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MONITA SECRETA SOCIETATIS IESU

 

 

 

MONITO PRIMO

In che modo la nostra Società si debba reggere quando in una città, o altro luogo nuovamente ottiene la fondazione di un collegio

 

Acciò la nostra Società si mostri grata alli abitatori della città, nella quale nuovamente ha impetrato la fon­dazione di un nostro collegio, molto gioverà a questo proposito aver negli occhi della mente la dichiarazione del fine prescritto nella seconda regola del Sommario, cioè attendere prima alla salute dell'anima propria e poi al prossimo. Pertanto, nel principio è espediente far vilissimi servigi nell'ospedale, visitar l'infermi puzzolenti, sentir le confessioni di ogni persona anco con l'andar lontano, cercar elemosine, e distribuirle a' poveri pubblicamente acciò li secolari edificati da que­sta nostra azione siano liberali verso di noi.

 

 

MONITO SECONDO

In che modo li nostri debbiano acquistar intrinseca famigliarità con li prencipi e ottimati1

 

In ciò da' nostri devonsi usar sforzi grandissimi, avendoci l'esperienza insegnato che i prencipi e ot­timati allora si delettano di persone ecclesiastiche, quando i loro misfatti severamente non si riprendono, ma si interpretano in miglior parte.

Questo vedesi nelli contratti de' matrimonii de' pren­cipi con suoi parenti, quali contratti patiscano gravi dif­ficoltà appresso il volgo che aborrisce tali matrimonii. Perciò mentre i prencipi simili cose affettano, si devono animare, dandogli speranza che otterranno l'intento, se gli propongono tali ragioni che accrescono il loro desi­derio, cioè che tale matrinomio sarà causa di più stretto legame di parentale, di maggiore gloria di Dio.

Parimenti quando il prencipe incomincia qualche impresa non grata a tutti gli ottimati (per esempio se vuol far guerra con un altro prencipe) allora devesi aiutare la volontà del prencipe e avvisarlo ad essere in tal fatto costante; li nostri persuadono a gli otti­mati del regno che si deve scusare e compatire alla volontà del prencipe, non però descendano al parti­colare, acciò non fusse imputato a noi; se pure ci fus­se rinfacciato, alleghinsi li moniti generali che ciò ci proibiscono2

Per ottenere la famigliarità de' prencipi e magnati sarà ottimo mezzo l'esser ambasciatori loro in materie ad essi grate. Con donativi si hanno da vincere e ob­bligar gli animi de' ministri e consiglieri del prencipe, acciò ci rivelino di lui segreti, e fedelmente ci informi­no delli costumi e inclinazioni di esso, de quali cose si diletti e qual sia il modo per compiacerli, acciò poi offerendosi l'occasione li nostri si insinuino nell'animo del prencipe.

Se per sorte ad un monarca a noi ben' affetto ser­visse qualche signore principale a noi contrario, se gli prometta il favore nostro e onori da conferirgli dal prencipe ad istanza nostra.

Finalmente li nostri procurino che i prencipi e ma­gnati siano talmente affetti alla nostra Società che per essa faccino contro gli amici e parenti cari. Né mai pro­muovano quelli che saranno discacciati dalla Società. Alli ottimati pronunzino gli onori da conferirsegli e, dopo essergli stati conferiti, si rallegrino li nostri con essi. Per mezzo de' studenti gli presentino libri pieni di lodi e versi nel primo ingresso dove si doverà esser­citare la giurisdizione.

 

 

MONITO TERZO

Che cosa procureranno per noi li signori poveri di denari quali nella Repubblica sono però di grande autorità e in altri modi ci possono aiutare

 

Da tali signori se sono secolari si deve procurare la loro grazia e aiuto contro gli avversarii nostri, favore per le liti, fomenti e potenza per comprar ville, case, orti, e lapidicine per fabricare li nostri collegi, particolarmente in quelle città quali ricusano di ricever li nostri. Detti signori si devono conciliare acciò mitighino, anzi raffre­nino il furore della plebe, stando noi spettatori occulti.

Dalli ecclesiastici, cioè arcivescovi e vescovi, devesi chiedere secondo la diversità delle nazioni. Da tutti però, e per tutto si ricerchi, che li prelati e parochi ad essi vescovi sogetti ci riveriscano e non impediscano li ministeri nostri.

Dalli vescovi ultramontani l'autorità de' quali è grande, si domandi che alla Società (conferito prima il negozio con il prencipe) diino li monasteri d'altri, abbadie, prepositure, parrocchie, fondazioni d'alta­ri e altri beneficii, dando una minima contentazione alli sacerdoti secolari e altri religiosi. Il che facilmente possiamo conseguire in quei luoghi dove i cattolici abitano assieme con li eretici e scismatici. Si persuada alli vescovi che in tal modo faranno gran frutto nella Chiesa di Dio, quale (eccettuato il canto) non si può aspettare dalli sacerdoti secolari e altri religiosi". Si lodi il loro zelo episcopale, inculchisi la memoria per­petua del fatto quando che la nostra Società averà oc­cupato tali beni ecclesiastici. In particolare la Società facilissimamente impetrarà li benefici ecclesiastici da quelli vescovi che sono nostri penitenti e come schiavi dependono dalla nostra direzione4 e aspettano esser promossi da noi a' vescovati più opulenti e di grado maggiore. Quando poi vescovi o prencipi ci fondano i collegi, li nostri anco procurino che noi soli possedia­mo le chiese parocchiali e noi abbiamo il ius d' elleg­gere e conferir il vicariato perpettuo con la cura delle anime. Il padre prefetto (che sarà per allora) sia paroco assoluto e il governo delle chiese sia totalmente nostro. Essi prencipi e prelati nelle città più nobili ci procure­ranno li pulpiti delle chiese principali. Se si tratta di beatificare o canonizzare alcuno de' nostri beati con dissimulazione si deve promuover il negozio per mez­zo de' principi e prelati.

