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La biblistica protestante

 

 

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Indice

Gesù come apocalittico ebraico (Bart D. Erhman)

Walter Bauer sul concetto di “ortodossia” ed “eresia” nel mondo cristiano delle origini

Le assurdità logiche del dogma trinitario e della doppia natura del Cristo (Bart D. Ehrman)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gesù come apocalittico ebraico (Bart D. Ehrman)

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Nel passo che segue Bart D. Ehrman, uno dei più autorevoli studiosi attuali delle origini del cristianesimo, a capo del dipartimento di Sudi religiosi dell’Università del North Carolina, con numerose pubblicazioni all’attivo, alcune per i tipi dalla prestigiosa Oxford University Press, dimostra come le fonti più attendibili sulla figura di Cristo conducono a considerarlo un profeta apocalittico ebraico, e che solo successivamente la sua figura è stata divinizzata e il senso del suo messaggio (l’avvento del Regno di Dio) non è stato inteso come evento imminente ma in senso spirituale.

 

Senza dubbio, quello dei Rotoli del Mar Morto è stato il ritrovamento di manoscritti più importante dell’epoca moderna. All’inizio del 1947 un pastore beduino, un ragazzo di nome Muhammed edh-Dhib portò un gregge di pecore e capre ad abbeverarsi a una sorgente nel deserto di Giudea, vicino alle antiche rovine note con il nome di Qumran, sulla costa nord-occidentale del Mar Morto, circa quindici chilometri a sud di Gerico e venticinque a est di Gerusalemme. Uno dei suoi animali si era allontanato e il ragazzo si mise a cercarlo. Avendo notato l’apertura di  una grotta nella parete di roccia sopra di lui, ci lanciò un sasso e sentì che aveva colpito qualcosa. Il giorno successivo tornò con un amico per indagare e all’interno della grotta i due trovarono delle grosse giare di terracotta contenenti rotoli intatti, avvolti in teli di lino. Le giare contenevano sette rotoli completi. Ai beduini non sfuggì che, come quella, anche le altre grotte della zona potevano custodire antichi tesori. Nelle immediate vicinanze ci sono infatti circa trecento tra grotte e aperture. Negli anni Cinquanta sia beduini che archeologi professionisti le esplorarono minuziosamente. In undici di esse furono trovati resti di manoscritti, la maggior parte dei quali non intatti, a differenza dei primi sette, ma in forma di frammenti. Una delle grotte, chiamata Grotta 4 (poiché era la quarta grotta in cui erano stati ritrovati dei reperti), era piena di pezzetti di  manoscritti deteriorati dal tempo: circa quindicimila frammenti per un totale di seicento testi. Ricomporli fu un compito piuttosto arduo, paragonabile a un puzzle di cui la maggior parte delle tessere siano mancanti e quelle rimaste siano state rivoltate a casaccio.

Ma ne valeva davvero la pena, perché i documenti – sia i primi sette sia i manoscritti e i frammenti rinvenuti nelle altre grotte – sono antichissimi. Molti contenevano documenti sull’ebraismo antico per cui non c’erano altre fonti: i manoscritti infatti risalgono a circa duemila anni fa. Furono compilati e utilizzati da una setta di ebrei vissuti più o meno all’epoca di Gesù, in un insediamento oggi noto come le rovine di Qumran, non lontano dalle grotte.

Il ritrovamento è molto significativo perché ci fornisce informazioni fondamentali sui mutamenti in corso all’interno dell’ebraismo nei secoli a cavallo dell’inizio dell’era cristiana. E’ inoltre utile per capire il cristianesimo non perché si tratti di vangeli, ma perché i documenti raccontano dell’ebraismo ai tempi di Gesù.

Tra i documenti più significativi dobbiamo ricordare le copie dei libri della Bibbia ebraica. La maggior parte dei libri scoperti nelle altre grotte vicino a Qumran non ci erano noti. Si tratta insomma di una vera e propria biblioteca di testi ebraici che fino ad allora non si conoscevano. Sono scritti soprattutto in ebraico (la lingua delle Scritture), in qualche caso in aramaico (la lingua quotidiana dell’epoca) e più raramente in greco (il linguaggio dei commerci e della cultura internazionale). Si tratta di commentari ai testi biblici, che i compilatori interpretavano e di cui spiegavano il significato per la vita della comunità loro contemporanea. Gli scritti non miravano tanto a dimostrare che cosa l’autore del testo biblico avesse voluto dire alla comunità dei suoi tempi; cercavano piuttosto di dimostrare come gli autori biblici avessero riferito profezie che stavano avverandosi molti secoli dopo proprio nella comunità di Qumran.

Tra i documenti di Qumran sono presenti altri libri che gli studiosi hanno chiamato “settari”, a significare che riguardano la vita della comunità: regole  di comportamento, requisiti di ammissione, punizioni per la violazione della politica comune e così via. Gli esperti sono concordi nel sostenere che la comunità fosse costituita da un gruppo di ebrei noti da altri fonti antiche come Esseni. La lettura dei libri “settari” chiarisce  che la comunità degli Esseni era caratterizzata dalla massiccia presenza di uomini celibi che avevano dedicato la propria vita alla purezza, nella convinzione che la fine del mondo fosse vicina. Credevano che presto Dio sarebbe intervenuto nella storia per rovesciare le forze del male e per premiare i giusti.

Alcuni libri. sono visionari e descrivono cosa succederà alla fine del mondo, quando le forze del bene (schierate con i membri della comunità) daranno battaglia alle forze del male (il diavolo e i suoi rappresentanti terreni, come per esempio gli eserciti romani), rovesciandole per preparare la venuta del regno di Dio sulla terra.

Senza dubbio l’aspetto più importante dei Rotoli del Mar Morto è il fatto che evidenzino la centralità dell’apocalittica ebraica nell’ambiente di Gesù.

Apocalittica è un termine che gli studiosi moderni utilizzano per indicare una visione del mondo antica. Deriva dal greco apokalypsis, che significa “rivelazione”. I sostenitori di questa visione del mondo credevano che Dio avesse “rivelato” loro quei segreti celesti che potevano aiutarli a dare un senso alle realtà terrene; in particolare, credevano che Dio avesse rivelato loro che cosa sarebbe accaduto nel prossimo futuro, quando sarebbe intervenuto per distruggere il male neo mondo e fondare il suo regno del bene.

All’epoca di Gesù, gli apocalittici appartenevano a tutti i ceti. Alcuni erano membri di sette come gli Esseni, altri erano farisei, altri erano figure profetiche (come Giovanni Battista) e i loro seguaci, e altri ancora non erano legati a nessuna fazione, ma condividevano semplicemente questa visione del mondo (proprio come oggi ci sono cristiani che non appartengono a nessuna confessione).

Dai Rotoli del Mar Morto e da altri documenti ebraici antichi si deduce con chiarezza che, qualunque fosse il partito di appartenenza, gli apocalittici sottoscrivevano quattro principi fondamentali:

1. Dualismo. L’apocalittica ebraica sostiene che ci sono due componenti essenziali nella realtà: le forze del bene e le forze del male. Dalla parte del bene, naturalmente, c’è Dio. Ma Dio ha un nemico personale: il diavolo (prima dell’apocalittica non ci sono riferimenti a questa figura nei testi ebraici, come del resto nella maggior parti della Bibbia). Dio ha i suoi agenti, gli angeli, e il diavolo pure, i demoni. Con Dio si schierano i poteri sovrumani della giustizia e della vita; con il diavolo si schierano il peccato e la morte. Gli apocalittici ritenevano che fossero forze reali operanti nel mondo. Il peccato non è solo qualcosa di male che capita di fare ogni tanto: è una forza cosmica, schierata contro Dio, che cerca di ingannare l’uomo per spingerlo ad agire contro il volere divino. Perché ci sono persone che “non riescono a trattenersi” dal fare ciò che sanno essere sbagliato? Perché il peccato le ha soggiogate. Anche la morte non è spiegabile solo come ciò che accade quando si esala l’ultimo respiro o la mente smette di funzionare; è una forza cosmica operante nel mondo, che cerca di catturare l’uomo e che, quando ci riesce lo annienta.

Per gli apocalittici ebraici, tutte le cose e tutte le persone del mondo sono schierate con le forze del bene o con quelle del male. Non esiste un terreno neutrale e tutti debbono scegliere da che parte stare.

Inoltre per loro questo dualismo cosmico si declina all’interno di uno scenario storico in cui c’è una radicale scissione tra l’età presente e quella futura. Il presente è in mano alle forze del male, ecco perché nel mondo c’è tanto dolore e tanta sofferenza, carestie, malattie, guerre e calamità naturali, per non parlare  delle esperienze più comuni di odio, solitudine e morte. Ma in futuro tutto ciò che è male sarà distrutto e rimarrà solo il bene; non ci saranno più fame, pena, sofferenza, dolore o morte, ma solo il volere di Dio, che regnerà sovrano sulla Terra.

2. Pessimismo. Poiché la dottrina degli apocalittici sostiene che l’epoca presente è malvagia, non nutre alcuna speranza di poter migliorare la sorte degli uomini hic et nunc. Le cose vanno male e possono solo andare peggio, man mano che il diavolo e i suoi scagnozzi acquisiscono un potere sempre maggiore. Non si può cambiare in meglio la situazione migliorando l’assistenza sociale, aumentando il numero degli insegnanti o dei tutori dell’ordine: il potere delle forze del male è in aumento e continuerà a crescere fino al termine di quell’epoca, quando, letteralmente, scoppierà l’inferno.

3. Vendetta. Ma la fine di quell’epoca non rappresenterà la fine della storia. Perché quando la situazione sarà definitivamente compromessa, Dio in persona interverrà a beneficio di chi si è schierato con lui. Rovescerà con il suo giudizio apocalittico le forze del male, distruggendo il diavolo e tutti i suoi poteri e portando sulla terra il suo regno benigno.

Nella vendetta di Dio rientra anche la resurrezione dei morti. Il giudizio di Dio, quindi, non riguarderà solo i vivi ma tutti, anche i morti, che risorgeranno fisicamente per affrontarlo. Quindi nessuno deve penare di potersi schierare in vita con le forze del male per ottenere prosperità e potere e poi farla franca dopo la morte. Ciò non è possibile perché Dio resusciterà tutti e li condannerà alla punizione eterna per il male compiuto, senza possibilità di attenuarla in nessun modo.

D’altro canto, chi si è schierato con Dio e ha sofferto di conseguenza sarà resuscitato dai morti per ricevere la ricompensa eterna (non può esserci che sofferenza per chi si schiera con il bene, perché sono le forze del male a controllare il mondo). Quindi chi soffre nel presente può sperare nella futura vendetta, nel regno ormai imminente. Ma quando verrà?

4. Imminenza. L’apocalittica ebraica sostiene che il giudizio finale verrà molto presto. Prestissimo. Le cose non possono andare peggio di come vanno e quanto prima Dio interverrà per rovesciare le forze del male e fondare il suo regno. Ma quando succederà? “In verità vi dico: vi sono alcuni qui presenti, che non morranno senza aver visto il regno di Dio venire con potenza.” Sono parole di Gesù (Mc 9, 1). Dunque lo stesso Gesù era un apocalittico e professava un punto di vista simile a quello degli Esseni della comunità del Mar Morto, anche se con tutta probabilità non ne faceva parte né ebbe mai contatti con loro. In un altro passo Gesù afferma: “In verità vi dico: non passerò questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute” (Mc 13, 30).

Quindi Gesù ha in comune con gli Esseni di Qumran una visione apocalittica. Ma le differenze sono numerose e per questa ragione gli studiosi affermano unanimi che non apparteneva alla comunità. Gli Esseni di Qumran, per esempio, volevano preservarsi puri isolandosi dalle influenze inquinanti del mondo; Gesù invece si circondava continuamente di “esattori delle tasse e peccatori” e non si interessava della sua purezza personale né del rispetto rigoroso della legge mosaica a cui esortavano gli Esseni. Semmai il contrario: spesso era accusato di lassismo nei confronti della legge (per esempio, di quella che prescriveva di rispettare il sabato). Ma un tratto fondamentale lo accomuna alla comunità del Mar Morto: è un dualista, crede nelle forze del bene e del male (lo si vede spesso combattere contro il demonio, per esempio), nell’imminenza della venuta del regno di Dio (Mc 1, 15; 9, 1; 13, 30), nella futura risurrezione dai morti e così via.

Per sapere qualcosa di Gesù, o di qualsiasi altro personaggio del passato, dobbiamo ricorrere alle fonti di cui disponiamo.  Le principali fonti su Gesù sono i vangeli del Nuovo Testamento, cui si aggiungono forse un paio di vangeli non canonici in grado di fornire informazioni utili sulla sua vita. Tali fonti, però, non possono essere usate in modo acritico, poiché, come abbiamo visto, anche le fonti più antiche (per esempio, Marco e l’ipotetico documento Q1) sono state scritte decenni dopo gli eventi che descrivono e sono basate su tradizioni orali che rimasero in circolazione per anni; le persone che raccontarono più e più volte le storie sulla vita di Gesù finirono quindi per modificarle. Questo significa che tutte le nostre fonti devono essere prese cum grano salis. Dobbiamo accostarci a esse in modo cauto, prudente e metodico se vogliamo ricavarne informazioni storicamente attendibili, perché non siamo alla ricerca dei racconti modificati sulla vita di Gesù, ma delle informazioni originali, per sapere che cosa disse, fece e sperimentò realmente.

