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Il pensiero economico di John Maynard Keynes

 

 

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Vita e opere di John Maynard Keynes

Il ruolo del pensiero economico keynesiano nel ‘900

Descrizione della crisi del 1929

Le cause della caduta della domanda che fu alla base della crisi del 1929

Come reagirono le autorità alla crisi del 1929

Cosa fece capire la crisi del 1929 ad economisti ed uomini politici

Quali scuole economiche tramontarono e quali nacquero con la crisi del 1929

La "Legge di Say"

Il consumo secondo i neoclassici e secondo Keynes. La funzione del consumo keynesiana

L’equilibrio keynesiano in un sistema chiuso e senza investimenti

I presupposti dell’analisi keynesiana

L’equilibrio nel caso di sistema in stato di piena occupazione delle risorse

Le componenti autonome della spesa aggregata e il loro grafico

Il moltiplicatore in una economia chiusa e senza imposte

La formula del moltiplicatore con ∆I e ∆G insieme

La formula del moltiplicatore con C0, I, G

La formula che rappresenta l’effetto combinato del moltiplicatore della spesa e dell’entrata in una economia chiusa (“moltiplicatore del bilancio pubblico”)

I rapporti tra importazioni e reddito secondo Keynes. La formula del moltiplicatore in una economia aperta.

Il moltiplicatore delle entrate

I grafici keynesiani in una economia aperta e senza imposte

L’eguaglianza Y = C + I + G + (E – M) è sempre verificata. L’”investimento involontario” da parte delle imprese. Le “grandezze ex ante” e le “grandezze ex post”

Il meccanismo dell’”acceleratore”

Il mercato dei capitali secondo i neoclassici

Le critiche di Keynes alla curva di domanda di capitali dei neoclassici

Le critiche di Keynes alla curva di offerta di capitali dei neoclassici

Il mercato del lavoro secondo i neoclassici

Le critiche di Keynes al funzionamento del mercato del lavoro secondo i neoclassici

L’eccesso di offerta di moneta

Cosa succede quando famiglie e imprese cercano di liberarsi della moneta in eccesso secondo l'equazione degli scambi di Fisher

I tipi di scorte monetarie di una famiglia o una impresa

I fattori che influenzano la quantità di scorte delle famiglie e delle imprese secondo i neoclassici e secondo Keynes

Cosa succede quando famiglie ed imprese cercano di liberarsi della moneta in eccesso, secondo la scuola di Cambridge

Cosa succede quando famiglie e imprese cercano di liberarsi dalla moneta in eccesso secondo Keynes

La domanda di scorte speculative e il comportamento dello speculatore

Come utilizzavano i neoclassici lo strumento della politica monetaria contro le crisi economiche

Un aumento della quantità di moneta, secondo Keynes, è sempre capace di abbassare il saggio di interesse?

Il saggio di interesse secondo Keynes non influenza gli investimenti. Il “saggio di efficienza marginale del capitale”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vita e opere di John Maynard Keynes

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John Maynard Keynes (Cambridge 1883 - Firle Beacon, Sussex, 1946) fu un genio versatile che si distinse nella matematica, filosofia e letteratura. Inoltre, trovò il tempo per far parte della delegazione che negoziò a Versailles le condizioni della pace all'indomani della prima guerra mondiale, per dirigere una grande compagnia di assicurazioni, per essere consigliere del Tesoro britannico, per dirigere una rivista economica di fama mondiale, per collezionare oggetti d'arte moderna e libri rari, per patrocinare spettacoli di balletti e di prosa, per sposare una ballerina dei suddetti balletti, per gestire una fattoria modello, e da ultimo (reso quasi invalido da un infarto) per elaborare un progetto di sistema monetario mondiale. Egli era un economista che sapeva far denaro, sia per se stesso che per il King's College di Cambridge.

Il suo libro "The General Theory of Employement, Interest and Money", uscito nel 1936, ebbe grande risonanza nel pensiero economico del secolo ed è probabile che sopravviva a lungo come opera classica e parte integrante della formazione culturale degli statisti dei nostri tempi.

 

 

 

Il ruolo del pensiero economico keynesiano nel ‘900

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Con la crisi del 1929 trionfò l’idea keynesiana che il sistema economico non è in grado, come volevano i neoclassici, di riprendersi da solo da situazioni di crisi (perché la prudizione non produce automaticamente la domanda in grado di assorbirla: legge degli sbocchi di Say), ma dipende dalla domanda aggregata (C + I + G * E – M), che può rimanere depressa indefinitamente, specie nelle economie più ricche, dove le famiglie preferiscono risparmiare e non spendere. Gli uomini politici accettarono l’idea keynesiana che lo Stato deve intervenire con la spesa pubblica per sostenere la domanda aggregata (stato interventista).

 

 

 

Descrizione della crisi del 1929

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  Le imprese USA stavano attraversando una crisi dovuta a caduta della domanda

  Contemporaneamente, grazie a prestiti bancari a buon mercato, tutti cominciarono ad investire in borsa aspettandosi dalle azioni forti rendimenti. In realtà il valore reale delle azioni era basso, perch‚ le imprese americane stavano attraversando una crisi e non riuscivano a vendere i propri prodotti. L'accresciuta domanda di titoli spinse troppo in alto il loro valore. Quando il periodo di ottimismo passò, il prezzo dei titoli crollò al suo valore reale. I risparmiatori videro ridotti della metà e oltre i risparmi che avevano investito in borsa. Milioni di persone passarono dalla sicurezza economica alla povertà

  Il sistema bancario non possedeva dei meccanismi e degli accordi tra banche per venire in aiuto ad una banca nel caso in cui i clienti, presi dal panico, avessero deciso di ritirare tutti i loro depositi. Per una banca, anche sana, è praticamente impossibile restituire immediatamente tutti i depositi, perch‚ essa normalmente ne tiene una gran parte investiti o prestati. Da qui il fallimento a catena delle banche assaltate dai risparmiatori

  Dagli USA, che erano allora i maggiori produttori mondiali, la crisi si diffuse a tutti i paesi industrializzati: il crollo della domanda USA riguardò infatti anche la domanda di beni stranieri, e fece così crollare la domanda anche negli stati che prima esportavano verso gli USA materie prime o prodotti finiti.

 

 

 

Le cause della caduta della domanda che fu alla base della crisi del 1929

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  Negli USA la ricchezza era concentrata in mano a un numero ristretto di soggetti. Le spese di questi soggetti erano in gran parte per generi voluttuari. Quando iniziò la crisi della borsa questi soggetti smisero di spendere per generi voluttuari, aggravando la crisi delle imprese.

  Le imprese stentavano a vendere la propria produzione anche perché‚ non riuscivano a vendere sui mercati esteri: infatti ogni paese aveva adottato una politica protezionistica di forti barriere doganali. Ma questi provvedimenti erano sbagliati: invece di favorire le proprie imprese essi impedivano loro di esportare i propri prodotti

  Tra il 1929 e il 1933 la quantità di moneta in circolazione ("offerta di moneta") diminuì di un terzo: ma una economia che si espande ha bisogno di moneta per effettuare tutti gli scambi e i pagamenti, sia tra imprese che tra imprese e consumatori. Gli studi economici della “scuola monetarista" (Milton Friedman) e della scuola della "sintesi neoclassica" (John Hicks) mostrano che una quantità di moneta troppo scarsa può rallentare gli scambi, far innalzare il saggio di interesse e provocare una depressione)

  Esportazioni e importazioni erano rese difficili dalla mancanza di moneta di pagamento internazionale. Il dollaro non era ancora una moneta di pagamento accettata a livello internazionale: sia gli USA che gli altri paesi dovevano servirsi di oro e sterline, la cui quantità era insufficiente, anche a causa della politica monetaria della Banca di Inghilterra. In mancanza di oro e sterline un paese poteva importare prodotti di un altro paese solo se questo gli concedeva prestiti nella propria moneta. Ma una simile politica di prestiti non venne attuata da nessuno stato

  Per consumatori e imprese divenne estremamente difficile ottenere denaro per finanziare le proprie spese, a causa del fallimento delle banche e della politica monetaria restrittiva, che aveva diminuito la quantità di moneta in circolazione. Questo provocò un ulteriore crollo della domanda di investimenti da parte delle imprese e di beni di consumo da parte delle famiglie.

  Durante la prima guerra mondiale le imprese dovettero raddoppiare la loro produzione ed assumere manodopera minorile e femminile, non bastando quella maschile. Grazie ai salari pagati si diffuse una certa ricchezza anche tra le classi meno abbienti e molte imprese si specializzarono nella produzione di beni di consumo durevoli per tali famiglie. Ma alla fine della guerra, la cattiva distribuzione del reddito, concentrato in mano a poche ricchissime famiglie, impedì alle imprese che fabbricavano beni di consumo (ad es. alla Ford) di trovare uno sbocco per i beni di consumo durevoli. Inoltre, la vendita di beni di consumo durevoli (auto, elettrodomestici etc.) ha un rimpiazzo molto lento, e una volta che le (non numerose) famiglie che potevano permetterseli li ebbero comperati, la domanda crollò.

  Un'altra causa della crisi fu la prima guerra mondiale. Enormi risarcimenti di guerra furono richiesti a Germania, Austria e agli altri paesi usciti sconfitti. Questo distrusse la loro economia. I paesi sconfitti, così impoveriti, non erano in grado di acquistare i prodotti dei paesi vincitori, che furono quindi privati di importanti mercati di sbocco.