Se qualche persona illustre sia dal suo prencipe al­trove destinata per ambasciatore, dalli nostri si deve invigilare acciò non trasferisca il suo affetto ad altri religiosi e li conduce seco in quelle provincie e regni nei quali noi dominiamo. Essi ambasciatori si invitino alli nostri collegi e si trattino secondo e a misura delle nostre speranze.

 

 

MONITO QUARTO

Quali cose devono aver a cuore

li confessori de' prencipi e magnati

 

Acciò li nostri istituischino bene le direzioni de' prencipi e ottimati, talmente indirizzino che para che la direzione tenda al fine quale essi prencipi credino, non però subito ma, a poco a poco, si disponga la dire­zione al governo politico. Perciò li nostri spesso incul­chino alli prencipi e magnati che la distribuzione nella Repubblica delli beni e dignità si appartiene alla giu­stizia e che li prencipi gravemente offendono Dio se fanno altrimenti. Dicano però i confessori e predicatori de' prencipi che essi non vogliono ingerirsi in alcuna amministrazione politica. Dicano che ciò dicono con­tro la loro volontà e solo per debito dell' offizio loro. Quando poi li prencipi averanno ciò appreso, se gli dichiari quali meriti e qualità devono avere le persone a' quali si potranno conferire le dignità della Repubbli­ca. Avvanti il prencipe si lodino gli amici della nostra Società, la promozione de' quali sia per essere utile alla Società. Li predicatori e confessori non nomineranno mai questi tali al prencipe, ma bensì per gli intimi ami­ci di lui e della Società. Per tanto si devono dalli nostri informare li confessori e predicatori de' principi quali persone, in qual parte, di qual paese siano, di che po­tenza, auttorità, ricchezze e di che liberalità siano ver­so la nostra Società. Li confessori abbino seco li nomi di questi tali e appresso li prencipi faccino mentione di essi destramente raccomandandoli, acciò (offerendosi poi l'occasione) più facilmente dalli prencipi si pro­muovano quelli quali altre volte averanno sentito dalli suoi confessori lodare.

Li confessori e predicatori si raccordino trattar soa­vemente li prencipi sopra tutto guardansi di stringerli e offenderli nelle confessioni, prediche, ragionamenti pubblici o privati.

Per il loro uso privato siano parchi nel ricever le confezioni e acque distillate, si contentino per il loro uso privato di pochi denari. Quando sono nelli palazzi delli prencipi si ritirino nelle cammere più ordinarie5, spesso e prudentemente inculchino alli prencipi che non si partino (né pur un pelo) dalla direzione e conse­glio dei padri spirituali.

Li confessori e predicatori de' prencipi immediata­mente procurino di saper la morte delli officiali e mi­nistri della Repubblica e quanto prima siino solleciti di sustituire altri amici nostri in vece loro. E acciò poi li confessori e predicatori si liberino dal sospetto di governo politico, né anco promuoveranno le cause de loro amici, ma più tosto le commetteranno ad altri.

 

 

MONITO QUINTO

In che modo si debbano conciliare alla Società le vedove ricche

 

A questo officio ellegansi padri di età perfetta e di color vivace, li quali spesso visitino le vedove e ad esse si mostraranno affette verso di noi, vicendevolmente se gli afferiscano gli offizii della Società. Se le vedove accettano e incominciano a frequentar le nostre chiese, se gli assegnino tali confessori che bene l'indirizzino e le faccino costanti nella viduità numerandogli li beni di essa, per mezzo de' quali otterranno gran merito ap­presso Dio. Acciò il negozio facilmente gli succeda, da' nostri se gli persuada che diminuischino il numero de' servitori e famiglia. Si costituiscano nuovi offiziali e prefetti delli beni; se gli prescriva quanto s'appartiene al governo della casa avuto però qualche riguardo del luogo e della persona.

Prima però i confessori faranno che le vedove si acchetino alli loro consigli e in tutto seguino la loro di­rezione come stabile fondamento del futuro bene spiri­tuale. Se gli proponga il frequente uso delle littanie da dirsi, faccino due o tre publiche essortazioni delli beni della viduità, delle molestie del rinnovato matrimonio, delli pericolosi e nuovi gravami di esso. Facetamente se gli proponghino quelli nobili, li matrimonio de' quali non ricusarebbe la vedova con la quale si tratta. Tal­mente se gli descrivano minutamente narrando li loro mali e costumi, defetti e vizi, quali intesi dalla vedova, né anco per sogno gli venga pensiero di maritarsi.

