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L'albino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I

 

 

«Mancano ancora sessanta minuti a mezzanotte», disse Ariost, levandosi di bocca una sottile pipa olandese di gesso.

«Quello là», indicò uno scuro ritratto appeso alla parete annerita dal fumo e i cui lineamenti erano quasi irriconoscibili, «divenne Gran Maestro esattamente cent'anni fa, meno sessanta minuti» .

«E quando iniziò il declino dell'Ordine? Intendo dire come abbiamo fatto a diventare la combriccola di ubriaconi che siamo ora, Ariost?», chiese una voce che usciva da una densa nube di fumo che riempiva l'antica saletta.

Ariost s'intrecciava con le dita la lunga barba bianca, con gesto esitante lisciò la gorgiera a merletti della toga di velluto: «Deve essere successo negli ultimi decenni... forse... è avvenuto a poco a poco».

«Fortunat, hai messo il dito in una sua vecchia piaga», bisbigliò Baal Schem, l'Arcicensore dell'Ordine, emergendo dal buio del vano della finestra con una tunica da rabbino medioevale, s'accostò all'interlocutore seduto al tavolo. «Parla di qualcos'altro!».

Poi proseguì ad alta voce: «Come si chiamava questo Gran Maestro nella vita profana?».

«Conte Ferdinand Paradies», rispose pronto qualcuno accanto ad Ariost, facendo mostra d'intendersi del tema, «che nomi illustri c'erano a quei tempi e anche prima: i Conti Spork, Norbert Wrbna, Wenzel Kaiserstein, il poeta Ferdinand van Roxas! Tutti celebrarono il "Ghonsla", il rito della Loggia dei Fratelli Asiatici, lì nell'antico giardino dell'Angelo, dove ora sorge il centro della città, circondati e guidati dallo spirito di Petrarca e di Cola di Rienzo, anch'essi nostri Fratelli».

«Così stanno le cose: nel giardino dell'Angelo che prese il nome da Angelus de Florentia, medico personale dell'Imperatore Carlo IV. presso il quale Rienzo trovò asilo finché non fu consegnato al Papa», aggiunse zelante lo scriba Ismael Gneiting.

«Ma lo sapete che sono stati i Sat Bhais, gli antichi Fratelli Asiatici, a fondare anche Praga... e... Allahabad, in breve tutte le città il cui nome significa "soglia"? Santo cielo, che gesta, che gesta! E tutto, tutto è sfumato, volatilizzato. Anche Buddha dice: Nell'aria non ne resta alcuna traccia. Questi erano i nostri antenati! Noi siamo solo compagni di bagordi!! Degli ubriaconi!! Hip, hip, hurrah! C'è proprio da ridere».

Baal Schem gli fece cenno di tacere, ma quello non capì e continuò a parlare finché Ariost scansò bruscamente il suo bicchiere di vino e lasciò la stanza.

«L'hai offeso», disse serio Baal Schem a lsmael Gneiring. «Avresti dovuto aver riguardo almeno per la sua età».

«Ah, bah», borbottò costui, «non lo volevo certamente mortificare! E se anche fosse! Tanto ritornerà. Fra un'ora inizierà la celebrazione del centenario e vi deve partecipare».

«C'è sempre una nota falsa, che rabbia», disse uno dei più giovani.

«Stavamo così bene a bere».

Una sorta di malumore s'impossessò dei presenti che, seduti taciturni attorno a una tavola a semicerchio, aspiravano fumo da bianche pipe olandesi.

Nella fioca luce delle lampade a olio, che a malapena giungeva fin negli angoli più remoti della stanza e alle fìnestre gotiche prive di tende, essi erano talmente strani e irreali nei loro mantelli medioevali dell'Ordine cosparsi di fregi cabalistici, che sembravano fantasmi.

«Andrò io a rappacificare il vecchio», disse infine Corvinus, un giovane musicista, e uscì.

Fortunat si chinò verso l'Arcicensore: «Corvinus ha influenza su di lui? Corvinus?».