Come possiamo acquisire tali informazioni? Alcuni studiosi hanno dedicato la vita intera al problema di come sapere cosa accadde realmente nella vita di Gesù. Si tratta di storici dell’antichità estremamente preparati, che, oltre a leggere tutte le fonti in lingua originale (greco, ebraico, latino, ecc.) e conoscere ogni minimo riferimento a Gesù negli antichi resoconti, hanno inventato dei metodi per filtrare il materiale a disposizione allo scopo di stabilire cosa è storicamente attendibile e cosa non lo è. La stragrande maggioranza della produzione di questi esperti è tutt’altro che eclatante: si tratta di materiale incisivo, rigoroso, dettagliato e ricchissimo di sfumature, di utilità e interesse soprattutto per altri studiosi del settore. Le conclusioni cui sono giunti gli storici, però, possono essere affascinanti anche per i non addetti ai lavori. Ora cercherò di spiegare in modo semplice e accessibile i metodi elaborati dagli studiosi per ricostruire la vita di Gesù, consapevole del fatto che dietro a questa presentazione alquanto semplificata ci sono tanto sangue, tanto sudore, tanto duro lavoro.

Nel complesso gli studiosi concordano sui vari criteri da utilizzare con le fonti tuttora esistenti è per capire che cosa accadde realmente nella vita di Gesù. I quattro esposti qui di seguito sono i più importanti.

1. Più antico è meglio è

Le storie su Gesù, anche quelle che gli attribuiscono qualche tipo di legame, come con Maria Maddalena, sono state raccontate più e più volte, subendo nel tempo varie modifiche alla luce delle credenze, della visione del mondo e del punto di vista del narratore. Nel complesso, quindi, le fonti più antiche avranno una probabilità inferiore di contenere informazioni modificate radicalmente rispetto alle fonti successive. La ragione è ovvia: nel caso delle primissime fonti, ci sarà stato meno tempo a disposizione per modificare le storie. Ecco perché gli studiosi che si danno da fare per scoprire che cosa accadde realmente nella vita di Gesù tendono a usare di più, per esempio, Marco e Q rispetto al vangelo di Giovanni e al vangelo di Tommaso2. Questi ultimi furono scritti a decenni di distanza dai primi due, quindi la probabilità che conservino informazioni storicamente attendibili è minore.

Tuttavia, dato che le fonti a nostra disposizione sono tutte relativamente recenti (non risalgono ai tempi di Gesù), non basterà accettare  come storicamente attendibili le informazioni fornite dalle più antiche. Anch’esse contengono storie modificate durante il processo di rinarrazione, quindi sono necessari altri criteri.

2. Sommare le testimonianze

Il fatto di trovare fonti antiche indipendenti che forniscono le stesse informazioni su Gesù facilita notevolmente il compito degli studiosi che cercano di ricostruire la sua vita. Se due o più fonti indipendenti forniscono lo stesso racconto di un episodio della vita di Gesù, nessuna di queste può averlo inventato; le informazioni devono essere state ricavate da una fonte ancora più antica, magari da un vero e proprio dato storico della vita di Gesù. Bisogna comunque sottolineare che questo criterio vale solo se le fonti sono indipendenti tra loro. Una storia presente in Matteo, Marco e Luca, per esempio non sarebbe attestata da tre fonti indipendenti, perché Matteo e Luca l’avrebbero presa da Marco. In questo caso, la fonte della storia è solo una. Se però una storia è presente in Marco, Q e Tommaso, che sono fonti indipendenti tra loro, deve essere stata ricavata da una fonte ancora più antica a disposizione di tutti e tre gli autori.

3. Quello che contrasta aiuta

Dato che le storie su Gesù sono state ovviamente modificate in base al punto di vista, alla visione del mondo e agli interessi di chi le ha raccontate, come la mettiamo con le informazioni su di lui contenute nelle nostre fonti e contrarie al punto di vista, alla visione del mondo e agli interessi di questi narratori? E’ ovvio che tradizioni di questo tipo, in apparente contrasto con ciò che i cristiani avrebbero voluto dire di Gesù, non possono essere tradizioni inventate; di conseguenza, sono particolarmente preziose, poiché sembrano descrivere eventi realmente accaduti nella vita di Gesù.

Per esempio fonti indipendenti (Marco e Giovanni) attestano che Gesù era originario di Nazaret. Questo contrasta con ciò che i cristiani avrebbero voluto dire di lui, poiché il messia sarebbe dovuto venire da Betlemme (ecco perché, secondo alcune storie nacque là). Perché mai, quindi, avrebbero dovuto dire che era originario di Nazaret? Prima dell’avvento del cristianesimo, Nazaret era un paesino minuscolo che la quasi totalità delle persone non aveva mai sentito nominare. I cristiani che narravano le storie di Gesù non traevano alcun vantaggio dall’affermare che veniva da un villaggio tanto minuscolo, sconosciuto e infausto, sperduto in Galilea. Le storie che collocano Gesù a Nazaret, quindi, sono probabilmente autentiche. quello era davvero il suo luogo d’origine. Prendiamo in considerazione il battesimo di Cristo da parte di Giovanni: i primi cristiani si rendevano conto che, nel rito del battesimo, chi battezza è spiritualmente superiore a chi viene battezzato. Perché mai un cristiano avrebbe dovuto inventarsi che Gesù fu battezzato da un altro? Questo non avrebbe dato adito all’interpretazione che Giovanni fosse superiore a Gesù? I cristiani che lo riverivano non avrebbero inventato una storia simile, quindi è probabile che sia successo veramente.

3. Il contesto è (quasi) tutto

Gli esperti, infine, prendono molto seriamente la conclusione cui sono ormai giunti tutti quelli che studiano la figura storica di Gesù: Gesù era un ebreo e visse in Palestina nel I secolo. Quasi certamente, le storie su ciò che disse e fece non compatibili con quel contesto non sono esatte dal punto di vista storico. Le parole di Gesù che risultano più sensate in un contesto diverso probabilmente derivano da quel contesto, non dalla vita vera di Gesù.

Certi detti contenuti nel Vangelo di Tommaso e in altri scritti della biblioteca di Nag Hammadi, per esempio, hanno un tono chiaramente gnostico. IL problema è che non abbiamo prove che lo gnosticismo esistesse già nei primi due decenni del I secolo, soprattutto in una regione rurale come la Galilea. Questi detti gnostici devono quindi appartenere a tradizioni successive, mese in bocca a Gesù in qualche altro contesto (nel II secolo, per esempio, in un luogo come l’Egitto o la Siria). Con questo non voglio dire che tutti i detti contenuti in Tommaso debbano essere ritenuti inammissibili. Si è visto che in questo vangelo, per esempio, Gesù racconta la parabola del granellino di senape, riportata (in modo indipendente) anche da Marco. La storia non ha niente di particolarmente gnostico ed è attestata da due fonti indipendenti, una delle quali è molto antica. Conclusione? Può darsi che Gesù l’abbia raccontata.

Questi, quindi, sono alcuni dei principali criteri usati dagli studiosi per analizzare le primissime fonti sulla vita di Gesù. Scoprire ciò che disse e fece non significa semplicemente “credere a qualcuno sulla parola” o accettare ogni cosa (o qualsiasi cosa) si dica su di lui nei vangeli. Ogni detto di Gesù, tutto quello che, secondo le fonti, fece e sperimentò deve essere analizzato in base a questi criteri per vedere se può essere attribuito con una certa plausibilità alle circostanze storiche della sua vita. Le parole e le opere di Gesù che non soddisfano tali criteri non possono essere accettate come storiche. In breve, saperne di più su Gesù non è questione di pure congetture, fantasia o pii desideri. E’ questione di esaminare le fonti a nostra disposizione con occhio critico per stabilire che cosa accadde realmente nella sua vita.

Il Nuovo Testamento non ritrae Gesù nel solo suo aspetto divino; in molti passaggi, infatti, è descritto anche qui come un mortale. Tuttavia già secoli prima di Costantino si era diffusa l’idea che, accanto all’aspetto umano, Gesù avesse anche un lato divino. Ma le fonti più antiche nonché le migliori di cui disponiamo vedono Gesù come un profeta mortale. IN realtà, lo vedono più che altro come l’autore di una serie di profezie dettagliate. Come gli Esseni, la comunità che produsse i manoscritti del Mar Morto, Gesù era un ebreo apocalittico, convinto che Dio sarebbe ben presto intervenuto nel corso della storia per sconfiggere le forze del male in questo mondo e fondare un nuovo regno sulla terra, dove non ci sarebbe più stato spazio per dolore e sofferenza. Questa immagine di Gesù come un apocalittico deriva da un’analisi approfondita delle prime fonti a nostra disposizione.

Abbiamo visto  alcuni aspetti della visione del mondo degli ebrei apocalittici, secondo i quali esistevano due componenti  fondamentali della realtà, le forze del bene e le forze del male, con Dio e i suoi angeli da una parte e il Maligno e i suoi demoni dall’altra. Questo dualismo era inserito in uno schema in cui all’attuale epoca dominata dal male ne sarebbe seguita una dominata dal bene, in cui sarebbe venuto il regno di Dio ed egli avrebbe regnato sovrano. All’avvento di questo regno sarebbe scoppiato un cataclisma durante il quale Dio avrebbe sconfitto le forze del male e giudicato gli uomini in base al loro schieramento – con Dio o con le forze del male – durante quest’epoca malvagia. Per di più, gli ebrei apocalittici credevano che tutto questo sarebbe successo molto presto.

Fin dall’inizio del XX secolo, molti studiosi hanno riconosciuto che questa visione era condivisa anche dal Gesù storico. Prove a sostegno di questa tesi emergono dalle prime fonti sulla sua vita (i vangeli cristiani sopravvissuti) a mano a mano che vengono analizzate in base ai criteri sopra esposti. Tradizioni che ritraggono Gesù come un apocalittico sono presenti nei primissimi resoconti a nostra disposizione, tra cui Marco, Q, M, L3, tutte fonti indipendenti tra loro (non sono invece presenti nei resoconti successivi, come Giovanni e Tommaso). In queste tradizioni, Gesù predice che Dio invierà presto un giudice celeste, per il quale usa l’enigmatica definizione “Figlio dell’uomo”, che seminerà distruzione tra le forze del male, sconfiggendo chiunque si opponga a Dio e portando il suo regno per coloro che si sono schierati al suo fianco durante quest’epoca malvagia. Ecco, per esempio, che cosa dice Gesù nelle nostre fonti più antiche (e indipendenti):

 

Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi... In verità vi dico: vi sono alcuni qui presenti, che non morranno senza aver visto il regno di Dio venire con potenza (Mc 8,38-9,1).

In quei giorni, dopo quella tribolazione, e la luna non darà più il suo splendore e gli astri si metteranno a cadere dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo... In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute (Mc 13, 24-27.30).

Perché come il lampo, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno.. Come avvenne al tempo di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell’uomo: mangiavano, bevevano, si ammogliavano e si maritavano, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece perire tutti... Così sarà nel giorno in cui il Figlio del’uomo si rivelerà (Q via Lc 17, 24; 17, 26-27.30; cfr. Mt 24, 27.37-39).

Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate (Lc 12, 40; cfr Mt 24, 44).

Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrò alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno da suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro (M via Mt 13, 40-43).

State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni , ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia della terra. Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo (L via Lc 21, 34-36).

 

Le nostre tradizioni contengono numerosi detti del genere: questi sono solo alcuni esempi. Va sottolineato che tali detti apocalittici sono tratti dalle primissime fonti di cui disponiamo (perché più antico è meglio è), sono indipendenti tra loro e del tutto credibili dal punto di vista del contesto (come ricorderete, idee simili erano presenti nei manoscritti del Mar Morto, risalenti ai tempi dello stesso Gesù). Inoltre, alcuni di questi detti apocalittici contrastano con quelli che i primi cristiani avrebbero scelto di dire se fossero stati loro a mettere le parole in bocca a Gesù. Prendiamo il seguente passo tratto da Q:

 

In verità vi dico: voi che mi avete seguito, nella nuova creazione, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, siederete anche voi [discepoli] su dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele (Mt 19, 28; cfr Lc 22,30).

 

Perché un cristiano non si sarebbe inventato questo detto? Da notare che Gesù si sta rivolgendo a tutti e dodici i suoi discepoli e dice che, con la venuta del nuovo regno, siederanno tutti in trono. E’ difficile credere che dei cristiani vissuti in epoca successiva avrebbero affermato una cosa simile a proposito dei dodici discepoli dopo la morte di Gesù sapendo che proprio uno di loro, Giuda Iscariota, lo aveva tradito. Giuda siederà in trono con gli altri nel regno che verrà? Di sicuro, i cristiani non la pensavano così. Allora, perché conservarono questo detto secondo cui anche Giuda avrebbe regnato? Evidentemente, Gesù lo disse davvero e i cristiani conservarono il detto così com’era, senza modificarlo alla luce delle loro idee.

