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Il giudizio epistemologico di K. R. Popper sulla psicologia

 

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Prima serie di riflessioni

Seconda serie di riflessioni

Il giudizio di K. R. Popper su Adler

 

 

 

 

 

 

 

 

PRIMA SERIE DI RIFLESSIONI

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Nella primavera del 1919 fummo convertiti dalla loro [dei comunisti] propaganda. Per due o tre mesi mi considerai un comunista... Il comunismo è un credo che promette l'avvento di un mondo migliore. Dice di basarsi sulla conoscenza: conoscenza delle leggi dell'evoluzione storica... Fui scosso dal fatto di dovere ammettere di fronte a me stesso che non solo avevo accettato alquanto acriticamente una teoria complessa, ma che effettivamente avevo notato anche parecchio di quel che vi era di sbagliato, sia nella teoria che nella prasssi del comunismo. Ma questo lo avevo represso - in parte per lealtà verso i miei amici, in parte per lealtà alla "causa" e in parte perché c'è un meccanismo per cui uno viene sempre più profondamente coinvolto: una volta che si è sacrificata la proria coscienza intellettuale in un punto di minore importanza, non si cambia rotta troppo facilmente; si vuol giustificare l'autosacrificio convincendo se stessi della fondamentale bontà della causa... Si giunge così a essere disposti a consolidare con nuovi investimenti i propri investimenti morali o intellettuali nella causa. E' come se si volesse investire il denaro buono a sostegno di quello falso... Avevo accettato dogmaticamente, acriticamente, un credo pericoloso... A diciassette anni ero diventato anti-marxista. Mi ero reso conto del carattere dogmatico del credo e della sua incredibile arroganza intellettuale. Era una cosa terribile arrogarsi un tipo di conoscenza secondo cui sarebbe un dovere porre a rischio la vita di altre persone per un dogma accettato acriticamente o per un sogno che sarebbe potuto risultare irrealizzabile.

Per diversi anni rimasi socialista, anche dopo il mio ripudio del marxismo; e se ci fosse stato qualcosa come n socialismo sombinato con la libertà individuale sarei ancor oggi un socialista... L'incontro col marxismo fu uno dei principali eventi del mio sviluppo intellettuale... Mi insegnò la sapienza del detto socratico "Io so di non sapere". Mi rese fallibilista e impresse in me il valore della modestia intellettuale. E mi fece sommamente consapevole delle differenze esistenti tra pensiero dogmatico e pensiero critico. Paragonato a questo incontro, il tipo alquanto simile dei miei incontri con la "psicologia individuale" di Alfred Adler e con la psicoanalisi freudiana - che avvennero più o meno contemporaneamente (tutto ciò accadde nel 1919) - fu di minore importanza.

Nel medesimo anno studiai Einstein. Qui [nelle teorie di Einstein] c'era un atteggiamento completamente differente dall'atteggiamento dogmatico di Marx, Freud, Adler, equello ancora più dogmatico dei loro seguaci.. Einstein era alla ricerca di esperimenti cruciali, il cui accordo con le sue predizioni avrebbe senz'altro corroborato la sua teoria; mentre un disaccordo, come fu egli stesso a ribadire, avrebbe dimostrato che la sua teoria era insostenibile. Sentivo che era questo il vero atteggiamento scientifico. ERa completamente differente dall'atteggiamente dogmatico, che continuamente affermava di trovare “verificazioni" delle sue teorie preferite. Giunsi così, sul finire del 1919, alla conclusione che l'atteggiamento scientifico era l'atteggiamento critico, che non andava in cerca di verificazioni, ma bensì di controlli cruciali; controlli che avrebbero potuto CONFUTARE la teoria messa alla prova, pur non potendola mai confermare definitivamente.

Durante l'inverno 1919-1920 lasciai casa. Per un certo tempo lavorai gratuitamente presso la clinica di orientamento per bambini si Alfred Adler, e nello stesso tempo facevo anche lavori occasionali per i quali generalmente non venivo pagato.

Conseguii il mio "matura" nel 1922. Due anni più tardi superai un secondo "Matura" in un istituto di formazione per insegnanti. Una volta concluso il mio apprendistato come ebanista divenni, come ho già ricordato, assistente sociale per i bambini abbandonati. Proprio all'inizio di questo periodo sviluppai ulteriormente le mie idee a proposito della demarcazoine tra le teorie scientifiche (come quella di Einstein) e le teorie pseudoscientifiche (come quelle di Marx, Freud e Adler). Mi divenne chiaro che ciò che rende scientifica una teoria, o una proposizione è i suo potere di negare, o di escludere, l'occorrenza di certi eventi possibili - di proibire o di vietare, l'occorrenza di questi eventi. Pertanto, più una teoria proibisce, e più ci dice... Ciò che in particolar modo mi interessava era l'idea che il pensero dogmatico, che io consideravo prescientifico, fose una fase necessaria perché divenisse possibile il pensiero critico. Il pensiero critico deve avere dinanzi a sé qualcosa da criticare, e ciò deve essere, pensavo, il risultato del pensiero dogmatico.

Dirò qui due parole sul problema della demarcazione e sulla mia soluzione:

1. Così come lo affrontai all'inizio, il problema della demarcazione non era il problema di demarcar la scienza dalla metafisica, ma piuttosto il problema di demarcare la scienza dalla pseudoscienza. In quel tempo non mi interessava affatto la metafisica. Fu solo più tardi che estesi alla metafisica il mio “criterio di demarcazione".

2. Era questa, nel 1919, la mia idea principale. Se uno propone una teoria scientifica, deve essere in grado di rispondere, come fece Einstein, alla domanda: "Sotto quali condizioni dovrei ammettere che la mia teoria è insostenibile? In altre parole, quali fatti concepibili accetterei come confutazioni, o falsificazioni, della mia teoria?

3. Ero stato colpito dal fatto che i marxisti (la cui pretesa centrale era quella di essere scienziati sociali) e gli psicoanalisti di tutte le scuole potevano interpretare qualsiasi evento immaginabile come una verificazione delle loro teorie. Ciò mi portò, nitamente al mio criterio di demarcazione, all'idea che dovevano contare come "verificazioni" solo quei tentativi di confutazione che non fossero risultati QUA confutazioni

4. Sono ancora dello stesso parere per quanto concerne (2). Ma allorquando, un po' più tardi, introdussi a titolo di prova l'idea della falsificabilità (o controllabilità o confutabilità) di unateoria come criterio di demarcazione, ben presto mi accorsi che qualsiasi teoria può essere "immunizzata" contro la critica. Se ammettiamo questa immunizzazione, ogni teoria diventa allora infalsificabile. Pertanto dobbiamo escludere almeno qualche immunizzazione.

D'altro canto, mi resi anche conto che noi non dobbiamo escludere tutte le immunizzazioni, e nemmeno tutte quelle che introducono ipotesi ausiliarie, ad hoc. L'osservazione del movimento di Urano, ad esempio, avrebbe potuto essere considerata come una falsificazione della teoria di Newton. Fu perciò introdotta ad hoc l'ipotesi ausiliaria di un pianeta pià lontano, immunizzando in tal modo la teoria. Questa si rivelò una ipotesi felice, che l'ipotesi ausiliaria era controllabile, anche se difficile a controllarsi, e superò i controlli con successo.

Tutto ciò dimostra non solo che un certo grado di dogmatismo è fecondo, anche nella scienza, ma che inoltre, logicamente parlando, la falsificabilità, o controllabilità, non può essere considerata come un criterio troppo rigido. Come riepilogo, potrà essere utile mostrare, con l'aiuto di esempi, quanto siano vari i tipi di sistemi teorici sonnessi alla controllabilità (o falsificabilità) e alle procedure di immunizzazione:

(a) Ci sono teorie metafisiche di natura puramente esistenziale

(b) Ci sono teorie come le teorie psicoanalitiche di Freud, Adler e Jung, o come le credenze astrologiche (abbastanza vaghe)

(c) ci sono quelle che si potrebbero chiamare teorie "non sofisticate", come “Tutti i cigni sono bianchi" o la teoria geocentrica "Tutti gli astri ad eccezione dei pianeti hanno un moto circolare... Queste teorie sono falsificabili, benché le falsificazioni possano ovviamente essere eluse: l'immunizzazione è SEMPRE possibile. Ma l'eluderle sarebbe generalmente disonesto: consisterebbe cioè nel negare che un cigno nero sia un cigno, o che sia nero

(d) E' interessante il caso del marxismo. Come ho sottolineato nella mia Open Society, la teoria di Marx può considerarsi confutata dal corso degli eventi accaduti durante la Rivoluzione Russa. Per Marx i cambiamenti rivoluzonari cominciano alla base; vale a dire: i mezzi di produzione cambiano per primi, poi cambiano le condizioni sociali della produzione, quindi il potere politico, e infine le credenze ideologiche che sono le ultime a cambiare. Ma nella rivoluzione russa il primo a cambiare fu il poere politico, e quindi l'ideologia (dittatura più elettrificazione) cominciò cambiare le condizioni sociali e i mezzi di produzione dall'alto. Per eludere queta falsificazione, la reinterpretaizon della teoria marxiana della rivoluzione immunizzò questa stessa teoria contro ulteriori attacchi trasformandola nella toeria volgar-marxista (o socioanalitica), che ci dice che il "motivo economico" e la lotta di classe pervade la vita sociale.