Baal Schem biascicò tra la barba che Corvinus era fìndanzato con Beatrice, la nipote di Ariost.

Fu Ismael Gneiting a riprendere il discorso e a parlare dei dogmi ormai dimenticati dell'Ordine che risalivano alla notte dei tempi quando erano i dèmoni delle sfere a istruire i progenitori della stirpe umana. Parlò di gravi, oscure profezie che con il tempo si erano tutte avverate, sillaba per sillaba, frase per frase, facendo dubitare che esistesse il libero arbitrio dell'uomo. Parlò anche della Lettera Sigillata di Praga, l'ultima reliquia autentica che possedesse ancora l'Ordine. È una cosa molto strana! Colui che oserà aprire la Sealed Letter from Prague, prima che l'ora sia compiuta, costui... Che cosa c'è scritto nell'originale Lord Kelwyn?», chiese Ismael Gneiting rivolgendo uno sguardo interrogativo a un vecchissimo Fratello seduto di fronte a lui, accovacciato e immobile su una poltrona dorata a intagli.

«Costui perirà prima di cominciare! Il suo volto sarà inghiottito dalle tenebre da cui non si libererà più.

«La mano del destino nasconderà i suoi tratti nel Regno della Forma fino al giorno del Giudizio Universale», completò lentamente il vecchio sottolineando con la testa calva ogni parola, quasi volesse infondere alle sillabe un'enfasi particolare, «...e il suo volto sarà cancellato dal mondo dei contorni. Il suo volto diventerà invisibile, invisibile per sempre! Racchiuso, simile al gheriglio nella noce, simile al gheriglio nella noce».

Simile al gheriglio nella noce! I Fratelli, in cerchio, si guardavano stupiti. Simile al gheriglio nella noce! Una parabola strana, incomprensibile!

In quel momento la porta s'aprì e Ariost entrò.

Dietro di lui il giovane Corvinus che ammiccò allegramente rivolto agli amici, quasi volesse dire che tutto era stato sistemato con il vecchio.

«Un po' d'aria fresca! Ci vuole una boccata d'aria!», disse qualcuno che si diresse verso le finestre per aprirne una. Molti s'alzarono, scansando le sedie per andare a guardare la notte di luna piena e i suoi raggi che risplendevano di un colore verde opale sul lastricato del Ring della città vecchia.

Fortunat indicò l'ombra nero-bluastra della Chiesa Tein che, oltrepassando la casa, andava a cadere sulla piazza deserta dividendola a metà: «Quell' ombra laggiù, simile a un pugno gigantesco con due punte che sporgono, di cui una indica verso Ovest con l'indice e il mignolo, non vi sembra l'antico scongiuro contro il malocchioi».

Il domestico entrò nella sala recando altre bottiglie di Chianti dai lunghi colli come rossi flaminghi. Attorno a Corvinus si erano radunati in un angolo i suoi giovani amici che, sorridendo, gli raccontavano sottovoce della Lettera Sigillata di Praga e della folle profezia a essa collegata.

Corvinus ascoltava attentamente, poi, come se gli fosse venuto in mente qualcosa di buffo, gli occhi gli risplendenero di un lampo malizioso. Bisbigliando in fretta, fece ai suoi amici una proposta che essi accolsero con gioia.

Alcuni, senza più alcun ritegno, si misero a ballare su una sola gamba e talmente presi dall'eccitazione non erano più in grado di contenersi.

 

 

I vecchi erano soli.

Corvinus, insieme ai suoi compagni, aveva preso in fretta commiato per una mezz' ora, dicendo che doveva farsi fare da uno scultore una maschera di gesso, per fare una burla prima di mezzanotte, prima che cominciasse la grande festa.

«Pazzi giovanotti», mormorò Lord Kelwyn.

«Deve trattarsi di uno strano scultore se ancora lavora a quest'ora», disse qualcuno sottovoce.

Baal Schem giocherellava con il suo anello a sigillo: «È uno straniero di nome Iranak-Essak, poco fa parlavano di lui. Si dice che lavori solo di notte e dorma di giorno; è un albino e non sopporta la luce».