 

 

 

Come reagirono le autorità alla crisi del 1929

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  Le autorità vararono politiche di lavori pubblici

  Lo stato aumentò le sue spese per sostenere la domanda aggregata attraverso il meccanismo del moltiplicatore

  Tutti i paesi svalutarono la propria moneta nella illusoria speranza di vendere di più all'estero

  Furono aumentati i salari e ridotte le ore di lavoro nell'industria ("lavorare meno per lavorare tutti")

  Furono eliminate le restrizioni ai sindacati operai, che erano importanti strumenti per ottenere retribuzioni più alte e migliori condizioni di lavoro

  La borsa fu posta sotto il controllo di enti governativi

  Furono varate misure a favore dell'agricoltura

  Lo stato concesse numerosi aiuti all'industria privata per farla risollevare (mutui etc.)

  Le spese per investimenti pubblici (ponti, strade ecc.) aumentarono la domanda aggregata tramite il meccanismo del moltiplicatore

  In paesi come la Germania nazista l'aumento delle spese militari aiutò l'industria privata a riprendersi e la produzione a decollare.

 

 

 

Cosa fece capire la crisi del 1929 ad economisti ed uomini politici

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Con la crisi del 1929 trionfò l’idea keynesiana che il sistema economico non è in grado, come volevano i neoclassici, di riprendersi da solo da situazioni di crisi (perché la prudizione non produce automaticamente la domanda in grado di assorbirla: legge degli sbocchi di Say), ma dipende dalla domanda aggregata (C + I + G * E – M), che può rimanere depressa indefinitamente, specie nelle economie più ricche, dove le famiglie preferiscono risparmiare e non spendere. Gli uomini politici accettarono l’idea keynesiana che lo Stato deve intervenire con la spesa pubblica per sostenere la domanda aggregata (Stato interventista).

 

 

 

Quali scuole economiche tramontarono e quali nacquero con la crisi del 1929

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La scuola neoclassica tramontò. Essa aveva affermato che il sistema capitalistico, affidato alla libera iniziativa privata e senza intervento dello stato è in grado di raggiungere da s‚ la piena occupazione delle risorse e di garantire un costante sviluppo economico; secondo i neoclassici le crisi economiche erano di lieve entità e destinate a durare poco. In realtà la crisi del 1929 mostrò che il sistema capitalistico poteva essere soggetto crisi da carenza di domanda, crisi che non erano né‚ lievi né‚ passeggere.

La ricetta dei neoclassici era:

  Ridurre il deficit pubblico

Ma questo portò ad una diminuzione della spesa pubblica e quindi ad una ulteriore diminuzione della domanda aggregata, che mise ancor più in difficoltà le imprese

  Ridurre i salari

I neoclassici erano convinti che la domanda di lavoratori da parte delle imprese fosse inversamente proporzionale al salario richiesto dai lavoratori; lasciando pertanto scendere i salari a causa della disoccupazione essi ritenevano che le imprese avrebbero ricominciato ad assumere manodopera.

In realtà la diminuzione dei salari provocò un ulteriore impoverimento delle famiglie dei lavoratori e quindi una ulteriore caduta della domanda di beni di consumo da parte di tali famiglie, che aggravò le difficoltà delle imprese

  Ridurre i prezzi

Secondo i neoclassici, poichè la domanda di un bene è inversamente proporzionale al suo prezzo, una diminuzione dei prezzi avrebbe stimolato una maggiore domanda e quindi una ripresa economica.

In realtà la diminuzione dei prezzi ebbe come effetto di impoverire gli imprenditori diminuendone i profitti. Le famiglie degli imprenditori diminuirono le loro spese per consumi aggravando la caduta della domanda. Inoltre gli imprenditori divennero ancora più pessimisti sulle prospettive di un investimento, e quindi diminuì anche la domanda di beni di investimento

  Ridurre i saggi di interesse

Secondo i neoclassici gli investimenti degli imprenditori dipendevano dai saggi di interesse: se il denaro era a buon mercato (saggi di interesse bassi) essi avrebbero chiesto prestiti per acquistare beni di investimento.

Secondo gli economisti neoclassici, se la scarsa spesa delle famiglie era dovuta ad eccessivo risparmio il saggio di interesse sarebbe crollato, producendo due conseguenze che avrebbero consentito la ripresa del sistema:

   le famiglie, scoraggiate dai bassi saggi di interesse, avrebbero rinunciato a risparmiare e ripreso a consumare;

   le imprese, invogliate dai bassi saggi di interesse, avrebbero aumentato i propri investimenti

In realtà i fatti dimostrarono che gli imprenditori, nel decidere gli investimenti, erano più sensibili alle aspettative di profitto che al saggio di interesse: se un imprenditore vede i prezzi crescere e la domanda aumentare egli farà investimenti anche se i saggi di interesse sono alti; se un imprenditore vede i prezzi e la domanda diminuire egli prudentemente rinuncerà a fare investimenti anche se il saggio di interesse è molto basso

I fatti diedero ragione a Keynes, secondo il quale l'investimento dipende dall'ottimismo degli imprenditori, le cui aspettative di profitto diventano favorevoli quando essi notano un aumento di domanda aggregata.

  Trionfò la scuola keynesiana, che sosteneva che la produzione, l'occupazione e il reddito dipendono dalla domanda; che lo stato deve intervenire per sostenere tale domanda nei momenti di crisi, attraverso spese pubbliche; che ridurre il deficit pubblico, i salari e i prezzi può solo aggravare la crisi, poiché priva le famiglie e le imprese del potere di spesa e toglie il sostegno delle spese pubbliche.

  La crisi del 1929 mostrò che lo stato doveva intervenire, soprattutto con la spesa pubblica, nelle fasi di depressione, per evitare una eccessiva caduta della domanda

 

 

 

La "Legge di Say"

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Osserviamo la figura 1, con lo schema dei rapporti tra famiglie e imprese in un sistema economico semplificato:


L’impresa Alfa produce automobili, utilizzando lamiere che paga lire 150 all’impresa Beta.

L’impresa Beta produce lamiere, utilizzando minerale che paga lire 50 all’impresa Gamma

L’impresa Gamma produce minerale senza utilizzare beni strumentali acquistati da altre imprese

I beni finali prodotti dal sistema economico consistono in auto per un valore di 300 lire, che costituiscono l’incasso dell’impresa Alfa (freccia verticale dalle famiglie all’impresa Alfa)

Ciascuna impresa, una volta pagato il valore dei beni intermedi utilizzati, distribuisce tutto il rimanente alle famiglie che hanno preso parte alla produzione, sotto forma di flusso W+P di salari, profitti, stipendi, royalties (compensi per i brevetti utilizzati), rendite (compenso ai proprietari dei terreni, delle miniere e delle altre risorse naturali utilizzate). Tra le famiglie che hanno preso parte alla produzione includiamo ovviamente anche quelle degli imprenditori.

Possiamo subito vedere che i flussi W+P dalle imprese alle famiglie sono pari a 150+100+50 = 300, e cioè hanno lo stesso valore del prodotto finale, costituito da automobili (300).

In sintesi,  tutto il valore dei beni finali prodotti dalle imprese nell’unità di tempo (mese, anno, etc.) viene distribuito alle famiglie sotto forma di flusso W+P di salari, stipendi, profitto, royalties, rendite.

Questo fatto risulta ancor meglio da uno schema che riunisce in un unico gruppo le famiglie e in un unico gruppo le imprese:

 

 

Osservando questo schema notiamo che i salari e gli stipendi W+P distribuiti il 27 di ogni mese finanziano le spese di consumo C delle famiglie fino al 27 del mese successivo, quando i soldi sono rientrati tutti nelle casse delle imprese e il ciclo si ripete.

Possiamo dire che le famiglie acquistano i beni con gli stessi soldi che sono stati dati loro dagli imprenditori per produrli. Questo fatto colpì l’economista classico Jean-Baptiste Say (la scuola classica è la scuola di pensiero economico dominante tra il 1790 e il 1850 circa, e comprende economisti come Say, Smith, Ricardo, Marx), che formulò la legge degli sbocchi nella sua prima forma (dovuta a Say): L’offerta (cioè la produzione) crea la sua domanda; in altre parole gli imprenditori non hanno ragione di preoccuparsi che rimangano merci invendute, perché è lo stesso denaro che essi distribuiscono alle famiglie che consentirà ad esse di acquistarle.

Gli economisti neoclassici (la scuola neoclassica è la scuola di pensiero economico dominante tra il 1850 e il 1930 circa) perfezionarono l’analisi di Say considerando anche la possibilità che le famiglie potessero risparmiare. Essi misero a punto lo schema di figura 3 di un sistema economico con famiglie, banche e imprese:

In questo schema tutto il denaro risparmiato dalle famiglie (100) viene depositato nelle banche e poi preso in prestito dagli imprenditori per acquistare beni strumentali durevoli e scorte di beni strumentali non durevoli (flusso orizzontale I di investimenti tra banche e imprese). In questo modo, le 300 lire distribuite dalle imprese il 27 del mese, alla fine del mese successivo ritornano nelle loro casse sotto forma di flusso C+I, e il ciclo si ripete invariato. In questo caso si dice che il sistema è in equilibrio.