Ora vorrei vedere un po’ in dettaglio che cosa hanno stabilito gli studiosi a proposito della sua predicazione. Ci tengo a ricordare che non sto semplicemente riassumendo quello che i vangeli dicono di Gesù Gli autori dei vangeli più recenti avevano un’idea di lui un po’ diversa, poiché si basavano su tradizioni orali rimaste in circolazione per decenni prima che loro stessi le mettessero per iscritto. A me interessa quello che il Gesù storico disse e fece realmente, cosa che richiede un’analisi critica delle primissime fonti in base ai criteri sopra esposti. Le tradizioni presenti nelle fonti più recenti – per esempio le affermazioni contenute nel Vangelo di Giovanni secondo cui Gesù si definì divino – non sono presenti nelle prime fonti e non contrastano affatto con quelli che i primi cristiani avrebbero voluto dire di lui. Di conseguenza, non sono storicamente attendibili. Le nostre tradizioni, però, contengono anche materiale attendibile, ed è proprio questo materiale che voglio riassumere.

E’ chiaro che il Gesù storico parlò della venuta del regno di Dio. Il suo insegnamento è riassunto nel più antico dei vangeli sopravvissuti, quello di Marco:

 

Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo (Mc 1, 15).

 

Quando Gesù parla dell’imminente regno di Dio, in questo versetto come in altri detti che possono tranquillamente essere attribuiti a lui, l’impressione è che stia parlando non di un regno spirituale (o dell’ascesa al cielo dopo la morte), ma di una vera e propria presenza fisica di Dio qui sulla terra. Come dice in Q:

 

Là ci sarà pianto e stridore di denti quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidene, da settentrione e ma mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio (Q via Lc 13, 28-29; cfr 8, 11-12).

 

Simili riferimenti ad un regno di Dio fisico, reale sono presenti in tutte le fonti più antiche. Come altri apocalittici vissuti prima e dopo di lui, Gesù evidentemente pensava che Dio avrebbe esteso il suo dominio dal regno dei cieli, dove risiede, alla terra. Sarebbe stato un regno fisico, reale; un mondo paradisiaco in cui Dio stesso avrebbe regnato sui fedeli, dove si sarebbe mangiato, bevuto e parlato e dove degli uomini (i dodici discepoli) avrebbero regnato, seduti in trono, mentre gli altri banchettavano.

La venuta di questo regno avrebbe comportato un giudizio universale, come Gesù afferma in molte sue parabole, tra cui la seguente, che compare con qualche piccola differenza, sia in Matteo che in Tommaso:

 

Il regno dei cieli è simile anche a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva e poi, sedutisi, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti (Mt 13, 47-50).

 

Oppure in M, la fonte speciale di Matteo:

 

Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro (M via Mt 13, 40-43).

 

Come abbiamo visto, questo giudizio imminente sarà un evento cosmico, scatenato da quello che Gesù definisce il Figlio dell’uomo:

 

In quei giorni, dopo quella tribolazione, e la luna non darà più il suo splendore e gli astri si metteranno a cadere dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo (Mc 13, 24-27).

 

Ma chi sono questi eletti che sopravvivranno e saranno ammessi nel regno di Dio? Dato che l’epoca in cui viviamo è dominata dalle forze del male, saranno i grandi e i potenti di oggi a essere giudicati quando verrà il Figlio dell’uomo. Gli umili, i perseguitati e gli oppressi, invece, erediteranno il nuovo regno dominato dal bene. Dio è infatti dalla parte di coloro che lo difendono e perciò sono oppressi dalle forze del male che regnano in questo mondo. Come dice Gesù:

 

E verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi (Lc 13, 29-30; può essere Q, si veda Mt 20, 16).

 

Ecco perché Gesù si schierò con gli emarginati durante il suo ministero. Sarebbero stati loro a ereditare il regno di Dio; tale regno non sarebbe venuto per i ricchi e i potenti, ma per i poveri e gli umili. Per questo Gesù esortò i suoi seguaci a non inseguire ricchezza e prestigio, ma a dedicare la vita agli altri, perché gli umili sarebbero stati i primi nel nuovo regno. Secondo la nostra fonte più antica, Gesù disse:

 

Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti (Mc 9, 35).

 

E anche:

 

Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti (Mc 10, 42-44).

 

Il tema del capovolgimento viene sviluppato in alcuni degli insegnamenti più conosciuti di Gesù, le cosiddette Beatitudini, che tendono purtroppo ad essere estrapolate dal loro originale contesto apocalittico da coloro che le citano. Le Beatitudini sono detti attribuiti a Gesù in varie fonti, in cui egli benedice certi gruppi di persone (il termine deriva infatti dal latino beatus, “benedetto”). I più famosi sono contenuti nel Discorso della montagna di Matteo, che comincia così:

 

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati (Mt 5, 3-6)

 

Quello a cui molti lettori non hanno fatto caso sono i tempi verbali. Essi descrivono quello che certi gruppi di persone stanno vivendo nel presente e quello che vivranno in futuro. In futuro? Quando? Non in qualche vago, remoto e imprecisato momento, un giorno o l’altro, in cielo. Accadrà con la venuta del regno di Dio, quando gli umili, i poveri e gli oppressi saranno ricompensati.

Molti di questi detti presenti in Matteo sono di fatto tratti da Q. E’ interessante notare che nella versione di Luca tendono a sottolineare più le privazioni fisiche che le lotte interiori. Per esempio, invece di benedire i “poveri in spirito”, in Luca Gesù dice “Beati voi poveri” (nel senso letterale del termine). Invece di parlare di coloro che “hanno fame e sete della giustizia”, dice “Beati voi che ora avete fame”. Ci sono fondati motivi per ritenere che, in questi casi, la versione di Luca sia più vicina alla realtà. IN primo luogo, una versione molto simile di questi detti è contenuta nel Vangelo di Tommaso, una fonte indipendente:

 

Gesù disse: “Beati i poveri perché vostro è il Regno dei Cieli!” (Vangelo di Tommaso 59)

Beati coloro che sono affamati, perché il loro ventre sarà saziato a volontà (Vangelo di Tommaso 76)

Gesù disse: “Beati voi quando siete odiati e perseguitati, perché non si troverà il Luogo dove perseguitarvi (Vangelo di Tommaso 74).

 

E’ interessante notare che nella versione di Luca delle Beatitudini le varie benedizioni apocalittiche sono seguite da una serie di maledizioni apocalittiche:

 

Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione. Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete. Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti (Lc 6, 24-26).

 

Questi particolari giudizi apocalittici non sono attestati da altre fonti indipendenti, ma di certo sono in linea con i temi principiali già visti in questo capitolo. Gesù predicava che il giorno del giudizio era vicino; sarebbe arrivato con il Figlio dell’uomo, che avrebbe portato un capovolgimento radicale: i ricchi sarebbero stati condannati e i sofferenti benedetti. Questo messaggio apocalittico racchiudeva un avvertimento di imminente distruzione per tutti coloro che non tenevano conto delle parole di Gesù e non si convertivano a Dio come egli desiderava.

Quando avrebbe avuto luogo tutto questo? Quando sarebbe giunto il Figlio dell’uomo? Quando sarebbe venuto il regno di Dio? Nel lontano futuro, a distanza di anni, decenni, secoli o millenni? Al contrario. Come la maggior parte degli ebrei apocalittici del suo tempo, Gesù sembrava convinto che la venuta del regno di Dio fosse imminente. Come afferma nel più antico dei vangeli sopravvissuti:

 

“Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi”. E diceva loro: “In verità vi dico: vi sono alcuni qui presenti, che non morranno senza aver visto il regno di Dio venire con potenza” (Mc 8, 38; 9, 1; corsivo dell’autore).

In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute (Mc 13, 30; corsivo dell’autore).

State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso. E’ come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare. Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perché non giunga all’improvviso, trovandovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate! (Mc 13, 33-37).

 

Oppure, come dice in Q:

 

Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate (Lc 12, 39-40; cfr. Mt 24, 43-44).

 

In breve, da un’analisi critica delle fonti più antiche risulta che, come i membri della comunità dei manoscritti del Mar Morto prima di lui (e come Giovanni Battista, di cui non abbiamo parlato, ma che fu a sua volta uno dei primi apocalittici) e come molti suoi seguaci di prima generazione dopo di lui (per esempio, l’apostolo Paolo), Gesù fu un profeta apocalittico e predisse che Dio sarebbe presto intervenuto nel corso della storia per sconfiggere le forze del male e portare sulla terra il suo regno utopico.

 

 

(1)         Si tratterebbe di un vangelo ormai perduto, ipotizzato dagli studiosi del Nuovo Testamento e denominato “Q” come l’iniziale della parola tedesca Quelle (Fonte). Si sarebbe trattata di una fonte consultata sia da Matteo che da Luca, ma non a disposizione di Marco e Giovanni, contenente molti degli insegnamenti più memorabili di Gesù.

(2)         Vangelo ritrovato nella biblioteca gnostica di Nag Hammadi, risalente alla seconda metà del IV secolo.

(3)         Matteo e Luca, oltre ad attingere dalla fonte Q, mostrano di aver attinto ciascuno ad un’altra fonte; queste due ulteriori fonti, specifiche di Marco e Luca, sono chiamate rispettivamente M ed L.

 

 

 

Walter Bauer sul concetto di “ortodossia” ed “eresia” nel mondo cristiano delle origini

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In questo brano viene descritta l’opera e il pensiero di Walter Bauer, uno dei maggiori studiosi del cristianesimo delle origini nel XX secolo, in particolare il suo sforzo di mostrare che “ortodossia” ed “eresia” come concepite nella tradizione cattolica (la prima formata dagli insegnamenti originali di Cristo, trasmessi incorrotti con la tradizione apostolica, la seconda derivante da pervertimenti successivi operati da gruppi minoritari) non sono in realtà categorie applicabili ad un credo, come quello cristiano, che si sviluppò – verrebbe da dire, prendendo in prestito una espressione delle scienze sperimentali – per “tentativi ed errori”.

Oggi le idee di Bauer sono divenute “communis opinio” tra gli studiosi del cristianesimo delle origini.

 

C’è stato un tempo, non molto lontano, in cui ortodossia ed eresia non erano termini problematici, e la loro relazione non era complicata. Ortodossia era la corretta credenza, insegnata da Gesù ai suoi discepoli e passata da questi ai capi delle chiese cristiane. Nella sua forma più basilare, questa ortodossia venne ad essere espressa nelle parole del famoso credo Niceno, come emerse dai grandi concili del quarto secolo e fu successivamente trasfuso in parole familiari a molti cristiani di oggi:

 

Crediamo in un solo Dio, Padre, Onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili ed invisibili.

Crediamo in un solo Signore, Gesù Cristo, figlio unigenito di Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre. Attraverso di lui sono state create tutte le cose. Per noi e per la nostra salvezza discese dal cielo: per il potere dello Spirito santo si incarnò nella Vergine Maria e fu fatto uomo. Per la nostra salvezza fu crocifisso sotto Ponzio Pilato; morì e fu sepolto. IL terzo giorno è risuscitato secondo le Scritture; ascese al cielo ed è seduto alla destra del Padre. Verrà di nuovo per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine.

Crediamo nello Spirito santo, signore e datore di vita, che procede dal padre e dal Figlio. Col Padre e il Figlio è adorato e glorificato. Ha parlato per mezzo dei Profeti. Crediamo in una Chiesa, cattolica, apostolica. Riconosciamo il battesimo per il perdono dei peccati. Attendiamo la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. Amen.

 

Eresia era ogni deviazione da questo corretto credo. Evidentemente eretico era ad esempio il credo di coloro che sostenevano che invece di un unico dio ve ne fossero due, o dodici o trenta. O di coloro che negavano che Cristo fosse vero Dio o che egli divenne un essere umano in tutto e per tutto, o che egli nacque da una vergine, o che egli risuscitò dai morti. O di coloro che negavano la futura risurrezione.

Secondo questo modo di vedere, ogni dottrina falsificata necessariamente esisteva prima della sua falsificazione, e ogni eretico che ha corrotto la verità deve avere avuto accesso ad una verità per corromperla. Per questa ragione, l’ortodossia era vista come precedente l’eresia e i credenti ortodossi come precedenti quelli eretici. Per definizione, quindi, l’ortodossia era la forma originale del credo cristiano, accettato dalla maggioranza dei credenti sin dall’inizio, e l’eresia era una perversione di essa, creata scientemente da individui con un piccolo e nefasto seguito. Secondo questo modo di vedere, ortodossia significa realmente ciò che la sua etimologia suggerisce: “retta credenza”. Perdipiù, implica sia sussistenza sin dalle origini sia opinione maggioritaria. Eresia, dalla parola greca per “scelta”, si riferisce a decisioni intenzionali di discostarsi dal credo corretto; implica una corruzione della fede che si riscontra solo presso delle minoranze.

