di rischi: intervistare i membri di una gang che spacciava crack per descriverne la struttura e il funzionamento. Con sua enorme sorpresa, quando chiese di parlare con il boss del quartiere, si trovò faccia a faccia con un giovane afroamericano non ancora trentenne, laureato in una università di ottimo livello, che si era lasciato alle spalle un lavoro di addetto al marketing di una azienda di forniture per ufficio. Mettendo a frutto le sue capacità manageriali di livello universitario J.T., così si chiamava il capo della gang, guadagnava molto di più di quel che un lavoro salariato avrebbe mai potuto offrirgli.

Il lavoro è il luogo della lotta tra poveri, dell'indifferenza brutale verso i popoli del Terzo Mondo, "che ci tolgono il pane". E' ormai il luogo della rottura della solidarietà sociale, della lotta tra nuclei familiari per la sopravvivenza, del predominio della logica del clan.

Troppo spesso è anche il luogo dell'ipocrisia: nei colloqui di lavoro dove si simula  interesse ed entusiasmo per scavalcare un altro che forse è più motivato ma meno propenso a fingere; sul luogo di lavoro, dove le donne sono troppo spesso tentate di utilizzare le "armi femminili"; nello staff, dove trionfa l'adulazione interessata, la piaggeria verso il capo.

In ultima analisi, una palestra di individualismo, un luogo dove si afferma la filosofia "o si domina o si è dominati": dove manager, presidi, dirigenti pubblici e privati tirannici impongono le loro scelte, il loro progetto e la loro visione a centinaia di altre persone che non la condividono, a dispetto del fatto che, in quanto attori del processo produttivo, avrebbero il diritto di partecipare a quello decisionale.

Lungi dall'essere luogo di apprendimento di saperi, oggi il lavoro precario è il luogo della non-professionalità, dell'approssimazione: chi ha interesse a dedicare tempo ed energie per apprendere bene un lavoro che si cambia tanto spesso? Diceva in proposito, con acuta premonizione, Viviane Forrester: "Si immagina il grado di professionalizzazione di questi impiegabilizzati, il grado di interesse che potranno portare per il loro lavoro, il progresso, l'esperienza che potranno acquisirvi. La qualità di pedina intercambiabile, di nullità professionale che sarà loro assegnata".

Considerazioni puntualmente confermate negli articoli dei corrispondenti dei giornali italiani negli USA, che parlano di una vera e propria folla di giovani impiegati di uffici pubblici, aziende, studi professionali, che non sanno fare o fanno male il proprio lavoro.

Gli antichi filosofi greci, come scrive Giovanni Reale in uno dei brani qui riportati, non attribuivano perlopiù alcuna rilevanza sociale e morale al lavoro come lo intendiamo oggi, anzi disprezzavano il lavoro manuale. Essi privilegiavano l'attività intellettuale, che distinguevano in tre tipi: praxis, attività intellettuale che ricerca il sapere per il perfezionamento morale; poiesis, tipica delle scienze che ricercano il sapere in vista del fare e del realizzare; theoria, l'attività più elevata, che ricerca il sapere per se medesimo ed appaga la spinta innata dell'uomo a conoscere. Il lavoro non poteva che togliere tempo alle attività più elevate, per le quali, guarda caso, ancor oggi si evita di utilizzare tale termine.

Come nota Julius Evola in un altro brano, l'improprietà del termine "lavoro" per descrivere molte delle attività umane più importanti è lampante. A cominciare dalla filosofia, che i Greci si sarebbero indignati a sentir qualificare "lavoro".

Non è qualificabile come "lavoro" l'attività politica; né l'arte della guerra, che in passato era l'occupazione principale della nobiltà; né la ricerca scientifica o l'attività universitaria in genere; né l'attività dell'architetto, dell'esploratore, del critico d'arte; né l'attività dell'attore, del cantante, del danzatore, del musicista, del direttore d'orchestra; né l'attività dell'artigiano o dello chef di genio che creano capolavori; né quella del fondatore di grandi organizzazioni industriali, culturali o politiche; né lo scrivere, il dipingere, il comporre o qualsiasi altra attività artistica; né la filosofia; né l'insegnamento da parte di un maestro di vita o di pensiero; né l'hobby con cui si arricchisce la propria personalità; né la cura del corpo, l'attività fisica e sportiva praticata per diletto o per la salute; né lo sport agonistico; né il viaggiare per conoscere altre civiltà e ampliare i propri orizzonti; né l'occuparsi del prossimo disinteressatamente; né l'attività di chi si dedica al perfezionamento spirituale proprio o altrui; né gli uffici della vita religiosa; e molto, moltissimo altro, incluso il caso delle donne che abbandonano l'attività professionale per dedicarsi alla cura dei figli, attività che non è considerabile in alcun modo "lavoro". E' un dato di fatto che tutto ciò che costituisce la sfera più elevata delle attività umane non rientra lessicalmente nel concetto di "lavoro".

Non è forse un caso se la strada di molti artisti e filosofi passa per il non-lavoro, la marginalità, le ristrettezze economiche: Gustav Meyrink, Vincent Van Gogh, Thomas Mann, Emile Zola, Arthur Machen, René Descartes, Ugo Foscolo, Karl Marx sono solo alcuni dei tanti che hanno barattato il lavoro e la sicurezza economica con la libertà che esso non può offrire.

Albert Einstein raccontava, del periodo in cui viveva stentatamente come impiegato dell'ufficio brevetti di Berna, che nei suoi Gedankenexperimente (esperimenti simulati) poneva orologi dappertutto, ma non aveva neanche i soldi per comprarsene uno reale.

A queste considerazioni introduttive i brani riportati nella presente antologia ne aggiungono molte altre, interessanti e degne di meditazione.

Se ne augura a tutti buona lettura.

 

 

 

 

il lavoro nel pensiero greco (giovanni reale)

 

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Agli antichi filosofi rimane estranea la concezione del lavoro, in­teso nella sua accezione moderna, e quindi nella sua rilevanza socia­le e morale. Il lavoro manuale viene addirittura nettamente disprez­zato: basti pensare al ruolo subalterno che la classe degli operai e dei commercianti ha nello Stato ideale di Platone, oppure nella politica di Aristotele, il quale, nello sforzo di giustificare razio­nalmente l'istituto della schiavitù, considera lo schiavo addetto al la­voro manuale come strumento animato.

Verso una certa rivalutazione del lavoro, si muovono, invece, alcuni Sofisti - come ad esempio Ippia, ohe si propone come fine il raggiungimento di una autarchia tecnica, e, in una prospettiva etica, anche i Ci­nici, che considerano la fatica, anche fisica, come esercizio necessario per raggiungere il dominio di sé ed il disprezzo dei piaceri, e quindi per conseguire la virtù.

Una valutazione decisamente positiva del lavoro si trova in Musonio Rufo, che ritiene l'esercizio dell'agricoltura il mezzo più conveniente per il filosofo per guadagnarsi da vivere.

Anche negli Scettici (sia in quelli antichi che in quelli più recenti) si trovano spunti che interes­sano il nostro problema: Pirrone compie con assoluta indifferenza i lavori servili disprezzati dalla comune opinione, perché li considera, se non positivi, almeno indifferenti come tutto il resto, e, in ogni ca­so, in questo modo, si affranca dal comune modo di sentire. Sesto Empirico, infine, riconosce la necessità di apprendere ed esercitare un'arte, traendo questa norma dalla osservazione della vita comune e delle sue concrete esigenze.

 

 

 

 

prassi e contemplazione filosofica nel mondo greco. la gerarchia delle attività umane secondo aristotele (giovanni reale)

 

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La nozione di prassi

 

Per Aristotele prassi (πραξις) è quell'azione che parte dal soggetto e torna al soggetto, ossia l'azione morale, che, come tale, si distingue dalla poiesis o produzione, azione, che produce qualcosa al di fuori del soggetto (donde la distinzione di scienze pratiche e di scienze poietiche). In senso generale, prassi indica l'agire ed il fare degli uomini, come atteggiamenti distinti dalla contemplazione. L'inferiorità della prassi rispetto alla contemplazione è tematica in quasi tutti i filosofi greci.

 

La classificazione delle attività di pensiero

Aristotele ha distinto le scienze in tre grandi branche: a) scienze teoretiche, cioè scienze che ricercano il sapere per se medesimo; b) scienze pratiche, cioè scienze che ricercano il sapere per raggiungere attraverso esso la perfezione morale; c) scienze poietiche o produttive, vale a dire scienze che ricercano il sapare in vista del fare, cioè allo scopo di produrre determinati oggetti. Le più alte per dignità e valore sono le prime, che sono costituite dalla metafisica, dalla fisica, (in cui è inclusa la psicologia) e dalla matematica). La più alta delle scienze teoretiche è la metafisica.

 

La filosofia come bisogno primario dello spirito umano

Sommerso com'è da tanti altri problemi, perché mai l'uomo deve proprio porsi anche il problema di comprendere l'universo? Non è forse, questo, un problema di lusso? Peggio - potrà forse pensare qualche lettore d'oggi - non è per avventura un problema sorpassato, reso irrimediabilmente arcaico dalle nuove scienze, e, dunque, oggi non più proponibile?

Anche la risposta a questo interrogativo ci viene da Aristotele, il quale, nel fornirla, sfruttò a fondo il messaggio dei suoi predecessori. Proprio in apertura della Metafisica egli scrive:

 

Tutti gli uomini per natura desiderano il sapere.

 

Concetto, questo, espresso anche nel Protrettico nel modo seguente:

 

L'esercitare la sapienza e il conoscere sono desiderabili per se stessi dagli uomini: non è possibile infatti vivere da uomini senza queste cose.

 

Il « desiderio» di conoscere si iscrive, dunque, nell'essere stesso dell'uomo, rivelandosi, in tal modo, come qualcosa tolto il quale la natura stessa dell'uomo viene compromessa.

E si badi: non si tratta solamente di un generico desiderio di conoscere, ma proprio di un desiderio di raggiungere quel particolare tipo di conoscere di cui sopra abbiamo detto.

Che il desiderio di conoscere sia un tratto essenziale della natura dell'uomo risulta evidente dal fatto che tutti traiamo diletto dalle sensazioni, e, in particolar modo, dalla vista, per il motivo che essa è quella che ci fa conoscere di più. E come fra le varie sensazioni amiamo più di ogni altra la vista perché ci fa conoscere di più, così, analogamente, fra le varie forme di conoscere che sono ulteriori alla sensazione, apprezziamo maggiormente quelle che ci fanno conoscere di più. Oltre la sensazione, infatti, ci sono la memoria, l'esperienza e poi anche la scienza. Ma tutti gli uomini apprezzano più l'arte e la scienza che non l'esperienza, anche se colui che ha esperienza talvolta (o spesso) si muove più speditamente nella sfera dell'attività pratica rispetto a colui che possiede la scienza. Questo si verifica per il motivo che l'esperienza ci fa conoscere solamente il che delle cose, ossia i fatti e certi loro nessi empirici, mentre la scienza ci fa risalire al perché dei fatti, ossia alla causa ed al principio che li determinano. E, ancora, fra le scienze, noi apprezziamo di più quella che è in grado di farci conoscere non alcune cose soltanto, ma tutte le cose, o, meglio, non le cause di alcune cose soltanto, bensì le cause di tutte le cose, ossia la «sapienza », quella sapienza che abbraccia appunto l'intero universo.

Questo desiderio di conoscere nell'uomo si esprime in modo particolare nel sentimento della meraviglia.

Già Platone scriveva:

 

È proprio del filosofo questo: di essere pieno di meraviglia; né altro cominciamento ha il filosofare che questo esser pieno di meraviglia.

 

E Aristotele, riprendendo e svolgendo questo concetto, precisa:

 

Gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porre problemi sempre maggiori, come i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli astri e i problemi riguardanti l'origine dell'intero universo.

 

La filosofia come contemplazione

 

Una volta spiegata l'origine, è facile spiegare anche il fine, ossia lo scopo della filosofia secondo i Greci. Se l'origine del filo-sofare è un bisogno di conoscenza e di sapere, il fine dovrà essete appunto l'appagamento, o, quantomeno, il tendere all'appagamento di questo bisogno, come già s'è detto, e, dunque, il conoscere ricercato e conseguito per se stesso e non per scopi ulteriori. Insomma il fine è il conoscere per il conoscere o, come dicevano i Greci, il theorein, il conoscere come puro atteggiamento contemplativo del Vero.

Anche per comprendere a fondo questo punto il paragone con le scienze particolari risulta illuminante. Le tecniche e le scienze particolari sono dirette, di norma, alla realizzazione di scopi empirici e alla attuazione di fini prammatici ben precisi. Esse hanno indubbiamente anche un valore conoscitivo; tuttavia, questo non è in primo piano, in quanto, appunto, non costituisce il loro fine, che, come abbiamo detto, consiste nella produzione di determinati vantaggi di ordine pratico (per la medicina il guarire, per l'architettura il costruire, e cosi di seguito). Poiché, dunque, il raggiungimento di scopi pratici è essenziale per le scienze particolari, esse non valgono tanto di per sé quanto piuttosto (o almeno prevalentemente) nella misura in cui sono in grado di mandare ad effetto i medesimi. Per contro, la filosofia vale proprio per la sua teoreticità, ossia appunto per la sua carica e la sua valenza conoscitiva.

La tradizione antica riconosceva già nell'atteggiamento del primo dei filosofi greci, ossia di Talete, questa cifra teoretica. Anzi, Aristotele riconosceva una certa carica teoretica negli stessi creatori di miti teogonici e cosmogonici, in quanto i miti rispondono (sia pure a livello fantasticopoetico) a quello stesso bisogno da cui nasce la filosofia, vale a dire alla meraviglia.

Ma ecco un passo di Platone in cui proprio Talete è proposto come simbolo della «vita teoretica »:

 

Socrate - [ ... ] di queste e simili ciarle [che riguardano le piccolezze e le meschinità della vita quotidiana] il filosofo non sa niente più di quel che sappia, come si dice, quanti bicchieri d'acqua ha il mare. E neppure sa di non saperle; ché non se ne tiene lontano per aver fama di uomo singolare. E il vero è che il suo corpo soltanto si trova nella città e ivi dimora, ma non la sua anima; la quale tutte codeste reputandole cose da poco e anzi da nulla, e avendole in dispregio grande, trasvola, come dice Pindaro, da ogni parte, e ora scende giù nel profondo della terra, ora ne misura la superficie, ora sale su nel cielo a mirare le stelle, e tutta quanta investiga in ogni punto la natura degli esseri, ciascuno nella sua universalità, senza mai abbassare se stessa a niente in particolare di ciò che le è vicino.

Teodoro - Che cosa vuoi dire, o Socrate, con questo?

Socrate - Quello stesso, o Teodoro, che si racconta anche di Talete, il quale, mentre stava mirando le stelle e avea gli occhi in su, cadde in un pozzo; e allora una sua servetta di Tracia, spiritosa e graziosa, lo motteggiò dicendogli che le cose del cielo si dava gran pena di conoscerle, ma quelle che avea davanti e tra V piedi non le vedeva affatto. Questo motto si può ben applicare egualmente a tuttti coloro che fanno professione di filosofia. Perché il filosofo in verità non solo non si avvede di chi gli è presso, né del vicino di casa che cosa faccia, ma nemmeno, si può dire, se è uomo o altro animale; ma se si tratti invece di ritrovare che cosa l'uomo è, e che cosa alla natura dell'uomo, a differenza dagli altri esseri, conviene fare e patire, egli adopra in codesto ogni suo studio. Mi capisci ora, Teodoro? o no?

 

Analogo atteggiamento la tradizione antica riferiva a Pitagora e ad Anassagora, come leggiamo in un frammento del Protrettico di Aristotele:

 

Quale è mai, allora, lo scopo in vista del quale la natura e Dio ci hanno generati? Interrogato su questo, Pitagora rispose: «l'osservare il cielo », ed era solito dire di essere uno che speculava sulla natura e che in vista di questo scopo era venuto al mondo. E dicono che Anassagora, interrogato su quale fosse lo scopo in vista del quale uno poteva desiderare di essere stato generato e di vivere, rispose alla domanda: «l'osservare il cielo e gli astri che stanno intorno ad esso, e la luna ed il sole », come se non stimasse degne di nessun valore tutte le altre cose.

 

È appena il caso di rilevare che il « cielo » e il « mondo », in questo contesto, significano l'universo.

La concezione platonica, poi, è espressa in maniera paradigmatica già nel Teeteto sopra letto, ma gioverà riferire ancora un passo, tanto breve quanto efficace, della Repubblica:

 

E i veri filosofi [ ... ] chi sono per te? Quelli che amano contemplare la verità.

 

E con la contemplazione della Verità Platone intende la contemplazione dell' Assoluto.

In Aristotele la disinteressata contemplazione come cifra del filosofare è espressa, oltre che in una pagina esemplare della Metafisica, già sopra letta (nonché in celebri pagine dell'Etica a Nicomaco), in un frammento del Protrettico, che mette conto di riportare:

 

Il cercare che da ogni scienza derivi qualche cosa di diverso e che essa debba essere utile, è proprio di uno che ignora completamente quanto distino sin da principio le cose buone e quelle necessarie: esse, in realtà, differiscono al massimo. Quelle infatti, tra le cose senza di cui è impossibile vivere, che sono amate per causa di altro, devono essere dette cose necessarie e concause, mentre quelle che sono amate per se stesse, anche qualora non ne derivi nulla di diverso, devono essere dette cose propriamente buone. Questo perché non è possibile che una determinata cosa sia desiderabile per causa di un'altra, quest'altra per causa di un'altra ancora e cosi si proceda all'infinito; ma ad un certo punto ci si deve fermare. Sarebbe dunque del tutto ridicolo cercare da ogni cosa un vantaggio diverso dalla cosa stessa e domandare: «quale vantaggio dunque ne deriva a noi? », o «quale utilità? ». In verità, come noi diciamo, chi facesse questo non somiglierebbe per nulla ad uno che sappia che cosa sia bello e che cosa sia buono, né ad uno che distingua che cosa sia causa e che cosa sia concausa.

Uno può vedere che la nostra tesi è più vera di ogni altra, se col pensiero ci si porta per esempio nelle isole dei beati. Là infatti non c'è bisogno di nulla, né si ricava vantaggio da alcuna altra cosa, ma rimane soltanto il pensare e lo speculare, il che anche ora noi diciamo essere vita libera. Ma se ciò è vero, non sarebbe giusto che si vergognasse chiunque di noi, offrendoglisi l'occasione di dimorare nelle isole dei beati, si trovasse per colpa sua nell'impossibilità di farlo? Dunque non è disprezzabile il compenso che deriva agli uomini dalla scienza, né è piccolo il bene che da essa deriva. Come infatti nell'Ade, secondo quanto dicono i più sapienti fra i poeti, riceveremo il premio della giustizia, cosi nelle isole dei beati, a quanto sembra, dovremo ricevere il premio della sapienza.

Non c'è quindi nulla di strano, se la sapienza non appare utile né vantaggiosa, poiché non diciamo che essa è utile, ma che è buona, né è giusto desiderarla per causa di altro, ma per se stessa. Noi infatti ci rechiamo ad Olimpia in vista dello spettacolo stesso, anche se da esso non debba derivare niente altro - poiché lo spettacolo stesso vale più di molto denaro -, e stiamo a guardare le rappresentazioni dionisiache non per ricevere qualche cosa da parte degli attori, ma anzi pagandoli, e preferiremmo molti altri spettacoli a molto denaro. Allo stesso modo anche la speculazione sull'universo deve essere stimata più di tutte le cose che sono considerate utili. Non è certamente giusto, infatti, viaggiare con gran fatica allo scopo di vedere uomini che imitano donne e servi, o combattono e corrono, e non ritenere doveroso speculare, senza spesa, sulla natura degli esseri e sulla verità.

 

 

Filosofia e vita etico-politica

 

Solo di recente è stato messo in luce che la greca «contemplazione» implica strutturalmente un preciso atteggiamento pratico nei confronti della vita. Questo significa che la ϑεωρια [theoria] greca, non è solo una dottrina di carattere intellettuale e astratto, ma è altresì, sempre, una dottrina di vita, o, per dirla in altra maniera, è una dottrina che postula strutturalmente un inveramento esistenziale, e, di norma, ad esso si accompagna.

Come è stato opportunamente rilevato, dire che filosofia per i Greci significava riflessione razionale sulla totalità delle cose è abbastanza esatto se ci si limita a questo. Ma se vogliamo completare la definizione, dobbiamo aggiungere che, in virtù dell'altezza del suo oggetto, questa riflessione implicava un preciso atteggiamento morale e uno stile di vita che erano ritenuti essenziali sia dagli stessi filosofi che dai loro contemporanei. Questo, in altre parole, significa che la filosofia non era mai un fatto puramente intellettuale. È un errore altrettanto grave sostenere che nel periodo classico lo stile di vita non aveva alcun rapporto con la filosofia, quanto affermare che nel più tardo periodo ellenistico-romano la teoria cedette alla prassi. Si può ammettere questo: nel periodo più tardo c'è uno spostamento d'accento dagli aspetti teorici a quelli pratici della filosofia, non ad opera di tutti ma almeno in alcuni casi. In conclusione, nella filosofia greca più antica troviamo una teoria che implica di necessità un certo atteggiamento morale e uno stile di vita; nella filosofia greca più tarda troviamo, non sempre ma comunque con maggior frequenza del suo contrario, un atteggiamento e uno stile di vita morali che di necessità presuppongono una teoria.

Potremmo, insomma, dire che la costante della filosofia greca è il theorein, ora accentuato nella sua valenza speculativa, ora nella sua valenza morale, ma sempre in un modo tale che le due valenze si implicano reciprocamente in maniera strutturale. Del resto, una riprova di questo sta nel fatto, già richiamato, che i Greci ritennero sempre vero filosofo solo colui che dimostrò di sapere realizzare una coerenza di pensiero e di vita, e, quindi, colui che seppe essere maestro non solo di pensiero ma anche di vita.

Riteniamo, tuttavia, che si possa procedere ancora oltre queste conclusioni.

Intanto, che il confrontarsi con l'assoluto e con l'universo comporti un distacco dalle cose che gli uomini hanno comunemente in massimo pregio - come ad esempio la ricchezza, gli onori, il potere e simìli - e dunque una vita di tipo, diciamo cosi, «ascetico», lo si comprende agevolmente, dato che, contemplando l'universo, mutano necessariamente tutte le usuali prospettive, e in quest'ottica globale muta il significato della vita dell'uomo e una nuova gerarchia di valori si impone.

Ma il punto che stiamo discutendo si chiarisce ancora di più, mettendo a confronto la «contemplazione» e la « politica », concetti che per noi moderni paiono antitetici, e che, invece, i filosofi greci agganciano fra loro in maniera essenziale, rivelando proprio in questo la peculiare natura del loro theorein.

Di molti Presocratici le fonti antiche attestano l'attività politica. Non si tratta della politica militante, bensì della superiore attività del far leggi e del dar consigli alla Città. E sempre le medesime fonti attestano espressamente che leggi e consigli dati da questi filosofi furono buone leggi e buoni consigli. Fin qui, però, si tratta di tradizione indiretta, che non ci permette di cogliere il nesso preciso sussistente fra theoria e politica.

Anche i Sofisti, come sappiamo, hanno mirato, con la loro filosofia, a fare opera politica. Tuttavia, dalle testimonianze pervenuteci non appare, neppure in questo caso, quale fosse il nesso fra le due attività

Ma già in Socrate questo nesso emerge con tutta chiarezza. Socrate, come abbiamo visto, rinunciò alla politica intesa come quotidiana prassi militante, ma comprese perfettamente e proclamò che il suo filosofare costituiva una sorta di superiore attività politica, in quanto essa era formatrice di coscienze morali nella misura in cui disvelava i veri valori. L'aver guadagnato la chiara visione dell'universo dell'uomo come psyché e l'aver visto nella psyché ciò che nell'uomo è simile al divino, comportava, infatti, non solo una nuova impostazione dell'esistenza individuale, quale egli in modo paradigmatico seppe realizzare, ma anche un coinvolgimento degli altri, di tutti gli altri, e, al limite, della Città intera. Platone vide in maniera lucidissima questa enorme energia pratica della «sapienza» socratica, fino al punto di mettere in bocca a Socrate medesimo l'affermazione:

 

Io credo di essere tra quei pochi Ateniesi, per non dire il solo, che tenti la vera arte politica e il solo tra i contemporanei che la eserciti.

 

Dal canto suo, nella Repubblica, Platone portò queste premesse alle conseguenze estreme, giungendo ad additare nei filosofi divenuti re (e nei re divenuti filosofi), e dunque proprio nella filosofia, la salvezza dei governi e degli Stati, oltre che dei singoli uomini:

 

Né Stato né Governo né uomo alcuno diventerà perfetto, prima che [ ... ] pochi e buoni filosofi, che pure ora sono creduti inutili, non siano costretti per buona sorte, lo vogliano o no, a prendersi cura dello Stato, e la Città non sia costretta ad ubbidire loro, oppure nei figli dei re e dei potenti di adesso, o in questi medesimi, non si accenda, per divina ispirazione, vero amore di vera filosofia.

 

Su quali basi Platone afferma questo?

Per il nostro filosofo, come vedremo, il Bene è il fondamento di tutto: non solo dell'essere e del conoscere, ma anche dell'agire privato e dell'attività pubblica:

 

Ecco quello che a me sembra: nella sfera del conoscibile, ultima è l'Idea del Bene e solo a stento può essere vista, ma, una volta vista, bisogna riconoscere che essa è causa di tutte le cose giuste e belle, perché genera, nella sfera del Visibile, la luce e il signore della luce, e, in quella dell'intelligibile, essendo essa sovrana, produce la verità e l'intelligenza; e che a questa deve guardare colui che vuole comportarsi in modo assennato nella vita privata e in quella pubblica.

 

Ma Platone dice ancora di più. Egli giunge, infatti, a scoprire la ragione per cui la contemplazione ha valenza pratico-politica. Chi ha il pensiero rivolto agli esseri - egli dice -, a quegli esseri che permangono sempre identici e ordinati perfettamente, non si lascia deviare dalle vane occupazioni degli uomini che riempiono gli animi di invidia e di malanimo, ma piuttosto tende ad «imitare» quegli esseri e «a farsi simile a loro quanto più è possibile». E, cosi facendo, ossia intrattenendosi con ciò che è «ordinato e divino» il filosofo diventa egli stesso «quanto più è possibile ordinato e divino». Di conseguenza, il filosofo non solo trasforma la propria vita privata in questo modo, ma, qualora si rendesse necessario per lui occuparsi della vita pubblica, tenderebbe a far diventare lo Stato medesimo, quanto più è possibile, ordinato e divino, vale a dire strutturato secondo virtù.

Insomma, la conoscenza dell'universo e dell'assoluto, che per il nostro filosofo è il Divino e il Trascendente, comporta anche l'imitazione del divino e l'assimilazione al Divino nel singolo che lo contempla, e comporta, poi, anche il dovere di coinvolgere anche gli altri in tale imitazione, appunto in dimensione politica.

Due punti particolari meritano ancora di essere rilevati. Platone ha sottolineato, a più riprese, che la conoscenza dell'universo comporta uno « scioglimento dalle catene», una «ascesa» e addirittura «un rivolgersi con tutta la persona», ossia un cambiare vita, una conversione.

Inoltre, egli ha anche energicamente ribadito - e questo è stato di recente messo bene in luce - la necessità che colui il quale ha visto l'assoluto, ritorni nella « caverna» a «liberare », ossia a «convertire» gli altri, anche se questo dovesse costargli il prezzo della vita, come accadde a Socrate.

Non meno esplicita è la tematizzazione della potenza pratico-salvifica del «contemplare» nel Fedro. Le anime - si dice nel celebre mito di questo dialogo - quando sono nell'aldilà al seguito degli Dei, ruotando attorno ai cieli, giungono alla pianura della Verità, dove contemplano il puro essere (il mondo delle Idee). E quanto più riescono a contemplare, tanto più, reincarnandosi e ritornando sulla Terra, saranno ricchi di energie spirituali e morali. I migliori uomini saranno quelli in cui albergano anime che più «hanno visto », i peggiori quelli in cui albergano anime che meno «hanno visto». Questo significa che la vita morale dipende in modo strutturale dal contemplare: il « fare» è tanto più ricco quanto più lo è stato il «contemplare».

Non pochi di questi concetti ritornano anche nel Protrettico di Aristotele, del quale riportiamo la sezione dedicata alla discussione intorno ai rapporti fra filosofia e vita pratica:

 

Tale scienza è dunque speculativa, ma ci consente di essere artefici, in base ad essa, di tutte le cose. La vista infatti non è artefice e produttrice di nulla, poiché suo solo compito è il distinguere e il mostrare ciascuna delle cose visibili. Essa tuttavia ci consente di agire per mezzo suo e ci è di grandissimo aiuto in rapporto alle nostre azioni, poiché qualora fossimo privati di essa, saremmo pressoché immobili. Allo stesso modo è chiaro che, pur essendo questa scienza speculativa, tuttavia noi facciamo migliaia di cose in base ad essa, scegliamo alcune azioni e ne fuggiamo altre, e in generale per mezzo di essa acquistiamo tutti i beni.

 

E ancora nell'Etica Eudemia Aristotele proclama espressamente che la «contemplazione di Dio» costituisce il «criterio di riferimento» per la vita pratica.

 

Filosofia ed Eudaimonia

 

Eudaimonia, la parola greca che noi traduciamo con felicità, significa, letteralmente, avere un buon Demone protettore, dal quale dipende, come conseguenza, una vita prospera.

Ma questo Demone fu ben presto interiorizzato nella riflessione filosofica, e messo in stretto rapporto con l'intimo dell'uomo.

È appunto questo il concetto che si impone ad opera di Socrate e che successivamente domina incontrastato, per tutto il corso della filosofia antica. È proprio il theorein, come attività conoscitiva e come attività morale, che tempra l'anima e la fa diventare virtuosa, ossia buona. Ed è evidente che, se il Demone è la nostra anima (o nella nostra anima), la bontà o virtù dell'anima viene a coincidere strutturalmente appunto con la eu-daimonia.

Dunque, nella educazione e nella formazione dell'anima e dello spirito dell'uomo, e quindi nella filosofia, che più di ogni altra conoscenza forma l'anima, è riposta la felicità.

In un passo del Gorgia Platone fa espressamente dire a Socrate che la felicità consiste nell'interiore formazione e nella virtù:

 

Polo - Evidentemente, o Socrate, neppure, del Gran Re dirai di sapere che è felice!

Socrate - E direi semplicemente il vero, perché io non so come egli stia quanto a interiore formazione e quanto a giustizia.

Polo - Ma come? Tutta la felicità consiste in questo?

Socrate - Secondo me, si, o Polo. Infatti io dico che chi è onesto e buono, uomo o donna che sia, è felice, e che l'ingiusto e malvagio è infelice.

 

Ulteriori approfondimenti a questo tema sono apportati da Aristotele, il quale rileva che, dal momento che il vivere è legato al piacere, ne consegue che alla forma più alta di vita che è l'attività pensante dell'anima, la quale nel modo più alto si esplica appunto nel filosofare, è legato il piacere più alto, e quindi la felicità.

Nell'Etica a Nicomaco, poi, come vedremo 59, viene dimostrata a fondo la tesi che il culmine della felicità sta nella contemplazione. Il Dio stesso di Aristotele è autocontemplazione.

Nell'età ellenistica il nesso fra filosofia e felicità viene ulteriormente accentuato. Del resto, una filosofia che si proponga di essere un'arte del vivere, una via che conduce alla atarassia, alla pace dell'anima, non può non porre nella felicità il proprio telos.

Un testo di Epicuro valga come esempio per tutti:

 

Nessuno, mentre è giovane, tardi a filosofare, né, mentre è vecchio, si stanchi di filosofare: infatti, per acquistare la salute dell'animo, nessuno è immaturo o troppo maturo. E chi dice che non è ancora venuta l'età del filosofare, o che è già passata, è come se dicesse che non è ancor giunta l'ora di essere felici, o che è già passata.

 

 

 

 

la raffigurazione del lavoro nel mondo classico e l'ìdeale speculativo dell'umanesimo (da fritz saxl ed altri, saturno e la melanconia)

 

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L'arte nella Grecia classica aveva quasi interamente ignorato il mondo del lavoro manuale; e l'arte ellenistica se ne era occupata solo in forma di sentimentale pittura di genere, in cui erano raffigurati il povero che desta compassione o i contadini intenti al duro lavoro, non per dare un quadro oggettivo e naturale della realtà. Tuttavia l'antichità romana ne trasse una varietà quasi inesauribile di tipi figurativi. Accanto alle figurazioni puramente descrittive dei mestieri, che rimangono solidamente ancorate alla realtà in un modo tipicamente romano e ci mostrano contadini e artigiani intenti al loro lavoro quotidiano, ci sono le rappresentazioni ellenistiche che mitologizzano giocosamente questa concreta realtà, facendo lavorare putti; e ci sono, infine, innumerevoli pietre tombali sulle quali l'occupazione del defunto è indicata raffigurando non i gesti, ma, emblematicamente, gli arnesi del suo lavoro. Talvolta questi emblemi del lavoro possono trasformarsi nelle operazioni del lavoro stesso, come si vede in un vetro dorato su cui la figura di un armatore navale è circondata da piccole scene della vita di cantiere. Talvolta anche, se pure non di frequente, incontriamo rappresentazioni che realmente "personificano" un mestiere, come lo specchio etrusco (strettamente legato alle lastre tombali emblematiche) che presenta un eros alato circondato daglii arnesi del falegname: per così dire, "lo spirito della falegnameria".

L'umanesimo italiano riaffermò un ideale che era nato nell'antichità classica ma che poi era andato offuscandosi nel Medioevo; pià ancora, lo esaltò come criterio per un modo di vivere sostanzialmente mutato. Si trattava dell'ideale della vita speculativa, in cui la "sovranità dello spirito umano" sembrava realizzarsi quasi integralmente: infatti solo la vita speculativa si fonda sulla fiducia in sé e l'auttosufficienza di un processo di pensiero che rappresenta la sua propria giustificazione. Il Medioevo, è vero, non aveva mai dimenticato le gioie della vita dedita alla ricerca e alla conoscenza, e anche l'espressione vita contemplativa aveva continuato ad essere tenuta in considerazione; ma ciò che con questa espressione si intendeva era qualcosa di diverso dall'ideale classico della "vita speculativa". Diverso in quanto si trattava del valore  della vita contemplativa in sé e senza tenere conto del suo fine. Il pensatore medievale non meditava per essere padrone di sé, ma per avvicinarsi a Dio, per cui la sua meditazione trovava un senso e una giustificazione non in sé ma nel fatto di stabilire un rapporto con la divinità; e se non si dedicava a "contemplare", ma usava la sua ragione scientificamente egli si poneva consapevolmente nel solco di una tradizione che sulla base di tutto quanto il suo metodo, fondamentalmente mirava a ciò che è al di là dell'individuo; la sua specifica funzione era quella di erede e trasmettitore, di critico e mediatore, di discepolo e insegnante, e nessuno pensava che dovesse essereil creatore di un mondo intellettuale incentrato su di lui. Non era molto diverso, di fatto, dal contadino e dall'artigiano i quali occupavano anch'essi il posto loro assegnato, nell'ordine universale, da Dio: il dotto medievle (in quanto distinto dall'"aristocratico" umanista rinascimentale, conspevolmente appartato dal volgo) non si considerava un essere diverso e superiore. In entrambi i casi, quindi, il pensatore medievale non apparteneva a se stesso ma a Dio, o direttamente, come avveniva nella contemplazione di Lui, o indirettamente, come avveniva nell'adempimento di un servizio ordinato da Lui e regolato tradizionalmente e ieraticamente. Se non adempiva a queste due condizioni, era del diavolo, poiché chiunque non meditava né lavorava cadeva vittima del vizio dell'acedia, dell'accidia, che portava a tutti gli altri tipi di peccato. Si potrebbe dire che el Medioevo l'idea di ozio non esisteva. l'otium classico aveva un valore specifico e poteva perfino produrre valori anch se (o forse perché ) esternamente era la stessa cosa che l'inattività; era quindi contrapposto come di "di genere diverso" sia alla fatica del contadino o del soldato che all'improduttivo edonismo del fannullone. Parimenti, la vita del filosofo classico, chel'umanista rinascimentale aspirava ad imitare, non si colloca tra la vita activa e la vita voluptuaria ma al di là di entrambe. In certamisura sta al di là del bene e del male, molto diversamente dal percorso, che era rivolto a Dio, dei teologi e mistici medievali; e si può comprendere perché il Rinascimento, per distinguere il modo di vita ora riscoperto, del philosophus classico da quello del religiosus medievle, abbia abandonato l'espressione tradizionale vita contemplativa (che coi secoli aveva finoto con il significare semplicemente contemplatio Dei) ed abbia coniato una nuova espressione, che, risalendo al di là del Medioevo, riafermava l'antica idea delpensiero e della ricerca autosufficienti: si tratta di vita speculativa sive studiosa, contrapposta a vita contemplativa sive monastica. Il nuovo ideale trovò espressione concreta in un tipo d'uomo ignoto al medioevo, l'homo literatus o  Musarum sacerdos, che nella vita pubblica e privata era responsabile solo di fronte a se stesso e al suo spirito. Tutta una branca della letteratura fu dedicata all'elogio della vita speculativa. A questa furono devoti il Poliziano e Lorenzo de' Medici e ad essa reseroomaggio le camaldulenses disputationes del Landino, e fu la motivazioneprincipale della famosa orazinoe di Pico della Mirandola, De hominis dignitate. Nell'opera di Durer possiamo vedere come la nozione medievale della viziosa "accidia" ceda più tardi, nella Melencolia I, all'idea umanistica di una meditazione che non tanto sfugge all'attività quanto se la lascia alle spalle.

 

 

 

 

elogio dell'ozio (bertrand russell)

 

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Come molti uomini della mia generazione, fui allevato secondo i precetti del proverbio che dice « l'ozio è il padre di tutti i vizi ». Poiché ero un ragazzino assai virtuoso, credevo a tutto ciò che mi dicevano e fu cosi che la mia coscienza prese l'abitudine di costringermi a lavorare sodo fino ad oggi. Ma sebbene la mia coscienza abbia controllato le mie azioni, le mie opinioni subirono un processo rivoluzionario. lo penso che in questo mondo si lavori troppo, e che mali incalcolabili siano derivati dalla convinzione che il lavoro sia cosa santa e virtuosa; insomma, nei moderni paesi industriali bisogna predicare in modo ben diverso da come si è predicato sinora. Tutti conoscono la storiella di quel turista che a Napoli vide dodici mendicanti sdraiati al sole (ciò accadeva prima che Mussolini andasse al potere) e disse che avrebbe dato una lira al più pigro di loro. Undici balzarono in piedi vantando la loro pigrizia a gran voce, e naturalmente il turista diede la lira al dodicesimo, giacché era un uomo che sapeva il fatto suo. Nei paesi che non godono del clima mediterraneo, tuttavia, oziare è una cosa molto più difficile e bisognerebbe iniziare a tale scopo una vasta campagna di propaganda. Spero che, dopo aver letto queste pagine, l'YMCA si proponga di insegnare ai giovanotti a non fare nulla. Se ciò accadesse davvero, non sarei vissuto invano.