Come possono essere sicuri i neoclassici che tutte le somme risparmiate dalle famiglie torneranno alle imprese sotto forma di investimenti? La risposta a questa obiezione è contenuta nella legge degli sbocchi nella sua seconda forma (dovuta ai neoclassici): Se le famiglie risparmiano più di quanto gli imprenditori intendono investire, allora l’interesse offerto sui capitali risparmiati si abbasserà e questo avrà l’effetto di far risparmiare meno le famiglie, che aumenteranno le spese di consumo e di far aumentare gli investimenti agli imprenditori. In tal modo, si raggiunge il punto in cui gli imprenditori investono esattamente quanto le famiglie risparmiano. Anche in questo caso, tutta la produzione ha trovato il suo sbocco, cioè è stata acquistata o dalle famiglie o dagli imprenditori.

  Osserviamo ancora la seguente figura:

 

 

Nel circuito superiore le famiglie risparmiano 50 e le imprese investono 25: siamo in una situazione di eccesso di offerta, che nel grafico corrisponde ad un saggio di interesse i1; l’eccesso di offerta di moneta, per una nota legge economica, ne fa scendere il prezzo, cioè il saggio di interesse, fino al livello di equilibrio ieq; mano a mano che il saggio di interesse scende il risparmio delle famiglie diminuisce (50 → 35), il consumo delle famiglie aumenta (50 → 65), la domanda di moneta per investimenti da parte delle imprese aumenta (25 → 35) in modo che al livello di equilibrio ieq domanda ed offerta di moneta si equilibrano. Questo corrisponde alla situazione mostrata nel circuito inferiore.

 

 

 

Il consumo secondo i neoclassici e secondo Keynes. La funzione del consumo keynesiana

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Osserviamo la FIGURA 4, che illustra il funzionamento del mercato dei capitali secondo i neoclassici. Se il saggio di interesse si abbassa, scendendo da i0 ad i1, le famiglie troveranno meno conveniente offrire denaro in prestito e decideranno di destinarlo al consumo; se invece il saggio di interesse sale, passando da i0 ad i2, le famiglie diminuiranno i consumi perché troveranno più conveniente dare denaro in prestito.

Quindi, secondo i neoclassici è il saggio di interesse che determina in ultima analisi la spesa di consumo delle famiglie.

Secondo i neoclassici le famiglie avevano solo due scelte: consumare o risparmiare. I neoclassici non ammettevano una terza possibilità: che le famiglie tenessero denaro improduttivo sotto il materasso (o in conti bancari a vista, non produttivi di interessi significativi). Secondo loro questo violava il principio di razionalità nell’agire del consumatore. Alcuni neoclassici ammettevano la presenza di scorte, ma ritenevano che la loro quantità non variasse, e che quindi il saggio di interesse era pur sempre il principale fattore che incluenzava la spesa C.

Keynes propose invece che il consumo dipende dal reddito, ed elaborò la sua famosa funzione del consumo keynesiana.

Osserviamo la FIGURA 6 della funzione di consumo keynesiana:

 

 

 

Essa si riferisce ad una economia chiusa (che non ha rapporti con l'estero): infatti non compaiono né importazioni né esportazioni In orizzontale abbiamo il reddito Y. Il grafico si può riferire al reddito di una sola famiglia, o al reddito di tutte le famiglie (in tal caso si tratterà del Reddito Nazionale). In verticale è misurato il consumo della famiglia (o dell'intero paese). Noi scegliamo di considerare Y come reddito nazionale e C come consumo di tutte le famiglie

La funzione ci dice che con un reddito zero le famiglie consumano tuttavia beni per l'importo OE. Il segmento verticale OE rappresenta quindi il consumo di sussistenza, che viene indicato nei testi col simbolo C0.

Per ogni livello di reddito Y, il rapporto tra l’ultima porzione di consumi e l’ultima porzione di reddito esprime la frazione consumata dell’ultimo aumento di reddito, e viene chiamata propensione marginale al consumo “c”.

“c” è un valore percentuale compreso tra zero (0% dell’incremento di reddito destinato a consumo) ed uno (100% dell’incremento di reddito destinato a consumo).

Ad esempio, se consideriamo un reddito pari al segmento OD, la propensione marginale al consumo è pari a:

 

propensione marginale al consumo con un reddito OD =

 

Se invece consideriamo un reddito pari ad OB allora avremo:

 

propensione marginale al consumo con un reddito OB =

 

La funzione ci dà una importante indicazione sull’andamento della propensione marginale al consumo all’aumentare del reddito: possiamo osservare che, passando da un reddito più basso, OA, ad un reddito più alto, OD,  diminuisce il valore del numeratore della propensione al consumo, perché il segmento IH è più corto del segmento FG. Questo vuol dire che la propensione marginale al consumo diminuisce all’aumentare del reddito: in altre parole, più una famiglia è ricca, minore è la frazione destinata a consumo di un ulteriore aumento di reddito.

Definiamo propensione media al consumo relativa ad un dato reddito il rapporto tra l’intero consumo e l’intero reddito.

Ad esempio, se consideriamo un reddito pari al segmento OD, la propensione media al consumo è pari a:

 

propensione media al consumo con un reddito OD =

 

Se invece consideriamo un reddito pari ad OB allora avremo:

 

propensione media al consumo con un reddito OB =

 

Il reciproco della propensione marginale al consumo viene chiamato propensione marginale al risparmio “s”. Si tratta di un valore percentuale compreso tra zero e uno che rappresenta la parte dell’ultimo incremento di reddito che la famiglia risparmia:

 

propensione marginale al risparmio = s = (1-c)

 

Poiché la propensione al consumo decresce all’aumentare del reddito, anche la propensione media decresce all’aumentare del reddito.

Nei testi di economia viene in realtà utilizzata una versione semplificata della funzione keynesiana del consumo, quella mostrata in figura 7:

 

In questa forma semplificata la funzione di consumo può essere espressa da una semplice equazione matematica:

 

C = C0 + c · Y

 

Sia il grafico che l’equazione ci dicono che esistono due componenti del consumo: le famiglie, oltre al consumo di sussistenza C0, effettuano  una spesa aggiuntiva c·Y che ovviamente aumenta all'aumentare del reddito. Come si vede, in prossimità del reddito OA noi possiamo scomporre la spesa di un gruppo di famiglie che riceve un reddito OA in una spesa di sussistenza C0 (segmento AB) e in una spesa c·Y che dipende dal reddito (segmento BC)

 

 

 

L’equilibrio keynesiano in un sistema chiuso e senza investimenti.

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Consideriamo il grafico di figura 10, che ci consente di confrontare, per ogni livello di reddito, il consumo C (domanda) con la produzione Y (offerta):

Oltre alla funzione C, nel grafico è riportata una linea con inclinazione di 45°, che consente di riportare in verticale i segmenti orizzontali che rappresentano il reddito

Ad esempio il segmento OD, che rappresenta sull'asse orizzontale un certo reddito Y, ha la stessa lunghezza del segmento verticale DF.

Possiamo quindi leggere in verticale il reddito Y = DF e confrontarlo con il consumo C = DE.

Vediamo immediatamente che il reddito supera il consumo di una quantità EF: in altre parole abbiamo un eccesso di offerta, dovuto all'elevato risparmio delle famiglie: in altre parole ancora, il reddito OD distribuito nel corso dell'anno ritorna alle imprese (come spesa C) solo per la parte DE, mentre la parte EF viene risparmiata

Questa situazione è tipica dei paesi ricchi, dove i consumatori non hanno normalmente bisogno di spendere l'intero reddito per soddisfare le proprie necessità

Consideriamo, sempre nello stesso grafico, un caso differente: al livello di reddito Y = OA la domanda AG supera la offerta (produzione) AH di un ammontare HG, che possiamo considerare risparmio negativo, o eccesso di domanda.

Questa situazione è tipica di molti paesi sottosviluppati: la produzione nazionale è insufficiente a coprire le necessità della popolazione. Evidentemente, un consumo C superiore a quanto è stato prodotto sarà effettuato importando beni dall'estero o usufruendo di prestiti internazionali.

Una situazione come quella che si ha con un reddito Y = OD,  superiore alla domanda di consumo C = DE, è chiamata vuoto deflazionistico. Gli effetti del “vuoto deflazionistico" sono molto semplici: le imprese, accortesi di aver accumulato scorte invendute pari ad EF, l’anno successivo diminuiranno la produzione. Se anche l’anno successivo accumulano scorte invendute esse ridurranno ancora la produzione. In tal modo il reddito si sposta verso il reddito di equilibrio OB.

Una situazione come quella che si ha con un reddito Y = OA, inferiore alla domanda di consumo C = AG, è chiamata vuoto inflazionistico. Gli effetti del vuoto inflazionistico sono contrari a quelli del vuoto deflazionistico: la scarsità di beni di consumo fa aumentare i prezzi ed invoglia gli imprenditori a produrre di più. Il reddito Y si sposta così verso destra, cioè verso il reddito di equilibrio OB.

Quando Y = OB non ci sono più spostamenti: infatti tutto quello che le imprese producono viene acquistato dalle famiglie: si parla in questo caso di equilibrio keynesiano del reddito.

Nel punto P di intersezione è verificata la seguente equazione:

 

Y = C

 

 

 

I presupposti dell’analisi keynesiana

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I grafici elaborati da Keynes mostrano normalmente grandezze reali. Keynes ricavava le grandezze reali deflazionando i valori monetari col dividerli per il saggio di salario. Oggi gli economisti preferiscono pensare le grandezze reali ottenute deflazionando i valori monetari con il dividerle per il livello generale dei prezzi.

Keynes sviluppò le sue teorie partendo da presupposti che contraddicono quelli dei neoclassici:

  Il consumo è influenzato dal reddito e non dal saggio di interesse.