«Lavora solo di notte?». ripeté distratto Ariost cui era sfuggita la parola albino.

Poi tutti rimasero in silenzio per molto tempo.

«Sono contento che i giovani se ne siano andati» , ruppe infine il silenzio Ariost, turbato.

«Noi dodici vecchi siamo come le rovine di quel tempo lontano e dovremmo essere uniti. Forse il nostro Ordine riuscirà ancora a germogliare. Sì! Sì, la colpa è mia di questo sfacelo».

Proseguì con voce rotta: «Vi vorrei raccontare una lunga storia e svuotarmi il cuore prima che ritornino gli altri ... e prima che cominci il nuovo secolo».

Lord Kelwyn seduto su una sedia a forma di trono, sollevò lo sguardo e fece un gesto con la mano, gli altri annuirono in segno di approvazione.

Ariost riprese a parlare: «Devo raccontarvela in breve, affinché le forze mi bastino sino alla fine. Ascoltatemi! Trent'anni fa, voi lo sapete, il dottor Kassekanari era Gran Maestro e io il suo primo Arcicensore. La guida dell'Ordine era riposta esclusivamente nelle nostre mani. Il dottor Kassekanari era fisiologo e un grande studioso. I suoi antenati erano di Trinidad, credo negri, per questo la sua orrenda bruttezza aveva un che di esotico. Ma questo lo sapete anche voi. Eravamo amici, ma similmente al sangue caldo che abbatte anche gli argini più solidi, così... Per dirla breve, lo tradii con sua moglie Beatrice che era bella quanto il sole e che sia io che lui amavamo smisuratamente ... Un crimine tra Fratelli dello stesso Ordine!! ... Beatrice ebbe due figli maschi e uno di essi, Pasqual, era figlio mio.

«Kassekanari scoprì l'infedeltà di sua moglie, sistemò le sue faccende e lasciò Praga portandosi dietro i due bambini senza che io avessi potuto impedirlo. A me non aveva più rivolto la parola, né mi aveva più dato uno sguardo».

Ariost tacque per un istante e prese a fissare, assente, la parete di fronte. Poi proseguì: «Solo un cervello che come il suo univa alla tenebrosa fantasia del selvaggio l'acume penetrante dello studioso, del profondo conoscitore dell' animo umano, poteva escogitare il piano che a Beatrice fece scoppiare il cuore e a me perfidamente tolse il libero arbitrio, costringendomi a poco a poco ad assumermi la corresponsabilità di un crimine di cui è difficile pensarne uno più orrendo. Ben presto la follia ebbe pietà della mia povera Beatrice e io benedico l'ora della sua liberazione».

Le mani del narratore tremavano febbrili versando il vino che voleva portare alla bocca per ristorarsi.

«Proseguiamo! Non passò molto tempo, da quando Kassekanari se n'era andato, che arrivò una sua lettera munita d'un indirizzo che gli avrebbe permesso di ricevere tutte le "notizie importanti", come egli si espresse, dovunque si trovasse.

«Poco dopo mi scrisse di essere convinto, dopo lunghi ragionamenti, che il piccolo Manuel era mio figlio e che il più giovane Pasqual, invece, era indubbiamente figlio suo. In realtà le cose erano esattamente al contrario.

«Dalle sue parole risuonava un'oscura minaccia di vendetta e non potei reprimere in me una lieve sensazione di sollievo egoistico nel sapere che a causa di questo scambio, il mio piccolo Pasqual, che altrimenti non ero in grado di proteggere in alcun modo, non sarebbe stato esposto al suo odio e alla sua persecuzione.

«Così tacqui e inconsciamente feci il primo passo verso quell'abisso da cui non ci fu più via di scampo. Molto, molto più tardi mi resi conto della perfidia, come se Kassekanari avesse voluto farmi credere a uno scambio soltanto per farmi soffrire le pene più inaudite. Gradualmente quel mostro cominciò a dare l'ultimo giro di vite.