Prima di esporre i miei argomenti in favore dell'ozio, vorrei eliminarne uno che non mi sento di accettare. Quando una persona ha mezzi sufficienti per vivere e tuttavia pensa di assumere un impiego qualsiasi (di insegnante o di segretario, ad esempio), si usa dire che tale persona toglie il pane di bocca agli altri e compie perciò un'azione malvagia. Se tale argomento fosse valido, basterebbe che tutti stessero in ozio perché ogni stomaco fosse pieno di pane. La gente che parla così dimentica che di solito gli uomini spendono quel che guadagnano, e spendendo danno lavoro agli altri, cioè mettono nelle loro bocche, spendendo, tanto pane quanto gliene tolgono guadagnando. Il vero malvagio, da questo punto di vista, è il risparmiatore. Chi mette i propri risparmi nella calza nega al prossimo possibilità di guadagno. Se invece li investe, la faccenda diventa meno ovvia e il discorso cambia.

  Uno dei metodi più diffusi per investire i risparmi consiste nel darli in prestito a qualche governo. Considerando il fatto che la maggior parte dei governi civili spende un'altissima percentuale del denaro pubblico per pagare i debiti delle guerre passate e preparare le guerre future, chi presta quattrini allo Stato si trova press'a poco nella posizione di quell'infame personaggio di Shakespeare che prezzolava assassini. Insomma le abitudini economiche dell'uomo moderno hanno un solo risultato pratico, quello di aumentare il potenziale bellico dello Stato al quale egli presta i suoi risparmi. Ovviamente sarebbe meglio che li spendesse, sia pure ubriacandosi o giocando d'azzardo.

Mi si obietterà che la cosa è ben diversa quando i risparmi vengono investiti nell'industria. Se l'industria va a gonfie vele e produce qualcosa di utile, tutto bene. Ma di questi giorni molte industrie falliscono. Ciò significa che buona parte della fatica umana, che avrebbe potuto produrre qualcosa di piacevole, è stata sprecata per produrre macchine inoperose che non servono a nessuno. L'uomo che vede sparire i suoi risparmi in una bancarotta ha danneggiato gli altri oltreché se stesso. Se avesse speso i propri quattrini, supponiamo, nell'offrire splendide feste ai suoi amici, avrebbe fatto un gran piacere non soltanto a costoro, ma anche al macellaio, al pasticcere e al fornitore di liquori. Invece (è ancora una supposizione) li ha investiti in una impresa destinata a stendere una rete di rotaie in una cittadina che non ha bisogno di tram, e ha così contribuito a deviare una certa quantità di lavoro in un canale che non giova a nessuno. Ciò nonostante, quando sarà in miseria per colpa di quel pessimo investimento, tutti lo considereranno vittima di una sventura immeritata, mentre l'allegro prodigo, che ha speso filantropicamente il suo denaro, sarà disprezzato come un incosciente e uno scervellato.

Ma questa è soltanto una premessa. lo voglio dire, in tutta serietà, che la fede nella virtù del lavoro provoca grandi mali nel mondo moderno, e che la strada per la felicità e la prosperità si trova invece in una diminuzione del lavoro.

Prima di tutto, che cos'è il lavoro? Vi sono due specie di lavoro: la prima consiste nell'alterare la posizione di una cosa su o presso la superficie della terra, relativamente a un'altra cosa; la seconda consiste nel dire ad altri di farlo. La prima specie di lavoro è sgradevole e mal retribuita; la seconda è gradevole e ben retribuita, ed anche suscettibile di infinite variazioni. Per esempio, non soltanto vi sono persone che danno ordini, ma anche persone che danno consigli circa gli ordini che bisogna dare. Di solito due gruppi organizzati di uomini danno simultaneamente due tipi di consigli opposti: ciò si chiama politica. Questo genere di lavoro richiede un talento particolare che non poggia sulla profonda conoscenza degli argomenti sui quali bisogna esprimere un parere, ma sulla profonda conoscenza dell'arte di persuadere gli altri con la parola o con gli scritti, cioè la pubblicità.

In tutta Europa, seppur non in America, vi è una terza classe di persone, molto più rispettate dei lavoratori delle due categorie. Costoro sono i proprietari terrieri, i quali riescono a far pagare ad altri il privilegio di esistere e di lavorare. I proprietari terrieri sono oziosi, e ci si potrebbe perciò aspettare che io ne tessa gli elogi. Purtroppo il loro ozio è reso possibile soltanto dal lavoro degli altri; dirò di più: il loro smodato desiderio di godersi i propri comodi è l'origine storica del vangelo del lavoro. L'ultima cosa al mondo che essi si augurino è di vedere imitato il loro esempio.

Dall'inizio della civiltà fino alla rivoluzione industriale, un uomo poteva, di regola, produrre con molto lavoro un po' più di quanto fosse necessario al mero sostentamento di se stesso e della sua famiglia, sebbene sua moglie lavorasse almeno quanto lui e i suoi figli cominciassero a lavorare appena l'età glielo consentiva. Questo esiguo margine non rimaneva però a chi lo produceva, ma veniva incamerato dai guerrieri e dai preti. In tempi di carestia non era possibile produrre più del minimo indispensabile, ma guerrieri e preti pretendevano la loro parte come sempre, col risultato che molti lavoratori morivano di fame. Questo sistema restò in vigore in Russia fino al 1917 (e da allora, taluni membri del partito comunista sono riusciti ad assicurarsi lo stesso privilegio dei guerrieri e dei preti) e sussiste ancora in Asia; in Inghilterra, nonostante la rivoluzione industriale, fiorì anche nel periodo delle guerre napoleoniche e fino a cento anni fa, quando una nuova classe di manufatturieri andò al potere. In America si estinse con la rivoluzione, fuorché negli Stati del Sud, dove perdurò fino alla guerra civile. Naturalmente un sistema praticato per tanti secoli ha lasciato una profonda impronta sui pensieri e sulle opinioni degli uomini. Molte idee che noi accettiamo ad occhi chiusi a proposito delle virtù del lavoro derivano appunto da tale sistema e non si adattano più al mondo moderno perché la loro origine è preindustriale. La tecnica moderna consente che il tempo libero, entro certi limiti, non sia una prerogativa di piccole classi privilegiate, ma possa essere equamente distribuito tra tutti i membri di una comunità. L'etica del lavoro è l'etica degli schiavi, e il mondo moderno non ha bisogno di schiavi.

È ovvio che, nelle comunità primitive, i contadini lasciati liberi non si sarebbero privati dei prodotti in eccedenza a favore dei preti e dei guerrieri, ma avrebbero prodotto di meno o consumato di più. Dapprima fu necessaria la forza bruta per costringerli a cedere. Ma poi, a poco a poco, si scopri che era possibile indurii ad accettare un principio etico secondo il quale era loro dovere lavorare indefessamente, sebbene una parte di questo lavoro fosse destinata al sostentamento degli oziosi. Con questo espediente lo sforzo di costrizione prima necessario si allentò e le spese del governo diminuirono. Ancor oggi, il novantanove per cento dei salariati britannici sarebbero sinceramente scandalizzati se gli si dicesse che il re non dovrebbe aver diritto a entrate più cospicue di quelle di un comune lavoratore. Il concetto del dovere, storicamente parlando, è stato un mezzo escogitato dagli uomini al potere per indurre altri uomini a vivere per l'interesse dei loro padroni anziché per il proprio. Naturalmente gli uomini al potere riescono a nascondere anche a se stessi questo fatto, convincendosi che i loro interessi coincidono con gli interessi dell'umanità in senso lato. A volte ciò è verissimo; i proprietari di schiavi ateniesi, ad esempio, impiegarono parte del loro tempo libero in modo da apportare un contributo di capitale importanza alla civiltà, contributo che non sarebbe stato possibile sotto un sistema puramente economico. L'ozio è essenziale per la civiltà e nei tempi antichi l'ozio di pochi poteva essere garantito soltanto dalle fatiche di molti. Tali fatiche avevano però un valore non perché il lavoro sia un bene, ma al contrario perché l'ozio è un bene. La tecnica moderna ci consente di distribuire il tempo destinato all'ozio in modo equo, senza danno per la civiltà.

La tecnica moderna infatti ha reso possibile di diminuire in misura enorme la quantità di fatica necessaria per assicurare a ciascuno i mezzi di sostentamento. Ciò fu dimostrato in modo chiarissimo durante la guerra. A quell'epoca tutti gli uomini arruolati nelle forze armate, tutti gli uomini e le donne impiegati nelle fabbriche di munizioni, tutti gli uomini e le donne impegnati nello spionaggio, negli uffici di propaganda bellica o negli uffici governativi che si occupavano della guerra, furono distolti dal loro lavoro produttivo abituale. Ciò nonostante, il livello generale del benessere materiale tra i salariati, almeno dalla parte degli alleati, fu più alto che in qualsiasi altro periodo. Il vero significato di questo fenomeno fu mascherato mediante prestiti, il futuro alimentasse il presente. Il che, naturalmente, non era possibile; un uomo non può mangiare una fetta di pane che ancora non esiste. La guerra dimostrò in modo incontrovertibile che, grazie all'organizzazione scientifica della produzione, è possibile assicurare alla popolazione del mondo moderno un discreto tenore di vita sfruttando soltanto una piccola parte delle capacità di lavoro generali. Se al termine del conflitto questa organizzazione scientifica, creata per consentire agli uomini di combattere e produrre munizioni, avesse continuato a funzionare riducendo a quattro ore la giornata lavorativa, tutto sarebbe andato per il meglio. Invece fu instaurato di nuovo il vecchio caos: coloro che hanno un lavoro lavorano troppo, mentre altri muoiono di fame senza salario. Perché? Perché il lavoro è un dovere e un uomo non deve ricevere un salario in proporzione di ciò che produce, ma in proporzione della sua virtù che si esplica nello zelo.

Questa è l'etica dello Stato schiavistico, applicata in circostanze del tutto diverse da quelle che le diedero origine. Non c'è da stupirsi se il risultato è stato disastroso. Facciamo un esempio. Supponiamo che, a un certo momento, una certa quantità di persone sia impegnata nella produzione degli spilli. Esse producono tanti spilli quanti sono necessari per il fabbisogno mondiale lavorando, diciamo, otto ore al giorno. Ed ecco che qualcuno inventa una macchina grazie alla quale lo stesso numero di persone nello stesso numero di ore può produrre una quantità doppia di spilli. Il mondo non ha bisogno di tanti spilli, e il loro prezzo è già cosi basso che non si può ridurlo di più. Seguendo un ragionamento sensato, basterebbe portare a quattro le ore lavorative nella fabbricazione degli spilli e tutto andrebbe avanti come prima. Ma oggigiorno una proposta del genere sarebbe giudicata immorale. Gli operai continuano a lavorare otto ore, si producono troppi spilli, molte fabbriche falliscono e metà degli uomini che lavoravano in questo ramo si trovano disoccupati. Insomma, alla fine il totale delle ore lavorative è ugualmente ridotto, con la differenza che metà degli operai restano tutto il giorno in ozio mentre metà lavorano troppo. In questo modo la possibilità di usufruire di più tempo libero, che era il risultato di un'invenzione, diventa un'universale fonte di guai anziché di gioia. Si può immaginare niente di più insensato?

L'idea che il povero possa oziare ha sempre urtato i ricchi. In Inghilterra, agli inizi dell'ottocento, un operaio lavorava di solito quindici ore al giorno e spesso i bambini lavoravano altrettanto (nella migliore delle ipotesi dodici ore al giorno). Quando degli impiccioni ficcanaso osarono dire che tante ore erano forse troppe, gli fu risposto che la sana fatica teneva lontani gli adulti dal vizio del bere e· i bambini dai guai. Quand'ero piccolo, cioè poco dopo che gli operai di città conquistarono il diritto di voto, la legge istituì certe giornate festive, con grande indignazione delle classi ricche. Ricordo di aver udito questa frase dalla bocca di una vecchia duchessa: «Ma che se ne fanno i poveri delle vacanze? Tanto loro devono lavorare ». Oggigiorno la gente parla con minore franchezza, ma questo modo di ragionare sussiste ed è fonte di una grande confusione economica.

Consideriamo per un momento apertamente e senza superstizioni l'etica del lavoro. Ogni essere umano, per necessità, consuma nel corso della sua vita una certa quantità del prodotto della umana fatica. Supponendo, come lo suppongo io ora, che la fatica sia in sostanza ben poco piacevole, è ingiusto che un uomo consumi più di quel che produce. Naturalmente egli può produrre servizi utili anziché beni materiali, facendo il medico, ad esempio, ma in ogni caso deve dare qualcosa in compenso di vitto e alloggio. Fino a questo punto, ma fino a questo punto soltanto, amo mettiamo che il lavoro è un dovere.

Non insisterò sul fatto che in tutte le società moderne, al di fuori dell'URSS, molta gente riesce a risparmiarsi anche questo minimo di lavoro, in particolar modo coloro che ereditano quattrini o sposano i quattrini. Non penso però che il fatto che questa gente se ne stia senza far nulla sia dannoso quanto il credere che i salariati debbono spezzarsi la schiena lavorando o morire di fame.

Se il salariato lavorasse quattro ore al giorno, ci sarebbe una produzione sufficiente per tutti e la disoccupazione finirebbe, sempre che si ricorra a un minimo di organizzazione. Questa idea scandalizza la gente perbene, convinta che i poveri non sappiano che farsene di tanto tempo libero.

In America molti uomini lavorano intensamente anche quando hanno quattrini da buttar via; costoro, com'è naturale, si indignano all'idea di una riduzione dell'orario di lavoro; secondo la loro opinione l'ozio è la giusta punizione dei disoccupati; in effetti gli secca di vedere -oziare i propri figli. Ma, cosa strana, mentre vorrebbero che i figli maschi lavorassero tanto da non aver il tempo di diventar persone civili, non gli importa affatto che la moglie e le figlie non facciano nulla dalla mattina alla' sera. L'ammirazione snobistica per i disutili, che nella società aristocratica si estende ad ambedue i sessi, nella plutocrazia è limitata alle donne, in contrasto sempre più stridente col buon senso.

Bisogna ammettere che il saggio uso dell'ozio è un prodotto della civiltà e dell'educazione. Un uomo che ha lavorato per molte ore al giorno tutta la sua vita si annoia se all'improvviso non ha più nulla da fare. Ma, se non può disporre di una certa quantità di tempo libero, quello stesso uomo rimane tagliato fuori da molte delle cose migliori. Non c'è più ragione perché la gran massa della popolazione debba ora soffrire di questa privazione; soltanto un ascetismo idiota, e di solito succedaneo, ci induce a insistere nel lavorare molto quando non ve n'è più bisogno.

Nella nuova fede che regge il governo in Russia vi sono molte cose assai diverse dai tradizionali insegnamenti dell'Occidente, mentre alcune cose sono rimaste immutate. L'atteggiamento delle classi governative (specialmente di quelle che si occupano della propaganda educativa), nei riguardi della dignità del lavoro, è quasi identico all'atteggiamento che le classi governative di tutto il mondo hanno sempre assunto nei riguardi dei « poveri onesti». La propaganda rimette in valore l'operosità, la sobrietà, lo spirito di sacrificio, la volontà di lavorare molte ore al giorno per indiretti vantaggi, persino la sottomissione all'autorità; infatti l'autorità rappresenta ancora il volere del rettore dell'universo, che tuttavia ha cambiato nome e si chiama ora materialismo dialettico.

La vittoria del proletariato in Russia ha molti punti in comune con la vittoria del femminismo in certi altri paesi. Per secoli gli uomini hanno ammesso che le donne fossero più sante di loro e le hanno consolate per la loro inferiorità affermando che la santità era più desiderabile del potere. Alla fine le femministe decisero che volevano e santità e potere, giacché le pioniere credevano sì a tutto ciò che gli uomini avevano detto circa i pregi della virtù, ma non credevano affatto a ciò che essi avevano detto circa lo scarso valore della supremazia politica. Qualcosa del genere accadde in Russia a proposito del lavoro manuale. Per secoli, i ricchi e i loro sicofanti avevano intessuto elogi degli « onesti attrezzi di lavoro» e della vita semplice, professando una religione secondo la quale i poveri hanno molte più probabilità dei ricchi di entrare nel regno dei cieli. Avevano cercato insomma di far credere ai lavoratori manuali che vi è una certa forma di abilità nell'alterare la posizione della materia nello spazio, così come gli uomini avevano cercato di far credere alle donne che vi era una certa forma di nobiltà nella loro schiavitù sessuale. In Russia tutta questa retorica sul lavoro manuale è stata presa molto sul serio, col risultato che il lavoratore manuale è onorato colà più che in qualsiasi altro paese. Ma quelli che sono, in sostanza, appelli reoiualisti, vengono però lanciati con altri scopi: essi debbono infatti assicurare la collaborazione di operai indefessi per compiti speciali. Il lavoro manuale è un ideale proposto a tutti i giovani e sta alla base di ogni insegnamento etico.

Può darsi che per il momento ciò sia anche un bene. Un paese immenso, zeppo di risorse naturali, è in attesa di sviluppo e può far conto soltanto su pochissimo credito. In tali circostanze è necessario un durissimo lavoro che probabilmente sarà largamente com­pensato in seguito. Ma che cosa accadrà quando tutti potranno star bene senza lavorare molto?

In Occidente vi sono parecchi modi per affrontare il problema: non abbiamo mai tentato di instaurare la giustizia economica, cosicché una larga parte della pro­duzione totale viene assorbita da una piccola minoran­za della popolazione, che spesso non lavora affatto. Poiché manca un controllo centrale della produzione, produciamo una massa di cose che nessuno vuole. Man­teniamo in ozio una certa percentuale di persone per­ché possiamo fare a meno di loro grazie all'eccessivo orario di lavoro di chi ha un impiego. Quando questi metodi si rivelano insufficienti scoppia una guerra, cosi molta gente è impegnata a fabbricare esplosivi ed altri li fanno esplodere, come se fossimo bambini che hanno appena scoperto i fuochi artificiali. Combi­nando in modo diverso tutti questi elementi riuscia­mo a mantener viva la nozione che una buona dose di' duro lavoro manuale spetti giustamente a ogni uomo medio.

In Russia, grazie a una maggiore giustizia econo­mica e al controllo della produzione, il problema deve essere risolto diversamente. La soluzione più razionale sarebbe questa: non appena sia possibile soddisfare i bisogni più elementari, bisognerebbe ridurre gradual­mente le ore di lavoro, stabilendo via via con una vo­tazione popolare se a un certo punto i cittadini deside­rano più tempo libero o più beni di consumo. Ma do­po aver tanto predicato la virtù del duro lavoro, è dif­ficile che le autorità possano proporre un paradiso dove si fatichi poco e ci si riposi molto. È più probabile che esse trovino continuamente nuovi sistemi per dimostrare che il tempo libero deve essere sacrificato al­la produzione. Ho letto recentemente che gli ingegneri russi stanno studiando un progetto per riscaldare il mar Bianco e le coste settentrionali della Siberia co­struendo .u~a grande diga sul mar di Kara. Un proget­to meraVIglIoso, ma che potrebbe ritardare il benesse­re proletario di una generazione, mentre il nobile la­voro manuale avrà modo di esplicarsi tra i ghiacci e le tormente dell'Artico. Se una cosa del genere si attuas­se, la « virtù» del lavoro manuale finirebbe con l'es­sere considerata fine a se stessa anziché un mezzo per stabilire certe condizioni in cui il lavoro non sia più necessario.

Il fatto è che il modificare e spostare la materia, seppure, entro certi limiti, indispensabile alla nostra esistenza, non è assolutamente uno degli scopi della vita umana. Se lo fosse, un qualsiasi. manovale do­vrebbe essere considerato superiore a Shakespeare. A questo proposito siamo stati indotti a un equivoco da due ragioni. La prima è la necessità di gabbare i po­veri, che ha indotto i ricchi, per migliaia di anni, a predicare la dignità del lavoro, mentre dal canto loro essi si comportavano in modo ben poco dignitoso sotto questo aspetto. L'altra è la. gioia che ci procurano le macchine e la soddisfazione che proviamo nel veder­le operare straordinari cambiamenti sulla faccia della terra. Direi che né l'una né l'altra esercitano un gran­de fascino sul comune lavoratore. Se gli chiedete qual è, secondo lui, la miglior parte della sua vita, è im­probabile che vi risponda: «Sono felice quando mi applico al lavoro manuale perché sento di compiere uno dei più nobili compiti dell'uomo e perché mi pia­ce sapere che l'uomo può far molto per trasformare questo pianeta. E vero che il mio corpo ha un certo bisogno di riposo che io devo pur soddisfare in qualche modo, ma non sono mai tanto felice come quando, al mattino, riprendo in mano gli attrezzi di lavoro ». Non ho mai sentito un operaio dire una cosa del genere. Egli considera il suo lavoro al modo giusto, cioè come un mezzo necessario per procurarsi il sostentamento, e trova invece maggior gioia e soddisfazione nelle ore di riposo.

Bisogna però dire che, mentre un po' di tempo libero è piacevole, gli uomini non saprebbero come riempire le loro giornate se lavorassero soltanto quattro ore su ventiquattro. Questo problema, innegabile nel mondo moderno, rappresenta una condanna della nostra civiltà, giacché non si sarebbe mai presentato nelle epoche precedenti. Vi era anticamente una capacità di spensieratezza e di giocosità che è stata in buona misura soffocata dal culto dell'efficienza. L'uomo moderno pensa che tutto deve essere fatto in vista di qualcos'altro e non come fine a se stesso. Le persone più serie, ad esempio, condannano l'abitudine di andare al cinema e ripetono di continuo che tale abitudine spingerà i giovani su una cattiva strada. Però tutto il lavoro necessario per fare i film è rispettabile appunto in quanto è un lavoro, e in quanto frutta quattrini. La convinzione che le attività auspicabili siano quelle che fruttano quattrini ha messo tutto sottosopra. Il macellaio che ti procura la carne e il fornaio che ti fornisce il pane sono persone degne di lode, perché guadagnano; ma se tu ti accontenti di assaporare il cibo che essi ti hanno procurato, sei una persona frivola, a meno che tu non intenda accumulare forze per lavorare. In altre parole, si ritiene che guadagnare quattnru sia un'ottima cosa e spenderli un vizio. Il che è assurdo, giacché si tratta dei due aspetti di una medesima transazione. Si potrebbe allora sostenere che le chiavi sono un bene e le serrature un male. Il merito insito nella produzione di beni sta unicamente nel vantaggio che si ottiene consumandoli. L'individuo, nella nostra società, lavora per un profitto, ma lo scopo sociale del suo lavoro sta nella consumazione di ciò che egli produce. Il divorzio tra l'individuo e lo scopo sociale della produzione rende invece molto difficile per gli uomini avere le idee chiare in un mondo dove assicurarsi profitti è un incentivo all'operosità. Pensiamo troppo a produrre e troppo poco a consumare. Ne deriva che diamo troppo poca importanza al godimento delle "gioie più semplici, e non giudichiamo la produaione in base al piacere che dà al consumatore.

Quando propongo che le ore lavorative siano ridotte a quattro, ciò non implica che il tempo libero rimanente debba essere impiegato in frivolezze. Intendo semplicemente dire che quattro ore di lavoro al aiomo dovrebbero poter assicurare a un uomo il necessario per vivere con discreta comodità, e che per il resto egli potrebbe disporre del suo tempo come meglio crede. In un sistema sociale di questo genere è essenziale che l'istruzione sia più completa di quanto lo è ora e che miri, in parte, ad educare e raffinare il gusto in modo che un uomo possa sfruttare con intelligenza il proprio tempo libero. Non alludo qui a quel genere di occupazioni che si usano definire « intellettuali ». Le danze folcloristiche, ad esempio, sono praticate soltanto da pochi gruppi di volenterosi, ma gli impulsi che le fecero nascere debbono pur sempre esistere nella natura umana. I piaceri della popolazione urbana sono diventati soprattutto passrvi: sedersi in un cinema, assistere a una partita di calcio, ascoltare la radio e cosi via. Questa è la conseguenza del fatto che tutte le energie attive si esauriscono nel lavoro. Se gli uomini lavorassero meno, ritroverebbero la capacità di godere i piaceri cui si partecipa attivamente.

In passato vi era una piccola classe di persone quasi oziose e una vasta classe di lavoratori. La prima godeva dei vantaggi che non sono nemmeno contemplati dalla giustizia sociale, ed era di conseguenza prepotente, godeva di scarse simpatie e doveva inventare delle teorie per giustificare i propri privilegi. Questi fattori diminuirono in modo rilevante la sua eccellenza; ciò nonostante si può dire che essa contribuì in modo quasi esclusivo a creare quella che noi chiamiamo civiltà -. Fu questa classe che coltivò le arti e scopri le scienze, che scrisse libri, inventò sistemi filosofici e raffinò i rapporti sociali. Persino la campagna per la liberazione degli oppressi parti generalmente dall'alto. Senza una classe oziosa, l'umanità non si sarebbe mai sollevata dalla barbarie.

Il sistema dell'ereditarietà, che permetteva all'aristocrazia di tramandare di padre in figlio privilegi senza doveri, implicò tuttavia un notevole spreco. Nessuno dei membri di quella classe aveva imparato ad essere operoso, e tutti, presi nel complesso, non erano eccezionalmente intelligenti. Tra loro poteva si nascere un Darwin, ma sull'altro piatto della bilancia stavano decine di migliaia di gentiluomini di campagna che non avevano mai fatto nulla di più ingegnoso che cacciare la volpe o punire i bracconieri. Attualmente le università dovrebbero produrre in modo sistematico ciò che la classe aristocratica produsse accidentalmente e quasi per caso. Ciò rappresenta un bel passo avanti, ma ha i suoi inconvenienti. La vita universitaria è cosi diversa dalla vita reale in senso lato che chi vive in un milieu accademico finisce col non . rendersi più conto delle preoccupazioni e dei problemi degli uomini e delle donne comuni; inoltre il modo di esprimersi dei professori universitari è tale da impedire che le loro opinioni abbiano l'influenza che meriterebbero sul grosso pubblico. Un altro svantaggio è che nelle università gli studi sono disciplinatissimi, e l'uomo che segua una linea originale di ricerca riKhia di venire scoraggiato. Le istituzioni accademiche dunque, sebbene utili, non riescono a proteggere adeguatamente gli interessi della civiltà in un mondo dove al di fuori delle mura universitarie tutti sono troppo occupati nel perseguimento di scopi utilitari.

In un mondo invece dove nessuno sia costretto a lavorare più di quattro ore al giorno, ogni persona dotata di curiosità scientifica potrebbe indulgervi, ogni pittore potrebbe dipingere senza morire di fame, i giovani scrittori non sarebbero costretti ad attirare su se stessi l'attenzione con romanzacci sensazionali per procurarsi l'indipendenza necessaria alla produzione di opere geniali (che poi non scriveranno più perché, al momento buono, ne avranno perso il gusto e la capacità). Gli uomini che nel corso del lavoro professionale si siano interessati all'economia o ai problemi di governo, potrebbero sviluppare le loro idee senza quel distacco accademico che dà un carattere di impraticità a molte opere degli economisti universitari. I medici avrebbero il tempo necessario per tenersi al corrente dei progressi della medicina, e i maestri non lotterebbero disperatamente per insegnare con monotonia cose che essi hanno imparato nella loro giovinezza e che, nel frattempo, potrebbero essersi rivelate false.

Soprattutto ci sarebbe nel mondo molta gioia di vivere invece di nervi a pezzi, stanchezza e dispepsia. Il lavoro richiesto a ciascuno sarebbe sufficiente per farci apprezzare il tempo libero, e non tanto pesante da esaurirci. E non essendo esausti, non ci limiteremmo a svaghi passivi e vacui. Almeno l'uno per cento della popolazione dedicherebbe il tempo non impegnato nel lavoro professionale a ricerche di utilità pubblica e, giacché tali ricerche sarebbero disinteressate, nessun freno verrebbe posto alla originalità delle idee. Ma i vantaggi dI chi dispone di molto tempo libero possono risultare evidenti anche in casi meno eccezionali. Uomini e donne di media levatura, avendo l'opportunità di condurre una vita più felice, diverrebbero più cortesi, meno esigenti e meno inclini a considerare gli altri con sospetto. La smania di far la guerra si estinguerebbe in parte per questa ragione, e in parte perché un conflitto implicherebbe un aumento di duro lavoro per tutti. Il buon carattere è, di tutte le qualità morali, quella di cui il mondo ha più bisogno, e il buon carattere è il risultato della pace e della sicurezza, non di una vita di dura lotta. I moderni metodi di produzione hanno reso possibile la pace e la sicurezza per tutti; noi abbiamo invece preferito far lavorare troppo molte persone lasciandone morire di fame altre. Perciò abbiamo contin~ato a sprecare tanta energia quanta ne era necessaria prima dell'invenzione delle macchine; in ciò siamo stati idioti, ma non c'è ragione per continuare ad esserlo.

 

 

 

 

il sapere "inutile" (bertrand russell)

 

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Francesco Bacone, un uomo che salì alla più alta fama tradendo i suoi amici, asseriva, senza dubbio in base a personali esperienze, che «sapere è potere». Ciò tuttavia non vale per tutto il sapere. Sir Thomas Browne avrebbe voluto scoprire che cosa cantano le sirene, ma anche se fosse riuscito a scoprirlo, ciò non glI avrebbe permesso di assurgere dalla posizione di magistrato a quella di alto sceriffo della sua contea. La categoria del sapere che Bacone aveva in mente era quella che noi chiamiamo scientifica. Dando grande rilievo all'importanza della scienza, egli seguiva la tradizione degli arabi e dell'alto medioevo, secondo la quale il sapere poggiava soprattutto sull'astrologia, sull'alchimia, sulla farmacologia, che erano tutte branche della scienza. Era considerato uomo colto chi, avendo seguìto questi studi, fosse riuscito ad acquìstare poteri magici. All'inizio dell'undicesimo secolo, papa Silvestro II fu universalmente creduto un mago in combutta col diavolo soltanto perché leggeva molti libri. Prospero, che ai tempi di Shakespeare era una creatura di pura fantasia, rappresentò ciò che per secoli fu considerato il prototipo dell'uomo colto, almeno per quanto riguardava i suoi poteri magici. Bacone credeva (e con ragione, come sappiamo ora) che la scienza potesse fornire una bacchetta magica molto più potente dI quanto l'avessero mai sognata i negromanti dei tempi antichi.

Il Rinascimento, che giunse all'apice in Inghilterra ai tempi di Bacone, provocò una rivolta contro il concetto utilitario del sapere. I greci avevano acquistato grande familiarità con Omero, e lo. conoscevano come noi ora conosciamo le canzonette in voga, perché ne apprezzavano i versi e non perché si sentissero impegnati in un'attività culturale. Ma gli uommi del sedicesimo secolo non potevano nemmeno cominciare a capirlo senza aver prima assorbito una considerevole dose di erudizione linguistica. Essi ammiravano l greci e non volevano negare a se stessi quelli che furono i loro piaceri; cercavano perciò di imitarli, sia. leggendo i classici sia in altri modi meno confessabili. Il farsi una cultura durante il rinascimento, fu una parte della joie de vivre, così come il bere o l'amoreggiare. E ciò valeva non soltanto per la letteratura, ma anche per materie più impegnative. Tutti conoscono la storia del primo contatto di Hobbes con Euclide: aprendo per caso un libro egli vide il teorema di Pitagora e esclamò: « Perdio, è impossibile », e comincio a leggere a ritroso la spiegazione finché, giunto agli assiomi, ne fu convinto. Nessuno può dubitare che quello fu per lui un momento di grande voluttà, per nulla turbata dal pensiero che la geometria sia una scienza utile per misurare i campi.

È vero che il rinascimento sfruttò in modo pratico la conoscenza delle lingue antiche in rapporto con la teologia. Uno dei primi risultati del rinnovato amore per il latino classico fu il discredito in cui caddero certi decreti falsificati e la donazione di Costantino, Le inesattezze che furono scoperte nella Vulgata e nella Bibbia dei Settanta fecero sì che il greco e l'ebraico diventassero bagaglio indispensabile nell'equipaggiamento dialettico dei preti protestanti. I principi della Grecia e della Roma repubblicana furono invocati per giustificare l'opposizione dei puritani agli Stuart e dei gesuiti ai monarchi che avevano rifiutato obbedienza al papa. Ma questo fu un effetto più che una causa del rinnovato amore per la cultura classica che era sorto in Italia circa un secolo prima di Lutero. Il motivo principale del Rinascimento fu il diletto dello spirito, la restaurazione di una certa ricchezza e libertà nell'arte e nella speculazione che erano andate perdute, finché ignoranza e superstizione avevano bendato gli occhi della mente.

Si scoprì che i greci avevano dedicato parte della loro attenzione non soltanto ad argomenti letterari o artistici, ma anche alla filosofia, alla geometria e all'astronomia. Tali studi erano perciò rispettabili, mentre altre scienze rimanevano in predicato. La medicina, è vero, acquistava particolare dignità grazie ai nomi di Ippocrate e di Galeno; ma poi era caduta nelle mani degli arabi e degli ebrei mescolandosi inestricabilmente con le arti magiche. Di qui la dubbia reputazione di uomini come Paracelso. La chimica era ancor più sospetta, e divenne rispettabile soltanto nel diciottesimo secolo.

Fu cosi che una buona conoscenza del greco e del latino, sommata a qualche nozione di geometria e forse di astronomia, fini con l'essere considerata il bagaglio culturale più adeguato per un gentiluomo. I greci disprezzavano ogni applicazione pratica della geometria, e soltanto nel periodo della decadenza sfruttarono l'astronomia per scopi astrologici. Durante il sedicesimo e il diciassettesimo secolo, in linea di massima, si studiò la matematica con il disinteresse ellenico, mentre furono trascurate le scienze che si erano degradate per i loro rapporti con la stregoneria. Durante il diciottesimo secolo vi fu un graduale processo di orientamento verso una concezione più ampia e più pratica del sapere, processo che si accelerò improvvisamente con la rivoluzione francese e con l'invenzione delle macchine, giacché la prima inferse un terribile colpo alla cultura aristocratica mentre la seconda forni nuovi e stupefacenti mezzi all'ingegnosità di chi non era gentiluomo. Durante questi ultimi centocinquant'anni gli uomini si sono posti con sempre maggior impegno il problema della «inutilità» del sapere e hanno finito col credere sempre più fermamente che l'unica forma di conoscenza che valga la pena di possedere è quella applicabile a una qualche branca della vita economica della comunità.

In paesi come la Francia e l'Inghilterra, dove vige un sistema di educazione tradizionale, il punto di vista utilitario del sapere ha prevalso solo parzialmente. Per esempio, nelle università vi sono ancora professori di cinese che leggono classici cinesi ma ignorano le opere di Sun Yat-sen, il creatore della Cina moderna. Vi sono ancora uomini che conoscono la storia antica cosi come è stata narrata da scrittori dallo stile purissimo, cioè fino ai tempi di Alessandro in Grecia e di Nerone in Roma, ma rifiutano di studiare la storia del periodo seguente, molto più importante, perché gli scrittori del tempo erano letterariamente inferiori. Anche in Francia e in Inghilterra tuttavia la vecchia tradizione sta morendo, e nei paesi più moderni, come la Russia e gli Stati Uniti, è morta del tutto. In America, ad esempio, le commissioni per l'istruzione hanno stabilito che nella corrispondenza d'affari si usa un massimo di millecinquecento parole e propongono perciò che tutti gli altri vocaboli siano eliminati dal curriculum scolastico. L'inglese basilare, invenzione britannica, si spinge anche più in là, e riduce il vocabolario indispensabile a ottocento parole. Il concetto della lingua parlata come di un qualcosa suscettibile di valore estetico sta estinguendosi, mentre subentra la convinzione che l'unico scopo delle parole sia quello di fornire informazioni pratiche. In Russia il perseguimento di scopi pratici è condotto in modo ancor più tenace che in America: tutto ciò che si insegna nelle scuole deve servire ovviamente a qualcosa. L'unica eccezione è fornita dalla teologia: qualcuno deve pur esaminare le sacre scritture negli originali, e almeno pochi professori sono incaricati di studiare filosofia per difendere il materialismo dialettico contro gli attacchi dei metafisici borghesi. Ma via via che si rinsalderà l'ortodossia marxista, anche questa piccola breccia sarà colmata.

Ormai il sapere, ovunque, comincia ad essere considerato non come un bene in sé o come un mezzo per creare un'ampia e umanistica visione della vita in generale, ma semplicemente come un ingrediente dell'abilità tecnica. Ciò fa parte di un più vasto movimento di integrazione di una società che è stata plasmata dalla tecnica scientifica e dalle necessità belliche. Oggigiorno l'economia e la politica sono molto più interdipendenti che non nei tempi andati, e perciò l'uomo è indotto dalla pressione sociale a vivere nel modo che il suo prossimo giudica utile. Gli istituti di educazione, salvo quelli destinati alle persone molto ricche o (in Inghilterra) quelli che la tradizione ha reso invulnerabili, non hanno la possibilità di spendere il loro denaro come meglio credono, ma debbono dimostrare allo Stato che essi mirano a uno scopo utile insegnando l'efficienza e istillando la lealtà agli alunni. Questa è una parte, una rotella di quello stesso movimento che ha portato al servizio militare obbligatorio; all'organizzazione dei boy scouts e dei partiti politici, e al rinfocolamento della passione politica promosso dalla stampa. Ora siamo tutti più consci dell'esistenza dei nostri concittadini di quanto non lo fossimo un tempo e, se di temperamento virtuoso, siamo anche più ansiosi di giovare alla loro causa, o almeno di far sì che essi giovino alla nostra. Non ci piace pensare che qualcuno possa godersi pigramente la vita, per quanto raffinata sia la qualità del suo godimento. Sentiamo che tutti debbono far qualcosa per collaborare alla grande causa (quale che sia), tanto più che molti uomini cattivi operano contro questa causa e bisogna fermarli. La nostra mente non può mai oziare per acquistare cognizioni che non siano quelle utili alla conquista di un qualcosa che noi consideriamo importante.

Ci sarebbe molto da dire circa un punto di vista cosi strettamente utilitario dell'educazione. Non c'è il tempo sufficiente per imparare tutto prima di cominciare a guadagnarsi la vita e indubbiamente il sapere «utile» è molto utile. Ha fatto il mondo moderno. Senza di esso non avremmo macchine o automobili o aeroplani; 'bisogna aggiungere che non avremmo nemmeno la pubblicità e la propaganda moderna. La scienza moderna ha apportato un miglioramento immenso alla salute pubblica, e al tempo stesso ha scoperto come si possano sterminare intere città coi gas venefici. Tutto ciò che è caratteristico del nostro mondo a paragone coi tempi passati ha la sua origine nel sapere «utile», Nessuna comunità finora ne possiede abbastanza, e indubbiamente la scuola deve continuare a impartirlo.

Bisogna anche ammettere che buona parte dell'educazione umanistica tradizionale era idiota. I ragazzi sprecavano molti anni per imparare la grammatica latina e greca senz'essere, alla fine, capaci o desiderosi di leggere un autore latino o greco. Lo studio delle lingue moderne è preferibile, sotto ogni punto di.vista, allo studio delle lingue morte. Non soltanto esse sono più utili, ma consentono di acquistare una maggiore. cultura in minor tempo. Per un italiano del quindicesimo secolo, il latino e il greco erano indispensabili giacché praticamente tutto quel che valesse la pena di essere letto era scritto in queste due lingue o in italiano. Ma da quei tempi in poi ogni lingua moderna si è creata una magnifica letteratura, e lo sviluppo della civiltà è stato cosi rapido che la conoscenza dell'antichità si rivela meno utile per la comprensione dei nostri problemi di quanto non lo sia la conoscenza delle nazioni moderne e della loro storia relativamente recente. Il punto di vista di un insegnante legato alla tradizione, ammirevole ai tempi in cui rinasceva l'amore per la cultura, divenne via via sempre più ristretto, giacché fini con l'ignorare ciò che il mondo aveva fatto dopo il quindicesimo secolo. Non soltanto la storia e le lingue moderne, ma anche la scienza, se insegnata come si deve, contribuisce alla cultura. È perciò possibile sostenere che l'educazione dovrebbe avere scopi diversi dalla utilità diretta, senza con ciò difendere il curriculum tradizionale. Utilità e cultura, se esaminate con larghezza di vedute, sono molto meno incompatibili di quanto appaiano agli occhi degli accaniti sostenitori dell'una o dell'altra.