Queste vedute circa la relazione tra ortodossia ed eresia fu dominante nella cultura cristiana per molti secoli. La loro classica espressione può trovarsi nel primo resoconto sulla storia della Chiesa – inclusi i conflitti interni – scritto dal “padre della storia della chiesa”, Eusebio di Cesarea. In dieci volumi, la Storia della Chiesa di Eusebio narra le vicende della Cristianità dagli inizi alla sua epoca (l’edizione finale data 324/25).

Il resoconto inizia prima della nascita di Cristo con una affermazione sulla sua duplice natura, umana e divina, e una discussione della sua preesistenza. E’ un modo inconsueto di iniziare una narrazione storica, e serve a mostrare la teologia sottesa. Non si tratta di una cronaca disinteressata di nomi e date. E’ una storia guidata da una visione teologica dall’inizio alla fine, una visione che è legata al modo in cui Eusebio concepisce  Dio, Cristo, le Scritture, la chiesa, Ebrei, pagani ed eretici. L’orientamento è chiaramente quello che divenne poi l’ortodossia, con Eusebio che si oppone a chiunque propone una concezione diversa della fede. Questa opposizione determina ciò che Eusebio dice e come lo dice.

Eusebio scorge la mano di Dio dietro la scena ad ogni stadio della evoluzione della chiesa, che ne dirige il destino e la missione. I credenti, influenzati e sostenuti da Dio, sostennero senza paura le persecuzioni, e la chiesa crebbe nonostante le opposizioni. E l’“eresia” fu prontamente ed efficacemente vinta dagli insegnamenti apostolici originali accolti dalla stragrande maggioranza nella Chiesa, insegnamenti che, per Eusebio, erano per definizione ortodossi.

Il punto di vista “classico” circa le relazioni tra ortodossia ed eresia rimase quasi incontestato fino all’epoca moderna.

Nel 1774-1778 furono pubblicati postumi una serie di studi eruditi di Hermann Reimarus (1694-1768), secondo cui Gesù proclamò l’imminente regno di Dio, che per lui e gli ebrei dei suoi tempi era una entità politica, un “regno” reale sulla terra. Gesù asseriva che ci sarebbe stata una insurrezione vittoriosa degli ebrei contro il giogo romano e la creazione di un nuovo stato politico di Israele. Gesù stesso sarebbe stato alla sua testa come Messia. Sfortunatamente, quando le autorità romane ebbero notizia della predicazione rivoluzionaria di Gesù lo tolsero di mezzo efficacemente e senza pietà dalla scena pubblica e lo crocifissero.

I discepoli, comunque, si erano abituati a girare come seguaci itineranti di Gesù. Per perpetuare la loro causa, decisero di fondare una religione in nome di Gesù. Vennero fuori con l’idea che Gesù fosse il Messia, non il messia politico atteso da tutti, ma un messia spirituale che era morto per i peccati e era risorto dai morti. Per impedire di essere contraddetti, fecero sparire il corpo di Gesù dalla tomba.

Pochi studiosi oggi sarebbero d’accordo con questa ricostruzione, ma più di chiunque altro Reimarius iniziò la ricerca critica per stabilire cosa realmente avvenne nella vita di Gesù, partendo dal presupposto che i Vangeli non sono resoconti accurati ma cronache tarde scritte da seguaci interessati a far prevalere la loro visione delle cose.

Un altro momento chiave di questo processo di revisione giunse circa sessant’anni dopo la pubblicazione del lavoro di Reimarus. F. C. Baur, un altro studioso tedesco, sostenne che il cristianesimo primitivo, prima che i libri del Nuovo Testamento fossero completati, era caratterizzato da un conflitto tra i cristiani di razza ebrea, che volevano mantenere i legami col Giudaismo e i cristiani gentili, che volevano liberarsi di questi legami per dar vita a una religione universalista. Il conflitto era incarnato dalle due figure di Pietro, capo della fazione ebreo-cristiana e Paolo, capo della fazione dei cristiani gentili. Secondo Baur, non ci fu una chiara vittoria dell’una né dell’altra parte; invece emerse un compromesso storico, nel quale sia aspetti del cristianesimo giudeo-cristiano, che voleva mantenere le leggi giudaiche, sia l’enfasi dei cristiani gentili sulla salvezza offerta a tutti furono fusi per creare quella che infine divenne la Chiesa cattolica.

Nel corso degli anni successivi alla pubblicazione dei lavori di Baur, anche per la scoperta di nuove fonti testuali, gli studiosi si spinsero oltre, e cominciarono a pensare che la narrazione di Eusebio di Cesarea fosse poco veridica e teologicamente influenzata. Ma occorrerà aspettare l’inizio del XX secolo perché il resoconto di Eusebio venga sottoposta a una indagine serrata, ad un attacco devastante del ritratto che Eusebio fa della unità del cristianesimo delle origini e della diversità delle vedute teologiche all’interno di esso.

Lo studio più importante fu publicato da un altro studioso tedesco, Walter Bauer (1877-1960), uno studioso di altissimo livello e di imponente erudizione; il suo lessico greco rimane uno strumento essenziale per tutti gli studenti del Nuovo Testamento greco. Il suo libro più controverso e influente fu uno studio dei conflitti teologici nella chiesa delle origini. Ortodossia ed Eresia nel Cristianesimo primitivo fu indubbiamente il più importante libro di storia del cristianesimo delle origini del XX secolo. Il suo scopo è chiaro: tagliare alla base il modello Eusebiano della relazione tra ortodossia ed eresia. Le argomentazioni sono incisive ed autorevoli, fatte da un autore che padroneggia tutta la letteratura esistente sul cristianesimo delle origini. Alcuni studiosi respinsero con orrore le opinioni di Bauer, altri le abbracciarono fervidamente; nessuno studioso nel suo campo di studi ne rimase comunque immune, in un senso o nell’altro. Le ripercussioni sono avvertite ai nostri giorni, giorni in cui l’analisi di Bauer ha cambiato per sempre il modo in cui si guarda alle controversie teologiche anteriori al IV secolo.

Bauer sostenne che la chiesa cristiana delle origini  non aveva una singola ortodossia da cui prese origine una varietà di eresie minoritarie. In realtà il cristianesimo più antico, per quanto le fonti ci consentono di spingerci indietro, si presenta in una molteplicità di forme, il seguito di nessuna delle quali costituì una chiara e soverchiante maggioranza rispetto agli altri fedeli. In alcune regioni della cristianità antica ciò che successivamente venne etichettato come “eresia” era di fatto la più antica e principale forma di cristianesimo. In altre regioni, punti di vista successivamente bollati come eretici coesistevano con punti di vista che furono infine accettati dall’intera chiesa, con molti fedeli che non tiravano per molto tempo una precisa linea di discrimine tra essi. L’”ortodossia”, nel senso di un gruppo compatto che professava una dottrina apostolica accettata dalla maggioranza dei cristiani dovunque semplicemente non esisteva nel secondo e terzo secolo. Quanto all’”eresia”, non è vero che essa fu un prodotto di minore importanza tratto da un insegnamento originale attraverso una contaminazione con idee appartenenti al giudaismo o alla filosofia pagana. Credenze che successivamente furono accettate come ortodosse o eretiche erano interpretazioni in competizione all’interno della Cristianità, e i gruppi che le sostenevano erano sparsi in tutto l’Impero. Alla fine uno di questi gruppi si affermò come dominante, facendo più proseliti degli altri, soverchiando gli oppositori e dichiarando sé stesso il gruppo della vera fede. Una volta che la sua vittoria fu assicurata, potè autoproclamarsi “ortodosso” ed emarginare i gruppi oppositori come eretici. Esso riscrisse la storia del conflitto, facendo apparire le sue idee e i cristiani che le professavano come la maggioranza sin dai tempi degli apostoli.

Per Bauer gli storici non possono usare i termini ortodossia nel senso di retta credenza ed eresia nel senso di credenza erronea. Questi sono giudizi di valore riguardo argomenti teologici. Ma lo storico non è autorizzato a proclamare la verità teologica ultima più di quanto lo sia un qualunque altro soggetto. In altre parole, gli storici non possono finire per decidere questioni come quella se esista un unico dio o ne esistano due; essi possono solo mostrare ciò che persone differenti hanno pensato in tempi differenti. Soprattutto Bauer criticò le implicazioni del termine ortodossia nel senso di posizione originaria e maggioritaria e del termine eresia come se si trattasse di una corruzione successiva. Gran parte del suo libro è dedicato a dimostrare  che queste implicazioni sono completamente errate.

Il suo libro è sostanziato di dettagliate analisi di tutte le fonti rilevanti che erano note ai suoi tempi. Settant’anni dopo la sua pubblicazione esso è ancora una lettura essenziale per gli studiosi dell’argomento. Bauer procede a considerare le regioni della cristianità delle origini per cui abbiamo documentazione storica significativa – in particolare la città di Edessa nella Siria orientale, Antiochia nella Siria occidentale, l’Egitto, l’Asia minore, la Macedonia e Roma. Per ogni luogo, considera le fonti cristiane disponibili e le sottopone ad un serrato esame, dimostrando che diversamente ai resoconti di Eusebio, la prima e/o predominante forma di cristianesimo  in molte di esse era eretica (cioè successivamente condannata come tale dalle chiese vittoriose). Le comunità di Edessa, per esempio, città che in tempi successivi divenne un importante centro della cristianità ortodossa, erano marcionite; le prime comunità cristiane dell’Egitto erano gruppi caratterizzati da variegate vedute gnostiche, e così via. I cristiani ortodossi dei tempi successivi, dopo che si furono assicurati la vittoria, cercarono di mettere in ombra la reale storia del conflitto. Ma non vi riuscirono del tutto: lasciarono tracce che possono essere sottoposte ad esame e condurre alla verità.

Ma come riuscì questa unica forma di cristianesimo, che è alle origini di tutte le forme più importanti di dottrine fino ai giorni nostri, ad acquisire il predominio? Per Bauer, questa era la forma di cristianesimo predominante, anche se non esclusiva nella chiesa di Roma, la capitale dell’impero, destinata a diventare il centro della cristianità. Ci si può sorprendere che il cristianesimo romano sia divenuto il credo cristiano di tutto l’impero?

Bauer non rileva semplicemente che Roma era il posto più logico da cui una ortodossia potesse irradiarsi alla conquista del mondo cristiano; egli, di nuovo, fornisce evidenze e costruisce argomentazioni. Il primo scritto non canonico che abbiamo, 1 Clemente, è una lettera inviata dai cristiani di Roma nel tentativo di influenzare gli affari interni della chiesa di Corinto, esortando con tutta l’enfasi possibile che i presbiteri di Corinto siano reintegrati nella loro carica. Ma che interesse potevano avere i cristiani di Roma riguardo le vicende della chiesa di Corinto? Forse perché i presbiteri, che erano stati deposti da una “giunta militare” ora al potere, aderivano alle vedute della chiesa di Roma? E’ possibile che si sia trattato di cristiani “proto-ortodossi” (termine di rigore per indicare una linea di pensiero che diverrà maggioritaria ma che non aveva ancora chiarito a se stessa tutti i dettagli teologici) di fronte a cristiani che non lo erano?

Si dà il caso che abbiamo notizia di “falsi maestri” in competizione per acquisire autorità in Corinto sin dai primordi – i “sedicenti apostoli” di cui si fa menzione nella lettera di Paolo a Corinto (2 Cor. 11:5), che a quanto pare pensavano che non ci sarebbe stata una resurrezione della carne per i veri credenti. Essi potrebbero essere degli antesignani del cristianesimo gnostico, che svalutavano caratteristicamente la esistenza della carne. Al tempo di 1 Clemente, circa trent’anni dopo la lettera di Paolo, è possibile che questo gruppo abbia finalmente prevalso con un’azione di forza? E che i cristiani romani stessero passando all’azione per correggere la situazione?

Sembra, in ogni modo, che la lettera proto-ortodossa di 1 Clemente abbia avuto il suo effetto. Lo stesso libro acquisì uno stato di sacra autorità tra i cristiani di Corinto ed era letto come sacra scrittura nei loro servizi liturgici circa settant’anni dopo, secondo il vescovo proto-ortodosso Dionysius. Questo sarebbe difficilmente stato possibile se gli usurpatori gnostici fossero riusciti a mantenere il predominio.

E’ abbastanza chiaro che per Bauer i conflitti interni della Chiesa erano battaglie per il potere, non solo teologiche. E la parte che seppe utilizzare il potere fu quella che vinse. Più precisamente, Bauer notò che la comunità cristiana di Roma era tra tutte la più vasta e benestante. Perdipiù, posta nella capitale dell’impero, aveva ereditato una tradizione di capacità amministrative dall’apparato civile attraverso una sorta di effetto osmotico. Usando le capacità amministrative dei suoi leaders e le sue ampie risorse materiali, la chiesa di Roma riuscì ad esercitare una influenza  sulle altre comunità cristiane. Tra le altre cose, i cristiani di Roma promossero una struttura gerarchica, insistendo che ogni chiesa dovesse avere un solo vescovo. Con il vescovo giusto, naturalmente, certe vedute teologiche potevano essere propagandate e imposte. Perdipiù, l’influenza romana, per Bauer, era economica: pagando per l’affrancamento degli schiavi e acquistando la libertà di prigionieri la chiesa di Roma attirò a sé un gran numero di convertiti riconoscenti, mentre l’uso accorto di doni e contributi offerti alle altre chiese produsse una favorevole udienza alle vedute dei cristiani romani. Come diceva Dionysius vescovo di Corinto a Soter, vescovo di Roma:

 

Sin dall’inizio è stata vostra abitudine di mandare contributi a molte chiese in ogni città, talvolta alleviando le sofferenze dei bisognosi, altre volte provvedendo per i vostri fratelli schiavi nelle miniere attraverso le somme inviate.