«A intervalli regolari, con la puntualità di un meccanismo a orologeria, mi giungevano i suoi rapporti su certi esperimenti fisiologici e di vivisezione che, "per espiare colpe altrui e per il bene della scienza", effettuava sul piccolo Manuel, che non era suo figlio come "...io avevo tacitamente ammesso", come su un essere che gli era più estraneo di una qualsiasi cavia.

«E le fotografie che allegava confermavano la terribile verità delle sue parole... Ogni volta che giungeva una simile lettera ed essa era lì di frome a me, pensavo di dover cacciare le mani nel fuoco ardente, per placare le pene orribili che mi procuravano il pensiero di dover venire a conoscenza di atrocità sempre più crudeli.

«Soltanto la speranza di scoprire finalmente il vero domicilio di Kassekanari e di poter liberare la povera vittima mi trattenne dal suicidarmi.

«Me ne stavo inginocchiato per ore, supplicando Dio di farmi trovare la forza di distruggere la lettera senza leggerla.

«Ma non trovai mai la forza per farlo.

«Ogni volta aprivo la lettera e distrutto cadevo perdendo i sensi: se gli spiegassi l'errore, mi dicevo, il suo odio ricadrebbe su mio figlio, ma l'altro, l'innocente, si salverà!

«E allora mettevo mano alla penna per scrivere tutto, per dimostrare. Ma il coraggio mi mancava, non potevo valeria e non volevo poterlo fare e così tacendo mi macchiai anch'io della colpa nei confronti del povero piccolo Manuel… anch' egli figlio di Beatrice.

«Tuttavia la cosa più orrida di tutti i miei tormenti era che contemporaneamente aveva preso a farsi strada in me una strana, oscura sensazione su cui non avevo alcun potere, che s'insinuava nel mio cuore leggera e irresistibile: una sorta di soddisfacimento carico d'odio che erano il suo sangue e la sua carne contro cui quel mostro si scatenava».

I Fratelli massonici erano balzati in piedi e fissavano Ariost che non riusciva più a tenersi eretto sulla sua sedia e sussurrava più che pronunciare delle frasi.

«Per anni egli ha torturato Manuel, martoriandolo con dei supplizi che non riuscirei a descrivervi, lo ha torturato e torturato finché la morte gli tolse di mano il coltello, gli ha fatto trasfusioni con il sangue di animali bianchi degenerati, di quelli che schivano la luce del giorno, gli ha estirpato piccole particelle di cervello le quali, secondo le sue teorie, risvegliano nell'uomo gli impulsi miti e dolci, rendendolo in questo modo ciò che egli ha definito un "essere spiritualmente morto". E una volta annientati tutti gli impulsi umani del cuore, tutti i germi della pietà, dell'amore, della compassione, nella povera vittima, esattamente come aveva predetto in una lettera, è comparsa anche una degenerazione corporea, quell'orrendo fenomeno che i popoli africani chiamano il "vero negro bianco". Dopo lunghi, lunghi anni di disperate indagini e ricerche - avevo lasciato che le mie cose e quelle dell'Ordine seguissero il loro corso indifferentemente - riuscii finalmente a ritrovare mio figlio ormai adulto (Manuel era scomparso senza lasciar traccia).

«Ma dovetti ricevere un ultimo colpo: mio figlio si faceva chiamare Emanuel Kassekanari!

«Quello stesso Fratello Corvinus del nostro Ordine che voi tutti conoscete: Emanuel Kassekanari.

«Ed egli è irremovibile nel sostenere di non essere mai stato chiamato con il nome di Pasqual.

«Da allora mi perseguita l'idea che il vecchio mi abbia ingannato e che sia stato Pasqual e non Manuel a essere stato mutilato e che quindi proprio mio figlio sia stato la vittima. Dalle fotografie i lineamenti del volto erano indistinti e in vita i due bambini s'assomigliavano tanto da essere scambiati.