A parte i casi in cui cultura e utilità diretta possono fondersi, vi è anche l'utilità indiretta, di varie specie, implicita nel possesso di un sapere che non contribuisce alla efficienza tecnica. Penso che si potrebbe por riparo ai più grossi guai del mondo moderno se si incoraggiasse un sapere di questo genere, mitigando invece la corsa sfrenata alla specializzazione professionale.

Quando l'attività cosciente si concentra tutta su un unico scopo, ne risulta, per la maggior parte delle persone, uno squilibrio accompagnato da una qualche forma di disturbo nervoso. Gli uomini politici che erano a capo della Germania durante la guerra commisero gravi errori (per esempio la campagna dei sottomarini che portò l'America a schierarsi dalla parte degli alleati); errori che qualsiasi persona fresca di mente, esaminando per la prima volta la questione, avrebbe evitato, ma che i tedeschi non intuirono nemmeno perché si erano concentrati troppo sul medesimo problema senza mai prendersi una buona vacanza. Lo stesso fenomeno si verifica sempre quando gli uomini si sottopongono a un prolungato sforzo che paralizza gli impulsi spontanei. Gli imperialisti giapponesi, i comunisti russi, i nazisti tedeschi hanno tutti in comune l'intenso fanatismo di chi vive in un mondo mentale troppo chiuso e pensa esclusivamente a certe mete da raggiungere. Se queste mete sono importanti e raggiungibili quanto i fanatici lo suppongono, i risultati possono essere meravigliosi; ma nella maggior parte dei casi i paraocchi del fanatismo li inducono a non tener conto di qualche potente forza avversa, oppure a considerarla come opera del demonio da controbattere con il terrore. Gli uomini, come i bambini, hanno bisogno di giocare, cioè hanno bisogno di periodi di attività senza altro scopo che il godimento momentaneo. Bisogna dunque trovare piacere e interesse in faccende che non hanno rapporto col lavoro.

Gli svaghi delle moderne popolazioni urbane tendono sempre più ad essere passivi e collettivi, e consistono nell'osservazione inattiva dell'abile attività di altri. Indubbiamente questi svaghi sono meglio di nulla, ma sarebbero assai più piacevoli se la popolazione, grazie all'educazione, avesse una gamma di interessi molto più intelligenti non connessi col lavoro. Una efficiente organizzazione economica, permettendo alla umanità di beneficiare della produttività delle macchine, dovrebbe portare a un graduale aumento del tempo libero, e molto tempo libero può essere noioso per chi non abbia attività molto intelligenti. Una popolazione che lavori poco, per essere felice deve essere istruita, e l'istruzione deve tener conto delle gioie dello spirito, oltre che dell'utilità diretta del sapere scientifico.

L'elemento culturale nell'acquisizione del sapere, quando è bene assimilato, forma il carattere dei pensieri e dei desideri di un uomo, inducendoli a volgersi, almeno in parte, verso oggetti impersonali, e non soltanto verso faccende di immediato interesse per l'uomo stesso. Si è accettata con troppa facilità l'idea che quando un uomo ha acquistato determinate capacità grazie all'istruzione, le userà in un modo socialmente benefico. Il concetto strettamente utilitario dell'educazione ignora la necessità di dare un indirizzo alle intenzioni dell'uomo oltre che alle sue capacità. Nella natura umana non educata vi è una considerevole crudeltà che si manifesta in molti modi, piccoli e grandi. I ragazzi a scuola tendono a maltrattare il nuovo venuto o chi indossa abiti non convenzionali. Molte donne (e non pochi uomini) infliggono sofferenze atroci con dei maligni pettegolezzi. Gli spagnoli si divertono alle corride, gli inglesi si divertono cacciando e pescando. Gli stessi impulsi crudeli prendono forme più gravi nella caccia agli ebrei in Germania e al kulaki in Russia. Tutti gli imperialismi trovano pretesti per questi atti di crudeltà che in tempo di guerra vengono santificati come la forma piu alta di pubblico dovere.

Ora mentre dobbiamo ammettere che anche persone di grande cultura sono a volte crudeli, lo sono molto meno spesso, credo, delle persone la cui mente è un terreno da dissodare. Lo scolaro prepotente in classe ha raramente un profitto superiore alla media. Quando si verifica un linciaggio, i suoi promotori sono invariabilmente uomini di crassa ignoranza. E ciò non perché coltivando la mente si sviluppino sentimenti umanitari, sebbene possa anche essere cosi; ma perche la cultura ci suggerisce svaghi diversi dal tormentare il nostro prossimo, e mezzi diversi dalla prepotenza per affermare la nostra personalità. Le due cose più desiderate da tutti sono il potere e l'ammrrazione. Gli uomini ignoranti possono ottenerle, di regola, soltanto con mezzi brutali, che implicano la conquista della supremazia fisica. La . cultura dà all'uomo forme di potere meno dannoso e mezzi più meritori per attirare l'ammirazione. Galileo fece più di quanto qualsiasi monarca abbia mai fatto per cambiare il mondo, e il suo potere fu incommensurabilmente superiore a quello dei suoi persecutori. Egli non aveva perciò alcun bisogno di diventare un persecutore a sua volta.

Forse il vantaggio più importante del sapere «inutile» è che esso induce a un abito contemplativo della mente. C'è nel mondo troppa faciloneria, non soltanto perché si agisce spesso senza adeguata riflessione, ma anche perché si agisce a volte anche quando la saggezza consiglierebbe di non agire. La gente dimostra la propria indole in queste faccende in molti modi strani. Mefistofele dice al giovane studente che la teoria è grigia ma l'albero della vita è verde, e tutti citiamo la frase come se fosse un'opinione di Goethe e non ciò che, secondo Goethe, il diavolo avrebbe dovuto dire a uno studente. Amleto è considerato un terribile monito contro il pensiero non accompagnato dall'azione, ma nessuno si accorge che Otello è un monito contro l'azione non accompagnata dal pensiero. Professori come Bergson, per una sorta di snobismo verso l'uomo pratico, rinnegano la filosofia e dicono che la vita nella sua forma migliore dovrebbe somigliare a una carica di cavalleria. Dal canto mio, penso che l'azione vale di più quando deriva da una profonda comprensione dell'universo e del destino umano, e non da qualche selvaggio e romantico impulso di sproporzionata autoaffermazione. L'abitudine di trovar piacere nel pensiero anziché nell'azione è una salvaguardia contro la leggerezza e l'eccessivo amore del potere, un mezzo per conservare la serenità nella sventura e la pace della mente tra i crucci. Una vita limitata dagli interessi personali finisce col diventare, presto o tardi, insopportabilmente penosa. Soltanto spalancando le finestre su un cosmo più ampio e meno frenetico possiamo tollerare gli aspetti più tragici dell'esistenza.

L'abito contemplativo della mente ha una vasta gamma di vantaggi che vanno dal più banale al più profondo. Prendiamo ad esempio le seccature minori, come la presenza delle mosche o il fatto che si perda il treno o l'esser costretti a vivere accanto a un socio d'affari sempre di malumore. Guai del genere sono ben poca cosa se si rifletta sull'eccellenza dell'eroismo o sulla transitorietà dei mali umani, e tuttavia l'irritazione che provocano rischia di distruggere il buon carattere di molta gente e la gioia di vivere. In tali occasioni si può trovare un'ottima consolazione in qualche elemento del sapere che ha rapporti reali o fantastici con la seccatura del momento o che, anche se rapporti non ne esistono, serve a distrarre il corso dei nostri pensieri. Quando siamo aggrediti da una persona pallida di rabbia, è piacevole ricordare quel capitolo del Trattato delle passioni di Descartes intitolato: «Perché coloro che impallidiscono per la rabbia sono da temersi più di coloro che arrossiscono». Quando ci si spazientisce per le difficoltà che intralciano la cooperazione internazionale, conviene ricordare il santo re Luigi IX, il quale prima di imbarcarsi per la crociata si alleò col Vecchio della Montagna, descritto nelle Mille e una notte come l'oscura origine di ogni umana malvagità. Quando la rapacità dei capitalisti si fa opprimente, ci si può consolare rammentando che Bruto, quel raro esempio di repubblicana virtù, prestò quattrini a una città al tasso del quaranta per cento e assoldò un esercito privato per assediarla quando vide che non pagava gli interessi.

Le nozioni curiose non soltanto rendono gradevole ciò che è sgradevole, ma rendono altresì più gradevole ciò che già lo è. Ho gustato le pesche e le albicocche molto più di quanto le gustassi prima, da quando ho saputo che si cominciò a coltivarle in Cina agli inizi della dinastia Han; e che i cinesi presi in ostaggio dal grande re Kaniska le introdussero in India, da dove si diffusero in Persia giungendo nell'impero romano nel primo secolo della nostra èra. Tutto ciò mi rese quei frutti più dolci.

Circa cent'anni fa, alcuni filantropi bene intenzionati fondarono delle società per «la diffusione del sapere utile» col risultato che la gente cessò di apprezzare il delizioso gusto del sapere «inutile». Aprendo a caso l'Anatomia della malinconia del Burton, un giorno in cui mi sentivo incline a tale stato d'animo, appresi che esiste una «sostanza malinconica» e che, mentre taluni pensano sia prodotta da tutti e quattro gli umori, «Galeno ritiene che sia prodotta da tre soltanto, escludendo il flegma o pitùita, e la sua giusta asserzione è sostenuta con calore da Valerio e Menardo nonché da Fuscio, Montalto e Montano. Infatti (essi dicono) come può il bianco diventare nero?» Nonostante questo inoppugnabile argomento, Ercole di Sassonia e Cardario, Guianerius e Laurentius sono (riferisce Burton) di parere opposto. Placata da queste riflessioni storiche, la mia malinconia, fosse dovuta a quattro umori oppure a tre, si dissipò. Come un rimedio per il troppo zelo, potrei immaginare pochi mezzi più efficaci di un corso su tali antiche controversie.

Mentre i piaceri modesti della cultura hanno il loro valore perché alleviano le seccature modeste della vita pratica, i meriti più importanti della contemplazione sono in rapporto con i mali più gravi dell'esistenza: la morte, la sofferenza e la crudeltà, e la cieca marcia delle nazioni verso un inutile disastro. Coloro che non traggono più conforto dalla religione dogmatica hanno bisogno di un surrogato perché la vita non diventi arida e dura e colma di una volgare autoaffermazione. Il mondo è ora zeppo di gruppi rabbiosamente concentrati in se stessi, ciascuno incapace di considerare la vita umana nel suo insieme, ciascuno smanioso di distruggere la civiltà piuttosto che arretrare di un passo. Una istruzione tecnica non riuscirà mai a fornire un antidoto a tanta ristrettezza di vedute. L'antidoto, in quanto riguarda la psicologia individuale, lo si può trovare soltanto nella storia, nella biologia, nell'astronomia, in tutti quegli studi che, senza intaccare il valore della personalità, consentono all'individuo di vedere se stesso nella giusta prospettiva. Ciò che occorre non è questa o quella nozione specifica, ma una cultura che permetta di comprendere gli scopi della vita umana in generale: arte e storia, familiarità con le vite di personaggi eroici, una certa idea della posizione accidentale ed effimera dell'uomo nel cosmo, il tutto illuminato con emozione e orgoglio da ciò che è caratteristicamente umano, la capacità di vedere e di sapere, la capacità di sentire in modo magnanimo e· di pensare con coscienza. È dalle vaste percezioni sommate all'emozione impersonale che sgorga direttamente la saggezza.

La vita, che fu sempre colma di sofferenza, è più dolorosa ora che nei due secoli precedenti. Il tentativo di sfuggire al dolore spinge gli uomini a occuparsi di cose banali, a ingannare se stessi, a inventare vasti miti collettivi. Questi palliativi momentanei finiscono, a lungo andare, col creare nuove fonti di sofferenza. L'infelicità privata e pubblica può essere dominata soltanto da un processo in cui volontà e intelligenza agiscono concordi: è compito della volontà rifiutarsi di chiudere gli occhi davanti al male o di accettare una soluzione che non ha contatti con la realtà, ed è compito dell'intelligenza capire il male, porvi un rimedio se è possibile o, in caso contrario, renderlo sopportabile considerandolo sotto i suoi vari aspetti, accettandolo come inevitabile e rammentando tutto ciò che esiste al di fuori di quel male, in altre regioni, in altre età e negli abissi dello spazio interstellare.

 

 

 

 

l'uomo "compiutamente spostabile" (elémire zolla)

 

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Per intendere il misticismo occorre non solo sgombrare la mente dal catalogo degli stereotipi, ma anche ricostruire l'antica condizione, lo stato da cui nasceva ogni misticismo, cioè il mondo anteriore alla rivoluzione scientifica. Oggi l'uomo è diventato compiutamente, usa dire Bertrand de Jouvenal, spostabile; il suo ambiente d'altro canto è fungibile rispetto a quasi ogni altro sicché egli è naturalmente disposto ad un ascetismo capovolto: per natura, ormai, egli rinuncia ai massimi beni profani: la propria terra come ente inconfondibile, la salubrità dell'aria, un ruolo sociale non angosciante, un lavoro sensato, costumie oggetti d'uso che abbiano uno stile, cibi schietti. A compenso dell'ascesi, della rinuncia a questi conforti egli però non riceve beni spirituali, sibbene i materiali che si possano per caso produrre in serie; all'ascesi egli deve adeguarsi per forza (i fanciulli non possono comunque aggirarsi imparando e sbrigando faccende nella bottega o nel campo, non possono giocare per la strada sorvegliati dalla comunità né bagnarsi nel torrente, né allevare gli ultimi nati, poiché il padre deve lavorare in fabbrica o in ufficio, abitare in un alveare fra estranei, rinunciare alle acque che non siano piscine pubbliche, limitare le nascite; il padre che ravvisi nel nido d'infanzia o nel collegio o nella banda di coetanei forme di esilio o nella solitudine una forma di carcerazione per i suoi figli soffre; se invece giudiziosamente si accieca, vivrà soddisfatto nell'infelicità). Gli unici a poter trarre un vantaggio dall'ascesi sono i perfettamente spostabili, che riescono a crearsi falsi bisogni che verranno soddisfatti. L'allenamento a questo nuovo ordine comporta istinti repressi, fiacchi, l'uomo spostabile regredisce di qua dalle passioni. Il mistico le trascendeva. C'è una somiglianza fra i due, proprio perché sonoi contrari l'uno dell'altro: non sono asserviti ai beni naturali della terra né l'uno né l'altro. Coloro che hanno osato percorrere la strada indicata dalle opere mistiche nei tempi moderni hanno dovuto prima criticare la condizione sradicata, hanno trovato cioè un ostacolo in più, un ulteriore grdino della scala, una mediazione aggiunta alla catena di mediazioni trdizionali. Per trascendere il mondo bisogna che il mondo ci sia, per attingere il soprannaturale è  necessario che ci si rappresenti il naturale. Perciò le due mediazioni attualmente preliminari a ogni conoscenza mistica saranno prima la critica del bisogno falso, del consumo coatto, della repressione della natura, poi la configurazione della propria vita nell'ordine anteriore alla modernità. Si vede questo movimento duplice in ogni mistico moderno, come premessa delle sue conoscenze: la storia di Kierkegaard è nota. Prima di lui Hölderlin dovette anzitutto criticare il mondo dal quale "sono fuggiti gli dèi", e quindi riplasmare la sua lingua depurandola affinché diventasse espressiva e non miseramente comunicativa. Dopo egli ebbe in dono le passioni robuste e solenni che lo legarono d'amore a Diotima: da queto punto poté partire per la via tracciata, in tempi immemorabili, verso le conoscenze mistiche, che gli furono largite fino alla follia. Herman Melville prima compie una critica simila a quella di Marx in Redburn, poi riacquista nozione delle passioni, infernali e purgatoriali in Omoo e White Jacket, e infine queste trascende nel viaggio iniziatico di Moby Dick. Emily Dickinson, nella solitudine può misurare la piena esensioine degli empiti passionali, e poi trascenderli. I quaderni mistici di Kafka non sarebbero stati scritti se egli prima non avesse incenerito il mondo burocratizzato. Robert Musil mostrò come sia orrido ogni impulso mistico che non abbia subito prima il lavacro della doppia mediazione: "Se oggi qualcuno vuol chiamare fratelli gli uccellini, non deve fermarsi a queste piacevolezze, ma esser pronto a gettarsi nella stufa, a infilarsi nel terreno attraverso una conduttura elettrica o a guazzare nelle fogne già per un lavandino", è datto nell'Uomo senza qualità. Così non ci potrebbe essere La connaissance surnaturelle di Simone Weil senza La condition ouvrière. Pasternak doveva comprendere come "quel che era metaforico è diventato reale" e allontanarsi da ogni tratto moderno, per esporsi alla terribile furia delle passioni e trascenderle infine secondo i canoni della liturgia in un modoche, fosse anche soltanto oscuramente avvertito da coloro che l'hanno esaltato per equivoco, dovrebbe renderlo un worst seller.

 

 

 

 

divisione e specializzazione del lavoro moderno (konrad lorenz)

 

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Konrad Lorenz, ne Il declino dell'uomo, dice a proposito della divisione del lavoro che "la camicia di forza della specializzazione limita l'individuo e rende il mondo terribilmente noioso. Sono fermamente convinto che lo 'svuotamento di senso' del mondo del quale Viktor Frankl ha parlato in modo così persuasivo sia in gran parte conseguenza della specializzazione. Infatti se non si è più in grado di abbracciare l'universo come un tutto, non si reisce più a percepirne la bellezza, né a interessarsi ad esso.

 

 

 

 

il mito del lavoro nel mondo contemporaneo (julius evola)

 

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Nessun orientamento di Destra è concepibile senza una decisa presa di posizione contro il mito del "lavoro" e del "lavoratore" e contro l'aberrante culminazione di questo mito dei tempi ultimi, costituito dal concetto di "Stato del Lavoro".

Non occorre dire che, come sempre, qui per Destra intendiamo la vera Destra, non la Destra economica e capitalistica, comodo bersaglio delle forze sovvertitrici, bensì la Destra definita da valori politici, gerarchici, qualitativi, aristocratici e tradizionali, custode dell'idea del vero Stato.

  Vi è chi può obiettare che una tale Destra nel giuoco delle attuali forze politiche italiane, e fors'anche europee, è inesistente. Però già nelle correnti che almeno si dicono "nazionali" la profonda degradazione inerente a quel mito dovrebbe essere sentita e dar luogo ad una naturale reazione. Invece troppo spesso si indulge in un equivoco che comporta inevitabilmente l'acquiescenza al gergo e alle ideologie della parte opposta. Ma è così: non bruciare incenso dinanzi alla classe lavoratrice, non vedere la quintessenza di ogni politica non retrograda e non "reazionaria" nel mettersi al servizio di essa e nell'andar incontro alle sue sempre più impertinenti "rivendicazioni", e così via, sembra effettivamente oltrepassare la dose di coraggio fisico e morale di cui dispone la gran parte di coloro che oggi, da noi, fanno la politica.

Peraltro, anche di recente l'indulgere alle accennate ideologie si è verificato in margine a correnti nazionali. Il concetto di "Stato del Lavoro", sia pure abbellito per l'occasione con la qualifica addirittura di "nazionale", è stato proposto allo studio e alla discussione di ambienti giovanili Su di un altro piano, esso è stato innalzato a simbolo "rivoluzionario", quasi che la Costituzione vigente non cominciasse con la solenne proclamazione che l'Italia "è una repubblica fondata sul lavoro" per cui è evidente che l'accampata istanza "rivoluzionaria" può essere concepita solo sulla direzione radicalistica propria a marxismo, socialismo e comunismo (movimenti dove il mito del lavoro e dello Stato del lavoro è veramente a casa sua), non sulla direzione di un rigetto del sistema vigente, di una rivoluzione ricostruttrice e restauratrice della gerarchia naturale dei valori e delle dignità.

A dire il vero, ci dà quasi noia tornare su simili argomenti: nel riguardo la nostra presa di posizione risale al già abbastanza lontano 1934, quando uscì la prima edizione della nostra Rivolta contro il mondo moderno, e da allora non ci siamo stancati di denunciare ideologie del genere. E' vero che anche nel fascismo del Ventennio in certi ambienti sindacalisti e "pancorporativi" si erano affacciate tendenze analoghe, ma esse restarono sempre marginali e inoperanti. Mussolini si rifiutò sempre di concepire lo stato fascista come un mero Stato del lavoro; affermò il primato della politica e di superiori valori rispetto all'economia; le stesse corporazioni, che organizzavano e disciplinavano le forze del lavoro e della produzione, egli le concepì come mezzi e non come fini.

Nemmeno ebbe seguito la stortura che, verso la fine del Ventennio, rappresentò la formulazione, da parte di Giovanni Gentile, del cosiddetto "umanesimo del lavoro" sullo sfondo di un "senso della storia", interpretato proprio al modo degli ideologi di sinistra: dopo l'emancipazione dello spirito umano, "celebratasi" col Rinascimento e con l'umanismo di quel tempo, la rivoluzione liberale avrebbe rappresentato una seconda conquista; ma l'ulteriore progresso sarà l'"umanesimo del lavoro" con l'"etica del lavoro", la riconosciuta spiritualità e dignità del lavoro e tutto il resto. La convergenza con la filosofia marxista della storia non avrebbe  potuto essere più precisa, e questo "umanesimo" gentiliano faceva il paio col "vero umanesimo" marx-leninista e con tutto ciò che si legge nella costituzione sovietica circa il lavoro inteso non come un dovere imposto sadicamente a tutti ma anzi  come un "onore".

D'altra parte, si sa di tutte le correnti di un cattolicesimo "illuminato" e non retrogrado che oggi stanno mettendosi su si una non molto diversa linea inneggiando all'"ascesa della classe lavoratrice". Le tappe del progresso umano secondo il cattolico Maritain sono esattamente le stesse di quelle concepite dal Gentile. La culminazione della storia, per tutti costoro, è la "civiltà del lavoro" e la mistica del "lavoratore", nuovo soggetto della storia.

Non occorre dire che dal punto di vista tradizionale le tappe di questo presunto progresso corrispondono rigorosamente a quelle di una graduale degradazione e involuzione che, peraltro, ha colpito anche il tipo degli ideali, dei valori, delle vocazioni predominanti e, in genere, della civiltà. Infatti è ovvio che il passare da civiltà che gravitano su valori spirituali e trascendenti a civiltà il cui centro era costituito soltanto dai valori, sia pure degni, propri ad una aristocrazia guerriera e, da questa, alla civiltà capitalistica e industrialistica basata sull'economia, sull'organizzazione materiale, sul danaro e il guadagno, e, infine, lo spostamento terminale verso una società avente per centro e mito il puro lavoro e il lavoratore .. è ovvio che questo processo non può venire concepito che come un processo regressivo.

La generalizzazione del significato della parola "lavoro" è una caratteristica della fase finale di questa regressiore. Essa può dire una sola cosa: che tende a concepire sotto le specie di quelle attività inferiori, alle quali soltanto si può applicare correttamente il termine "lavoro", ogni altra attività, tanto da degradarla e riportarla allo stesso comune denominatore. E' ciò che avviene, ad esempio, quando ci si mette a parlare di "lavoratori intellettuali", di "lavoratori del braccio e della mente" onde mascherare l'assurdità di concepire una società e uno stato in funzione esclusiva di "lavoro" e di "lavoratori". Un simile abuso deve venire denunciato. Si deve dire che il lavoro è lavoro, e basta. E' un non senso applicare il termine di "lavoratore" – per non dire addirittura "operaio" – all'inventore, all'artista creatore, al pensatore, al condottiero, al diplomatico, al sacerdote, allo scienziato, perfino al grande organizzatore e capitano d'industria. L'attività di tutti costoro non la si può definire come un "lavoro", né essi possono essere inclusi come che sia nella "classe lavoratrice". Anzi noi non chiameremmo "lavoratore" nemmeno il contadino nella misura in cui non sia il bracciante salariato ma colui che è ancora fedele alla terra e la coltiva per tradizione e per un interesse che non si esaurisce nella pura idea del provento (per questo, oggi il tipo di un tale contadino, conformemente al "progresso sociale", sta per sparire).

Però non si può contestare che, parallelamente all'accennata generalizazione abusiva del termine "lavoro", si è verificata nei tempi ultimi una degradazione effettiva che in certi settori la conferma. Stanno, infatti, divenendo "lavoro" non poche attività che fino a ieri avevano un assai diverso carattere. Ad esempio, si possono ben chiamare "lavoro" nel senso più bruto certe forme di sports e di allenamento sportivo.

Il fatto che secondo la tradizione biblica (a cui, altrimenti, ad esempio, quando s'insorge ostinatamente contro il controllo delle nascite, ci si tiene così attaccati) il lavoro fu concepito in stretta connessione con la caduta dell'uomo e come una specie di espiazione, quindi come nulla che si possa glorificare, i cattolici di oggi volentieri lo dimenticano. E' noto il valore negativo attribuito anche dall'antichità classica al lavoro nel senso proprio e legittimo, ossia materiale: labor poté equivalere quasi a sofferenza e a pena, e il verbo laborare poté significare "soffrire" – laborare ex capite in latino voleva  dire, ad esempio, soffrire di mal di testa. Reciprocamente, il termine otium, in antitesi a labor e negotium, spesso fu usato dai classici per designare non la fannullaggine ma il tempo dedicato ad attività non materiali, intellettuali, a studi, alla letteratura, alla speculazione e simili; mentre otium sacrum figurò nella stessa terminologia religiosa e ascetica, associato all'attività contemplativa. Qui non sappiamo resistere alla tentazione di citare un proverbio spagnolo: el hombre que trabaja pierde un tiempo muy precioso, cioè "l'uomo che lavora (in senso proprio) prde un tempo assai prezioso". Perdere questo tempo prezioso – perché meglio utilizzabile – può essere una necessità, una triste necessità. Ma il punto fondamentale dovrebbe essere il rifiuto di fare di tale necessità una virtù e esaltare una società in cui essa sia la chiave di volta.

In ogni visione sana e normale della vita il lavoro deve essere considerato come un semplice mezzo di sostentamento nel caso di esseri non qualificati per svolgere una attività di un genere più alto. Lavorare come fine in sé e oltre quanto occorre pel proprio mantenimento è una aberrazione –  e proprio il "lavoratore" dovrebbe capirlo: l'"eticità del lavoro", l'"umanesimo del lavoro", il "lavoro come onore"  tutte le altre chiacchiere non sono che mezzi per mistificarlo e per meglio saldare le catene che lo legano al meccanismo della "produzione" divenuta quasi un processo autonomo. Già in altra occasione abbiamo citato questo aneddoto: in un paese asiatico un imprenditore europeo, constatando lo scarso impegno degli indigeni nel lavoro pensò di raddoppiare le mercedi. La conseguenza fu che subito gli indigeni si misero a lavorare la metà delle ore di prima, dato che ora così avevano già quanto loro bastava. Se il clima del "progresso sociale", dell'oltrepassamento a tutti i costi della propria condizione, del moltiplicarsi artificiale dei bisogni non facesse apparire come deprecabile un tale atteggiamento, proprio il prevalere di esso in strati sociali inferiori (e anche non inferiori) tornati alla normalità sarebbe uno dei mezzi più efficaci per fermare il "gigante scatenato", cioè l'economia, il parossismo produttivo che sta diventando il destino dell'umanità "civilizzata".

Tornando un momento all'antichità classica, oltre a otium nel senso dianzi chiarito, un altro termine faceva da antitesi a labor: opus, "opera". Propriamente, solo allo schiavo si addiceva il labor, l'uomo libero compiva delle "opere", donde il termine latino opifex che evidentemente a questa stregua non può tradursi con "operaio" nel senso moderno. Ora, lo Spengler ha indicato un mutamento assai significativo quando ha rilevato che mentre l'uomo moderno tende a "Lavorare" perfino quando "opera" – crea, agisce, compie – l'uomo tradizionale dava un carattere di "opera" perfino a ciò che poteva essere  in una certa misura, un lavoro. Peraltro, questo carattere qualitativo si era mantenuto fino a ieri, nel quadro dell'artigianato tradizionale. Il paradosso è che l'esaltazione del lavoro e la tendenza a ridurre lo Stato ad un mero Stato del lavoro, il lavoro si è sempre più squalificato, ha perduto e ha dovuto perdere in vastissimi settori il carattere personale e qualitativo di "opera", tanto da scendere sempre più in basso lungo la scala delle attività degne di un uomo libero, esercitate non per pura necessità o per la sola prospettiva del provento.

Correlativamente, si è avuta la degradazione del tipo del "lavoratore" divenuto il "membro cosciente" della "classe lavoratrice", il "venditore di lavoro" organizzatosi nei sindacati, che pensa soltanto in termini di "salario", di "rivendicazioni" e di "interessi della categoria" senza nessun riguardo pel bene generale, senza obbedire più a nessun movente disinteressato e nobile, a valori di fedeltà, di dedizione, di intima adesione (del resto, è difficile che ciò gli sarebbe ancora possibile, inserito, come è, in un sistema privo di senso, meccanico, anodino). E proprio presso questo basso livello del lavoro e del lavoratore di oggi ci si mette a bandire lo "Stato del Lavoro", a parlare della "nazione sociale che i realizza nello Stato del Lavoro, sintesi degli ideali della nuova generazione (!!!)".

Dottrinalmente è ovvio che uno Stato del Lavoro è la pura e semplice negazione del concetto tradizionale di Stato. Il carattere regressivo di quegli sviluppi chela storiografia marxista vuol presentare come un progresso è già evidente se si considera il modello che via via si è scelto per lo Stato. Quando al tramonto delle civiltà basate su valori spirituali e aristocratici il potere effettivo passò nelle mani della borghesia capitalistica e mercantilistica, il fondamento dello Stato fu riportato proprio al principio di tale casta, cioè al contratto (il contrattualismo,il "contratto sociale"), concetto che naturalmente implica quello del vantaggio materiale e esclude ogni fattore veramente etico e ogni nesso organico. "Governare" così è divenuto sinonimo di "gestire", come in una impresa o in una amministrazione privata – e non stupisce che negil Stati Uniti invece di "governo" si parli proprio di "amministrazione" (l'amministrazione Eisenhower, l'amministrazione Kennedy). Poi si è scesi più in basso: il modello non è più nemmeno  l'azienda o società creata col contratto ma addirittura la fabbrica socializzata e razionalizzata. Questo è l livello a cui, idealmente, appartiene il concetto di "Stato del Lavoro".

La guida sicura per giudicare delle forme politiche è data dalla concezione della gerarchia delle varie facoltà in ogni uomo degno di questo nome – per la naturale analogia esistente fra l'essere individuale e quel grande organismo che è lo Stato. Tutta l'estensione, lo sviluppo quantitativo che in un certo tipo di civiltà le attività materiali, il "lavoro", la produzione, l'economia possono avere, non dovrebbero impedire il chiaro, costante riconoscimento del loro luogo gerarchico, corrispondente appunto a quello delle funzioni materiali di un organismo individuale, le quali debbono stare al servigio di una vita superiore. Solo a questa condizione può esistere un ordinamento normale. Il vero Stato incarna quei principi, qui poteri, quelle funzioni che nell'uomo corrispondono all'elemento centrale e sovrano destinato a dare un senso superiore alla vita, ad avviare verso fini, esperienze e tensioni trascendenti la sfera puramente naturalistica e fisica. Se si nega allo Stato l'autonomia propria ad un potere e ad una autorità sopraelevati, se ne nega la stessa essenza, e di esso non resterà più che una caricatura, qualcosa di meccanicistico, di disanimato, di opaco sovrapposto ad una esistenza collettiva non meno svuotata. Il primato dato politicamente alla "società" (abbiamo indicato poco fa l'analogia tra tale concetto e quello di "società" nel senso commerciale e aziendale) è la prima fase di questa negazione. La fase ulteriore è certamente quella caratterizzata dallo "Stato del Lavoro", col singolo pensato unicamente come il "cittadino lavoratore". Come dicemmo, essa ha per modello la fabbrica a regime socializzato e collettivizzante.

Non occorre dire che l'aggiunta "nazionale" – "Stato nazionale del Lavoro"  – è un puro mendace orpello. Il "lavoro" nel senso moderno non ha nessun carattere "nazionale", non ha patria; svuotato delle sue valenze qualitative e tecnicizzato, esso è uguale dappertutto, popolo, razza e perfino sesso non vi portano vere differenze. Ma se con l'epiteto "nazionale" si volesse indicare la nazione come un fine sopraordinato, è evidente che bisognerebbe cominciare col restituire al concetto di nazione un significato superiore, indisgiungibile dall'ideale del vero Stato: significato che naturalmente non può venirgli dal mondo del lavoro, tale mondo essendo solo quello dei mezzi. Pertanto l'uso di quella formula ibrida – "Stato nazionale del Lavoro" – tradisce senz'altro l'incapacità di pensare in modo chiaro, incapacità a cui, a sua volta, non è estraneo un cedimento – conscio o inconscio – di fronte alle suggestioni e alle ideologie delle sinistre e della "classe lavoratrice".

Come si vede, in ogni caso sussiste un equivoco che lascia le porte aperte all'avversario. In tutta questa problematica si dovrebbe aver finalmente il coraggio di pensare a fondo, senza confusioni, chiamando le cose col loro vero nome. Ripetiamo,o, dunque. il lavoro è lavoro, e basta. La classe lavoratrice è solo una parte inferiore (oggi, qualitativamente, più che mai – per le ragioni indicate). La prolificazione senza simili che, dato il tipo attuale, materiale, di civiltà , essa ha nel mondo di oggi e la sua possibilità di esercitare pressioni sovvertitrici e spesso apertamente ricattatorie non mutano in alcun modo il significato subordinato ad essa proprio in una gerarchia normale. Nei gradi superiori ed essenziali di questa gerarchia né "lavoro" né "lavoratori" possono avere qualcosa da fare. Se vogliamo dare spunti per utili riflessioni e discussioni alla gioventù ancora sana, è in base a queste visuali che bisogna darli. Ci sono già abbastanza "aperture a sinistra" altrove perché anche in campo "nazionale" ci si debba mettere quasi a fare la concorrenza sullo stesso piano,anche se l'intento fosse solo "profilattico", come nell'infelice avventura e nel pretesto accampato dal "centro-sinistra" attuale. L'appello ad un coraggio intellettuale e ad un vero spirito rivoluzionario (più esattamente: controrivoluzionario, perché la vera rivoluzione oggi può essere solo rivolta contro il sistema politico e ideologico dove imperano proprio le idee qui stigmatizzate) è, a tale riguardo, una esigenza veramente categorica.

 

 

 

 

assente il padre (james hillman)

 

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«Papà, dove sei? Sei tornato?». No, piccolo, papà è a pranzo con i colleghi. Dove è giusto che sia, come sosterrò tra poco. Il suo posto è altrove, come spiegherò tra poco, perché il suo valore fondamentale per la fa­miglia consiste nel mantenere i contatti con l'altrove.

Quando lo vediamo nei telefilm e negli spot pubbli­citari, Papà è un po' uno stupidotto. Non è molto al corrente, rimane sempre spiazzato. Secondo i critici contemporanei del ruolo paterno, si fa apposta a farlo apparire un po' stupido perché questa immagine in­debolita serve a intaccare il potere e il formalismo in­gessato della società patriarcale, rende più paritarie le relazioni tra i sessi e sfuma le differenze gerarchiche tra padri e figli. Di conseguenza, le mogli sono dipin­te come più pratiche e presenti a se stesse e i figli co­me più aggiornati ed esperti delle cose del mondo. Papà è un brav'uomo, ma un filino tonto.

La mia tesi è che sotto ci sia dell'altro, non solo un cambiamento delle convenzioni sociali e un ammorbi­dimento del padre patriarcale. La commedia rappresentata sugli schermi televisivi ha un sottile intreccio secondario, non privo di fondamenti. Forse il vero compito di Papà è proprio quello di non capire niente di marche di caffè, di candeggianti e di merendine o di come affrontare le cotte della pubertà; forse la sua ottusità dimostra che dawero quello non è il suo mon­do. Il suo mondo non compare sullo schermo perché è tra le quinte, altrove, ed è invisibile. Papà deve tenere un piede in un altro spazio, un orecchio sintonizza­to su altri messaggi. Non deve perdere la sua vocazione né dimenticare i suoi obblighi nei confronti del de­siderio del cuore e dell'immagine che egli incarna.

Beninteso, questi obblighi non riguardano soltanto gli uomini; ma sono gli uomini a essere definiti «as­senti». Perciò il nostro compito psicologico è quello di esplorare tale assenza al di là delle solite accuse di abbandono, «lavorodipendenza», incapacità colposa di relazione, mancato mantenimento dei figli, doppia morale, egocentrismo patriarcale, che, assai giusta­mente, vengono rivolte a molti padri.

Per secoli i padri sono stati assenti: in paesi lontani a combattere campagne militari; sul vasto mare, per anni di fila, come marinai; via da casa come mandria­ni, esploratori, cacciatori di pelli, cercatori d'oro, messaggeri, prigionieri, trafficanti, ambulanti, negrie­ri, pirati, missionari, emigranti. La settimana lavorati­va una volta era di settantadue ore. Inoltre il costrutto «ruolo paterno» presenta facce estremamente diverse a seconda dei paesi, delle classi, delle occupazioni e delle epoche storiche. Soltanto oggi l'assenza è così ignominiosa e definita una condotta delinquenziale e addirittura produttrice di delinquenza. Come male sociale, il padre assente è l'uomo nero dell'èra social­terapeutica, questo periodo storico che vuole curare le cose che non comprendiamo.

L'immagine paterna convenzionale, di un uomo al lavoro, che rincasa all'imbrunire, che guadagna il pa­ne, mantiene la famiglia premuroso del suo benessere non solo materiale e dedica ai figli un tempo di qualità, è un'altra fantasia della superstizione parentale. È un'immagine che non potrebbe essere più lontana dalla sua base statistica. Già nel 1993, negli Stati Uniti, solo pochissime famiglie rientravano nel modello del marito-padre che lavora e mantiene la famiglia, for­mata dalla moglie-madre casalinga e dai loro due figli. Tutti gli altri americani vivono in modo diverso. La tendenza statistica dei padri, dunque, è di non realiz­zare questa immagine, così come quella delle donne è di non realizzare l'immagine di moglie-madre casalin­ga. Se l'espressione «i valori della famiglia» significa due genitori che vivono insieme con i loro figli biolo­gici nella loro casa, bisogna ammettere che tali valori hanno ben poco a che vedere con il modo in cui vivo­no di fatto gli americani.

 

 

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Un figlio «felice»: mai, in nessun tempo e in nes­sun luogo, questo è stato il fine che i genitori si sono proposti. Un figlio industrioso, che si renda utile; un figlio malleabile; un figlio sano; un figlio ubbidiente, ben educato; che si tenga lontano dai guai; un figlio timorato di Dio; un figlio da godere: tutte queste sot­tospecie, sì. Ma la superstizione parentale ha fatto ca­dere i genitori nella trappola di dover fornire, insieme alle scarpe, ai libri di scuola, alle vacanze con il baga­gliaio carico da scoppiare, anche la felicità.