Quando le vedove saranno ben' affette verso lo stato della viduità, il confessore quanto prima se gli persua­da vita religiosa acciò, fatto il voto di castità, si serri il transito alle seconde nozze. Nel qual tempo efficace­mente si devono indurre le vedove che dalle loro corti licenzino li giovani faceti e liberi nelli scherzi. Per l' av­venire si ammettino pochi forastieri e quelli si trattino parcamente; li cappellani, prefetti di beni e tutti gli altri officiali sieno tali che a minimo cenno dependano dal nostro governo.

Giunti a questo termine, a poco a poco, si indurranno le vedove a far buone opere, reggendosi in tutto e per tutto secondo la direzione delli loro padri spirituali.

 

 

MONITO SESTO

In qual modo la nostra Società debba conservare le vedove in viduità e disporre delle loro entrate

 

Se oltre il commune affetto con monili o gran som­ma di denari la vedova testifica la sua liberalità verso la Società, si faccia partecipe delli meriti di essa. Se la vedova ha fatto voto di castità lo rinnovi (all'istanza de' nostri) due volte l'anno. Dal confessore se gli pro­ponga l'ordine domestico della nostra Società quale, se piacerà alla vedova, si prescriva per la corte.

Introducansi le confessioni menstrue tanto per le feste di Nostro Signore quanto della Madonna e degli Apostoli. Fra li maschi e femmine si costutuischino i sindici che notino i difetti de' cortigiani e li riferischino alla signora vedova. Si proibischino li cenni, li sussur­ri e segreti ragionamenti; li trasgressori si castighino severamente.

Nella corte siano oneste damigelle, quali si esserci­tino alla pietà, continuamente facendo vari ornamenti

per le nostre chiese. Abbiano sopra di sé la maestra o manuduttrice che gli insegni a lavorare e anco li buoni costumi.

Li nostri padri spesso visitino le vedove conservan­dole e riverendole con allegri e faceti ragionamenti. Nelle confessioni con le vedove non si proceda rigo­rosamente se non allora quando non vi è speranza di pigliar qualche cosa.

Mentre che in grazia delle vedove si permettano molte cose, anca gioverà condergli l'ingresso nelli nostri collegi, ragionare con chi gli piace delli nostri quando e quanto vogliono; quando fa freddo o che le vedove si sentono indisposte non si permettano uscir di casa; le nozze delle figlie loro si celebrino con epi­talami e versi de' studenti esterni. Se si doveranno celebrare essequie, l'ornato lugubre sia splendido e superbo. Il catafalco non sia di commune fattura, ma glorioso e magnifico. Finalmente ciò che si può fare per la sensualità delle vedove (purché siano liberali verso la Società) si faccia cautamente però e senza scandalo.

Trattandosi poi della disposizione delle entrate che hanno le vedove, se gli proponga quella laudata perfe­zione, cioè lo stato di uomini santi, (quando posposti li parenti e amici) si distribuischino i beni a i poveri di Giesù Cristo. Adduchinsi gli essempi delle vedove le quali in tal modo sono divenute sante in brevissimo tempo. Perciò mentre le vedove totalmente si rasse­gnano nelle nostre mani (pronte a seguire in tutto la direzione del padre confessore) efficacemente se gli persuada (acciò le loro azioni sieno più grate a Dio) che né anco a' religiosi diano elemosine senza saputa del padre confessore ma, notato ciò che aveva determi­nato dare ad alcuno, mostrino la cedola al confessore, quale a suo arbitrio possa detraere o aggiongere.

Li nostri confessori tengano lontani dalle vedove gli altri religiosi, acciò non tirino dopo se le donne, per natura incostanti.

Quando dalli beni si è raccolto molto denaro, acciò indi le vedove non si muovano alle seconde nozze, li confessori gli persuadino ordinarie pensioni, con le quali ogni anno sollevino le necessità de' nostri collegi e case professe, particolarmente la romana. Il mede­simo denaro se gli puol far spendere in ornamenti e supellettili sacri quali dopo la morte della vedova pos­sono servire per le nostre chiese.

Acciò le vedove si espongano e mostrino i defetti delle nostre chiese, gli imperfetti edifici de' nostri col­legi inducansi a far tali spese con le quali si acquistino perpettue lodi, come sarebbe edificar chiese, refettori e simili, edifici, quali a posta si edifichino superbi e ma­gnifichi, acciò le vedove abbino occasione di dichiara­re al mondo la loro liberalità; l'istesso si deve fare con i prencipi e benefattori che si fabricano qualche cosa sontuosamente.

Se le vedove hanno monili o simili cose preziose, se gli persuada che saranno consacrati all'eternità se li daranno alli sepolcri delli nostri beati in Roma. Ciò si confermi con l'esempio di altre matrone che hanno fatto il medesimo. Con queste ragioni se gli mostri che conseguiranno certa e vera perfezione se spogliandosi dell'amore di cose terrene faranno di esse erede Giesù Signor nostro nelli servi della sua Società.