I neoclassici sostenevano che un saggio di interesse alto induce le famiglie a risparmiare di più e consumare di meno, mentre un saggio di interesse basso le induce a consumare di più e risparmiare di meno. Per Keynes il ruolo del saggio di interesse è marginale, e il fattore che influenza il consumo delle famiglie è il loro reddito. Per portare a zero il risparmio delle famiglie è quindi necessario che il reddito si riduca: non è in altre parole possibile mantenersi ad un livello di reddito elevato cercando di abbassare (ad es. mediante manovre delle autorità) il saggio di interesse

  Le imprese, di fronte ad un eccesso di offerta non reagiscono abbassando i prezzi e mantenendo la produzione invariata, come ritenevano i neoclassici, ma piuttosto diminuendo la produzione e lasciando i prezzi invariati.

I neoclassici pensavano che le imprese fossero perlopiù concorrenziali e che il sistema fosse sempre in stato di piena occupazione delle risorse (reddito potenziale). In queste condizioni era logico aspettarsi che aumenti/diminuzioni della domanda facessero aumentare/diminuire i prezzi.

Ma Keynes fece notare tre cose:

   I mercati moderni sono più spesso oligopolistici che concorrenziali. Le grandi imprese oligopolistiche che dominano i mercati moderni sono in grado di manipolare i prezzi, e li modificano con molta lentezza, e raramente verso il basso.

   Un'altra ragione per cui le imprese non diminuiscono i prezzi è che esse, per la presenza dei sindacati dei lavoratori, che si oppongono a diminuzioni salariali, non riescono a scaricare sui salari e gli stipendi una diminuzione dei prezzi

   Il sistema economico è normalmente in una situazione di disoccupazione delle risorse piuttosto che in una situazione di piena occupazione (vedi punto successivo): in queste condizioni esse possono scegliere di aumentare la produzione e lasciare i prezzi invariati (ciò che effettivamente fanno).

  Il sistema si trova normalmente in stato di non piena occupazione delle risorse (cosiddetto reddito potenziale).

Se il sistema si trova in stato di parziale disoccupazione delle risorse le imprese reagiscono ad un aumento della domanda con un aumento della produzione e lasciando invariati i prezzi.

Se il sistema invece si trovasse in stato di piena occupazione delle risorse, ad una variazione della domanda seguirebbe una variazione dei prezzi e rimarrebbe invariata la produzione

 

 

 

L’equilibrio nel caso di sistema in stato di piena occupazione delle risorse

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Come si è detto, Keynes sviluppò la sua analisi per un sistema in stato di sotto-occupazione delle risorse.

In tale sistema, esistendo delle risorse inutilizzate e pronte ad essere impiegate dalle imprese, la produzione è in grado di adeguarsi immediatamente agli aumenti di domanda, e questo evita che gli aumenti di domanda provochino scarsità di offerta con conseguenti aumenti dei prezzi.

Keynes si sofferma poco ad analizzare questi che gli economisti chiamano "aggiustamenti tramite prezzi": ben presto, nella "Teoria generale" abbandona la trattazione "inflazionistica" di breve periodo che si può trovare in opere precedenti, concentrandosi piuttosto sui cosiddetti "aggiustamenti tramite quantità", realisticamente più vicini alla situazione economica dei suoi tempi.

Cosa succederebbe, nel grafico di FIGURA 12, se ci si trovasse in una situazione di piena occupazione o vicina alla piena occupazione, con la domanda superiore al reddito, e cioè a sinistra del punto P di equilibrio?

Come sappiamo, questo è possibile perché oltre al reddito dell’anno, le famiglie spendono anche una ricchezza C0 accumulata negli anni precedenti.

La prima cosa che si può notare è che la produzione non può aumentare; pertanto, qualcuno dei soggetti da cui proviene la domanda (Stato, Imprese, famiglie) dovrà subire una diminuzione indesiderata dei beni richiesti.

Questo avverrà tramite inflazione: i prezzi cresceranno e “bruceranno” la ricchezza accumulata che i soggetti utilizzano per domandare una quantità di beni superiore al reddito.

Se guardassimo il grafico con le grandezze reali (Y reale, consumi reali etc.) non si noterebbe nulla.

Se guardassimo il grafico con le grandezze monetarie noteremmo che il reddito Y aumenta fino ad arrivare al punto di equilibrio P.

 

 

 

Le componenti autonome della spesa aggregata e il loro grafico

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Osserviamo dapprima la figura 8 , la figura 8bis, la figura 8 ter  e la figura 8 quater: esse mostrano l'investimento, la spesa pubblica e le esportazioni in funzione del reddito:

 

                   

 

                    

 

poiché non c'è nessuna relazione tra investimento, spesa pubblica, esportazioni da un lato, e reddito dall’altro, le funzioni sono parallele all'asse orizzontale.

Le componenti della domanda aggregata che non dipendono dal reddito e hanno questo grafico (I, G, E) sono dette “componenti autonome della domanda aggregata. Ad esse va aggiunto anche il consumo di sussistenza C0 (vedi figura 9)

Osserviamo ora la figura 9, in cui abbiamo sommato la funzione del consumo e quella dell'investimento, aggiungendo, per ogni livello di reddito (Y1, Y2, Y3) sempre lo stesso investimento "I":

La linea C slitta parallelamente a se stessa e si trasforma nella linea C+I, che non è più la "funzione del consumo", ma la "funzione della DOMANDA AGGREGATA" (simbolo della domanda aggregata è "AD"), che ora comprende la domanda C di beni di consumo e la domanda I di beni di investimento.

Nella figura 11 abbiamo aggiunto alla spesa di consumo C anche la spesa per investimenti I degli imprenditori e la spesa pubblica G dello Stato:

 

Come si vede, aggiungendo al consumo C dapprima gli investimenti I e poi la spesa pubblica G il reddito di equilibrio si sposta, passando da Y1 ad Y2 ad Y3

Nel punto P1 si verifica un equilibrio basato sulla eguaglianza:

 

Y = C

 

Nel punto P2 si verifica un equilibrio basato sulla eguaglianza:

 

Y = C + I

 

Nel punto P3 si realizza un equilibrio basato sulla eguaglianza:

 

Y = C + I + G

 

La spesa per investimento e la spesa pubblica hanno quindi l’effetto positivo di far aumentare il reddito nazionale. Questo si verifica attraverso il meccanismo del moltiplicatore della spesa autonoma, che esamineremo tra breve.

 

 

 

Il moltiplicatore in una economia chiusa e senza imposte.

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Cerchiamo di analizzare cosa succede quando nel sistema si verifica un aumento di una cosiddetta “componente autonoma della spesa aggregata”.

Le “componenti autonome della spesa aggregata” sono quelle che non dipendono dal reddito: la spesa per investimenti I; la spesa pubblica G; le esportazioni E, il consumo di sussistenza C0.

Il grafico della loro dipendenza dal reddito è simile a quello degli investimenti: una linea parallela all’asse orizzontale (vedi sopra).

A questo scopo possiamo considerare sia una componente autonoma sia la spesa C dipendente dal reddito

Possiamo fare l’ipotesi che una qualsiasi di queste spese subisca una variazione e vedere l’effetto sul reddito nazionale.

Chiameremo ∆I la variazione delle spese per investimenti da parte degli imprenditori

Chiameremo ∆G la variazione della spesa pubblica da parte dello Stato

Chiameremo ∆E la variazione della spesa dei consumatori esteri per merci nazionali

Chiameremo ∆Y la variazione del reddito (=prodotto) nazionale che rappresenta la conseguenza di ∆I o di ∆G o di ∆E

Consideriamo il caso di ∆G: supponiamo che lo stato, a metà dell'anno, decida di fare una ulteriore spesa pubblica ∆G = 1.000.000.000 per l’acquisto di autocarri per l’Esercito

Una volta effettuato l'acquisto da parte dello stato, il miliardo speso dallo stato passa nelle mani delle famiglie che lavorano nelle imprese che producono autocarri.

Supponendo che tutte le famiglie della nazione abbiano una propensione marginale al consumo c = 0,8, avremo entro breve termine un ulteriore spesa di £. 800.000.000 (= 1.000.000.000 · 0,8) che finirà nelle mani di altre famiglie: famiglie proprietarie di bar (se le famiglie produttrici di autocarri consumano dei pasti al bar); famiglie che producono generi alimentari (se le famiglie che producono autoracci acquistano generi alimentari); ecc.

Dopo lo stato e dopo le famiglie che lavorano alla produzione di autocarri, un terzo gruppo di famiglie si vede in questo modo trasferire una parte del denaro: queste ultime famiglie, a loro volta ne spenderanno una somma pari a 800.000.000 · 0,8 = 640.000.000, risparmiandone il rimanente.

Il processo continua indefinitamente: ogni famiglia riceve una somma e ne spende l’80% presso imprese dove lavorano altre famiglie.

Nel corso della seconda metà dell'anno avremo quindi un aumento della spesa, cui corrisponde un aumento del reddito nazionale pari a:

 

Y = 1.000.000.000 + (1.000.000.000 · 0,8) + (640.000.000 · 0,8) + …

 

e cioè:

 

Y = 1.000.000.000 + (1.000.000.000 · 0,8) + (640.000.000 · 0,8 · 0,8) + …

 

e cioè:

 

Y = G + G · c + G · c · c + ...

 

e cioè

 

Y = G + G · c + G · c2 + G · c3 + ...

 

e cioè

 

 

Nella formula:

 

 

La quantità

 

 

è chiamata "moltiplicatore (della spesa)". Possiamo notare che, quanto più è alto “c” (cioè la propensione marginale al consumo), tanto più alto è il moltiplicatore, e quindi l’effetto moltiplicativo delle spese pubbliche.