 

 

 

 

manifesto per un mondo senza lavoro (ermanno bencivenga)

 

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Uno spettro si aggira per il mondo: la disoccupazione.

Semina disagio in giovani parcheggiati in scuole inutili ad affinare competenze per un mercato che non può assorbirle; annichilisce la stima e il rispetto di sé in persone mature e ancora valide ma non più necessarie ad aziende costantemente in fase di «ristrutturazione» e non più in grado di competere con successo per i pochi posti disponibili; atterrisce e ricatta chi ancora il lavoro ce l'ha, costringendolo a patti vergognosi; fa esplodere di incontenibile rabbia chi il lavoro non l'ha mai avuto e vede il treno della vita passargli accanto senza poterci mai salire, senza poter alzare gli occhi con decoro di fronte ai propri figli o senza poterli mai avere, quei figli.

La risposta dei governi a questa tragedia (quando c'è: quando non si associano all'interesse delle multinazionali, che della situazione profittano ricavandone manodopera a bassissimo costo e spacciando poi il risultato per sviluppo tumultuoso e fiorente) è quella miope di sempre: escogitare forme più o meno plausibili di crescita dell'occupazione, intesa come occupazione produttiva, cioè come produzione di merci che dovranno essere consumate. È una risposta inadeguata e insostenibile: il consumo è motivato dal bisogno o dallo spreco, ma chi ha bisogno spesso non ha risorse per consumare e chi ha risorse spesso non ha bisogno di quel che viene prodotto. Si tratta allora di incoraggiare lo spreco, il che vuol dire, nella maggior parte dei casi, mascherarlo da bisogno. Porzioni sempre più rilevanti del budget di un'impresa sono investite per convincere il pubblico, stoltamente, che ha bisogno di oggetti che nemmeno immaginava di poter utilizzare e che esistono all'unico scopo di essere acquistati. Lo spreco ha evidenti conseguenze distruttive sull' ambiente naturale: l'aria si fa irrespirabile, la temperatura aumenta, il clima va incontro a trasformazioni di portata biblica. Ma quel che è peggio è che tutti questi disastri sono inutili: la tecnologia rende la produzione sempre più efficiente e sazia i bisogni, veri o presunti che siano, con un impiego sempre minore di lavoro umano. Quindi, per quanto efficace sia la pubblicità nell'indurre nuovi bisogni, lo spettro della disoccupazione non verrà esorcizzato e anzi si presenterà in modo sempre più angoscioso. Il motivo è permanente, non temporaneo; essenziale, non accidentale; necessario non fortuito. Un numero crescente di esseri umani è ridondante, non serve a nulla e non si sa che cosa farsene. Potrebbe essere eliminato senza conseguenze. (E, fra parentesi, «è colpa loro», perché non sono abbastanza volenterosi e intraprendenti: alla pena già assegnata si fa così corrispondere una responsabilità fittizia.)

Altri fantasmi analoghi incombono, e tutti impartiscono, a chi ha occhi per vedere, la stessa drammatica lezione. Negli Stati Uniti, Paese guida dell'attuale modello di sviluppo e più perspicuo punto di osservazione per stabilire quel che ci aspetta, dodici milioni e mezzo di persone (una persona ogni ventiquattro) fanno uso di droghe illegali, alimentando un'industria carceraria che ha superato i sei milioni di «clienti» (in Italia, per dare un'idea dell'ordine di grandezza, i carcerati sono circa settantamila, poco più dell'uno per mille della popolazione contro il due per cento americano). Il numero appena citato di drogati rappresenta peraltro un miglioramento rispetto a qualche anno fa, ma solo perché è cresciuto in modo stratosferico quello delle persone che abusano di sostanze medicinali; già nel 2009 c'erano stati (sempre negli Stati Uniti) più morti per tale abuso che per incidenti stradali. E c'è forse gran differenza tra i drogati chimici, provvisti o meno di ricetta medica, e gli altri? Non sono gli altri assuefatti a droghe altrettanto potenti, quando si consideri il tempo che trascorrono ogni giorno davanti alla televisione o allo schermo di un computer, o comunicando banalità ad «amici» che spesso non hanno mai incontrato? Non è forse vero che tutti stanno gridandoci con il loro silenzio (perché sono attività condotte in silenzio - il silenzio di uno zombie) un giudizio disperato su sé stessi? Non stanno forse dicendoci che, anche per quelli fra loro che sono «occupati», una parte cospicua della vita non ha alcun uso o funzione e può essere buttata via senza rimpianti? Anche per i più fortunati è solo una questione di proporzioni: il loro tempo, quel poco o tanto di opportunità vitale che è stato loro concesso, non è del tutto inutile ma lo è in notevole misura. Molti sembrano capire questa tragica morale, e infatti si contano a decine di milioni i malati di depressione, piaga del nostro tempo, buco nero che inghiotte ogni nostro progetto, ogni nostra fiducia, ogni nostra gioia.

L'immagine evocata da tali spettri è quella di un'umanità giunta al capolinea, che non sa più per che cosa e su che cosa impegnarsi e sta quindi procedendo tanto inconsapevolmente quanto irresistibilmente alla propria sistematica distruzione: una mandria di lemming che si è scoperta in soprannumero e ha intrapreso una corsa sfrenata verso il baratro più vicino. E l'immagine si riflette, arricchendosi di dettagli ancora più inquietanti, nei venti di guerra e di strage che qua e là agitano il pianeta. Collocati nella prospettiva della nostra storia rissosa e omicida, questi ulteriori fantasmi ci parlano di una ciclicità perversa: di una specie che non ha mai saputo far meglio che purgarsi della propria zavorra con ricorrenti, generazionali massacri e che oggi, con una zavorra tanto più ingombrante' ha bisogno di massacri tanto più radicali. Così i conti, orribilmente, tornano e tutto quadra: con feroce sarcasmo, nel momento stesso in cui sembriamo aver più capacità di conservare la salute e prolungare la vita, ci troviamo di fronte a uno spaventoso esubero di esseri umani e dunque, dopo averli salvati uno alla volta dal vaiolo e dalla difterite, dal tetano e dall'ipertensione arteriosa, siamo costretti a liberarcene in un modo o nell' altro, meglio se a mucchi. Con i cannoni e le bombe intelligenti dove è possibile e, dove invece gli scrupoli di superficie si fanno più scomodamente avvertire, annegandoli nella stolidità e nell'idiozia e rendendoli così unici responsabili della propria distruzione fisica, mentale e morale. Ha ucciso più indiani il whisky delle armi (anche se è chiaro che le armi possono sempre tornar buone).

 

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Sto auspicando una rivoluzione copernicana, intendo suggerire che il «problema» della disoccupazione e quelli (per me collegati) dell' abuso di droghe e della violenza razziale e terroristica non possono essere «risolti» con brillanti e originali proposte di ingegneria sociale: che è necessario un nuovo modo di pensare a noi stessi, una nuova concezione generale di quel che siamo e dobbiamo essere. Anche la disoccupazione non è una malattia ma un sintomo, né più né meno delle conclusioni scettiche humiane sul principio di causalità: affrontarla con successo significa trasformarla in un fulcro archimedeo intorno al quale far ruotare il mondo e quindi vedere tutto il mondo (in questo caso, le condizioni in cui ci troviamo e le attività che svolgiamo) alla sua luce. Alla luce di un essere che non ha bisogno di occupazione, nel senso in cui questa parola è comunemente intesa, per trovare la propria dignità. Anzi, che essenzialmente non ha proprio bisogno: che non trova nel bisogno la propria identità.

 

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A fondamento e giustificazione delle storture che stiamo esaminando c'è una teoria degli esseri umani, di che cosa sono e come funzionano. La teoria è fondata sul concetto di bisogno, che è quanto dire, in senso oggettivo, di mancanza e, in senso soggettivo, di dolore. Secondo la teoria, è destino dell'uomo e della donna che si aprano periodicamente nel loro essere altrimenti quieto e sonnolento dei vuoti e che questi vuoti li tormentino finché non siano stati colmati, finché l'oggetto di cui si era tutt' a un tratto spalancata l'esigenza non sia in loro possesso e non sia lecito ritornare a dormire.

Supponiamo che in me si manifesti e rimanga insoddisfatto uno di questi bisogni: ho fame, per esempio, e non ho nulla da mangiare. Si creerà così in me anche un bisogno secondario di aiuto: che cioè qualcun altro mi procuri il cibo che mi manca. Ma, se quest' altro è un essere umano, perché mai dovrebbe uscire dall'inerzia per aiutarmi? L'unico modo per scuoterlo è far leva su un suo bisogno insoddisfatto: avere a disposizione qualcosa che gli manca e che egli è disposto a scambiare con il cibo da me agognato. Dopo di che, tutti e due ripiomberemo nell'inerzia che è per entrambi (in questo modello) il piacere supremo: la completezza, il suturarsi di ogni fessura, l'acquietarsi di ogni esigenza. E ci rimarremo finché non si spalancherà un altro vuoto e non si riproporrà lo stesso imbarazzo.

 

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Non è tanto l'inutilità degli oggetti a costituire un problema. Come vedremo, nel modello alternativo che intendo proporre ci sarà ampio e significativo spazio per attività gratuite. Ma è un problema la falsa coscienza che a tale produzione è associata: l'idea cioè che di questi oggetti inutili non si possa fare a meno. La malafede può essere spesso efficacemente nascosta sotto i grandi numeri: in una società composta non di dieci ma di dieci milioni di persone è possibile convincersi che ci sarà sempre bisogno di scarpe o ceste o martelli. È facile passare «inavvertitamente» da un insieme molto numeroso a un insieme infinito (l'unico in cui la convinzione avrebbe senso), soprattutto se la cosa ci conviene. Ma è un alibi esile e poco convincente: l'operaio di un'industria automobilistica che sforna centinaia di macchine al giorno non può non rendersi conto, specialmente quando guida per strade intasate o cerca affannosamente un parcheggio in terza fila, che la quota di macchine necessarie è stata raggiunta da tempo e sarebbe possibile mantenerla con una produzione molto ridotta, quindi da un lato lui stesso è inutile e dall' altro la pretesa indispensabilità che darebbe sostanza alla sua «dignità di lavoratore» è una menzogna.

 

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L'essere umano non è questo: non è un termostato destinato a mantenere per sempre fissi certi parametri, una creatura per cui l'attività è solo una penosa digressione verso l'ambita quiete fetale, una struttura tendenzialmente passiva pronta ad animarsi solo quando è sottoposta a stimoli non richiesti e non graditi. Èinvece quell'attività stessa, l'attività è la sua essenza; in essa, non nel riposo, trova la sua gioia e il suo piacere, una gioia e un piacere che si arrestano quando si arresta l'attività, lasciando, invece che estasi, solo stanchezza e tedio.

Fin qui sono d'accordo con Aristotele, che caratterizza l'eudaimonia, il bene supremo per gli esseri umani, come il piacere associato a un' attività. Quel che intendo aggiungere ha a che fare con la natura di questa attività. Un essere umano, per me, è una struttura dialogica e teatrale: una molteplicità di ruoli in costante confronto e contatto reciproco, che costantemente imparano gli uni dagli altri come superare i propri punti ciechi, come elaborare le proprie intuizioni, come affrontare le proprie difficoltà. E la conversazione che continuamente si svolge fra tutte le voci che lo costituiscono, e che continuamente arricchisce e approfondisce le risorse di ciascuna di esse.

I termini «dialogo» e «voci» non vanno intesi come limitati a un ambito verbale o, peggio ancora, intellettuale di esistenza. (Semmai, sono invece incline a far leva su questi termini per ridefinire la nozione di intellettualità in modo che ci entrino anche le mani e i piedi, oltre che la bocca e la mente.) Un certo modo di piallare il legno o schiacciare la frizione, di battere a macchina o comporre alla tastiera di un computer o suonare il piano, sono voci e fra loro si svolge un dialogo quando mosse e atteggiamenti integrali all'uno interagiscono con mosse e atteggiamenti integrali all'altro: quando (senza che necessariamente sia pronunciata alcuna parola o evocato alcun pensiero) emerge quel che a parole si potrebbe esprimere come un «Perché no?», un suggerimento trasversale che una pratica dà all' altra, e quest' altra lo prende sul serio e magari un po' finisce per cambiare, in un gioco di estrapolazioni e di intrecci senza fine.

Se un essere umano è come l'ho descritto, allora la socialità gli è essenziale, perché è per suo tramite che egli sviluppa la sua natura e diventa quel che è. Nella quiete fetale non ci sono che potenzialità irrealizzate, che rimarranno tali finché dalla quiete non si uscirà e non si comincerà ad avere contatti significativi con altri esseri umani, con altri repertori di voci e serbatoi di competenze. Tradizionalmente, questo processo di attualizzazione ha luogo durante l'infanzia e l'adolescenza, quando un certo numero di modelli s'imprime sul comportamento di un individuo. Poi si arresta e l'individuo deve mettere a profitto ciò che ha acquisito. Tale scansione sembra inevitabile, necessaria; ma si tratta appunto di una delle antiche (apparenti) necessità che dobbiamo avere il coraggio di mettere in discussione. Lo richiede la rivoluzione copernicana di cui ho parlato, quella che dobbiamo compiere per superare (non risolvere) il «problema» della disoccupazione.

 

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Nella visione tradizionale, la disoccupazione è un fatto negativo (come dice la parola stessa, profondamente imbevuta di teoria), da affrontare ed eliminare sostituendole il suo opposto, il fatto positivo dell' occupazione. Ma se rovesciamo questa prospettiva e questo implicito giudizio di valore potremo gettare sull'intero contesto una luce nuova, che ci faccia vedere la disoccupazione endemica (e l'abuso di droghe, e la televisione, e la violenza immotivata e indiscriminata) come l'affiorare (finalmente! e con tutte le sofferenze del caso) della nostra vocazione, del nostro stesso essere. Il concetto invocato da tutti questi fenomeni ha ricevuto finora per motivi accidentali scarsa attenzione e adesso, in circostanze mutate, tenta di imporsi, salvo che noi continuiamo a leggerlo e a trattarlo con gli occhi e gli strumenti di sempre.

Sto parlando del tempo libero, ossia dell' autentico tema della nostra epoca. E ne sto parlando, sarà bene ripeterlo, non perché la nostra epoca abbia creato questo tema, ma perché per la prima volta ce ne ha presentato il significato essenziale. Quale potrebbe essere il tempo in cui quel che siamo si realizzerà più direttamente? Non sarà forse quello in cui siamo più liberi di essere noi stessi: il nostro tempo libero, appunto?

 

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Secondo l'antropologia tradizionale cui mi oppongo i bisogni sono parte costitutiva del nostro essere. Il tempo libero, allora, è un' appendice superflua, un ghirigoro, uno svolazzo gratuito, un errore in senso etimologico: nel senso cioè del risultato di un errare, di un andare a spasso, senza meta, senza scopo, senza utilità. Che vuole anche dire: senza dignità, perché m questo modello hanno dignità solo le cose utili, le cose che soddisfano un bisogno. Donde la profonda mancanza di dignità del tempo libero, abbandonato in pratica all'indolenza e all'idiozia e dimenticato nella teoria anche da quei pensatori che più hanno contribuito a rivoluzionare società e individui.

 

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Nella nuova antropologia che sto proponendo, sono i bisogni a costituire una distrazione. Tanto continua e invadente da nascondere per millenni con grande efficacia la vera natura del nostro essere e da renderla irriconoscibile anche quando il progresso tecnologico ce l'ha messa davanti agli occhi, ma comunque una distrazione: un problema, questo sì, da risolvere il più presto possibile per poterei quindi dedicare a noi stessi, cioè alla crescita di quella molteplicità, di quella diversità, di quel dialogo che noi siamo e che con il suo crescere ci porterà a sviluppare e articolare la nostra umanità.

 

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Parliamo invece di normalissimi padri e madri di famiglia regolarmente occupati (e sobri). La loro vita media si sta allungando e così, all' altra estremità della fase produttiva, si spalanca una seconda infanzia anche più lunga della prima. Che cosa ci sta dicendo questo fenomeno? Quale lezione fa di tutto per offrirci? Che d'ora in avanti il valore e la dignità di una vita umana si decideranno soprattutto in base al valore e alla dignità del suo tempo libero. Che forse, anzi, è sempre stato così; ma adesso finalmente avere valore e dignità non è più un lusso per pochi. O almeno non è necessario che lo sia.

Possiamo rifiutarci di usare questa opportunità e continuare a pensare al tempo libero come a un'escrescenza insignificante cui non prestare soverchia attenzione; cui riservare i rimasugli più scalcinati della nostra attenzione e del nostro impegno, della nostra energia e inventiva. Ci prendiamo un sacchetto di patatine e il telecomando e ci guardiamo tutti i programmi sul campionato di calcio. Oppure possiamo prendere a prestito la strategia del bambino: giocare anche da adulti come fa lui, imparando. Ampliando cioè il cast della nostra recita, aggiungendovi sempre nuovi ruoli e personaggi, sviluppando questi personaggi in tutte le loro potenzialità.

Le due antropologie che si stanno confrontando qui sono perfettamente allineate con queste due diverse tendenze. Secondo l'una, è l'adulto (tradizionalmente inteso) a dirci la verità sul bambino. Il bambino non capisce il bisogno, non si rende conto delle spiacevoli esigenze della vita, di quelle spiacevoli esigenze che sono la vita. Occorre fargli capire, farlo maturare, irreggimentare il suo istinto ludico in un' attività funzionale. Secondo l'altra, è il bambino invece a dirci la verità sull' adulto. Perché il bisogno è estrinseco, alieno, non è quel che siamo: impone un'interruzione nella costruzione di quel che siamo. E, appena termina l'interruzione e possiamo riprendere le fila della nostra vita (perché la settimana lavorativa ha termine, perché siamo andati in pensione), appena possiamo agire in libertà, il bambino riemerge, pronto a giocare come una volta e ad apprendere come una volta attraverso il gioco. La divisione della vita umana in una fase preparatona e una fase produttiva, in cui la prima riceve il suo valore e significato dal servizio che presta alla seconda, non è dunque un destino inevitabile: è frutto di un certo modo di vedere le cose, e di vedere noi stessi, ma quel modo non è l'unico e alle sue conseguenze è possibile sfuggire.

 

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Si è parlato tanto di pensioni nel nostro Paese, per anni: l'aumento dell'età necessaria per conseguire tale beneficio, gli scandali dei baby pensionati e delle pensioni d'invalidità. Non è un caso, perché su questo tema si scontrano schizofrenicamente tendenze opposte dell' attuale modello di sviluppo. Da un lato una società che ha come suo valore fondamentale la produzione non può non dissociarsi con fermezza da chiunque voglia sfuggire troppo presto e troppo facilmente ai suoi compiti produttivi. Dall' altro però è difficile trovare qualcosa di utile da fare per tanta gente; dunque una soluzione abbastanza ovvia è mandare qualcuno a casa (e mantenerlo; altrimenti questa mossa equivarrebbe a una condanna a morte). In una società che ponga invece il tempo libero al centro dell'interesse e veda la produzione come strumentale a un suo uso valido e creativo (non viceversa), il pensionato non sarebbe un estraneo o una fonte di disagio; tutti, anzi (ecco il paradosso!), dovremmo ragionare un po' da pensionati per tutta la vita, imparare a ragionare così.

 

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Vedremo allora un filo rosso unire la nostra infanzia, in cui sperimentazione e gioco sono goduti con l'incoscienza dell'istinto, a tutte le varie isole di libertà della nostra esistenza matura, in cui dovremmo educarci a giocare con cognizione di causa, per emergere infine all' altro estremo, nella nostra seconda infanzia, come esseri umani pienamente consapevoli di questa attività fine a sé stessa e del suo valore.

 

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Non ho obiezioni da fare al concetto generale di scambio. Tutt' altro: lo scambio è socializzante; il mercato, oltre a soddisfare i nostri (veri o presunti) bisogni, ci unisce rendendoci interdipendenti, facendoci incontrare e trattare gli uni con gli altri. Nel caso estremo (e, come ho detto, molto istruttivo) degli Stati Uniti, in cui the art of the deal è il modello dichiarato di ogni attività umana, le persone, e in particolare i giovani, non hanno letteralmente nessun altro modo di trovare compagnia che incontrarsi in un centro commerciale (un costume ormai arrivato anche in Italia). È deprecabile che sia così, che non ci siano altre forme di socializzazione; ma visto che è così non possiamo che rallegrarci se il centro commerciale adempie anche a questo compito.

Dunque non è lo scambio in sé il problema: è invece il tipo di scambio cui l'economia moderna ha ristretto il suo interesse. Per chiarire quel che intendo, torniamo alla definizione di merci e denaro di due pagine fa: «oggetti che fungono soltanto da termini di uno scambio». Siccome ho già indicato di non approvare la centralità di merci e denaro, c'è chiaramente qualcosa in questa definizione che intendo respingere. Secondo l'interpretazione regressiva suggerita poc' anzi, dovrebbe essere lo scambio; ma ho appena dichiarato che non è così. Qual è allora il mio obiettivo polemico? Sono gli oggetti; è il limitare lo scambio a uno scambio di oggetti.

Lo scopo di un' economia illuminata è il comune benessere: il ben essere, cioè, della comunità. Ma in che cosa si traduce questo ben essere, in che cosa può tradursi visti i limiti strutturali dell' economia moderna? Nella distribuzione (equa, si presume) fra i membri della comunità di un certo numero di oggetti. Il ben essere, insomma, non è altro per l'economia moderna che un ben avere. E questo perché l'essere dell'uomo che è protagonista di quell' economia è stato a sua volta ridotto a un avere: si estende tanto quanto il suo raggio d'influenza e di controllo, quanto l'ambito di oggetti di cui può disporre secondo la sua volontà.

 

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In questa forma di vita, la gioia che testimonia l'accresciuta pienezza dell' essere si manifesta tutta insieme nell'istante dell'acquisizione, nel momento in cui si può gridare «È mio!». La sua concentrazione in questo singolo istante le conferisce un'intensità estrema, una natura quasi di scossa elettrica. Ma appena l'istante è passato anche la gioia è passata: siamo gli stessi di prima, vuoti come prima, con un oggetto (probabilmente inutile) in più.

 

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Che cosa succederebbe se non riducessimo l'essere all' avere, se invece che intorno a oggetti inerti e passivi lo costruissimo intorno a un' attività di costante ricerca, sperimentazione e confronto? E, per tornare al tema da cui eravamo partiti, quali scambi sarebbero appropriati a questa diversa concezione dell' essere umano?

Uno scambio di oggetti è un gioco a somma zero, in cui se uno vince l'altro perde, anzi uno può vincere solo quel che l'altro perde. Il risultato più equo di un gioco simile è un pareggio: una situazione in cui non perde nessuno ma anche (e qui sta il problema) nessuno vince. Se, prima di uno scambio tra A e B, A ha un certo valore V e B ha un certo valore W (il che vuol dire, in questo modello: A possiede oggetti di valore V e B possiede oggetti di valore W), l'esito migliore (più giusto) che possiamo aspettarci è che dopo lo scambio A continui ad avere valore V e B continui ad avere valore W. Il meglio che possa accadere è che tutto rimanga com' era: qualsiasi variazione nelle condizioni iniziali sarebbe iniqua. (Ammettendo per amor di discussione che le condizioni iniziali fossero eque; se non lo erano, uno scambio non alla pari potrebbe essere necessario per riequilibrarle.)

 

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È solo quando l'essere non si riduce all'avere che diventa davvero possibile vincere insieme. Supponiamo che io sappia il latino e tu l'analisi matematica. Entrambe queste conoscenze aggiungono una voce (intesa nel senso che ho spiegato prima) al nostro repertorio. lo posso pensare al mondo in assenza di articoli, in una lingua in cui «uomo», «l'uomo» e «un uomo» sono esattamente la stessa espressione e quindi non c'è una differenza netta e radicale tra un concetto e i suoi esempi. Tu sei in grado di tradurre vasche che si riempiono d'acqua e palloncini che esplodono in funzioni continue, limiti ed equazioni differenziali. Per ciascuno di noi, la voce che abbiamo a disposizione è parte preziosa della nostra persona, fa di noi qualcosa di più, che è di più, che ha un essere più articolato e complesso. E adesso immaginiamo di investire i prossimi due anni in un progetto di educazione reciproca. Ci troviamo tutte le sere, una volta a casa mia e una volta a casa tua, e ci insegniamo l'un l'altro l'analisi matematica e il latino. Sarà faticoso, ma non più di quanto lo siano lavorare a una catena di montaggio, affettare prosciutti in un supermercato o andare in giro vendendo polizze di assicurazione, e probabilmente sarà molto meno noioso.

A un certo punto entrambi sentiremo che siamo in grado di muoverci da soli nel nuovo elemento, che la nuova voce ha cominciato a parlare dentro di noi. Non saremo diventati degli esperti, ci sarà ancora molto che dobbiamo imparare, ma potremo cominciare a procedere senza stampelle, senza aiuto esterno; potremo continuare la nostra educazione in prima persona. A questo punto ci lasciamo: lo scambio  è finito. Quale ne è il risultato? Che entrambi sappiamo l'analisi matematica e il latino, entrambi abbiamo quel che l'altro aveva (o era), ma senza che l'altro abbia perso nulla di suo.

 

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Uno scambio di questo genere mantiene, anzi accentua, la sua funzione socializzante. Non si tratta più di un incontro effimero fra estranei, che diventano momentaneamente interessati l'uno all' altro per ripiombare subito, appena si è realizzato il trasferimento di proprietà, nella reciproca indifferenza. È invece un sodalizio esteso nel tempo, che promuove una familiarità ad ampio raggio e consente una comunicazione e un' educazione a più livelli, perché quando si sta tanto insieme si farà viva in ciascuno più di una voce. La socializzazione permessa dal mercato può essere considerata un caso limite di quest'esperienza più vasta: il contatto si riduce a un istante privo di dimensioni perché i due esseri che entrano in contatto sono a loro volta punti privi di dimensioni e di struttura, puri centri di forza essenzialmente identici l'uno all' altro (perché identicamente puntiformi) e distinguibili soltanto attraverso quel che non sono e che per caso si trova in loro possesso. Tornando al bambino che gode dei regali di Natale con un orgasmo immediato e subito spento, pensate a che differenza farebbe se il regalo fosse invece una gita fatta insieme, un pomeriggio passato insieme a leggere storie, o a scriverne.

Quel che avevo giudicato apprezzabile nello scambio di merci e denaro (lo scambio basato sull' avere) è dunque presente in misura ancor più rilevante in questo scambio di abilità e conoscenze (uno scambio basato sull'essere). Inoltre, come abbiamo visto, quel che viene così scambiato rimane a disposizione di tutti i partecipanti, nessuno è costretto a farne a meno. Il prossimo passo (che è implicito in tutto quel che ho detto, ma occorre esplicitare) consiste nell' attribuire valore decisivo a queste abilità e conoscenze, e all' attività, all' essere, in cui si esprimono e si sviluppano, togliendolo invece agli oggetti, che d'ora in avanti avranno valore solo in quanto inseriti in un' attività, indispensabili al dispiegarsi di una conoscenza e così via - cioè solo in modo strumentale. Questo passo trasformerà radicalmente il nostro ambiente etico: quel che conta per noi, nell' ambiente, saranno gli altri repertori di abilità e di conoscenze cui abbiamo accesso e soprattutto gli altri esseri umani da cui possiamo imparare qualcosa (eventualmente, per chi abbia affinato notevoli capacità di evocazione, anche gli altri esseri umani assenti cui abbiamo accesso mediante un testo). E l'economia diventerà la disciplina che gestisce in modo razionale il nostro rapporto con questo ambiente (perlopiù) umano.

 

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La disoccupazione endemica dei Paesi occidentali non è un problema nello stesso senso in cui lo sono gli esercizi in un libro di fisica: una domanda cioè cui trovare risposta sulla base della teoria enunciata nel libro. È invece un' anomalia, un sintomo che quella teoria si sta scontrando con suoi limiti costitutivi. Finché l'essere di uomini e donne sarà identificato con il possesso e il controllo di oggetti e gli scambi che hanno valore per gli esseri umani saranno limitati a scambi di oggetti, fondati sul bisogno che gli esseri umani ne hanno, sarà inevitabile scontrarsi con la finitezza delle umane risorse e degli umani bisogni; quindi inevitabilmente molti esseri umani si troveranno privi di ogni valore, ridotti a non-persone superflue, da eliminare nel modo più indolore possibile. Per superare questo «problema» occorre cambiare paradigma: ridefinire l'essere di uomini e donne in termini di attività, più precisamente di un' attività di articolazione e sviluppo di molteplici abilità e conoscenze, e dichiarare che gli scambi di queste abilità e conoscenze sono quelli che hanno valore per gli esseri umani. Che cosa succede al problema della disoccupazione in questo nuovo paradigma? Molto semplicemente, sparisce, non perché tutti siano occupati nel vecchio senso ma perché essere occupati in quel senso non è più di importanza fondamentale, perché un' occupazione nuova ha preso il sopravvento e, come risultato, tutti siamo perpetuamente occupati nell' educarci, nel potenziare il nostro ben essere - inteso stavolta in modo non riduttivo.

 

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In America (ancora una volta) i mezzi di comunicazione trattengono visibilmente il fiato quando si avvicina Natale, perché si solleva per tutti un interrogativo angoscioso: quante cose inutili si compreranno? Oltre il cinquanta per cento degli acquisti annuali si bruciano in quelle poche settimane; decine di migliaia di esercizi commerciali, semivuoti in qualsiasi altro periodo, si giocano in quel momento la propria sopravvivenza. Se la gente non compra è finita.

Queste ridicole perversioni fanno parte del tentativo costante di trasformare l'insieme dei nostri bisogni, stiracchiandolo in modo inverosimile, in un insieme infinito. Nella nuova antropologia che ho proposto, tali sforzi penosi non sono necessari, perché l'insieme di conoscenze e abilità che ognuno di noi può acquisire è di fatto potenzialmente infinito.

 

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Ho cominciato con una teoria metafisica circa l' essenza dell'uomo (e della donna); poi, inserendo il concetto di valore (valorizzando cioè quell'essenza, approvando il suo indefinito crescere e potenziarsi), sono passato all'etica. A questo livello, dunque, la mia posizione è la seguente: è bene che ciascun essere umano occupi la maggior parte possibile del proprio tempo (della propria vita) nell'arricchimento costante di quel repertorio di voci che costituisce la sua natura, ossia nell' apprendimento costante di nuove abilità e conoscenze, quindi è bene per lui (o lei) partecipare il più possibile a scambi di abilità e conoscenze con altri esseri umani. Gli oggetti e gli scambi fra oggetti vanno considerati strumentali al conseguimento di tale scopo. Ma questa ingiunzione etica non può essere seguita con successo a livello puramente individuale, ed è così che dall' etica passiamo necessariamente alla politica.

 

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Uno Stato esiste per molte ragioni: per garantire la sicurezza dei cittadini, per facilitarne la produzione e i commerci, per aggregare le loro risorse in progetti d'interesse comune. Ma la ragione fondamentale della sua esistenza, il suo compito definitorio, la sua vocazione è promuovere il loro sviluppo etico: agire in modo che essi diventino (e vogliano diventare) gli esseri umani migliori possibile. L'autorità che fonda uno Stato gli è conferita dall'impegno che ciascun cittadino assume nei suoi confronti, dunque uno Stato che non faccia del suo meglio per procurare il ben essere dei cittadini sta tradendo la fonte stessa della sua autorità e sta così dichiarando la sua inconsistenza e inettitudine

Nella tradizione liberale degli ultimi due secoli questa tesi è stata regolarmente osteggiata, sostenendo che lo Stato non può avere funzioni educative: che il suo compito è quello minimale di fornire certi servizi e lasciare campo libero all'iniziativa e ai valori individuali.

 

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Uno Stato che dichiari di non impegnarsi sul piano educativo educherà lo stesso: educherà al nulla. Evitando di prendere posizione a favore di qualsiasi concezione sostanziale della natura e del bene degli esseri umani, favorirà implicitamente una riduzione di questa natura e questo bene al minimo comun denominatore, il che è quanto dire: a una natura e a un bene umani totalmente privi di contenuto.

 

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Ogni Stato è consono a un certo tipo umano, lo valorizza e ne favorisce così la diffusione; in ogni Stato prospera il tipo umano a esso consono. Lo Stato liberale, con il suo ideale educativo vuoto, è perfettamente consono al tipo umano vuoto che ho descritto nel secondo capitolo: un individuo dall' esistenza puntiforme, privo di dimensioni e di struttura, il cui essere si riduce a un avere e il cui benessere si riduce alla continua acquisizione di oggetti alieni. Se è questo tipo umano che scegliamo di valorizzare, se è su questo che decidiamo di fondare la nostra etica, lo Stato liberale riceverà la sua giustificazione dalla nostra scelta; ma occorre difendersi dalla subdola menzogna di chi pretende che non sia necessaria alcuna scelta, che tale Stato possa essere giustificato con un semplice colpo di bacchetta magica.

Sulla base della nostra antropologia e della nostra etica, troveremo autorevole un certo tipo di Stato, quello che fa fiorire al meglio nei suoi cittadini gli aspetti cui assegniamo valore. Se la nostra antropologia concepisce gli esseri umani come ciascuno incline a una specifica attività e la nostra etica attribuisce il massimo valore al fatto che ciascuno svolga con completa dedizione l'attività cui è naturalmente incline, lo Stato cui daremo il nostro assenso sarà affine alla repubblica platonica. Se la nostra antropologia concepisce gli esseri umani come instabili unioni di un' anima immortale con un corpo mortale e la nostra etica attribuisce il massimo valore al fatto che l'anima rimanga esente da ogni contaminazione con le attività e i desideri del corpo, il nostro Stato ideale sarà una specie di comunità monastica, votata al sacrificio e all' ascesi. Se la nostra antropologia concepisce gli esseri umani in termini di teoria dei giochi, come dotati  di un certo numero di preferenze e come tesi unicamente a soddisfare queste preferenze a spese degli altri concorrenti, e la nostra etica si riduce ad affermare che chi vince ha sempre ragione, il nostro Stato «liberale» somiglierà a un casinò «senza fini di lucro»: si eliminino tutti gli ostacoli affinché i giocatori possano affrontarsi al riparo da ogni distrazione.

 

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Ecco dunque una formulazione il più possibile limpida e netta della politica in cui culminano l'antropologia e l'etica dei capitoli precedenti. Esistono bisogni irrinunciabili per gli esseri umani: il cibo, per esempio, una casa, dei vestiti, la gestione della salute e degli handicap. Lo Stato deve fare in modo che questi bisogni siano soddisfatti; in particolare deve garantire la produzione degli oggetti necessari per la loro soddisfazione. Ma questi bisogni non costituiscono l'essenza dell'umanità; non ne fanno nemmeno parte. Sono invece condizioni necessarie perché tale essenza possa realizzarsi; lo sviluppo del modo d'essere umano comincia solo quando tacciono i bisogni. Lo Stato deve consentire a tutti i cittadini la realizzazione della loro essenza; il lavoro necessario per la soddisfazione dei bisogni va inteso come una corvè di carattere strumentale e va suddiviso equamente. Stabilito di comune accordo quanto di questo lavoro sia richiesto, ognuno farà la sua parte. E la farà, si badi bene, non in quanto produttore di merci destinato a ricevere un compenso in denaro che possa a sua volta essere scambiato con altre merci e così via: in questo Stato non ci saranno merci, perché non saranno gli oggetti a essere scambiati, dunque non ci sarà neanche denaro.

Già oggi, con la settimana lavorativa a quaranta ore, siamo tutti disoccupati la maggior parte del tempo Quando il lavoro necessario fosse diviso fra tutti, l'entità di tale disoccupazione aumenterebbe; le prestazioni d'opera richieste dalla comunità occuperebbero una minima parte del tempo disponibile a ognuno. Ma il compito dello Stato non finirebbe qui; anzi, si può dire che sia qui che cominci. Perché a questo punto lo Stato dovrebbe (cioè tutti noi, insieme, dovremmo) rivolgere la sua (la nostra) attenzione a un uso davvero umano del tempo rimasto: del tempo libero.

Da questo punto in avanti, lo Stato va concepito come un gigantesco istituto di ricerca, con le seguenti funzioni fondamentali:

(1) incoraggiare lo scambio di abilità e conoscenze diverse;

(2) facilitare il contatto fra persone di abilità e conoscenze affini e favorire la formazione di gruppi d'interesse che perseguano l'articolazione, il perfezionamento e lo sviluppo di una particolare abilità o conoscenza;

(3) aggregare gruppi d'interesse fra loro compatibili intorno a progetti comuni;

(4) mantenere costantemente aperto un laboratorio di idee cui chiunque possa contribuire e da cui spesso emergeranno i progetti aggreganti di cui al punto (3); (5) provvedere le infrastrutture necessarie per un'efficace realizzazione di (1)-(4).

Chiuderò con una serie di commenti esplicativi su (1)-(5).   .

(1) La divisione del lavoro è forse il concetto più ampiamente condiviso nella filosofia della politica; è fondamentale per le proposte di autori peraltro diversissimi, quali per esempio Platone e Adam Smith. Sembra esserci qualcosa di irresistibile nell'idea che ciascuno svolga l'attività per cui è «tagliato». Io rinnego quest'idea, e con essa la divisione del lavoro: è d'importanza decisiva, per quel che penso gli esseri umani siano e debbano essere, che ciascuno faccia molte cose per cui non è tagliato. La divisione del lavoro si accorda a perfezione con una concezione della vita umana come strumentale a qualcos'altro: qualcosa che non è quella stessa vita. Tutti vogliamo che i nostri strumenti siano efficienti: che i nostri coltelli taglino, le nostre biro scrivano, le nostre lampadine si accendano. Se pensiamo a un essere umano come a uno strumento, lo vogliamo altrettanto efficiente, vogliamo anzi che sia il migliore strumento possibile per la sua funzione: sicuro, rapido, disinvolto, anche elegante. Se così non fosse, gli preferiremmo qualcun altro. Compreremmo un' altra biro.

Ma un essere umano è un fine e non un mezzo; il suo fine è sé stesso, e se «sé stesso» vuol dire ricchezza e diversità, confronto e dialogo, allora egli realizzerà il suo fine anche imparando voci che non gli vengono naturali, che per quanti sforzi faccia non supereranno mai il livello di un imbarazzato balbettio. Anzi, realizzerà meglio il suo fine imparando voci così, perché la diversità sarà esaltata dal suo sforzo e imbarazzo, perché sforzo e imbarazzo chiariranno senza possibilità di malintesi che si tratta di voci altre, diverse da quella che gli viene naturale, e insieme che quest' altro, questo diverso sono parte di lui. Mi è sempre capitato di imparare di più dalle cose che faccio male, anzi potrei dire che imparo solo finché una cosa la faccio male: quando eventualmente comincio a farla bene non imparo più nulla. li che ovviamente non farà differenza per chi ritenga che imparare non sia il valore determinante: che invece tale valore sia funzionare. Ma ho già affermato più volte che per me non è così.