(e) Ci sono teorie più astratte, come le teorie della gravitazione di Newton o di Einstein. Queste sono falsificabili - se non si rilevano ad es. le perturbazioni predette, o forse da un esito negativo degli esami coi radar. a nel loro caso una falsificazione prima facia PUO' essere elusa, non solo con immunizzazioni priva di interesse ma anche come nel tipo del caso Urano-Nettuno con l'introduzione di ipotesi ausiliarie controllabili, sì che il contenuto empirico del sistema - che consta della teoria originaria più le ipotesi ausiliarie - sia maggiore rispetto a quello del sistema originario. Ciò lo possiamo considerare come un aumento del contenuto informativo - come un caso di CRESCITA della nostra conoscenza. Naturalmente ci sono anche ipotesi ausiliarie che sono semplicemente delle mosse di immunizzazione elusive. Esse riducono il contenuto. Tutto ciò suggerisce la REGOLA METODOLOGICA di non tollerare alcuna manovra che riduca il contenuto.

Riscontrai che i miei amici ammiratori di Marx, Freud e Adler, erano colpiti da alcuni elementi comuni a queste teorie e soprattutto dal loro apparente POTERE ESPLICATIVO. Esse sembravano in grado di spiegare praticamente tutto ciò che accadeva nei campi cui si riferivano. Lo studio di una qulaunque di esse sembrava avere l'effetto di una conversione o rivelazione intellettuale, che consentiva di levare gli occhi su una nuova verità, preclusa ai non iniziati. na volta dischiusi in questo modo gli occhi, si scorgevano ovunque dell conferme: il mondo pullulava di VERIFICHE della teoria. Qualunque cosa accadesse, la confermava sempre. La sua verità appariva perciò manifesta; e, quanto agli increduli, si trattava chiaramente di persone che non volevano vedere la verità manifesta, che si rifiutavano di vederla, o perché era contraria ai loro interessi si classe, o a causa delle loro repressioni tuttora "non-analizzate" e reclamenti ad alta voce un trattamento clinico.

L'elemento più caratteristico di questa situazione mi parve il flusso incessante delle conferme, delle osservazioni , che "verificavano" le teorie in questione; e proprio questo punto veniva costantemente sottolineato dai loro seguaci. Un marxista non poteva aprire un giornale senza trovarvi in ogni pagina una testimonianza in grado di confermare la sua interpretazione della storia; non soltanto per le notizie, ma anche per la loro presentazione - rilevante i pregiudizi classisti del giornale - e soprattutto, naturalmente, per quello che NON diceva. Gli analisti freudiani sottlineavano che le loro teorie erano costantemente verificate dalle loro “osservazioni cliniche". Quanto ad Adler, restai molto colpito da un'esperienza personale. Una volta, nel 1919, gli riferii un caso che non mi sembrava particolarmente adleriano, ma che egli non trovò difficoltà ad analizzare nei termini della sua teoria dei sentimenti di inferiorità, pur non avendo nemmeno visto il bambino. Un po' sconcertato, gli chiesi come poteva essere così sicuro. "A causa della mia esperienza in mille casi simili" egli rispose; al che non potei trattenermi dal commentare: "E con quest'ultimo, suppongo, la sua esperienza vanta milleuno casi".

Mi riferivo al fatto che le sue precedenti osservazioni potevano essere state non molto più valide di quest'ultima; che ciascuna era stata a sua volta interpretata alla luce della “esperienza precedente", essendo contemporaneamente considerata come ulteriore conferma. Conferma di cosa, mi domandavo? Non certo più che del fatto che un caso poteva essere interpretato alla luce della teoria. Ma questo significava molto poco, riflettevo, dal momento che ogni caso concepibile poteva essere interpretato alla luce della teoria di Adler, o parimenti di quella di Freud.

Posso illustrare questa circostanza per mezzo di due esempi assai differenti di comportamento umano: quello di un uomo che spinge un bambino nell'acqua con l'intenzione di affogarlo; e quello di un uomo che sacrifica la propria vita nel tentativo di salvare il bambino. Ciascuno di questi casi può essere spiegato con la stessa facilità in termini freudiani e adleriani. Per Freud, il primo uomo soffriva di una repressione, per esempio di una qualche componente del suo complesso di Edipo, mentre il secondo uomo aveva raggiunto la sublimazione. Per Adler, il primo soffriva di sentimenti di inferiorità determinanti forse il bisogno di provare a se stesso che egli osava compiere un simile delitto, e lo stesso accadeva al secondo uomo, che aveva il bisogno di provare a se stesso di avere il coraggio di salvare il bambino. Non riuscivo a concepire alcun comportamento umano che non potesse interpretarsi in termini dell'una o dell'altra teoria. Era precisamente questo fatto -il fatto che dette teorie erano sempre adeguate e risultavano sempre confermate - ciò che agli occhi dei sostenitori costituiva l'argomento più valido a loro favore.

Cominciai a intravedere che questa loro apparente forza era in realtà il loro elemento di debolezza.

Nel caso della teoria di Einstein, la situazione era notevolmente diffrente. Si prenda un esempio tipico - la previsione einsteiniana, confermata proprio allora dai risultati della spedizione di Eddington. La teoria einsteiniana della gravitazoine aveva portato alla conclusione che la luce doveva essere attratta dai corpi pesanti come il sole, nello stesso modo in cui erano attratti i corpi materiali. Di conseguenza, si poteva calcolare che la luce proveniente da una lontana stella fissa, la cui posizione apparente fosse prossima al sole, avrebbe raggiunto la terra da una direzione tale da fare apparire la stella leggermente allontanata dal sole; o, in altre parole, si poteva calcolare che le stelle vicine al sole sarebbero apparse come se fossero un poco scostate dal sole e anche fra di loro. Si tratta di un fatto che non può normalmente essere ossevato, poiché quelle stelle sono rese invisibili durante il giorno dall'eccessivosplendore del sole: nel corso di un'eclissi è tuttavia possibile fotografarle. Se si fotografa la stessa costellazione di notte è possibile misurare le distanze sulle due fotografie, e controllare così l'effetto previsto.

Ora, la cosa che impressiona in un caso come questo è il RISCHIO implicito in una previsione del genere. Se l'osservazione mostra che l'effetto previsto è del tutto assente, allora la teoria risulta semplicemente confutata. Essa è INCOMPATIBILE CON CERTI POSSIBILI RISULTATI DELL'OSSERVAZIONE - di fatto con i risultati che tutti si sarebbero aspettati prima di Einstein. Si tratta di una situazione completamente differente da quella descritta, in cui emergeva che le teorie in questione erano compatibili con i più disparati comportamenti umani, cosicché era praticamente impossibile descrivere un qualsiasi comportamento che non potesse essere assunto quale verifica di tali teorie.

Queste considerazioni mi condussero, nell'inverno 1919-20, alle conclusioni che posso ora riformulare nel modo seguente.

1) E' facile ottenere delle conferme, o verifiche, per quasi ogni teoria - se quel che cerchiamo sono appunto delle conferme

2) Le conferme dovrebbero valere solo se sono il risultato di previsioni rischiose; vale a dire, nel caso che, non essendo illuninati dalla teoria in questione, ci saremmo dovuti aspettare un evento incompatibile con essa - un evento che avrebbe confutato la teoria.

3) Ogni teoria scientifica "valida" è una proibizione: essa preclude l'accadimento di certe cose. Quante più cose preclude, tanto migliore essa risulta

4) Una teoria che non può essere confutata da alcun evento concepibile non è scientifica. L'inconfutabilità di una teoria non è (come spesso si crede) un pregio, bensì un difetto.