 

 

MONITO SETTIMO

Rimedi acciò li figli, figlie delle nostre devote e/leggano stato religioso

 

Alle madri vedove da' nostri fortemente e soave­mente persuadersi deve che siano moleste alle figlie, aspramente trattandole con verghe, astinenze e minac­cie, negandogli l' esquisito amato muliebre, prometten­dogli magior dote se si faranno monache. Essa madre simuli e finga sommo dolore perché non si fece mona­ca. Gravemente essageri li furori del futuro marito, gli proponga i pericoli e aggravii del matrimonio; final­mente la madre tanto rigorosamente proceda contro le figlie che vinte dall'assedio di abitar con la madre aspirino al monasterio.

Li nostri padri famigliarmente conversino con i figli delle vedove; alcune volte l'introduchino nelli nostri collegi, dove gli mostraranno ciò che può allettarli a farsi giesuiti. Nel refetrorio se gli mostri la polizia e mundizie e esterior conversazione fra li nostri. Non si tralascino i donativi e faceti raggionamenti, incentivi di elleggere il nostro stato e instituto. Appresso li figli delle vedove siano pedanti amicissimi nostri. Ad un breve tempo la madre sottragga e neghi le cose neces­sarie alli figli, esponga li negozi intrigati dalla parte dei beni; se per studiare andaranno in provincie lontane, ivi la madre non li tratti delicatamente con denari ma parcamente, acciò vinti dal tedio in alieni paesi abbrac­cino l'instituto nostro.

 

 

MONITO OTTAVO

Della scelta delli giovani e del modo di retenerli

 

Somma industria e arte è necessaria per ricever gio­vani di buon ingegno, di rare bellezze, nobili e ricchi. Per allettar tali, li prefetti delle scuole se gli mostrino favorevoli, non permettano che dalli maestri siano mo­lestati, spesse volte li lodino, se gli diano donativi, si conduchino alla vigna, si trattino con frutti e nelle feste solenni si ammettino al refettorio", Quando poi meri­tassero la sferza o verghe, basta rinfacciargli i delitti, per alcune congietture mostrarli il volto grato, acerba­mente nominarli e riprenderli, se gli mostri che l'età giovanile è inclinata e proclive a tutti i mali.

Se poi domandano d'esser ricevuti nella Società, non si ricevano subito ma si differiscano ad alcun tem­po; fra tanto con belli ragionamenti si fomentino, si celebri e lodi il soave instituto della nostra Società che così, crescendo il desiderio, magiormente insisteranno di esser ammessi.

Se poi alcuno di questi tali volesse uscire dalla So­cietà, se gli rechi a memoria il desiderio ardente con il quale sollecitava di esser ricevuto.

Ma perché è difficoltà grandissima all'allettar nel­la patria i figli de' senatori e ottimati, se sono tali si mandino a Roma, prima però si dia raguaglio di essi al padre generale e provinciale di Roma. E se tali gio­vani venissero da altri paesi in Germania, Francia e Italia e affettassero l'instituto nostro, senza scrupolo si ricevano in quelle provincie nelle quali il monarca è affezionato alla Società, sotto la cui protezione non abbiamo da temere; e se i parenti di tal giovani ci faces­sero difficoltà niente però guadagneranno.

Non si perdano l'occasioni di indurre li giovani quali per studiare vengono da lontani paesi alle nostre scuole, e particolarmente allora quando hanno persi malamente e spesi li denari, perché parte per la ver­gogna del denaro perso, parte per timore delli parenti e per le molestie che sentono, facilmente si lasciano indurre ad entrar nella nostra Società. Il negozio ebbe felice esito con i polacchi, e tedeschi. All'incostanza loro si deve occorrere secondo la qualità delle perso­ne con l' essortazioni, essagerando fintamente i mali successivi d'altri che hanno abbandonato la Società. Acciò poi li parenti di tali giovani siano contenti con noi, se gli mostri l'eccellenza dell'instituto nostro e il grand' onore che da' prencipi si essibisce alla Società; li nostri si insinuino nell'intima famigliarità loro e li ren­dano contenti se il negozio e la dignità ciò ricercherà.

 

 

MONITO NONO

Come li nostri debbiano trattare con le monache

 

Guardinsi li nostri confessori l'offender le monache, essendo tali benefattrici che alcune hanno aiutato la fondazione de' nostri collegi, molte altre, con il con­senso del monastero e dell' ab badessa, ci hanno dato la metà della loro dote. Perciò per rispetto e cagione della clausura, non si devono molestare; lascino questa cura alli vescovi, più tosto conservino il favore delle monache, acciò non ci rimproverino le dimidiate doti, né ci muovino liti.

 

 

MONITO DECIMO

In che modo si debbano accrescere l'entrate de' nostri collegi

 

Alli confessori de' prencipi e magnati da nostri, non raro si inculchi che mentre essi gli conferiscano bene spirituale, non siano pigri a domandar beni temporali per il bene commune della Società; perciò non perdino occasione di pigliare mentre viene offerto qualche cosa e, se pure si differisce il dare, glielo rechin a memoria, senza però mostrar segno di troppa avarizia.

