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JUSTINE NELL'ABBAZIA DEI BENEDETTINI


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ANTEFATTI

 

Questa storia è narrata nel romanzo erotico-filosofico La nouvelle Justine del celebre Marchese D. A. F. De Sade.

 Justine e Juliette, figlie di un ricchissimo banchiere di Parigi, furono educate fino all'età di quattordici e quindici anni, in uno dei più celebri monasteri di Parigi. Ma arrivate a quell'età il padre fece bancarotta e morì di dolore, seguito un mese dopo dalla madre. Detratti i debiti rimanevano alle due fanciulle cento scudi a testa. I parenti non se ne vollero far carico. Furono costrette a lasciare il convento senza alcuna prospettiva. Si separarono, perché Juliette aveva detto a Justine che si sarebbe data agli uomini e sarebbe divenuta una mantenuta, e quest'ultima, estremamente virtuosa, non voleva seguirla sulla via della perdizione.

   Justine viene venduta da Madame Desroches, la padrona di casa presso cui alloggia, che in realtà è luogo di incontro di prostitute con i clienti, al banchiere Dubourg, che la fa oggetto di disgustosi atti di libidine, pur senza privarla della verginità. Infine, una amante di Dubourg, accusa Justine, che aveva preso in casa come cameriera, di furto, e la fa gettare in prigione. Qui Justine conosce Madame Dubois, una scellerata prostituta di 35 anni con un passago di misfatti, che viene condannata a morte come lei. Alla vigilia dell'esecuzione la Dubois, con l'aiuto di complici, riesce a fuggire, portando Justine con lei.

   Justine, per evitare di essere uccisa, accetta di unirsi alla banda composta dalla Dubois e dai quattro briganti, che la fanno oggetto di atti di lussuria, mentre si accoppiano con la Dubois, pur rispettandone l'integrità.

   Dopo aver sorpreso, derubato e massacrato una famiglia che viaggiava su una carrozza, i briganti catturano Saint Florent, uno dei più ricchi mercanti di Lione. Justine scopre di essere sua nipote e lo aiuta a fuggire. Ma Saint Florent, durante il viaggio, la violenta in entrambi i modi, facendole perdere la verginità.

   Justine fugge da lui inoltrandosi nel bosco, e incontra il nobile Signore di Bressac in pieno amplesso sodomitico col suo servitore Jasmin. Bressac la porta con sé al castello e sua madre, Madame de Bressac, la prende sotto la sua tutela, fa cadere sotto le accuse e le dà un impiego di cameriera.

   Bressac uccide la madre per ereditare e Justine fugge, riparando presso Monsieur Rodin, padrone del collegio di Saint-Marcel. Rodin gestisce il collegio con la giovane e bella sorella Céleste. Fanciulli e fanciulle sono sottoposti alle sadiche torture dei due fratelli, senza che niente trapeli all'esterno. La stessa figlia di Rodin, Rosalie, è fatta oggetto degli appetiti del padre. Justine, che è testimone di questi orrori, viene risparmiata da Rodin che si innamora di lei. Ne approfitta cercando di far fuggire Rosalie con l'aiuto dell'abate Delne. Il piano è di riparare in un convento e prendere i voti. Ma Rodin scopre il progetto e getta Delne e Rosalie nelle segrete. Delne è torturato e ucciso da Rodin insieme al complice di misfatti, il medico Rombeau. Rosalie è ripetutamente seviziata, insieme a Justine, e infine uccisa da suo padre. Justine viene marchiata a fuoco da Rombeau col marchio dei ladri e lasciata andare.

   Justine prende la strada delle province meridionali, ma viene sequestrata da Monsieur de Bandole, uomo ricchissimo, in passato magistrato, che da quindici anni vive nel suo castello con trenta fanciulle a cui fa fare figli che poi annega nello stagno una volta arrivati a diciotto mesi.

   Justine fugge dal castello di Monsieur de Bandole quando sopraggiungono i quattro briganti con cui era fuggita dalla prigione e la inducono ad aiutarli a penetrare nel castello per impadronirsene. In cambio, Justine ha venti luigi e la libertà di andarsene.

 

 

 

 

 

RACCONTO

 

   Justine, dopo l'ultima disavventura, riprende la strada di Auxerre da cui riparte il 7 agosto, sempre decisa a raggiungere il Delfinato, dove la sua immaginazione romanzesca le faceva continuamente sperare la felicità.

   Aveva percorso circa due leghe; il calore cominciava a darle fastidio; salì su un piccolo poggio, coperto da un ciuffo d'alberi poco lontano dalla strada, con intenzione di rinfrescarsi e di dormicchiare un paio d'ore, evitando le spese di un albergo e certamEnte più al sicuro che lungo la strada; si mise sotto una quercia e, dopo una frugale colazione, si abbandonò al ristoro del sonno. La sventurata ne aveva goduto in pace e quando i suoi occhi si riaprirono alla luce, si dilettò ad osservare il bel paesaggio che si disegnava dinanzi a lei in mezzo a un bosco che si stendeva a destra, le sembrò di scorgere, in lontananza, un piccolo campanile ergersi modestamente verso le nubi… Dolce solitudine, disse a se stessa, come desidero vivere così! devi essere la dimora di buone e virtuose recluse che non si occupano che di Dio… dei loro doveri; o forse, oh felice solitudine! sei l'asilo di qualche santo eremita unicamente dedito alla religione che si è allontanato da questa perniciosa società dove il crimine, sempre in agguato contro l'innocenza, la degrada e la distrugge. Ah! tutte le virtù là devono albergare, ne sono sicura; e quando la perversità dell'uomo le bandisce dalla faccia della terra, là, in quel quieto ritiro vanno a seppellirsi nel seno di esseri fortunati chele amano e le coltivano senza sosta. Tale vista esaltava l'immaginazione di Justine tanto più che gli ardenti sentimenti di pietà mai l'avevano abbandonata in alcuna circostanza della vita: disprezzando i sofismi di una falsa filosofia, considerandoli tutti emanazione del libertinaggio più che intima convinzione, ella opponeva ad essi la propria coscienza e il proprio cuore e trovava, grazie all'una e all'altro, la risposta necessaria. Spesso costretta dalle sventure a trascurare i doveri religiosi, riparava immediatamente non appena ne aveva la possibilità.

   Spinta da questi pensieri rivolge qualche domanda, sulla dimora che scorge, a una giovane di sedici o diciassette anni che vede a guardia di pecore; le domanda cos'è quel convento.

   - E' un'abbazia di benedettini, rispoNDe la pastorella, abitata da sei frati che non hanno uguali in devozione, continenza e buoni costumi. Ci andiamo, prosegue la giovane, una volta all'anno in pellegrinaggio,ad onorare una Vergine miracolosa dalla quale i devoti ottengono tutto quel che chiedono; andateci, signorina, andateci, e tornerete sentendovi migliore.

   Particolarmente commossa dalla risposta, Justine concepisce subito l'irresistibile desiderio di andare a implorare aiuto ai piedi di quella santa madre di Dio.

   La vedrò! esclama con compunzione, adorerò colei alla quale l'Essere supremo accordò la grazia di partorire un Dio, mi prostrerò ai piedi di quella fonte di purezza, di verginità, di candore e di modestia. Ah! corriamo! ogni attimo di ritardo è un crimine contro la religione.

   Justine avrebbe voluto che colei che l'aveva istruita la seguisse; la prega, le offre persino del denaro, ma invano: la giovane dice che ha da fare e che ha appena il tempo di sbrigare quel che deve.

   - Ebbene! dice Justine, ci andrò sola; indicatemi la strada.

   Le viene indicata; le viene assicurato che il superiore della casa, il più rispettabile e il più santo fra tutti gli uomini, la riceverà molto bene, l'aiuterà in tutto quello di cui avrà bisogno. Si chiama don Severino, aggiunge la ragazza; è italiano, parente stretto del papa che lo colma di favori; è dolce, onesto, servizievole, a cinquant'anni e due terzi li ha trascorsi in Francia. E, ricevute tutte queste indicazioni, Justine s'incammina verso il santo ritiro dove l'Eterno pare assicurarle dolci consolazioni.

   Appena scesa dal poggio dove era salita, non vede più il campanile. Non avendo altro punto di riferimento che il bosco, comincia a pensare che la distanza, sulla quale si è dimenticata di informarsi, sia maggiore di quanto avesse calcolato. Ma nulla la scoraggia; raggiunge il limitare del bosco e, vedendo che è ancora giorno, decide d'inoltrarsi sempre fiduciosa di riuscire ad arrivare prima del buio. Tuttavia alcuna traccia umana si presenta ai suoi occhi: non una casa e come univa via un sentiero irto di rovi che sembra dover servire solo ad animali selvaggi. Sono già cinque almeno le leghe percorse senza scorgere nulla che annunci ciò che cerca, allorché l'astro avendo smesso d'illuminare l'universo, le pare di udire il suono di una campana: la speranza rinasce, ella ascolta, cammina verso quel suono, si affretta, penetra infine in un oscuro bosco che, seguendo un sentiero più stretto di quello fino allora seguito, la conduce infine al convento di Sainte-Marie-des-Bois. Così si chiamava quella casa.

   Se Justine aveva giudicato i dintorni del castello di Bandole spaventosamente rustici, quelli dell'abbazia le sembrarono di certo assai più selvaggi. La casa più vicina si trovava a sei leghe di distanza e boschi immensi parevano voler sottrarre l'abbazia allo sguardo degli uomini: essa era posta in una larga e profonda valle che querce antiche attorniavano da ogni parte. Questo il motivo che aveva fatto perdere di vista a Justine il campanile, non appena si era trovata nella pianura. Dopo aver sceso per tre quarti d'ora la nostra eroina finalmente arriva vicino a un tugurio, sotto il portico della chiesa: suona; un vecchio frate si affaccia.

   - Cosa volete? dice sgarbatamente.

   - Si può parlare al superiore?

   - Cosa volete dirgli?

   - Un santo dovere mi conduce: mi è permesso assolverlo? Sarò ricompensata di tutte le fatiche affrontate per raggiungere questo luogo solitario se mi sarà concesso di gettarmi ai piedi della Vergine miracolosa di cui conservate l'immagine.

   Il frate apre e rientra solo lui; siccome è tardi e i padri stanno cenando torna solo dopo mezz'ora.

   - Ecco, dice seguito da un religioso, ecco don Clément, l'economo; vuole accertarsi se ciò che desiderate val la pena d'interrompere il superiore.

   Clément, il cui nome tutto esprimeva tranne il volto, era un uomo di quarantacinque anni, enormemente grosso, dall'altezza gigantesca, sopracciglia nere e spesse, barba molto ispida, sguardo cupo, feroce, cattivo, sornione; si esprimeva con durezza, con parole lanciate con voce rauca; vera figura di satiro… Justine ne tremò e non poté fare a meno di rammentare le passate sventure, che risorsero nella sua memoria turbata in immagini di sangue…

   - Cosa volete? dice il monaco con fare scontroso; è questa l'ora di venire in una chiesa? Mi aveva l'aria di essere un'avventuriera; la vostra età, il vostro disordine, il vostro modo di fare, l'ora in cui vi presentate, tutto ciò non annuncia nulla di buono! Comunque, ditemi, cosa volete?

   - Sant'uomo, risponde Justine, il mio disordine è dovuto alla grande fatica per giungere fin qui. Quanto all'ora, credevo che non ne esistesse una particolare per presentarsi nella casa di Dio: vengo da assai lontano, piena di fervore e di devozione. Chiedo di confessarmi, se è possibile e, quando vi sarà palese l'intima mia coscienza, giudicherete voi se sono degna o no di prostrarmi ai piedi della santa immagine.

   - Non è l'ora della confessione, dice il monaco raddolcendosi; potrete farlo domani mattina: dove dormirete frattanto? non abbiamo ospizio qui.

   E Clément con queste parole lascia la nostra viandante dicendo che va ad avvisare il superiore. Poco dopo la chiesa viene aperta; il superiore, don Severino, si fa avanti e invita Justine ad entrare nel tempio le cui porte si chiudono immediatamente alle sue spalle.

   Don Severino, del quale è meglio dare subito un'idea, era un uomo di cinquantacinque anni, bel volto, aspetto giovanile, fattezze vigorose, membruto come un Ercole e tutto ciò senza durezza alcuna; una sorta di eleganza e di morbidezza erano la sua caratteristica e si vedeva che in gioventù doveva aver posseduto le attrattive di cui è munito un bell'uomo. Aveva i più begli occhi del mondo, fare nobile, modi onesti e seducenti; un lieve accento faceva capire quale fosse la sua patria, dando al suo parlare maggior piacevolezza e garbo. Justine, dobbiamo ammetterlo, aveva bisogno dell'amabile aspetto di questo monaco per riprendersi dalla paura suscitata in lei dal primo.

   - Cara figliola, disse gentilmente Severino, per quanto non sia l'ora, e non abbiamo l'abitudine di ricevere così tardi, vi ascolterò in confessione, e poi penseremo a farvi trascorrere la notte almeno decentemente, fino al momento in cui, domani, potrete salutare la santa immagine che vi ha attirata fin qui.

   Arrivò allora nella chiesa, dal coro, un giovane di quindici anni, leggiadro in volto e vestito in modo talmente indecente da suscitare un qualche sospetto se Justine lo avesse osservato. Ma, intenta al suo esame di coscienza, profondamente raccolta in se stessa, ella non ci badò.

   Il ragazzino accese dei ceri e andò, senza che Justine se ne accorgesse, a sedere sulla stessa poltrona che avrebbe occupato il superiore per confessare la nostra penitente. Justine intanto si mette dall'altra parte la posizione le impedisce di vedere quel che succede dalla parte di don Severino; e, piena di fiducia, elenca i suoi peccatucci che il confessore ascolta carezzando il ragazzino rannicchiato vicino a lui, palpandogli le natiche, dandogli il bischero che il Ganimede scrolla, palpa, scuote, succhia con gran soddisfazione del monaco che gli indica con le mani le diverse maniere con le quali deve cooperare all'incendio che l'ingenuo racconto di Justine sta producendo sul suo sistema nervoso.