 

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 (2) Nell'economia di mercato, una delle funzioni fondamentali dello Stato è quella di costruire, conservare e proteggere canali che permettano lo scambio di merci e denaro. Nella nuova economia proposta qui, gli scambi continuano a svolgere un ruolo essenziale; dunque lo Stato continua ad avere il compito di costruire, conservare e proteggere canali adeguati. Ma non ci sono più merci e denaro, quindi si scambiano entità diverse, quindi i canali hanno una diversa struttura. Ancora una volta, questa diversità può essere espressa nel modo più chiaro indicando il rovesciamento di valori in atto. Tanto nel vecchio quanto nel nuovo sistema, i canali devono permettere sia il trasporto (di oggetti) sia la comunicazione; ma nel vecchio sistema il trasporto è il valore dominante e la comunicazione gli è funzionale (ci devono essere un servizio postale, linee telefoniche e quant'altro perché si possano ordinare e consegnare delle merci), mentre nel nuovo è esattamente l'inverso. Qui si tratta innanzitutto di rendere reciprocamente accessibili delle persone perché possano mettere in comune (comunicarsi) le loro esperienze, e talvolta mettere in comune queste esperienze sarà impossibile senza trasportare oggetti (o magari le persone stesse). Un gruppo di attori che scopra un comune interesse nel recitare Shakespeare non potrà praticarlo senza trovarsi fisicamente nello stesso posto e senza convogliare in quel posto costumi e scene; ma il trasporto degli oggetti va inteso come condizione necessaria per l'aspetto davvero qualificante della situazione - il perseguimento e sviluppo del comune interesse per Shakespeare.

Si notino inoltre due cose. Primo, viaggi in capo al mondo spesso non saranno necessari. Lo sono nel modello corrente, con il suo mito del perfetto strumento: l'esperto, lo specialista, il tecnico. Oggi ci sembra impossibile fare della musica senza invitare il celeberrimo maestro X o discutere di biologia senza l'esimio professor Y, così X e Y continuano a girare vorticosamente di qua e di là offrendo perlopiù delle due l'una: o prestazioni che il pubblico non è in grado di apprezzare (perché non è a quel livello) oppure banalità che il pubblico avrebbe potuto scoprire da solo. E i costi aumentano a dismisura. I gruppi d'interesse di cui sto parlando, invece, avrebbero spesso una dimensione locale e approfondirebbero un problema o un progetto finché, eventualmente, non si arrivasse al punto di poter usare con profitto, su un argomento specifico, l'esperienza di qualcuno che ne sa di più, e solo allora diventerebbe opportuno un viaggio.

Secondo, questo riunirsi di persone con interessi affini (in un gruppo di lettura, una filodrammatica di quartiere, un coro, un torneo di calcio o di boccette) è complementare all' allargamento delle prospettive di cui si è discusso sopra in (1), ed entrambi gli aspetti sono indispensabili. L'allargamento non deve essere superficiale: in ogni caso si deve cercare di andare il più a fondo possibile, o la voce che si apprende non avrebbe peso e non darebbe un contributo significativo alla propria «conversazione», e anche l'approfondimento (come l'allargamento) della propria personalità è uno scopo che si persegue al meglio insieme.

(3) Se il bene dell'uomo è un' attività, i cittadini del mio Stato ideale non potranno limitarsi a trasmettersi contenuti; i contenuti stessi che verranno trasmessi non saranno che istruzioni potenziali per un' azione pratica, per un'esperienza che coinvolga tutto il loro corpo e tutte le loro energie. Nell'economia di mercato domina sempre più la concezione di una cultura costituita da pacchetti informativi: ancora una volta merci, insomma, da scambiare come ogni altra merce e accumulare come ogni altra forma di capitale. Sarebbe possibile descrivere l'economia che sto proponendo come culturale: centrata sulla produzione e sullo scambio di cultura. Ma questa descrizione va intesa correttamente: la cultura che ha corso qui non si può comprare e vendere, si può solo vivere. Leggere insieme Shakespeare è già un modo di partecipare in prima persona (certo più che assistere a una commedia), ma recitarlo lo è ancora di più; studiare insieme la biologia molecolare o il latino è senz' altro un comportamento attivo, ma non quanto fare piccoli esperimenti di laboratorio o comporre esametri. Senza contare che recitare è il modo migliore di leggere e sperimentare è il modo migliore di studiare. Abilità e conoscenze devono essere costantemente messe in pratica in progetti, in attività specifiche e concrete, e lo Stato deve (tutti noi dobbiamo) sostenere questo sviluppo: invitare costantemente ognuno (inclusi noi stessi) a passare dal dire al fare.

(4) Nell'economia di mercato, i bisogni dominano il mondo delle idee quanto ogni altro. Se vi viene in mente un'associazione suggestiva, un'ipotesi fantasiosa, e cercate di pubblicarla, di offrirla cioè al pubblico, di condividerla con altri, cosicché questi altri possano a loro volta ricamarci sopra, la risposta è sempre la stessa: «Dammi un motivo per cui dovrei starti a sentire». Un motivo per cui, cioè, ho bisogno di starti a sentire, non posso fare a meno di starti a sentire, soffrirei se non ti stessi a sentire. Nella maggior parte dei casi, motivi del genere non sono disponibili, dunque l'idea sarà considerata inutile e i canali della comunicazione le verranno negati.

Nel mio Stato ideale, tutte queste strane idee verrebbero religiosamente conservate e messe a disposizione del pubblico. Senza conferire a nessuno marchi o brevetti, sia ben inteso, perché non si tratta di merci e nessuno ne è il padrone. Pubblicare tornerebbe a essere, come era nel Medioevo, una forma di generosità; e ciascuno di noi sarebbe incline a mostrarsi generoso perché, in cambio del suo piccolo contributo all'immaginario collettivo, si troverebbe a disporre delle immense risorse di quell'intero immaginario.

(5) Gli attori hanno bisogno di un teatro, i musicisti di strumenti, gli scienziati di laboratori; anche i partecipanti a un gruppo di lettura hanno bisogno di una stanza, un tavolo e qualche sedia. Per fornire queste infrastrutture ai gruppi d'interesse, lo Stato dovrebbe dunque promuovere la realizzazione di molti altri oggetti, oltre a quelli deputati a soddisfare bisogni. Si notino però i due punti seguenti.

Primo, si tratterà di una produzione funzionale ai progetti esistenti e in generale limitata. Se c'è bisogno di sei tuniche per rappresentare un dramma, o di cinque provette per portare a termine un test, si produrranno sei tuniche e cinque provette; poi basta (per il momento; più avanti potrebbero servirne ancora). Ci sarà chi ribatte che questo è un modo poco efficiente di produrre: che ciascuna tunica costerebbe di meno se ne producessimo a migliaia. Osservazioni così mi ricordano una storia che lessi su Topolino quando avevo otto o nove anni: Pippo va al supermercato per comprare una scatola di fagioli e torna con una montagna di scatole. Topolino gli chiede che cosa ha combinato e Pippo risponde: «Se compri venticinque scatole te ne regalano una». Mettiamo pure che una tunica costi meno se ne produciamo mille; ma se a noi ne servono sei che cosa ce ne facciamo delle altre novecentonovantaquattro? Non è forse vero che questa sovrapproduzione causa a sua volta dei costi: di inventario, di pubblicità (per convincere la gente a comprare più tuniche), eventualmente di distruzione delle tuniche rimaste inutilizzate?

Secondo, anche in questo tipo di produzione la divisione del lavoro andrebbe ridotta al minimo. Incoraggiamo gli attori a cucirsi le tuniche, gli scienziati a fabbricarsi le provette. Come sempre accade quando il lavoro non è diviso, si produrranno così meno tuniche e meno provette; ma quel che ci interessa non è il numero di oggetti che realizziamo, è la ricchezza della nostra persona, è la nostra umanità, e un attore che indossa una tunica che ha cucito lui stesso ha imparato a parlare con almeno due voci diverse.

 

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risposte a possibili obiezioni

 

Su queste cose molti avranno da obiettare: fra loro ci sono alcune delle stesse voci che parlano dentro di me, alcune delle persone che ho incontrato e con cui ho discusso le mie idee, e alcuni fra quelli che mi leggono. D'ora in avanti, dunque, darò loro la parola; formulerò le loro obiezioni e le mie risposte. Nessuna risposta sarà definitiva, tutte anzi genereranno ulteriori domande e queste domande, e le risposte che io stesso o altri saremo in grado di fornire, potrebbero estendere la conversazione ben al di là dell'ambito di questo lavoro

 

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obiezione:

 

La mia posizione è quella tipica di un occidentale viziato; anzi, di un membro particolarmente viziato di una società occidentale. nella maggior parte del mondo (inclusa buona parte dell'area in cui vivo) mancano il cibo, l'acqua potabile, vaccini per le malattie infantili. Perché allora speculare su comeeal limite» i bisogni primari scomparirebbero? Perché costruire un'antropologia sul tempo libero, sull'uso gratuito delle proprie risorse, quando la grande maggioranza del genere umano è priva di quanto essa considera indispensabile? Non è un lusso colpevole, un invito analogo a quello di maria antonietta: «se il popolo non ha pane, che mangi brioche!»?

 

Cominciamo con l'indebolire questa obiezione introducendo un sospetto: si morirebbe forse di più nel Terzo Mondo (incluso il Terzo Mondo di casa nostra) se noi tutti che facciamo parte del Primo Mondo ci occupassimo di attività fini a sé stesse e provviste di una loro dignità invece di cercare il nostro destino nell' acquisto indiscriminato di beni di consumo? O non è forse vero che quelli che ci raccontano queste storie, e vogliono farci sentire in colpa perché diamo peso al nostro essere in mezzo alle generali sofferenze, sono persone che delle sofferenze altrui se ne fregano e usano il nostro senso di colpa (agitando lo spettro dell' emergenza) per metterei in difficoltà e continuare a fare i propri comodi? Questa mossa sarebbe coerente con la strategia pubblicitaria più comune: se volete vendere un deodorante o una bibita mostrate a tutti un corpo perfetto, convinceteli che manchi loro qualcosa se il loro corpo (come è assai probabile) non somiglia al modello e quindi offritevi di risolvere con il vostro prodotto il disagio che a questo punto ciascuno sente nei propri confronti. Ma consumare a più non posso è tanto poco una risposta ai mali dell'umanità quanto a quelli di ogni suo membro e chi suggerisce altrimenti ha qualcosa da nascondere (o da vendere).

Si può andare anche più in là, in una direzione più positiva. Quando scrivevo per l'Unità, uno dei miei corrispondenti, Piero Leone di Roma, si espresse nel modo seguente: «Per aumentare la quantità dei consumi indispensabili nel mondo è necessario migliorare la qualità della vita nel Nord industrializzato». Per «qualità della vita» non s'intende qui, ovviamente, una maggiore disponibilità di oggetti ma invece una più alta intensità e partecipazione, un dialogo più ampio e approfondito tra le varie componenti della propria persona. E l'idea di Piero potrebbe forse essere articolata così: il consumismo basato sull'antropologia dei bisogni è una tattica fondamentalmente distruttiva, perché suggerisce di investire preziosi materiali ed energia in oggetti che vengono quindi assegnati a singoli individui e che quegli individui (che li usino o meno) hanno soprattutto il compito (il desiderio? il desiderio come compito?) di mantenere sotto il proprio controllo - va benissimo se non li usano mai, purché nessun altro li usi (senza un apposito permesso, che di solito viene conferito allo scopo di ottenere ulteriori oggetti). (C'è qualcosa di mortuario in questa pratica: prima investiamo preziose risorse nel far crescere e sviluppare un corpo umano, poi lo chiudiamo in una cassa di zinco perché i contatti con l'esterno siano ridotti al minimo, o meglio ancora lo bruciamo perché non rimanga altro che fumo.) Se il vuoto del nostro essere non ci legasse in modo nevrotico a oggetti inutili, se questi oggetti non occupassero ossessivamente il fuoco della nostra attenzione e la nostra vita non fosse più centrata su di essi (ma sulla propria qualità e struttura), li lasceremmo andare più facilmente e quanti fra questi oggetti soddisfano bisogni di altri sarebbero loro più facilmente accessibili.

Mettiamola in termini elementari. Se ho già tre paia di pantaloni non ho probabilmente bisogno di comprarne un quarto. Ma se non ho niente da fare, se il mio tempo libero è vuoto, finirò magari per comprarlo. La soddisfazione derivante dall' acquisto durerà ben poco; passato qualche minuto (o qualche ora) mi ritroverò vuoto come prima, risucchiato nello stesso circolo vizioso. Nel frattempo avrò consumato cotone, metallo (per le fibbie e cerniere), plastica (per i bottoni), lavoro e macchinari per qualcosa che non mi serve. Moltiplicata per i milioni di persone che, vuote come me, compreranno come me un quarto e un quinto paio di pantaloni, questa operazione comporta uno spreco enorme di risorse. Se ciascuno di noi suonasse invece la chitarra (ci vuole un sacco di tempo per imparare a suonare bene la chitarra, e dopo non ci sono limiti a quanto tempo si può passare a suonarla, provandone autentica gioia) o giocasse a dama o preparasse il pesto (non con il frullatore, perché con mortaio e pestello, il gusto è proprio diverso): quelle risorse non sarebbero sprecate e dunque altri potrebbero usarle. (Se l'esempio vi sembra troppo elementare e banale, se pensate che cotone e plastica non siano poi così indispensabili, riflettete su quante risorse davvero preziose vengono gettate al vento per realizzare oggetti di consumo: legno, acqua, petrolio, per non parlare del modo in cui questa realizzazione deturpa l'ambiente in modo irreparabile.)

E non è finita. Nelle condizioni attuali, buona parte del nostro tempo «occupato» è spesa per acquisire cose inutili. Ho già osservato che, in uno Stato più umano, le prestazioni d'opera richieste per la soddisfazione di bisogni sarebbero più limitate. Ho notato anche che siamo esseri intrinsecamente sociali; che l'altro, il diverso ci sono necessari per realizzare la nostra stessa natura. Potrei aggiungere che ci sono tanto più necessari quanto più sono diversi: che le voci più radicalmente altre sono quelle di cui abbiamo più bisogno nel nostro dialogo. E possibile dedurre una conseguenza radicale da queste osservazioni: che cioè uno Stato più umano tenderebbe necessariamente ad allargare l'ambito di fruizione delle prestazioni d'opera dei suoi cittadini, includendovi i cittadini di altri Stati.

Si è spesso affermato che un sistema economico e politico non può prendere piede finché ci sono al mondo nazioni rette da un altro sistema: che comunismo e capitalismo, per esempio, saranno profondamente difettosi finché il mondo intero non sarà comunista o capitalista. Quest' affermazione è basata su un atteggiamento difensivo che sconfina nella paranoia: sull'idea cioè che il nostro sistema non sia in fondo quello preferibile, che lo si possa preferire solo se non esistono alternative. Una conclusione analoga può essere raggiunta a proposito del mio sistema, ma per ben altri motivi. Chiunque lo scelga non potrà esimersi dal contribuire a una sua estensione universale perché non potrà non concludere che da tutti è possibile imparare e con tutti deve essere possibile comunicare, quindi tutti devono essere messi nelle condizioni di farlo. Sarà così con passione che i cittadini del mio Stato ideale decideranno di investire parte delle loro prestazioni d'opera nella soddisfazione dei bisogni di cittadini di altri Stati e gradualmente lo Stato diverrà uno soltanto, non perché si è realizzata una dittatura, del proletariato o del capitale, ma perché tutti sono coinvolti nella stessa conversazione.

 

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obiezione:

 

Il mio ottimismo sulla natura umana è tanto cieco e privo di fondamento che è difficile prendermi sul serio. presuppongo che uomini e donne non desiderino altro che aiutarsi reciprocamente; che una volta posti di fronte alla «razionalità» (se poi è tale) del mio modello noti possano che accettarlo di buon grado; che ciascuno di loro sia disposto a lavorare con gioia a progetti che arricchiscano la sua e l'altrui personalità. ma queste sono favole. e ormai un luogo comune che le basi più profonde del comportamento umano siano irrazionali e anche evitando di immergerci nelle tenebre dell'inconscio come la mettiamo con il sentimento (antico, perfettamente consapevole e assai diffuso) dell'invidia? Una persona avida vuole avere per sé quel che ha un altro, e questo atteggiamento forse lo potremmo spiegare appellandoci al modello acquisitivo dell'economia di mercato; ma una persona invidiosa vuole che l'altro perda quel che ha (inclusa la sua felicità) senza che necessariamente lei lo acquisti. il suo atteggiamento insomma è soltanto distruttivo e maligno. come faremo a coinvolgere gente così in progetti di interesse comune? Li interneremo? Li sottoporremo a un lavaggio del cervello?

 

Nella mia antropologia, questa obiezione ha un significato molto diverso che in quella tradizionale. Chi continui a concepire gli esseri umani come individuali, come inevitabilmente tesi alla realizzazione di un singolo «programma» unitario e coerente, sarà incline a formulare per ognuno di loro un giudizio altrettanto singolare e definitivo. La personalità di X sarà caratterizzata come benevola e cordiale e quella di Y invece come invidiosa e maligna, e sorgerà il problema di come limitare i danni prodotti da tipi come Y. Ma per me un essere umano è molteplice, teatro di un dialogo tra voci diverse e contrastanti, e il suo comportamento è frutto spesso instabile di quel dialogo, determinato di volta in volta dalla voce che riesce meglio a farsi sentire. Anche le persone dal comportamento più amichevole avranno alloro interno voci perverse; queste sono ineliminabili e ascoltarle (invece di censurarle) può essere molto utile per evitare di venirne feriti (o di ferire altri). Non si tratta dunque di isolare quanto c'è di maligno nella natura umana (o, in modo ancor più semplicistico, di isolare quei particolari esseri umani che sono maligni), ma di gestire tali elementi in modo efficace.

Detto questo, sono convinto che la strategia più efficace in proposito sia quella di far appello in ciascuno a quanto c'è in lui (o lei) di benevolo. Per spiegare quel che intendo, farò un esempio tratto dalla mia esperienza quotidiana di insegnante: un esempio formulato nei termini semplicistici di un giudizio su persone ma dal quale è possibile estrarre una morale indipendente da simili giudizi.

Ci sono professori che insegnano in modo difensivo. Non sto parlando di chi ruba lo stipendio' ma di colleghi che, in tutta onestà, preparano e conducono un corso preoccupandosi soprattutto degli studenti lazzaroni: di come impedire loro di farla franca, di come costringerli a studiare. Questi colleghi evitano di dare troppe spiegazioni, di offrire troppi strumenti pedagogici, di essere troppo disponibili, perché credono sinceramente che molti ne approfitterebbero e che dai profittatori occorra difendersi. Conseguono così un duplice risultato: primo, che gli eventuali profittatori tengono l'intera classe in ostaggio, condizionando le opportunità offerte a tutti gli altri, e, secondo, che le pratiche dell'approfittare e del resistere alla profittazione si collocano al centro dell' attenzione e, come sempre quando a una pratica si dà più importanza, hanno le migliori occasioni per essere sviluppate ed elaborate nei dettagli e per giustificare così in misura crescente il loro stesso essere al centro dell'attenzione.

Assumere invece che gli studenti seguano il corso perché hanno autentico interesse per la materia, e rivolgersi loro (sulla base di questa premessa) con passione e generosità, non significa rifiutarsi di riconoscere che ci siano i lazzaroni; significa rifiutarsi di far dettare a questi ultimi il clima e la natura degli scambi intellettuali che in quel corso si realizzeranno. E significa credere che, meno tempo si passa e meno risorse si investono nell'articolare la prospettiva di costoro, più questa stessa prospettiva verrà limitata nella sua crescita e nell'influsso che ha su prospettive a essa contrarie.

Supponiamo adesso che invece di rivolgerei a una classe ci stiamo rivolgendo a una «singola» persona. Nonostante il carattere apparentemente individuale del nostro interlocutore, anche in questo caso abbiamo a che fare con una folla. li problema dunque è lo stesso: se adottare una strategia difensiva, tesa soprattutto a' bloccare i personaggi maligni che si agitano in quella folla, o invece una strategia di generosità, che non permetta loro di impostare i termini della discussione ma continui invece con tenacia a perseguire un clima di razionalità e collaborazione. E per questo identico problema la soluzione è identica: anche qui la seconda strategia è più efficace.

Io non credo insomma che la natura umana sia benevola; come ho già affermato, anzi, non credo che essa sia nulla di definitivo. Ma credo che dar voce a quanto c'è in essa di potenzialmente benevolo sia il modo migliore per realizzare questa potenzialità: per farla crescere e gradualmente occupare una parte sempre maggiore della conversazione. Nel disegnare una società possibile, quindi, tanto quanto nel disegnare un corso, è a quella potenzialità che mi rivolgo; e chi continua a rivolgersi al suo opposto non fa che contribuire con il suo stesso comportamento (come del resto faccio io) a una verifica prefabbricata delle proprie tesi.

Vuol dire questo che elimineremo la malignità e l'invidia, che in una società come quella che ho tratteggiato sarebbe assente la distruttività fine a sé stessa? Neanche per idea. Ma vuol dire che, quando invidia e distruttività emergeranno e supereranno una certa soglia di tollerabilità, le affronteremo con strumenti contingenti di controllo, il cui carattere specifico dovrà essere deciso su basi empiriche (talvolta potrà funzionare meglio l'isolamento, talaltra la rieducazione), evitando in ogni caso di generalizzare questi incidenti a conclusioni apocalittiche sulla natura umana. Perché sappiamo che il danno maggiore che gli incidenti possono causare è proprio quello di farci trarre simili conclusioni e fartene guidare nella nostra azione pratica.

Un'ultima osservazione. Ho accennato sopra al fatto che le voci perverse non vanno tacitate ma invece ascoltate, e che se lo faremo ne trarremo vantaggio. È compatibile questo atteggiamento con quanto ho detto dopo: che cioè bisogna in ogni caso evitare di lasciarsene influenzare, di accettare il loro stile nella nostra conversazione?

Sì: è compatibile. Una voce che esprima invidia e malignità dirà perlopiù qualcosa di specifico: oggettiverà e razionalizzerà la propria perversione in una pretesa di rivendicazione e di critica. Anche una voce così deve entrare in circolo; ho già affermato che dal suo punto di vista ostile abbiamo molto da imparare. Nietzsche sarebbe stato d'accordo: niente, avrebbe detto, vede più chiaro della malevolenza. Perciò quando il nemico parlerà lo ascolteremo e, senza batter ciglio, lo coinvolgeremo nel nostro compito costruttivo quali che siano le sue intenzioni: lo ringrazieremo per il suo contributo e ne faremo tesoro per sviluppare il nostro progetto. È possibile che questa risposta lo esasperi, che riduca la sua malevolenza a uno stato sempre più diabolicamente puro e incontaminato da pretese farisaiche; ma confido che accadrà di rado e in ogni caso, prima che accada, avremo avuto modo di ricevere anche da lui insegnamenti preziosi.

 

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obiezione:

 

Ho presentato il programma di un intellettuale: di una persona cioè che passa il suo tempo a leggere e scrivere e studiare e arriva così a convincersi che queste siano le attività più desiderabili per tutti. ma è un'ipotesi assurda: la maggior parte della gente si annoierebbe a morte in una scuola a tempo pieno come quella del mio stato ideale. tolta qualche sparuta eccezione, i ragazzi considerano l'apprendimento come un peso e sono felici soprattutto quando riescono a liberarsene. né ci si può aspettare che le cose andrebbero diversamente per gli adulti.

 

Sono d'accordo con chi qualifica il mio programma come quello di un intellettuale, ma non condivido il modo in cui questa qualifica viene solitamente intesa. L'intellettualità, per me, è l'aspetto più specifico della nostra natura, la vera e propria differentia del genere umano: è curiosità, interesse per quel che non siamo ancora ma potremmo e vorremmo essere. È insomma un altro nome per quella disponibilità al gioco, all' esplorazione e al confronto che ho posto al centro della mia antropologia e della mia proposta etico-politica. Ma si noti che non c'è nulla di necessariamente mentale in questa nozione di intelletto: essa si applica al desiderio di impratichirsi di cucina indiana o di pallacanestro tanto quanto allo studio della psicologia o del greco antico. Ci sono buoni motivi per sottolineare l'importanza del mentale (ossia di attività quali leggere, scrivere, parlare, pensare) in questo ambito: molte (altre) attività (e molte persone) cui non abbiamo direttamente accesso possiamo raggi un gerle attraverso mediazioni mentali. Occorre però stare attenti a non confondere il mezzo con il fine, concludendo che siccome il mentale è uno strumento così utile esso esaurisca le risorse dell'intellettualità.

Come ogni altro aspetto della nostra vita, anche questa caratteristica definitoria dell' animale razionale è vittima del feticismo del mercato: anche quest'attività supremamente liberatoria viene trasformata in uno scambio di merci. All'intellettualità subentra quel che chiamo intellettualismo (un nome vale l'altro, ma in generale gli «ismi» denotano fenomeni di cristallizzazione, di stasi), in cui l'interesse si concentra sul possesso di informazioni dotate di un certo valore di mercato e suscettibili di essere barattate con altri oggetti di pari valore di cui abbiamo bisogno. Espressione tipica del modello intellettualistico è (perlopiù) la scuola: gli studenti hanno bisogno di far propri contenuti che inizialmente appartengono agli insegnanti, gli insegnanti vengono pagati per questo servizio e gli studenti riceveranno al termine dei loro corsi un attestato che li garantirà in possesso dei contenuti richiesti. Potranno quindi vendersi sul mercato come competenti in materia.

Il tempo passato a scuola, dunque, è tanto poco fine a sé stesso quanto quello passato in fabbrica o in ufficio: la sua finalità gli è esterna, verrà raggiunta solo al termine degli studi. C'è da stupirsi allora se esso è vissuto con disgusto e noia, né più né meno di qualsiasi altro tempo lavorativo che non dia in sé e per sé nessuna soddisfazione ma la rimandi a quando il tempo stesso sarà trascorso? Come ogni altra persona costretta a consegnare parte della sua vita a un'istanza aliena con la promessa di riceverne un giorno una contropartita, lo studente attenderà quel giorno e intanto si consolerà in tutti gli intervalli che si aprono nel processo di espropriazione cui è soggetto: i fine settimana, le vacanze di Natale, i «ponti».

L'aspetto più grave della situazione, quello che viola maggiormente le sue vittime, è costituito dal perverso legame che si viene a realizzare tra la scuola intesa come mercato forzoso e fastidioso da un lato e molte delle aree più vitali dell' attività umana dall' altro. Un ragazzo che, in modo del tutto comprensibile, rifiuti la prima sarà anche portato a tenersi alla larga dalle materie scolastiche. Guarderà con orrore alle lingue straniere, alla storia e alla chimica perché sono associate a un'esperienza carceraria e si vedrà così privato di straordinarie, e straordinariamente piacevoli, opportunità di arricchire la propria persona. Nel suo tempo libero, quello stesso ragazzo manifesterà spesso un desiderio di arricchimento: si abbandonerà con dedizione a tutto quel che la scuola ha lasciato da parte e, nel vederlo appassionarsi a un programma di computer, a un videogioco o a una disciplina sportiva, sarà impossibile negarne la curiosità e l'intelligenza. Ma queste doti si trovano troppe strade bloccate, troppe aree di sviluppo ridotte a terra bruciata e sterile dall' appropriazione indebita di cui ho detto. L'intellettualismo, insomma, non si limita a rubare spazio all'intellettualità (più tempo passiamo al mercato, meno ne avremo per la costruzione di noi stessi), ma le si oppone anche in modo diretto: fa di tutto per squalificarne l'esercizio.

Io sono fiero di dirmi un intellettuale, ma devo subito aggiungere che ciò non mi rende una persona speciale. L'intellettualità è una caratteristica di noi tutti, della quale dobbiamo riprendere il controllo, che dobbiamo imparare a praticare senza limiti e senza imbarazzo. Chi ha qualcosa da insegnarci in proposito lo faccia in modo tale da metterei il più presto possibile in condizioni di collaborare attivamente; il che non vuoI dire che tutti diventeremo ugualmente bravi ma vuoI dire almeno che tutti staremo giocando, non soltanto assistendo da spettatori al gioco altrui. Chi non è in grado di insegnare in questo modo lasciamolo al suo destino, nella speranza che almeno si diverta lui, ma evitando di valorizzare la competenza in quanto tale: la competenza è una promessa, da realizzare nel proprio agire concreto e nell'intensità, nella profondità, nella ricchezza di quell'agire. E, soprattutto, evitiamo di ammirare quel che non capiamo solo perché non lo capiamo: certo non si può capire tutto ma si può apprezzare solo quel che si capisce e solo entro i limiti in cui lo si capisce, perché solo entro quei limiti possiamo usarlo per crescere.

 

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obiezione:

 

La mia sarebbe una società di dilettanti, in cui i cittadini passerebbero la maggior parte del loro tempo a svolgere attività per il puro gusto di suolgerle, senza nessuna preoccupazione di raggiungere un determinato livello di efficienza e nessun impegno a continuare nella stessa attività per un lungo periodo. Ma ci sono compiti che sarebbe colpevole non assegnare a un professionista; vorremmo che fosse un dilettante a operarci di ernia o di appendicite? Né basterebbero le prestazioni d'opera richieste a ognuno per formare questi professionisti: la formazione di un chirurgo richiede anni di dedizione pressoché assoluta. E, una volta che si fosse così formato, sarebbe plausibile permettere che trascorresse le giornate praticando lo sci d'acqua o il giardinaggio, quando tanti malati avrebbero bisogno della sua opera?

 

Ogni paradigma ha le sue anomalie: casi in cui la sua applicazione rivela delle forzature, mentre magari un altro paradigma li risolve in modo perfettamente naturale. Questa obiezione porta alla luce l'anomalia più grave del mio paradigma: sarebbe desiderabile che servizi delicati e urgenti fossero eseguiti in modo ottimale, non lasciati all'improvvisazione. Niente è più delicato e urgente delle questioni di vita o di morte; in particolare, dunque, sarebbe desiderabile che i servizi medici fossero gestiti da persone che controllano con sicurezza le tecniche più avanzate. L'economia di mercato sembra garantire l'esito voluto pagando a caro prezzo tali servizi e indirizzando così verso la scelta della carriera medica un flusso costante di giovani intelligenti e ambiziosi. Nella mia economia, invece, ci si dovrebbe fidare del fatto che un numero sufficiente di persone provi genuino entusiasmo per la medicina e decida di dedicarle un progetto di crescita dopo l'altro, e si tratta di eventualità piuttosto incerte: tali cioè da non assicurare che i servizi richiesti siano sempre disponibili.

Ci sarebbe molto da dire su quanto l'apparenza di sicurezza fornita dall' economia di mercato corrisponda a verità. Che a dedicarsi alla carriera medica siano giovani intelligenti e ambiziosi non garantisce un buon servizio, se il motivo per cui questi giovani fanno la loro scelta non ha nulla a che vedere con l'interesse per la medicina (e per i pazienti) ma invece (per esempio) con quello per un ampio lucro e una prestigiosa posizione sociale. Anzi l'economia di mercato, offrendo questi «beni» come incentivi, finisce per favorire scelte basate su di essi, generando una specie di selezione alla rovescia che invita le persone sbagliate a occuparsi di questioni di vita o di morte. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: discriminazione nell'uso delle risorse mediche a tutto vantaggio di chi può pagare, quote fissate arbitrariamente dalle compagnie assicurative su quanto tempo e denaro investire nella cura dei pazienti, scandali a ripetizione nella gestione degli ospedali e delle industrie farmaceutiche.

Ma il fatto che il paradigma alternativo ha i suoi problemi non risolve i miei. È chiaro da dove provengano questi ultimi. Ho respinto la natura determinante dell'urgenza, ho asserito che al limite non esistono bisogni primari, che anche la vita e la salute dovranno talvolta cedere il passo davanti a un'ipotesi di arricchimento; non c'è da stupirsi quindi se nei confronti di situazioni normalmente considerate urgenti non ho a disposizione un atteggiamento semplice e naturale. Trattandosi per me di un' anomalia, posso solo sperare di ridurre la difficoltà, non di eliminarla; il che implica anche affrontarla con diversi strumenti e considerazioni, piuttosto che con uno soltanto.

In primo luogo, verrebbe a mancare nel mio sistema il bisogno che ciascuno ha ora di dimostrare agli altri che hanno costantemente bisogno del suo contributo e si ridurrebbero così di molto i bisogni, anche medici, più immediati: sparirebbero, per esempio, le operazioni chirurgiche incoraggiate e talvolta imposte all'unico scopo di garantirsi un intenso flusso di clienti. Il problema non sarebbe tanto grave quanto può sembrare nella nostra situazione di medicina (per chi se la può permettere) sovradimensionata e ipertrofica.

In secondo luogo, quando tutti avessero come scopo principale della loro vita l'allargamento dell' ambito della vita stessa, ossia delle conoscenze e abilità che costituiscono questo ambito, c'è da aspettarsi che molti dedicherebbero parte del loro tempo e della loro energia a una migliore comprensione del loro corpo: di come funziona e di quali fattori ne promuovono la fioritura e la decadenza. Ci sarebbero forse meno specialisti in materia ma la generale consapevolezza di argomenti fisiologici e patologici sarebbe più ampiamente condivisa. Molte più persone potrebbero così aiutare sé stesse e gli altri nella gestione ordinaria di disturbi non troppo gravi. (Se pensate che questo equivalga a ricevere un servizio di second'ordine, sarà bene notare che la medicina commerciale del modello corrente sta andando nella stessa direzione: in America un numero sempre maggiore di compiti di routine è assegnato alle infermiere diplomate, lasciando ai medici solo i casi più seri. Il motivo in questo caso è il profitto, ma non si tratta di una pratica irragionevole: quando un mio figlio piccolo aveva l'influenza, non vedo perché dovesse essere un augusto luminare a dirmi di dargli un'aspirina e fargli bere molti liquidi).

In terzo luogo, la solidarietà nei confronti dei nostri simili e la simpatia che proviamo per loro sono fra le motivazioni principali del nostro agire. Anche nella situazione corrente, in cui tutto ci scoraggia dal perseguire attività che non siano adeguatamente compensate in denaro, ci sono molti che scelgono di realizzare sé stessi aprendo un ospedale nel Terzo Mondo o un ambulatorio di quartiere per malati di Aids. Forse allora non dovremmo disperare che in una situazione diversa, in cui il compenso in denaro non sia più un fattore essenziale, un numero sufficiente di persone opti per questo tipo di realizzazione.

Se tutto questo non bastasse, si tratterebbe di pensare a opportuni incentivi. Una persona che dedicasse a questo tipo di prestazione d'opera più tempo di quanto ne venga richiesto agli altri membri della comunità potrebbe per esempio ricevere maggiore assistenza per i suoi altri progetti. Il pericolo, ovviamente, è che questa strategia inviti a dedicarsi all' attività medica per i motivi sbagliati; ma nel caso di un' anomalia occorre spesso scegliere il minore dei mali, e comunque il modello attuale è in condizioni anche peggiori in proposito.

 

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obiezione:

 

La mia proposta si concentra sull'uso del tempo libero e passa sotto silenzio le attività produttive (quelle cioè che soddisfano bisogni), qualificandole come semplici prestazioni d'opera. Ma l'esito è tanto miope e repressivo quanto quello causato dal modello corrente: mentre in quest' ultimo sono le attività fini a sé stesse a risultare prive di valore e dignità, nel mio sono giudicate così le attività funzionali a uno scopo necessario. ed è un esito altrettanto ingiusto. Forse che il lavoro (tradizionalmente inteso: quello che l'uomo e la donna compiono con il sudore della fronte per mantenere sé stessi e le loro famiglie) non è una componente significativa della nostra natura? E' ragionevole allora fargli così poco spazio, dargli così poca importanza, consegnarlo interamente nelle mani del paradigma avverso?

 

Chi vive ammazzandosi di fatica e non ha tempo per considerazioni astratte immagina che i privilegiati siano liberi dal bisogno; è questo anzi che li rende privilegiati ed è per questo che la loro esistenza è desiderabile, che chi non è privilegiato (in generale) vorrebbe esserlo. Ma, se privilegiati del genere esistono, non li ho mai incontrati: il bisogno, il concetto di bisogno, domina la vita di (quasi?) tutti. Per molti, c'è la promessa di un premio dopo tante fatiche: di un tempo finalmente liberato da occupare facendo quel che piace. Ma questo tempo liberato tende ad allontanarsi sempre più in un futuro indeterminato e forse irraggiungibile, e nella vita che concretamente si vive esso non gioca alcun ruolo: compare al massimo come un alibi, un' evasione, un elemento di malafede, al quale non si presta seria attenzione. (E siccome non gli si presta attenzione, siccome i più non dedicano nessun impegno ad articolare e approfondire la nozione di quanto hanno piacere a fare, quando eventualmente quel tempo arrivasse non saprebbero come usarlo e lo avvilirebbero asservendolo alle attività di più immediata e rudimentale gratificazione - un sesso da militari in libera uscita, robuste mangiate e bevute, droghe - o a quelle imposte dall'industria del divertimento - il golf, appunto.) Nel frattempo, quel che dà valore alla vita di chiunque, quale che sia il suo stato sociale, quel che gli permette di arrivare alla fine di una giornata pensando di aver fatto qualcosa di valido, è sempre e soltanto quanto di necessario ha realizzato. A questo punto è naturale fare di necessità virtù e cercare proprio nel faticoso lavoro quotidiano il fondamento della vita umana e del suo valore.

Non penso affatto che le prestazioni d'opera siano squallide e vuote; penso invece che abbiano un grande valore. Ma hanno questo valore per quanto ci liberano e ci permettono di seguire le nostre varie vocazioni; quindi una vita che consistesse solo in simili prestazioni (che fosse «occupata» solo in questo senso) sarebbe disumana e ingiusta. Chiunque spenda in esse parte del proprio tempo, contribuendo così a liberare il tempo altrui, acquista un profondo merito nei confronti della comunità e l'unico modo per ripagare il debito è quello di garantire anche a lui un tempo liberato e aiutarlo a farne l'uso migliore.

 

[ … ]

 

obiezione:

 

La mia mancanza di comprensione per il lavoro produttivo non può esser ridotta a un semplice rovesciamento dell'attuale gerarchia di valori. Non si tratta solo del fatto che questo lavoro non viene considerato valido in sé ma solo in quanto libera tempo autenticamente significativo: c'è anche il mio costante caratterizzarlo come alieno, estraneo alla nostra natura. Il che è sbagliato: con la sua fatica e il sudore della sua fronte, l' uomo lascia i propri segni in un modo originariamente estraneo e proprio così lo umanizza, se lo rende più affine. E' proprio questo sforzo a trasformare un ambiente puramente fisico in una struttura che ci risponde e in cui possiamo riconoscerei; e di tutto ciò la mia posizione non fa cenno. il risultato è un egocentrismo (o antropocentrismo) in ultima analisi autodistruttiva, perché non c'è sviluppo davvero umano che non coinvolga nel!' umanità tutto quel che la circonda.

 

Supponiamo che io sia impegnato a piantare un certo numero di alberi, per proteggere una casa dal sole o per consolidate una collina ed evitare frane. Mettiamo che scelga querce e cipressi e li disponga in un elegante schema geometrico; al termine dell' operazione, sarà ovvio a chiunque che quello non è più un terreno selvaggio ma un giardino, in cui si riflettono la mia intelligenza e la mia volontà. In esso mi si potrà ritrovare: ci sarà tanto di me in questo luogo quanto nelle mie idee e nei miei ragionamenti.