 

Nel corso del tempo, le vedute proto-ortodosse della comunità romana divennero sempre più predominanti nelle città collegate in un modo o l’altro con la capitale e dal momento che tutte le strade portano a Roma, alla fin fine questo voleva dire nella maggior parte delle città nell’Impero. Per la fine del terzo secolo il cristianesimo romano aveva stabilito la propria prevalenza. Tutto ciò che si dovette fare allora fu disporre di un uomo come Eusebio per scrivere il resoconto, e in tal modo non solo la teologia, ma anche il punto di vista romano riguardo la storia del cristianesimo fu stabilita per le epoche a seguire.

Alcune delle conclusioni di Bauer sono state ridimensionate: probabilmente sottostimò la diffusione del cristianesimo proto-ortodosso nell’Impero, come pure sovrastimò l’influenza della chiesa di Roma nei conflitti dottrinali. Ma il nucleo delle sue affermazioni è ritenuto valido. Oggi vi è un vasto consenso sul fatto che la proto-ortodossia è semplicemente una delle molte interpretazioni in conflitto del messaggio cristiano, in seno alla chiesa delle origini. Non esistette una autoevidente interpretazione di tale messaggio né una veduta apostolica originaria. Gli apostoli ad esempio non insegnarono il Credo Niceno né qualcosa di remotamente simile ad esso. Per quanto possiamo risalire indietro nel tempo il cristianesimo appare notevolmente variegato nelle sue espressioni teologiche.

Probabilmente il primo elemento di evidenza per questa diffusa varietà viene dalle stesse fonti proto-ortodosse, e il modo non è privo di ironia. Eusebio e i suoi successori citano tali fonti estesamente, inclusi i libri del Nuovo Testamento, per mostrare che  ad ogni passo i loro predecessori proto-ortodossi ebbero successo nel deporre i falsi maestri e i loro eretici seguaci. Ma ciò che trascurarono di notare è che questi “successi” presupponevano una estesa, addirittura pervasiva, influenza di falsi maestri nel cristianesimo delle origini.

Prendiamo, ad esempio, le lettere di Paolo. In praticamente tutte le chiese che lui stesso fondò ci sono pericolosi “falsi maestri” che propongono interpretazioni dei Vangeli che Paolo trova reprensibili ed addirittura condannabili. In molti casi, i suoi oppositori risultano vincitori, cosicché Paolo è costretto a intervenire per ribaltare la situazione. Nella sua lettera ai Galati, per esempio, egli polemizza con missionari cristiani “giudaizzanti” che istruiscono i convertiti di Paolo che per essere autentici membri del popolo di Dio devono adottare i costumi del giudaismo,inclusa la circoncisione per gli uomini. Il successo di questi missionari è evidente dall’irata risposta di Paolo; egli ha un genuino timore che l’intera comunità sia corrotta (Gal. 1:6, 3:1-5).

Nelle sue lettere ai Corinzi egli si misura nuovamente con cristiani provenienti dai ranghi della sua stessa chiesa, che credono di aver già sperimentato i benefici effetti della salvazione e sono già con la legge di Cristo come uomini superspirituali. Alcune delle loro idee suonano genuinamente gnostiche; Paolo ha affrontato faccia a faccia alcuni dei suoi avversari a Corinto e pare aver subito una pubblica umiliazione, il che suggerisce che abbia perso la disputa (vedi 2 Cor. 2:5-11, 13:2). Egli minaccia un’altra visita in cui, preannuncia, le cose andranno in modo diverso.

La sua lettera ai Romani è ad una chiesa non fondata da lui, ed è scritta per convincerli che il suo messaggio evangelico è legittimo, in modo che essi lo sostengano nei suoi sforzi missionari più ad ovest, in Spagna (Romani 1:8-15, 15:22-24). ma perché ha la necessità di convincerli? Evidentemente perché è sospettato da loro di insegnare un falso vangelo. Qualcun altro deve averlo detto loro.

Le lettere più tarde scritte in nome di Paolo presuppongono tensioni interne nelle sue ultime chiese: qualche strano tipo di misticismo giudaico che influenza i Colossesi (Col. 2:8-23), una sorta di fervente millenarismo in 2 Tessalonicesi, dove le persone hanno abbandonato il proprio lavoro nell’attesa dell’arrivo imminente della fine (2 Tess. 2:1-12, 3:6-15), qualche tipo di proto-Gnosticismo in 1 Timoteo (1 Tim. 1:3-7).

Problemi con false interpretazioni  della fede appaiono parimenti in libri non-paolini del Nuovo Testamento. Giacomo avversa fieramente i cristiani che avevano inteso la dottrina paolina della giustificazione per fede nel senso che le buone azioni sono irrilevanti per la salvezza. La Rivelazione attacca i gruppi degli antinomisti per trascinare nell’errore i fedeli. Giuda e 2 Pietro  castigano i falsi maestri che si sono infiltrati nelle chiese con i loro insensati insegnamenti.

Non si metterà sufficientemente in evidenza l’importanza del fatto che tutti costoro si identificavano come seguaci di Cristo. I filogiudei in Galazia, i protognostici di Corinto, i cristiani diffidenti verso Paolo a Roma, i mistici ebraizzanti di Colosso, i millennaristi  di 2 Tessalonicesi, i seguaci estremisti di Paolo in Giacomo, i libertini di Rivelazione, e i disprezzati cristiani senza nome di giuda e 2 Pietro – cosa avevano da dire? Non lo sapremo mai per certo. Ma sappiamo che tali gruppi esistevano nelle chiese, si consideravano cristiani, dando per scontato che le loro idee erano non solo accettabili ma anche giuste. E stavano acquisendo un largo numero di seguaci. In qualche caso, probabilmente nella maggior parte dei casi, essi affermarono di rappresentare i punti di vista degli Apostoli, le idee cristiane originarie. Si può pensare che i cristiani giudaizzanti della Galazia potevano a buon diritto fare tali affermazioni.

Perfino dopo che i libri del Nuovo Testamento furono scritti, questo andazzo continuò. Ci sono chiese note ad Ignazio in Asia Minore, tutte quanti danneggiate da falsi maestri, giudaizzanti o docetisti o di entrambi gli orientamenti. Ci sono gli eretici conosciuti da Ireneo in Gallia, così numerosi che egli non può neanche contare tutte le sette, tanto meno stimare il loro numero, così perniciosi che egli deve dedicare cinque libri per confutare le loro idee. Ci sono gli eretici noti a Tertulliano in nord Africa, che rampognano i loro correligionari proto-ortodossi per essere “scandalizzati per il fatto che le eresie hanno una tale prevalenza” (Presctiption 1), ammettendo di malavoglia, quindi, che gli eretici si trovavano virtualmente dovunque. Ci sono quelli noti ad Ippolito di Roma, così influenti che le loro false dottrine hanno raggiunto i più alti ranghi della amministrazione ecclesiastica, influenzando le stesse  idee del vescovo di Roma e minacciando dunque di impadronirsi dell’intera chiesa. E così via, per i decenni a venire.

Non solo la diffusa diversità del cristianesimo delle origini ma anche i confusi confini tra ciò che era considerabile ortodossia ed eresia – un’altra delle tesi di Bauer – è confermata dalla evidenza storica. Per la verità esistevano certe chiare linee di conflitto, specialmente per i proto-ortodossi. Chiunque affermasse che esistevano  trenta divinità o che negasse che Gesù era solo un uomo di carne non sarebbe sfuggito agli elaborati attacchi di Ireneo o all’affilata intelligenza di Tertulliano. Ma c’erano numerosi punti che rimanevano vaghi e irrisolti nel secondo e perfino nel terzo secolo.

Persino questioni basilari come la natura dell’esistenza di Cristo non erano ancora ben definite. Parleremo altrove del patripassionismo: Zefirino e Callisto, vescovi di Roma, prendendo troppo alla lettera la identità di sostanza tra Dio padre e Cristo, sostennero che Dio Padre realmente soffrì sulla croce, incorrendo nel dileggio di Teodoto e dei proto-ortodossi delle chiese diverse da Roma. Ma su punti persino più basilari vi fu di tanto in tanto mancanza di chiarezza. Le cristologie docetiche, naturalmente erano strettamente verboten tra i proto-ortodossi. Ma lo erano realmente? Sia Origene che il suo predecessore, Clemente di Alessandria, campioni della proto-ortodossia dei loro giorni, espressero alcune idee molti peculiari sul corpo di Gesù, peculiari quantomeno per i teologi successivi. Entrambi sostennero ad esempio che il corpo di Gesù poteva facilmente cambiare apparenza a volontà (vedi ad es. Origene, Serm. Mont. 100). Clemente si spinge addirittura oltre:

 

Ma nel caso del Salvatore, sarebbe indecente [supporre] che il corpo, come tipico dei corpi, richiedesse le cure necessarie per la sua preservazione. Poiché egli mangiava, non per le necessità del corpo, che era tenuto insieme da una mistica energia, ma perché non passasse per la mente di coloro che erano con Lui di avere una opinione differente di Lui, alla maniera di coloro che successivamente ipotizzarono che Egli apparve nella forma di illusione. Ma egli era completamente impassibile; inaccessibile ad ogni movimento o sentimento – sia di piacere che di dolore (Miscellanea 6.71.2)

 

In altre parole, Gesù mangiava semplicemente per impedire  alle persone di abbracciare idee docetiste al suo riguardo anche se di fatto non necessitava di cibo e non poteva sentire piacere o dolore. E’ difficile immaginare come ciò sia la stessa cosa che avere un corpo di carne e sangue. Ed è ancora più difficile immaginare che una qualsiasi affermazione di questo genere sarebbe stata accettabile per gli ortodossi del periodo successivo. Ma questo è quello che abbiamo sotto gli occhi: Clemente, un eminente portavoce proto-ortodosso, con una Cristologia che presentava lati ambigui, ma completamente accettabile per altri proto-ortodossi cristiani dei suoi tempi.

Un ultimo rilievo va fatto a favore della tesi fondamentale di Bauer circa la relazione tra ortodossia ed eresia. Egli lavorò, naturalmente solo col materiale disponibile nei primi anni ’30 del XX secolo. Da allora ci sono state ulteriori scoperte, compresi interi documenti che hanno brillantemente e sostanzialmente confermato la sua posizione, specialmente quelli della biblioteca di Nag Hammadi: una collezione di testi tenuti in grande considerazione da almeno un gruppo di Cristiani, probabilmente più di un gruppo, testi che rappresentano un vasto spettro di cristianesimi alternativi, da autori che naturalmente ritengono che le loro idee siano corrette e che quelle degli altri siano errate. Alcuni di questi testi attaccano i cristiani proto-ortodossi per le loro false vedute.

La cristianità era di gran lunga più differenziata, le linee di conflitto molto più confuse, le lotte intestine molto più violente di quel che avremmo potuto sapere sulla scorta di Eusebio e della opinione tradizionale degli studiosi in materia di ortodossia ed eresia.

Noi siamo ancora di fronte alla questione che ha sconcertato Bauer e molti altri dopo di lui. Posto che il cristianesimo delle origini era così ampiamente differenziato, come riuscì il gruppo che abbiamo identificato come proto-ortodosso a stabilire il suo predominio. Parecchi fattori contribuirono a questa vittoria finale:

(1)    I proto-ortodossi sostenevano che la loro religione avesse radici antiche – a differenza dei Marcioniti – professando aderenza alle Scritture del Giudaismo che, essi insistevano, predissero Cristo e la religione che fu stabilita in suo nome. [Nel mondo antico sussisteva una grande diffidenza per tutto ciò che fosse nuovo e non fondato sulla tradizione o la autorità ancestrale, e questo fu fatale per le chiese Marcionite, che incontrarono inizialmente uno strepitoso successo di conversioni n.d.r.]

(2)    Nel medesimo tempo i proto-ortodossi rigettarono le pratiche del Giudaismo contemporaneo come insegnate in tali Scritture – a differenza ad esempio degli Ebioniti – in tal modo consentendo alla loro forma di cristianesimo di essere una fede universale ed attraente per la maggioranza delle persone del mondo antico [che invece avevano difficoltà ad accettare in toto una religione straniera di un popolo come gli Ebrei n.d.r.]