   La nostra pia avventuriera confessa i suoi sbagli con un candore… con un'ingenuità che, com'è facile immaginare, accendono ben presto i sensi del libertino che la sta ascoltando. Gli racconta le sue sventure… gli svela persino il marchio malfamante impresso dal barbaro Rombeau. Il monaco presta a tutto grande attenzione; fa anche ripetere a Justine diversi episodi, e li ascolta mostrando pietà e interesse mentre la curiosità più libidinosa, la più sfrenata licenziosità sono unico movente delle sue domande. Tuttavia, se Justine fosse stata meno cieca ai movimenti del padre, ai suoi strozzati sospiri, al rumore assai forte fatto chinando il giovane per incularlo, certamente non avrebbe avuto più motivo d'ingannarsi, ma l'entusiasmo religioso è una passione che annebbia la mente come tutte le altre: la sventurata non si accorse di niente. Severino, che stava fottendo, insistette sui particolari; Justine rispose a tutto con innocenza. Egli spinse il proprio ardire al punto di domandarle crudamente, se era vero che i diversi uomini con i quali aveva avuto a che fare non l'avevano mai inconnata e quanto volte in tutto era stata inculata; se i membri che l'avevano fottuta in quel modo erano grossi; se avevano scaricato nel culo. Alle spudorate domande, Justine si limitò a rispondere ingenuamente che quell'ultimo crimine era stato consumato su di lei tre o quattro volte soltanto.

   - Vedete angelo mio, diceva Severino ebbro di lussuria continuando a fottere il culo più grazioso di questo mondo; vedete, vi faccio queste domande perché penso che possediate le più belle natiche che si possano immaginare e certe criminali attrattive seducono i libertini. Bisogna stare attenti, continuò balbettando: un bel sederino è il pomo con il quale il serpente tentò Eva; è la strada della perdizione; e sapete bene che coloro che l'hanno percorsa con voi sono fra i maggiori scellerati che abbiate conosciuto. Tale crimine distrusse Sodoma e Gomorra, bambina mia, lo sapete bene; è punito ovunque con il fuoco; non ne esiste altro che irriti la bontà e la giustizia dell'Eterno, non ne esiste altro dal quale una giovane saggia debba guardarsi. E, dite, non provaste alcuna sensazione voluttuosa durante quel perfido penetrare?

   - La prima volta, padre? come sarebbe stato possibile se ero senza sensi?

   - E le altre volte?

   - Detestando, odiando tutti quegli orrori, sarebbe stato difficile parteciparvi.

   Infine, le principali domande del monaco, mentre continuava ad inculare il piccolo invertito, si riferirono ai seguenti punti:

   1. Se era vero che era orfana nata a Parigi; 2. se era certa di non avere né parenti né amici né protezione, nessuno insomma al quale poter scrivere; 3. se si era confidata solo con la pastorella che le aveva parlato del convento della sua intenzione di andarvi e se non si erano ripromesse di rivedersi al ritorno; 4. se non aveva il sospetto di essere stata seguita e se era sicura che nessuno l'avesse vista entrare nel convento. Poi  Severino, dopo essersi informato sull'età e l'aspetto della pastorella, rivolse qualche rimprovero a Justine per non averla condotta con sé.

   - Dimenticate, disse, che sarebbe stata opera meritevole venire con una compagna; ci avrebbe edificati come voi, e l'avremmo ricevuta come abbiamo ricevuto voi.

   Finite le pie dissertazioni, il monaco deculò il gitone; e ritirandosi, il bischero in aria e le passioni in fuoco:

   - Bambina mia, disse a Justine, debbo ora impartirvi una penitenza secondo i vostri peccati, e solo in un perfetto stato di umiltà da parte vostra mi è possibile imporre la pena. Passiamo nel santuario; i due ceri saranno portati presso l'immagine miracolosa; essa sarà scoperta davanti a voi: voi l'imiterete, Justine, vi spoglierete come lo è lei, e sentirete che la completa nudità che essa esige da voi, che potrebbe essere un crimine agli occhi degli uomini, sarà ai nostri una prova in più.

   Allora il ragazzo esce in disordine dal confessionale, prende i ceri, li posa sull'altare, vi sale e scopre l'immagine. Justine, abbagliata dalle illusioni della sua ardente pietà, non ode, non vede, e si prosterna, ma Severino, alzandola energicamente, dice:

   - No, ne avrete il diritto quando sarete nuda; qui si esige la più profonda umiliazione… la più completa.

   - Oh! padre, scusate!

   E immediatamente la pia Justine dispiega le bellezze della natura allo sguardo libertino di quel bacchettone. Non appena egli vede quel bel corpo nitrisce di lubricità; lo gira e rigira da tutte le parti e con la scusa di esaminare la ferita infamante il furfante contempla in ogni particolare il superbo arco delle reni e le deliziose natiche di Justine.

   - E adesso, dice, inginocchiatevi, se volete rivolgere la vostra supplica e non allarmatevi di quel che succederà mentre sarete in preghiera: badate, figliuola, che semi accorgo che il vostro spirito non è completamente staccato dalla materia, se mi avvedo che tiene ancora al mondo e che non appartiene interamente a Dio, badate, ripeto, che conformando la penitenza ai vostri nuovi peccati, essa sarà funesta e sanguinosa: abbandonatevi dunque, e lasciate fare.

   Detto ciò, l'energumeno dà solo ascolto alla sua passione: comprendendo perfettamente che lo stato in cui si trova Justine e la posizione in cui l'ha costretta lo dispensa da ogni precauzione, si mette dietro a lei, con il suo gitone accanto e mentre questi lo solletica e lo scrolla, il monaco passa lussuriosamente le mani sulle natiche che gli sono offerte lasciandovi di quando in quando, con le unghie, le prove sanguinanti delle sue crudeli carezze.

   Justine immobile, fermamente convinta che tutto quel che le fanno non ha altro scopo che condurla passo dopo passo alla perfezione celeste, sopporta tutto con indicibile rassegnazione; non un lamento… non un gesto le sfugge; il suo spirito è talmente teso verso le cose celesti che il carnefice potrebbe farla a pezzi senza che ella osasse neppure lamentarsi.

   Incoraggiato da un tale torpore della penitente, il monaco si fa più intraprendente: coprendo con la mano aperta il bel sedere dell'angelo, la lascia quindi energicamente cadere e dà una dozzina di sculacciate così forti che le volte della chiesa ne rimbombano e le reni della debole vittima si piegano come giglio all'aquilone che lo scuote. Allora egli passa davanti a lei e, ormai incurante, mostra un arnese che minaccia il cielo, più che sufficiente per lacerare la benda, se quella della superstizione potesse essere lacerata. Le tocca il petto, lo scellerato, lo bacia, sempre più imbaldanzito, osa premere con le labbra impure quelle in cui riposano la virtù, il candore e la verità. Dolci emozioni delle anime sensibili! voi spariste all'attentato. A questo punto Justine volle sottrarsi.

   - Smettetela, dice allora duramente il monaco con foga; non vi ho già detto che la vostra salvezza dipende dalla completa rassegnazione vostra e che quelle che sembrano cose sporche presso gli altri uomini non sono che purezza, castità, devozione per noi?

   Trattenendo con una mano la testa della vittima, fa scivolare, ciò dicendo, la lingua nella sua bocca e nel frattempo  la stringe  talmente a sé da essere impossibile non sentire il membro del monaco mentre profana il suo monte di Venere, ma l'italiano, quasi spaventato di tanta infedeltà al proprio culto, si rimette immediatamente dietro, e ardentemente posa il bacio più ardente… più caldo su quelle natiche miniate dagli energici ceffoni prima assestati, le apre, dardeggia la lingua nel grazioso buchino, assapora la voluttà sotto tutti gli aspetti, s'ingozza di lubricità tenebrosa, sempre scrollato dal suo gitone che non lo ha mai lasciato da quando ha dato inizio all'atto scandaloso, e che sta per farlo scaricare allorché accorgendosi che, senza mancare ai confratelli, gli è impossibile proseguire, dice a Justine di alzarsi… di seguirlo e che il resto della penitenza si farò nel convento…

   - Sempre nuda, padre? dice Justine un po' allarmata.

   - Certamente, risponde il superiore; è più pericoloso essere nuda nel convento che nella chiesa? Non potendo perfezionarsi la vostra penitenza qui, è necessario che vi conduca nell'unico luogo dove possiamo finire di farla.

   - Vi seguo, padre.

   E il ragazzo, spegnendo i ceri, prende gli abiti. Justine cammina alla luce di un piccolo lume, portato da Severino che la precede mentre il gitone li segue: in questo ordine entrano nella sacrestia. Una porta nascosta nella parete in legno si apre grazie a un congegno segreto; un nero e buio budello appare, entrano, la porta si chiude.

   - O padre, dice allora Justine tremante, dove mi portate?

   - Dove sarai al sicuro,dice il monaco… in un posto dove c'è da supporre che non uscirai tanto presto.

   -Gran Dio! dice Justine cercando di retrocedere…

   - Avanti, avanti, dice con decisione il superiore mettendola davanti a sé per farla passare per prima… oh, cazzo! non torniamo indietro e ti convincerai, figliola, che se non troverai grande diletto dove ti conduco, almeno imparerai in fretta a servire il nostro.

   Le terribili parole fanno trasalire Justine; un freddo sudore s'impossessa di lei; la sua immaginazione terrorizzata le fa vedere la morte alzar la falce sul suo capo; le ginocchia le si piegano, quasi sta per cadere.

   - Puttana! le dice il monaco assestandole un colpo col ginocchio nelle reni per farla rialzare, su cammina e non cercare di protestare, di resistere, sarebbe inutile.

   Le crudeli parole rianimano la misera; capisce che è perduta se sviene:

   - Giusto Iddio, dice rialzandosi, è mai possibile che sia sempre vittima della mia ingenuità, e che il santo desiderio di accostarmi a ciò che la religione ha di più santo sorga quando è punito come un misfatto!

   Tuttavia continuano; erano quasi alla metà del lungo budello quando il monaco soffiò sul lume. Da quel momento più nessuna cautela: più Severino si avvede che il suo comportamento raddoppia il terrore di Justine, meno è cauto nei gesti e nelle parole; pizzicandole e pungendole le natiche la guida, la fa avanzare.

   - Corri, furfante! le diceva; vuoi che t'inculi e ti porti in cima al bischero?

   E così dicendo, le fa sentire quanto sia acuminato il dardo con il quale la minaccia. Improvvisamente Justine, che ha solo le mani per andare nella direzione giusta, sbatte contro una saracinesca munita di ferri e si scortica la mano destra; lancia un grido… Un sordo rumore si ode; la barriera si apre.

   - Attenta, dice il monaco; afferrati alla ringhiera: sei su un ponte, al primo passo falso precipiterai in un burrone dal quale nessuno saprebbe tirarti fuori.

   In basso, la nostra eroina trova una scala a chiocciola e, dopo trenta gradini, una scala che è costretta a salire fino in cima. A un certo momento, durante la salita, il naso del monaco si trova contro il culo di Justine; egli bacia e morde quel che trova. Una botola, e:

   - Spingi con la testa, dice il superiore.

   Riflessi di luce colpiscono immediatamente gli occhi di Justine; mani la sollevano; risate l'accolgono; ed ecco la miserella e la sua guida in una splendida sala magnificamente illuminata, nella quale siedono a tavola cinque monaci, dieci fanciulle e cinque giovani, nel massimo disordine, e serviti da dieci donne nude. Lo spettacolo fa rabbrividire Justine; vuole ancora fuggire: non c'è più tempo, la botola è chiusa.

   - Miei cari, dice Severino entrando, permettete che vi presenti un vero fenomeno. Ecco una Lucrezia con impresso sulla spalla il marchio dell'infamia e nel cuore tutta l'ingenuità di una vergine. D'altronde, come vedete, una splendida ragazza! Esaminate il suo corpo, la bianchezza di questa pelle, la durezza di questi seni, la sublimità di queste cosce, la rotondità di questo culo, la bellezza di questi capelli, il delizioso insieme di queste fattezze, la divina fiamma di questo sguardo. Spero che, anche se non è una primizia, siate d'accordo con me che nel serraglio c'è ben poco che possegga tante bellezze riunite.

   - Porcodio! dice Clément, l'avevo vista vestita; vi avevo detto il mio parere, ma, cazzo, non la supponevo così graziosa!

   Fanno sedere Justine in un angolo senza chiederle se ha bisogno di qualcosa e la cena riprende.

   A questo punto ci scusiamo con il lettore se sentiamo la necessità d'interrompere un attimo il filo del racconto per descrivergli i diversi personaggi con i quali avremo a che fare. Quale interesse potrebbe suscitare il nostro racconto senza questa parentesi?

 

 

   ∼∼∼         ∼∼∼    ❖ ❖ ❖

 

 

   Conosciamo Severino, ne indoviniamo i gusti. C'era in lui tutto ciò che ispira l'amore per i culi: la sua depravazione in questo genere era tale da non aver mai gustato altri piaceri. E tuttavia quale contraddizione della natura, la bizzarra fantasia di far scegliere solo sentieri a quel mostro munito di facoltà così gigantesche che persino le vie più battute gli sarebbero parse troppo strette!

   Quanto a Clément, ne abbiamo già fatto il ritratto. Si aggiunga all'aspetto esteriore, ferocia, dispetto, pericolosa furbizia, intemperanza in ogni cosa, spirito satirico e mordace, ateo, corrotto, scellerato, e si avrò di questo libertino un'immagine completa. Quanto ai suoi gusti, caratterizzavano il suo modo di pensare e avevano origine nel suo cuore; la sua barbara figura ne era l'emblema. Clément, logorato, non poteva più fottere: idolatra in passato dei culi, gli era diventato impossibile venerarli se non con trattamenti coerenti con le passioni della sua anima feroce. Pizzicare, picchiare, pungere, bruciare, fustigare, infliggere a una donna, in una parola, tutti i supplizi possibili e riceverli anche, questi i suoi divertimenti preferiti; piaceri così penosi per lo sventurato oggetto della sua intemperanza che raramente esso usciva da quei rapporti senza ritrovarsi esausto o crudelmente straziato. Ognuna delle tristi vittime di quella casa sarebbe stata pronta a non so quale penitenza pur di evitare l'orrenda necessità di soddisfare gli indegni piaceri di quel dissoluto che, lento nei particolari, era noioso più che eccessivo: e, fra tutte quelle che usava, la più degna di commiserazione, certamente, era colei che, mentre egli agiva su altre, era costretta a scrollarlo per spremere qualche goccia di sperma ch'egli perdeva vendicandosi poi con atrocità del furto fisico, così diceva, di cui era stato vittima.