5) Ogni CONTROLLO genuino di una teoria è un tentativo di falsificarla, o di confutarla. La controllabiltà coincide con la falsificabilità; vi sono tuttavia dei gradi di controllabilità: alcune teorie sono controllabili, o esposte alla ocnfutazione, più di altre; esse, per così dire, corrono rischi maggiori.

6) I dati di conferma non dovrebbero contare SE NON QUANDO SIANO IL RISULTATO DI UN CONTROLLO GENUINO DELLA TEORIA; e ciò significa che quest'ultimo può essere presentato come un tentativo serio, benché fallito, di falsificare la teoria. In simili casi parla ora di "dati corroboranti".

7) Alcune teorie genuinamente controllabili, dopo che si sono rivelate false, continuano ad essere sostenute dai loro fautori - per esempio con l'introduzione ad hoc, di qualche assunzione ausiliare, o con la reinterpretazione ad hoc della teoria, in modo da sottrarla alla confutazione.

Una procedura del genere è sempre possibile, ma essa può salvare la teoria dalla confutazione solo al prezzo di distruggere, o almeno pregiudicare, il suo stato scientifico. Ho descritto in seguito una tale operazione di salvataggio come una "MOSSA" o "STRATAGEMMA CONVENZIONALISTICO". Si può riassumere tutto questo dicendo che IL CRITERIO DELLO STATO SCIENTIFICO DI UNA TEORIA E' LA SUA FALSIFICABILITA', CONFUTABILITA' O CONTROLLABILITA'.

Posso esemplificare ciò che ho detto ricorrendo alle diverse teorie fin qui ricordate. La teoria einsteiniana della gravitazione soddisfaceva chiaramene il criterio della falsificabilità. Anche se gli strumenti di misura dell'epoca non consentivano di pronunciarsi con assolutacertezza sui risultati dei controlli, susisteva tuttavia, chiaramente, la possibilità di confutare la teoria.

L'astrologia, invece, non superava il controllo. Gli astrologi erano ta,mente colpiti, e fuorviati, da quelli che ritenevano dati corroboranti, che restavano del tutto indifferenti di fronte a qualsiasi prova contraria. Inoltre, rendendo le loro interpretazioni e profezie abbastanza vaghe, erano in grado di eliminare tutto ciò che avrebbe potuto costituire una confutazione della teoria, se quest'ultima e le profezie fossero state più precise. Per evitare la falsificazione delle loro teorie, essi ne distrussero la controllabilità. E' un tipico trucco degli indovini predire gli eventi in modo così vago che difficilmente le predizioni possono risultare false, ed esse diventano per ciò inconfutabili.

La teoria marxista della storia, nonostante i seri tentativi di alcuni dei suoi fondatori e seguaci, finì per adottare queta tecnica divinatoria. In alcune delle sue prime formulazioni, per esempio nell'analisi marxiana della "incombente rivoluzioine sociale", le previsioni erano controllabili, e di fatto furono falsificate. Tuttavia, invece di prendere atto delle confutazioni, i seguaci di Marx reinterpretarono sia la teoria che i dati per farli concordare. In questo modo essi salvarono la teoria dalla confutazione; ma poterono farlo al prezzo di adottare un espediente che la rendeva inconfutabile. In tal modo essi imposero una "mossa convenzionalistica" alla teoria e con questo stratagemma eliminarono la sua conclamata pretesa di possedere uno stato scientifico.

Le due teorie psicanalitiche appartenevano a un genere diveso. Esse semplicemente non erano controllabili, erano inconfutabili. Non c'era alcun comportamento umano immaginabile che potesse contraddirle. Ciò non significa che Freud e Adler non vedessero correttamente certe cose: personalmente, non ho dubbi che molto di quanto essi affarmano ha una considerevole importanza, e potrà svolgere un suo ruolo, un giorno, in una scienza psicologica controllabile. Ma questo non significa che le "osservazioni cliniche", che gli analisti ingenuamente considerano come conferme delle loro teorie, di fatto confermino queste ultime più di quanto facessero le conferme quotidiane riscontrate dagli asrologi nella loro pratica.

Le "osservazioni cliniche" al pari di tutte le altre, sono INTERPRETAZIONI ALLA LUCE DI TEORIE; e soltanto per questo si prestano ad apparire favorevoli alle teorie nella cui prospettiva furono interpretate. Ma un effettivo rinforzo delle teorie può ottenersi soltanto da ossevazioni intraprese come ocntrolli mediante "tentativi di confutazione"; e a tale scopo devono introdursi prima di ogni altra cosa dei CRITERI DI CONFUTAZIONE: si deve convenire quali situazioni osservabili, se effettivamente riscontrate, indicano che la teoria è confutata. Ma di fronte alla sicurezza soddisfatta di sé dell'analista, quale responso clinico potrà confutare, non solo una diagnosi analitica particolare, ma la psicanalisi stessa? E dei criteri siffatti sono mai stati discssi o concordati dagli analisti? Non vi è forse, al contrario, un'intera classe di concetti analitici, quali la “ambivalenza" (non voglio dire con ciò che non esista una cosa del genere), capace di rendere difficile, se non impossibile, un accordo su tali criteri?

Inoltre, quali progressi si sono compiuti nell'accertamento dell'influenza esercitata sulle "risposte cliniche" del paziente , dalle aspettative (consapevoli o meno) e dalle teorie con cui opera l'analista? Per non dire dei conssapevolitentativi di influenzare il paziente proponendogli delle interpretazioni, ecc. Anni or sono introdussi l'espressione "effetto di Edipo" per descrivere l'influena che una teoria, un'aspettazione, o una previsione, esercitano sull'EVENTO PREVISTO o descritto; si ricorderà che la concatenazione causale culminante nel parricidio di Edipo aveva preso avvio dalla predizione di tale evento fatta dall'oracolo. E' questo n tema caratteristico e ricorrente di tali miti, che pare tuttavia sia sfuggito all'interesse degli analisti, forse per ragioni non accidentali. Il problema dei sogni probanti suggeriti dagli analisti è discusso da Freud, per esempio in GESAMMELTE SCHRIFTEN, Wien, Internationaliter Psychoanalystischer Verlag, 1925, vol. III, p. 314, ove egli scrive: "se qualcuno sserisce che la maggior parte dei sogni utilizzabili in un'analisi... deve la propria origine alla suggestione [dell'analista], non si può sollevare alcuna obiezione dal punto di vistadella teoria analitica.

Eppure-aggiunge Freud sorprendentemente - non vi è nula di questa circostanza che sminuisca l'attendibilità dei nostri risultati".

Quanto all'epica freudiana dell'Io, del Super-Io e dell'Es, non si può avanzare nessuna pretesa ad un suo stato scientifico, più fondatamente di quanto lo si posa fare per l'insieme delle favole omeriche dell'Olimpo. Queste teorie descrivono alcuni fatti, ma alla maniera dei miti. Esse contengono delle suggestioni psicologiche assai interessanti, ma in una forma non suscettibili di controllo.

Nel medesimo tempo mi resi conto che questi miti potevano essere sviluppati e diventare controllabili; che, da un punto di vista storico, tutte - o quasi tutte - le teorie scientifiche derivano dai miti, e che un mito può contenere importanti anticipazioni delle teorie scientifiche. Esempi al riguardo sono la teoria dell'evoluzione per prova ed errore di Empedocle, o il mito parmenideo dell'universo statico e immutabile in cui non accade mai nulla e che, se vi aggiungiamo un'altra dimensione, diventa l'universo statico di Einstein, in cui pure non accade mai nulla, in quanto ogni cosa è, dal punto di vista quadridimensionale, determinatae stabilita fin dal principio. Compresi così che se si riscontra che una teoria non è scientifica, o che è "metafisica", come potremmo dire, non si stabilisce con ciò che essa è priv d importanza , o insignificante, o "priva di significato", o "insensata".

Vale ad illustrare questo punto il caso dell'astrologia, che è oggi una tipica pseudoscienza. Essa fu attaccata dagli aristotelici e da altri razionalisti, fino ai tempi di Newton, per una ragione sbagliata; in quanto asseriva, cosa oggi accettata, che i pianeti esercitano una "nfluensa" sugli eventi terrestri (sublunari"). Di fatto, la teoria gravitazionale di Newton, e specialmente la teoria che le maree sono determinate dalla luna, dal punto divista storico, fu una filiazione della tradizione astrologica. Newton pare fosse estremamente riulttante ad adottare una teoria che derivava dallo stesso repertorio in cui si trovava, per esempio, la tesi secondo cui le epidemie di "influenza" dipendono da un "influsso" degli astri. E Galileo, senza dubbio proprio per la stessa ragione, respinse la teoria lunare delle maree; e le sue perplessivà circa l'opera di Keplero possono facilmente ricondursi alla diffidenza che egli ntriva per l'astrologia.