Il primo membro, ∆Y, è la variazione della produzione (reddito nazionale)

Il secondo membro:

 

 

rappresenta la variazione della domanda aggregata ∆AD a seguito di una variazione della spesa pubblica ∆G.

 

La formula del moltiplicatore può anche essere scritta come:

 

 

dove

 

s = (1 – c )

 

è chiamata "propensione marginale al risparmio"

Notiamo che, il moltiplicatore agisce nei due sensi: come amplifica un effetto di una nuova spesa pubblica G, così amplifica l’effetto della diminuzione di una spesa pubblica: in questo caso G avrebbe segno negativo e si innesca il processo del “demoltiplicatore”: la diminuzione del reddito Y è maggiore della diminuzione della spesa G.

 

 

 

La formula del moltiplicatore con ∆I e ∆G insieme

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Il moltiplicatore compare anche nella formula

 

 

Che si ricava con facili passaggi, dalle identità già note:

 

 

 

 

e cioè:

 

 

da cui:

 

 

 

 

Questa formula non vuol dire altro che una variazione del reddito può essere provocata sia da una variazione dell’investimento ∆I che da una variazione della spesa pubblica ∆G, amplificate dal moltiplicatore 1/(1–c)

 

 

 

La formula del moltiplicatore con C0, I, G

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Il moltiplicatore compare anche nella formula

 

 

Che si ricava con facili passaggi, dalle identità già note:

 

 

 

 

 

Questa formula mostra che la domanda aggregata (membro di destra):

 

 

è funzione delle componenti autonome C0, I, G e del moltiplicatore

Il membro di sinistra (Y) e cioè la produzione o reddito, è quindi a sua volta funzione delle componenti autonome della domanda aggregata.

 

 

 

La formula che rappresenta l’effetto combinato del moltiplicatore della spesa e dell’entrata in una economia chiusa (“moltiplicatore del bilancio pubblico”)

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In questa formula, il primo addendo:

 

 

che ha segno positivo, rappresenta gli effetti della variazione della spesa pubblica G, mentre il secondo addendo:

 

 

che ha segno negativo, rappresenta gli effetti della variazione del prelievo pubblico T

 

 

 

I rapporti tra importazioni e reddito secondo Keynes. La formula del moltiplicatore in una economia aperta.

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In una economia aperta le famiglie e le imprese possono rivolgere la loro spesa anche all’estero, secondo la formula:

 

M  =  m · Y

 

dove 0m1 è la “propensione marginale alle importazioni”.

In tali condizioni è facile verificare che la formula che lega la variazione Y  alla variazione G   delle spese pubbliche è:

 

 

e il moltiplicatore varrà:

 

 

Tutto questo può essere ricavato da facili passaggi partendo dalla identità del reddito:

 

 

 

 

 

 

 

Il moltiplicatore delle entrate

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Supponiamo che lo stato diminuisca il prelievo fiscale di € 1.000

La variazione delle entrate da imposte sarà pari a:

 

∆T = +1.000

 

Supponiamo per semplicità che la propensione marginale al consumo delle famiglie che fruiscono della riduzione di imposte e la propensione sia identica alla propensione al consumo marginale della collettività complessivamente presa, e pari a 0,8.

La variazione ∆C dei consumi delle famiglie che fruiscono della riduzione di imposta sarà di:

 

∆C = - (c · ∆T) = - (0,8 ·(-1.000)) = + 800

 

Come sappiamo, in base alla formula del moltiplicatore (in cui applichiamo la propensione cm) si avrà allora:

 

 

Possiamo anche scrivere un'unica formula riassuntiva:

 

e cioè:

 

[Tittarelli-Cernesi>Econ.fin.pubbl. e normativa trib.>1996 237] Paragonando il moltiplicatore delle entrate a quello delle spese si può notare come, partendo da una situazione di pareggio di bilancio, un dato aumento ∆Y del reddito nazionale ottenuto con un aumento delle spese non coperto con un aumento delle entrate, produce un deficit minore che non l’aumento di ∆Y ottenuto con una diminuzione delle entrate non coperta da una corrispondente diminuzione delle spese.

 

 

 

I grafici keynesiani in una economia aperta e senza imposte

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La domanda aggretata è pari a:

 

AD = C0 + cY + G + I + E – mY

 

Nel punto di intersezione con la linea a 45° e la linea della domanda aggregata (quella più alta) è verificata l’eguaglianza:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’eguaglianza Y = C + I + G + (E – M) è sempre verificata. L’”investimento involontario” da parte delle imprese. Le “grandezze ex ante” e le “grandezze ex post”

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La FIGURA 12 mostra come, a destra del punto P di equilibrio, l’equazione:

 

Y = C + I + G + (E – M)

 

sia ancora vera, ma con una importante differenza: mentre nel punto di equilibrio si ha:

 

Y = C + Ivolontari + G + (E – M)

 

a destra del punto di equilibrio le imprese fanno investimenti involontari, consistenti nella quantità di scorte di beni invenduti che accumulano. La formula Y = C + I + G + (E – M) dovrà pertanto leggersi come:

 

Y = C + Ivolontari + Iinvolontari + G + (E – M)

 

A sinistra del punto di equilibrio si hanno invece disinvestimenti involontari: le imprese, visto che la domanda è superiore alla produzione, attingono alle scorte di prodotti finiti, che si riducono (supponiamo che non vi sia aumento dei prezzi).

La eguaglianza del reddito sarà pertanto ancora verificata, ma dovrà leggersi come:

 

Y = C + Ivolontari + Iinvolontari + G + (E – M)

 

dove, questa volta, Iinvolontari avrà segno negativo

Gli economisti scandinavi parlano di grandezze “ex ante”, o “programmate” e definiscono:

   Domanda “ex ante” la domanda programmata da famiglie, imprese e stato

   Consumi “ex ante” la domanda di consumo programmata dalle famiglie

   Investimenti “ex ante” gli investimenti programmati (volontari) delle imprese

   Spesa pubblica “ex ante” la spesa pubblica programmata dallo Stato

Essi contrappongono alle grandezze “ex ante” le grandezze “ex post” o “effettive”:

   Domanda “ex post” è la domanda che effettivamente è stata registrata alla fine dell’anno

   Consumi “ex post” sono i consumi che le famiglie hanno effettivamente effettuato nell’anno

   Investimenti “ex post” sono gli investimenti che le imprese hanno effettivamente effettuato, comprensivi anche di quelli involontari

   Spesa pubblica “ex post” è la spesa effettivamente effettuata dallo stato.

Utilizzando questo linguaggio, e considerando la FIGURA 12, possiamo dire che:

   Nel punto di equilibrio grandezze “ex ante” e grandezze “ex post” coincidono

   A destra del punto di equilibrio l’investimento “ex post” risulta maggiore dell’investimento “ex ante” perché sono stati fatti investimenti non programmati (involontari)

   A sinistra del punto di equilibrio, l’investimento “ex post” risulta minore dell’investimento “ex ante”, perché sono stati effettuati dei disinvestimenti non programmati (involontari)

 

 

 

Il meccanismo dell’”acceleratore”

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Accanto al meccanismo del moltiplicatore agisce un altro meccanismo distinto, chiamato dell’acceleratore: in base a questo meccanismo, ogni aumento dei consumi C provoca un investimento delle imprese, che per far fronte all’aumento della domanda acquistano nuovi impianti per un valore:

 

I  = k  ·  C

 

dove k è appunto chiamato acceleratore

 

 

 

Il mercato dei capitali secondo i neoclassici

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Osserviamo la figura 4, che illustra il funzionamento del mercato dei capitali:

 

 

 

La domanda di capitali proviene dalle imprese, che li impiegano per fare investimenti (acquisto di beni strumentali durevoli e non durevoli), mentre l'offerta di capitali proviene dal risparmio delle famiglie. La curva di offerta di capitali è ascendente: più alto è il saggio di interesse "i" più le famiglie sono invogliate a risparmiare. La curva di domanda di capitali è discendente: più alto è il saggio di interesse, più le imprese trovano costoso imprestarsi denaro e limitano i prestiti. Il saggio di equilibrio iEQ è quello al quale la domanda di capitali coincide con l'offerta: risparmiatori e imprese hanno trovato un accordo. Al disopra del saggio di interesse di equilibrio si ha eccesso di offerta di capitali da parte delle famiglie (saggio i1) ; al disotto del saggio di equilibrio si ha scarsità di capitali o eccesso di domanda da parte delle imprese (saggio di interesse i2)

Come abbiamo già detto, il funzionamento del mercato dei capitali assicura la validità della legge degli sbocchi (“tutta la produzione viene acquistata”); infatti, la situazione in cui le famiglie risparmiano più di quanto gli imprenditori investono è la situazione che si ha al saggio i2, con un eccesso di offerta di moneta pari al segmento AB. Questo eccesso di offerta spingerà il saggio di interesse al livello Ieq, corrispondente al punto P. Come si vede osservando l’andamento della curva di domanda nel tratto AP e l’andamento della curva di offerta nel tratto BP, menter il saggio di interesse scende, gli investimenti degli imprenditori aumentano (gli imprenditori trovano che il costo del denaro è diminuito sono più invogliati ad investire) mentre l’offerta di moneta da parte delle famiglie diminuisce (le famiglie trovano meno conveniente risparmiare e aumentano i loro consumi). Alla fine domanda ed offerta coincideranno nel punto P

 

 

 

Le critiche di Keynes alla curva di domanda di capitali dei neoclassici

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Osserviamo di nuovo la FIGURA 4: La curva di domanda di capitali nel grafico, dovuta agli economisti neoclassici. Essa mostra che bassi saggi di interesse stimolano la domanda di prestiti e quindi gli investimenti da parte delle imprese. Secondo Keynes ciò non è vero. Le decisioni di investimento di un imprenditore non sono (solo) dovute al basso saggio di interesse: se il denaro è a buon mercato, ma vi sono scarse prospettive di vendita del prodotto, l'imprenditore è pessimista e non investe; se invece il tasso di interesse è alto, ma l'imprenditore si aspetta di fare alti profitti, e cioè una grande richiesta del suo prodotto, egli farà alti investimenti e chiederà alte somme di denaro in prestito.