   Antonin, il terzo attore delle voluttuose orge, aveva quarant'anni, piccolo, esile, molto forte, temibilmente munito come Severino e quasi malvagio quanto Clément, entusiasta dei piaceri dei confratelli, vi si abbandonava tuttavia con diversa intenzione. Se Clément, nella sua barbara mania, aveva come unico scopo quello di angariare, tiranneggiare una donna senza goderne in altri modi, Antonin, godendone in semplice modo naturale, la flagellava, la tormentava per ottenere più calore, più energia: l'uno, in una parola, era brutale per gusto, l'altro per raffinatezza. Antonin sommava a tale fantasia qualche capriccio consono ai propri gusti; gli piaceva appassionatamente inconnare una donna, farla pisciare nella sua bocca e tante altre piccole infamie che i nostri lettori verranno a sapere nei particolari man mano che procederanno in queste memorie.

   Ambroise aveva quarantadue anni; era basso, tozzo, grasso e il suo umile aggeggio si distingueva appena; di un eccessivo libertinaggio, aveva la passione dei ragazzini e gli piaceva nelle ragazze solo ciò che le avvicinava a quel sesso. Il suo divertimento preferito, dopo essersi fatto sferzare a sangue il culo, era di farsi cacare in bocca mentre gli altri continuavano a pelarlo; ingoiava lo stronzo, fottendo il culo che lo depositava; neppure le Grazie sarebbero riuscite a qualcosa senza tale procedimento, tanto è vero che la voluttà autentica risiede nell'immaginazione, esclusivamente e deliziosamente nutrita dai mostri generati da tale capriccio della mente.

   Sylvestre fotteva in conno e sommava a tale semplice piacere due o tre manie assai singolari: la prima consisteva nel volere assolutamente che la donna che stava fottendo cacasse durante l'operazione; la seconda, più fastidiosa per il timpano e più stancante per la donna, consisteva nel lanciare alte grida mentre scaricava e nel non procedere all'operazione se non dava venti schiaffi al disgraziato oggetto del suo godimento, del quale inoltre aveva cura d'impiastricciare la faccia con lo stronzo depositato nella sua mano. Sylvestre aveva cinquant'anni; mal fatto, ributtante, ma munito d'intelligenza e di malvagità quanto i confratelli: nessuno mancava di tali qualità, considerate base essenziale del loro libidinoso sodalizio.

   Jérome, il più anziano dei sei eremiti, aveva sessant'anni, ma se era il più vecchio era anche il più libertino. Tutti i gusti, tutte le passioni, tutti i crimini erano riuniti nell'anima di questo monaco; sommava ai capricci degli altri irregolarità ancor più stravaganti e circostanze assai più libidinose: tutte le vie di Venere, tutti i sessi, d'altra parte, gli erano indifferenti; le sue forze cominciavano a indebolirsi e così, da alcuni anni, preferiva quella che non richiedeva niente da parte dell'agente, lasciando al paziente iil compito di risvegliare le sensazioni e di produrre l'emissione del seme: la bocca era il suo tempio favorito e, mentre veniva succhiato, si faceva dare grandi sferzate. Quanto a carattere Jérome era, d'altronde, malvagio, sornione come i confratelli e altrettanto zelante partigiano dell'antifisico; anche a lui piaceva farsi fottere e sodomizzare dai ragazzini quando, preparato dalla loro bocca, aveva ritrovato in quel ristoro le forze necessarie all'impresa.

   Qualunque forma potesse assumere il vizio, poteva essere certo di trovare nell'infernale casa o dei sostenitori o ricettacolo. Fondi prodigiosi erano riservati per mantenere all'ordine dei Benedettini tale osceno ritiro, esistente da più di un secolo e sempre abitato dai sei religiosi più ricchi, più elevati in grado, di nobili natali e di libertinaggio raffinato tanto d esigere di essere sepolti in quel buio rifugio dal segreto inviolabile.

   Continuiamo a ritrarre a grandi tratti. Justine riposa, i monaci cenano: abbiamo il tempo di terminare qualche quadro, così metteremo in luce alcuni importanti e necessari particolari di questa strana dimora del crimine e della sregolatezza.

   C'erano due serragli nella casa: uno di diciotto maschi, l'altro di trenta femmine, per cui ciascuno forniva una squadra di cinque ragazze e tre ragazzi. Una sola donna ne era il capo: la chiamavano Victorine; e siccome le sue capacità, le sue mansioni meritano qualche chiarimento, le dedicheremo un paragrafo a parte. Una grande sala accoglieva ciascuno di tali serragli. Eccone la suddivisione:

   Le sale erano rotonde; una tavola per il pranzo era al centro; le celle ornavano l'ambulacro; ogni individuo dormiva da solo e la cella era composta da due vani: il letto in uno, il bidè e la sedia con il buco nell'altro.

   I diciotto maschi erano divisi in tre classi di sei individui ognuna: le prime due si chiamavano classi dei gitoni; la terza, classe degli agenti.

   La prima classe dei gitoni era composta da sei soggetti dai sette ai dodici anni; iil loro colore era il lilla e il loro abito una marinara.

   Nella seconda, sei giovani dai dodici ai diciotto anni, abbigliati alla greca, color porpora.

   Nella classe degli agenti si notavano sei soggetti dai diciannove ai venticinque anni; questa classe portava il frac all'europea, color mordoré.

   Le cinque classi delle femmine si distinguevano subito ed erano composte nel modo seguente:

   La prima si chiamava le vergini, anche se non ne esisteva una sola; c'erano sei soggetti dai sei ai dodici anni; il loro era un abito bianco attillato.

   La seconda squadra ne contava sei, dai dodici ai diciotto anni; erano chiamate le vestali; erano vestite come novizie.

   La terza era composta da sei beltà dai diciotto ai ventiquattro anni, dette le sodomiste, grazie alla superiorità delle loro natiche; erano vestite alla greca.

   La quarta offriva sei splendide donne dai venticinque ai trent'anni; erano dette le sculacciate, coerentemente al loro impiego; portavano un costume alla turca.

   Sei matrone costituivano la quinta classe; erano ammessa dai trenta ai quarant'anni e anche oltre; erano vestite alla spagnola.

   Non era fissato alcun ordine nella composizione dei soggetti che dovevano partecipare alle cene. Quando Justine sarà sistemata, vedremo la sua istitutrice curare quei particolari dei quali diamo qui solo quanto è necessario per intendere la prima scena. Riprendiamola.

   Le sedici prostitute che assistevano a quella prima cena, dieci a tavola e altre addette al servizio,non avevano la stessa età e perciò sarebbe impossibile ritrarle in gruppo.

   Cominciamo dalle sei serventi; parleremo poi delle dieci invitate.

   Le sei serventi non appartenevano a una casta diversa dalle altre prostitute: tale mansione veniva assolta a turno; tutte prima o poi l'assolvevano. Vedremo presto Justine ricevere disposizioni. Il servizio, questa volta, era fatto dalle creature che stiamo per descrivere.

   La prima aveva appena dieci anni, un musetto patito, tratti graziosi, pelle molto fine e molto bianca, culetto appena pronunciato, avvilita per il suo destino, spaurita e tremante.

   La seconda aveva quindici anni; il medesimo imbarazzo, il modo di comportarsi del pudore umiliato, ma volto incantevole, molto attraente nell'insieme, poco petto, sedere rotondo e ben tagliato.

   La terza aveva vent'anni; fatta a pennello, il più bel petto e le più belle natiche del mondo, superbi capelli biondi, tratti fini, regolari e dolci, un po' meno timida delle prime due.

   La quarta aveva venticinque anni, era una delle donne più belle che si potessero vedere; candore, pudore, onestà nel contegno, e tutte le virtù di un'anima dolce, carnagione bellissima fianchi e posteriore che potevano servire da modello.

   La quinta aveva trent'anni; incinta di sette mesi, aspetto languido e sofferente, begli occhi attraenti, aria da vergine.

   La sesta aveva trentadue anni; bruna, vivacissima, begli occhi, ma senza più alcun pudore, ritegno o decenza; culo mediocre e molto scuro, pelosa, anche al buco del culo.

   Le invitate e i maschi si alternavano a tavola con i monaci. ne conosciamo già uno; parliamo quindi degli altri.

   Il primo aveva solo otto anni; era l'immagine dello stesso amore; il piccolo furfante era seduto nudo fra Ambroise e Jérome, che, tuti e due, lo baciavano, lo scrollavano, gli maneggiavano le natiche a gara.

   Il secondo aveva  tredici anni; grazioso come un angiolo, aspetto dolce e delicato, begli occhi; era nudo dalla vita in giù, il suo culetto bianco era un piacere degli occhi.

   Il terzo aveva sedici anni; fatto a pennello, incantevole e già con il più leggiadro membro del mondo.

   Il quarto e il quinto erano entrambi stati scelti nella classe degli agenti; uno aveva ventidue anni, l'altro venticinque; entrambi ben fatti, capelli superbi e mostruosi bischeri; era impossibile impugnare quello di quest'ultimo: era almeno di sette pollici di circonferenza e dieci di lunghezza.

   La prima delle prostitute invitate, scelta fra quelle della classe delle vergini, aveva otto anni; era una rosellina appassita prima che la primavera la facesse sbocciare: forse sarebbe diventata graziosa, ma sciupata dal libertinaggio, cosa ci si poteva attendere da un tal soggetto? Fino a che punto occorrerebbe portare la dissolutezza e il delirio delle passioni per recare tanto oltraggio alla natura!

   La seconda aveva appena raggiunto il suo secondo lustro; molto graziosa, da due anni non era più ergine da nessuna parte, e tale infamia era stata opera di Jérome.

   La terza, la quarta e la quinta erano sorelle; la minore aveva tredici anni, la seconda quattordici, la maggiore quindici. Erano chiamate le tre Grazie: era veramente impossibile ammirare qualcosa di più fresco, di più carino, di più attraente. Si somigliavano: gli stessi occhi, romantici e turchini; la stessa capigliatura bionda, la stessa avvenenza nell'insieme, lo stesso taglio di natiche; e sebbene quelle della più giovane non fossero ancora ben formate, confrontando quel che di bello mostrava in tale genere con ciò che ugualmente possedevano le sorelle, era facile capire che ne sarebbe risultato un capolavoro.

   La sesta aveva diciotto anni; era una delle più belle creature di questo mondo, un vero modello per un artista; a giudizio di tutti aveva il più bel culo del serraglio.

   La settima, per quanto ugualmente ben fatta, non era altrettanto leggiadra e anzi leggermente pingue; aveva diciannove anni e un petto di Venere.

   L'ottava aveva vent'anni; era incinta di otto mesi; bianchissima, occhi molto belli, capelli superbi, ma aspetto languido… affaticato.

   La nona aveva trent'anni, grossa come una torre, proporzinalmente alta; bei tratti, ma di forme troppo colossali e troppo sciupate dalla pinguedine; era completamente nuda, come le serventi, quando Justine entrò; era facile notare che nessuna parte del suo corpo era esente dai segni lasciati dalla brutalità  degli scellerati dei quali la cattiva stella la costringeva a servire le passioni.

   La decima era una donna di quarant'anni, sciupata, rugosa, ma ancora bella; fare grandemente libertino; il suo culo avvizzito respirava lussuria; l'entrata era ampia e rosso scuro; come metà dei monaci era già ubriaca quando Justine entrò.

   Continuiamo ora il racconto di come fu accolta la nostra eroina in quel locale impuro.

   - Mi pare, dice Sylvestre, che dovremmo fare un po' più festa a questa bella figliola, e non lasciarla languire in questo modo in un angolo, ma darle almeno il benvenuto con tutti gli onori.

   - L'avevo già pensato, dice Severino, ma vi ho  visti così profondati  nei vostri sporchi piaceri… Come tirarvi fuori dalla vostra crapula… come? E ammetterete che non mostrate di dar troppo valore alla mia interessante scoperta, ricevendola con tanta indifferenza.

   - Perfidi risultati della sazietà, dice Ambroise; ecco dove conduce l'abbondanza!

   - Io non mi accordo di questa abbondanza dice Jérome; sono così stufo di quel che mi attornia che sento solo bisogni: non c'è neppure un quarto, qui, di quel che occorre alla mia lussuria.

   - Hai ragione, dice Clément andando verso Justine, afferrandola per il collo e facendo scivolare nella sua bocca di rosa la lingua più impura.

   - Sì, cazzo! ha ragione, dice Antonin andando a salutare nello stesso modo la nostra eroina.

   Ed eccoli tuti e due a dare linguate per un quarto d'ora mentre Jérome, inginocchiato davanti alle sue natiche dardeggia la lingua nel bugnino. Syvestre fa altrettanto con il clitoride e intanto scrolla il bischero di Severino fortuitamente capitatogli fra le dita; e in meno che non si dica, la cara fanciulla è attorniata e le è impossibile sottrarsi. E' un bel giglio in un nugolo di calabroni che succhiano, pompano, derubano da tutte le parti il succo prezioso del fiore. Justine tuttavia fa quel che può per sottrarsi ad infamie che le ripugnano, ma che la convincono che la sua resistenza è inutile smanceria e che è meglio imitare rispettosamente l'obbedienza delle compagne.

   - Un momento d'attenzione, per favore, dice Severino; mettetevi tutti attorno a me e che la nuova approdata, alla quale rivolgo la parola, mi ascolti inginocchio con venerazione.