(3)    I proto-ortodossi si batterono per una gerarchia ecclesiastica – a differenza ad esempio di alcune chiese gnostiche, che ritenevano che dal momento che tutti (nelle comunità gnostiche) avevano eguale accesso alla conoscenza segreta e salvifica, ogni persona avesse un eguale rango. La gerarchia ecclesiastica fu investita di una autorità che fu usata per determinare ciò che si doveva credere, come le attività della chiesa (incluso il culto e la liturgia) andassero condotte e quali libri dovevano essere accettati come autorità scritturali. [Così facendo i proto-ortodossi evitarono la anarchia profetica che vide il proliferare di apocalissi e vangeli non canonici in altri gruppi e furono in grado di ancorarsi ad un canone testuale e di tracciare una teologia più precisa dei loro avversari n.d.r.]

(4)    I proto-ortodossi erano in costante comunicazione gli uni con gli altri, determinati a creare una comunità universale. Lo testimoniano i cristiani con lui solidali che incontrarono Ignazio nel suo tragitto verso Roma e il martirio e le lettere che egli scrisse loro, la lettera scritta dalla chiesa di Roma alla chiesa di Corinto, e i resoconti della morte dei martiri inviati dalla chiesa di Smirne in occasione della morte del suo amato pastore Policarpo. I proto-ortodossi erano interessati non solo a ciò che accadeva a livello locale, nella loro comunità, ma anche in quanto stava accadendo in altre comunità affini alla loro. Ed erano interessati a diffondere le loro concezioni per tutto il mondo conosciuto.

Ci furono altri fattori, ma essi si ricollegano in un modo o nell’altro a quelli sopra indicati. E’ notevole che i quattro fattori accennati hanno una cosa in comune: tutti coinvolgono testi scritti. Appare evidente che la maggior parte, forse tutti i gruppi del cristianesimo delle origini davano una grande importanza ai testi, utilizzando la letteratura religiosa come un elemento chiave nei conflitti che divampavano, dal momento che membri dei vari gruppi  scrissero trattati polemici che attaccavano i loro avversari, falsificarono documenti nel nome degli apostoli per fornire legittimazione al loro punto di vista, fansificarono scritti che erano in circolazione per renderli più consoni ai loro scopi, e riunirono gruppi di scritti come dotati di sacra autorità a supporto delle loro prospettive. la battaglia per le conversioni fu, in qualche modo, la battaglia per i testi, e il partito dei proto-ortodossi vinse la prima battaglia vincendo la seconda. Uno dei risultati fu la canonizzazione dei ventisette libri che ora chiamiamo il Nuovo Testamento. Un gruppo emerse vittorioso e stabilì, di conseguenza, le caratteristiche del cristianesimo come esso è stato fino ai nostri giorni.

Le strategie degli eresiologi proto-ortodossi sono chiaramente individuabili. Esse furono ripetute ancora e ancora nella letteratura, fino a che divennero praticamente degli stereotipi. Ne diamo qui di seguito un cenno.

I martiri proto-ortodossi come testimoni attendibili della verità. Ignazio di Antiochia fu mandato a Roma per subire il martirio e in una delle sue lettere esorta i cristiani di Roma a non intervenire per evitargli il martirio, perché egli è ansioso di essere divorato dalle  belve: soffrendo quella morte egli “raggiungerà Dio”. Alle orecchie dei moderni la sua passione per una morte violenta rasenta il patologico:

 

Consentitemi di diventare cibo per le belve; attraverso di esse io divento capace di arrivare a Dio. Sono la farina di Dio e sono macinato dalle zanne delle bestie in modo che possa essere il pane puro di Cristo. Piuttosto, incitate le belve, perché esse divengano per me una tomba e non lascino traccia del mio corpo, in modo che nessuno debba penare con i miei resti una volta che io sia morto.

Che io possa godere appieno del piacere delle belve preparate per me; prego perché esse siano pronte per me. Invero, le inciterò a divorarmi rapidamente... E anche se non vorranno farlo di loro volontà, le costringerò... Che niente di visibile o invisibile mostri invidia nei confronti di me, in modo che possa arrivare a Cristo. Fuoco, croce, moltitudini di bestie selvagge, mutilazioni e smembramenti dislocazione delle ossa, scempio degli arti, maciullamento dell’intero corpo, il maligno tormento del diavolo – lasciate che mi investano, che solo possa arrivare a Gesù Cristo.

 

La patologia di uno è il senso comune degli altri. Perché Ignazio e gli altri martiri che lo seguirono nel desiderio di una morte violenta per fede non erano del tutto irrazionali. Era un modo di imitare il Figlio di Dio e mostrare che né i dolori né i piaceri di questa vita erano qualcosa di paragonabile con le glorie della salvezza che attendevano quelli che si davano non a questo mondo ma al regno dei cieli.

Gli autori proto-ortodossi consideravano questa prontezza a morire per la fede come uno dei marchi di garanzia del loro credo religioso, e di fatto lo intesero come una linea di confine che separava i veri credenti (cioè coloro che concordavano con le loro vedute teologiche) dai falsi “eretici” che costituivano la loro grande preoccupazione.

Dopo Ignazio i martirologi – cioè resoconti scritti dei supplizi dei martiri – divennero comuni nei circoli proto-ortodossi.

I dettagli leggendari del resoconto hanno lo scopo di mostrare l’approvazione del martirio da parte di Dio: Policarpo riceve soccorso divino ad un punto tale che sembra non provare terrore o angoscia. Quando viene bruciato al palo non ha bisogno di esservi inchiodato, ma vi è solo legato, e vi rimane di sua spontanea volontà. Quando inizia il fuoco avviene un miracolo: le fiamme non toccano il suo corpo ma piuttosto lo avviluppano come un lenzuolo. E piuttosto che emettere puzzo di carne bruciata il suo corpo sembra emettere una fragranza profumata. Quando il fuoco fallisce il suo compito i carnefici gli somministrano il colpo di grazia con un pugnale, ciò che ha l’effetto di far volare una colomba dal suo fianco, insieme ad una tale quantità di sangue che le fiamme ne sono estinte.

Nessuno è più insistente di Tertulliano nell’affermare che il martirio è un segno rivelatore della verità. Non è un caso che Tertulliano utilizzi i martiri dei proto-ortodossi per marcare una differenza  tra i veri e i falsi credenti. Come egli denuncia, gli “eretici” rifiutano di pagare l’estremo prezzo per la loro fede. Nel suo saggio Il Rimedio per la puntura dello scorpione Tertulliano mostra gli Gnostici nell’atto di evitare il martirio col ragionamento pretestuoso che Cristo è morto precisamente per evitare che essi si debbano sacrificare e che è preferibile abiurare Cristo e pentirsi successivamente che pagare il prezzo estremo.

In realtà non abbiamo modo di sapere quanti cristiani proto-ortodossi furono effettivamente martirizzati e quanti scelsero di abiurare piuttosto che cadere nelle mani di carnefici rinomati per la loro creatività nella tecnica della tortura. Nè, se è per questo, conosciamo quanti Gnostici, Marcioniti, Ebioniti o altri decisero di sfidare la morte per affermare ciò che ritenevano vero. Ma è chiaro che uno dei tratti distintivi dei proto-ortodossi, almeno nella loro mente, era la loro pretesa non solo di rappresentare la verità ma anche di essere disposti a morire per essa.

Unità e diversità. Parte della strategia proto-ortodossa era basata sull’enfatizzare la nozione di “unità” a tutti i livelli. I proto-ortodossi enfatizzarono l’unità di Dio con la sua creazione: c’è un solo dio e ha creato il mondo. Essi enfatizzarono l’unità di Dio padre e di Gesù: Gesù è l’unico figlio del Dio unico. Essi enfatizzarono l’unità della Chiesa: le divisioni sono causate da eretici. Infine, enfatizzarono l’unità della verità: la verità non contraddice se stessa.

Perdipiù i proto-ortodossi sostenevano, come abbiamo visto, che le loro concezioni furono tramandate sin dagli inizi: c’era una continuità nella storia delle loro credenze, fondata  nella unità di Gesù con i suoi apostoli e degli apostoli con i loro successori, i vescovi delle chiese.

Senso e nonsenso. Non erano solo le contraddizioni interne del pensiero eretico che venivano attaccate; erano anche le loro contraddizioni con ciò che i proto-ortodossi consideravano principi di buon senso e logica. Molte di queste contraddizioni erano individuate nella complicata mitologia che sottendeva le concezioni di molti gruppi gnostici. Alcuni studiosi hanno cominciato a sospettare che gli Gnostici non intendessero i loro miti come una descrizione letterale degli eventi passati, esattamente come oggi un cristiano non interpreterebbe alla lettera la storia della creazione del mondo in sei giorni. Ma gli eresiologi proto-ortodossi, comunque, interpretavano i miti gnostici in modo letterale, mostrando ciò che in loro c’era di ridicolo.

Verità ed errore. Un argomento molto efficace è contenuto nella pretesa proto-ortodossa che la verità precede sempre l’errore. Questo argomento è utilizzato in molte forme. Al livello più basilare, gli eresiologi notano che il punto di vista caratteristico di ogni eresia fu creato dai loro fondatori: per esempio Marcione, il fondatore dei Marcioniti, Valentino, il fondatore dei Valentiniani, ecc. Ma se questi insegnanti erano i primi a proporre quella che secondo loro era la corretta interpretazione della verità dei vangeli, cosa si doveva pensare dei cristiani che erano vissuti prima di loro? Erano semplicemente nell’errore? Questo, secondo i proto-ortodossi, non avrebbe senso. Per loro “la verità precede la sua copia, la somiglianza precede la realtà” (Tertulliano Prascr. 29).

L’argomento fu usato in un altro modo, che coinvolgeva una sorta di teoria della “contaminazione” che riecheggia ripetutamente negli scritti proto-ortodossi. Secondo questo modo di vedere, la verità originale del messaggio cristiano venne ad essere corrotta da elementi estranei, che furono aggiungi in un secondo tempo in essa per alterarla, talvolta al di là di ogni possibilità di riconoscimento. In particolare questi autori si scagliavano contro gli eretici che utilizzavano la filosofia greca per esplicare la vera fede. Tertulliano rigetta completamente la infusione della filosofia nella verità del vangelo cristiano; è sua la famosa domanda, “Cosa ha a che fare Atene con Gerusalemme? Che concordanza vi può essere tra l’Accademia e la Chiesa? Quale tra eretici e cristiani?” (Praescr. 7)

Gli eresiologi proto-ortodossi utilizzarono un altro aspetto della teoria della “contaminazione”: l’idea che, col tempo, un eretico corrompe la verità già corrotta dal suo predecessore, cosicché nei circoli eretici le modifiche divengono fuori controllo e la verità diviene più lontana col passare del tempo.

La successione apostolica. La pretesa del collegamento apostolico con la verità  giocò un ruolo centrale nelle controversie ereticali. I proto-ortodossi avevano una varietà di strategie per legare i loro punti di vista con quelli degli apostoli. L’argomento basilare aveva a che fare con la “successione apostolica”, che già compare in 1 Clemente. In tale testo la chiesa romana insiste che i Corinzi debbano reintegrare i presbiteri deposti perché i capi delle chiese (inclusi tali presbiteri) erano stati nominati dai vescovi, che erano stati scelti dagli apostoli, che erano stati scelti da Cristo, che era stato mandato da Dio. Opporsi ai capi della propria chiesa, dunque, significava opporsi a Dio (1 Clemente 42-44).

Nelle mani di Tertulliano, la nozione di successione apostolica fu sviluppata in un modo alquanto differente, venendo riferita non semplicemente alla autorizzazione  ad esercitare uffici ecclesiastici, ma anche alla autorizzazione all’insegnamento. Secondo tale elaborazione di Tertulliano, Cristo, dopo la risurrezione, comandò agli apostoli di predicare il suo vangelo a tutte le nazioni; essi lo fecero, fondando le chiese più importanti in tutto il mondo conosciuto sulla base della predicazione dello stesso vangelo in ogni luogo. Queste chiese che gli apostoli fondarono mandarono a loro volta dei missionari per fondare altre chiese. “Dunque tutte le chiese, sebbene siano così numerose e così grandi, non formano che l’unica chiesa primitiva, fondata dagli apostoli, da cui esse tutte hanno avuto origine. In tal modo esse sono tutte primitive e tutte apostoliche” (Praescr. 20). La conclusione di Tertulliano è che:

 

Da questo, dunque traiamo la nostra regola. Dal momento che il Signore Gesù Cristo mandò gli apostoli a predicare, la nostra regola è che nessun altro deve essere accettato come predicatore rispetto a coloro che Cristo investì del potere... Se, dunque, le cose stanno così, è parimenti manifesto che le dottrine che concordano con le chiese apostoliche... devono essere giudicate vere, in quanto incontestabilmente contengono quella verità che tali chiese ricevettero dagli apostoli, che essi ricevettero da Cristo, che Cristo ricevette da Dio. (Praescr. 21)

 

Tertulliano prosegue ad indicare le chiese che possono rivendicare una discendenza apostolica, ma è forse sorprendente e probabilmente molto significativo che ne menziona solo due: Smirne (il cui vescovo Policarpo fu nominato dall’apostolo Giacomo) e Roma (il cui vescovo Clemente fu nominato da Pietro). Egli sfida gli “eretici”  a presentare loro chiese di cui possa essere detto altrettanto, e appare sicuro che nessuno di loro sarà capace di raccogliere la sfida (capitolo 32).