Immaginiamo adesso che mi si chieda perché ho agito così. La domanda non sarebbe neutrale, esigerebbe non soltanto una spiegazione ma anche una giustificazione: mi solleciterebbe a dar conto della ragionevolezza del mio comportamento. E qui verrebbe fuori il contrasto che mi interessa. Comunque io la metta, rimane vero che (a) ho adempiuto a un compito necessario e (b) nel farlo, ho reso l'ambiente più mio (e forse ne. ho ricavato il piacere di un artista). Ma secondo l'antropologia dei bisogni (a) è necessario e sufficiente per legittimare la mia azione e la presenza di (b) e un arzigogolo superfluo, gradevole magari ma del tutto inessenziale. Secondo la mia antropologia, invece, anche se (a) ha costituito l'occasione iniziale per mettermi in moto, quando entra in campo (b) di (a) si può fare a meno. A quel punto posso ritornare sui miei passi e dire con serenità: piantare questi alberi è stato un modo di esprimermi, sono contento che tale espressione abbia soddisfatto un bisogno ma anche se non lo avesse soddisfatto non perderebbe nulla del suo valore.

In generale, non penso affatto che il lavoro produttivo ci sia estraneo, né sottovaluto il suo profondo effetto umanizzante nei confronti dell' ambiente. Ma penso che ci sia estraneo (e tendo a sottovalutarne l'effetto umanizzante) in quanto produttivo - ossia, per come sto usando la parola «produttivo», in quanto soddisfa un bisogno. Siccome nessuno di noi può reprimere fino in fondo la sua umanità, anche quando essa è ufficialmente negata, anche quando un'attività è designata come soltanto necessaria, quella libertà che noi siamo, in cui si manifesta il nostro essere, troverà il modo di trasparire e di volgere questo fato indifferente e opaco in un' occasione di autonomia e creatività. Tutto bene; eccetto che, nel considerare il risultato finale dell' operazione, dovremmo evitare di commettere-un'ulteriore violenza nei nostri confronti assegnando alla soddisfazione del bisogno il merito di quanto di significativo abbiamo realizzato.

Se la rivoluzione che auspico avesse successo e la distinzione che ho formulato qui acquistasse fondamentale importanza, ne seguirebbe una tendenza a valorizzare l'aspetto liberatorio di ogni attività e quindi anche (come ho già accennato in precedenza) a spostare un' attività, appena possibile, dal rango delle prestazioni necessarie a quello delle realizzazioni personali. Ci sono senz' altro piacere e partecipazione nelle attività «utili» e, se solo non fossimo continuamente distratti dal (meta)bisogno di dimostrare a noi stessi e ad altri che quel che facciamo è assolutamente indispensabile, riusciremmo di buon grado ad ammettere che pitturare una cancellata o lucidare un paio di scarpe sono scuse gradite per metterei alla prova, per manifestare alcune tra le abilità e conoscenze che fanno parte del nostro teatro privato.

 

 

 

 

lettera contro il lavoro (charles bukowski)

 

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A vent'anni dalla morte - il 9 marzo 1994 - Charles Bukowski è stato celebrato ovunque: su tutti i giornali ma anche da scrittori e editori.

Da segnalare, tra tutti, Il Sole bacia i belli (raccolta di interviste edita da Feltrinelli), Una torrida giornata d'agosto (poesie edite da Guanda) e la biografia di Roberto Alfatti Apetitti Tutti dicono che sono un bastardo (Bietti editore). Noi ricordiamo lo scrittore - capace come pochi di cambiare l'immaginario collettivo dei lettori degli anni '70 e '80 e oggi diventato un'icona grazie alla modernità della sua scrittura - con un inedito. Si tratta di una lettera che Bukowski scrisse al suo primo editore: lo stesso che lo portò al successo con la pubblicazione di Post Office nel 1971, la storia di un postinoubriacone tra i bassifondi di Los Angeles ed il primo in cui apparve Herny Chinaski, detto "Hank". Il libro fu un vero caso editoriale: elogiato dalla critica soprattutto per la capacità di Bukowski nel ritrarre i suoi personaggi come "frammenti di persone che si trascinano avanti. Non individui completi, con delle aspirazioni, realizzati o in viaggio verso l'integrità" e Los Angeles come "La più grande città  dell'universo, il posto più pieno di sopravvissuti al gioco della vita, un posto dove uno può sfuggire agli altri abbastanza a lungo per restare sano". E in questa lettera del 1986, quando era al culmine del successo, Bukowski scrive proprio un inno contro la vita insensata a cui ci riduce, molto spesso, il lavoro, ma soprattutto l'"etica" del posto fisso, la paura dell'avvenire da disoccupati. Una lettera, purtroppo, di una modernità sconcertante: sembra scritta oggi, ma risale, invece, agli anni dell'edonismo reaganiano quando anche in America sembrava che tutto splendesse. Solo adesso abbiamo capito che era solo luce riflessa.

(Gian Paolo Serino su La Stampa del 2 aprile 2014)

 

 

Non penso che faccia male, delle volte, ricordare da dove si è partiti.

Tu conosci i luoghi da dove provengo. Non come quelli che cercano di scriverci sopra o di farci un film. Raccontano il mondo del lavoro come vogliono loro: si dimenticano che non c'è più nessuna pausa pranzo gratuita, tanto che molti dipendenti, pur di mantenere il proprio lavoro, salvano anche il pasto. Gli straordinari non sono ormai quasi più registrati correttamente e, se ti lamenti, c'è sempre un altro babbeo pronto a prendere il tuo posto.

Quel che fa più male è la costante diminuzione di umanità in coloro che combattono per tenersi il lavoro perché temono un'alternativa ancora peggiore. Sono corpi con teste ubbidienti e piene di paura. La luce finisce per abbandonare i loro occhi. La voce s'imbruttisce. E il corpo. I capelli. Le unghie. Le scarpe. Tutto va in quella direzione.

Quando ero giovane non riuscivo a credere che le persone potesser desiderare di rinunciare alla propria vita per ridursi a vivere in quelle condizioni. E da vecchio, non riesco ancora a crederci. Perché lo fanno? Per il Sesso? La TV? Per un'automobile acquistata a rate? O per i figli? Per bambini che faranno le stesse cose che fanno loro?

All'inizio, quando ero molto giovane e passavo da un lavoro all'altro, ero abbastanza stupido per redarguire i miei compagni di lavoro: "Ehi, il capo può venire qui da un momento all'altro e sbatterci tutti fuori, ti rendi conto?".

Loro avrebbero potuto almeno guardarmi. Ma stavo dicendo qualcosa che non volevano che entrasse nella loro testa. Ora nel settore dell'industria ci sono tanti licenziamenti e ogni giorno vengono buttate fuori centinaia di migliaia di persone che rimangono intontite: "Ci lavoravo da 35 anni…" "Non è giusto…" "Io non so cosa fare…"

Gli schiavi non sono mai pagati abbastanza da poter essere liberi: solo quanto basta per sopravvivere e tornare al lavoro. Io ho visto e capito tutto questo. Perché gli altri no? Mi sono reso conto che la panchina del parco poteva essere un posto altrettanto buono, o anche diventare un alcolizzato. Perché non arrivare lì da solo, prima che mi ci mettano gli altri? Perché aspettare?

Ho sempre scritto con disgusto contro tutto questo, ed è stato un sollievo riuscire a mantenere la merda fuori dal mio sistema. E ora che sono arrivato ad essere un cosiddetto scrittore professionista, dopo aver sprecato i primi 50 anni di vita dietro tanti lavori, ho scoperto che ci sono anche altre cose disgustose nel sistema.

Ricordo che una volta, lavorando come imballatore per un'azienda che produceva lampade per illuminazione, uno dei miei colleghi improvvisamente adetto: "Non sarò mai libero!".

Uno dei capi stava camminando da quelle parti e si lasciò sfuggire una dolce risata, godendo del fatto che questo tizio fosse stato intrappolato per tutta la vita.

Ho avuto fortuna a tirarmi fuori da quei luoghi, non importa quanto tempo ci è voluto, quando è successo è stato come una specie di gioia, il jolly del miracolo. Ora scrivo da una vecchia mente e un vecchio corpo, ben oltre il momento in cui la maggior parte degli uomini avrebbero mai pensato di iniziare un'impresa del genere, ma ora mi sento in dovere con me stesso di continuare, e quando le parole incominceranno a venir meno e avrò bisogno di essere aiutato a salire le scale e non sarò più in grado di distinguere un merlo da una graffetta, una parte di me ricorderò sempre (non importa quanto sarò andato lontano) come sarò arrivato qui.

Non aver sprecato del tutto la propria vita mi sembra una degna realizzazione, almeno per me.

Il Tuo vecchio Hank.

 

 

 

 

l'orrore economico (viviane forrester)

 

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Tutti quanti noi viviamo immersi in un'illusione magistrale, in un mondo scomparso che ci accaniamo a non voler riconoscere come tale, e che false politiche e politici bugiardi pretendono di perpetuare. Milioni di destini sono sconvolti, annientati da questo anacronismo, frutto di ostinati stratagemmi rivolti a consacrare come imperituro il più sacro dei nostri tabù: quello del lavoro.

Sul lavoro, stravolto sotto la forma perversa di "impiego", si fonda in effetti la civiltà occidentale, che a sua volta domina l'intero pianeta. Sono confusi a tal punto l'uno con l'altra che nel momento stesso in cui il lavoro si volatilizza, il suo radicamento, la sua evidenza non vengono mai ufficialmente messi in discussione, e tanto meno viene discussa la sua necessità. Non è forse il lavoro a governare, in linea di principio, qualsiasi tipo di distribuzione della ricchezza, e di conseguenza qualsiasi forma di sopravvivenza? Ora questo lavoro oggi non è più che un' entità priva di qualsiasi sostanza.

 

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In quale sogno si vuole farci restare, raccontandoci di crisi al termine delle quali dovremmo finalmente uscire dalle nostre angosce? Quando prenderemo coscienza del fatto che non ci troviamo in presenza di una crisi, o di più crisi, bensì di una vera e propria mutazione? E non della mutazione di una società, ma di quella, assolutamente brutale e totale, di un'intera civiltà? Noi partecipiamo di una nuova era, senza riuscire ancora ad avvistarla. Senza voler ammettere e senza renderei conto che l'era precedente è ormai scomparsa. Non possiamo dunque celebrarne il lutto, e passiamo i nostri giorni a mummifÌcarla. A darla per vitale e attuale, rispettandone i riti che appartengono a una dinamica ormai finita. Perché mai questa proiezione permanente di un mondo virtuale, di una società sonnambula, devastata da problemi fittizi - dato che l'unico problema reale è che questi problemi non sono più tali, ma sono invece diventati la norma della nostra epoca, insieme inaugurale e crepuscolare, di cui non vogliamo prendere coscienza?

 

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Ed ecco quindi le medicine dolci, la antiche e vetuste farmacopee, le chirurgie crudeli, le trasfusioni di ogni tipo (di cui beneficia soprattutto chi gode di buona salute). Ecco i sermoni tranquillizzanti, il catalogo delle ridondanze, il fascino consolatorio dei ritornelli che coprono il silenzio severo, implacabile, dell'incapacità; li ascoltiamo ipnotizzati, riconoscenti di essere distratti dal terrore del vuoto, cullati al ritmo di chiacchiere familiari senza senso.

 Ma, dietro a queste mascherate, durante tutto il corso di questi sotterfugi ufficializzati, di queste pretese "operazioni" di cui si conosce in anticipo l'inefficacia, di questo spettacolo che mandiamo giù pigramente, pesa la sofferenza umana, quella sì reale, scolpita nel tempo, in quel tempo che costruisce la vera Storia, perennemente occultata. Sofferenza irreversibile delle masse sacrificate, cioè di coscienze a una a una torturate e negate.

Della "disoccupazione" si parla dappertutto e continuamente. La parola, però, è oggi priva del suo reale significato, perché descrive un fenomeno diverso da quello, ormai obsoleto, che pretende di indicare. E ci intrattengono, al proposito, con faticose promesse, il più delle volte bugiarde, che lasciano intravedere irrisorie quantità di impieghi acrobaticamente lanciate sul mercato (in saldo); percentuali ridicole rispetto ai milioni di individui esclusi oggi dal mondo del lavoro salariato e che, a questo ritmo, continueranno a esserlo ancora per decenni. E allora, in che condizione reale si trovano oggi questi individui, la società, il cosiddetto "mercato del lavoro"?

 

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Milioni di persone, dico bene di persone, messe tra parentesi, hanno diritto - per un periodo indefinito, forse anche per un periodo che non avrà altro limite se non la morte - alla miseria, o comunque alla minaccia più o meno prossima della stessa, spesso alla perdita di un tetto, a quella di una qualsivoglia considerazione sociale e persino della loro stessa autostima. All'angoscia di un'identità precaria o definitivamente naufragata. Al più vergognoso dei sentimenti: la vergogna. Perché ognuno si ritiene (è incoraggiato a ritenersi) padrone fallito del proprio destino, laddove invece è stato solo un numero messo dal caso dentro una statistica.

 

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Il fenomeno attuale della disoccupazione non è più quello che questa parola indica, ma è senza tenerne conto, in funzione di un passato distrutto, che si pretende comunque di trovare delle soluzioni al fenomeno e, cosa peggiore, di giudicare i disoccupati. La forma contemporanea di ciò che continuiamo a chiamare disoccupazione non è, di fatto, mai stata studiata, mai definita, e di conseguenza mai presa in reale considerazione. Non è mai veramente in questione ciò che normalmente si definisce come "disoccupazione" e "disoccupati"; anche quando questo problema sembra essere al centro delle preoccupazioni sociali, il fenomeno reale rimane, al contrario, occultato.

Un disoccupato, oggi, non è più l'oggetto di un accantonamento provvisorio, occasionale, che riguarda solo alcuni settori della produzione; ha oramai a che vedere con una generale implosione, con un fenomeno paragonabile alle onde anomale, ai cicloni o ai tornadi, che non risparmiano nessuno, ai quali nessuno può resistere. Subisce una logica planetaria che presuppone la soppressione di ciò che noi chiamiamo lavoro, o più esattamente dei "posti di lavoro".

 Però - e questo "sfasamento" ha conseguenze crudeli -  il sociale e l'economico continuano a proporsi ancora come il frutto degli scambi conseguenti al lavoro, laddove quest'ultimo è sparito. I senza lavoro, vittime di questa scomparsa, sono trattati e giudicati con gli stessi identici criteri che si adottavano quando i posti di lavoro abbondavano. Vengono dunque colpevolizzati di esserne privi, e abbindolati, addormentati da un cumulo di promesse bugiarde che annunciano come vicinissimo il ritorno di quest' abbondanza, e come assai prossima la riparazione di congiunture sfortunate e contrattempi.

Ne consegue la marginalizzazione impietosa e passiva del numero immenso, ogni giorno in crescita, di quelli che cercano lavoro, i quali, ironia della sorte, per il fatto stesso di non averlo, sono entrati a far parte della norma contemporanea; norma che non viene riconosciuta come tale, nemmeno dagli stessi esclusi dal lavoro, al punto che sono proprio loro i primi (ci si prende cura che sia così) a viversi come incompatibili con una società di cui invece, senza saperlo, sono i prodotti più naturali. Vengono portati a considerarsi indegni di questa società, e soprattutto responsabili della loro situazione, che giudicano degradante (in quanto degradata) e persino riprovevole. Si accusano di ciò di cui sono le vittime. Si giudicano con lo sguardo di quelli che li giudicano, sguardo che fanno proprio, che li vede colpevoli, e che li induce poco alla volta a interrogarsi su quali incapacità, quale predisposizione personale al fallimento, quale cattiva volontà o quali errori li abbiano portati al punto in cui si trovano. Su di loro incombe il biasimo generale, malgrado l'assurdità di questo tipo di accuse o autoaccuse. Si rimproverano - e li si rimprovera - di vivere una vita di miseria o di esserne minacciati. Una vita spesso "assistita" (al di sotto, del resto, di una soglia di tollerabilità).

 I rimproveri che gli si fanno, che essi stessi si fanno, riposano sulla nostra percezione sfasata della congiuntura presente, su vecchie opinioni già senza fondamento in passato, oggi più che mai ridondanti,. retoriche e assurde; senza alcun, legame con il presente. Tutto questo - e non vi è nulla d'innocente - li porta a provare questa vergogna, a sentirsi in qualche modo indegni, ciò che poi li conduce a tutti i tipi di sottomissione. L'obbrobrio scoraggia in loro qualsiasi tipo di reazione che non sia una mortificata rassegnazione.

 

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Da questo sistema emerge nonostante tutto una domanda essenziale, mai esplicitamente formulata: "Bisogna meritare di vivere per averne il diritto?". Soltanto una infima minoranza vanta questo diritto d'ufficio, ed è una minoranza da sempre provvista di poteri eccezionali, di proprietà e di privilegi considerati quasi naturali.

Quanto al resto dell'umanità, le occorre, per "meritare" di vivere, di dimostrarsi "utile" alla società, o quanto meno a quella parte che la governa e domina: l'economia che ogni giorno di più si confonde con gli affari, vale a dire l'economia di mercato. In cui "utile" equivale quasi sempre a "redditizio", vale a dire vantaggioso per il profitto. In altre parole che si può "impiegare" ("sfruttare" sarebbe di cattivo gusto!).

 Questo merito - questo diritto di vivere, anzi - passa dunque dal dovere di lavorare, di avere un impiego, che diventa così un diritto imprescrittibile senza il quale il sistema sociale non sarebbe altro se non un enorme e generalizzato assassinio.

Ma che ne è di questo diritto di vivere quando non opera più, quando viene impedito di compiere quel dovere che permette di accedervi, quando diventa impossibile quello che pure viene imposto? Tutti sanno oggi che quegli accessi al lavoro sono permanentemente vietati, chiusi dall'imperizia generale, dall'interesse di alcuni, o dal senso della Storia - il tutto ben nascosto sotto il segno della fatalità. E allora, è normale o quanto meno logico continuare a imporre quello che non c'è? È legale pretendere una cosa che non esiste come condizione necessaria alla sopravvivenza?

 

[ … ]

 

Così seguiamo degli strani percorsi! Non si sa se è più ridicolo o sinistro che, di fronte a una perpetua, incurabile e crescente penuria di posti dilavoro, in Francia si continui a imporre a ognuno dei disoccupati che si contano a milioni - e questo, ogni giorno lavorativo di ogni settimana, ogni mese, ogni anno -la ricerca "effettiva e permanente" di quel lavoro che ormai non c'è più. Di obbligarlo a passare ore, giorni, settimane, mesi, talvolta interi anni, a proporsi ogni giorno, ogni settimana, ogni mese, ogni anno, invano, bloccato in anticipo dalle statistiche. Insomma: farsi derubare ogni giorno lavorativo di ogni settimana, ogni mese e a volte ogni anno costituisce forse un impiego, un mestiere, una professione? Si tratta di uno "status", di un lavoro, o magari di un apprendistato? È un destino plausibile? Un'occupazione ragionevole? Un impiego.del proprio tempo davvero raccomandabile?

 

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A colpi di rifiuti, di risposte negative, tutto questo non appare soprattutto come una messa in scena per convincere questi postulanti della loro nullità? Per inculcare nel pubblico l'immagine della loro sconfitta e divulgare l'idea (falsa) della responsabilità, colpevole e punita, di quegli stessi che pagano l'errore generale o la decisione di alcuni, l'accecamento di tutti, incluso il loro? A dare spettacolo del loro "mea culpa" al quale, peraltro, essi aderiscono? Vinti.

 

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È così che si mettono le basi per una società di schiavi ai quali solo la schiavitù conferisce uno statuto. Ma a questo punto perché occuparsi degli schiavi se il loro lavoro risulta superfluo? Allora, come una specie di eco rispetto alla domanda che galleggia più in alto, eccone un' altra che si ha paura di ascoltare: è utile vivere se non si è vantaggiosi per il profitto?

E qui spunta l'ombra, l'annuncio o la traccia di un vero e proprio crimine. Perché non è cosa da niente che tutta una popolazione (nel senso che danno al termine i sociologi) venga portata in silenzio da una società lucida e sofisticata all' estremo limite della vertigine e della fragilità: ai confini della morte, e qualche volta persino oltre. E non è cosa da niente anche il fatto di spingere a cercare, a mendicare un lavoro, e non importa quale né a quale prezzo (cioè al più basso possibile), quelle stesse persone che poi il lavoro renderà schiavi. E se tutti quanti non si daranno anima e corpo a sollecitarlo, per quanto vanamente, l'opinione pubblica resterà comunque convinta che dovrebbero farlo.

Ma ancora è niente, per quellìche detengono il potere economico, vale a dire il Potere, avere ai piedi quei rompiscatole che ieri contestavano, rivendicavano, combattevano. Quale dolcezza nel vederli implorare le stesse cose che ieri vituperavano, e che oggi considerano come il sacro Graal. Così come è niente poter manovrare a proprio piacimento gli altri che, provvisti di un salario e di una posizione, non si lamenteranno, troppo preoccupati di perdere ciò che hanno conquistasto, così raro, prezioso e precario, e terrorizzati di dover raggiungere la coorte immensa dei "miserabili".

A vedere come si prendono e si buttano via uomini e donne in funzione di un mercato del lavoro erratico, sempre più immaginario e virtuale, paragonabile alla pelle di zigrino del racconto di Balzac, un mercato da cui tutta questa gente dipende, da cui dipende la loro vita ma che non dipende da loro; a vedere come già, così frequentemente, non li si prende più né li si prenderà mai, e come allora vegetano, soprattutto i giovani, in una vacuità senza limiti, considerata degradante, e come li si disprezza per questo; a vedere come, di conseguenza, la vita li maltratta e viene aiutata a maltrattarli; a vedere che al di là dello sfruttamento degli uomini c'era di peggio: l'assenza di qualsiasi sfruttamento -, come non dirsi che, non più sfruttabile, non più nemmeno sfruttabile, la massa, diventata inutile, può solo tremare, e deve tremare dentro di essa ogni suo componente?

 

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Questo "insieme" di uomini e donne rappresenta anche, non dimentichiamolo, una base elettorale e una fetta di mercato da cui discende un altro tipo di "interesse", che porta i politici a mobilitarsi sui problemi del lavoro e della disoccupazione, diventati di routine; a ufficializzare questi falsi problemi, o quanto meno problemi mal posti; a occultare qualsiasi constatazione del reale, fornendo a breve termine sempre le stesse risposte anemiche a problemi fittizi. Non che li si voglia esentare - per l'amor del cielo - dal trovare delle soluzioni sia pure parziali, sia pure precarie. Ma i loro bricolage hanno soprattutto come effetto quello di conservare in vita dei sistemi che si affannano a far finta di funzionare, anche male, e di restituire vitalità e forza a giochi di potere e gerarchie, essi stessi superati.

 

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E se ci succedesse da un giorno all' altro di non essere più in democrazia? Questo "eccesso" (che non farà che aumentare) non rischierebbe di essere formulato? "Pronunciato", e quindi consacrato ufficialmente? Cosa potrebbe succedere se il "merito", da cui dipenderebbe più che mai il diritto a vivere, e il diritto di vivere stesso fossero messi in questione, gestiti da un regime autoritario?

 

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La priorità va dunque al profitto, al profitto originale, una specie di "big bang". Solo dopo aver garantito e dedotto la parte degli affari - quella dell' economia di mercato - vengono (sempre di meno) presi in considerazione gli altri settori, tra i quali i cittadini. Prima il profitto, in funzione del quale tutto è stato istituito. È soltanto in seguito che ci si occupa delle briciole di quelle famose" creazioni di ricchezza" senza le quali, ci viene fatto capire, non ci sarebbe niente, neppure quelle briciole che d'altra parte diminuiscono a vista d'occhio - né alcun'altra riserva di lavoro, o di risorse.

 "Dio ci salvi dall'uccidere la gallina dalle uova d'oro", diceva la mia vecchia tata che proseguiva sulla necessità dell' esistenza di ricchi e di poveri. "Di ricchi ce ne saranno sempre. Senza di loro, mi dici come farebbero i poveri?" Una vera politica, la mia tata Beppa, una grande filosofa! Aveva capito tutto.

La prova: siamo ancora qui ad ascoltare, sordi a quello che realmente stanno tramando, le moine bugiarde di quei poteri che la mia tata venerava. Poteri che fanno moine e mentono sempre di meno, tanto hanno inculcato i loro postulati e i loro "credo" nelle masse planetarie ormai anestetizzate. A che pro spendere ulteriori energie per persuadere coloro che un'interminabile propaganda ha ormai, se non convinto, almeno disarmato?

Propaganda efficace e che ha saputo recuperare, non è cosa da nulla, numerosi termini positivi, seduttivi, che ha giudiziosamente fatto propri, deviato, assoggettato. Guardate questo mercato libero di fare del profitto; questi piani sociali incaricati, in realtà, di cacciare dal lavoro, e con la minima spesa, uomini e donne, da quel momento privati di mezzi di sussistenza e talvolta di un tetto; lo Stato assistenziale, quando fa finta di riparare timidamente ingiustizie flagranti, spesso disumane. E, fra le tante espressioni, quegli assistiti che devono sentirsi umiliati della loro condizione (e lo sono), quando non sarà mai ritenuto "assistito", e dalla culla allatomba, l'erede di una fortuna.

 

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I detentori del potere della nostra epoca sono diventati quello che Robert Reich chiama dei "manipolatori di simboli" o, se si preferisce, degli "analisti di simboli", che non comunicano, o comunicano poco, nemmeno con l'antico mondo dei "padroni". Che se ne dovrebbero fare, loro, di tutti questi" dipendenti" così costosi, iscritti alla Previdenza sociale, così incerti e irritanti rispetto alle macchine pure e dure, ignorate da qualsiasi protezione sociale, per definizione manovrabili, economiche e prive di emozioni equivoche, di lamenti aggressivi, di desideri pericolosi? Macchine che aprono una nuova epoca, che magari è la nostra, ma nella quale non ci è consentito l'accesso.

 

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Una quantità sempre crescente di esseri umani non è già più necessaria al piccolo numero che, plasmando l'economia, detiene il potere. Una folla di esseri umani si ritrova così, secondo la logica imperante, senza una ragionevole ragione di vita in questo mondo nel quale sono comunque nati.

Per ottenere la facoltà di vivere, per averne i mezzi, dovrebbero poter rispondere ai bisogni delle reti che governano il pianeta, a quelli dei mercati. Il fatto è che non ci rispondono - o piuttosto sono i mercati che non rispondono più alla loro presenza e non hanno bisogno di loro. O di pochissimi e di sempre di meno tra loro. La loro vita dunque non è più "legittima", ma solo tollerata. Fastidiosa, la loro presenza in questo mondo viene loro consentita per pura mansuetudine, per sentimentalismo, per riflessi antichi, per rispetto nei confronti di ciò che per tanto tempo è stato giudicato sacro (almeno teoricamente). Per paura dello scandalo. Per i vantaggi che ne possono ancora derivare ai mercati. Per i giochi politici, per le scommesse elettorali fondate sull'impostura secondo la quale sarebbe in corso una "crisi" provvisoria che ognuno dei campi avversi pretende di poter risolvere.

 

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Quella che si può misurare oggi è l'ampiezza della progressione delle potenze private, dovuta in gran parte a quella delle prodigiose reti di comunicazione, di scambi istantanei, ai fattori di ubiquità che ne derivano e che, per prime, queste potenze private hanno sfruttato, per abolire le distanze di spazio e di tempo - e non è cosa da niente! - a proprio vantaggio.

 

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Esse cavalcano le istanze politiche e non devono tener conto di nessuna etica bolsa, di nessun sentimento. Al limite, nelle più alte delle loro sfere, là dove il gioco diventa imponderabile, non sono neppure più chiamate a rispondere di successi o di insuccessi, e non hanno altra posta in gioco se non loro stesse e queste transazioni, queste speculazioni interminabilmente ripetute, senz' altro scopo che il loro stesso movimento.

 

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Questi gruppi economici privati, multinazionali, dominano dunque sempre di più i poteri dello Stato; lungi dall' esserne controllati, li controllano e formano, in breve, una specie di nazione che, fuori da qualsiasi territorio, da qualsiasi istituzione governativa, comanda sempre di più le istituzioni dei diversi paesi, le loro politiche, spesso per tramite di organizzazioni considerevoli come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, o l'Organizzazione di Cooperazione e Sviluppo Economico.

 

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Ecco dunque l'economia privata lasciata come mai prima in tutta libertà - quella libertà che ha tanto rivendicato e che si traduce in deregolamentazione legalizzata, in anarchia ufficiale. Libertà accompagnata da tutti i diritti, da tutte le concessioni. Senza briglie, satura delle sue logiche una civiltà che sta per finire e di cui essa accelera il naufragio.

 

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Secondo l'uso secolare, agisce qui un principio fondamentale: per un individuo senza funzione non c'è posto, nessuna possibilità di accesso evidente alla vita, o per lo meno alla sua prosecuzione. Ora le funzioni scompaiono oggi irrevocabilmente, ma questo principio perdura, benché non possa più, ormai, organizzare le società, ma solo distruggere lo statuto degli esseri umani, deteriorare delle vite o addirittura decimarle.

 

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Dopo tutto, diranno alcuni, in questo contesto di globalizzazione, di dislocazione territoriale, di deregulation, perché alcuni paesi dovrebbero continuare a essere privilegiati: non stiamo andando verso l'''equità''?

Siamo seri. Lo scandalo è che, lungi dal vedere le zone disastrate uscire dal disastro e raggiungere le nazioni più prospere - come si era creduto di poter credere - si assiste all'insediamento del disastro in società fino a oggi in espansione e del resto ancora ricche come prima, ma nelle quali i modi di acquisizione del profitto si sono trasformati. Hanno progredito, diranno alcuni. Come minimo questi modi si affermano nella direzione di una accresciuta capacità di appropriazione a senso unico, concentrata su un numero di beneficiari sempre più ristretto, mentre la presenza attiva giudicata necessaria, e di conseguenza retribuita, degli altri attori diminuisce.

 

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La china è vertiginosa. Le angosce del lavoro perduto si vivono a tutti i livelli della scala sociale. A ciascuno di essi, vengono percepite come una prova disastrosa che sembra profanare l'identità di chi la subisce. È immediatamente lo squilibrio e - a torto - l'umiliazione, presto il pericolo. I quadri dirigenti possono soffrirne almeno quanto i lavoratori meno qualificati. Sorprendente scoprire con che rapidità si può perdere posizione e come la società diventa severa, come non c'è più o quasi più rimedio una volta che la si è persa. Tutto vacilla, si chiude e si allontana. Tutto diventa più fragile, persino la casa. La strada si avvicina. Sono ben poche le forze che non si ha diritto di esercitare contro chi non ha più "mezzi". Soprattutto i mezzi per essere risparmiato e per non appartenere a una terra di nessuno.

 

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Quale correlazione ragionevole può mai esserci, per esempio, tra perdere un lavoro e farsi espellere dalla società, ritrovarsi in mezzo alla strada? La punizione non è in alcun modo commensurabile con il motivo proposto, dato per evidente. Che venga trattato come un delitto il fatto di non poter pagare, di non poter più pagare, di non riuscire a pagare, è già di per sé sorprendente, se ci si pensa. Ma essere così punito, buttato per strada, se non si è più in grado di pagare l'affitto perché non si ha più lavoro, quando il lavoro fa dappertutto manifestamente e ufficialmente difetto, oppure perché l'impiego che vi è stato attribuito è pagato troppo poco rispetto al prezzo aberrante di appartamenti troppo rari, tutto questo ha del demenziale o del deliberatamente perverso. Tanto più che un domicilio sarà richiesto per conservare o trovare quel lavoro che costituisce l'unica condizione per poter ritrovare un domicilio.

 

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Assenza di razionalità? Alcuni esempi:

Esonerare dai rimproveri le caste privilegiate, dirigenti, per una volta trascurate, ma accusare alcuni gruppi svantaggiati di esserlo meno di altri. Di essere, insomma, meno maltrattati. Considerare così il maltrattamento come il modello sul quale bisognerebbe allinearsi - considerare, in una parola, la norma il fatto di essere maltrattato.

Considerare poi dei privilegiati, in qualche modo dei profittatori, quelli che mantengono ancora un lavoro, sebbene sottopagato; e dunque la norma il fatto di non averne. Indignarsi dell'''egoismo'' dei lavoratori, questi satrapi che recalcitrano all'idea di dividere il loro lavoro, sebbene sottopagato, con quelli che non ne hanno per niente, ma non ampliare questa esigenza di solidarietà fino alla divisione dei patrimoni o a quello dei profitti - cosa che ai nostri giorni sarebbe giudicata idiota, obsoleta, e soprattutto molto maleducata.

Laddove è invece assolutamente conveniente e anche raccomandato inveire contro i "privilegi" di quegli habitués degli alberghi di lusso che sono, per esempio, i ferrovieri, cui è toccata una condizione di pensionamento più accettabile di altre, vantaggio talmente ridicolo in confronto ai privilegi senza limiti, mai rimessi in discussione, che aggiudicano a se stessi come naturali i veri privilegiati! Molto in voga anche l'obbrobrio gettato su quei pericolosi predatori, quei celebri plutocrati, operai o impiegati che osano chiedere che gli si aumentino gli stipendi, segnali già di per sé sospetti di fasti spudorati. Un esercizio illuminante consiste nel paragonare sullo stesso giornale la quantità dell'aumento richiesto - che sarà ferocemente discusso, rivisto verso il basso, talvolta rifiutato - con, alla rubrica gastronomica, il prezzo presentato come ragionevole di un solo pasto al ristorante: solo tre o quattro volte l'aumento mensile richiesto!

Un esempio ancora: gli sforzi da lungo tempo intrapresi per montare una parte del paese contro l'altra, dichiarata vergognosamente privilegiata (statali, funzionari di base) senza mai prendere in considerazione quelli che privilegiati lo sono davvero, se non per designarli come "forze vive della nazione". E presentare queste "forze vive", questi dirigenti delle multinazionali, come unici capaci di assumersi dei rischi, avventurieri impazienti di mettersi senza sosta e senza fine in pericolo, preoccupati continuamente di mettere in gioco ... non si sa bene che cosa, mentre i nababbi che fanno i tramvieri, i paruenus patentati dipendenti delle Poste prosperano scandalosamente in tutta sicurezza.

 

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Quanto agli usurpatori che si abbandonano senza vergogna alla garanzia del posto fisso, la loro immunità dal panico suscitato dalla precarietà, dalla fragilità, dalla sparizione di quegli stessi posti, rappresenta un pericolo scandaloso. C'è di peggio: essi rallentano l'asfissia del mercato del lavoro. Ora, asfissia e panico sono le mammelle dell' economia nella sua fiorente modernità, e le migliori garanzie di una "coesione sociale".

 

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La leggerezza, il fremito di un destino, il suo carico di speranza e di paura, questo è quello che viene rifiutato, che si rifiuta a una quantità di giovani, ragazze e ragazzi, ai quali è impedito di abitare la società che viene loro imposta come l'unica possibile - anche l'unica rispettabile, l'unica autorizzata. L'unica proposta, ma proposta come un miraggio, poiché, unica lecita, essa è loro vietata; unica valida, li respinge; unica a circondarli, resta per loro inaccessibile. Si fanno evidenti i paradossi di una società fondata sul "lavoro", vale a dire sul posto di lavoro, laddove il mercato del lavoro non soltanto vacilla ma scompare.

 

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Il razzismo e la xenofobia esercitati contro i giovani (o contro gli adulti) d'origine straniera possono servire a distogliere dal vero problema, quello della miseria, della penuria. Si riporta la condizione di "escluso" a problemi di differenza di colore, di nazionalità, di religione, di cultura, che non avrebbero niente a che vedere con la legge dei mercati. Mentre sono i poveri, come sempre e da sempre, a essere esclusi. In massa. I poveri e la povertà. Anche se si istigano poveri contro poveri, oppressi contro oppressi e non contro gli oppressori, contro ciò che opprime, è proprio quella condizione che viene presa di mira,vessata, ripudiata. Raramente si è visto, a nostra conoscenza, un emiro espulso, "impacchettato" in un charter!

 

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Da questi ripudiati, da questi emarginati gettati in un niente sociale, ci si aspettano nonostante tutto condotte da buoni cittadini destinati a una vita civica di doveri e di diritti, laddove a loro è stata tolta qualsiasi possibilità di compiere qualsiasi dovere, e i loro diritti, già estremamente ridotti, vengono volentieri calpestati. Che tristezza allora, che delusione vederli infrangere le norme del saper vivere, le regole di buona creanza di coloro che li scartano, li scuotono, li disprezzano d'ufficio. Non vederli sposare le buone maniere di una società che manifesta così generosamente la sua allergia alla loro presenza, e li aiuta a vedersi fuori gioco!

 

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Pensare non è una cosa che si impara, è la cosa meglio distribuita che ci sia al mondo, la più spontanea, la più organica. Ma è quella da cui si è più distolti. Pensare si può disimparare. Tutto concorre allo scopo. Abbandonarsi al pensiero richiede persino dell' audacia, quando tutto vi si oppone, e primi fra tutti, noi stessi. Impegnarvisi richiede qualche esercizio, come dimenticare gli epiteti che lo spacciano per austero, arduo, ripugnante' inerte, elitario, paralizzante e di una noia senza limiti. Come smascherare i trucchi che fanno credere alla divaricazione tra intelletto e visceralità, tra pensiero ed emozione. Ci si arriva, e somiglia maledettamente alla salvezza! Tutto ciò può permettere a ognuno di diventare, nel bene e nel male, un essere umano a pieno diritto, autonomo, quale che sia il suo ruolo sociale. Che la cosa non venga affatto incoraggiata non stupisce.

Perché niente è capace di mobilitare come il pensiero. Lungi dal rappresentare una triste rinuncia, è invece l'azione nella sua quintessenza. Non esiste attività più sovversiva. Più temuta. Anche più diffamata, e non è un caso, né una cosa strana: il pensiero è politico. E non solo il pensiero politico. Tutt'altro. li solo fatto di pensare è politico. Da cui la lotta insidiosa, sempre più efficace, condotta oggi, come mai prima, contro il pensiero. Contro la capacità di pensare.

La quale, invece, rappresenta e continuerà a rappresentare sempre di più la nostra sola salvezza.

 

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Aver letto Mallarmé presuppone aver acquisito certe facoltà che possono portare a certe capacità e, di conseguenza, ad avvicinarsi a certi diritti. Facoltà di non rispondere al sistema nei soli termini riduttivi che offre e che annullano qualsiasi contraddizione. Facoltà di denunciare la versione demenziale del mondo all'interno della quale ci vogliono immobilizzare, e della quale i poteri si lamentano di doversi fare carico, quando sono loro ad averla deliberatamente instaurata.

Ma per meglio irreggimentare, asservire, e questo da qualsiasi parte stiano i poteri, si distoglie l'organismo umano dall' esercizio arduo, viscerale, pericoloso del pensiero, si rifugge dalla precisione tanto rara, dalla sua ricerca, per manovrare al meglio le masse. L'esercizio del pensiero, riservato ad alcuni, preserverà il loro dominio.

 

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Presso questi "giovani", questi abitanti giovani dei quartieri che chiamiamo "difficili" (ma che sono piuttosto quelli nei quali tenta di vivere gente in grande difficoltà) non sono i nomi delle mitragliatrici, è il vuoto che prende il posto del nome di Mallarmé. Il vuoto, e 1'assenza di qualsiasi progetto, di qualsiasi avvenire, di qualsiasi felicità quanto meno avvistata, della minima speranza, ma che un certo sapere potrebbe compensare, suscitando anche un qualche piacere a percorrere queste strade che portano al nome di Mallarmé.

Non sogniamo!

Eppure, l'unico lusso di questi ragazzi, di queste ragazze, non è quel tempo libero, che potrebbe consentire, tra 1'altro, delle incursioni in queste regioni piene di vitalità? Ma che invece non consente niente, dato che sono incatenati all'interno di un sistema rigido, vetusto, che impone loro precisamente quello che loro rifiuta: una vita legata al salario e dipendente da esso. Quella che viene chiamata una vita "utile". L'unica omologata e che loro non condurranno, perché è sempre meno percorribile per gli altri, e non lo è più per loro. Il suo fantasma però li imprigiona in un'esistenza governata dal vuoto che suscita la sua assenza.