   Schiava delle nostre fantasie, dice il monaco, tu che il caso ha posto nelle nostre mani, non leggi in tale decreto della sorte il futuro  che ti attende? Nulla qui è opera del caso, tutto è secondo le leggi della natura, e poiché per concatenamento di tali leggi sei venuta in nostro possesso, ciò significa che la natura vuole che tu ci serva. Segui dunque il tuo destino con rassegnazione: non dimenticare che la più lieve resistenza ai nostri capricci, quali che siano, sarebbe la tua condanna a morte. Osserva le compagne che ti stanno attorno: non ce n'è una che sia venuta di sua spontanea volontà in questa casa; la forza dell'astuzia le hanno condotte. Tutte, come te, hanno cercato di fare resistenza e tutte hanno subito riconosciuto l'assurdità del loro progetto quando si sono accorte che ciò che esse potevano opporre le avrebbe condotte a spaventoso trattamento. Justine, dice allora il superiore, indicando le discipline, le verghe, le ferule, gli scalpelli, le tenaglie, gli stiletti e gli altri strumenti di tortura, o Justine, è bene che lo sappiate, ecco in che modo seducente ci comportiamo con le ragazze ribelli, e subito riusciamo a sottometterle: giudicate voi se avete voglia di essere convinta. O preferite ricorrere a reclami? A chi li indirizzereste? Chi accoglierà la vostra lagnanza, in un luogo che sarà sempre pieno per voi di delatori, giudici e carnefici? Vi appellerete alla giustizia? Conosciamo solo quella della nostra voluttà… Le leggi? Non ammettiamo che quelle delle nostre passioni… L'umanità? Nostro unico piacere è violarne ogni principio… La religione? non ne sentiamo il freno; il nostro disprezzo aumenta man mano che l'osserviamo più da vicino… Parenti, amici? Niente di tutto ciò in questi luoghi; vi troverete solo egoismo, crudeltà, dissolutezza e ateismo. La rassegnazione costringe a molte cose, qui. I sette signori assoluti con i quali avrete a che fare, compresa la direttrice, tali sette signori assoluti, dicevo, sono soggetti ogni giorno a terribili capricci, e la minima resistenza ai loro atti di forza o di tirannia comporta inesorabilmente orrendi supplizi o la morte. Nella fuga forse sperate salvezza? Oh! Justine, tutto inutile: osservate l'asilo impenetrabile in cui vi trovate; mai alcun mortale penetrò queste mura; il convento potrebbe essere preso, frugato, bruciato, ma questo ritiro continuerebbe ad essere ignoto. E' un padiglione isolato, sottoterra, attorniato da sei cinte spesse ciascuna sei piedi; e qui vi trovate, mia ara, circondata da sei scellerati che non desiderano risparmiarvi e che le preghiere, le lacrime, le genuflessioni o le grida infiammano ancor di più. A chi dunque rivolgervi? a chi chiedere aiuto? Forse Dio che siete venuta ad implorar con fervore e che, per ricompensarvi di tanto zelo, vi ha fatta sprofondare un pochino di più nell'inganno… nella ignobile e disgustosa chimera che noi stessi ogni giorno oltraggiamo insultando le sue vane leggi? Convincetevi dunque, Justine, che non esiste potere, di qualunque natura, capace di togliervi di qui; non esiste fra le cose possibili e neppure miracolose modo di sottrarvi al nostro potere… che possa impedire che diveniate, in tutti i sensi e in tutte le maniere la preda di orribili lussurie… lo zimbello di eccessi libidinosi ai quali tutti e sei ci abbandoneremo con voi. Vieni avanti, sgualdrina, offri il corpo ai nostri capricci, consegnalo tutto intero agli orrori con i quali lo segneremo o barbari trattamenti ti dimostreranno quale rischio corre una miserabile come te se disobbedisce.

   Simile discorso, com'è facile immaginare, fu applaudito da tutti i monaci; Clément trovò divertente sculacciare le natiche di Justine per applaudirlo più calorosamente.

   In quel momento la sventurata comprese appieno l'orrore della situazione. Si precipita ai piedi di don Severino e ricorre all'eloquenza di un'anima disperata supplicandolo di non abusare del suo triste stato: lacrime amarissime e copiose inondano le ginocchia del monaco e a tutto quel che la misera considera più convincente e più patetico essa ricorre per impietosire il mostro. A che scopo? Ignora dunque che le lacrime sono un'attrattiva in più per i libertini? dubita forse che ogni tentativo per impietosire i barbari finisce per infiammarli maggiormente?

   - Via, dice il superiore respingendola brutalmente, cominciamo, amici! facciamo subire a questa sgualdrina la rituale accoglienza e non usiamo alcuna clemenza.

   Un cerchio si forma; è composto dai sei monaci, circondati ciascuno da due femmine e un maschio; Justine è messa al centro ed ecco il passio che subì con i tre giri di rito, ai quali erano state anche sottoposte le sue compagne quando erano entrate in quella dimora.

   Severino è il primo; accanto a lui la prostituta di quindici anni, quella di trentadue e il ragazzino di sedici.

   Clément segue; ha accanto la prostituta di vent'anni, quella di venticinque e il ragazzino di tredici.

   Antonin segue; attorno a lui la prostituta di quattordici anni, quella di diciotto e il Ganimede di otto.

   Ambroise è in mezzo alla prostituta di dieci anni, quella di diciannove e il fottitore di ventidue.

   Sylvestre, con il fottitore di venticinque anni, ha al suo fianco la prostituta di trenat e quella di quarant'anni.

   Jérome ha il gitone di quindici anni, il medesimo che abbiamo visto nella chiesa durante la confessione di Justine, la prostituta di tredici e quella di otto anni.

   Justine è condotta nel cerchio dalla donna incinta di ventisei anni; la presenta ad ogni monaco; entrambe sono nude.

   Arriva a Severino che stava palpando le natiche della giovane quindicenne mentre il piccolo pederasta lo scrollava; nel frattempo egli obbligava l'altra prostituta di trent'anni a succhiare il bischero del giovane: il monaco si fa fare l'identico trattamento da Justine trafficando nel buco del suo culo.

   Passa a Clément che si stava divertendo a sculacciare la prostituta di venticinque anni, a pizzicare le natiche della prostituta di venti anni e a farsi scrollare dal suo ragazzino: Justine offre il culo; Clément lo bacia e annusa le ascelle.

   La nostra eroina si avvicina ad Antonin che stava scrollando le due prostitute mentre il suo gitone lo socratizzava: egli succhia il clitoride di Justine.

   Passa ad Ambroise; stava fottendo il pederasta e scrollava con le dita un culo per ciascuna  mano: Justine gli sfrega la faccia con il culo.

   Sylvestre fra la seconda prostituta di trent'anni e quella di quaranta, palpeggiando il culo di questa e il conno di quella e facendosi inculare dal suo fottitore, bacia Justine, lingua in bocca, lingua in conno e lingua in culo.

   Jérome, scrollato dal gitone di quindici anni, ha un dito nel culo della prostituta di sette anni, uno nel conno della prostituta di tredici: ficca l'arnese nella bocca di Justine.

   Il giro ricomincia.

   Durante questo secondo giro tutti i monaci si fanno succhiare dai maschi mentre le femmine, sedute su sgabelli, sopra le loro teste, hanno le natiche sul loro naso: Severino socchiude le natiche di Justine e si fa fare un peto in bocca.

   Clément le affonda un dito nel culo e la scuote per un quarto d'ora.

   Antonin le fa sentire il suo arnese  all'orlo del conno e lo ritira velocemente. Ambroise incula ed esce dopo due o tre scossoni. Sylvestre l'inconna brevemente e trova un non so che di decisamente virgineo. Jérome mette, per ottenere subito sperma, alternativamente l'arnese nel culo, nel conno e nella bocca.

   Si procede al terzo giro. Tutti i monaci ora fottono.

   Severino incula la prostituta di quindici anni che geme ai raddoppiati sforzi del suo bischero; il ragazzo di sedici lo fotte mentre egli sculaccia energicamente la prostituta di trentadue anni: quando Justine si presenta, le morsica il culo.

   Clément fotte nella bocca del ragazzino di tredici anni; la prostituta di venticinque lo frusta; ha sotto gli occhi il sedere di quella di venti: ordina a Justine di leccarle il buco del culo e subito dopo di baciarlo in bocca e le dà intanto due schiaffi.

   Antonin fotte il piccolo conno della prostituta di quattordici anni; sculaccia il gitone di otto e la prostituta di diciotto anni gli fa leccare il suo conno: egli morsica fino a farlo sanguinare il seno sinistro di Justine, dandole sei manate sul sedere, lasciando un segno che solo tre giorni dopo scomparirà. Dà quindi un colpo di reni così vigoroso da far temere che la sua fottitrice si spacchi in due; la povera bambina lancia un grido: Antonin che non vuole scaricare, deconna immediatamente; ferisce la ragazzina, il suo bischero è coperto di sangue; per consolarla, la frusta. E avanti.

   Ambroise incula la prostituta di dieci anni; si fa fottere dal ragazzo di diciannove anni e armeggia con le natiche della prostituta di ventidue: dà venticinque colpidi frusta a Justine, senza scomporsi.

   Sylvestre inconna la donna di quarant'anni alla pecorina; essa gli caca, intanto, sulla radice del membro; il giovane di venticinque anni lo fotte ed egli bacia, succhia l'interno del conno della prostituta di trent'anni, rovesciata indietro a quattro zampe, su di lui, le cosce molto aperte. Egli si getta come un cane arrabbiato sul conno di Justine, quando si avvicina, e lo morsica a sangue. Il furfante scarica lanciando alte grida, ma cambia tempio ed è nel culo della vecchia che lo sporcaccione perde il suo sperma.

   Jérome fotte nel culo della piccola di otto anni; succhia l'arnese del gitone di quindici, si diverte a dare buffetti sul naso della prostituta di tredici anni: pizzica poi i seni di Justine, talmente forte da farle lanciare un urlo; il furfante per farla star zitta, le sferra cinque o sei pugni così violenti sui fianchi da farle vomitare tutto quello che ha nel ventre.

   - Su, dice Severino che non sa più dominarsi con l'eccitato bischero che par minacciare le volte, passiamo a cose più serie: fottiamola come si deve.

   Così detto, rovescia Justine su un divano, le reni in aria; due prostitute la tengono ferma: il superiore, lo spadone in mano, avanza e punta verso il buchino; spinge senza inumidire, fa breccia;per quanto enorme, penetra; lusingato dai felici preliminari, raddoppia, arriva fino in fondo. Justine urla: che importa! l'energumeno è felice. Sentiamo disagio dei dolori altrui nella lubricità? L'italiano viene inculato; quattro donne nude si stringono intorno a lui; vede l'immagine che adora riprodursi in mille forme; scarica.

   Clément si fa avanti; è armato di verghe; i suoi perfidi propositi gli brillano negli occhi.

   - Vi vendicherò io, dice a Severino; punirò questa furfante per aver posto resistenza ai vostri piaceri.

   Non ha bisogno di essere aiutato a tener ferma la vittima; con un braccio la stringe e la comprime su un ginocchio che, facendo rientrare il ventre, mette in maggiore evidenza il superbo culo che vuol flagellare. Prima fa qualche prova, sembra che voglia rendersi conto della situazione; ma poi ardente di lussuria, eccitato dagli esempi di oscenità che lo circondano, il crudele colpisce con tutte le forze; nulla sfugge alla sua ferocia: dal mezzo delle reni fino al grasso delle gambe, tutto è percosso dal traditore; ha anche l'ardire di mescolare l'amore a tali momenti di terrore e la sua bocca s'incolla su quella di Justine e vuole respirare i sospiri che il dolore strappa; colano lacrime, egli le divora. Ora bacia e ora minaccia, ma continua a colpire. Mentre opera, la graziosa ragazza di diciotto anni gli succhia il bischero, un fottitore lo incula.  Più gli procurano piacere e più le sue sferzate sono violente; la misera Justine quasi ne è dilaniata e niente fa prevedere la fine dei suoi tormenti. E' inutile affannarsi… sfoderare le più avvenenti grazie, il gran rizzatore è insensibile: una nuova crudeltà lo decide; il sublime petto di Justine è lì; lo eccita; vi posa la bocca; l'antropofago lo morde e tale eccesso determina la crisi; lo sperma fugge, spaventose bestemmie ne commentano  il getto, e il monaco, sfibrato, abbandona Justine a Jérome.

   - Non sarò per la vostra virtù più pericoloso di Clément, dice il libertino, accarezzando le natiche sanguinanti della miserella, ma voglio baciarle, queste ferite; mi onoro di fare quel che  doveroso. Clément, ti supererò: voglio dare una strigliata al loro vicino.

   Gira, sistema bene il liscio ventre e il delizioso pube ombreggiato dalla nostra incantevole orfana, e barbaro dilania tutti a scudisciate; poi,facendola mettere in ginocchio davanti a lui, s'incolla a lei in questa posizione e la sua focosa passione si placa facendosi succhiare. Mentre così fa, la donnona lo sferza; quella di trent'anni gli caca sul naso; quelle di quattordici e di quindici anni fanno altrettanto sulle mani. Ecco gli eccessi in cui la sazietà ha fatto finire Jérome: comunque, è felice a forza d'impurezze; e la bocca di Justine riceve infine, dopo una mezz'ora, con ripugnanza facilmente immaginabile, il disgustoso tributo del vecchio fauno.

   E' la volta di Antonin, l'arma puntata. Userebbe volentieri il metodo di Clément: la fustigazione attiva gli piace quanto all'altro monaco, ma siccome ha fretta e l'enorme bischero sbava di lussuria, la degradazione in cui si trovano le cose gli basta; esamina le deliziose vestigia; se ne rallegra e lasciando Justine ventre a terra, massaggia energicamente le due natiche mentre una delle prostitute lo scrolla e porta il bischero alla vagina. Il libertino spinge, l'assalto violento quasi come quello di Severino, portato lungo un sentiero meno stretto è tuttavia più sopportabile. Il vigoroso atleta afferra le due anche e, supplendo ai movimenti che Justine non può fare, la scuote su di sé energicamente : si direbbe, vedendo i terribili sforzi di quest'Ercole, che non ancora soddisfatto di essere padrone della roccaforte voglia ridurla in polvere. Assalti tanto crudeli fanno soccombere Justine, ma per niente preoccupato, il crudele vincitore solo pensa ad assaporare il proprio piacere. E' attorniato, eccitato, tutto concorre alla sua voluttà: di fronte a lui, alzata sulle reni, la prostituta di vent'anni gli fa succhiare il conno; quella di quaranta, in ginocchio, la faccia tra le natiche, gli traffica il culo, e il furfante intanto scrolla con una mano il bischero del ragazzo di tredici anni e con l'altra il clitoride della prostituta di sedici: non c'è uno dei suoi sensi che non sia solleticato, non uno che non concorra alla perfezione del suo delirio: lo raggiunge, ma la saggia Justine non sente che dolore. Lo scellerato raggiunge da solo il godimento: i suoi sforzi, le sue urla, tutto è un annuncio e la pudica creatura, suo malgrado, è avvolta da una fiammata da lei accesa solo per la sesta parte.