 

 

 

Le critiche di Keynes alla curva di offerta di capitali dei neoclassici

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Secondo Keynes è falsa anche la curva di offerta di capitali da parte delle famiglie indicata nella FIGURA 4. Secondo i neoclassici, cui essa è dovuta, se gli imprenditori hanno bisogno di denaro, basterà che offrano un saggio di interesse più alto per invogliare le famiglie ad offrirlo in prestito: in realtà, come vedremo, il risparmio di una famiglia non è dovuto al saggio di interesse, ma al suo reddito. Se i redditi delle famiglie sono bassi, anche se il saggio di interesse è alto, esse risparmieranno poco e offriranno pochi capitali alle imprese

 

 

 

Il mercato del lavoro secondo i neoclassici

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Osserviamo la FIGURA 5 che illustra il funzionamento del mercato del lavoro secondo i neoclassici:

 

 

Come si vede dal grafico la domanda di lavoro (che proviene dalle imprese) e l'offerta di lavoro (che proviene dai lavoratori) dipendono entrambe dal saggio di salario w (cioè dalla retribuzione oraria o giornaliera). Più alto è il saggio di salario, più alta è l'offerta di lavoro da parte dei lavoratori. Più alto è il saggio di salario, più bassa è la domanda di lavoro da parte delle imprese. Al saggio di salario di equilibrio wEQ la domanda e l'offerta di lavoro si eguagliano: lavoratori e imprenditori hanno trovato un accordo. Al disopra del salario di equilibrio si ha eccesso di offerta di lavoro (salario w1). Al disotto del salario di equilibrio si ha eccesso di domanda di lavoro (salario w2)

 

 

 

Le critiche di Keynes al funzionamento del mercato del lavoro secondo i neoclassici

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Secondo Keynes, nel mercato reale del lavoro il salario non è libero di salire, spinto in alto da un eccesso di domanda di lavoro da parte delle imprese, né di scendere, spinto in basso da un eccesso di offerta di lavoro da parte dei lavoratori. Il salario, nelle moderne economie, è "rigido": esso viene contrattato dalle associazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro e rimane contrattualmente fissato per un periodo variabile da due a 4 anni. Inoltre, le associazioni dei lavoratori, per mantenere alti i salari, spingono i propri aderenti a non offrire lavoro al disotto del salario che esse reputano soddisfacente. Infine, la legislazione sociale fissa spesso salari minimi al disotto dei quali gli imprenditori non possono scendere. Se un salario è rigido, poniamo al livello w1 (vedi di nuovo la FIGURA 5), si ha un eccesso di offerta, e cioè lavoratori disoccupati: ma, poiché il salario non scende, la disoccupazione non può venir riassorbita, come pensavano invece i neoclassici.

Un abbassamento dei salari in situazione di depressionie economica, anziché stimolare una maggiore produzione da parte degli imprenditori, come pensavano i neoclassici, potrebbe deprimere ulterioremente la domanda e di conseguenza la produzione. Infatti, se in un primo momento gli imprenditori, invogliati dai salari più bassi di cui si accontentano i disoccupati, assumeranno più lavoratori, si accorgeranno ben presto di non poter vendere la produzione per mancanza di compratori: il reddito delle famiglie di tutti i lavoratori è ora infatti diminuito.

 

 

 

L’eccesso di offerta di moneta

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Moneta, o “stock di moneta”, “quantità di moneta dell’economia” è l’insieme dei mezzi di pagamento universalmente accettati, che comprendono:

   Moneta legale

   Depositi a vista presso le banche (moneta bancaria)

Per "offerta di moneta" gli economisti intendono "stock di moneta esistente nel sistema", e cioè normalmente l'insieme di banconote, monete metalliche e depositi bancari a vista che costituiscono i mezzi di pagamento accettati da tutti i soggetti del sistema.

Si tratta della situazione in cui lo stock di moneta legale e bancaria in circolazione - cioè presente nei portafogli di famiglie e imprese - è superiore a quello da esse desiderato.

In tale situazione esse cercheranno di liberarsi della moneta in eccesso.

 

 

 

Cosa succede quando famiglie e imprese cercano di liberarsi della moneta in eccesso secondo l'equazione degli scambi di Fisher

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Agli inizi del 1900 Irving Fisher, ispirandosi alle idee dell'autore seicentesco David Hume elaborò nella sua forma matematica la "Teoria quantitativa della moneta", introducendo l'identità:

 

M · v  =  P · Q

 

dove M è l'offerta di moneta o quantità di moneta presente nei portafogli di famiglie e imprese; P è la media ponderata dei prezzi (i “pesi” sono costituiti dalle quantità scambiate q1,…,qn  di ogni singolo bene):

 

 

e Q è la somma di tutte le quantità di beni scambiate nel sistema:

 

Q = q1 + … + qn

 

P · Q  è quindi il valore in moneta di tutti gli scambi avvenuti nel sistema (beni di consumo contro prezzo; lavoro contro salario; fattori produttivi contro remunerazioni dei fattori; beni all'ingrosso contro prezzo; beni strumentali durevoli e non durevoli contro prezzo; ecc.) tra famiglie e famiglie, imprese e imprese, imprese e famiglie, imprese e Stato, famiglie e Stato. Il valore monetario di tutti gli scambi è infatti pari a:

 

 

“v" è la "velocità di circolazione della moneta", data dal rapporto tra volume complessivo degli scambi e quantità di moneta in circolazione:

 

 

in pratica, v indica il numero di volte che una unità di moneta è stata usata. Infatti, se sono avvenuti scambi per 100 milioni, ma la quantità di moneta utilizzata è stata di 10 milioni, è evidente che ogni lira è stata in media riusata dieci volte (ad es. dapprima per l'acquisto di carne del sig. Rossi presso il macellaio sig. Verdi; poi per l'acquisto di benzina da parte di Verdi presso il benzinaio Bianchi; poi da Bianchi per l'acquisto di altri beni presso Neri... ecc. Nella formula:

 

M · v  =  P · Q

 

sia Q che v sono invariabili. Q è invariabile perché secondo Hume e i neoclassici il sistema viaggia sempre a livello di piena occupazione delle risorse, e quindi si può ulteriormente aumentare il volume degli scambi per produrre nuovi beni. "v" è invariabile perché dipende dalle abitudini di pagamento dei soggetti e da altri fattori istituzionali che non mutano facilmente. Ad es. se gli operai venissero pagati ogni 30 giorni e non ogni 15 giorni v aumenterebbe, perché le imprese avrebbero bisogno di più moneta per fare i pagamenti mensili; se aumentassero le fusioni tra banche e tra imprese v diminuirebbe, perché molti pagamenti tra banche e imprese fuse sarebbero sostituiti da semplici passaggi interni di beni e servizi. Le uniche grandezze che possono variare nella formula sono M a sinistra e P a destra: il che vuol dire che se aumenta M aumenta anche P

Secondo i neoclassici, che hanno fatto propria la teoria di Hume, le famiglie e le imprese si liberano della moneta in eccesso acquistando beni di consumo o investendo in borsa in modo da finanziare nuovi investimenti da parte delle imprese. Un aumento di M aumenterebbe quindi la domanda C di beni di consumo e la domanda I di beni di investimento, ma, poichè il sistema produce già la massima quantità di beni possibile, l'unica cosa che potrà aumentare saranno i prezzi.

 

 

 

I tipi di scorte monetarie di una famiglia o una impresa

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Sebbene già i neoclassici parlavano di scorte precauzionali e transattive, fu Keynes il primo a distinguere con chiarezza le scorte precauzionali da quelle transattive e ad introdurre e studiare le scorte speculative.

Secondo K. le famiglie detengono tre tipi di scorte:

   Scorte transattive: una famiglia o una impresa deve tenere scorte per effettuare i pagamenti

   Scorte precauzionali: è la quantità di moneta tenuta per le spese impreviste

   Scorte speculative: è la moneta tenuta per speculare sulla vendita e l’acquisto dei titoli

 

 

 

I fattori che influenzano la quantità di scorte delle famiglie e delle imprese secondo i neoclassici e secondo Keynes

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I neoclassici ritenevano che l’unico motivo per detenere scorte monetarie fosse quello transattivo (essi prestavano poca attenzione al motivo precauzionale) e che nessuno avrebbe accumulato volontariamente scorte monetarie oziose (precauzionali o speculative).

La quantità di scorte transattive è quella necessaria per gli scambi che si verificano nel sistema economico, è quindi determinata dal reddito Y, e non varia apprezzabilmente nel tempo.