«Eppure non può, non può essere vero ... Quell'atrocità, tutti quegli eterni rimorsi di coscienza, invano! Non è vero?», gridò d'un tratto Ariost come impazzito, «non è vero forse, non è vero che Corvinus è mio figlio, che ci somigliamo come due gocce d'acquai'».

 

 

I Fratelli guardavano timidamente per terra e non riuscivano a proferire la bugia.

Annuirono muti.

 

 

Ariost finì di raccontare sottovoce: «Talvolta ho dei sogni spaventosi in cui sento che uno storpio orrendo con i capelli bianchi e gli occhi rossastri insegue mio figlio, occhi che temono la luce e che in penombra colmi d'odio lo spiano: Manuel, lo scomparso Manuel, l'orrendo... l'orrendo negro bianco». Nessuno dei Fratelli massonici riusciva a proferir parola. Silenzio di tomba.

Poi, come se Ariost avesse sentito una muta domanda, disse a mezza voce, quasi per spiegarlo a se stesso: «Un'anima morta! ... Il negro bianco... un vero albino».

Un albino?... Baal Schem barcollando s'appoggiò alla parete.

«Dio Misericordioso, lo scultore!... L'albino Iranak Essak!»,

 

 

 

 

II

 

 

Squillano trombe di guerra

laggiù nell'aurora

  

cantava Corvinus il segnale del torneo del Roberto, il diavolo, un'opera lirica, davanti alla finestra della sua fidanzata Beatrice, la bionda nipote di Ariost, mentre i suoi amici fischiettavano in coro la melodia.

Poco dopo si spalancarono di colpo le finestre e una giovane in un vestito da ballo bianco si sporse per guardar giù nell' antica corte Teinhof, che scintillava alla luce della luna, e chiese ridendo se i signori avevano intenzione di prendere d'assalto la casa.

«Ah, tu vai ai balli, Trixie... e senza. di me?» , le gridò Corvinus. «E noi temevamo che dormissi già da molto!»

«Ma allora vedi quanto mi annoio senza di te, dato che sono già a casa prima mezzanotte! Che cosa vuoi ora con i tuoi segnali; è successo qualcosa?», chiese Beatrice.

«Che cosa è successo? .. Vogliamo rivolgerti una grande preghiera. Sai forse dove tuo padre tiene la Lettera Sigillata di Praga?».

Beatrice pose entrambe le mani sulle orecchie: «Cosa sigillato?».

«La Lettera Sigillata di Praga, quella vecchia reliquia», presero a gridare tutti quanti insieme.

«Messieurs, se urlate in questo modo non capisco un'acca». E chiudendo la finestra: «Aspettate, vengo giù subito, cerco la chiave di casa e non mi faccio vedere dalla mia brava govemante».

Dopo pochi minuti era davanti al portone.

«Incantevole, deliziosa in questo abito da ballo bianco nella verde luce lunare». I giovanotti la circondarono per baciarle la mano.

«Con un abito da ballo verde, nella bianca luce lunare», Beatrice civettuola fece una riverenza e nascose, in gesto di difesa, le piccole mani in un enorme manicotto, «e tra tanti neri giudici della Santa Vehme! No, come può un Ordine così venerando essere tanto pazzo!». Beatrice, curiosa, scrutava le lunghe, solenni toghe degli uomini con i loro lugubri cappucci e i fregi cabalistici ricamati in oro.

«Siamo scappati così in fretta e furia che non abbiamo avuto tempo di cambiarci d'abito, Trixie», si scusò Corvinus accomodandole delicatamente il fazzoletto di pizzi di seta.

Poi le raccontò in un discorso affrettato della reliquia, della Lettera Sigillata di Praga, della folle profezia e che avevano escogitato un bellissimo scherzo per la mezzanotte: doveva infatti correre dallo scultore Iranak-Essak, un tipo molto curioso che lavorava di notte perché era albino, che aveva fatto una preziosa invenzione, una maschera di gesso che all'aria diventava immediatamente dura e indistruttibile come granito, e ora quest'albino gli avrebbe fatto velocemente un calco del viso.