   Ambroise la prende quando ne esce. La sua furia ha solo bisogno di un culo: fortunatamente il suo arnese non fa paura, arriva in fondo in un momento, ma l'incostante non ferma; esce, si rituffa, si ritira per sprofondare di nuovo e, ad ogni intervallo, la sua bocca richiede uno stronzo che infine gli è dato.

   - Ah, porcodio, esclama, quando lo ha, ecco quel che mi ci voleva per scaricare.

   Si risistema; lo sodomizzano; quattro bei culi, due maschio e due femmina, si organizzano attorno a lui; tutti lanciano peti, cacano, loffano; gliela fanno sul naso, sulla faccia, nella bocca; gliene riempiono le mani, e l'impudico, al colmo della felicità, perde sperma inveendo contro la causa d'ogni sua voluttà.

   Sylvrestre arriva. Fotte un conno che gli è già costato sperma, ma nel frattempo vuole succhiare un bischero, e il liquido che egli pompa da quello lo travasa nella bocca di colei della quale gode. Lo fottono; egli scrolla a destra la prostituta di diciotto anni; a sinistra palpeggia il culo di quella di quattordici e particolarmente eccitato dal leggiadro conno di Justine, da quel conno quasi vergine e che rende sempre la virtù immacolata senza macchia della misera fanciulla, il furfante scarica ancora una colta lanciando urla che si sentirebbero a una lega di distanza se il luogo non fosse ben isolato.

   Tuttavia Severino pensa che la disgraziata possa avere bisogno di qualcosa: le offrono un bicchiere di vino di Spagna, ma poco sensibile a tali interessate attenzioni, si abbandona al lacerante dolore che le lacera l'anima. Che situazione, infatti, per una fanciulla che fa risiedere tutta la sua gloria e la sua felicità nella virtù! che trova consolazione ad ogni avversità nella gioia di mantenersi pura! Justine, disfatta, non riesce a sopportare l'orrendo pensiero di essere tanto crudelmente bollata da coloro dai quali doveva attendersi spontaneamente aiuto: le sue lacrime colano copiose, i suoi alti gemiti fanno echeggiare le volte, si rotola per terra, si fa male al seno, si strappa i capelli, invoca i suoi carnefici implorando la morte. Chi lo crederebbe? Sì, invece, chi conosce l'anima dei libertini non si meraviglierà d'alcuno dei loro strani moti: lo spaventoso spettacolo eccita i mostri.

   - Oh, cazzo, dice Severino, non ho mai assistito a una scena tanto bella: guardatela in che stato: è indicibile quel che suscita in me il dolore delle donne! Riacchiappiamola, la sgualdrina,e, per insegnarle ad urlare così, nessun riguardo con lei.

   Ciò detto e avvicinandosi con le verghe in mano, flagella Justine con violenza. Quale somma ferocia! E' mai possibile che quei mostri la spingessero fino al punto di scegliere il momento di una crisi di dolore morale violenta quanto quella della loro vittima per scuscitarne una fisica tanto barbara? Un gitone succhia Severino mentre opera; una prostituta lo frusta. Dopo cento colpi, si fa avanti Clément: ne dà altrettanti: viene fottuto mentre flagella; la più giovane delle prostitute lo scrolla. Antonin segue, e frusta il davanti; colpisce dall'ombelico fino al pube; intanto è socratizzato da una donna e scrollato da un'altra. Ambroise, che traffica nel culo della prostituta di quindici anni e succhia il gitone di otto, ricomincia con il culo per riaprirne le piaghe: non si ferma fino a sessanta. Sylvestre, mentre due donne gli cacano sul naso, vuole flagellare intanto il dorso, le reni e il basso delle cosce. Jérome, al quale la donna di quarant'anni punge le natiche con uno spillone d'oro e che la prostituta di quattordici anni scrolla, condanna tutto e non risparmia niente.

   - Mettiamoci tutti e sei su di lei, dice Severino introducendosi nel culo.

   - Va bene, dice Antonin, impadronendosi del conno

   - Così sia fatto, dice Clément, fottendo nella bocca.

   - Ci scrollerà uno con una mano l'altro con l'altra, dicono insieme Ambroise e Sylvestre.

   - E io, cosa avrò io? dice Jérome.

   - Le mammelle… sono stupende, dice Severino.

   - Non mi piacciono, risponde il libertino.

   - Allora prenditi il culo, dice il superiore, infilandosi fra i due seni.

   Si dispongono;l'infelice inizia la partita sola contro i sei monaci, e gli accessori si dispongono. Sopra Jérome che sodomizza, si dispongono artisticamente i culi delle tre belle sorelline: egli può baciarli fottendo. All'altezza della faccia di Antonin, che inconna, stanno socchiusi, altre graziosi conni. Ambroise, cheè scrollato, restituisce, una mano per ciascuno, ai due gitoni di sedici e di diciotto anni. Sylvestre, anche lui scrollato, strofina le natiche della donnona di trentacinque anni e dirige sulle natiche della prostituta di diciannove il getto di sperma che Justine fa zampillare. Clément, che fotte in bocca, mordicchia, divertendosi, un piccolo conno imberbe e le natiche disegnate appena di un piccolo pederasta. Sono messe a portata di Severino, che fotte le mammelle, quelle della donna incinta che egli tratta un po' duramente, e le natiche di n'altra sultana che il crudele punge con uno spillo. Non c'è nulla di più lubrico dei gesti convulsi del gruppo, composto da ventidue persone: ciò che resta fa attento circolo attorno, e pare che ognuno voglia offrire ai sei principali attori tutto ciò che può dare maggiore eccitamento. Tuttavia Justine sopporta tutto: pesano interamente su di lei. Severino dà il segnale, gli altri cinque lo seguono immediatamente, ed ecco, per la terza volta, la nostra sventurata eroina spudoratamente insudiciata dalle dimostrazioni della disgustosa lussuria degli insigni furfanti.

   - Mi par che basti come accoglienza, dice il superiore mettendosi ad osservare Justine; adesso facciamole vedere che le sue compagne non sono meglio trattate di lei.

   E a questo scopo la mettono su una colonna tronca posta ad una delle estremità della sala e sulla  quale si poteva sedere appena; le gambe pendevano e non aveva dove appoggiarsi o sostenersi, in posizione realmente elevata che avrebbe potuto rompersi un membro se fosse caduta:quello era il trono in cui era fatta sedere la regina della giornata; e una volta lassù le viene raccomandato di osservare attentamente in ogni minimo particolare le scandalose orge che stanno per essere celebrate.

   La prima scena consistette in una fustigazione generale. Le sedici prostitute, persino quella incinta, furono attaccate ad una macchina assai ingegnosa: legate dalla testa ai piedi, una molla scattando faceva loro divaricare le gambe e le cosce quando si voleva di chinare la parte superiore del corpo fino a terra. Erano messe bocconi: le reni e le natiche si trovavano allora ad un'altezza prodigiosa e la pelle era così tesa, dilatata, che in meno di dieci vergate il sangue colava a fiotti. Erano quindi messe supine: il ventre allora cadeva al punto di spaccarsi e siccome grazie ad un'altra molla le cosce, come abbiamo detto, divaricavano prodigiosamente, ne veniva che il pube e la vagina si presentavano ad una tale altezza ed apertura che si sarebbe detto che stessero per spaccarsi. Non appena la macchina fu pronta, Jérome e Clément proposero di mettervi Justine. Severino, tuttavia, che giudicava il culo dell'infelice il più bello del mondo e che voleva goderne per qualche tempo, fa presente che ella aveva giù avuto abbastanza per essere il primo giorno, che dovevano lasciarla riposare e… Ma Jérome lo interrompe; divora con gli occhi l'avvenente creatura; il suo carattere feroce gli impedisce di mettere limiti ai desideri; contrasta la tolleranza di Severino.

   E' forse per riposare che una puttana è qui? dice Jérome infuriato; vogliamo farne delle dame o delle bambole? Fino a quando dovremo sentire continuamente parlare di umanità nel crimine e nella lussuria? Una prostituta, si fermasse qui anche un'ora sola e crepasse nella seconda per le pene e i tormenti che le infliggiamo, farebbe la volontà del destino e noi non avremmo nulla da rimproverarci. Per che cosa se non per soddisfare le nostre passioni, queste sgualdrine sono in casa nostra? e ci stanno secondo una scadenza fissa? Quanta discrezione! e teniamo gli occhi ben aperti sulla legge più saggia che noi stessi ci siamo dati. Apro il libro e leggo: "Uno dei membri della società, qualora desiderasse, per sua propria soddisfazione, la morte di tutti i soggetti componenti i serragli della casa, sarà proibito ad ogni confratello di opporsi, e tutti, di comune accordo, si affretteranno a favorirlo".

   - Vado più in là di Jérome, io, dice allora Clément mentre due prostitute lo scrollano, una datanti e l'altra dietro; chiedo che la nuova arrivata sia, stasera stessa, sottoposta alle torture dell'ultimo supplizio; mi eccita talmente che non posso vederla senza desiderarne la morte, e la chiedo immediatamente.

   - Conosco le nostre leggi quanto Jérome, io, dice Severino flemmatico, ma citando l'articolo che va a favore di quanto desidera, ha dimenticato quanto vi è di limitativo. Apro il libro al medesimo articolo e leggo che, dopo quel che ha letto, dice: "Si farà attenzione a procedere alla condanna del soggetto discreditato unicamente a maggioranza di voti; parimenti avverrà per il supplizio che ne causerà la morte".

   - Ebbene! dice Jérome, mettiamo immediatamente la mia proposta ai voti, e intanto la vittima, durante la discussione, sia, secondo l'uso, stesa su un cavalletto, le natiche verso i suoi giudici.

   Justine è immediatamente afferrata, legata: il suo terrore e la sua angoscia sono tali da udire appena il verdetto. Soggetti di lussuria attorniano i monaci, ognuno dei quali è fra due prostitute e un ragazzo: solo così può giudicare e deve rizzare prima di esprimersi; la decana delle prostitute controlla; tutto è a cielo scoperto. Dopo un attimo di silenzio, il superiore mette ai voti i giorni di Justine, ma solo Jérome e Clément votano  per la morte: gli altri quattro sono del parere di divertirsi ancora un poco con la ragazza. Ella è dunque risistemata al suo posto e, per ottenere immediata distrazione, lo stesso Severino lega sulla macchina infernale la prostituta di diciotto anni, quella che indubbiamente è la più bella di tutte. E' messa bocconi; china; e le sue belle natiche si mostrano in tutto il loro splendore. Ecco come avviene la flagellazione; quella alla quale i lettori assisteranno sarà ripetuta anche per le altre: ogni  monaco esegue a turno; accanto alla vittima c'è una giovanissima prostituta con tutti gli strumenti necessari all'operazione; ella li dà al fustigatore che sceglie, a suo piacere, quello che più gli piace e talvolta li usa tutti; un'altra prostituta, scelta tra le più forti, frusta il monaco mentre opera; e uno dei ragazzini, inginocchiato davanti a lui, lo succhia. Quella che deve subire la fustigazione è costretta a stare in ginocchio, le mani giunte, in un'espressione di dolore e di pentimento; davanti al fustigatore, lo prega, implora la grazia, piange e intanto uno dei monaci, accanto all'agente, lo esorta perché sia disumano e inflessibile, e gli rammenta quali grandi pericoli possono derivare da una pietà male interpretata.

   Tutte le prostitute, anche le più giovani e quelle incinte, tutte sono spietatamente fustigate secondo tale procedura: ogni monaco ne sbriga sedici, sia davanti che dietro. Quasi tutte ricevono doppio trattamento e quel che più le affligge è la flagellazione anteriore perché è per loro più dolorosa dell'altra; e infatti, siccome quegli scellerati cercavano accuratamente e attivamente ciò che più poteva tormentare le sventurate, badavano, fustigando il davanti, a far penetrare all'interno della vagina i nodi della disciplina di cui si servivano in quel momento, in modo da suscitare in quella parte delicata dolori lancinanti; e più la vittima si lamentava nel crudele momento, più urlava, e più i libertini erano trionfanti, meglio rizzavano, e più si divertivano. Non uno tuttavia ora scarica, tanto sono abituati al vizio, tanto sono diventati indifferenti alle più forti e alle più lussuriose scene.

   Terminata questa scena, la donna di quarant'anni e la donnona di trenta andavano a mettersi su un divano: due prostitute andavano una alla volta a mettersi fra le loro braccia ed esse le tenevano ferme: allora i monaci facevano subire all'una o all'altra paziente un supplizio di scelta. Accanto ad ogni vittima erano due gitoni; imposta la penitenza, il carnefice andava a rifugiarsi a sua scelta in quello dei quattro culi che più gli conveniva; gli altri tre si offrivano ai suoi baci; venivano tuttavia inculati nel frattempo e due prostitute si mettevano a disposizione; un'altra, più anziana, non doveva mai scostarsi dal monaco che agiva allo scopo di servirlo durante le sue operazioni e soprattutto nell'atto sodomita, essendo suo dovere umettare il bischero con la bocca i infilarlo con le sue mani nel culo presentato.