Tra li confessori quelli che saranno meno industrio­si come meno affetti al ben publico si rimuovano dalle corti, essi travaglino nelli collegi.

Con sommo dolore abbiamo inteso che alcune ve­dove giovani, prevenute dalla morte, non hanno per negligenza de' nostri a noi lasciato gli utensili della chiesa molto preziosi, non avendoli voluto accettare quando esse vedove ce l'offrivano, stante che, ad ac­quistar qualche cosa, non si deve attender al tempo ma alla volontà del donatore.

Li nostri vadino alle case de' nobili e cittadini ric­chi quali diligentemente interrogaranno se essi o loro parenti e amici non faranno qualche bene alle nostre chiese per salute delle anime loro?

Il medemo si ricerchi dalli prelati e parochi quali prima s'inducano a far gli essercizi spirituali, nel qual tempo li nostri passino guadagnar molto.

Li nostri sforzinsi di captivar benevolenza appresso tutti questi, spiegando la gratitudine della Società e fe­dele essecuzione delli beni che riceviamo, altrimenti di quello che fanno i secolari e altri monachi.

Li nostri abbino intiera nottizia delle città e luoghi nelli quali abitano, financo delle ville, orti, vigne, sel­ve, mole, piscine e simili e chi le possiede, con quali contratti, a quali gravami siano obligati, e faccino per ove tali beni possano divenire a noi per via di contratti o con il ricevere nella Società i figli delli possessori .

Alle volte li nostri collegi vendano i loro beni alli devoti e devote nostre, con patto che la Società in bre­ve tempo li riaverà da essi gratis.

Se occorre che le vedove ben affette alla Società ab­bino solamente figlie le inviino al monasterio, dando­gli una minima parte della dote, il resto poi, cioè ville, predii e tutta l'altra sostanza li nostri l'acquisteranno facilmente.

Ma se la vedova nostra amica averà uno o più figli, de' quali non vi è speranza d'esser della nostra Società, si persuada alla madre che basta lasciar al figlio o figli li beni intieri, ma che alla nostra Società può legare o lasciare la sua dote e il denaro raccolto dalli beni delli figli. Se poi avviene che le vedove padrone di una villa o due, inclinate alla pietà, sieno affezionatissime alla Società, queste si inducano a resignare i loro beni alla Società, fra tanto contentandosi esse di ricevere da noi l'annua sostentazione , acciò libere dalla cura de' ben i temporali, attendino più commodamente al servizio di Dio.

 

 

MONITO UNDECIMO

Quali sodalità si debbano instituire e come reggerle

 

Al politico governo della Società anco giovarà mol­to instituire diverse sodalità di qualunque condizione e sesso di uomini, a ciascuna de' quali linostri asse­gnaranno un prudente confessore, che con frequenti esortazioni publiche e private efficacemente persuada (se vogliono essere sicuri in conscenzia) che né anco un minimo punto si partano dalla direzione del pa­dre spirituale, ma in tutte le loro azioni seguano il di lui consiglio con sicura strada alla salute. Perciò ogni giorno festivo essagerarà sopra le virtù della giustizia e della obedienza dovuta ai suoi maggiori, particolar­mente al padre spirituale. Ciò effettuato, il confessore sagacemente persuaderà alli mercanti che concordi, congregando l'usure con notabil elemosina, soccorra­no alle necessità de' poveri di Giesù Cristo nelli servi della sua Società.

Li artegiani (che non rare volte fanno opere adul­terine) il confessore indurrà che il loro sodalizio a perpettua memoria nelle nostre chiese o collegi eregga qualche opera eccellente.

Siavi anco la sodalità delli servi e serve da' quali il confessore pescarà li segreti delli padroni e delle padrone, quale e quanta sia la loro sostanza e se a noi potesse per qualche via devenire, se altri religiosi frequentano le loro case e a qual fine e quali novità si sentono per la città.

Anco per i ministri di giustizia e sbirri ereggasi la sodalità più d'utile de reputazione. Il confessore do­vrà con lusinghe procurare di farli mansueti, acciò non siino tanto pronti alla cattura di uomini, né sitibondi de sangue umano, ma soavemente si persuada (se vo­gliano esser sicuri in conscienzia) che avuto ordine del prencipe o magistrato di incarcerar qualche reo, non prima l' esseguiscano che consultato il padre confesso­re, di cui è offizio essaminare la causa se è giusta o no. Esso poi confessore (conferito il negozio con il supe­riore) ciò determinarà che sarà di utilé alla Società. E se il reo sarà persona ricca e potente nella Repubblica, subito si avisi segretamente, acciò possa salvarsi con la fuga. Se poi il delinquente sarà povero e vile senza frutto, non si impedisca la giustizia. Vada però il con­fessore molto circospetto acciò non nasca sospezione ricordevole de' casi passati.

 

 

MONITO DUODECIMO

In che modo la nostra Società deve procedere contro li religiosi, i quali simbolizzando con noi in molte occupazioni molto ci impediscono

 

Tal sorte d'uomini devesi animosamente tollerare.