Essa [l'astrologia] non può tuttavia pretendere di essere sostenuta da prove empiriche nel senso scientifico - anche se può certo essere, in una qualche accezione generica, il "risultato di osservazioni".

Ci sono state una gran quantità di altre teorie di questo tipo prescientifico o pseudoscientifico, alcune delle quali, purtroppo, influenti quanto l'interpretazione marxista della storia; per esempio, l'interpretazione razzistica della storia - che è un'altra di quelle teorie suggestive e che spiegano tutto, capaci di agire come una rivelazione sulle menti facilmente influenzabili. Pertanto, il problema che cercai di risolvere proponendo il criterio di falsificabilità non era né una questione di presenza di significato, o di sensatezza, né riguardava la verità o l'accettabilità. Il problema era quello di tracciare una linea, pre quanto possibile, tra le asserzioni, o i sistemi di asserzioni, delle scienze empiriche, e tutte le altre asserzioni - sia di rio religioso o metafisico, che, semplicemente, di tipo pseudoscientifico. Alcuni anni dopo - deve essere stato nel 1928 o nel 1929 - denominai questo mio promo problema il PROBLEMA DELLA DEMARCAZIONE. Il criterio di falsificabilità costituisce una soluzione a questo problema della demarcazione, poiché esso afferma che le asserzioni o i sistemi di asserzioni, per essere ritenuti scientifici, devono poter risultare in conflitto con osservazioni possibili o concepibili.

E' forse opportuno che io accenni qui a un punto in cui concordo con la psicanalisi. Gli psicanalisti asseriscono che i nevrotici, e anche altri, interpretano il mondo conformemente a uno schema personale che non viene abbandonato facilmente, e che può spesso essere fatto risalire alla prima infanzia. Un modello, o schema, acquisito assai presto nella vita viene preservato, e ogni nuova esperienza è interpretata nei termini di questo schema; come se lo verificasse, per così dire, rafforzandone la rigidità. E' questa una descrizione di quello che ho denominato atteggiamento dogmatico, distinto dall'atteggiamento critico, che condivide col primo la pronta adozine di uno schema di aspettazioni - un mito, magari, o una congettura o ipotesi - ma che è pronto altresì a modificarlo, a correggerlo, e anche a disfarsene. Sono incline a supporre che la maggior parte delle nevrosi possono ricondursi a un arresto parziale nello sviluppo dell'atteggiamento critico; a un dogmatismo fissato, piuttosto che naturale; alla resistenza opposta alle esigenze di modificazione e correzioni di certe interpretazioni e risposte schematiche. Tale resistenza, può forse spiegarsi a sua volta, in alcuni casi, come conseguenza di una lesione o di uno shock che determinano paura e un maggior bisogno di sicurezza o certezza, come aviene nel caso di una ferita a un arto, che ci rende timorosi di muoverlo, tanto che si irrigidisce.

Si potrebbe anche asserire che il caso dell'arto, non soltanto è analogo alla risposta dogmatica, ma ne costituisce un esempio. La spiegazone di ogni caso concreto dovrà tener conto della portata delle difficoltà insite nella realizzazione delle necessarie modificazioni - difficoltà che possono essere considerevoli, soprattuto in un mondo complesso e mutevole: sappiamo da esperimenti sugli animali che diversi gradi di comportamento nevrotico possono essere determinati a piacere, variando in modo corrispondente le difficoltà.

L'atteggiamento dogmatico... è chiaramente in rapporto con la tendenza a VERIFICARE le nostre leggi, o schemi, cercando di applicarli e di confermarli, anche a costo di ttrascurare le confutazioni, mentre l'atteggiamento critico è pronto a cambiarli, a controllarli, a confutarli e a FALSIFICARLI, se possibile. Ciò suggerisce fhe è possibile identificare l'atteggiamento critico con l'atteggiamento scientifico, e l'atteggiamento dogmatico con quello che abbiamo descritto come peudoscientifico.

L'atteggiamento critico, la tradizione della libera discussine delle teorie al fine di scoprirne i lati deboli, per poterle migliorare, è l'atteggiamento stesso della ragionevolezza, della razionalità. Esso si avvale ampiamente , sia degli argomenti verbali, sia dell'osservazione - di questa, in ogni caso, a profitto dei primi. La scoperta greca del metodo critico diede origine dapprima all'erronea speranza che esso avrebbe consentito di risolvere tutti i grandi problemi in attesa di soluzoine; cheavrebbe stabilito la certezza; che ci avrebbe aiutato a PROVARE le nostre teorie e a GIUSTIFICARLE. Questa speranza era tuttavia un residuo del modo di pensare dogmatico: in effetti, nulla può essere giustificato o provato fuori che nella matematica e nella logica. La richiesta di dimostrazioni razionali nella scienza testimonia l'incapacità di conservare la distinzione fra l'ampio dominio della razionalità e il ristretto campo della certezza razionale: si tratta di una richiesta insostenibile e irragionevole.

Nondimeno, il ruolo degli argomenti logici, del ragionamento logico deduttivo, resta fondamentale per l'atteggiamento critico; non in quanto ci consenta di provare le nostre teorie, o di inferirle da asserzioni osservative, ma perché solo attraverso il ragionamento puramente deduttivo ci è possibile scoprirne le implicazioin e criticarle perciò effettivamente. La critica, ho affermato, è un tentativo di trovare i punti deboli di una teoria, e questi, generalmente, si trovano solo nelle conseguenze logiche più remote che se ne possono derivare. E' per questo aspetto che il puro ragionamento logico svolge un ruolo importante nella scienza.

 

 

SECONDA SERIE DI RIFLESSIONI

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La scoperta e l'approfondimento tra teorie scientifiche e teorie non scientifiche accadde nel 1919, quando varie teorie psicologiche e politiche, che pretendevano lo status di scienze empiriche, cominciarono ad apparirmi sospette, soprattutto la “psicanalisi" freudiana, la "psicologia individuale" di Adler e l'"interpretazione materialistica della storia" di Marx. Mi sembrava che tutte queste teorie venissero sostenute in maniera ACRITICA. Si schieravano in loro difesa moltissimi argomenti, ma critiche e controargomenti venivano guardati con ostilità, come sintomi di un volontario rifiuto ad ammettere la volontà manifesta; ed erano perciò, affrontati con ostilità piuttosto che con argomenti.

Ciò che trovai così sorprendente, e così pericoloso, nei riguardi di queste teorie er l'affermazione che esse erano "verificate" o "confermate" da n flusso incessante di evidenza osservativa. E, invero, una volta aperti gli occhi, si potevano scorgere ovunque delgi esempi che le verificavano. Un marxista non poteva guardare un giornale senza trovare in ogni pagina, dagli articoli di fondo alle inserzioni pubblicitarie, delle testimonianze che verificavano la lotta di classe; e letrovava anche, e soprattutto, in ciò che il giornale non dicev. E uno psicanalista, sia freudiano sia adleriano, avrebbe detto sicuramenteche trovava le sue teorie verificate ogni giorno, addirittura ogni ora, dalle sue osservazioni cliniche,

Ma queste teorie erano controllabili? Queste analisi erano veramente meglio controllate, diciamo, degli oroscopi frequentemente "verificati" degli astrologi? Quale evento concepibile le falsificherebbe agli occhi dei loro seguaci? Non costituiva forse ogni evento concepibile una "verifica"? Era precisamente questo fatto - il fatto che esse fossero sempre adeguate, che fossero sempre “verficate" - a impressionare i loro seguaci. Cominciava a farsi strada nella mia mente l'idea che questa apparente forza fosse in realtà una debolezza, e che tutte queste "verifiche" fossero troppo disponibili per poter contare come argomenti.

Il METODO DELLA RICERCA DI VERIFICHE mi sembrava errato - mi sembrava, in realtà, il tipico metodo di una pseudo-scienza. Mi resi conto della necessità di distinguere, con tutta la chiarezza possibile, questo metodo dall'altro - il metodo consistente nel controllare il più severamente possibile una teoria, cioè il metodo della critica, il METODO DELLA RICERCA DI ESEMPI CHE LA FALSIFICANO.

Il metodo della ricerca di verifiche non era soltanto acritico: incoraggiava altresì un atteggiamento acritico sia nell'espositore che nel lettore. Esso minacciava, in questo modo, di distruggere l'atteggiamento della razionalità, dell'argomentazione critica.