   Severino comincia: il più giovane è offerto alla sua passione. Lo scellerato pizzica le natiche con tale violenza da lasciarle tutte nere alla fine dell'operazione; si rifugia nel culo di un pederasta; incula, bacia e tocca indistintamente tutto quel che ha a portata di mano: culo, conno, petto, la sua lussuria non fa differenze: l'uomo preso da  passione non guarda tanto per il sottile; vuole perdere sperma; per riuscirci, tutto va bene; e il superiore ci riesce.

   Clément segue; la graziosa quindicenne è data in preda ai  suoi furori. Lo scellerato si serve di una manciata di spine; sfrega energicamente tutto il corpo della sventurata e bagna immediatamente con l'aceto le vesciche che ha fatto gonfiare: si getta allora su un gitone, ma non rizza abbastanza per scaricare, allora si fa succhiare, e il furfante scarica lasciando il segno dei denti, rabbiosamente, sulle natiche della donna incinta desiderata dalla sua lussuria.

   Si fa avanti Antonin; la bella prostituta di diciotto anni servirà la sua rabbia. Al balordo piacciono i conni è vero, ma ciò non gli impedisce di angariare, tormentare quello dell'affascinante creatura e ciò in modo spaventoso. Non si può immaginare fino a che punto si permetta di recare oltraggio a tale interessante parte: a colpi di spillo; lo crivella scrollandosi; e quando l'atroce barbarie lo ha sufficientemente eccitato, quando è ritto, si rifugia nel conno d'una delle più piccole che ha sostituito il pederasta, e scarica trafficando in quello che ha offeso; tutto ciò mentre lo fottono.

   Arriva Ambroise: il mostro ha voluto come paziente la stessa prostituta che ha servito al confratello, e la prende a pugni come una pelota; li sferra così duri e così precisi da farla cadere svenuta; incula il gitone di tredici anni, lo fottono, lui bacia culi e lo sperma scatta.

   Sylvestre si fa avanti: lo servirà la prostituta di vent'anni; già gli presentano le sue natiche: come sono belle! E' mai possibile essere tanto barbaro da recare oltraggio a ciò che la natura ha fatto di più perfetto?

   - Sentite, dice Sylvestre alla sua vittima: non vi nascondo che quel che ho tenuto in serbo per voi  è spaventoso, ma dipende da voi  evitarlo: fatemi immediatamente un bello stronzo e vi sarà condonato il resto.

   Infame! sapeva che era impossibile; non ignorava che la bella giovane lo aveva poco prima donato a Jérome. La poverina espone l'impossibilità fisica in cui si trova di accordare quanto egli esige.

   - Che seccatura, risponde Sylvestre.

   E prendendo una tenaglia il barbaro le strappa in cinque o sei punti la pelle delle cosce e delle natiche con tale violenza che  il sangue cola da ogni piaga. Un conno è lì; vi sparisce: la sua fottitrice, istruita e che si è tenuta pronta, non dimentica di cacargli sul bischero mentre lui inconna; due altri stronzi gli sono lanciati da due culi maschili; lo fottono e il furfante  scarica bestemmiando contro Dio.

   Rimane Jérome; arriva: si eserciterà sulla ragazza di tredici anni. L'energumeno si serve solo dei propri denti, ma ogni morso lascia una traccia dalla quale esce subito sangue.

   - Sono in uno stato tale che la divorerei, dice il pederasta furioso; la mangerò viva, da molto tempo ho voglia di divorare una donna e succhiarne il sangue.

   Jérome rizzava come un demonio; si getta sul culo del ragazzino di sedici anni, lo infilza, morsica tutto quel che gli capita e scarica mentre lo sferzano.

   I monaci bevono  e riprendono forza mentre la sventurata Justine, sul suo sgabello, sta quasi per svenire. La prostituta di quattordici anni vuole consolarla: è condannata a trecento staffilate che le sono immediatamente date dai sei monaci; il culo stilla sangue.

   - Nessuna pietà, nessuna commiserazione, dice Sylvestre; l'umanità è la morte del piacere; è per soffrire che queste sgualdrine sono qui, e bisogna che il loro destino si compia. Constatato che dei libertini quali noi siamo traggono dal massimo dolore inferto agli oggetti destinati alla propria lussuria il massimo godimento, ammetterete dunque che è venir meno al proprio scopo parlare di pietà. E cosa importa che una puttana soffra, se gente come noi rizza! Le donne, create soprattutto per i nostri piaceri, devono soddisfarli in un modo o nell'altro: se si rifiutano, devono essere uccise come tutti gli esseri inutili, come le bestie pericolose, perché non c'è via di mezzo,tute quelle che non sono utili alle nostre voluttà nuocciono; pertanto sono delle nemiche: ora, la cosa più saggia, in tutti i tempi e in tutti i luoghi, è sbarazzarsi del nemico.

   - Sylvestre, dice Jérome, mi sembra che tu dimentichi i principi della carità cristiana.

   - Detesto, riprende Sylvestre, tutto ciò che è cristiano; un'accozzaglia di simili turpitudini è fatta per avere il minimo influsso su un uomo che sa ragionare? Tale infame religione, fatta per i diseredati, mirava a favorirli e mettere dopo di ciò l'umanità nel rango delle sue virtù, ma porcodio! amici miei, noi che nuotiamo in tutte le voluttà della terra, che bisogno abbiamo di essere caritatevoli? Tale viltà lasciamola a chi teme di non riuscire; a chi pensa sia doveroso essere servizievole con chi egli ha imparato che un giorno potrebbe tornargli necessario: noi che non abbiamo mai bisogno di nessuno, spegniamo tale debolezza nei nostri cuori e facciamovi penetrare la lussuria, la crudeltà e ogni vizio che da esse scaturisce o è rafforzato.

   - Come! Sylvestre, dice Severino, sei convinto che bisogna uccidere i propri nemici?

   - Senza eccezione, riprende Sylvestre; e per riuscirci non c'è inganno, violenza, tradimento o scaltrezza cui non si debba ricorrere; e il motivo è semplice:non è forse vero che quel nemico mi ucciderebbe se lo potesse?

   - Certamente.

   - Perché dunque risparmiarlo? La morte che gli do non è più un oltraggio, ma giustizia; gli risparmio di commettere un crimine; mi sostituisco alla legge e,uccidendo questo nemico, assolvo al dovere  stesso della legge, dunque non sarò mai colpevole. Dico di più: non aspetterò mai, avendone la forza, che i miei nemici si siano apertamente dichiarati tali, per ucciderli; mi sbarazzerò di loro al minimo sospetto, alla più vaga delazione, secondo le apparenze, perché è sempre troppo tardi quando l'uragano siè addensato: non sarebbe prudente da parte mia non prevenirlo. A questo punto devo dire una terribile verità, ma che, in quanto verità, non è possibile tener celata: una sola goccia del nostro sangue vale di più di tutto il sangue che gli altri potrebbero versare; e perciò non si deve mai esitare quando, per conservare quella goccia, ne faremo colare fiumi. E' incredibile quanto si ricavi dai dati dell'egoismo e, disgraziatamente per i filantropi, l'egoismo è la più santa e la più fondata legge della natura. Inutile che altri lo definiscano un vizio: finché sentirò i suoi consigli scolpiti in fondo alla mia anima, seguirò questo impulso e respingerò il vostro errore. Essendo la maggior parte dei moti della natura  funesti alla società, è chiaro che questa ne abbia fatto dei crimini, ma le leggi sociali hanno tutti gli uomini per oggetto mentre quelle della natura sono individuali e conseguentemente preferibili; la legge fatta dagli uomini, per tutti gli uomini, può essere sbagliata, mentre quella ispirata dalla natura, nel cuore di ognuno individualmente, è una legge indubbiamente esatta. I miei principi sono rigidi, lo so, le loro conseguenze pericolose: ma cosa importa, se sono giusti? Sono l'uomo della natura, prima di essere quello della società; ed io ho il dovere di rispettare e di seguire le leggi della natura prima di badare a quelle della società: le prime sono leggi infallibili, le altre sovente ingannano. Secondo tali principi, se le leggi della natura mi costringono a sottrarmi a quelle della società, se esse mi consigliano di sfidarle o di non curarmene, io così farò continuamente, prendendo tutte le precauzioni necessarie alla mia sicurezza perché tutte le istituzioni umane, basate su interessi cui partecipo all'uno per milioni di miliardi non devono mai prevalere su ciò che è strettamente personale.

   - A sostegno dell'eccellente sistema di Sylvestre, dice Ambroise, vedo un'unica cosa: prendere in considerazione l'uomo naturale, isolarlo dalla massa sociale dove è stato posto necessariamente dai suoi bisogni.

   - Se i suoi bisogni ve lo hanno posto, dice Severino, è necessario dunque, per quegli stessi bisogni, che ne osservi le leggi.

   - Ecco il sofisma, riprende Ambroise: ecco ciò che vi ha spinti a fare le leggi, leggi ridicole. Fu solo per debolezza che l'uomo si unì in società, sperando di trovarvi più facilmente ciò di cui ha bisogno, ma se la società glielo accorda a condizioni assai onerose, non fa egli meglio a procurarsi ciò di cui ha bisogno piuttosto che pagare un prezzo tanto alto? non sarebbe più prudente per lui cercare di vivere nei boschi piuttosto che andar mendicando nelle città, alla triste condizione di dover soffocare le proprie tendenze… di sacrificarle all'interesse generale che rende solo dispiaceri?

   - Ambroise, dice Severino, mi sembri, come Sylvestre, nemico delle convenzioni sociali e delle istituzioni umane.

   - Le detesto, dice Ambroise; ostacolano la nostra libertà, attenuano la nostra energia, avviliscono la nostra anima, hanno trasformato la specie umana in un gregge di schiavi che il primo intrigante conduce dove vuole.

   - Quanti crimini dominerebbero la terra, dice Severino, Senza le istituzioni e senza i padroni!

   - Ecco quel che si dice un ragionamento da schiavo, risponde Ambroise: cos'è un crimine?

   - Un'azione contraria agli interessi della società.

   - E quali sono gli interessi della società?

   - Tutta la massa degli intressi individuali.

   - Ma se vi dimostrerò che gli interessi della società sono ben lungi dall'essere il risultato degli interessi individuali e che ciò che voi considerate interessi socialiè, al contrario, solo il sacrificio di sacrifici personali, ammetterete che reimpadronendomi dei miei diritti, anche a costo di ciò che definite crimine, farò tuttavia bene a commeterlo, perché ristabilisce l'equilibrio, e mi restituisce quella parte di forza che avevao ceduto ai vostri fini sociali a prezzo di una felicità altrimenti negatami? Accettata l'ipotesi, cosa significa crimine, secondo voi? Eh! no, no, non esiste crimine: esiste solo qualche infrazione al patto sociale; ma io devo disprezzarlo, questo patto, quando impulsi che mi vengono dal cuore mi avvertono che non può assolutamente concorrere alla felicità della mia vita; devo preferire tutto ciò che la offende, dal momento che dal recare oltraggio nasce la vera felicità per me.

   - Già, davvero, dice Antonin, mentre mangia e beve come un orco, una conversazione davvero immorale!

   - E secondo voi cos'è morale, dite? domanda Ambroise.

   - Il modo in cui, dice Severino, gli uomini procedono lungo il sentiero della virtù.

   - Ma, riprende Ambroise, se la virtù è essa stessa  una chimera come lo è il crimine, in che modo gli uomini dovrebbero procedere lungo il sentiero di tale chimera? Mettetevi in testa che non esistono né virtù né crimine, che l'una e l'altro di tali modi di essere sono locali e geografici, che nulla è definitivo al riguardo e che è assurdo farsi guidare dalle proprie tendenze; abbandoniamoci ciecamente a tutto ciò che esse ispirano, e on cadremo mai in errore.

   - Sei convinto che non ne esistano di cattive?

   - Sono convinto che non se ne possa vincere neppure una; mi limito a dirvi che le giudico tutte buone perché o la natura non sa quel che fa o ha posto in noi quelle tendenze necessarie alle sue intenzioni verso di noi.

   - E così, prosegue Jérome, le anime perverse di Tiberio e di Nerone erano secondo natura?

   - Certamente; e i loro crimini sono stati utili alla natura, perché non esiste un solo crimine che non sia utile ad essa, non uno solo di cui non abbia bisogno.

   - Sono cose talmente dimostrate e risapute, dice Clément, che mi domando perché se ne continui a parlare.

   - Mi diverte la depravazione che comportano, dice Severino; ecco perché mi sono assunto la  parte avversa ai pre-oratori; è stato per offrire un'occasione di esercitare le loro facoltà di ragionamento.

   - Ti rendiamo atto, dice Ambroise, della nostra certezza che sull'argomento hai voluto porti come controversità e che i sentimenti che ho messo a nudo sono nel tuo animo come nel mio.

   - Spero che nessuno ne dubiti, dice Severino; forse li spingo persino più lontano: fino al punto di desiderare un crimine così grande da soddisfare ogni mia passione; e fra quelli che conosco, difficilmente trovo alimento con cui saziare le passioni che mi divorano; tutto è al di sotto dei miei pensieri e nulla mi soddisfa.

   - Da secoli sono al tuo stesso punto, dice Jérome, e sono vent'anni che rizzo solo se penso a un crimine superiore a tutti quelli che l'uomo può commettere a questo mondo; e sventuratamente non lo trovo: tutto quel che facciamo qui no è che la parvenza di quel che vorremmo poter fare; e l'impossibilità di offendere la natura è, secondo me, il maggior supplizio dell'uomo.

   - Voi rizzate, Jérome? dice Severino.

   - Non parliamone, amici miei; guardate il mio membro, com'è floscio. Ah! che rizzi o che non rizzi, sento sempre appetito di male, sempre desiderio di farne e a sangue freddo ne ho commessi più di quanto ne abbia perpetrati nel delirio.

   - E così, dice Severino, avete preso l'abito solo per ingannare gli uomini?

   -    Certamente, risponde Jérome; è il mantello dell'ipocrisia, quello che dobbiamo portare continuamente. La maggiore di tutte le arti è quella d'ingannare; non ne esiste un'altra altrettanto utile sulla terra: non è la virtù che serve agli uomini, ma la sua apparenza; solo questo chiede la società; gli uomini non vivono abbastanza insieme per aver veramente bisogno della virtù: il guscio è sufficiente a chi non va mai al nocciolo.