Un peso grande, molto grande all'interno della lugubre povertà delle periferie.

Esiste, al polo opposto, quel mondo ricco, effervescente, piacevole, ma deprezzato, forse anche lui in via di sparizione (è vero che lo è sempre stato, è una delle sue caratteristiche), non il mondo del jet-set , ma un mondo di ricerca, di pensiero, di umorismo, di passione. li mondo dell' ... intelletto, parola rifiutata con un disprezzo deliberato, concertato, incoraggiato dalla società - basta pensare alle strizzatine d'occhio complici dei più mediocri imbecilli i quali, pronunciandola come un insulto, prevedono connivenze premurose e sghignazzi immediati. Non c'è nulla di innocente.

Mondo dell'intelletto al quale molti di questi giovani senza lavoro sarebbero adatti quanto gli altri, se ne possedessero le chiavi. Anzi, a dire il vero, più adatti di altri, poiché dispongono di più tempo, quel tempo che potrebbe essere libero ma che diventa vacante, vuoto da spararsi, tempo di vergogna e di perdita, velenoso, laddove si tratta invece del più prezioso dei materiali. Quando grazie a lui le loro vite potrebbero essere vissute in pieno.

 

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La strada dei posti di lavoro si chiude, l'insegnamento potrebbe almeno darsi come scopo quello di offrire a queste generazioni a cavallo fra due ere una cultura capace di dare un senso alla loro presenza nel mondo, alla loro semplice presenza umana, permettendo loro di acquisire un panorama delle possibilità offerte agli uomini, un' apertura sui campi della conoscenza. E, dunque, delle ragioni di vivere, delle strade da percorrere, un senso ritrovato alloro dinamismo immanente.

Ma piuttosto che preparare le nuove generazioni a un modo di vivere che non passerebbe più attraverso il lavoro (diventato praticamente inaccessibile), ci si sforza al contrario di farli entrare in quel luogo intasato che li rifiuta ottenendo come risultato di trasformarli in esclusi rispetto a ciò che non esiste neanche più. In infelici.

Sotto il pretesto di prendere di mira un avvenire che era accessibile solo in un contesto ormai superato, ci si intestardisce a trascurare, a respingere quello che, nei programmi, non gli era stato consacrato, ma a conservare quello che si immagina necessario per aspirare a un avvenire già scomparso. Poiché questi giovani non hanno niente, gli si toglie tutto, e per primo quello che sembra gratuito, un inutile lusso, e che riguarda la cultura: quel che resta della sfera dell'umano, l'unica cosa per la quale questi gruppi in numero incommensurabile, banditi dal mondo economico, hanno ancora una vocazione.

La tendenza è, al contrario, di pensare che non li si prepara abbastanza - e non abbastanza direttamente - all'ingresso nelle imprese che non li vogliono, alle quali non sono più necessari, ma per le quali si vorrebbe "formarli", e per nient'altro. Ci si tormenta (o almeno si pensa che si dovrebbe) nell' ossessione di andare verso un maggiore "realismo", che poi è in verità il massimo del "sogno", della finzione. E ci si dà un unico scopo, al quale ci si rimprovera di non tenere a sufficienza: inserire al più presto gli studenti in un mondo del salario che non esiste più. Si pensa che si dovrebbero sfrondare un po' alla volta le materie, i piani di studio insufficienti a far entrare scolari, liceali, studenti universitari direttamente nel mondo del lavoro. Ci si raccomanda di mirare in maniera esclusiva all"'inserimento professionale" che, naturalmente, non si realizzerà. Questo viene chiamato essere" concreti" .

Alcuni giovani (senza virgolette), quelli delle famiglie frequentabili, saranno iniziati al pensiero; saranno chiamati a conoscere, ammirare le opere artistiche, letterarie, scientifiche e altre, di coloro che entrano nella categoria molto ben accetta, insomma, dei "fornitori" delle loro famiglie.

Ma, rileveranno molto saggiamente alcune anime sagge, queste cose assolutamente superflue, perché insegnarle anche a della gente inutile? È ragionevole dal punto di vista economico? E perché fornire a costoro i mezzi per rendersi conto della loro situazione, per soffrirne di più, per criticarla, quando stanno così tranquilli? È meglio sistemarli più tardi, rafforzarli nella loro condizione di "cercatori di lavoro" , occupazione che li manterrà buoni come angioletti per un bel po' di tempo.

 

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Nazionale o invitata a diventarlo, e presumibilmente benintenzionata, l'impresa si vede offrire mille sovvenzioni, agevolazioni, possibilità di contratti vantaggiosi di modo che possa assumere personale. E non sposti altrove il lavoro. Benevola, l'impresa accetta. Non assume. Sposta il lavoro all' estero o minaccia di farlo se tutto non si svolge a suo gradimento. La disoccupazione cresce. Si ricomincia.

 

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È sempre stato prevedibile che l'aiuto all'impresa non avrebbe creato posti di lavoro, o per lo meno li avrebbe creati in misura infinitamente inferiore rispetto alle proporzioni profetizzate. Dieci o quindici anni fa, sviluppare questo ragionamento sarebbe stato audace, le prove erano ancora poche. E diventato lampante! Non di meno si persevera.

 

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Intanto, le imprese beneficiate continuano a sbarazzarsi in massa dei loro dipendenti, ed è cosa d'ogni giorno. Le "ristrutturazioni" abbondano, con risonanze vigorose e costruttive, ma che comprendono innanzitutto i famosi "ammortizzatori sociali", cioè quei licenziamenti programmati che cementano oggi l'economia. Perché scandalizzarsi al pretesto che in realtà destrutturano intere vite, famiglie, e annullano ogni saggezza politica o economica? Dobbiamo denunciare anche tutti quei termini ipocriti, scellerati? Pubblicarne un dizionario?

Ripetiamolo: la vocazione delle imprese non è di essere caritatevoli. La perversità consiste nel presentarle come le "forze vive" che seguirebbero innanzitutto imperativi morali, sociali, tesi al benessere generale, mentre devono seguire un compito, un' etica, certo, ma che gli comandano di fare profitti, cosa in sé perfettamente lecita, giuridicamente inappuntabile. Già, ma ai nostri giorni, a torto o a ragione, l'occupazione rappresenta un fattore negativo, fuori mercato, inutilizzabile, nocivo al profitto! Nefasto.

 

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I mercati dei derivati sono oggi più importanti dei mercati classici. Ora, questa nuova forma di economia non investe più, punta. È diventata una scommessa, ma una scommessa priva di una vera posta in gioco, dove non si punta tanto su valori materiali e nemmeno su scambi finanziari più simbolici (ma ancora indicizzati alla fonte, per quanto lontana, su attivi reali) quanto piuttosto su valori virtuali, inventati all'unico fine di alimentare i loro stessi giochi. Consiste in scommesse sulle trasformazioni di affari che ancora non esistono, che forse non esisteranno. E, da lì, su giochi intorno a titoli, debiti, tassi di interesse e di cambio, privati di qualsiasi senso, relativi a proiezioni del tutto arbitrarie, vicine alla fantasia più sfrenata e a profezie di ordine parapsichico. Consiste soprattutto in scommesse sui risultati di tutte quelle scommesse. Poi sui risultati delle scommesse su quei risultati, ecc.

 

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Questi mercati non danno luogo a nessuna "creazione di ricchezza", a nessuna produzione reale. Non hanno bisogno neppure di localizzazioni immobiliari. Non impiegano personale, perché basta qualche telefono e qualche computer per maneggiare i mercati virtuali. Ora, su questi mercati, che non implicano il lavoro altrui, che non sono produttori di beni reali, le imprese (tra gli altri) investono, sempre più spesso, porzioni sempre più consistenti dei loro utili, perché il profitto che ne deriva è più rapido, più consistente che altrove, ed è per consentire giochi neofinanziari di questo tipo, di gran lunga più fruttuosi, che finiscono molto spesso le sovvenzioni, i vantaggi concessi perché le imprese assumano personale!

 

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Società in pieno sviluppo, in attivo, licenziano in massa, lo sappiamo. Non c'è niente di più vantaggioso, secondo gli specialisti. Tanto più che per questo non si offrono loro meno "aiuti per l'occupazione", senza chiederne conto, senza obbligarle in nessun modo ad assumere come previsto. A malapena si suggerisce loro (con il successo che si può immaginare!) di non adoperare questi regali incondizionati unicamente a fini lucrativi. Cosa pensate che facciano?

 

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Mentre le nazioni e le loro classi politiche sembrano così disperate per la disoccupazione e si proclamano ardentemente mobilitate contro di essa, che le ossessiona giorno e notte, l'OCSE pubblica in un rapporto un punto di vista più... sfumato: "Per ottenere un certo adeguamento dei salari, occorrerà un livello più alto della disoccupazione congiunturale", vi si dichiara.

Sempre nello stesso spirito fraterno e conviviale, si precisa, come si fornirebbe in una rubrica di posta la ricetta per attirare e tener stretti l'uomo o la donna della propria vita: "La prontezza dei lavoratori nell' accettare lavori poco retribuiti dipende in parte dalla relativa generosità dei sussidi di disoccupazione ... È il caso, in tutti i paesi, di accorciare la durata dei diritti quando è troppo lunga o di rendere più restrittive le condizioni d'ammissione". Questo sì che è parlare.

 

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La Banca Mondiale va diritta allo scopo, senza complimenti né circonlocuzioni: "Una maggiore flessibilità del mercato del lavoro - a dispetto della sua cattiva reputazione, poiché la parola è un eufemismo per dire diminuzioni dei salari e licenziamenti - è essenziale a tutte le regioni che intraprendano la strada delle riforme profonde." Il Fondo Monetario Internazionale rincara: "Non bisogna che i governi europei permettano ai timori suscitati dalla ricaduta della loro azione sulla ripartizione dei guadagni di frenare il loro slancio verso una riforma di fondo dei mercati del lavoro. Il loro ammorbidimento passa per un ripensamento totale del sussidio di disoccupazione, del salario minimo legale e delle disposizioni a tutela dell' occupazione."

 

[ … ]

 

D'altronde, "molti dei nuovi lavori sono a bassa produttività [ … ]. Non sono suscettibili di sviluppo a meno di non essere accoppiati con un salario molto basso". Ma questo riguarda una gamma infinitamente più vasta di lavori, e quindi "una proporzione importante di salariati resterà senza lavoro, a meno di rendere i mercati del lavoro più flessibili, in particolare in Europa". Come volevasi dimostrare.

 

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Ecco la situazione negli Stati Uniti, descritta da Edmund S. Phelps, noto economista, scrittore, professore alla Columbia University, un moderato che analizza senza passione i vantaggi e gli inconvenienti dei diversi modelli di reazione economica al fenomeno della disoccupazione. Ecco, innanzi tutto, i vantaggi delle ristrutturazioni che, grazie all'"insicurezza che viene a pesare sui lavoratori, consentono ai datori di lavoro di ridurre il costo dei salari, e di creare dei posti di lavoro [ ... ] in particolare nelle attività di servizio [che non sono] soltanto mal pagate, ma precarie".

Ecco poi, sempre descritto da Phelps, l'uomo dei sogni dell'OCSE: "Il salariato americano che perde il lavoro deve imperativamente ritrovare un posto al più presto possibile. I contributi di disoccupazione rappresentano solo una parte minima del suo salario di partenza. E gli verranno versati per un massimo di sei mesi. Non saranno completati da alcun tipo di aiuto sociale (alloggio, scuola ... ) Insomma, si ritrova privo di tutto, e vive solo dei propri mezzi." (Ci si domanda quali! ) "Deve rapidamente trovare e accettare un lavoro, anche se non corrisponde a quello che cerca."Il problema è che "per i lavoratori senza specializzazione è spesso difficile trovare un lavoro, per quanto mal pagato".

Ciò che Phelps deplora soprattutto, è che "questi disoccupati si dedicano allora ad attività clandestine: chiedono l'elemosina, spacciano droga, si danno ai piccoli traffici della strada. La criminalità aumenta. Attraverso questa rete, in una certa maniera, hanno creato un loro personale 'Stato Assistenziale"'. Tutto questo produce chiaramente disordine, e trattiene Phelps dal condannare il sistema di protezione sociale europeo, il cui vantaggio, dal suo punto di vista, è di evitare il grado di delinquenza creato dalla sua assenza negli Stati Uniti, ma il cui torto sta nel tendere "a ridurre le motivazioni di ricerca del lavoro" .

Ed eccoci al punto di partenza. Tuttavia (e il salariato americano, "motivato" a morte e "privo di tutto" ne sa qualcosa), Phelps non ignora che non c'è una pletora di posti di lavoro, che non ce n'è una moltitudine, e che le peggiori privazioni, la ricerca più accanita non bastano a ottenere nemmeno un quarto d'ora di lavoro. Sa che la disoccupazione è un fatto endemico, permanente. Che essere "motivato" a cercare del lavoro significa quasi sempre non trovarne. Che a questa ricerca disperante e disperata si dedicano innumerevoli disoccupati con tutto quel che costa in francobolli, telefonate, spostamenti, il più delle volte per non ottenere neppure una risposta. D'altronde, data l'evoluzione demografica, occorrerebbe, per creare o ricreare una situazione decente sul pianeta, inventare un miliardo di nuovi posti di lavoro nei prossimi dieci anni, mentre invece il lavoro scompare! Phelps deve sapere che il problema non è motivare a cercare un lavoro, ma consentire che se ne trovi uno, poiché rappresenta l'unico schema previsto di sopravvivenza. Ha mai pensato all' alternativa: cambiare lo schema?

Ma cercare lavoro deve far parte delle pie occupazioni! Perché, che si sappia, la ricerca di lavoro non crea lavoro! Con tutti i "motivati" che ci si affannano e tutti quelli che, durante queste vane ricerche, lo sognano come il sacro Graal, lo si saprebbe! Con tutti quelli che accettano lavori quasi sempre precari e che quindi permettono loro di riprendere ben presto questa ricerca tanto raccomandata - lavoretti, contratti a termine, stages, contratti di formazione-bidone, e altri surrogati di lavoro nei quali si fanno sovente sfruttare -, con tutti coloro che crollano, per non aver trovato niente, se la domanda "motivasse" la creazione di posti di lavoro, ne avremmo pure avuto una qualche eco!

Ma è davvero a cercare posti di lavoro introvabili che si viene "motivati"? E proprio quella la posta in gioco? Non sarà piuttosto quella di ottenere, per il poco lavoro ancora necessario, un prezzo ancora più base so, il più vicino possibile al niente? E, di conseguenza, ad aumentare l'insaziabile profitto? Non senza sottolineare, en passant, la colpevolezza di vittime mai sufficientemente assidue nel mendicare quel che viene loro rifiutato e che, d'altra parte, non esiste più.

 

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Ricordiamoci come Phelps, un moderato, dimostrava che se si cerca ad ogni costo "del lavoro" divenuto inaccessibile, e se, nello stesso tempo, oltre a questa ricerca penosa, oltre alla mancanza di risorse, oltre alla perdita (o alla minaccia di perdita) di un tetto, oltre al tempo trascorso a farsi respingere, oltre al disprezzo degli altri e la disistima di sé, oltre al vuoto di un futuro terrificante, oltre al decadimento fisico dovuto alla penuria all'angoscia, oltre alla coppia e la famiglia indebolite, spesso scoppiate, oltre la disperazione - se, oltre a tutto questo, ci si ritrova costretti a un'"insicurezza " ancora maggiore, questa volta tecnicamente prevista, se ci si ritrova senza aiuto o (al limite) con un aiuto calcolato per essere insufficiente, o ancora più insufficiente, si sarà pronti ad accettare, sopportare, subire qualsiasi forma di lavoro, a qualsiasi prezzo, a qualsiasi condizione. Perfino a non trovarne affatto.

 Ora, la sola ragione che possa "motivare" chi ne dispone a offrire il poco lavoro che ancora può distribuire, è poterselo procurare ai prezzi stracciati accettati da disgraziati messi con le spalle al muro dall"'insicurezza". Creare lavoro, forse, ma creare prima di tutto questa insicurezza! O meglio ancora, andare a cercarla dove si trova, in certi continenti.

Beninteso, in me.zzo alle masse di cui si sarà progettata a sangue freddo l'insicurezza, sarà soltanto una magra percentuale di individui che beneficierà di questi lavori al ribasso che non li faranno uscire dalla miseria. Per tutti gli altri, resterà l'insicurezza. E il suo corteo di umiliazioni, privazioni, pericoli. L'abbreviazione di alcune vite.

Il profitto, lui, ne avrà tratto profitto.

 

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In alcuni punti del pianeta, la "motivazione" al lavoro è arrivata al culmine. La penuria, l'assenza di qualsiasi forma di protezione sociale portano il costo della mano d'opera e del lavoro a quasi niente. Un paradiso per le aziende, un sistema di sogno al quale si aggiunge quello dei paradisi fiscali. Le nostre "forze vive", dimenticando volentieri che sono quelle "della Nazione", non esitano, in gran parte, a precipitarsi, a ridarsi la carica laggiù.

Da cui quelle dislocazioni che producono rovine, tolgono brutalmente i posti di lavoro agli abitanti di intere località, distruggono a volte una regione, impoveriscono la nazione. L'impresa involata verso altri cieli non pagherà più le tasse nei luoghi che abbandona, ma saranno lo Stato, le collettività lasciate a terra che dovranno finanziare la disoccupazione che l'impresa avrà creato - vale a dire dovranno finanziare le scelte che l'impresa avrà fatto a proprio esclusivo vantaggio e a loro detrimento! Un finanziamento a lungo termine, poiché, per i licenziati diventati disoccupati in un modo così arbitrario, non sarà possibile ritrovare rapidamente lavoro in settori geografici e professionali così disastrati, e difficile addirittura riuscire a ritrovarlo del tutto.

Quanto alla fuga di capitali fuori da qualsiasi circuito fiscale, priverà di risorse le strutture economiche e sociali dello Stato truffato. Forse sarà un'illusione ottica, ma si ha come la vaga impressione che i possessori di "ricchezze" evase non siano altri che... le ammirevoli "forze vive" della nazione danneggiata!

 

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Abbasso gli immigrati che entrano, buona fortuna ai capitali che escono! È più facile prendersela con i deboli che arrivano, o che sono già arrivati, magari anche da molto tempo, che con i potenti che disertano!

 

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I paesi occidentali chiudono dunque gelosamente le loro frontiere terrestri alla "miseria del mondo", ma lasciano scappare attraverso percorsi virtuali le ricchezze alle quali i loro cittadini impotenti, disinformati, immaginano di avere ancora diritto, quelle che credono ancora di possedere e di dover difendere, ma che lasciano fuggire senza particolarmente emozionarsi.

Non sono gli immigrati che riducono una massa di salariati ormai in via di sparizione, ma piuttosto, fra gli abitanti delle terre meno privilegiate, coloro che non sono diventati stranieri, che non sono emigrati ma che, restando nel proprio paese, lavorano a prezzi (se prezzi li si può chiamare) da elemosina, senza protezione sociale, in condizioni da noi dimenticate. Manna per i gruppi multinazionali, vengono indicati ad esempio.

 

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Bizzarra rivincita dei padroni, dovuta al loro dinamismo, alloro senso del lucro, del dominio, ma anche allo spirito d'iniziativa. Si arrangiano con tutto, trasportano e ricostituiscono altrove eccessi di sfruttamento che la Storia aveva superato nei paesi più industrializzati, e dei quali si era creduto di vedere l'inizio della scomparsa anche altrove, in particolare in seguito alle decolonizzazioni.

Ma non si erano fatti i conti con le tecnologie moderne sommate alla rarefazione drammatica dell'occupazione - di cui sono largamente responsabili. La rapidità chiaroveggente dell'economia privata nell'impadronirsi delle prodigiose capacità di ubiquità, di sincronizzazione, di informazione che queste nuove tecnologie offrono, nel fare uso di tempi e spazi corto-circuitati, consente gli sfarfalleggiamenti dongiovanneschi, gli edonismi geografici delle imprese inter-multi-transnazionali. E il neocolonialismo montante.

 

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Così non ci troviamo più, per esempio, a deplorare il sottopagamento di quella manodopera supersfruttata in paesi di povertà assoluta, spesso colonizzati (fra le altre cose) dal debito; ci troviamo a deplorare la sotto-occupazione che questo provoca da noi, e quasi a essere gelosi di quei disgraziati, di fatto ricondotti, confermati in condizioni sociali scandalose - cosa che noi sappiamo, ma la nostra acquiescenza è senza limiti!

È normale, a proposito dell' occupazione, deplorare che venga tolto all'uno quello che altrove viene concesso all'altro. O rallegrarsi che venga attribuito all'uno quello di cui l'altro, per conseguenza, sarà privato. "A Matignon - si legge per esempio - si carezza la speranza di raggiungere l'obiettivo di impiegare due giovani ogni tre assunzioni";' questo parte da una gran buona volontà, ma significa che due disoccupati più anziani su tre resteranno disoccupati, dato che la quantità di lavoro disponibile non aumenta, ma, al contrario, nella maggior parte dei casi diminuisce. Lo stesso quando, aumentando la disoccupazione, ci si rallegra nonostante tutto di veder diminuire contemporaneamente la percentuale dei disoccupati di lunga durata; in questo caso, sono i giovani che avranno ottenuto ancora meno posti di lavoro di quanti i tassi di disoccupazione avevano potuto far loro temere.

 

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A titolo individuale, i consigli prodigati ai disoccupati negli organismi specializzati indicano come farsi eventualmente assegnare un lavoro miracolosamente disponibile, che, perciò, un altro non otterrà più. Che moltitudini di altri, piuttosto, non otterranno, tanto sono numerosi i candidati al minimo posto, anche squallido. Questi consigli, spesso gli unici che vengono offerti, corrispondono a "trucchetti" per essere preferiti, scelti invece di un altro, al posto di un altro. Poiché la massa salariale e il mercato

 

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Da quanto tempo restiamo ciechi anche di fronte a segnali evidenti! Le nuove tecnologie, l'automazione, per esempio, prevedibili da lungo tempo e all' epoca vissute come altrettante promesse, sono state prese in considerazione solo dal giorno in cui le imprese le hanno usate e in cui, avendole utilizzate subito in maniera pragmatica, le hanno integrate senza averci riflettuto, finché, grazie alla loro avanzata, non se ne sono alla fin fine appropriate, per organizzarsi in funzione d'esse e farne uso a nostre spese.

Sarebbe potuto andare altrimenti se qualche politilogo avesse letto, sin dal 1948, i primi lavori di Norbert Wiener (che è stato non solo l'inventore della cibernetica, ma un profeta assolutamente lucido delle sue conseguenze) e se avesse saputo prenderli in considerazione, rilevare quante folli speranze e quanti pericoli a lungo termine implicavano.

 

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La cibernetica, trascurata dalla politica, venne dunque introdotta nell' economia quasi distrattamente, senza riflessioni né secondi fini strategici, machiavellici, ma quasi "innocentemente", con scopi pratici e senza teorie, più come un semplice strumento, in un primo momento utile, ben presto indispensabile. Le sue conseguenze, inserite stabilmente nelle nostre abitudini, avrebbero dovuto risultare benefiche, quasi miracolose. Hanno avuto effetti disastrosi.

 

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La liberazione dal lavoro obbligato, dalla maledizione biblica, non doveva portare logicamente a vivere più liberamente il proprio tempo, la propria capacità di respirare, di sentirsi vivi, di attraversare emozioni senza essere così comandati, sfruttati, dipendenti, senza dover sopportare tanta fatica? Non si era sperato, dalla notte dei tempi, in una simile mutazione giudicandola un sogno impossibile, desiderabile come nessun altro?

Questo passaggio da un ordine dell'esistenza a quello che si instaura ai nostri giorni, e che rifiutiamo di scoprire, sembrava un'utopia, ma, quando lo si pensava, era per immaginarlo gestito dai lavoratori stessi, da tutti gli abitanti, e non imposto loro da pochi, in numero infimo, che si sarebbero comportati da padroni di schiavi ormai inutili, da proprietari di un pianeta che sarebbero stati i soli ad amministrare, e che avrebbero gestito solo per sé, secondo i loro soli interessi, dato che non sarebbero più stati necessari aiuti umani,

Non si sarebbe mai immaginato che essere liberati dal fardello del lavoro sarebbe stata una catastrofe nel peggior senso del termine. E che sarebbe accaduto inaspettatamente, all'improvviso, come un fenomeno inizialmente clandestino. Non si sarebbe mai potuto presagire neanche che un mondo capace di funzionare senza il sudore di tante fronti sarebbe stato immediatamente (e ancora prima) preso da un raptus, e che ci si sarebbe affannati come prima cosa a mettere con le spalle al muro, per meglio respingerli, i lavoratori diventati superflui. Che questo si sarebbe tradotto non nella capacità di tutti a meglio adoperare, apprezzare, conquistare uno statuto di persone vive, ma in una coercizione ancora più forte, portatrice di privazioni, di umiliazioni, di carenze, e soprattutto di una schiavitù ancora maggiore. Nell'instaurazione sempre più manifesta di un' oligarchia. Ma anche con la dichiarata improbabilità di qualsiasi alternativa. Con la messa in atto generale di un'acquiescenza, di un consenso, che attingono a dimensioni cosmiche.

Ciononostante, l'assenza, non tanto di qualsiasi lotta, quanto di qualsiasi discussione critica, di qualsiasi reazione, raggiunge oggi tali proporzioni, sembra così assoluta che i potenti, non incontrando alcun ostacolo serio ai loro progetti così gravi, sembrano quasi avere il capogiro di fronte alla calma piatta di un' opinione pubblica assente, o che non si esprime, davanti al suo tacito consenso di fronte a fenomeni radicali, di fronte ad avvenimenti - o piuttosto ad avventi - che si scatenano con una vastità, una potenza, e una velocità fino a oggi inedite.

 

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Lo Stato si sforza di trovare delle soluzioni. Propone un innalzamento dei salari, ma i mezzi di cui dispone per arrivarci, ottenerli, diventano subito stranamente evanescenti. Sogna di eterne "formazioni" (questa volta per tutta la vita: "life long education") e altri gadget di seconda mano. Ma pronuncia anche una parola che, a quanto pare, suona nuova e destinata a un bell' avvenire: "impiegabilità", che si rivela essere una parente molto prossima della flessibilità, e addirittura una delle sue forme.

Si tratta, per il salariato, di essere disponibile a tutti i cambiamenti, i capricci del destino, nel caso specifico dei datori di lavoro. Dovrà essere pronto a cambiare lavoro senza sosta (" come si cambia la camicia", avrebbe detto la tata Beppa). Ma, a fronte della certezza di essere sballottato "da un lavoro all'altro", avrà una "garanzia ragionevole" - vale a dire nessuna garanzia - "di ritrovare un lavoro diverso dal precedente che ha perso, ma che ha la stessa remunerazione". Tutto ciò straripa di buoni sentimenti, ma essere mandati avanti e indietro da più o meno piccoli lavori a lavori più o meno piccoli non ha niente di nuovo, e quanto alle "garanzie ragionevoli" viene il sospetto che saranno ogni volta immediatamente giudicate "irragionevoli", e non garantite. Si sarà comunque inventato il nome di un gadget capace di distrarre le folle. Ricordiamocelo: "impiegabilità".

La parola avrà successo. Si immagina il grado di professionalizzazione di questi "impiegabilizzati", il grado di interesse che potranno portare per il loro lavoro, il progresso, l'esperienza che potranno acquisirvi. La qualità di pedina intercambiabile, di nullità professionale che sarà loro assegnata. E non si tratta in alcun modo di una vita di avventure contrapposta a un'esistenza da travet, ma dell' accentuazione di una fragilità che li renderà ancora più succubi. Con in più, rinnovata senza cessa, la preoccupazione di un apprendistato, senza grandi possibilità di diventare competenti. Beninteso, non si potrà parlare di un mestiere o di "mestiere". A ogni nuovo tentativo, bisognerà informarsi, fare attenzione a non dispiacere a degli sconosciuti, senza la speranza di farsi degli amici né di ottenere una collocazione, uno statuto personale, foss'anche dei più infimi. Un "posto" di lavoro, ancora meno. L'esistenza oscillerà senza fine tra l'ossessione di non perdere troppo presto quel lavoro, per quanto indesiderabile, indesiderato, e quella, avendolo perduto, di ritrovarne uno. Ossessioni tali che, malgrado le ore di non-lavoro, non lasceranno spazio ad altri investimenti, dato che questo modo di vivere, per quanto illeggiadrito da una "garanzia ragionevole" , non ne proporrà e non ne consentirà.

Ci si potrà almeno rallegrare del fatto che non sarà più possibile per i sindacati imperversare in questo tipo di scenario. L'andare e venire permanenti, la brevità dei soggiorni in imprese di cui non si ha il tempo di far proprio il funzionamento, dove si è solo di passaggio, dove si è isolati, li renderanno inoperanti. Neanche più ipotizzabili. Quanto agli accordi, alle riunioni, alle solidarietà, alle contestazioni collettive, ai comitati di fabbrica, tutto vecchiume dimenticato!

C'è di meglio. Un'invenzione geniale: il "lavoro a ore zero" (zero hour working), praticato in Gran Bretagna. I dipendenti vengono pagati solo quando effettivamente lavorano. Normale. Sì. Ma ... lavorano solo di tanto in tanto, e devono obbligatoriamente, durante gli intervalli, aspettare a casa, disponibili e non pagati, di essere chiamati dal loro datore di lavoro quando lui lo riterrà desiderabile, per il tempo che riterrà opportuno! A quel punto bisognerà affrettarsi a mettersi al lavoro per un tempo limitato.

Una vita di sogno! Ma che importa! A permettersi tutto, si ottiene tutto. Si può anche fare qualsiasi cosa. Lavoro, se non ce n'è più per tutti, è vero che ne resta ancora un po'. Ma per poterne approfittare, bisogna non domandare l'impossibile, bisogna saper stare al proprio posto: quello di senza posto.

 

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Resta alla maggioranza un ultimo ruolo da assolvere, eminente: quello di consumatori. Conviene a tutti: non succede anche ai più disgraziati di mangiare, per esempio, delle tagliatelle dai nomi famosi, più onorati dei loro stessi nomi? Delle tagliatelle quotate in Borsa? Non siamo tutti gli attori potenziali, in apparenza molto sollecitati, di questa "crescita" che dovrebbe contenere tutte le soluzioni?

Consumare, la nostra ultima ancora di salvezza. La nostra ultima utilità. Siamo ancora buoni per questo ruolo di clienti necessari alla "crescita" così portata alle stelle, così desiderata, così promessa come la fine di tutti i mali, attesa con tanta febbre. Ecco che cosa ci rassicura! Peccato che occorrerebbe, per sostenere questo ruolo e questo rango, averne le possibilità. Ma ecco che cosa ci rassicura ulteriormente: cosa non si farebbe per offrirci queste possibilità o per difendere quelle che abbiamo? "Il cliente è sovrano", principio sacro: chi oserebbe infrangerlo?

Ma allora, perché questo impoverimento metodico, organizzato, che si dice razionale, e anche necessario, e anche carico di promesse, e che si aggrava di giorno in giorno? Perché tagliare quasi con rabbia, a decine di migliaia, nelle file dei potenziali consumatori che dovrebbero rappresentare a loro volta le "galline dalle uova d'oro" delle "forze vive della nazione", campionesse al gioco delle "creazioni di ricchezze", e invece creatrici di tanta povertà? L'economia di mercato si accanisce a segare il ramo sul quale pretende di stare? Si autoaffonderebbe a colpi di "ristrutturazioni", di flessibilità dei salari, di deflazione competitiva e altri progetti frenetici per abolire le misure che permettono ancora ai più poveri di consumare un tantino, sia pure poco? Lo fa per masochismo?

 

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Se la ferocia sociale è sempre esistita, aveva però dei limiti imperiosi, poiché il lavoro prodotto dalle vite umane era indispensabile ai titolari della potenza. Non lo è più; è al contrario diventato ingombrante. E questi limiti crollano. Riusciamo a capire che cosa significa tutto questo? Mai l'insieme degli esseri umani è stato tanto minacciato nella sua sopravvivenza.

Qualunque possa essere stata la storia della barbarie nel corso dei secoli, fino a oggi l'insieme degli esseri umani ha sempre beneficiato di una garanzia: era essenziale al funzionamento del pianeta e alla produzione, allo sfruttamento degli strumenti del profitto, di cui era parte. Altrettanti elementi che lo preservavano.

Per la prima volta la massa umana non è più materialmente necessaria, e meno ancora economicamente, al piccolo numero che detiene i poteri e per il quale le vite umane che si svolgono all'esterno della propria ristretta cerchia non hanno interesse, né esistenza - ce ne accorgiamo ogni giorno di più - se non dal punto di vista utilitaristico.

li rapporto di forze, finora sempre latente, si annulla.

Scomparse le barriere. Le vite non sono più di utilità pubblica. Ed è precisamente in funzione della loro utilità relativa a un' economia diventata autonoma che sono valutate. Si intravede da dove spunta il pericolo, ancora virtuale, ma assoluto.

Nel corso della Storia, la condizione umana è stata spesso più vessata che ai giorni nostri, ma era da parte di società che, per andare avanti, avevano bisogno di viventi. E di viventi subalterni in grande numero.

Non è più così, È per questo che diventa oggi così grave - in democrazia, in tempi in cui si hanno l'esperienza dell' orrore e, come mai prima, gli strumenti per essere socialmente lucidi - sì, così grave osservare l'espulsione inesorabile di coloro che non sono più necessari, non agli altri uomini, ma a un'economia di mercato per la quale non costituiscono più una fonte potenziale di profitto. E si sa che non lo ridiventeranno mai.

L'obbrobrio nel quale li si tiene, la punizione che viene loro inflitta e che sembra quasi naturale, la violenza arrogante e disinvolta che devono subire, il consenso o l'indifferenza, la passività di tutti - loro compresi - davanti al montare dell'infelicità, potrebbero annunciare derive senza limiti, perché le masse molestate non sono oramai più necessarie ai progetti di coloro che le tormentano.

 

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Questo secolo ci ha insegnato che niente dura, neppure i regimi più "cementati". Ma anche che tutto è possibile nel campo della ferocia. Ferocia ormai in grado come mai prima di scatenarsi senza freni; si sa che con le nuove tecnologie dispone di mezzi decuplicati, a paragone dei quali le atrocità del passato sembrerebbero dei timidi esercizi.

Come non pensare agli scenari possibili sotto un regime totalitario che non avrebbe alcuna difficoltà a "globalizzarsi", e che disporrebbe di strumenti di eliminazione di efficacia, vastità e rapidità mai ancora immaginate: genocidio chiavi in mano.

Ma forse si penserà che è un peccato non approfittare meglio di queste greggi di esseri umani; non conservarli in vita a scopi diversi. Per esempio, come riserve di organi da trapiantare. Scorte di esseri umani pronte, rifornimenti di organi cui si potrebbe attingere a volontà, secondo i bisogni dei privilegiati del sistema.

Esagerato? Ma chi di noi urla di indignazione scoprendo che in India, per esempio, dei poveri vendono i loro organi (reni, cornee, etc.) per riuscire a sopravvivere per un po'? Lo si sa. E ci sono dei clienti. Lo si sa. Succede oggi. Questo commercio esiste, e dalle regioni più ricche, più "civili", ci si va a fare le compere e a buon mercato. Si sa che in altri paesi questi organi si rubano - rapimenti, assassinii - e che ci sono dei clienti. Lo si sa. Chi urla, se non le vittime? Chi leva gli scudi contro il turismo sessuale? Unici a regire, i consumatori: si precipitano. Lo si sa. E si sa che bisognerebbe attaccare non tanto gli epifenomeni costituiti dalla vendita di organi umani o dal turismo sessuale, ma il fenomeno che ne è all' origine: la povertà, di cui si sa, ripetiamolo, che porta dei poveri a farsi mutilare a vantaggi? dei ricchi, al solo fine di sopravvivere ancora un po'. E accettato. Tacitamente. E siamo in democrazia, liberi, numerosi. Chi si muove, se non per chiudere un giornale, spegnere la televisione, docile all'ingiunzione di restare fiducioso, sorridente, ludico e beato (se non è già stato messo ai margini, vinto e vergognoso), mentre il dramma, la gravità si consumano, invisibili, sotterranei e funesti, in un mutismo quasi generale interrotto di tanto in tanto da chiacchiere che promettono di guarire quello che è già morto?

 

 

 

 

l'sos di un lavoratore cinese nel regalo della festa (da la stampa del 29 dicembre 2012)

 

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Halloween: festa di mostri e streghe, di zombie e "morti che ritornano", dolcetto  o scherzetto, e ogni tipo di raccapriccio addomesticato, per far finta di spaventarsi a burle macabre senza doverne scontare le conseguenze. Per questo la signora Julie Keith, una quarantaduenne dell'Oregon, l'anno scorso era andata da Kmart ad acquistare delle lapidi di polistirolo, da utilizzare come temibili giocattoli decorativi. Poi, fra i tanti addobbi, quello non l'aveva scartato, aprendolo solo ora. Dentro, ha trovato una sorpresa: un biglieto scritto a mano in un inglese claudicante interrotto da caratteri cinesi, in cui viene chiesto aiuto denunciando le orribili condizioni di lavoro in cui sono state prodotte le lapidi di polistirolo.

L'intera storia, comparsa sul quotidiano online "The Oregonian", è sorprendente, ma ricca di particolari. Il messaggio, sulla cui autenticità per ora non vi sono conferme, arriva da Shenyang, città del nord della Cina nella regione del Liaoning, da Masanjia per l'esattezza, unità n. 8, dove si troverebbe un campo di rieducazione tramite il lavoro. Trattandosi di lavoro forzato, il salario corrisposto ai detenuti non è nemmeno nei minimi previsti dalla legge cinese: "La gente qui è costretta a lavorare 15 ore al giorno per 10 yuan al mese", ovvero poco più di un euro.

"Se le è capitato di comprare questo giocattolo, la prego di consegnare questa lettera all'Organizzazione Mondiale dei diritti Umani - dice il biglietto - Migliaia di persone che vivono qui sotto la persecuzione del Partito Comunista Cinese la ringrazieranno e ricorderanno per sempre". Poi si legge che le persone nei campi di rieducazione sono migliaia, fra cui anche molti seguaci del gruppo spirituale fuorilegge in Cina chiamato Falun Gong, e che lì vengono scontate pene detentive fino a tre anni senza processo. Tutte descrizioni che coincidono con quello che sappiamo del laojiao, la rieducazione tramite il lavoro per l'appunto, una forma di pena amministrativa che non richiede processo e dura fino a tre anni rinnovabili. I detenuti ricevono una paga poco più che simbolica, e lavorano, in alcuni casi, in condizioni terribili, senza giorni di riposo e con il rischio di essere sottomessi ad abusi.

Importare manufatti prodotti da detenuti è illegale in molti Paesi, tra cui  gli Usa. Human Right Watch - a cui la lettera dell'operaio cinese è stata consegnata - non è in grado per ora di verificare la veridicità del manoscritto, anche se i responsabili confermano  che le condizioni di lavoro descritte sono simili a quelle denunciate in altri campi di lavoro cinesi.

Non è la prima volta che arriva un "messaggio nella bottiglia" dalla Cina: nel 2008 un'operaia della Foxconn aveva dimenticato di cancellare delle innocenti foto sorridenti, scattate per testare l'apparecchio. L'acquirente, un inglese, era rimasto toccato dalla sorpresa, che aveva fatto il giro del web - provocando una tale ondata di buoni sentimenti da far sospettare che fosse una trovata pubblicitaria.