«E sa signorina…», s'intromise Fortunat, «noi prendiamo questo calco e anche la "lettera misteriosa" che lei avrà la bontà di andare a scovare in archivio c che con bontà non minore ci butterà giù dalla finestra. Naturalmente l'apriremo subito per leggere le stupidaggini che ci sono scritte e poi "sconvolti" ci recheremo alla Loggia. Naturalmente ci chiederanno subito di Corvinus e dove si trovi. Allora noi cominceremo a piangere disperati e mostreremo la reliquia profanata, confessando che egli l'ha aperta e che improvvisamente è comparso il diavolo in una folata puzzolente di zolfo, il quale l'ha preso per il colletto e se l'è portato in aria. Tuttavia Corvinus, che ne aveva avuto il presentimento, è corso a farsi fare, per sicurezza, un calco di gesso indistruttibile da Iranak-Essak! E ciò per realizzare in maniera assurda la bella e terribile profezia sulla totale scomparsa dal regno dei contorni.

Eccovi la sua maschera e colui che si crede un eletto, sia uno dei vecchi o di noi, o gli Adepti che hanno fondato l'Ordine, o forse il caro Dio in persona, costui si faccia avanti e distrugga quest'immagine di pietra ... se è in grado di farlo. Alla fine diremo: Fratello Corvinus vi saluta tutti cordialmente e al massimo fra dieci minuti sarà di ritorno».

 

 

«Sai cara, c'è di buono», aggiunse Corvinus, «che in questo modo sradichiamo le ultime superstizioni dell'Ordine, abbreviamo queste noiose feste dei centenari e cominciamo molto prima il fastoso banchetto. Ma adesso adieu e buona notte: uno, due e tre, il tempo fa passi da gigante...»

«Vengo anch'io», completò esultante Beatrice e s'attaccò al braccio del suo fidanzato, «è lontana la casa di Iranak-Essak... non si chiama così? E non c'è pericolo che gli pigli un colpo, quando faremo irruzione da lui con questo corteo?!».

«I veri artisti non si meravigliano mai di niente», giurò Saturnilus, uno dei giovani. «Fratelli! Un hurrah, hurrah per la coraggiosa signorina!».

Il gruppo proseguì quasi al galoppo, attraversarono la Teinhof, archi medioevali, storte viuzze, passarono oltre angoli arcuati e palazzi in rovina. Poi si fermarono.

«Abita qui al numero 33», disse Saturnilus trafelato, «al numero 33, è vero Cavalier Kadosh? Guarda tu, su, che ci vedi meglio».

Stava per suonare quando all'improvviso il portone di casa s'aprì verso l'interno e subito dopo si sentì una voce acuta strillare su per le scale nell'inglese dei negri. Corvinus scosse meravigliato la testa. «The gentlemen already here?!» I signori già qui. Sembrava che fossero già attesi.

«Avanti allora, ma attenzione, è buio pesto qui e non abbiamo luce: i nostri costumi sono intelligentemente sprovvisti di tasche e così mancano anche i nostri cari zolfanelli».

Passo per passo la piccola comitiva andava avanti brancolando nel buio, Saturnilus avanti, dietro di lui Beatrice, Corvinus e gli altri giovani: il Cavalier Kadosh, Hieronymus, Fortunat, Pherekydes, Kama e Hilarion Termaximus.

Scale strette e tortuose salivano a destra e a sinistra, in lungo e in largo. A tentoni attraversarono porte aperte e stanze vuote prive di finestre, sempre seguendo la voce che li precedeva e che apparentemente era piuttosto lontana da loro e indicava brevemente la direzione.

Finalmente si fermarono in un luogo in cui avrebbero dovuto aspettare, perché la voce era ammutolita e nessuno rispondeva più alle loro domande.

Niente si muoveva.

 

 

«Sembra un vecchissimo palazzo con molte uscite come la tana di una volpe, uno di quegli strani labirinti del XVII secolo come ce ne sono ancora in questa parte della città», disse infine Fortunat sotto voce, «e quella finestra là deve dare su un cortile, dato che non lascia entrare nemmeno un po' di chiarore!? Si distingue appena l'intelaiatura, poiché più scura».