Pertanto al mondo si deve inculcare che la nostra So­cietà in se contiene la perfezione di tutte le altre religio­ni e in che le altre religioni sono eccellenti nel medemo (e in grado più eminente) la nostra Società risplende nella Chiesa di Dio (eccettuato il canto, l'asprezza del vitto e vestito, nel che siamo differenti dagli altri mo­naci) e ogni cosa'è migliore nella nostra Società.

Minutamente e curiosamente si osservino li defetti degli altri religiosi, mediante li quali si palesi al mondo che essi con pari felicità non possono sodisfare a quella occupazione nella quale concorrono i nostri.

Con magior sforzo si deve ostare a quelli religiosi quali per istruir la gioventù volessero aprir le scuole nelli luoghi nelli quali la nostra Società insegna con frutto e dignità. Si proponga ai prencipi che tali uo­mini perturberanno la Repubblica, si rappresenti alli accademici che quei religiosi esterni (piu tosto che noi) saranno cagione della loro rovina. Alli prencipi sug­gerisca che la nostra Società è sufficiente per instruir la gioventù.

Se poi detti religiosi in loro favore portassero lettere commendatizie del Pontefice o cardinali, li nostri per mezzo del prencipe passino offizio appresso il Ponte­fice a cui si mostri che la nostra Società fa intieramente il debito suo.

Dalle città (nelle quali abbiamo collegi) li nostri procureranno lettere testimoniali della nostra buona conversazione.

Astutamente si persuaderà alli cittadini che meri­tamente devansi temere perturbazioni per l'accesso e occasione di diversi precettori e scuole.

Dato poi che altri (benché religiosi) insegnino ci è necessario dissimulare.

Fra tanto li nostri facciano che virilmente si esserci­tino li studi e diano sempre al mondo publiche prove con applauso de' popoli.

 

 

MONITO DECIMO TERZO

Quali persone della nostra Società devono esser al/orate e reverite

 

Tengono il primo luogo gli operarii forti, quali non solo promossero il bene spituale della Società, ma anca accrebbero il temporale, come sono li confessori delle vedove ricche quali giunti all'età decrepita si rimuo­vano dalle vedove e se gli sostituischino altri confes­sori freschi di età e di forze robusti. A questi vecchi si conceda ciò che vogliono nel vitto, vestito e altre necessità. Non siano molesti dalli maestri con peniten­ze. Contro tali li superiori non sieno crudeli. Abbiasi commun riguardo anca a quei che notano li minimi difetti degli altri e li riferiscano al superiore, o vero, posti nell' offizio di sottoministro. sanno mortificar gli altri non per passione, ma solo per zelo della disciplina religiosa. Favoriscansi anca quelli nostri giovarli che sono parenti delli nostri benefattori o fondatori; perciò si devono mandare a studiare in Roma, ma se studiano nella propria provincia si raccomandino a quei supe­riori da' quali possono esser favoriti.

Cortesemente anca si trattino queli nostri giovani che non hanno anca resignato li loro beni alla Società, quali dopo la dessignazione si devono poi pascer di pane e non più di latte.

Né quelli terranno l'ultimo luogo quali (come ben affetti alla Società) inducono molti giovani ad abbrac­ciare il nostro instituto.

 

 

MONITO DECIMO QUARTO

In che modo la Società si deve mostrare zelante della disciplina

 

Testificaremo e notificaremo al mondo rigorosa di­sciplina scacciando da noi (ad arbitrio nostro) vecchi e gioveni di qualunque stato e condizione si siano, ancorché nella Società abbino consumato l'età e le for­ze, gravati dal calcolo o altra infermità contratta nella Società; gli altri casi riservati sarà libero, anzi lecito il scacciarle. Le principali, oltre l' altre cause, sono que­ste: se ad altre religioni inviano devoti, amici e persone utili alla nostra Società, se avisano li parenti o altri da' quali li giovani vengon ad esser impediti acciò non si faccino giesuiti. Se nel risegnare i beni mostrano affet­to verso i parenti non dando tutto alla Società.

Tutti questi però prima si mortifichino per alcuni anni nella Società. Li frati gioveni si deputino ad offici vili e si deputino ad insegnare nelle scuole inferiori. Non si permettano studiare le scienze maggiori, par­ticolarmente la teologia. Nel tempo della mensa, in refettorio, spesso si confondano con riprensioni. Si ri­muovano dal conversar con altri e esterni ancora.

Dalle cammere se gli levino le cose più care, spesse volte con penitenze publiche si mortifichino. Quindi facilmente si verrà all' essecuzione di scacciarli. Se tali persone, notate nelli sudetti difetti, si lamentaranno appresso il provinciale contro li superiori indiscreti e altri officiali, si scusi il fatto; dicasi che sono obligati obedire a i superiori dove non concorre peccato.

Li superiori non siano scrupolosi nel scacciar tali persone, essendo che l'ordine nostro gode nome di So­cietà e Compagnia e li patti de' socii o compagni non sono perpettui, ma facilmente si dissolvono e rompo­no. La divisione parimenti incominciò con l'instituzio­ne della Società, il che questo chiaramente si conosce perché la Società ha triplicati voti per gli scolastici, co­adutori e formati, quali voti non hanno mutuo contrat­to, quasi che la Società in perpetuo sia obligata di rite­ner le persone con tali voti, ciò mai fu vero, ma sì bene la Società può (quando gli piace) licentiar qualunque per qualsivoglia causa, inperoché tal obligazione solo cade nel vovente, non nella Società che può qualunque persona con tali voti scacciare. Beriché poi nella Società alcuni facciano quattro voti, alcuni tre solenni (come gli altri monachi), non di meno la Società può scacciare ancora tali ad ostentazione della sua autorità.