Freud era di gran lunga il più lucido e persuasivo tra gli espositori delle teorie di cui sto parlando. Ma qual era il suo metodo di argomentazione? Egli proponeva esempi, li analizzava, e mostrava che si adattavano alla sua teoria, o che la sua teoria si poteva descrivere come una generalizzazione dei casi analizzati. A volte, faceva appello ai suo lettori perché rimandassero le loro critiche, e dichiarava che avrebbe risposto a tutte le critiche ragionevoli in un'occasoine successiva. Ma quando considerai un po' più da vicino un certo numero di casi importanti, scoprii che le risposte non arrivavano mai. Tuttavia, fatto abbastnza strano, molti lettori si ritenevano soddisfatti.

Per mostrare che queste non sono semplici affermazioni o vuote accuse, le sostanzierò dettagliatamente con un'analisi della discussione di Freud delle tesi fondamentali del suo grande librp, L'INTERPRETAZIONE DEI SOGNI, a ragione considerato, da lui e da altri, il suo lavoro più importante. IL SUO APPROCCIO ERA CRITICO?

Lo scopo di questo paragrafo è di mostrare, mediante l'analisi di un caso famoso, che il problema della demarcazione non consiste soltanto nel classificare le teorie in scientifiche e non-scientifiche, ma che urge una soluzine in vista di una valutazione critica delle teorie scientifiche, o presunte tali. Ho scelto, a questo scopo, il grande lavoro di Freud, L'INTERPRETAZIONE DEI SOGNI, per due ragioni. In primo luogo, perché i miei tentativi di analizzare le argomentazoin hanno avuto un considerevole ruolo nello sviluppo delle mie idee sulla demarcazione. In secondo luogo perché malgrado molti gravi difetti, alcuni dei quali cercherò quidi esporre, esso contiene, al di là di ogni ragionevole dubbio, una grande scoperta. QUantomeno, sono convinto che esista un mondo dell'inconscio, e che le analisi dei sogni esposte da Freud nel suo libro siano fondamentalmente corrette, anche se indubbiamente incomplete (come lo stesso Freud mette in chiaro) e, necessariamente, alquanto unilaterali. Dico “necessariamente" perché persino la "pura" osservazione non è mai neutra - è il risultato necessario di un'interpretazione. (Le osservazioni vengono sempre raccolte, ordinate, decifrate, vlautate, alla luce delle nostre teorie. In parte per queste ragioni, le osservazioni tendono a sostenere le nostre teorie.

Questo sostegno è di poco o nessun valore, a meno che non adottiamo consapevolmente un atteggiamento critico e cerchiamo confutazioni, piuttosto che "verifiche", delle nostre teorie.) Ciò che vale persino per le osservazioni più distaccate varrà anche per l'interpretazione dei sogni.

Ciò che mi propongo di fare in questo paragrafo è di analizzare il modo in cui Freud argomenta a sostegno della sua tesi centrale ne L'INTERPRETAZIONE DEI SOGNI.

Lo scopo principale di Freud, in questo libro, è "dimostrare che i sogni rivelano... palesemente il loro carattere di appagamento di un desiderio".

Freud introdusse, accanto alla idea principale riguardo il significato del sogno, "allo scopo di spiegare i sogni di ritorno a una stuazione traumatica, il concetto di 'tentativo' di appagamento di un desiderio, 'ma senza considerarlo', scrive Wisdom, 'come alcunché di essenzialmente nuovo". Popper richiama anche il riferimento di Wisdom "alla spiegazione freudiana dei 'sogni penosi' con l'appagamento di DESIDERI DI PUNIZIONE, come indicato nell'INTRODUZIONE ALLO STUDIO DELLA PSICOANALISI e in AL DI LA' DEL PRINCIPIO DEL PIACERE"

Freud è, naturalmente, consapevole del fatto che esiste un'obiezione più che ovia a questa teoria - l'esistenza di incubi e di SOGNI D'ANGOSCIA; egli tuttavia respinge questa obiezione. "Effettivamente", scrive Freud in un brano in cui formula ciò che costituirà il nostro problema principale in questa sede, “proprio i sogni di angoscia sembrano non consentire la generalizzazione assiomatica dell'asserto, basato sugli esempi da noi addotti nel precedente capitolo, che i sogni siano appagamenti di desideri; sembrano anzi autorizzare a definire assurda tale tesi. Eppure NON E' MOLTO DIFFICILE controbattere a queste obiezioni" [il corsivo è di Popper]. Il metodo per controbattere quete obiezioni, egli spiega, consiste nel mosrare che ciò che in APPARENZA (nel suo “contenuto manifesto") sembra un sogno d'angoscia, è in REALTA', (nel suo “contenuto LATENTE") L'APPAGAMENTO DI UN DESIDERIO. Questo conduce Freud ad una lievissima "modificazione" della sua tesi principale circa "la natura essenziale dei sogni", che egli formula come segue: "IL SOGNO E' L'APPAGAMENTO (MASCHERATO) DI UN DESIDERIO (REPRESSO, RIMOSSO)".

La tesi prncipale di Freud è strettamente connessa ad un'altra tesi fondamentale: cioè “la funzione" di un sogno o, comunque, la sua funzione "normale", è di essere un GUARDIANO del sonno contro i disturbi; anche se, a volte può dover, altresì, “comparire in veste di DISTURBATORE del sonno".

Freud riafferma ripetutamente il suo programma di rivelare il contenuto latente di ogni sogno d'angoscia come appagamento di desiderio. Il programma viene dunque riaffermato, ad es. a p. 498 [de L'INTERPRETAZIONE DEI SOGNI], e ancora più dettagliatamente a pag. 505, dove leggiamo: "Non è dunque DIFFICILE riconoscere che i sogni spiacevoli e quelli angosciosi sono appagamenti di desiderio dal punto di vista della nostra teoria, allo stesso modo dei puri sogni di soddisfazione" [corsivo di Popper]. TUTTAVIA FREUD NON PORTA MAI A TERMINE IL SUO PROGRAMMA; E ALLA FINE LO ABBANDONA DEL TUTTO - senza, però, dirlo esplicitamente. La prova di questa affermazione è la seguente.

Freud inizia presto, nel suo libro, a discutere "i frequentissimi sogni di questo tipo - che sembrano contraddire direttamente la mia teoria"

La discussione dei "sogni penosi" continua alle pp. 503-506... Incidentalmente sono dispostissimo a credere all'ipotesi di Freud (p. 160) che alcuni dei suoi pazienti soddisfacessero, nei loro sogni, il DESIDERIO di confutre la teoria di Freud. E tuttavia, con questa ipotesi ci avviciniamo pericolosamente a uno stratagemma convenzionalista, come cercherò di mostrare.

Ben presto abbiamo il sentore che il programma di ridurre i sogni d'angoscia a quelli di appagamento potrebbe non rimanere altro che un sogno inappagato di desiderio; giacché a pagina 163 apprendiamo che nei SOGNI D'ANGOSCIA, L'ANGOSCIA DEV'ESSERE SEPARATA DAL SOGNO al cui contenuto essa è "soltanto saldata". A pag 226, apprendiamo che l'angoscia "ha ilsignificato di un sintomo nevrotico”. Quando è così NOI CI TROVIAMO AL PUNTO LIMITE IN CUI LA TENDENZA ONIRICA ALL'APPAGAMENTO DI UN DESIDERIO FALLISCE". Così, dopotutto, c'è un limite. A pag. 525, Freud stesso diventa consapevole del fatto che fin qui egli ha soltanto eluso il problema di ridurre i sogni di angoscia a sogni di appagamento: "Penso naturalmente" egli scrive "al sogno d'angoscia, e per non dar l'impressione di evitare ogni volta che l'incontro questo teste d'accusa della teoria dell'appagemento di desiderio, intendo accostarmi, almeno pre cenni, alla sua spiegazione". Ma i cenni sono insoddisfacenti; per lo meno, non soddisfano Freud. Infatti, dopo due pagine dalle quali non emerge, riguardo al nostro problema, niente di più illuminante di una ripetizione della vecchia affermazione secondo cui "che un processo psichico il quale sviluppa angoscia possa essere cionostante l'appagamento di un desiderio. è nozione che non presenta più per noi, da molto tempo, alcunché di contraddittorio", Freud abbandona completamente il tentativo. Infine, a pag. 527, ci dice che l'intera questione dei sogni d'angoscia cade "completamente fuori del quadro psicologico della formazione del sogno. Se il nostro argomento [la teoria dei sogni] non fosse congiunto, tramite questo particolare momento della liberaizone dell'INC durante il sonno, con l'argomento dello sviluppo d'angoscia, POTREI RINUNCIARE ALLA DISCUSSIONE DEL SOGNO D'ANGOSCIA, RISPARMIANDOMENE IN QUESTA SEDE TUTTE LE RELATIVE OSCURITA'". Nel 1911, ma non nelle edizioni successive, Freud rriassunse la sua elaborata, anche se solo mplicita e apparentemente inconscia, sconfessione del suo programma in un'unica frase: "Vorrei ribadire che langoscia nei sogni è un problema dell'angoscia e non un problema del sogno".