Non è questo il caso, che riporta invece alle mille denunce di condizioni di lavoro intollerabili in Cina, non solo nei campi. Di recente, del resto, il gruppo sindacale China Labour Bullettin, con sede a Hong Kong, ha riportato che gli aumenti salariali del Guangdong, tanto sbandierati lo scorso anno, non sono mai avvenuti a causa delle forti resistenze da parte dei proprietari delle aziende.

 

 

 

 

"la zampa di gatto", un racconto noir di stanley ellin sui lavoratori licenziati…

 

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Nulla distingueva l'una dall'altra le stanze della pensione, tutte ugualmente sporche, col pavimento di linoleum e i letti di ottone, ma il giorno in cui rispose all'avviso nella pagina della piccola pubblicità, Mr. Crabtree dovette ammettere che la sua stanzetta aveva un vantaggio sulle altre: il telefono pubblico nella saletta era proprio davanti alla sua porta, e solo a tender l'orecchio, egli poteva trovarsi accanto allo strumento immediatamente dopo il primo squillo.

Tenuto conto di questo, concluse la sua lettera non soltanto con la firma, ma anche col numero del telefono. La mano gli tremò un poco nel farlo; era un grosso inganno da parte sua, quello di pretendere d'avere un telefono privato, ma il prestigio che pensava gliene sarebbe venuto, poteva far pendere la bilancia in suo favore. A questo scopo, tremando, egli sacrificò gli onorati principi di tutta una vita.

L'avviso in se stesso era stato un vero miracolo. Cercasi, diceva, per un lavoro continuato e modesto salario, sobrio, onesto, attivo impiegato in pensione, preferibilmente quaranta-cinquantenne. Scrivere particolareggiata mente. Cassetta 111; e Mr. Crabtree, rileggendolo ancora incredulo, si domandava con un brivido di sgomento quanti suoi simili, tra i quaranta e i cinquant'anni, in cerca di un lavoro continuato sia pure con salario modesto, potevano aver letto quello stesso avviso, minuti o anche ore prima di lui.

La sua risposta poteva esser presa a modello per ogni lettera di richiesta di impiego. L'età, quarantotto anni, la salute, eccellente. Scapolo. Era stato impiegato in una sola ditta per trent'anni; aveva lavorato fedelmente e bene; aveva un ammirevole attestato di servizio e puntualità. Sfortunatamente la sua ditta era stata assorbita da un'altra più grande e purtroppo molti impiegati anche capaci avevano dovuto esser licenziati. Ore di lavoro? Particolare senza importanza. Voleva soltanto fare del buon lavoro, indipendentemente dal tempo impiegato. Il salario? Una questione da lasciare interamente al giudizio del datore di lavoro. Il suo salario precedente era stato di cinquanta dollari la settimana, ma naturalmente c'era arrivato dopo anni di buon lavoro. A disposizione per un'intervista in un momento qualsiasi. Referenze verrebbero date in seguito. La firma. E poi, il numero del telefono.

E tutto questo era stato scritto e riscritto una dozzina di volte, finché Crabtree aveva raggiunto la certezza che ogni parola necessaria era stata scritta, che ogni parola era al suo giusto posto. Poi, con quella calligrafia che aveva reso perfino i suoi libri mastri una cosa bella, aveva copiato l'ultimo brogliaccio sulla carta finissima comperata allo scopo, e l'aveva impostato. Dopo di che, chiedendosi se la risposta sarebbe venuta per posta, per telefono o nient'affatto, Crabtree aveva passato due interminabili settimane, piene di batticuore, fino al momento in cui rispose al telefono e sentì il suo nome risuonare come il giorno del Giudizio universale.

"Sì," disse con voce squillante. "Parla Crabtree! Ho scritto una lettera!"

"Calma, Mr. Crabtree, calma!" disse la voce. Era una voce esile e chiara, che sembrava scegliere e assaporare ogni sillaba prima di pronunciarla, ed ebbe un effetto istantaneo e raggelante su Crabtree che si era aggrappato al telefono come avesse potuto spremerne benevolenza.

"Ho preso in considerazione la vostra domanda," continuò la voce con la stessa penosa ponderazione, "e ne sono molto contento. Molto contento. Ma prima di considerare regolata la questione, voglio che siano chiari i termini di impiego che vi offro. Avete nessuna contrarietà a discuterne adesso?"

La parola impiego risuonò vertiginosamente nella testa di Crabtree. "No," disse, "prego."

"Benissimo. Prima di tutto, vi sentite capace di tenere il vostro ufficio da solo?"

"Il mio ufficio?"

"Oh, non abbiate timori circa la mole delle vostre mansioni o delle conseguenti responsabilità. Si tratta di rapporti confidenziali da redigere regolarmente. Avreste la vostra stanza col nome sulla porta e, naturalmente, nessun controllo diretto sopra di voi. Questo spiega la necessità di una persona estremamente degna di fiducia."

"Sì," disse Crabtree, "ma questi rapporti confidenziali..."

"Il vostro ufficio verrà fornito di una lista di molte importanti società. Riceverà in abbonamento un certo numero di giornali finanziari che parlano spesso di quelle stesse società. Voi annoterete tali referenze man mano che usciranno nei giornali e alla fine di ciascun giorno ne farete la relazione e me la spedirete per posta. Devo aggiungere che tutto questo non comporterà da parte vostra alcuna forma letteraria o teoretica. Accuratezza, brevità, chiarezza: queste sono le qualità che dovranno avere le vostre note. Comprendete?"

"Sì, certo," rispose Crabtree con fervore.

"Benissimo," disse la voce. "Le vostre ore di lavoro saranno dalle nove alle diciassette, con un'ora di intervallo per la colazione. Devo insistere su puntualità e diligenza, e spero sarete così coscienzioso come se vi trovaste sotto il mio personale controllo in ogni momento della giornata. Spero non vi sentirete offeso se mi dilungo su questi particolari."

"Oh, no, signore!" disse Crabtree. "Io ... "

"Perrnettetemi di continuare," disse la voce. "Questo è l'indirizzo dove vi troverete da qui a una settimana, e il numero della vostra stanza"... Crabtree che non aveva carta e matita sotto mano, cercò freneticamente di ficcarsi i numeri in testa... "e l'ufficio sarà del tutto pronto per voi.

"La porta sarà aperta, e troverete due chiavi nel cassetto dello scrittoio: una della porta e una dell'armadio dell'ufficio. Nel cassetto troverete anche la lista di cui vi ho parlato e i materiali occorrenti per i vostri rapporti. Nell'armadio troverete una serie di periodici sui quali potrete incominciare il vostro lavoro."

"Scusate," disse Crabtree, "ma quei rapporti..." "Dovranno contenere ogni più piccolo particolare degno d'interesse riguardante le società comprese nella lista, dalle transazioni di affari ai cambiamenti di personale. E devono essere spediti a me tutti i giorni, immediatamente dopo che avrete lasciato l'ufficio. È chiaro?"

"Soltanto una cosa," disse Crabtree. "A chi... dove devo spedire i rapporti?"

"Domanda inutile," disse la voce bruscamente, con grande spavento di Crabtree. "Al numero di cassetta che già conoscete, naturalmente."

"Naturalmente," ripeté Crabtree.

"Ora," disse la voce con un piacevole ritorno al tono ponderato di prima, "la questione del salario. Vi ho pensato molto, poiché, come avrete visto, si tratta di tener conto di molti fattori. In definitiva, però, ho deciso di lasciarmi guidare dall'antica massima: un buon lavoratore vale il suo prezzo ... vi ricordate queste parole?"

"Sì," rispose Crabtree.

"E," continuò la voce, "di un cattivo lavoratore si può facilmente liberarsi. Su questa base sono pronto a offrirvi cinquantadue dollari la settimana. Siete contento?"

Mr. Crabtree guardò il telefono sbalordito, poi ritrovò la voce. "Molto," disse con affanno. "Oh, molto, davvero. Devo confessarvi che mai ... "

La voce l'interruppe bruscamente. "Ma questo è sotto condizione, capite. Sarete ... per usare un termine piuttosto grossolano ... sotto prova, finché non avrete dimostrato la vostra abilità. O il lavoro sarà fatto alla perfezione, o il lavoro non ci sarà."

Crabtree si sentì tremare le gambe al solo accenno di quella possibilità. "Farò del mio meglio," disse. "Farò assolutamente del mio meglio."

"E guardate," la voce continuava implacabile, "che do la massima importanza al modo col quale osserverete la natura confidenziale del vostro lavoro. Non dovete parlarne con nessuno, e poiché la continuità di detto lavoro e relativo salario stanno completamente nelle mie mani, non ci saranno scuse per qualsiasi mancanza. Ho anche rimosso ogni tentazione sotto forma di un telefono che non troverete sul vostro scrittoio. Spero non vi sembrerà ingiusto che io sia contrario a quanto avviene di solito negli uffici, dove gli impiegati perdono il loro tempo in oziose conversazioni durante le ore di lavoro."

Dopo la morte della sua unica sorella avvenuta vent'anni prima, non c'era un'anima al mondo che si sarebbe sognata di chiamare Crabtree al telefono per qualsiasi genere di conversazione; ma si limitò a dire: "No, signore, assolutamente no".

"Allora siete d'accordo su tutti i termini che abbiamo discusso?"

"Sì, signore," disse Crabtree. "Qualche altra domanda?"

"Una cosa sola," disse Crabtree. "Il mio salario. Come ... " "Lo riceverete alla fine di ogni settimana," disse la voce, "in contanti. C'è altro?"

Nella mente di Crabtree c'era ora un vero guazzabuglio di domande ma non gli riuscì di formularne nemmeno una. E prima di poterlo fare la voce disse bruscamente:

"Buona fortuna, allora" ed egli sentì lo scatto del telefono che il suo interlocutore aveva chiuso. Fu soltanto quando tentò di fare altrettanto che si accorse che la sua mano aveva talmente stretto il ricevitore che provò dolore a distaccarla.

Quando per la prima volta Mr. Crabtree si avvicinò all'indirizzo che gli era stato indicato, non sarebbe stato molto sorpreso di non trovare nemmeno l'edificio corrispondente. Ma l'edificio c'era, rassicurante nella sua immensità, pieno di gente che si stipava negli ascensori e, nelle sale e nei corridoi, gli camminava intorno senza curarsi minimamente di lui. C'era anche l'ufficio, nascosto all'estremità di un corridoio obliquo, su all'ultimo piano; Crabtree lo capì da una scaletta che dal corridoio stesso conduceva a una botola aperta attraverso la quale si poteva vedere una fetta grigia di cielo. La cosa più impressionante dell'ufficio stesso era la superba targa di metallo sulla porta con le parole: Società dei Rapporti Crabtree. Aperta la porta, uno si trovava in una stanza incredibilmente piccola e stretta, resa ancora più piccola dalle massicce dimensioni del mobilio che la riempiva. A destra, immediatamente vicino alla porta, vi era un gigantesco schedario. Addossato strettamente a quello, ma così largo da utilizzare tutto il resto della parete da quella parte, vi era un pesante scrittoio d'antico stampo, con una sedia girevole davanti.

La finestra nella parete opposta s'accordava con il mobilio. Era una finestra immensa, larga e alta, e il suo davanzale non arrivava più in su delle ginocchia di Crabtree. Questi fu preso da una leggera nausea quando per la prima volta vi s'affacciò e vide il vertiginoso abisso sottostante, reso ancora più spaventoso dalle pareti cieche, senza finestre, dell'edificio di fronte.

Gli bastò quell' occhiata sola; da allora Crabtree tenne la parte inferiore della finestra ben chiusa, manovrando soltanto la parte superiore a seconda dei suoi bisogni.

Le chiavi erano in un cassetto dello scrittoio; in un altro trovò penna, inchiostro, una scatola di pennini, carta assorbente, e una mezza dozzina di altri accessori più appariscenti che utili; una provvista di francobolli a portata di mano; e, cosa più soddisfacente di tutte, una bella quantità di carta da lettere, di cui ogni foglio portava l'intestazione: Società dei Rapporti Crabtree, il numero dell'ufficio e l'indirizzo dell'edificio. Felice della scoperta, Crabtree tracciò poche righe di prova con dei magnifici ghirigori, poi, un poco spaventato dalla sua prodigalità, stracciò accuratamente il foglio in minutissimi pezzi e li lasciò cadere nel cestino della carta straccia ai suoi piedi.

Dopo di che, i suoi sforzi furono interamente dedicat~ al lavoro. Lo schedario rivelò una terribile quantità di pubblicazioni che dovevano essere esaminate riga per riga, e Crabtree non finiva mai di studiare una pagina senza provare l'orribile sensazione di aver saltato un nome corrispondente a uno compreso nella lista che aveva trovato, come gli era stato promesso, nello scrittoio. Allora rileggeva tutta la pagina con la paurosa sensazione di perdere del tempo prezioso, e sospirava quando arrivava in fondo senza trovare quello che non aveva trovato la prima volta.

Spesso pensava che non avrebbe mai potuto esaurire la mostruosa pila di periodici che aveva davanti. Ogni volta che tirava un sospiro di sollievo per aver fatto qualche progresso, subito lo rattristava il pensiero che la mattina dopo avrebbe trovato alla sua porta, con la distribuzione della posta, nuovo materiale da aggiungere al mucchio.

C'erano tuttavia delle schiarite nella deprimente monotonia di quel lavoro. Una era la compilazione del rapporto giornaliero, un compito che Crabtree, con gran sorpresa, stava imparando ad amare; l'altra era il puntuale arrivo ogni settimana della grossa busta contenente il suo salario fino all'ultimo centesimo; ma questo piacere non era del tutto privo di una qualche preoccupazione.

Mr. Crabtree apriva la busta, ne toglieva il denaro, lo contava e lo riponeva accuratamente nel suo vecchio portafoglio. Poi introduceva un dito esplorativo e tremante nella busta, timoroso di incontrare una nota di licenziamento, come era accaduto in passato. Era sempre un brutto momento, che lo faceva star male fino a che si immergeva di nuovo nel suo lavoro.

Il lavoro fece presto parte di lui stesso. Non si dava più la pena di guardare la lista; ogni nome si era fermamente impresso nella sua mente, e nelle notti insonni riusciva ad addormentarsi semplicemente ripetendosi alcune volte i nomi della lista. Uno di questi lo occupava in modo particolare, sembrandogli che meritasse una speciale attenzione. La Società Anonima Strumenti Perfetti stava certo attraversando un periodo burrascoso. Si erano avuti drastici cambiamenti di personale, si era parlato di assorbimento da parte di un'altra società, di gravi fluttuazioni sul mercato.

Piaceva a Mr. Crabtree scoprire che col passare delle settimane ciascuno dei nomi sulla lista aveva assunto per lui una distinta personalità. L'Unione era salda come una roccia, calma di fronte ai suoi piacevoli successi; l'Universale, di grado più elevato, dedita a ricerche scientifiche; e così via. Ma la Società Anonima Strumenti Perfetti era la preferita di Crabtree, che qualche volta si era sorpreso nell'atto di darle un'ombra più d'attenzione di quanto non meritasse. Allora si rimproverava severamente: la più perfetta imparzialità doveva esser mantenuta, altrimenti...

La cosa avvenne senza alcun preavviso. Ritornava in ufficio dopo la colazione, puntuale come sempre, quando, aperta la porta, seppe di trovarsi faccia a faccia col suo principale.

"Entrate, Mr. Crabtree," disse la chiara, esile voce, "e chiudete la porta."

Crabtree chiuse la porta e ristette muto e immobile. "Devo essere una figura straordinaria," disse il visitatore con un certo compiacimento, "per farvi tanto effetto. Sapete chi sono, naturalmente?"

Gli occhi prominenti fissi e sbarrati su di lui, la bocca larga e flessibile, il corpo tozzo e rotondo come una botte, lo fecero apparire allo sguardo stupefatto di Crabtree come una rana ripugnante seduta comodamente sull'orlo di uno stagno, con lui stesso nella sfortunata parte di una mosca volteggiante lì presso.

"Ritengo," balbettò Crabtree, "che siate il mio principale, signor ... signor ... "

Un pollice enorme s'allungò a solleticare scherzosamente le costole di Crabtree. "Finché il salario viene pagato puntualmente, il nome ha poca importanza, eh, Mr. Crabtree? Però, per convenienza, per voi sarò, mettiamo, George Spelvin... Avete mai incontrato l' onnipresente Mr. Spelvin nei vostri viaggi, Crabtree?"

"Temo di no," rispose Crabtree, sentendosi molto infelice.

"Allora non siete un giocatore e questa è una gran bella cosa. E credo di indovinare che non siete tipo da perdere il vostro tempo con la lettura o col cinema."

"Cerco di tenermi al corrente con la lettura dei giornali quotidiani," rispose fieramente Crabtree. "C'è molto da leggere nei giornali, sapete, Mr. Spelvin, e non è sempre facile, tenendo conto di tutto quel che ho da fare qui, trovare il tempo per altri diversivi. Naturalmente se uno vuol tenersi al corrente."

Gli angoli della larga bocca si alzarono a formare quello che Crabtree sperò fosse un sorriso. "Questo è precisamente quanto speravo di sentire da voi. Fatti, Mr. Crabtree, fatti! Mi occorreva un uomo che avesse un solo interesse nella vita, l'interesse dei fatti; e le vostre parole e la diligenza che mettete nel vostro lavoro mi dicono che l'ho trovato in voi. Sono molto soddisfatto, Mr. Crabtree."

Crabtree sentì pulsare piacevolmente il sangue nelle vene. "Grazie. Grazie ancora, Mr. Spelvin. So che ce l'ho messa tutta, ma non sapevo se ... Non volete accomodarvi?" E Crabtree cercò di far girare la sedia nella posizione adatta, ma non vi riuscì, "L'ufficio è un po' piccolo. Ma molto comodo," balbettò in fretta.

"Sono certo che va benissimo," disse Mr. Spelvin. Fece un passo indietro finché si trovò con la schiena quasi a ridosso della finestra e indicò la seggiola. "Ora vorrei che vi sedeste, Mr. Crabtree, finché vi spiegherò la faccenda che mi ha spinto a venire fin qui."

Affascinato da quella mano autorevole, Crabtree si lasciò cadere sulla seggiola e la girò finché si trovò di fronte alla finestra e alla tozza figura che vi risaltava contro. "Se si tratta del rapporto di oggi," disse, "temo che non sia ancora completo. C'era qualche nota da prendere sulla Società Anonima Strumenti Perfetti. .. "

Mr. Spelvin fece segno che la cosa gli era completamente indifferente. "Non sono qui per discutere di questo," disse lentamente. "Sono qui per trovare la risposta a un problema che mi trovo a dover affrontare. E conto su di voi, Mr. Crabtree, per aiutarmi a trovare questa risposta."

"Un problema?" Crabtree sentì invadersi da un'onda di benessere. "Farò tutto il possibile per aiutarvi, Mr. Spelvin. Tutto il possibile."

Gli occhi sporgenti sondarono i suoi con aria annoiata.

"Allora, ditemi, Mr. Crabtree: ve la sentireste di uccidere un uomo?"

"Io?" esclamò Crabtree. "Se me la sentirei di... Temo di non aver capito bene, Mr. Spelvìn."

"Ho detto," ripeté Mr. Spelvin pronunciando accuratamente ogni parola, "se ve la sentireste di uccidere un uomo."

L'espressione di Crabtree mutò di colpo. "Ma io, non potrei; io non vorrei. Questo," proseguì, "vorrebbe dire assassinare qualcuno!"

"Precisamente," disse Mr. Spelvin.

"Ma voi state scherzando," disse Crabtree, tentando di ridere, ma riuscendo soltanto a trarre dalla gola contratta una specie di singhiozzo. Anche quel pietoso tentativo fu troncato sul nascere davanti a quella faccia di pietra. "Sono terribilmente spiacente, Mr. Spelvin, terribilmente spiacente. Ma sapete anche voi che non è nelle abitudini... non è il genere di cosa che... "

"Mr. Crabtree: nei giornali finanziari che consultate con tanta passione, troverete il mio nome - proprio il mio nome - ripetuto infinite volte. Ho lo zampino in molti affari, Mr. Crabtree, e mi vanno sempre bene. Per usare gli aggettivi più espliciti, io sono tanto ricco e potente quanto non potete immaginare nemmeno nei vostri sogni più fantastici... ammesso che siate capace di sogni fantastici... e un uomo non raggiunge una posizione simile sprecando il tempo a far dello spirito o passando la sua giornata in compagnia di estranei. Il mio tempo è prezioso, Mr. Crabtree. Se non potete rispondere alla mia domanda, dite di no e che sia finita!"

"Non credo di poterlo fare," disse Crabtree in tono lamentoso.

"Potevate dirlo subito," disse Mr. Spelvin, "e risparmiarmi questo momento di collera. A dire il vero, non pensavo che avreste potuto rispondere alla mia domanda e se l'aveste fatto ne sarei stato deluso. Vedete, Mr. Crabtree, io invidio profondamente la serenità della vostra esistenza, dove questioni di questo genere non vengono nemmeno sfiorate. Sfortunatamente io non sono in tale situazione. A un certo punto della mia carriera ho commesso un errore, il solo errore che ha contrassegnato il sorgere della mia fortuna. Questo errore attrasse, tempo addietro, l'attenzione di un uomo tanto crudele quanto pericolosamente intelligente e da quel momento sono stato in suo potere. Egli è, infatti, un ricattatore, un comune ricattatore che ha finito col mettere un prezzo troppo alto alla sua merce e così ora è lui che deve pagare."

"Intendete ucciderlo?" chiese Crabtree con voce rauca. Mr. Spelvin alzò una mano grassoccia in segno di protesta. "Se una mosca venisse a posarsi sul palmo di questa mano," disse severamente, "non troverei la forza di chiudere le dita per farla morire. A essere franco, Mr. Crabtree, io sono assolutamente incapace di un atto di violenza, e se questo può essere una qualità ammirevole da molti lati, è diventata una cosa imbarazzante adesso perché quell'uomo dev'essere ucciso senza fallo." Qui Mr. Spelvin fece una pausa. "Né questo è un compito per un sicario. Se ricorressi a uno di questa specie, certo cambierei un ricattatore con un altro, e anche questo non è pratico." Mr. Spelvin fece un'altra pausa. "Così, Mr. Crabtree, come potete vedere voi stesso, c'è soltanto una conclusione da trarre da tutto questo: la responsabilità di annientare il mio tormentatore riposa interamente su di voi."

"Su di me!" gridò Crabtree. "Ma io non potrei mai... no, mai.

"Orsù," disse Mr. Spelvin bruscamente, "calmatevi. Prima di andare a fondo sull'argomento, Mr. Crabtree, sia chiaro che, ove rifiutaste di aderire alla mia richiesta, lasciando questo ufficio oggi, voi lo lascereste per sempre. Non posso tollerare un impiegato che non capisce la sua posizione."

"Non tollerate!" disse Crabtree. "Ma questo non è giusto, proprio non è giusto, Mr. Spelvin. Ho lavorato indefessamente." I suoi occhiali si appannarono. Se li levò con gesto goffo, li pulì accuratamente, se li rimise sul naso. "E io dovrei rimanere con un simile segreto. Non vedo, proprio non ci vedo chiaro. Ma questa," continuò allarmato, "è una faccenda che riguarda la polizia!"

Con orrore vide la faccia di Mr. Spelvin diventare d'un rosso acceso, mentre la grossa persona cominciava a tremare di un riso convulso che risuonò forte nella stanza.

"Perdonatemi," riuscì finalmente a dire Mr. Spelvin quasi boccheggiando. "Perdonatemi, caro amico. Stavo semplicemente cercando di rappresentarmi la scena in cui andreste alla polizia per denunciare le incredibili richieste fattevi dal vostro principale."

"Dovete capirmi," disse Crabtree, "non sto mica minacciandovi, Mr. Spelvin. È soltanto ... "

"Minacciare me? Mr. Crabtree, ditemi, quale relazione credete ci sia tra noi agli occhi del mondo?"

"Relazione? lo lavoro per voi, Mr. Spelvin. Sono un vostro impiegato. Io ... "

Mr. Spelvin sorrise amabilmente. "Che strana illusione," disse, "quando tutti possono vedere che voi non siete che un meschino piccolo uomo impiegato in un'altrettanto meschina impresa che non può avere assolutamente alcun interesse per me."

"Ma voi stesso mi avete dato l'impiego, Mr. Spelvin! Vi ho scritto una lettera in risposta al vostro annuncio!"

"È vero," disse Mr. Spelvin, "ma sfortunatamente il posto era già occupato, come vi ho cortesemente spiegato nella mia risposta. Sembrate incredulo, Crabtree, ma sappiate che la vostra lettera e una copia della mia risposta sono al sicuro nei miei schedari, se per caso la faccenda fosse tirata fuori."

"Ma questo ufficio! Questi mobili! Il mio lavoro!"

"Mr, Crabtree, Mr. Crabtree," disse Mr. Spelvin scuotendo gravemente la testa, "vi siete mai domandato da dove provenisse il vostro salario settimanale? L'amministratore di questo immobile, i fornitori, gli editori che vi mandano i loro giornali, non erano interessati alla mia identità più di quanto lo foste voi. Sono d'accordo con voi, che è una cosa un po' irregolare da parte mia farvi pervenire il salario in carta moneta attraverso la posta, ma non abbiate timori per me, Mr. Crabtree. I pagamenti in contanti sono l'oppio degli uomini d'affari."

"Ma i miei rapporti!" disse Crabtree che stava cominciando a dubitare seriamente della propria esistenza.

"Ah, sicuro, i rapporti. Penso che l'intraprendente signor Crabtree dopo aver ricevuto la mia risposta sfavorevole alla sua domanda di impiego, abbia deciso di mettersi in affari per conto suo. E abbia quindi iniziato un servizio di rapporti finanziari e tentato perfino di includere me tra i suoi clienti! Ho rifiutato sdegnosamente, come potete immaginare (ho in mio possesso il suo rapporto e una copia della mia risposta), ma egli ha scioccamente persistito nei suoi sforzi. Scioccamente, dico, perché i suoi rapporti sono perfettamente inutili per me; non ho alcun interesse in nessuna delle società che egli va esaminando, e perché pensa che potrei averne supera il mio comprendonio. Francamente, sospetto che quest'uomo sia un eccentrico della peggior specie, ma poiché ho a che fare con molti tipi del genere, non me ne curo e distruggo i suoi rapporti giornalieri non appena mi arrivano."

"Li distruggete?" disse Crabtree stupefatto.

"Non avete ragione di lagnarvi, spero," disse Mr. Spelvin in tono annoiato. "Per trovare un uomo del vostro carattere, Mr. Crabtree, era necessario da parte mia specificare che si trattava di un lavoro difficile nella mia offerta d'impiego. lo mi conformo alla mia parte di contratto provvedendolo per voi, ma non vedo che la sua destinazione finale vi riguardi in qualche modo."

"Un uomo del mio carattere," ripeté debolmente Crabtree, "commettere un assassinio?"

"E perché no?" La larga bocca si contrasse in un ghigno. "Lasciate che vi illumini, Mr. Crabtree. Ho passato una piacevole e profittevole parte della mia vita osservando i miei simili, come uno scienziato studia gli insetti sotto vetro. E sono giunto a una conclusione, Mr. Crabtree, a una conclusione tra tutte che ha contribuito a fare la mia fortuna. Sono giunto alla conclusione che per la maggioranza degli uomini è la funzione che conta, e non i motivi o le conseguenze. Il mio avviso sul giornale, Mr. Crabtree, era calcolato per assicurarmi i servizi di un perfetto rappresentante del tipo. Dal momento in cui avete risposto al mio avviso, fino a ora, avete risposto anche alle mie aspettative: avete funzionato perfettamente, senza pensare a motivi o conseguenze.

"Ora è entrato a far parte delle vostre funzioni l'assassinio. Mi sono degnato di darvi una spiegazione dei suoi motivi; è facile definirne le conseguenze. O continuate a funzionare come prima, o, per dirla in poche parole, siete licenziato."

"Licenziato!" esclamò Crabtree amaramente. "E che cosa importa un impiego all'uomo che è in prigione? O a un uomo condannato a essere impiccato?"

"Andiamo," osservò Mr. Spelvin pacatamente; "potete pensare che vi tenderei un'insidia che intrappolerebbe anche me? Temo che siate un po' ottuso, caro il mio uomo. Se non lo siete, dovete rendervi conto che la mia stessa sicurezza è legata alla vostra. E la garanzia di questa sicurezza sta nientemeno che nella vostra continuata presenza in questo ufficio e nella regolarità della vostra applicazione al lavoro."

"È facile parlare così quando, come voi, ci si nasconde sotto un falso nome," disse Crabtree perfidamente.

"Vi assicuro, Crabtree, che la mia posizione nella società è tale che la mia identità può essere scoperta con estrema facilità. Ma devo rammentarvi che se voi aderiste alla mia proposta, sareste un criminale e quindi vi converrebbe esser discreto.

"D'altra parte, se voi non aderite alla mia richiesta - e avete in questo la più completa libertà di scelta - ogni accusa che formulaste contro di me sarebbe pericolosa soltanto per voi. Il mondo, Mr. Crabtree, ignora tutto sui nostri rapporti e anche delle mie faccende con quel signore che mi sta ricattando e che ora deve essere eliminato. Né la sua morte né le vostre accuse potrebbero toccarmi, Mr. Crabtree.

"Scoprire la mia identità, come vi ho detto, non sarebbe difficile. Ma far uso di questa informazione, Mr. Crabtree, può soltanto condurvi in una prigione o in un asilo di pazzi."

Crabtree sentì sfuggirgli l'ultimo resto di volontà. "Avete pensato a tutto," disse.

"A tutto, Mr. Crabtree. Se siete entrato nel mio schema, è stato soltanto per mettere in pratica il mio piano; ma molto molto tempo ho lavorato a soppesare, misurare, valutare ogni parte di quel piano. Per esempio, questa stanza, proprio questa stanza è stata scelta soltanto dopo una lunga e faticosa ricerca, come rispondente alla perfezione per il mio scopo. Il mobilio è stato scelto e disposto per favorire il mio scopo. Come? Ora ve lo spiego.

"Quando voi siete seduto al vostro scrittoio, un visitatore deve per forza occupare lo spazio dove sono io in questo momento davanti alla finestra. Il visitatore è, naturalmente, il signore in questione. Egli entrerà e starà qui con la finestra interamente aperta dietro di sé. Vi domanderà una busta che un amico avrà lasciato per lui: questa busta," e Mr. Spelvin ne gettò una sullo scrittoio. "Avrete messo la busta in un cassetto dello scrittoio, la troverete e gliela darete. Poi, siccome è un tipo molto metodico (so anche questo), metterà la busta nella tasca interna della giacca e in questo momento una buona spinta lo scaraventerà dalla finestra. L'intera operazione durerà meno di un minuto. Subito dopo," soggiunse Mr. Spelvin con calma, "chiuderete del tutto la finestra e tornerete al vostro lavoro."

"Qualcuno," mormorò Crabtree, "la polizia ... "

"La polizia," disse Mr. Spelvin, "troverà il cadavere di un qualunque povero infelice che è salito dalla scala che è nel corridoio, ha raggiunto il tetto e si è gettato di sotto. E questo lo verrà a sapere perché nella busta riposta nella tasca interna della sua giacchetta non vi è ciò che il signore in questione si aspettava di trovare, ma una nota diligentemente scritta a macchina con la spiegazione della triste faccenda e dei suoi motivi, molte scuse per ogni possibile noia recata (i suicidi hanno la specialità delle scuse, Mr. Crabtree) e una patetica supplica per un funerale sollecito e tranquillo. E," disse ancora Mr. Spelvin congiungendo delicatamente le dita, "non dubito che lo avrà."

"E che cosa," disse Crabtree, "che cosa succederebbe se non andasse tutto come dite voi; se l'uomo aprisse la lettera non appena gliela avessi data? O ... qualche cosa di simile?"

Mr. Spelvin si strinse nelle spalle. "In questo caso, il signore in questione se ne andrebbe semplicemente e tranquillamente e mi verrebbe a cercare per discutere la faccenda. Rendetevi conto, Mr. Crabtree, che tutti quelli dediti alla stessa attività del nostro amico, devono aspettarsi qualche piccolo tentativo del genere, e, mentre è poco probabile che li trovi di suo gusto, è difficile che si arrischi a far qualche cosa che potrebbe distruggere la gallina che fa le uova d'oro. No, Mr. Crabtree, se si avverasse la possibilità suggerita da voi, vorrebbe dire soltanto che dovrei pensare a un'altra trappola e molto più ingegnosa di questa."

Mr. Spelvin trasse di tasca un pesante orologio, lo consultò poi lo ripose con cura. "Non ho più molto tempo, Mr. Crabtree. Non che io trovi noiosa la vostra compagnia, ma il mio uomo sarà qui tra poco, e per quell'ora ogni particolare dev'essere nelle vostre mani. Tutto ciò che vi domando è questo: quando arriva, la finestra dev'essere aperta."

Il signor Spelvin l'aprì del tutto e vi si affacciò un momento, guardando compiaciuto l'abisso. "La busta sarà nel vostro scrittoio." Aprì il cassetto, ve la fece cadere, e lo richiuse con forza. "E al momento della decisione, siete libero di agire in un modo o nell'altro."

"Libero?" disse Crabtree. "Avete detto che mi domanderà la busta?"

"Ve la domanderà. Ve la domanderà certamente. Ma se voi gli direte che non sapete nulla, se ne andrà tranquillamente e più tardi si metterà in comunicazione con me. E questo, naturalmente, equivarrà alla notizia delle vostre dimissioni dall'impiego."

Mr. Spelvin si avvicinò alla porta e si fermò con una mano sulla maniglia. "Tuttavia," disse, "se non avrò più alcuna comunicazione da lui, avrò la sicurezza che il vostro periodo di prova è finito col più completo successo e che da ora in poi dovrete esser considerato un capace e fedele impiegato."

"Ma i rapporti!" esclamò Crabtree. "Voi li distruggete ... " "Naturalmente," disse Mr. Spelvin un poco sorpreso.

"Ma voi continuerete il vostro lavoro e mi manderete i rapporti come avete sempre fatto. Vi assicuro che non mi importa nulla che non abbiano alcun significato, Mr. Crabtree. Fanno parte di un disegno e il vostro conformarvi a questo disegno, come vi ho già detto, mi dà la migliore assicurazione per la mia sicurezza."

La porta fu aperta e richiusa senza rumore, e Crabtree si trovò solo nella stanza.

 

 

 

L'ombra dell'edificio di fronte si proiettava scura sul suo scrittoio. Crabtree guardò l'orologio, non riuscì a leggere l'ora nella crescente oscurità della stanza e si alzò per accendere la luce sopra la sua testa. In quell'istante qualcuno bussò perentoriamente alla porta.

"Avanti," disse Crabtree.

La porta si aprì e apparvero due figure. L'una, un vivace ometto, l'altra un massiccio poliziotto che troneggiava autorevolmente sul compagno. L'ometto entrò nella stanza e, col gesto di un prestigiatore che facesse uscire un coniglio da un cappello, trasse un astuccio dalla tasca, lo fece scattare per mostrare lo scintillio di un distintivo, lo richiuse e lo rimise in tasca.

"Polizia," disse l'uomo laconicamente. "Il mio nome è Sharpe."

Mr. Crabtree s'inchinò gentilmente. "Sì?" disse.

"Spero di non disturbarvi," disse Sharpe vivacemente.

"Soltanto qualche domanda."

Come se avesse aspettato queste parole, il grosso poliziotto tirò fuori all'istante un grosso taccuino e un mozzicone di matita e si preparò all' azione. Crabtree guardò il taccuino di sottecchi e poi il piccolo Sharpe. "No," disse, "non mi disturbate affatto."

"Siete Crabtree?" chiese Sharpe, e Crabtree trasalì, poi si ricordò del nome sulla porta.

"Sì," rispose.

Il freddo sguardo di Sharpe passò oltre ad abbracciare la stanza con evidente disprezzo. "È questo il vostro ufficio?"

"Sì," rispose Crabtree.

"Siete stato qui tutto il pomeriggio?"

"Fin dalle tredici," disse Crabtree. "Vado a far colazione a mezzogiorno e all'una sono di ritorno."

"Sta bene," disse Sharpe, e accennando dietro a sé:

"Quella porta è rimasta mai aperta nel pomeriggio?".

"È sempre chiusa mentre lavoro," rispose Crabtree. "Perciò non avreste potuto vedere qualcuno salire la scaletta del corridoio."

"No certo," rispose Crabtree, "non avrei potuto vederlo." Sharpe guardò lo scrittoio, poi si passò pensieroso un pollice sulla guancia. "Mi sembra che dallo scrittoio non possiate neppure vedere qualcosa che potrebbe accadere fuori della finestra."

"No davvero," rispose Crabtree. "Non mentre sono al lavoro."

"Allora," disse Sharpe, "avete sentito qualcosa fuori della finestra questo pomeriggio? Qualcosa fuori del comune, intendo dire."

"Fuori del comune?" ripeté Crabtree.

"Un grido. Qualcuno che gridava. O qualche cosa di simile." Mr. Crabtree aggrottò la fronte. "Ma sì," disse, "ho sentito. E non molto tempo fa. Sembrava un grido di sorpresa ... o di spavento. E anche molto forte. È sempre tutto così tranquillo qui intorno che non ho potuto fare a meno di sentirlo."

Sharpe si voltò a guardare il poliziotto che chiuse lentamente il taccuino. "Questo chiude l'inchiesta," disse Sharpe. "Quel tale, fatto il salto, un secondo dopo ha cambiato idea e così è precipitato urlando per tutto il tempo. Bene," continuò voltandosi verso Crabtree in uno slancio di confidenza, "mi sembra che abbiate diritto di sapere che cosa è successo. Un'ora fa, qualcuno si è buttato giù dal tetto sopra la vostra testa. Un caso chiarissimo di suicidio, con lettera esplicativa nella tasca della giacca, ma noi ci teniamo a studiare tutti gli indizi possibili."

"Sapete chi era?" chiese Mr. Crabtree.

Sharpe si strinse nelle spalle. "Uno dei tanti con troppi fastidi. Giovane, di bell'aspetto, vestito bene. La sola cosa che non mi quadra, è che uno che poteva permettersi di vestirsi così, potesse anche avere tanti fastidi da non poterli sopportare."

Il poliziotto in uniforme parlò per la prima volta. "La lettera che ha lasciato," disse, "pare quella di uno un po' pazzo."

"Dovete per forza esser un po' matto per prendere quella strada," disse Sharpe.

"Siete morto da molto tempo," disse il poliziotto sentenziosamente.

Sharpe si soffermò sulla porta. "Mi dispiace di avervi disturbato," disse, "ma sapete com'è. In ogni modo, voi siete stato fortunato in certo qual modo. Due ragazze qui sotto l'hanno visto precipitare e morire." Strizzò l'occhio e richiuse la porta dietro di sé.

Mr. Crabtree rimase a guardare la porta chiusa finché non si dileguò il rumore dei passi pesanti. Poi si sedette avvicinando la sedia allo scrittoio. Vi stavano sopra qualche giornale e fogli di carta in lieve disordine; egli dispose i giornali in un mucchio diligente, in modo che tutti gli angoli combaciassero perfettamente. Poi prese la penna, l'intinse nella bottiglia dell'inchiostro e assicurò con l'altra mano il foglio davanti a sé.

La Società Anonima Strumenti Perfetti, scrisse accuratamente, dimostra una crescente attività.