 

 

MONITO DECIMO QUINTO

Delli casi reservati e cause di licenziare dalla Società

 

Oltre li casi prescritti dalla Società nell'instituzio­ne, da' quali può assolvere il solo superiore, o vero il confessore ordinario con licenzia di esso; ciò è caso ri­servato ogni opera impudica e se alcuno in qualunque modo, per qualsivoglia zelo, machina contro la Società sappiano essere cause sufficienti ad esser scacciati dal­la Società. Né pure prima si assolvano che non pro­mettano di rivelar i detti vizi fuori della confessione al superiore da se medemi, o per via d'altri. E se il superiore avverta che il peccato sia con complici e in grave danno della Società, non assolve li penitenti se prima essi non promettono in tal negozio di scrivere al padre generale, o vero concedano facoltà al superiore o al confessore di informar il generale di tal fatto, altri­menti non si assolvano in modo alcuno. Il generale, in­teso il caso del penitente e conferitolo con il segretario, ciò determinerà che sarà espediente alla Società e alli penitenti assegnarà la licenza della Società e, se non accettassero detta licenza, mai potranno validamente esser asoluti.

Nelli casi riservati così abbiamo concluso con i nostri teologi e con il consenso della Sede Apostolica benché alcuni invano contradicessero. Allora il confes­sore taccia che per questo li penitenti debbano esser scacciati dalla Società, se li penitenti da se medesimi ri velano il peccato della confessione si licenzino, se non vorranno rivelare fuori della confessione si osservi con essi quella ordinazione contra fictos; fra tanto mai si assolvano finché prima non l'averanno detto fuori del­la confessione.

Se alcun confessore delli nostri sentirà in confessio­ne che alcuna persona di qualunque sesso abbia car­nalmente peccato con qualche ecclesiastico, interoghi se è uno delli nostri e chi è nominatamente e il con­fessore assolva il penitente se prima non nominarà il complice fuor dalla confessione; se lo dirà, si assolva il penitente e il  nostro si scacci.

Essendo la Società di corpo potrà, per le dette cau­se, scaricarsi di persone, se· in progresso di tempo le trovasse rozze nelli costumi e ragionamenti, anzi per qualsivoglia causa li superiori (avisatone il generale) potranno licenziare chi gli piacerà.

Per poi licenziarli piu presto facciasi ogni cosa contro la volontà loro: se gli nieghi ciò domandano benché fusse minima cosa, si rimuovano dalli studi maggiori, si sottopongono a' superiori de' quali son malcontenti.

Né anco tali si ritenghino nella Società che, mole­stati, insorgono contro il superiore e si lamentano di esso.

Anco quelli si licenzino dalla nostra Società a' quali dispiacciano le nostre pratiche circa le vedove e gover­ni delle Repubbliche. Li superiori sopratutto guardinsi (come da vipere) di tenere nella Società quelli che lo­dano li veneziani, da' quali la nostra Società fu discac­ciata. E se bene ora, per l'intercessione di Alessandro settimo regnante, è stata rimessa in quel dominio, sta ivi però con quella sicurezza che farrebbe il topo fra gatti o l'innocente agnello fra lupi.

Avvanti si rimuovano questi tali e affatto si licen­zino immediatamente; si devono travagliare e rimossi da loro offìzii, si deputino a fare ora un offizio, ora un altro, fra tanto si riprendano, che non fanno bene il loro offìzio. Per colpa leggiera se gli impongano gra­vi penitenze e in tempo della mensa, in refettorio, dal pulpito recitino i loro diffetti e si confondino; mentre poi per questo in preferenza d'altri si mostreranno no­tabilmente impazienti, si licenzino dalla Società come quelli che agli altri sono causa di scandalo.

Prima però si rivedano le loro robbe e altrove si mandino (come per esempio alla vigna o collegio vici­no) e, quando essi meno vi pensano, allora si licenzino e discaccino dalla nostra Società.

 

 

MONITO DECIMO SESTO

Come li nostri devono essere unanimi contro li licenziati dalla Società

 

Perché tali persone molto nuocer ci possono, però prima che si licenzino devonsi da noi obligare in tali modi. Promettino sotto pena di infamia come scelmati e ladri (e di ciò lascino testimonio in scritto) che mai diranno male della Società.

Li nostri impediscano al licenziato l'accesso ap­presso quei signori ecclesiastici e secolari, la grazia de' quali potrebbe acquistarsi e ivi aver luogo.

Del discacciato publichinsi le male inclinazioni, defetti e vizi, quali aveva rivelato al confessore e se­condo quelli era governato nella Società, cedendo ad ogni sua ragione. Se poi i detti signori non fussero a noi benefattori, si procuri per via di persone gravi no­stre amiche di impedire il favore al licenziato appresso quel signore che non fusse a noi affetionato; e se non si può indurre ad esser contrario, almeno s'induca a non favorirlo.