Anche Keynes pensava che il reddito contribuisse a determinare la domanda di moneta (egli infatti riconosceva l’esistenza di scorte transattive), ma riteneva che l’influenza del reddito fosse meno importante di quella di fattori quali il saggio di interesse

Egli infatti introdusse le “scorte oziose”, la cui quantità non è collegata al reddito nazionale Y ma al saggio di interesse i

Anche i neoclassici ammettevano che le scorte transattive e precauzionali fossero influenzate dal saggio di interesse, ma davano scarsa importanza a questo collegamento, che per Keynes è invece molto importante.

Secondo Keynes, sia le scorte transattive che quelle precauzionali che quelle speculative aumentano al diminuire del saggio di interesse e diminuiscono all’aumentare del saggio di interesse:

 

 

 

 

Cosa succede quando famiglie ed imprese cercano di liberarsi della moneta in eccesso, secondo la scuola di Cambridge

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Secondo gli studiosi neoclassici della Scuola di Cambridge (primi decenni del 1900) la equazione di Fisher andava riformulata così:

 

M = k · (P · Q)

 

che si legge: "La quantità di moneta M presente nel sistema rappresenta una frazione k del volume monetario P · Q  degli scambi; precisamente quella frazione che famiglie e imprese, in relazione al volume degli scambi e ad altri fattori (primo fra tutti il saggio di interesse) desiderano tenere sotto forma di scorte transattive, precauzionali e speculative". Una forma lievemente diversa della formula di Cambridge è:

 

M = k ·( P · Y)

 

dove P · Y  non è più il volume di TUTTI gli scambi, ma solo il valore monetario del reddito nazionale. Le conclusioni della Scuola di Cambridge rimasero sostanzialmene simili a quelle di Fisher e di Hume: il valore di k è stabile nel tempo, perciò, quando la quantità M è superiore alla frazione k desiderata, famiglie e imprese si liberano dalla moneta in eccesso facendo aumentare C, I  e per questa via i prezzi o la produzione.

Se il sistema è in una situazione di piena occupazione delle risorse, Q non può aumentare, perciò aumenta P

Se il sistema è in una situazione di parziale occupazione delle risorse, allora aumenta la produzione Q mentre i prezzi P rimangono invariati.

I neoclassici ammettevano che il sistema andasse incontro nel breve periodo a temporanee situazioni di sotto occupazione delle risorse, ma la consideravano una ipotesi eccezionale e limitata al breve periodo: quindi, per loro, l’ipotesi normale era quella di aumento dei prezzi P

 

 

 

Cosa succede quando famiglie e imprese cercano di liberarsi dalla moneta in eccesso secondo Keynes

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Gli effetti di un aumento della quantità di moneta sono esaminati da Keynes in un grafico che riporta, in funzione del saggio di interesse, sia la domanda che l’offerta di moneta:

Nel grafico, la quantità di moneta nel portafoglio delle famiglie passa da M1 ad M2; se le famiglie erano in equilibrio con la quantità M1, esse cercheranno di eliminare l’eccesso di moneta. Tutto questo provocherà la discesa del saggio di interesse da i1 ad i2

Secondo Keynes, le famiglie non si liberano dell’eccesso di moneta mediante una spesa C, ma mediante acquisto di titoli (azioni e obbligazioni)

Si crea quindi un eccesso di domanda di titoli che, per un ben noto meccanismo, spinge in basso il saggio di interesse.

Ma quando il saggio di interesse scende, famiglie, imprese e speculatori aumenteranno le loro scorte: alla fine essi accetteranno di tenere la quantità M2

Secondo Keynes l’unico effetto dell’aumento della quantità di moneta non sarà stato l’aumento della produzione, ma la diminuzione del saggio di interesse. La produzione non aumenta perché le famiglie non utilizzano moneta per finanziare spese C di consumo; ma non aumenta neanche quando le famiglie acquistano azioni e obbligazioni. Secondo Keynes, infatti, il denaro delle famiglie non va che in minima parte a finanziare nuovi investimenti, perché il “flottante”, cioè la quantità di titoli già emessi, e che non corrisponde più a nuovi investimenti, è enormemente maggiore della quantità di titoli di nuova emissione. Gli acquisti delle famiglie si scaricano quindi sul “flottante”, e non danno luogo che in misura irrilevante a nuovi investimenti.

Il rapporto tra moneta e investimenti è, per Keynes, come vedremo, più complesso, e passa attraverso la diminuzione del saggio di interesse.

 

 

 

La domanda di scorte speculative e il comportamento dello speculatore

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Osserviamo il grafico di FIGURA 13, che mostra la curva di domanda di moneta speculativa ( Md ) di un solo speculatore in funzione del saggio di interesse ( i ).

 

 

Il valore iatteso è molto importante per lo speculatore: è il saggio di interesse che egli si aspetta a più o meno breve termine sul mercato.

Possiamo notare come per un qualsiasi valore i1 del saggio di interesse di mercato al disotto di iatteso lo speculatore terrà tutta la sua ricchezza in forma di moneta liquida (scorte oziose, pari a M1).

Questo perché egli si attenderà che il saggio di interesse di mercato risalga verso iatteso, e, per una nota legge economica, se aumenta il saggio di interesse il valore dei titoli diminuisce. Lo speculatore evita pertanto di tenere titoli nel suo portafoglio, dal momento che avrebbe delle perdite per la loro diminuzione di valore.

Al disopra del saggio di interesse atteso, ad es. al livello i2, lo speculatore si attenderà una discesa i2 à iatteso e quindi un aumento del valore dei titoli (sempre per la legge già esposta che se i diminuisce il valore del titolo aumenta e viceversa).

Perciò egli si affretterà ad acquistare titoli, e nel grafico si può notare che la sua liquidità sopra iatteso è pari a zero.

Perché esiste un rapporto inverso tra saggio di interesse e valore del titolo?

Consideriamo per capirlo una obbligazione, emessa per il valore di 100 € (“valore nominale”) e che reca scritta la promessa di pagare annualmente 10 € (“interesse nominale”: 10%)

Cosa succede se il saggio di interesse di mercato (“tasso effettivo”) passasse dal 10% al 20%? Sicuramente nessuno vorrebbe acquistare l’obbligazione al prezzo di 100 €, per avere solo 10 € di interessi: dato che il tasso di mercato è del 20% sarà infatti sempre possibile dare in prestito la somma in modo da avere 20 €. Lo sfortunato proprietario della obbligazione potrà quindi al massimo venderla a 50 €, perché in tal modo essa offrirebbe un interesse del 20%, e sarebbe presa in considerazione dagli acquirenti.

Se invece il saggio di interesse scende dal 10% al 5% il proprietario dell’obbligazione capisce che può venderla a 200 €: infatti 10 € rappresentano un interesse del 5% su 200 € e gli acquirenti non troverebbero nel mercato condizioni esattamente eguali.

Osserviamo ora il grafico di FIGURA 14, che mostra il comportamento di 4 speculatori, ciascuno dei quali ha un diverso saggio di interesse atteso: il saggio atteso del primo speculatore è i1, quello del secondo è 12, quello del terzo è i3, quello del quarto è i4.

 

 

Quando il saggio di interesse supera il livello i1 il primo speculatore decide di ritirare i suoi fondi (la sua moneta liquida) dai depositi a vista in banca e investire (egli infatti si attende a questo punto una discesa del saggio e un aumento del valore dei titoli che acquista): la quantità di moneta complessiva è ora M2.

Quando il saggio di interesse supera il livello i2 il secondo speculatore decide di ritirare i suoi fondi dai depositi a vista in banca e di investire: la quantità di moneta complessiva è ora M2.

Quando il saggio di interesse supera il livello i3 il terzo speculatore decide di ritirare i suoi fondi dai depositi a vista in banca e di investire: la quantità di moneta complessiva è ora M3.

Quando il saggio di interesse supera il livello i4 il quarto speculatore decide di ritirare i suoi fondi dai depositi a vista in banca e di investire: la quantità di moneta complessiva è ora pari a zero.

Se aumentiamo il numero degli speculatori la curva diventa quella di FIGURA 15:

 

 

Come si vede, mano a mano che il numero dei soggetti aumenta, la curva diviene sempre più liscia, fino ad arrivare, nel caso di decine di migliaia di speculatori, alla forma comunemente mostrata dai libri di testo:

 

Quando la quantità di moneta immessa nel sistema è tale che il saggio di interesse sia diventato estremamente basso, ogni tentativo delle autorità di abbassarlo ulteriormente fallisce: infatti tutti gli speculatori sono a questo punto convinti che il tasso risalirà e terranno tutta la moneta che continua ad entrare nei loro portafogli in forma liquida: in questo modo non si verificano altri acquisti di titoli, e il valore del saggio di interesse non scende.

Questo fenomeno è noto come “trappola della liquidità” e fu messo in evidenza per la prima volta da Keynes.

 

 

 

Come utilizzavano i neoclassici lo strumento della politica monetaria contro le crisi economiche

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I neoclassici affermavano che il sistema economico possedeva una serie di meccanismi automatici (cosiddetta “mano invisibile”) in grado di assicurare nel medio-lungo periodo:

   La piena occupazione delle risorse

   La migliore allocazione possibile delle risorse

   La migliore distribuzione possibile del prodotto ottenuto con l’impiego delle risorse

Tuttavia essi, di fronte all’evidenza dei fatti, non potevano negare che il sistema economico andasse incontro a crisi economiche, caratterizzate da sotto-occupazione delle risorse, discesa dell’occupazione, dei prezzi, della produzione e degli investimenti.

I neoclassici ritenevano che tali crisi fossero:

   Occasionali (non cicliche o regolari)

   Di piccola intensità

   Di breve durata

   Dovute a shock esterni che venivano a colpire il sistema economico (scioperi, carestie, guerre etc.)