   - Ed ecco spuntare nuovi vizi, perché mille ne nascono dall'ipocrisia.

   - Una ragione in più per amarla, dice Jérome. Vi confesso che in gioventù non fottevo mai tanto volentieri come quando l'oggetto cadeva nei miei trabocchetti a forza di astuzie e di ipocrisie: dovrò un giorno raccontarvi la storia della mia vita.

   - Bruciamo dal desiderio di udirla, dicono insieme Ambroise e Clément.

   - Sentirete, risponde Jérome, se mai mi sono stancato del crimine.

   - E come si potrebbe? dice Sylvestre, cosa scuote maggiormente l'anima? cosa, come il crimine, solletica maggiormente i sensi? Oh! cari amici, potessimo commetterne uno ogni minuto del giorno!

   - Pazienza, pazienza, dice Severino continuando nella parte del controversista, verrà il giorno in cui la religione tornerà nei vostri cuori, in cui le idee dell'Essere supremo e del culto gli dobbiamo, cancellando tutte le illusioni del libertinaggio, vi costringeranno a dedicare a Dio tutti gli slanci di un cuore che avevate permesso schiavo del crimine.

   - Mio caro, dice Ambroise, la religione domina esclusivamente coloro che sono incapaci di spiegare qualcosa senza il suo aiuto: è il non plus ultra dell'ignoranza, ma al nostro giudizio di filosofi la religione non è che una fola assurda, degna del nostro disprezzo. E quali nozioni ci dà, questa sublime religione? vorrei che qualcuno me lo spiegasse. Più la si esamina e più ci si avvede che le sue chimere teologiche sono fatte per ingarbugliare le idee: mutando tutto in mistero, questa fantastica religione ci offre quale causa di ciò che non intendiamo qualcosa che intendiamo ancor meno. E' spiegare la natura attribuire i fenomeni ad agenti sconosciuti, a potenze invisibili, a cause immateriali? La mente umana si sente soddisfatta quando si sente dire che la spiegazione di ciò che non intende sta nell'idea ancora più incomprensibile di un Dio mai esistito? La natura divina, inconcepibile, e che ripugna al buon senso e alla ragione, può indurre a concepire la natura dell'uomo già tanto difficile da spiegare? Domandate a un cristiano, cioè a un imbecille, perché è da imbecilli essere cristiani, domandategli, ripeto, qual è l'origine del mondo: vi risponderà che Dio ha creato l'universo; domandategli ora chi è questo Dio: non ne sa niente; cosa è creare: non ne ha la minima idea; qual è la causa delle pesti, delle carestie, delle guerre, delle siccità, delle inondazioni, dei terremoti: vi risponderà che sono la collera di Dio; domandategli qual è il rimedio a tutti i mali: vi dirà: le preghiere, i sacrifici, le processioni, le offerte, le cerimonie religiose. Ma perché il cielo è irato? perché gli  uomini sono cattivi. Perché gli uomini sono cattivi? perché la loro natura è corrotta. Quale la causa di tale corruzione? Perché, vi dicono, il primo uomo, sedotto dalla prima donna, ha mangiato una mela, che il suo Dio gli aveva proibito di toccare. Cosa spinse quella donna a compiere tale sciocchezza? il diavolo. Ma chi ha creato il diavolo? Dio. Ma perché Dio ha creato il diavolo, destinato a pervertire il genere umano? Lo si ignora; è un mistero nascosto nel seno della Divinità, essa stessa un mistero. Volete continuare? volete domandare a quell'ignorante qual è il principio nascosto delle azioni e degli impulsi del cuore umano? Vi risponderà che è l'anima. E che cos'è l'anima? è uno spirito. Che cosa è uno spirito? una sostanza che non ha né forma né colore né estensione né parte. Come si può concepire una tal simile sostanza? come può muovere un corpo? Non si sa, è un mistero. Le bestie hanno anima? No. E allora come mai le vediamo fare, sentire, pensare, assolutamente come gli uomini? Qui silenzio, non sanno più cosa dire: e la spiegazione è semplice: se attribuiscono un'anima agli uomini il motivo va cercato nel loro interesse di farne quello che vogliono, in virtù del dominio che si arrogano su tali anime; invece non hanno lo stesso interesse con quella delle bestie, e un dottore in teologia si sentirebbe troppo umiliato di trovarsi nella necessità di assimilare la sua anima a quella di un porco. Ecco dunque le puerili soluzioni che occorre partorire per spiegare i problemi del mondo fisico e morale!

   - Ma, se tutti gli uomini fossero filosofi, dice Severino, non avremmo la soddisfazione di essere i soli; ed è grande soddisfazione uno scisma, grande voluttà non pensare come tutti gli altri.

   - Sono anch'io di questo avviso, dice Ambroise, e non si deve mai togliere la benda dagli occhi del popolo; deve marcire nei suoi pregiudizi, è fondamentale. Dove sarebbero le vittime della nostra scelleratezza, se tutti gli uomini fossero dei criminali! Si tenga sempre il popolo legato al giogo dell'errore e della menzogna; appoggiamoci sempre allo scettro del tiranno; proteggiamo i troni: essi proteggeranno la Chiesa, e il dispotismo, figlio nato da questa unione, sosterrò i nostri diritti nel mondo. Gli uomini si guidano con il bastone; vorrei che tutti i sovrani (e ci guadagnerebbero) estendessero maggiormente la nostra autorità, che non ci fosse stato dove non fosse presente l'Inquisizione. Guardate come essa tiene legato il popolo al sovrano; mai tali catene saranno tango lunghe e salde quanto in quei paesi in cui l'augusto tribunale si è incaricato di saldarne gli anelli. Qualcuno si lamenta che è sanguinario: che importa! non è più importante avere dodici milioni di sudditi sottomessi che ventiquattro che non lo sono? Non dipende dal numero dei sudditi la grandezza di un principe, ma dall'ampiezza del suo potere su di essi, dalla totale sottomissione degli individui sui quali regna; e tale sottomissione non si realizzerò mai senza l'aiuto del tribunale dell'Inquisizione che, vegliando sulla sicurezza del principe e lo splendore del suo impero,immolerà ogni giorno tutti coloro che minacciano e l'uno e l'altro. Eh! che importa se costa sangue cementare i diritti di un sovrano! Se tali diritti vengono persi, il popolo ricade nell'anarchia le cui conseguenze sono le guerre civili; e quel sangue che avete tanto erroneamente risparmiato, non colerà allora in maggior quantità?

   - Credo, dice Sylvestre, che quei buoni Domenicani debbano provare nei loro soprusi inquisitoriali alimento gustoso alla loro lubricità.

   - Certamente, dice Severino. Ho vissuto sette anni in Spagna; ero molto legato con l'attuale inquisitore. Non c'è, mi disse un giorno, despota asiatico il cui harem valga le mie prigioni: donne, fanciulle, ragazzi, ho a mia disposizione tutti i sessi, tutti i generi, tutte le età, tutte le nazionalità; a un mio cenno, tutti ai miei piedi; i miei eunuchi sono i miei secondini, la morte la mia mezzana; non potete immaginare quel che rende il timore che essa ispira.

   - Ah! cazzo, esiste solo questo, dice Jérome, ricominciando a rizzare e che, quindi, aveva afferrato la prostituta di diciotto anni; oh! no! l'unico vero godimento è quello dato dal dispotismo: dobbiamo violentare l'oggetto desiderato; più nessun piacere se si dà.

   E tale idea voluttuosa, infiammando i nostri interlocutori, fece capire che la cena sarebbe finita in un baccanale.

   - Vorrei che ci svagassimo un pochino con queste due donne incinte, dice Antonin, che le aveva messe tutte e due in quello stato.

   Ed essendo stata accolta la proposta, fanno avanzare in mezzo alla stanza un piedistallo alto dieci piedi, sul quale le due sventurate, legate schiena contro schiena, potevano posare appena un piede. Tutto attorno, in un diametro di tre piedi, ci sono spine e rovi alti fino a dieci pollici; costretta a tenersi ritte su un piede solo, vengono munite di una canna pieghevole per sostenersi: è evidente da un lato che non conviene loro cadere e dall'altro l'impossibilità di mantenersi in quella posizione. Dalla crudele alternativa nasce il piacere dei monaci. Essi circondano il piedistallo; attorniati a loro volta da oggetti di lussuria, non uno che non abbia almeno tre vicino, che li eccitano in vari modi durante lo spettacolo. Sebbene incinte, le sventurate rimangono un quarto d'ora in quella posizione. Quella di trent'anni,incinta di otto mesi, perde per prima le forse; vacilla, trascina la compagna nella caduta: tutte e due lanciano grida acute cadendo sui pungenti rovi che le accolgono. I nostri scellerati, pieni di vino e di lussuria, si precipitano come furie su di esse: gli uni le percuotono, gli altri le strofinano con le spine che le coprono, questi sodomizzano, quelli inconnano, allorché  violenti doglie avvisano l'assemblea che la prostituta di trent'anni sta per sbarazzarsi del suo fardello. Ogni soccorso le è regolarmente rifiutato: la natura aiuta se stessa, ma è un cadavere che dà alla luce… un triste cadavere che costa la vita alla madre. A questo punto le teste si esaltano al massimo: tutti i monaci scaricano contemporaneamente, tutti inondano simultaneamente o dei conni o dei culi o delle bocche; colano fiumi di sperma; spaventose bestemmie fanno echeggiare le volte; e la calma infine rinasce. I morti vengono portati da una parte, dall'alte le vittime rientrano nel serraglio; e il superiore rimasto solo con Justine e la giovane di venticinque anni che si chiamava Omphale, della quale si è tracciato prima il ritratto, dice alla nostra eroina:

   - Avete visto, figliuola, che vi ho salvato la vita; senza di me sareste stata condannata. Seguite questa giovane, vi sistemerà, vi dirà quali sono i vostri doveri; e rammentate che solo con la sottomissione più completa, con la rassegnazione più ampia eviterete che mi penta di aver fatto quel che ho fatto per voi. Vediamo il vostro culo.

   L'umile e dolce Justine si volta tremando.

   - Le vostre natiche vi hanno salvata, prosegue il monaco, la loro forma mi piace immensamente: tocca a voi eccitare e regolare come si conviene i desideri che m'ispireranno perché l'indifferenza sarà per voi pericolosa quanto la sazietà, e vi punirò sia se non m'ispirerete niente sia se mi avrete fatto sentire troppo.

   - Che difficoltà, padre mio! siate con me più generoso e magnanimo; degnatevi di restituirmi la libertà che mi avete tanto ingiustamente rubata: vi benedirò per il resto dei miei giorni.

   - Certe benedizioni, cara figliola, riprende il monaco, non contribuirebbero certo alla mia felicità mentre il piacere di legarvi alla mia lussuria l'aumenta infinitamente.

   E Severino, servito da Omphale, introduceva il bischero, continuando a parlare, nel buco del culo di Justine; dopo qualche avanti e indietro, si ritira.

   - La porterei con me anche stasera, dice a Omphale, se primizie maschili non mi aspettassero stanotte, ma sarà per uno di questi giorni. Istruitela, cara, e ritiratevi.

   Il superiore scomparve, e le nostre due sultane rientrarono nel serraglio, le cui porte di bronzo si chiusero alle loro spalle.

   Justine troppo stanca, troppo presa da quanto era accaduto, non vide niente, non udì niente quella sera; suo unico pensiero fu riposare, e la sua istitutrice, anch'essa stanca, non si oppose di certo.

   Il giorno seguente Justine, aprendo gli occhi, si trovò in una delle celle già descritte. Si alzò, osservò l'ampiezza del locale e contò le camere che, come la sua, si aprivano attorno alla sala con in mezzo la tavola rotonda, alla quale potevano sedere trenta persone.

   Quando Justine si alzò un grande silenzio regnava ancora. Percorse allora tutto e vide che quel salone prendeva luce da una finestra molto alta, con triplice inferriata. Le celle non erano chiuse: ogni prostituta poteva passare nella sala o da una compagna quando voleva, ma non poteva chiudersi in camera. I nomi delle prostitute erano incisi su ogni porta: fu così che Justine trovò Omphale e sul primo impulso fu di gettarsi fra le braccia della bella fanciulla i cui modi dolci e timidi facevano supporre, e a ragione, un'anima capace di comprenderla.

   - Oh! cara, disse sedendo sul suo letto, non riesco a riprendermi né dai soprusi che mi sono stati fatti né da quelli di cui sono stata testimone. Se, ahimè, la mia immaginazione si è mai soffermata sulla gioia del godere, sempre l'ho creduta pura come il Dio che l'ispira agli uomini: data da lui quale consolazione, pensavo che scaturisse dall'amore e dalla delicatezza; ero ben lontana dal supporre che come le belve essi potessero godere solo facendo soffrire le loro compagne. O gran Dio! continuò con un profondo sospiro, sono ormai convinta che nessuna azione virtuosa sgorgherà dal mio cuore senza essere seguita immediatamente da una pena! eh! che male stavo facendo, gran Dio! venendo in questo monastero per ottemperare ai miei doveri religiosi? è offendere il cielo voler pregare? Incomprensibili disegni della Provvidenza, degnatevi, continuò, di palesarvi, se non volete che il mio cuore si ribelli.

   Un mare di lacrime Justine sparse sul seno di Omphale dopo tali amari lamenti; e la tenera compagna, abbracciandola, l'esortò al coraggio e alla pazienza.

   - O Justine! le disse affabile, ho pianto come te i primi giorni, ora mi sono abituata; ti abituerai anche tu. Agli inizi è terribile: il supplizio della nostra vita non è soltanto appagare le passioni di questi libertini, è aver perduto la libertà, è il modo con cui siamo trattate in questa orrenda prigione, è la morte che aleggia continuamente sulle nostre teste.

   Le sventurate si consolano vedendo che non sono sole. Per quanto cocenti fossero i dolori di Justine, ella si calmò per pregare la compagna di metterla al corrente dei dolori e dei tormenti che l'attendevano.