In un saggio del 1923, dice Popper, "si può trovare un'asserzine del tutto inequivocabile (che, però, non contiene il termine 'angoscia', ma, in sua vece, il termine 'nevrosi traumatica') secondo cui alcuni sogni d'angoscia non sono appagamenti di desiderio, ma 'sono le sole GENUINE eccezioni". In Introduzione allo studio della psicanalisi egli commenta "non ricorrerò al detto che l'eccezine conferma la regola"

Nelle quattro pagine seguenti, Freud discute, e in parte analizza, tre sogni d'angoscia. Il suo scopo non è più di provare che essi sono appagamenti di desideri, ma soltanto di sostenere la sua affermazione "che l'angoscia nevrotica ha origine sessuale".QUesto, chiaramente, implica che l'angoscia sia legata a certi DESIDERI. Ma non giustifica l'inferenza che tutti i sogni d'angoscia debbano avere il carattere di APPAGAMENTI di desiderio. (questa erronea inferenza sembra essere stata tratta da alcuni lettori di Freud; ma si dovrebbe notare che lo stesso Freud si limita a suggerireche il primo dei tre sogni può essere stato IN PARTE, un APPAGAMENTO di desiderio, e che non suggerisce niente del genere in relazione al secondo e al terzo sogno). E' chiaro che il motivo per cui Freud non porta a termine il suo programma origina,e di mosrare (mediante analisi dettagliate come quelle che è solito offrire) che tutti i sogni di angoscia sono appagamenti di desideri, è che, alla fine, non vi crede più. Così il sogno d'angoscia diventa un problema d'angoscia: esso ora "fa parte della psicologia delle nevrosi" piuttosto che della teoria dei sogni, vale a dire, della eoria dell'appagameto di desiderio. Dovrei essere l'ultimo a criticare un tale cambiamento di idee. Ma il cambiamento non è una correzione consapevole, né l'ammissione di un errore. Al contrario, nove anni dopo aver scritto questi brani Freud aggiunse alla pagina 141 in cui introduceva per la prima volta il suo programma di riduzione dei sogni di angoscia a sogni di appagamento, un aspro rimprovero "ai lettori e ai critici di questo libro". Egli li accusa di non riuscire a concordare con la sua tesi che tutti i sogni, compresi quelli d'angoscia, sono appagamenti di desideri, e anche di non riuscire a capire i suo programma (abbandonato anni prima, anche se solo alla fine del libro) secondo il quale "i sogni d'angoscia, una volta interpretati, possono rivelare il loro carattere di appagamento di un desiderio". "E' incredibile – scrive Freud - l'ostinazione con cui lettori e criti di questo libro tralasciano questa considerazione e trascurano la distinzione fondamentale tra contenuto onirico manifesto e latente".

Si vedano anche le osservazioni sui "critici profani" nella quattordicesima lezione di “Introduzione allo studio della psicanalisi"

Orbene, per quanto mi riguarda il punto essenziale non è tanto che, come dato di fatto, non furono i lettori e i critici ad essere ostinati; che difficilmente lettori e critici non potevano riuscire a scorgere il problema dei sogni d'angoscia; e che avevano perfettamente ragione ad essere insoddisfatti nel sentirsi dire, prima, che la riduzione dei sogni d'angoscia a sogni di appagamento non presentava "grandi difficoltà" e nello scoprire poi, alla fine che questa riduzione non era stata neppure tentata, bensì liquidata in quanto non era "un problema del sogno". Vorrei criticare, piuttosto, il modo con cui Freud respnse le critiche.

Si veda anche la nota in cui Freud rileva la "scarsa coscienziosità" dei suoi critici suggerendo che essi siano mossi dalle loro "tendenze aggressive" quando attribuiscono alla "psicoanalisi" la dottrina che "tutti i sogni hanno un contenuto sessuale". Ma forse che Otto Rank - che, come spiega Freud, affermava proprio questo - non apparteneva alle schiere della "psicoanalisi"?

Sono, in realtà, convinto che Freud avrebbe potuto enormemente migliorare la sua teoria se il suo atteggiamento nei confronti della critica - nei confronti soprattutto, della "CRITICA DISINFORMATA", come gli psicanalisti amano chiamarla - fosse stato diverso. E, tuttavia, non può esserci dubbio che Freud fosse assai meno dogmatico della maggior parte dei suoi seguaci, che tendevano a fare della nuova teoria una religione, completa di martiri, di eretici, e di scismi, e che consideravano ogni critico come un nemico - o almeno come una persona “disinformata" (che aveva bisogno, cioè, di essere analizzata).

Questo atteggiamento di autodifesa è in carattere con l'atteggiamento di ricercare verifiche; di trovarle ovunque in abbondanza; di rifiutare di ammettere che certi casi non si adattano alla teoria (e, al tempo stesso, di respingerli in quanto sono "non un problema del sogno, ma un problema dell'angoscia" - un vero tipico "stratagemma convenzionalista".

Una volta adottato questo atteggiamento, OGNI CASO CONCEPIBILE DIVENTERA' UN ESEMPIO DI VERIFICA. Illustrai questa circostanza, nel 1919, con il seguente esempio di due casi radicalmente opposti di comportamento. Un uomo spinge un bambino nell'acqua con l'intenzione di affogarlo; e un altro sacrifica la propria vita nel tentativo di salvarlo. Ognuno di questi casi completamente diversi può essere facilmente spiegato in termini freudiani - e, incidentalmente, anche in termini adleriani. Per Freud, il primo uomo soffriva di una repressione (per esempio, di qualche componente del suo complesso di Edipo), mentre il secondo aveva raggiunto la sublimazione. (E, come scrisse una volta lo psicanalista S.

Bernfeld, la psicanalisi può prevedere che un uomo reprimerà o sublimerà, ma non può dire se farà l'uno o l'altro). Per Adler, il primo uomo soffriva di un senso di inferiorità (che determinò, forse, il bisogno diprovare a se stesso che egli osava commettere un crimine); e lo stesso accadeva al secondo uomo (il cui bisogno era di provare a se stesso di avere il coraggio di rischiare la propria vita). Non riesco a concepire nessun esempio di comportamento umano che non potrebbe interpretarsi nei termini dell'una o dell'altra teoria e che non potrebbero entrambe assumere come una "verifica".

[Aggiunto nel 1980] Credo, attualmente, che l'ultima frase del paragrafo precedenre sia troppo forte. Come mi ha fatto notare Bartley, ci sono certi tipi di comportamento possibile che sono incompatibili con la teoria freudiana-che sono, cioè, esclusi dalla teoria freudiana. Quindi la spiegazione freudiana della paranoia in termini di omosessualità repressa sembrerebbe escludere la possibilità di un'omosessualità attiva in un individuo paranoico. Ma ciò non fa parte della teoria basilare che stavo criticando. Inoltre, Freud potrebbe dire che ogni omosessuale attivo apparentemente paranoico non è REALMENTE paranoico, o che non è COMPLETAMENTE attivo.

Si può mostrare dettagliatamente che tali casi radicalmente opposti sono stati in effetti interpretati come delle verifiche, analizzando il modo in cui Freud tratta certe obiezioni alla sua teoria. Ne L'INTERPRETAZIONE DEI SOGNI Freud accenna ai "frequentissimi sogni di questo tipo - che sembrano contrddire direttamente la mia teoria, avendo essi per contenuto lo scacco di un desiderio oppure qualche cosa di palesemente indesiderabile". Un gruppo di questi "sogni di controdesiderio", come egli li definisce, possono venire spiegati, a suo dire, come sogni che appagano il desiderio di un paziente che la teoria di Freud possa essere errata. (Ne esiste anche un altro gruppo che qui non ci riguarda.)

Perciò l'apparente falsificazione si risolve in una "verificazione". Ma che dire di un caso radicalmente opposto, quello di un paziente i cui sogni vengono sognati allo scopo di compiacere l'analista e di confermarlo, anziché di confutarlo? Questi "sogni compiacenti" (come Freud a volte li chiama) costituiscono, naturalmente, anche delle verifiche; infatti essi sono appagamenti di desideri nello stesso identico modo in cui lo erano gli altri.