«Penso che ci sia un muro alto proprio di fronte ai vetri che toglie tutta la luce-, rispose Saturnilus. «È buio pesto, non si scorge nemmeno la propria mano davanti agli occhi. Soltanto il pavimento è un po' più chiaro. Non è vero?».

Beatrice s'aggrappò al braccio del fidanzato: «Ho tanta paura qui in questa oscurità spaventosa... Perché non portano un lume...».

«Sst, sst, zitti», bisbigliò Corvinus. «Sst! Non sentite niente?!... Qualcuno sta avvicinandosi pian piano. O è già qui?».

«Là! Là c'è qualcuno», gridò all'improvviso Pherekydes, «là, a non più di dieci passi da me, adesso lo vedo proprio bene: Ehi, lei», gridò troppo forte, tanto che si sentì la sua voce tremare per la paura repressa e per l'agitazione.

«Sono lo scultore Pasqual Iranak-Essak», disse qualcuno con una voce che non era roca, eppure estremamente afona. «Lei vuoi farsi fare un calco della testa! Suppongo!».

«Non io. Il nostro amico qui Kassekanari, musicista e compositore». Pherekydes tentò di presentare Corvinus nell' oscurità.

Alcuni secondi di di silenzio.

«Non riesco a vederla, signor Iranak-Essak, dov'è?», chiese Corvinus.

«Non ha abbastanza luce?», rispose in tono canzonatorio l'albino. «Coraggio, faccia alcuni passi a sinistra... là troverà un'apertura tra gli arazzi, è lì che deve passare... ma vede che le sto venendo incontro».

Dalle ultime parole pronunciate in quell'atona voce oscillante sembrò che l'uomo si fosse avvicinato  e all'improvviso gli amici credettero di veder baluginare, in direzione della parete, una nebbia sfumata di bianco grigiastro, i contorni di una persona.

«Non andare, non andare per amor di Dio, se mi vuoi bene non andare», bisbigliò Beatrice che voleva trattenere Corvinus. Costui pian piano si liberò: «Ma Trixie. non posso fare una figuraccia tale, certamente crederà che abbiamo paura».

Corvinus si diresse decisamente verso quella massa bianca, per scomparire subito dopo con essa nell'oscurità, dietro quella porta aperta tra i tappeti.

Colma d'angoscia Beatrice cominciò a piagnucolare e i giovani facevano di tutto per rincuorarla.

«Non si preoccupi, cara signorina», la consolava Saturnilus, «non gli succederà nulla. Se lei potesse vedere come si fa un calco, la interesserebbe e si divenirebbe molto. Per prima cosa, deve sapere, si mette sui capelli, sulle ciglia e sulle sopracciglia della carta di seta unta, poi olio sul viso in modo che non vi rimanga appiccicato niente, la persona è supina, si preme l'occipite fino ai bordi delle orecchie in una ciotola contenente gesso e acqua. Una volta che la massa è diventata dura, si sparge del gesso sul viso ancora scoperto in modo che tutta la testa risulti come avvolta in una grande massa informe. Dopo la solidificazio ne vengono aperti con lo scalpello gli allacci e così si ottiene quella forma cava che serve per fare bellissimi ritratti e calchi».

«Ma così si soffoca certamente», piagnucolò la giovane donna. Saturnilus rise: «Certo che si soffocherebbe, se per respirare non si avessero in bocca e nelle narici delle cannucce che fuoriescono dal gesso».

E per tranquillizzare Beatrice gridò rivolto alla stanza accanto: «Maestro Iranak-Essak ci vorrà molto e farà male?.

Per un attimo silenzio di tomba, poi sentirono una voce atona che rispondeva da lontano, come se provenisse da una stanza molto lontana o passasse attraverso arazzi: «A me non farà male di certo! E il signor Corvinus non avrà di che lamentarsi... eh, eh. Se ci vorrà tempo?! Qualche volta ci vogliono due o tre minuti».