Sembra un argomento efficace. Ma va notato che altri gruppi oltre i proto-ortodossi  possono vantare una diretta discendenza dei loro insegnamenti direttamente indietro fino agli apostoli. Sappiamo per esempio da Clemente di Alessandria che Valentino era un discepolo di Theuda, che era considerato un seguace di Paolo; e lo gnostico Basilide studiò con Glaukia, un presunto discepolo di Pietro (Miscellanies, 7,17,106). Perlopiù, queste connessioni erano semplicemente sminuite dai proto-ortodossi.

Il ruolo della fede e del credo. I proto-ortodossi sostenevano di rappresentare l’insegnamento apostolico che si risolveva in un insieme di affermazioni dottrinali che esprimevano ai loro occhi la vera natura della religione. Nel secondo secolo, prima che comparissero affermazioni universali di fede recitate dai  cristiani di tutte le chiese, questi corpi di credenze venivano chiamati regula fidei (letteralmente regola della fede). La regula includeva le credenze basilari e fondamentali che, secondo i proto-ortodossi, tutti i cristiani dovevano sottoscrivere, dal momento che erano state insegnate dagli apostoli stessi. Vi furono vari proto-ortodossi che proposero una loro regula fidei, inclusi Ireneo e Tertulliano, ed essa non raggiunse mai una forma definita. Ma era chiaramente e sempre diretta contro quelli che si opponevano all’uno o all’altro aspetto di essa. Tipicamente incluse nelle sue varie formulazioni  c’era la fede in un unico Dio, creatore dell’universo, che creò tutto dal nulla; la fede nel suo figlio, Gesù Cristo, preannunciato dai profeti e nato dalla Vergine Maria; la fede nella sua miracolosa vita, morte, resurrezione e ascensione al celo; la fede nello Spirito Santo, che è presente in terra fino alla fine, quando ci sarà il giudizio finale in cui i giusti saranno ricompensati e i malvagi condannati all’eterno tormento (così ad esempio Tertulliano, Praescr. 13).

Alla fine, in aggiunta alla regula fidei furono scritti delle professioni cristiane da recitarsi, probabilmente, fin dall’inizio, dai convertiti che erano stati sottoposti ad una catechesi, nel momento del battesimo.

L’interpretazione delle Scritture. Un aspetto significativo della polemica proto-ortodossa contro le varie eresie riguardava non solo le rette dottrine, ma anche l’interpretazione dei testi sacri su cui queste dottrine erano basate. La questione di come interpretare questi testi era sorta sin dall’inizio, dal momento che Cristo e i suoi seguaci, come Paolo, citavano largamente le Scritture e le interpretavano nei loro insegnamenti.

Nel mondo antico non vi era più unanimità nella interpretazione di un testo di quanta ve ne sia oggi. Se il significato dei testi fosse autoevidente, non avremmo bisogno costante di commentari, esperti legali, critici letterari o teorie dell’interpretazione. La cosa non era differente nell’antichità. Presto, nel corso delle controversie, ci si rese conto che avere un testo sacro non è la stessa cosa che averne l’interpretazione. Per raggiungere il consenso  circa il significato di un testo, era necessario imporre certi vincoli dall’esterno, regole per leggere, pratiche accettate di interpretazione, modi di legittimare e simili. L’argomento divenne sempre più importante visto che maestri differenti convinzioni  interpretavano gli stessi testi in modi differenti, e si rifacevano agli stessi testi a supporto per i loro punti di vista.

Marcione insisteva per una interpretazione letterale dell’Antico Testamento, che lo conduceva alla conclusione  che il Dio dell’Antico Testamento era inferiore al Dio del Nuovo Testamento. L’avversario proto-ortodosso di Marcione, Tertulliano, dal canto suo, insisteva che i passaggi che parlano dell’ignoranza di Dio e delle sue emozioni non dovevano essere presi alla lettera ma figuratamente. Dal momento che Dio non poteva veramente ignorare qualcosa, o indeciso o malevolo, questi passaggi richiedevano una interpretazione alla luce della piena conoscenza della reale natura di Dio. Tertulliano di fatto interpretò un gran numero di passaggi  in modo figurativo, per illustrare il suo modo di comprendere Dio e Cristo. Per fare un solo esempio: c’è un passaggio importante in Levitico 16 che descrive due caproni che sono presentati dai sacerdoti degli Ebrei il giorno dell’espiazione (Yom Kippur). Secondo il testo, uno dei caproni deve essere lasciato libero nelle regioni selvagge e l’altro  deve essere offerto in sacrificio. I due caproni, ci dice Tertulliano, si riferiscono alle due venute di Cristo in terra – la prima volta come uno che è vilipeso (gettato nelle regioni selvagge), la seconda portando la salvezza a coloro che appartengono al suo tempio spirituale (Contro Marcione 3.7)

Preferendo una interpretazione figurata Tertulliano e Ireneo seguivano solidi precedenti tra i loro predecessori proto-ortodossi. Già Barnaba, nella sua lettera, fa un ampio uso della interpretazione figurale per attaccare l’aderenza letterale degli Ebrei alle loro leggi.

In altre occasioni, tuttavia, quando gli scrittori proto-ortodossi si trovavano di fronte ad avversari come certi Gnostici, che interpretavano le Scritture figuratamente, essi insistevano con forza sul fatto che solo una interpretazione letterale del testo avrebbe condotto alla verità. Ireneo in particolare obietta al modo in cui gli Gnostici legittimano le loro credenze con una interpretazione figurata e fa specifici esempi.

E’ probabilmente vero che per tali autori proto-ortodossi l’interpretazione letterale dei testo aveva pur sempre la supremazia, e che la interpretazione figurativa  doveva essere usata per convalidare punti di vista ricavati da una interpretazione letterale.

In ogni caso, se anche gli Gnostici non furono convinti dall’argomento della preminenza della interpretazione letterale, esso possedeva una forza probante agli occhi degli altri nelle controversie, specialmente per i simpatizzanti dei proto-ortodossi.

Accuse di attività riprovevoli e dissolute. Di tutte le armi dell’arsenale letterario proto-ortodosso una era particolarmente sferzante. Gli eretici, ci è costantemente detto da tali autori, non solo corrompono le Scritture, ma corrompono le altre persone e sono essi stessi corrotti. Gli eresiologi insistono  sostengono costantemente che i loro avversari sono moralmente reprensibili e sessualmente perversi. E le loro orribili pratiche sono una minaccia per la Chiesa, considerato che essi prendono gli innocenti e li corrompono.

Falsificazioni e fabbricazioni di testi. Uno dei tratti distintivi del cristianesimo primitivo, in tutte le sue forme fu il suo carattere letterario. I testi servirono per fornire sacra autorità per le credenze e le pratiche cristiane, per difendere la religione contro il disprezzo dei pagani colti dell’epoca, per unire le comunità locali in una chiesa universale, per incoraggiare i fedeli nel tempo della prova, per istruirli su come vivere, per edificarli con resoconti degli eroi della fede, e per metterli in guardia contro i nemici interni, per promuovere alcune forme di fede e denunciare altre. Con la parziale eccezione del Giudaismo, nessun’altra religione dell’Impero Romano era così radicata nei testi.

Data questa natura letteraria, non sorprende che una parte notevole delle dispute e dei conflitti tra interpretazioni in competizione tra loro avvenne attraverso testi scritti, per mezzo di trattati polemici, testi sacri, resoconti leggendari, documenti contraffatti, resoconti inventati, ciascuno designato per uno specifico scopo polemico.

I cristiani proto-ortodossi accusavano normalmente i gruppi eretici di aver prodotto scritti (effettivamente riconosciuti falsi dagli studiosi odierni) in nome di apostoli o loro compagni: per esempio il Vangelo di Tommaso, il Vangelo di Pietro, il Vangelo di Filippo, il Vangelo di Maria, l’Apocalisse copta di Pietro, la lettera di Pietro a Giacomo, e la letteratura Pseudo-Clementina.

Possiamo verosimilmente immaginare che i rappresentanti dei gruppi accusati a loro volta ritorsero l’accusa, denunciando i proto-ortodossi per aver creato propri documenti falsi. Sfortunatamente la grande maggioranza delle repliche polemiche di questi gruppi sono andate perse. Le loro accuse sarebbero però risultate fondate, visto che la pratica della falsificazione era diffusissima da entrambe le parti e non meno tra i proto-ortodossi che tra i loro avversari.

Come esempi di falsificazioni proto-ortodosse possiamo citare i cosiddetti Vangeli dell’infanzia di Gesù (sebbene Ireneo sostenga che uno di essi, il Vangelo di Tommaso, sia stato prodotto dalla setta eretica dei Marcosiani); il carteggio tra San Paolo e il filosofo pagano Seneca; il proto-vangelo di Giacomo, che fu un importante testo devozionale per tutto il Medioevo; una falsa lettera di Paolo ai Corinzi (3 Corinzi), creata allo scopo di contrastare le vedute teologiche di chi, in tale chiesa, ancora riteneva che non vi sarebbe stata resurrezione della carne. E ancora, tra gli altri, un resoconto della sfida tra Pietro e Simon Mago, in cui quest’ultimo, dipinto come campione dello Gnosticismo, subisce una sonora sconfitta e una lettera di Paolo alla chiesa di Laodicea.

Alterazioni dei testi sacri canonici. La alterazione di scritti che erano già stati prodotti, di documenti considerati sacri e canonici  per far sì che essi si opponessero più decisamente ai “falsi” insegnamenti e fornissero un appoggio più consistente ai “corretti” insegnamenti fu una strategia disponibile per tutte le parti in conflitto ed esiste una consistente evidenza storica a sostegno della tesi che tutte le parti di fatto se ne servirono. Fatta questa premessa, ci concentreremo qui sulle alterazioni riconducibili ai proto-ortodossi.

Un elevatissimo numero di alterazioni deriva dal semplice fatto che noi non possediamo gli originali di nessuno dei libri che formano il canone neotestamentario, e neanche, se è per questo, di alcun libro cristiano dell’antichità. Ciò che possediamo sono copie degli originali o, per essere più precisi, copie fatte da copie delle copie delle copie degli originali. Molte delle copie sono separate dagli originali da centinaia di anni. Come risultato, delle 5.400 copie di brani del Nuovo Testamento greco o dell’intero Nuovo Testamento greco nessuna coincide con alcun altra riguardo tutte le parole. Stime attendibili di tutte le varianti parlano di non meno di 200.000 e forse di più di 300.000 varianti del Nuovo Testamento greco, alcune poco importanti, altre della massima importanza. C’è da dire che gli studiosi ritengono che sia possibile, dal confronto di tali varianti, ricostruire il testo greco originale, anche se non con una accuratezza del 100%.

La domanda che viene spontanea è: di fronte a questo enorme numero di variazioni nei nostri manoscritti del Nuovo Testamento, esistono evidenze che alcune modifiche siano state apportate non per errore ma in relazione alle controversie dottrinali del secondo e del terzo secolo? La risposta è affermativa: l’evidenza è abbondante, ma ancora più interessante è il fatto che quasi tutte le evidenze sono riconducibili a falsificazioni proto-ortodosse.

Ecco un esempio di alterazione motivata dalla controversia contro le cristologie adozioniste, come quelle degli Ebioniti o dei seguaci romani di Teodoto, che sostenevano che Gesù era completamente umano, non divino, nato dall’unione sessuale di Giuseppe e Maria.

Dopo la nascita di Gesù, nel vangelo di Luca, i suoi genitori lo portano al Tempio “per presentarlo al Signore” (Lc 2:22). Lì incontrano un profeta, Simeone, che riconosce Gesù come “l’unto del Signore”, e lo celebra come colui che sarà “una luce per la rivelazione ai Gentili e per la gloria del popolo di Israele” (2:32). Queste altissime lodi provocano la reazione che ci si poteva aspettare: “E suo padre e sua madre si meravigliarono di ciò che era stato detto di lui”. (Lc 2:33). Ma la risposta dovette causare alquanta costernazione  tra gli scribi proto-ortodossi, perché  Giuseppe appare essere il padre di Gesù. Che è quanto gli adozionisti  sostenevano al riguardo – Giuseppe e Maria erano effettivamente i genitori di Gesù. Resisi conto del problema, alcuni scribi hanno cambiato il testo. Nei manoscritti alterati ci viene detto che “Giuseppe e Maria si meravigliarono di ciò che era stato detto di lui”. Ora non sussiste più alcun problema: Giuseppe  non è chiamato “padre di Gesù”. E nessuno di coloro che lo pensa può utilizzare il testo per provarlo. Si tratta di una “correzione” proto-ortodossa che ha implicato una alterazione testuale.

 

 

 

Le assurdità logiche del dogma trinitario e della doppia natura del Cristo (Bart D. Ehrman)

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In questo brano Bart D. Ehrman, esponendo le controversie trinitarie dei primi secoli, si sofferma sulle difficoltà logiche della dottrina che poi diverrà ortodossa, della duplice natura – umana e divina – del Cristo e della sua consustanzialità col Padre e lo Spirito Santo.