I "sogni compiacenti" o "sogni accondiscendenti" - sono fatti per compiacere o accondiscendere all'analista confermando la sua teoria - sono descritti e discussi da Freud alle pp. 312-314 di Ges. schriften, III. Cfr. anche la ventisettesima e ventottesima lezione di INTRODUZIONE ALLO STUDIO DELLA PSICOANALISI.

Un atteggiamento più critico nei confronti di questi "sogni compiacenti" sarebbe questo. Essi (come dice lo stesso Freud) sono dovuti a una suggestione da parte dell'analista - al fatto che l'analista ha imposto le sue idee a n paziente suggestionabile. Non dovremmo allora, prendere in seria considerazoine la possibilità che alcune altre "verifiche cliniche" di cui amano parlare gli analisti, o in realtà tutte queste verifiche, siano dovute ad un meccanismo di questo genere? E la semplice possibilità di tale meccanismo non invalida queste “verifiche"?

Freud inizia così la discussione: "L'analista rimarrà forse, sulle prime, estremamente turbato, quando gli viene inizialmente ricordata questa possibilità" - quella, cioè, di influenzare in questo modo il paziente. Questo è un rilievo interessante: “l'analista", come Freud, rimane turbato perché si rende conto che tutto il suo edificio di "verifiche cliniche" rischia di crollare. Ma l'angoscia dell'analista scompare non appena gli viene detto che è soltanto "lo scettico" a ricordargli questa spaventosa possibilità: "Lo scettico potrebbe dire che queste cose compaiono nei sogni perché chi sogna sa che deve produrle - che l'analista se le aspetta, scrive Freud, e aggiunge: "L'analista stesso la penserà, e con giusta ragione, in altro modo"

La penserà senza dubbio in altro modo. Ma perché "con giusta ragione"? Non si dà alcuna giustificazione di questo. Al contrario, quando, tre pagine dopo, lo scettico ricompare per l'ultima volta - chiamato, adesso qualcuno" - anche lo stesso Freud non può più "pensarla in altro modo"; ora, infatti, egli scrive: "Se qualcuno dovesse sostenere che la maggior parte dei sogni di cui ci si può avvalere in un'analisi sono, in effetti, sogni compiacenti prodotti per suggestione [dell'analista], ALLORA NON SI POTREBBE DIRE NULLA CONTRO QUESTA OPINIONE DAL PUNTO DI VISTA DELLA TEORIA ANALITICA. In questo caso, non devo far altro che riferirmi alle considerazioni contenute nelle mie LEZIONI INTRODUTTIVE dove... si mostra quanto poco l'attendibilità dei nostri risultati venga compromessa da una comprensione dell'effetto della suggestione nel nostro senso".

Il riferimento è al punto 4 della quindicesima leione della INTRODUZIONE ALLO STUDIO DELLA PSICOANALISI che, nella migliore delle ipotesi, fornisce come risposta un argomento ciriolare, e all'ultima (lezione ventotto) che fornise un'argomentazione che non mostra niente di più del fatto che alcuni degli assunti più generali dell'analisi sono sostenuti da un'evidenza indipendente, cosicché non tutti possono essere dovuti a suggestione. (Lo ammetto facilmente: quella che è forse la più sorprendente evidenza di questo tipo la si può trovare nella REPUBBLICA di Platone per esempio pp. 571-575. Questi passi non sono menzinati da Freud, Essi vengono discussi, insieme ad altri brani, nella mia OPEN SOCIETY, nota 59 del cap 10). Il passo della lezione ventotto si avvale anche di quello che è, sostanzialmente, l'argomento del puzzle ad incastro.

La “divisione" o "frattura" dell'anima di Platone è una delle più rilevanti impressioni della sua opera, e specialmente della Repubblica. Soltanto un uomo che dovette com battere duramente per conservare l'autocontrollo o il dominio della ragione sui suoi istinti animali poteva sottolineare questo punto con la forza con cui lo sottolineò Platone... [I passi platonici] presentano una stupefacente somiglianza con dottrine psicoanalitiche, ma si potrebbe anche sostenere che mettano in evidenza forti sintomi di repressione... L'inizio del

Libro IX... sembra un'esposizione della dottrina del complesso di Edipo.

Sull'atteggiamento di Platone nei confronti di sua madre getta forse ualche luce la REPUBBLICA, 548e-549d, specialmente in considerazione del fatto che in 548e suo fratello Glaucone è identificato con il figlio in questione

Quella che io ho chiamato la TEORIA POLITICA DELL'ANIMA di Platone (si veda anche il testo relativo alla nota 32 al Capitolo V), cioè la divisione dell'anima in conformità con la società divisa in classi, è a lungo rimasta la base della maggior parte delle psicologie. Essa è anche la base della psicanalisi. Secondo la teoria di Freud, quella che Platone aveva chiamato la parte dirigente dell'anima tenta di rafforzare la sua tirannia mediante una "censura" mentre gli istinti animali ribelli e proletari che corrispondono al mondo sociale sotterraneo, esercitano effettivamente una dittatura nascosta; infatti essi determinano la politica del governante visibile.

Temo che il riferirsi alle LEZIONI INTRODUTTIVE possa risultare di ben poco aiuto a chiunque volesse esaminare la contraddizoine tra le ultime due citazionoi. Se qualcuno è in grado di pensare criticamente, deve rimanere in stato di "SHOCK"; specialmente se legge tra le righe della quindicesima di queste LEZIONI INTRODUTTIVE, che lo "SHOCK" ha avuto origine dalla scoperta che i pazienti di Freud, di Adler e di Stekel sognavano, rispettivamente, "soprattutto di impulsi sessuali,... di dominio... [e] di rinascita", adattando in questo modo, per dirla con Freud, "i contenuti dei loro sogni alle teorie preferite dei loro medici. Ma tornando dalle LEZIONI INTRODUTTIVE al brano che mi ha condotto a citarle, il solo argomento degno di questo nome in queste quattro pagine di apologia è L'ARGOMENTO DEL PUZZLE AD INCASTRO. Esso afferma che se l'analista riesce a comporre le tessere di tutto il complicato disegno, "così che il disegno acquista un significato, e non rimane alcuno spazio vuoto... allora sa di aver trovato la soluzione, e che non ne esiste un'altra".

Niente potrebbe essere più pericoloso di questo argomento se, come in questo contesto, esso viene usato per dissipare i dubbi dell'analista circa i risultati della suggestione. INfatti, ciò che l'analista paventava era proprio, per prima cosa, la possibilità che il puzzle venisse costruito sotto pressione - spingendo a forza le tessere (che si rivelano elastiche o plastiche ansiché rigide) nel loro posto, o forse mediante l'inconscia suggestione, esercitata su un paziente influenzabile, che egli potrebbe produrre delle nuove tessere, fatte su misura, così da adattarsi a pennello ai vari "spazi".

Anche senza questa decisiva obiezione, l'argomento del pussle ad incastro è accettabile solo se abbiamo di fronte una teoria che può essere severamente controllta: le altre teorie possono SEMPRE far in modo che i loro puzzles riescano. Si considerino ad esempio, le interpretazioni della storia in termini di lotta razziale o di lotta di classe: in che modo esse "rosolvano" tutte il pzzle della storia e della politica contemporanea. Lo stesso vale per l'interpretazine astrologica della storai, o per l'interpretazine che ne dà Omero nei termini di bisticci domestici sul Monte Olimpo, o per l'interpretazione veterotestamentaria nei termini di colpa collettiva, punizione ed espiazione. Ognuna di queste riesce a "risolvere" il proprio puzzle. Ma la loro cinvinzione - e quella di Freud - "CHE NON ESISTE ALTRA SOLUZIONE" si rivela infondata: hanno tutte successo. (E così Adler e Steckel).

Non vorrei essere frainteso. Penso che L'INTERPRETAZIONE DEI SOGNI di Freud sia una grande conquista. Essa, tuttavia, ha il carattere dell'atomismo pre-democriteo - o forse della raccolta di miti olimpici di Omero - piuttosto che quello di una scienza controllabile. Certamente, essa mostra che anche una teoria metafisica è infinitamente meglio della mancanza di una teoria; ed è, suppongo, un programma per una scienza psicologica paragonabile all'atomismo o al materialismo, o alla teoria elettromagnetica della materia, o alla teoria del campo di Faraday, che erano tutti programmi per la scienza fisica. MA E' UN FONDAMENTALE ERRORE CREDERE CHE, POICHE' VIENE COSTANTEMENTE "VERIFICATA", DEBBA ESSERE UNA SCIENZA, BASATA SULL'ESPERIENZA.