   Destinate ad estinguersi da sole nel medio-lungo periodo

In questi casi essi si limitavano a consigliare di non turbare con attività sindacali il mercato del lavoro, in modo che l’abbassamento dei salari favorisse il riassorbimento della manodopera disoccupata.

Inoltre, poiché ammettevano che il sistema poteva incontrare disoccupazione delle risorse, essi consigliavano anche una manovra di politica monetaria espansiva, consistente nell’aumentare la quantità di moneta in circolazione, facendo sì che famiglie e imprese si liberassero delle scorte di moneta eccedente facendo aumentare la spesa di consumo C o acquistando titoli (azioni e obbligazioni) emessi dalle imprese, e per questa via facendo aumentare anche gli investimenti. A tale scopo le autorità erano solite rimuovere i vincoli al credito bancario e fornire alle banche  liquidità aggiuntiva in modo che aumentasse il credito disponibile per gli operatori economici.

I saggi di interesse troppo alti erano considerati un impedimento alla espansione del credito e quindi le autorità dovevano adoperarsi per favorire il loro abbassamento. Questo obiettivo sarebbe stato anch’esso raggiunto aumentando la quantità di moneta in circolazione.

 

 

 

Un aumento della quantità di moneta, secondo Keynes, è sempre capace di abbassare il saggio di interesse?

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Le opinioni di Keynes possono essere riassunte nei seguenti punti:

  Un aumento della offerta di moneta Mo (cioè della moneta M presente nel portafoglio di famiglie e imprese o, come si dice, “in circolazione”) non provoca un aumento della spesa C di consumo

Infatti, per Keynes, le famiglie non si liberano della moneta in eccesso con una spesa C, bensì acquistando titoli (azioni e obbligazioni)

  Un aumento della offerta di moneta Mo non sempre provoca il tentativo delle famiglie di liberarsene, perché la preferenza per la liquidità (cioè l’ammontare delle scorte liquide che gli operatori economici desiderano tenere) varia in dipendenza da molteplici fattori:

   Le scorte, specie quelle speculative, sono molto sensibili al saggio di interesse

Se il saggio di interesse inizia a diminuire a seguito dei tentativi delle famiglie di liberarsi delle scorte, questo può bloccare i tentativi delle famiglie di liberarsi delle scorte

   La moneta ha tre funzioni: mezzo di scambio, riserva di valore e misura di valore. Per ciascuna di queste funzioni essa ha dei surrogati (ad esempio, come riserva di valore essa è in concorrenza con i beni durevoli). Quando, per cause eccezionali, essa perde la capacità di svolgere una di queste funzioni, si verifica la “fuga dalla moneta”, verso i suoi sostituti, e le scorte monetarie si riducono al minimo indispensabile.

Ad esempio, in momenti di forte inflazione, la moneta perde la sua funzione di riserva di valore e di misura di valore, e i soggetti fuggono dalla moneta, rivolgendosi ai suoi sostituti, i cosiddetti beni-rifugio: terreni, edifici, beni durevoli, beni di lusso etc.

Ad esempio, in momenti di forte insicurezza economica (momenti di depressione economica, di prospettive incerte di guadagno per gli imprenditori, di guerra imminente ecc.) i soggetti liquidano le proprie attività commerciali, riducono le scorte di moneta e si rivolgono ai beni-rifugio o alle scorte necessarie per la sopravvivenza

   Famiglie e imprese tengono la loro ricchezza distribuita in un “portafoglio” di attività economiche con vario grado di liquidità: moneta, titoli a breve termine, titoli a lungo termine, beni durevoli, ecc.

Con una certa frequenza esse rivedono le loro preferenze e ridistribuiscono la ricchezza tra le varie attività. Questo provoca spesso anche un cambiamento della preferenza della liquidità, cioè della quantità di ricchezza che esse tengono investita in moneta

  Poiché la preferenza per la liquidità di famiglie e imprese potrebbe variare improvvisamente, l’effetto sul saggio di interesse di un aumento della quantità di moneta non è sicuro. Si possono avere tre possibilità:

   La preferenza per la liquidità di famiglie e imprese non varia quando le autorità aumentano la offerta di moneta

Famiglie e imprese cercano allora di disfarsi della moneta e il saggio di interesse diminuisce

   La preferenza per la liquidità di famiglie e imprese diminuisce proprio nel momento in cui le autorità aumentano l’offerta di moneta

Anche in questo caso le famiglie si libereranno di moneta e il saggio di interesse scenderà

Nella formula della teoria quantitativa questo significa che nel membro di sinistra è aumentato M, ma nel membro di destra non è variato P o Q, ma è aumentato k, che è collegato alla preferenza per la liquidità

   La preferenza per la liquidità di famiglie e imprese aumenta proprio nel momento in cui le autorità aumentano l’offerta di moneta (“trappola della liquidità”)

Se la preferenza per la liquidità aumenta, le famiglie terranno tutta la moneta sotto forma di scorte liquide e non cercheranno di liberarsene: perciò il saggio di interesse non scenderà.

Si parla in questo caso di “trappola della liquidità”.

Un caso tipico di trappola della liquidità, esaminato da Keynes, si ha quando la discesa del saggio di interesse i si blocca perché tra gli speculatori si diffonde l'idea che il saggio di interesse sia già arrivato troppo in basso e sia destinato ad aumentare. In tale situazione, essi preferiscono, anziché liberarsi della moneta acquistando titoli, trattenerla sotto forma di scorta liquida speculativa, in attesa del rialzo del saggio di interesse.

 

 

 

Il saggio di interesse secondo Keynes non influenza gli investimenti. Il “saggio di efficienza marginale del capitale”

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Secondo Keynes non è il saggio di interesse a determinare gli investimenti.

Egli notava le seguenti cose:

  La domanda di moneta per investimenti da parte degli imprenditori dipende dal "saggio di efficienza marginale del capitale" ("e"), calcolato risolvendo rispetto ad "e" l'equazione:

 

dove “I” è la somma che l’imprenditore progetta di spendere per l’investimento ed R1,…,Rn sono le somme che l’imprenditore si aspetta di guadagnare negli anni 1,…,n prima che l’investimento cessi di essere produttivo di reddito.

In pratica, “e” è il profitto percentuale annuo atteso dall’investimento della somma

Consideriamo due casi distinti:

   Imprenditori che non abbiano capitali propri da investire, e si debbano rivolgere alla banca, pagando un interesse annuo.

Se “e” (percentuale di profitti atteso dall'investimento) è superiore ad "i" (interesse che l'imprenditore deve pagare alla banca) l'imprenditore non realizzerà l'investimento: infatti dovrebbe pagare ogni anno alla banca una somma superiore a quella che ottiene come profitto dall’investimento

Se "e" (percentuale di profitti atteso dall'investimento) è inferiore ad "i" (interesse che l'imprenditore deve pagare alla banca) l'imprenditore realizzerà l'investimento: infatti, una volta pagati gli interessi annuali alla banca, rimane un profitto residuo di cui potrà appropriarsi.

   Imprenditori che hanno capitali propri da investire

Anche essi confronteranno l’efficienza marginale del capitale col saggio di interesse.

Infatti, se il saggio di interesse è eguale all’efficienza marginale del capitale essi preferiranno acquistare obbligazioni che danno lo stesso rendimento di un investimento senza dover sopportare i rischi di una attività produttiva.

Solo quando l’efficienza. Al limite, essi potrebbero acquistare azioni di imprese già esistenti, invece di crearne delle nuove (per effetto dei meccanismi di borsa i rendimenti delle azioni tendono a livellarsi ai rendimenti delle obbligazioni, con uno scarto positivo dovuto al rischio dell’investimento azionario).

Solo se l’efficienza marginale del capitale sarà superiore al saggio di interesse gli imprenditori saranno indotti a rischiare i propri capitali in un’attività produttiva, e quindi ad investire.

Keynes faceva notare che “e” non è un valore oggettivo ed esatto, ma esprime piuttosto l’ottimismo o il pessimismo dell’imprenditore (quelli che Keynes chiamava gli “animal spirits” dell’imprenditore)

Non bisogna dimenticare che "e" dipende da "R1", "R2",...,"Rn" che sono le somme che l'imprenditore si aspetta di guadagnare dall'investimento. Cosicché in definitiva "e" dipende dalle aspettative dell'imprenditore. Se le aspettative sono ottimistiche, "R1",..., "Rn" saranno molto elevati, e quindi "e" sarà molto elevato: l'imprenditore farà l'investimento anche se "i" è molto alto. Se invece le aspettative sono basse, "R1",...,"Rn" saranno bassi, "e" sarà basso e l'imprenditore non farà l'investimento anche se "i" sarà molto basso. In sintesi: anche se a prima vista un tasso di interesse basso dovrebbe invogliare gli imprenditori a imprestarsi denaro e a fare investimenti, in realtà sono le aspettative, gli "animal spirits" degli imprenditori a dire l'ultima parola.

  Infine, gli investimenti sono condizionati dalla quantità di investimenti già effettuata. La spesa per investimento, a differenza della spesa di consumo, ha un importantissmo effetto: quello di aumentare la capacità produttiva delle imprese. Se per diversi anni gli investimenti delle imprese sono stati elevati, alla fine del periodo le imprese si troveranno con un eccesso di capacità produttiva e di produzione che bloccherà per un certo tempo ulteriori investimenti, anche se il saggio di interesse rimane basso.