Egli mostra di fatto come le vedute diventate prevalenti nella Chiesa e presentate dalla letteratura patristica come ragionevoli, equilibrate e tradizionali a fronte delle bizzarrie delle teologie gnostiche, manichee ecc. siano in realtà non meno bizzarre e irrazionali delle loro antagoniste.

Dal suo resoconto della evoluzione teologica dei primi secoli emerge incontestabilmente la inesistenza di una teologia ortodossa già formata e trasmessa dalle origini, come pure emerge la nota in qualche modo umoristica di teologi ortodossi per i loro tempi che in tempi successivi furono sconfessati come eretici corruttori della verità unica e immutabile.

 

Come esempio del fatto che neanche i “proto-ortodossi” avevano le idee chiare sin da principio sulle vedute teologiche da adottare, e che un tratto umoristico della storia della chiesa delle origini fu la dichiarazione successiva di eresia a carico di non pochi di coloro che a loro volta avevano combattuto gli eretici in nome della visione ortodossa (celebre il caso di Origene, che la storiografia ecclesiastica fa passare per un apologista zelante che ha abbandonato la vera fede per troppo zelo, come se la vera fede esistesse già in quel momento), possiamo prendere il caso del patripassionismo. Zefirino e Callisto, vescovi di Roma, prendendo troppo alla lettera la identità di sostanza tra Dio padre e Cristo, sostennero che Dio Padre realmente soffrì sulla croce.

Il loro punto di vista fu alla fine considerato eretico quando altri pensatori proto-ortodossi presero a considerare più approfonditamente la relazione tra Dio Padre e Dio Figlio, e le attribuirono un grado di complicazione maggiore di quello di una esatta identificazione, cui erano giunti Zefirino e Callisto.

 

Cristo può ben essere considerato eguale al padre, ma non è identico al Padre. E questa è una grande differenza agli occhi di tali pensatori. Ma come può avere il Figlio un eguale rango rispetto al Padre, essere anch’egli Dio, se esiste un solo Dio?

 

I teologi che iniziarono a lavorare su questo problema furono quelli che svilupparono la dottrina tradizionale della Trinità. Non solo Cristo e il Padre erano persone separate ed egualmente divine; c’era anche la questione dello Spirito Santo, di cui Gesù parla come di un “altro Consolatore” che doveva venire al suo posto (Giovanni 14:16-17, 16:7-14) e che era considerato lo Spirito di Dio già all’inizio del Genesi, dove “lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque” (Genesi 1:2). I passaggi scritturali riguardanti Cristo, suo Padre e lo Spirito furono esaminati con cura, combinati, amalgamati – il tutto allo scopo di dare un senso al mistero trinitario. E così, come affermavano le Scritture, Cristo e il Padre erano “uno” (Giovanni 10:30), cosicché “chi ha visto me ha visto il Padre” (Giovanni 14:9). E tuttavia il Padre era “in” Cristo esattamente come Cristo era “nel” Padre (Giovanni 14:11), e il Padre “mandò” Cristo esattamente come più tardi avrebbe “mandato” lo Spirito (Giovanni 14:26). In un modo o un un altro vi sono tre esseri – non solo uno o due – tutti quanti  strettamente collegati e tuttavia distinti. Eguali ma non identici.

Come può funzionare una cosa del genere? I primi cristiani proto-ortodossi svilupparono modelli per capire la natura divina che apparvero ai loro discendenti intellettuali come aventi la giusta direzione, ma completamente privi delle necessarie sfumature teologiche. Ignazio, ad esempio, non pare sia mai riuscito ad elaborare una comprensione precisa di come Cristo possa essere sia divino che umano. Probabilmente non aveva i necessari requisiti intellettuali, tenuto conto che si tratta di un difficile enigma filosofico. Ad ogni modo, la sua formulazione paradossale deve essere apparsa disperatamente grezza alle generazioni successive dei proto-ortodossi:

 

Perché c’è uno solo che dà conforto, in pari tempo carnale e spirituale, nato e non nato, Dio venne in forma corporale, vera vita nella morte, parimenti da Maria e da Dio, dapprima soggetto alla sofferenza e poi al di là della sofferenza. Gesù Cristo nostro Signore.

 

Il periodo successivo vide in qualche modo vari tentativi di risolvere il problema, alcuni del tutto accettabili agli occhi dei proto-ortodossi contemporanei, solo per essere in seguito condannati dai teologi ortodossi dei secoli successivi. Il migliore esempio viene dal più colto, prolifico e famoso teologo dei primi tre secoli dell’era cristiana, Origene di Alessandria. Origene era un vero genio, la cui ampia erudizione e straordinarie abilità furono riconosciute da un ricco cristiano di Alessandria , Ambrogio, che divenne il suo patrono, fornendogli vaste risorse per consentirgli di portare avanti i suoi sforzi teologici. Origene scrisse ponderosi commentari alle Scritture del Nuovo come del Vecchio Testamento, numerose omelie su specifici testi, una ampia “apologia” che difende la fede contro i suoi denigratori intellettuali, opere antieretiche contro coloro che propugnarono false dottrine ed eruditi trattati teologici sulle questioni più attuali dei suoi tempi. Pare abbia scritto qualcosa come mille libri – assistito da Ambrogio, che gli forniva un piccolo esercito di stenografi cui dettare le sue riflessioni e calligrafi per prepararle per la pubblicazione. Molti di tali libri, purtroppo, sono andati persi o distrutti. Sebbene Origene fosse il campione dell’ortodossia dei suoi giorni, fu in tempi successivi condannato come eretico, e le sue opere furono bandite. Cosa che non deve sorprendere nel caso di chi tentava per la prima volta di elaborare i misteri dell’universo su una nuova base teologica.

La teologia di Origene era basata sulla Bibbia dall’inizio alla fine. Egli concordava con l’idea che Dio fosse il creatore di tutte le cose. E credeva che questo significava che aveva anche creato Cristo. L’essenza di Cristo  venne ad esistenza in un qualche momento della eternità del passato.  Di fatto  essa venne ad esistenza quando vennero ad esistenza tutte le creature intelligenti del regno divino – angeli, arcangeli, demoni, il diavolo, le anime umane. Tutte queste creature di Dio erano originalmente menti disincarnate, create per adorare Dio per sempre e tuttavia fu loro dato il libero arbitrio per poter scegliere di fare altrimenti. Alcune menti scelsero di separarsi da Dio – per esempio il diavolo e i suoi demoni, il cui desiderio di potere li condusse alla “caduta”. Altri semplicemente non potevano tollerare di adorare Dio per l’eternità; anche questi caddero dalla loro sede divina e divennero anime poste in corpi umani per correzione e punizione, prima della loro redenzione. Una mente, tuttavia era in contatto diretto e intensamente focalizzato con Dio, dall’eterno passato. Così connessa con dio da divenire una sola cosa con Dio. Esattamente come il ferro posto un gran fuoco alla fine prende tutte le caratteristiche del fuoco, questa mente prese tutte le caratteristiche di Dio, divenne così compenetrata della sapienza divina che divenne la sapienza di Dio, così penetrata della parola di Dio che divenne la parola di Dio. In un senso molto reale, quindi, sotto ogni rispetto esteriore e anche nelle profondità del suo essere, questa mente era Dio. Questa mente poi divenne un’anima che si incarnò in forma umana e camminò tra noi nella forma di un uomo. Cristo è l’incarnazione di questo essere divino che venne ad esistenza in qualche momento dell’eternità passata; Cristo è la parola di Dio fatta carne; Cristo è Dio, una sola cosa col Padre, distinta nella persona, ma eguale nella sostanza, colui attraverso il quale Dio fece il mondo (Origene, Sui Principi Primi 2:6). Ma – questo è un punto chiave – egli è eguale a Dio per il trasferimento dell’essere di Dio; in ultima analisi è subordinato a Dio ed è “meno del Padre” (Sui Principi Primi 1:3).

Origene venne alla fine condannato per la sua soluzione innovativa della questione della relazione tra Dio e Cristo quando i pensatori ortodossi dei secoli successivi raffinarono le loro categorie e rigettarono ogni nozione di subordinazione di Cristo a Dio, che necessariamente, per loro, significava che nella sua essenza egli non era eguale a Dio. Origene venne parimenti condannato per altre idee, specialmente per la convinzione che le anime preesistevano e che tutta la creazione, incluso il diavolo, sarà infine guadagnata alla sovranità di Dio e in tal modo salvata.

Origene mostra quantomeno che nel secondo e terzo secolo, non solo esistevano confini ben definiti tra “proto-ortodossi” ed “eretici”; esistevano anche vachi confini tra ciò che ha valore di ortodossia e ciò che non lo ha. L’ortodossia di un periodo  può divenire l’eresia del successivo. Gli ebioniti furono probabilmente i primi ad imparare sulla loro pelle questa massima teologica, come coloro che rappresentavano una forma molto antica di Cristianesimo, probabilmente basata sulle credenze degli stessi apostoli ebrei di Cristo. Gli ebioniti ebbero numerosi sfortunati successori nelle epoche successive, paladini di vedute inizialmente accettate, destinate ad essere condannate in tempi successivi come eretiche.

Entro i vasti confini della proto-ortodossia possiamo quindi vedere sviluppo e varietà. Col passare del tempo i teologi furono più attratti dal mistero della Trinità e svilupparono un vocabolario più sofisticato per trattare la questione. Ma ciò avvenne molto dopo che le questioni più importanti furono definite, se Cristo fosse uomo ma non Dio (Ebioniti, Teodotiani), Dio ma non uomo (Marcioniti, alcuni Gnostici), o due esseri, uno umano e uno divino (la maggior parte degli Gnostici). I proto-ortodossi optarono per respingere tutte le precedenti soluzioni. Cristo era Dio e uomo, tuttavia egli era un solo essere, non due.

Una volta riconosciuto questo, dovevano ancora essere elaborati i dettagli. E lo furono per secoli. Se fosse stato facile, non sarebbe stato un mistero della fede. I teologi iniziarono a sviluppare una ossessione circa il modo in cui Cristo  potesse essere sia umano che divino, completamente entrambi. Aveva un animo umano ma uno spirito divino? Aveva un animo divino invece che un animo umano? Il suo corpo era realmente come quello di qualsiasi altra persona? Come poteva Dio avere un corpo? Era subordinato al Padre, come in Origene? Se non era subordinato al Padre, perché fu lui  che fu mandato, e non il Padre? E così via, quasi all’infinito.

Entro il quarto secolo le professioni di fede familiari ai cristiani ancora oggi erano state sviluppate in forma embrionale, principalmente il Credo degli Apostoli e il Credo Niceno. E’ degno di nota il fatto che essi sono formulati contro specifiche vedute eretiche. Si prenda ad esempio l’apertura del Credo di Nicea: “Crediamo in un unico Dio, il Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili. Crediamo in un solo Signore, Gesù Cristo, figlio unigenito di Dio”. Attraverso la storia del pensiero cristiano, queste parole sono state non solo piene di significato, ma hanno anche promosso importanti riflessioni teologiche. Nello stesso tempo  dovremmo riconoscere che rappresentano reazioni contro affermazioni dottrinali fatte da gruppi di cristiani che erano in disaccordo con essi, cristiani, per esempio, che credevano che ci fosse più di un Dio, o che il vero Dio non era il creatore, o che Gesù non era il figlio del creatore, o che Gesù Cristo non era un unico essere ma due. E’ in particolare degno di nota il fatto che, come risultato del contesto in cui furono formulate, molte delle vedute esposte in queste professioni di fede sono profondamente paradossali. Cristo è Dio o uomo? Entrambe le cose. Se è sia Dio che uomo, consiste di due persone? No, egli è l’”unico” Signore Gesù Cristo. Se Cristo è Dio e suo Padre è Dio, ci sono due divinità? No, “noi crediamo in un solo Dio”.

La ragione dei paradossi dovrebbe essere evidente da tutto ciò che abbiamo visto. I cristiani proto-ortodossi furono costretti a combattere da un lato gli adozionisti, e dall’altro i docetisti, Marcione da un lato e vari tipi di gnostici dall’altro. Quando si afferma che Gesù è divino, contro gli adozionisti, c’è il problema di poter apparire un docetista. E così si deve affermare che Gesù è umano, contro i docetisti. Ma questo potrebbe far apparire come adozionista. L’unica soluzione, allora, è di affermare entrambe le posizioni contemporaneamente: Gesù è divino e Gesù è umano. E si deve anche negare le implicazioni potenzialmente eretiche di entrambe le affermazioni: Gesù è divino, ma ciò non vuol dire che non sia anche umano; Gesù è umano, ma questo non vuol dire che non è anche divino. E così egli è divino e umano allo stesso tempo.

E parimenti le paradossali affermazioni proto-ortodosse contenute nelle professioni di fede riguardo Dio che è il creatore di tutte le cose ma non del male e della sofferenza che si trova nella sua creazione; circa Gesù che è sia completamente umano che completamente divino e non metà umano o metà divino ma entrambe le cose contemporaneamente, e che nondimeno è un unico essere e non due; riguardo il Padre, il Figlio e lo Spirito come tre persone separate e tuttavia costituenti un unico Dio.