Un pericoloso dogmatismo va sempre a vraccetto con il verificazionismo. Personalmente non penso che la domanda "Qual è la natura essenziale dei sogni?" sia una buona domanda da porsi; ma se viene posta, allora risposte diverse dalla teoria freudiana dell'appagamento di desideri sembrano almeno altrettanto appropriate.

Ad esempio, tutto il materiale, come pure le analisi di Freud si adatterebbero perfettamente alla seguente risposta: "Tutti i sogni osno il risultato di conflitti - sia di desideri conflittuali, che di confrlitti fra i desideri e gli ostacoli che minacciano di frustrarli, e che creano preoccupazioni o problemi". Orbene, dal momento che, in sogno, i desideri possono veniredifficilmente espressi in modo diverso che mediante una rappresentazione di ciò che si desidera - vale a dire, del loro appagamento - si troverà nella maggior parte dei sogni una rappresentazione di questo appagamento. Tuttavia, benché alcuni sogni possano culminare in un appagamento, conflitto e frustrazione vengono sempre rappresentati con altrettanta forza (persino nei più semplici sogni dei bambini e nei sogni di fame); e diventano predominanti nei sogni di angoscia, che NON sono necessariamente sintomo di una nevrosi ossessiva.

I sogni di fame... che non si adattano alla teoria di Freud, bensì a quella qui proposta, sono descritti dal capitano Scott in THE VOYAGE OF THE DISCOVERY (Giornale di bordo, 22 Dicembre 1902): "I miei compagni fanno "sogni di cibo" molto brutti; essi sono infatti diventati argomento corrente di ovnversazione durante la colazoine. Sembra si tratti di una specie di incubo; essi sono o seduti a un tavolo ben apparecchiato con le braccia legate, o affrrano un piatto ed esso scivola loro dalla mano, o stanno portando alla bocca qualche leccornia quando cadono in un precipizio. Qualunque possano essere i dettagli, qualcosa all'ultimo momento interferisce ed essi si svegliano"

Niente è più lontano dalle mie intenzioni che l'offrire questa teoria - che, in ogni caso, dovrebbe tutto a Freud - come un'alternativa alla sua stessa teoria. Ciò che desidero sottolineare è che Freud non discute da nessuna parte una teoria alternativa (come quella qui delineata) che tenga conto del semplice fatto, ormai accettato, CHE I SOGNI D'ANGOSCIA COSTITUISCONO UNA CONFUTAZIONE DELLA FORMULA GNEERALE DELL'APPAGAMENTO DI DESIDERI - come venne suggerito molto tempo fa da lettori "ostinati" e da critici "disinformati". Egli non istituisce da nessuna parte un confronto tra la sua teoria e una sua promettente rivale, valutandole l'una contro l'altra alla luce dell'evidena; e non la critica mai: ha la sua teoria e cerca di verificarla; e la adatta fin dove possibile e - come ha mostrato l'esempio del sogno di angoscia - fin oltre a ciò che egli stesso riteneva possibile quando pubblicò il suo grande libro L'INTERPRETAZIONE DEI SOGNI.

Attribuendo grande importanza all'idea freudiana dei desideri di punizione (idea della quale lo stesso Freud si era avvalso assai poco), Wisdom propone di spiegare TUTTI i sogni - anche i sogni d'"angoscia" - in termini di appagamento di desiderio (lo stesso Wisdom preferisce il termine "appagamento di bisogno", ma, da un punto di vista psicanalitico, non vedo alcuna ragione per cui non dovrebbe esserci un "desiderio inconscio" corrispondente ad ogni "bisogno" nel senso di Wisdom, inclusi quelli che egli chiama "bisogni di punizione"). Si potrebbe dire che la teoria di Wisdom ammette i conflitti nella spiegazione dei sogni, ma, per quanto mi è dato vedere, ammette UN solo tipo di conflitto - quello causato dal senso di colpa.

Questi furono, più o meno, i motivi che, nel 1919, mi portarono a rifiutare le pretese dei freudiani, degl adleriani e dei marxisti, che le loro teorie fossero "basate sull'esperienza" al pari di quelle delle altre scienze - per esempio, della neurologia sperimentale o della biochimica. Le rifiutai perché scoprii che le loro teorie non riuscivano a soddisfare il criterio di controllabilità, o di confutabilità o di falsificabilità. Oggi questo criterio sta diventando oggetto di ampia accettazione in quanto criterio di demarcazione; ma le tre teorie menzionate vengono raramente discusse in questi termini. Si continua, invece, a discuterle nei termini di evidenza che le conferma, di "verificazioni".

Questo è il modo in cui giunsi per la prima volta a vedere il problema della demarcazine. In questo contesto, poco importa se io abbia ragione o meno riguardo all'inconfutabilità dell'una o dell'altra di queste tre teorie: qui esse servono soltanto come esempi, come illustrazioni. Il mio scopo è infatti di mostrare che il mio "problema della demarcazione" era, fin dall'inizio, il problema pratico di valutare le teorie, e di giudicare le loro affermazioni.

Non era certo il problema di classificare o di distinguere delle discipline chiamate "scienza" e "metafisica". Era, piuttosto, un urgente problema pratico: sotto quali condizioni è possibile un APPELLO CRITICO ALL'ESPERIENZA - un appello che possa dare dei frutti?

 

 

IL GIUDIZIO DI KARL R. POPPER SU ADLER

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I concetti primitivi di un sistema di assiomi possono essere interpretati come quelli che soddisfano gli assiomi (definizione implicita). Una forma di definizione esplicita è quella ostensiva, che presenta il problema che vanno comunque usati nomi generali, per definire i quali vanno usati altri nomi generali e che quindi un certo numero di nomi generali pare destinato ad essere indeterminato. Popper afferma che è possibile definire i concetti di un sistema più generale in termini dei concetti di un sistema meno generale. Non si capisce se si adotta in tal caso la interpretazione convenzionalistica (definizione implicita) del sistema meno generale.

I quattro principali stratagemmi convenzionalistici: (a) Ipotesi ausiliarie (ad hoc); (b) Possiamo modificare le "definizioni ostensive", o le "definizioni esplicite". Per mezzo di esse ad un sistema di assiomi viene conferito un significato in termini di un sistema situato a un livello di universaltà più basso. I cambiamenti in queste definizioni possono essere ammessi se si rivelano utili; ma devono essere considerati come modificazioni del sistema, che in seguito tali cambiamenti dovrà essere riesamineto come se fosse nuovo. Per quanto riguarda i nomi universali indefiniti dobbiamo distinguere tra due possibilità: 1) ci sono alcuni concetti indefiniti che compaiono soltanto in asserzioni caratterizzate dal più alto livello di universalità ed il cui uso è stabilito dal fatto che sappiamo in quale relazione logica stanno, nei loro confronti, gli altri concetti. Essi possono venire eliminati nel corso della deduzione (es. il concetto di "energia").2) Ci sono altri concetti indefiniti che si presentano in asserzioni caratterizzate anche da livelli di universalità più bassi e il cui significato è stabilito dall'uso (esempio: "moto", “punto-massa", "posizione"). Per quanto ci concerne, vieteremo alterazioni surrettizie del loro uso; altrimenti procederemo in conformità con le nostre decisioni metodologiche, come nei casi precedenti. (c) Possiamo assumere un atteggiamento scettico nei confronti della fidatezza dello sperimentatore; (d)

Come estrema risorsa possiamo sempre mettere in dubbio l'acume teorico dello sperimentatore (per esempio nel caso che non creda, come Dingler, che un giorno la teoria dell'elettricità sarà derivata dalle leggi di gravitazione di Newton).

Popper ritiene che la generalizzazione per induzione non sia di alcuna guida alla scoperta scientifica

Vedi Le osservazioni e a maggior ragione le asserzioni d'osservazione e le asserzioni riguardanti i risultati sperimentali sono sempre INTERPRETAZIONI dei fatti osservati; sono INTERPRETAZIONI ALLA LUCE DELLE TEORIE. E' questa una delle principali ragioni per cui è sempre ingannevolmente facile trovare verificazioni di una teoria e per cui se non vogliamo ragionare in circolo, dobbiamo assumere un atteggiamento ALTAMENTE CRITICO verso le nostre teorie. L'atteggiamento consiste nel cercare di CONFUTARLE. Vedi anche il quarto (pag. 68) e ultimo (pag. 70) capoverso del paragrafo 19.

Popper ammette che la non-falsificabilità di certe teorie possa essere paradossalmente interpretata come riprova della fallacia del falsificazionismo.