Si scriva per tutti li colleggi quali sieno stati li di­scacciati e con essagerazione si narrino le cause della licenzia. Nelle essortazioni si dica che il licenziato in­stantemente supplica di esser di nuovo ricevuto nella Società.

Alli secolari e ecclesiastici esterni si insinuino quel­le cause che renderanno il licenziato più odioso alla plebbe.

In tal modo potrassi con applauso scacciare qualun­que de' nostri.

Se il discacciato ha fede e credito contro noi, se gli vada incontro per via delli nostri uomini gravi, quali alli detti del licenziato appongano l'autorità della So­cietà, la fama e frutto che li nostri fanno nella Chiesa di Dio e la dottrina per li quali meriti de' re, prencipi e ottimati sono eletti per loro confessori e predicatori.

Si invitino a pranzo quelli da' quali il licenziato pare esser favorito, a' quali fra il bevere si deve per­suadere che non proteggano il discacciato e che quelli temerariamente presumono della Società. Nel qual tempo minutamente esporranno le cause della licenza, agiungendo ogni probabilità e specificando i defetti del discacciato, niente tralasciando, benché molti non fossero veri.

Li nostri estremamente si guardino di promuovere il discacciato a beneficio alcuno ecclesiastico se prima non daranno buona somma di denari alla Società o iscriveranno i loro beni.

Parimenti si persuada alli re e prencipi che volendo conferire onori ad alcuno piglino argomento dalla libe­ralità e buon affetto di lui verso la Società, fondandogli un collegio o facendogli simile beneficio.

Se per sorte li licenziati avessero favore e grazia appresso gli uomini, si faccia da nostri diligente in­quisizione sopra la vita e costumi loro, quali poi si pubblichino per via delli plebbei amici e devoti nostri, acciò detti plebbei non favorischino o appresso di sé conservino li licentiati da noi; si atterriscano con cen­sure e scomuniche e, se sono pertinaci, se gli neghi l'assoluzione.

Le lodi, e meriti delli discacciati si diminuischino e oscurino con argomenti ambigui e dubbie proposi zioni, in tal maniera che per divertire l'affetto degli uomini dalli licenziati.

E li successi contrari (da noi procuratigli) che ac­cadano alli discacciati con finta composizione e essa­gerazione somma, si publichino acciò gli altri nostri spaventati contro la loro volontà perseverino nella Società.

 

 

MONITO DECIMO SETTIMO

A chi li nostri debbono fedelmente confidare le scienze

 

Manteneremo il nostro decoro con il fare che il di­scepolo non sia sopra il maestro, per tanto li nostri pro­fessori non comunicheranno sinceramente le scienze se non a quelli de' quali siamo più che sicuri della loro perseveranza nella Società e a questi ancora si riservi ultimamente.

Gli altri, superficialmente di ogni cosa infarinati, restino sempre esposti alle nostre vittorie per trionfi e, a guisa di perfetti schermitori, sempre li nostri si riser­vino due o tre cose per confonder e atterrare chi delli nostri scolari avesse ardire, con argomenti, combatter con noi.

 

 

MONITO DECIMOTTAVO, E ULTIMO

Del sprezzo della Società circa le ricchezze, e della diligente custodia di questi Moniti

 

Acciò dal mondo non siamo reputati troppo avari sarà espediente recusar le mediocri elemosine per gli ordinari offizii che dalli nostri si fanno.

Si neghino nelle nostre chiese le sepolture vili.

Con le vedove (che non hanno più che darci) li no­stri rigorosamente procedino. L'istesso si deve fare con le nostre persone che hanno resignato il tutto alla Società anzi, alle volte li tali si licenzino dalla Società, niente restituendogli o almeno detraendogli molto per le spese fatte dalla Società a beneficio loro. Li supe­riori diligentisimamente custodischino appresso di sé questi Moniti privati, e li comunichino a pochi e quelli siano padri più gravi.

Con questi Moniti riformino gli altri come con frut­to e frutto debbiano servire alla Società.

Guardinsi di comunicargli agli altri come scritti, ma come consigli cavati da singolar prudenza.

Se poi (di che Dio guardi) questi Moniti venissero in mano d'altri (perché sinistramente l'interpretarebbero) si neghino in questo senso esser nostri, ciò confìrman­do per via delli nostri frati gioveni, de' quali siamo sicuri che non hanno cognizione di tali Moniti.

Se gli oppongano li Moniti Generali e le Constitu­zioni scritte e stampate ad essi contrarie.

Finalmente si faccia diligente inquisizione se detti Moniti fossero stati publicati da alcuno de' nostri (imperò che niun superiore sarà tanto negligente nel cu­stodir e tanto segreto della Società) e se sopra alcuno caderanno minime congietture o sospetti, avvertendo che in ciò l' ombre istesse faccino corpo, immediata­mente e irremissibilmente, sia che sogetto si voglia, anco di meriti grandissimi, venga discacciato dalla Società.

 

 

 

Finis omnium monitorum