Nella parole e nel tono dell'albino si celava qualcosa di così inspiegabilmente irritante, una gioia così indescrivibilmente malvagia che nell'udirlo i giovani furono colti da una paura paralizzante.

Pherekydes afferrò il braccio del suo vicino. «Strano il modo in cui parla! Hai sentito? lo non resisto più dall' angoscia spaventosa. Come fa a sapere all'improvviso che Kassekanari ha il nome massonico di Corvinus? E fin dall'inizio sapeva perché siamo venuti?! No, no, devo entrare, devo sapere che cosa succede là dentro».

In quell'istante Beatrice lanciò un urlo: «Là... lassù, lassù... che cosa sono quelle macchie bianche a forma di disco... lassù sulla parete!».

«Rosoni di gesso, sono soltanto rosoni di gesso». Saturnilus voleva tranquillizzarla. «Anch'io li ho già visti, ora è molto più chiaro... e i nostri occhi si stanno abituando all'oscurità».

In quel momento una violenta scossa che attraversò la casa come se fosse caduto un peso enorme, gli troncò la parola.

Le pareti tremarono e i dischi bianchi caddero giù risuonando come argilla pietrificata, rotolarono un po' e poi giacquero immobili: calchi di gesso di volti umani stravolti e maschere mortuarie. Giacevano immobili sogghignando, gli occhi bianchi, vuoti, rivolti al soffitto. Dall'atelier giunsero forti rumori, oggetti che venivano fracassati, porte e sedie sbattute. Strepitii...

Un gran fracasso come di porte abbattute, come se qualcuno, impazzito, lottasse contro la morte e cercasse di aprirsi una via di scampo. Un correre pesante, poi un urto e subito dopo una massa chiara, informe ruppe la sottile parete di stoffa, la testa coperta di gesso di Corvinus che luccicava, muovendosi a fatica, bianca e spettrale emergendo dalla penombra: il corpo e le spalle trattenuti da sbarre e da assicelle incrociate.

Con un balzo Fortunat, Satuninilus e Pherekydes sfondarono la porta ricoperta dal tappeto per accorrere in aiuto di Corvinus: il suo persecutore era scomparso.

Corvinus, incastrato nella parete fino al petto, si torceva per le convulsioni.

Agonizzante, le unghie conficcate nelle mani dei suoi amici che, quasi fuori di sé per l'orrore, volevano aiutarlo.

«Degli attrezzi, del ferro!», urlò Fortunat. «Portate delle stanghe di ferro, spaccate il gesso… sta soffocando! Quel mostro gli ha tolto le cannucce per respirare…e gli ha coperto di gesso la bocca!».

   Molti si precipitarono freneticamente per portare aiuto, per cercare pezzi di sedie, stanghe; nmo ciò che trovavano in fretta e furia si rompeva sulla massa pietrificata.

Invano!

Un blocco di granito si sarebbe spaccato prima.

Altri attraversavano le stanze oscure gridando, all'inutile ricerca dell'albino, spaccando tutto ciò che era d'intralcio: maledicevano il suo nome, nell' oscurità cadevano per terra, si escoriavano e si ferivano a sangue.

Il corpo di Corvinus non si muoveva più. I Fratelli lo circondavano disperati e muri.

Il grido di Beatrice, da spezzare il cuore, risuonò attraverso la casa risvegliando un' eco orrenda, le sue dita sanguinanti erano conficcate nella pietra che avvolgeva la testa dell' amato.

La mezzanotte era passata già da un pezzo, quando furono in grado di ritrovare la via per uscire all' aperto da quell'orrendo labirinto di tenebre; muti e distrutti, trasportarono nella notte il cadavere dalla testa pietrificata.

Nessun acciaio, nessuno scalpello era riuscito a spezzare quell'orrido involucro e così Corvinus fu sepolto nel costume dell'Ordine:

 

Il volto invisibile e racchiuso,

simile al gheriglio nella noce.