   - Un momento, disse Omphale, nostro primo dovere, cui non possiamo sottrarci. è presentarti a Victorine. E' la direttrie del serraglio, e gode qui di un'autorità maggiore di quella dei monaci; da lei dipendiamo tutte. Sa fin da ieri che sei arrivata, e ti giudicherebbe molto male se tua prima cura, oggi, non fosse quella di recarti a farle visita. Va a metterti un po' in ordine, e torna a prendermi; ora io mi alzo e vado ad avvisarla.

   Justine, spaventata da questo nuovo dovere, fa come le è stato detto, e dopo essersi brevemente messa in ordine, torna dall'amica. Ancora un poco in disordine, abbattuta, attraente quasi per i dolori e le fatiche, tutto concorreva a dare all'affascinante fanciulla un'insuperabile avvenenza da essere impossibile guardarla sena commozione, e a qualunque sesso fosse dato di osservarla, sicuramente avrebbe suscitato ammirazione. Profittiamo del momento in cui Omphale descrive a Justine il carattere e l'aspetto della direttrice per ritrarla anche noi.

   Victorine era alta e aveva trentotto anni, bruna, secca, ardenti occhi neri, bei capelli, bei denti, profilo romano, espressione cattiva, voce forte, modo di fare e carattere duri; intelligente, molto crudele, molto immorale, estremamente corrotta, profondamente empia; particolarmente orgogliosa della sua mansione, che svolgeva con dispotismo e tirannia. Vedremo continuamente, da quanto Omphale dirà a Justine, come i sudditi del serraglio dipendessero da lei e quale dominio potesse esercitare su di essi. Victorine possedeva e tutti i gusti e tutti i vizi: fottitrice, lesbica, sodomita, tutto le piaceva, a tutto era dedita: e sommava a tali difetti quello della golosità, dell'ubriachezza, della menzogna, della calunnia, della malvagità e la più completa depravazione. Questa donna, come si vede, era un vero mostro, dal quale non potevano derivare che orribili cose.

   Da otto anni la megera era alla testa di tutto, vivendo nel convento per sua libera volontà. Solo lei aveva il permesso di uscire quando lo richiedevano gli affari della casa, ma siccome pendeva su di lei la spada della giustizia ed era segnalata in tutta la Francia, profittava raramente di tale privilegio e, per sicurezza personale, non pensava di allontanarsi molto da un luogo in cui tutto le assicurava l'impunità che assai difficilmente avrebbe trovato altrove.

   L'appartamento di Victorine, composto da una stanza da pranzo, da una  camera da letto e da due salottini, era tra il serraglio dei maschi e quello delle femmine; comunicava facilmente e con l'uno e con l'altro e li teneva entrambi sotto la sua sorveglianza.

   Le nostre due odalische si presentano alla sua porta.

   - Signora, dice Omphale, ecco la nuova arrivata; il reverendo Padre superiore me l'ha affidata perché l'istruisca, e non le ho dovuto dire niente  prima di aver avuto l'onore di presentarvela.

   Victorine stava per mettersi a tavola: un tacchino con tartufi, fra un paté del Perigueux e una mortadella di Bologna con attorno sei bottiglie di Champagne; niente pane: non ne mangiava mai.

   - Vediamo, dice a Omphale, fa avvicinare questa giovane… Ma guarda! è graziosa… davvero graziosa! ecco i più begli occhi e la bocca più deliziosa che abbia visto da molto tempo… E com'è ben fatta! Datemi un bacio, tesoro.

   E la lesbica posa sulle rosee labbra della più bella figlia dell'Amore un bacio ardente e impudico.

   - Ancora, dice, e più lingua, spingetela più avanti possibile; guardate come faccio io con la mia: così fa piacere.

   Justine obbedisce: unico modo di resistere all'essere dal quale dipende la nostra sorte! E il bacio più lascivo e più prolungato è il risultato della sua cortesia.

   - Omphale, prosegue la direttrice, questa fanciulla mi piace; la scrollerò; non ora, perché sono sfinita, ho fottuto come una prostituta; e dopo aver trascorso la notte con quattro ragazzi del serraglio, per rimettermi stamattina scrollerò due ragazze. Mettila nella classe delle vestali; data l'età, là deve essere messa; mettila al corrente di tutto e riconducila qui stasera: se non dovrà partecipare alla cena, dormirò con lei, altrimenti, sarà per domani. Tirale su le gonne, voglio vedere com'è fatta.

   E avendo Omphale obbedito, avendo girato e rigirato la compagna, in tutti i sensi, Victorine la palpa, bacia, traffica e pare soddisfatta.

   - E' bianca e ben fatta, dice; deve scaricare come un angelo. Addio; devo mangiare: vedremo stasera.

   - Signora, dice rispettosamente Omphale, la mia compagna non si ritirerà prima di aver avuto l'onore di avervi dato il bacio che solitamente concedete alle novizie.

   - Ah! vuole baciare il mio culo? dice la spudorata.

   - E il resto, signora, e il resto.

   - Suvvia, mi va bene.

   E la matrona tirando su le gonne, prima dietro, fin sopra le reni, offre alla bocca fragrante della nostra eroina il culo più libertino, più impuro e più avvizzito che mai fu dato di vedere… che Justine, guidata da Omphale, bacia rispettosamente prima sulle natiche poi sul buco.

   - Lingua, più lingua, insomma! dice brutalmente Victorine.

   E la nostra miserella, costretta a fare sentire i titillamenti, fa come richiesto, anche se con estrema ripugnanza. La direttrice alza le gonne davanti; ma, rimanendo seduta, si limita ad aprire le cosce: Dio! che antro offre all'osssequio di Justine!... cloaca tanto più disgustosa in quanto ancora tutta impiastricciata dello sperma con il quale si era fatta inondare quella puttana per tutta la notte. Anche qui la novizia dimentica per la seconda volta il rito della lingua e se Omphale non le avesse fatto un segno, avrebbe finito per esporsi ancora una volta ai rimproveri dell'insaziabile Messalina.

   Infine, terminate le disgustose cerimonie, Justine e Omphale si ritirarono, con l'ordine di tornare la sera, se Justine non avesse partecipato alla cena, o la mattina seguente, se doveva.

   Le due amiche passarono nella cella di Justine; e fu là che Omphale diede alla compagna gli interessanti particolari che noi trasmettiamo al lettore.

   - Come vedi, cara amica, le disse prima di andare insieme nella camera, tutte le celle sono uguali; tutte hanno un guardaroba con una toeletta, un bidè, una sedia con il buco, e nella stanza dove si dorme tute hanno un lettino con tela indiana, un sofà, una sedia, una poltrona, un cassettone con lo specchio, un comodino da notte e uno stipo. Non esiste differenza alcuna fra le celle delle femmine e quelle dei maschi. I letti sono buoni: due materassi e un pagliericcio, due coperte per l'inverno, una per l'estate, un copripiedi, cambio di lenzuola ogni quindici giorni, ma nessun riscaldamento: quella grande stufa scalda tutto, e là ci riuniamo. Vedi che le finestre sono inaccessibili, si può appena arrivarci; e quand'anche si arrivasse, triplici grate impediscono persino l'aria. Tre porte di ferro chiudono l'entrata del serraglio dalla parte del salone delle feste, e anche quella che comunica con l'appartamento di Victorine è chiusa a chiave durante la notte.

   - Mi pare, disse Justine, che non tutte le porte hanno indicato un nome: perché questa differenza?

   - Vengono tolte le targhette di quelle che non ci sono più, disse Omphale; e siccome oggi ne mancano due, ecco perché qualche cella non porta scritto sopra il nome.

   - E che è stato delle due che dici? disse Justine

   - Non lo indovini? disse Omphale, non ricordi la fine fatta dalla povera donna incinta ieri sera?

   - Oh! cielo, mi fai rabbrividire! Ma un vuoto nella classe delle più giovani!

   - E cosa importa, la natura o la ragione parlano al cuore di quegli scellerati? Ma abbi un po' di pazienza, Justine, e permettimi di procedere con ordine. Prima che cominci, dà un'occhiata al salone; ecco le nostre compagne che stanno riunendosi per pranzare; osserva l'insieme: andremo nella tua cella dopo, e continueremo a chiacchierare.

   Justine accettò: tutte le compagne la circondarono e così ebbe modo di vedere riunite ventotto giovani, le più nelle che fosse dato trovare in tutta Europa. Ad un invito di Omphale, affinché Justine potesse meglio esaminare la leggiadria che la circondava, tutte di disposero per classi. Justine e la sua istitutrice le passarono in rivista, ed ecco qui gli oggetti che più colpirono la nostra eroina:

   Notò dapprima fra le vergini una fanciullina di dieci anni che l'Amore stesso pareva aver avuto particolare cura di far bella.

    Una di diciassette anni la colpì particolarmente fra le vestali: aveva volto ovale, un po' triste ma molto attraente, pallido, salute delicata, timbro di voce dolce, vera eroina da romanzo.

   Fra le sodomiste, gli occhi di Justine si posarono su un'affascinante giovane di vent'anni, fatta come Venere; biancore abbacinante, espressione dolce, aperta, sorridente, superbi capelli, bocca un po' grande ma ornata in  modo ammirevole, e bei capelli castani.

   Infine, fra le sculacciate, suscitò la sua attenzione una donna di ventotto anni, vero modello di bellezza e di corpo, e così fresca da far invidia a Flora stessa.

   Una donna di quarant'anni la meravigliò fra le matrone, sia per la regolarità dei tratti sia per le carni sode e gli occhi luminosi.

   Ci limitiamo qui ad accennare a ciò che stupì Justine: se dovessimo ritrarre tutto quel che tale collezione offriva di leggiadro, non una di quelle seducenti creature trascureremmo.

   Justine ne rimase abbagliata; e, certo, un'altra che non fosse stata lei sarebbe rimasta oltremodo lusingata dai complimenti che le furono rivolti, anche fra quelle graziose creature. Esaminato tutto, le due amiche si appartarono: e quel che leggeremo nel capitolo seguente sono le spiegazioni che Justine ricevette dalla sua istitutrice.

 

 

   ∼∼∼         ∼∼∼    ❖ ❖ ❖

 

 

   - Ti devo istruire, disse Omphale, su quattro principali punti: nel primo tratteremo di tutto ciò che concerne la casa; nel secondo l'abito delle donne,i doveri e le punizioni, e l'alimentazione; il terzo punto t'istruirà sul tipo di piaceri dei monaci, del modo come le femmine o i maschi servono le loro voluttà; il quarto sarà l'elencazione delle riforme e dei mutamenti.

   Ti parlerò poco, Justine, delle fabbriche formanti il corpo di questa spaventosa dimora; me le hanno fatte vedere illuminate perché potessi darne un'dea a quelle che sono incaricata d'istruire, e convincerle dell'impossibilità di una fuga. Ieri, Severino ti ha spiegato in parte e non ti ha ingannata. La chiesa e il padiglione annesso formano ciò che è detto il convento, ma tu ignori l'ubicazione dei corpi che costituiscono le nostre abitazioni, come ci si arriva; ecco:

   In fondo alla sacrestia c'è una porta nascosta tra l'alto zoccolo in legno,che si apre con uno scatto segreto. Tale porta è l'entrata di un budello buio e lungo; entrandovi il terrore è tale che è impossibile accorgersi di quanto sia tortuoso. Prima, il budello è in discesa perché deve passare sotto un fossato profondo trenta piedi: là c'è un ponte, sul quale forse ricordi di essere passata. Il passaggio poi risale e continua a solo sei piedi sotto terra; così arriva al sotterraneo del nostro padiglione, svolgendosi per circa duecento tese e così, hai visto anche tu, tramite una botola si sbuca fuori, nella sala da pranzo. Sei cinte di agrifoglio e di rovi, spesse tre piedi, impediscono ogni possibile visione della dimora, anche se si salisse in cima al campanile. La ragione è semplice: il padiglione ha un'altezza non più di cinquanta metri e le sei siepi che lo circondano sono alte più di sessanta. Da qualunque punto si osservi, questa parte non può essere che scambiata per una grossa macchia di bosco e mai per un'abitazione. Questo padiglione, mia cara, volgarmente chiamato il serraglio, è composto da sotterranei, un pianterreno, un mezzanino e un primo piano; la volta che lo ricopre è munita in tutta la sua superficie da una specie di bacile di piombo assai spesso, nel quale sono piantati differenti arbusti sempreverdi che, accordandosi con le siepi che ci circondano, danno maggiormente l'illusione di un autentico boschetto assai folto. I sotterranei formano un gran salone al centro e dodici stanzini intorno; sei servono da cantina, gli altri sei da prigione per i soggetti dell'uno o dell'altro sesso che abbiano meritato tale punizione; e i casi sono talmente frequenti che mai vi è un posto libero. La pena è orribile; tutti gli accessori del più estremo rigore sono presenti; l'umidità è innanzi tutto insopportabile; si viene rinchiusi completamente nudi e a pane e acqua.

   - Mio Dio! esclamò Justine, quegli scellerati hanno la crudeltà, l'impudicizia di rinchiudere nudi in un luogo tanto malsano?

   - Certo; nulla viene accordato, né una coperta né un vaso per i bisogni; se vedono che si cerca un angolo per farli, si è picchiati; essi ci obbligano a rimetterli un po' qui e un po' là, in mezzo alla stanza, e solo là è permesso di liberarsi.

   - Quale ricerca di sporcizia e di barbarie!

   - Oh! tutte quelle del dispotismo  e della lussuria sono incredibilmente applicate! Talvolta si viene incatenati nelle celle; e vengono immessi con voi topi, lucertole, rospi, bisce. Molte di noi sono morte, solo per essere rimaste otto giorni in queste cloache: d'altra parte non si rimane mai meno di cinque e molto spesso mesi interi. Ne riparleremo.

   Sopra tali sotterranei, si trova la sala dei banchetti, nella quale sono celebrate le orge di cui fosti testimone ieri. Dodici stanzini sono tutto attorno: sei servono da salottino dei monaci; è là che si chiudono quando vogliono isolare i loro piaceri… sottrarli alla vista della compagnia… Tali stanze, ornate dalle mani della lussuria e della voluttà, racchiudono tutto ciò che può servire per i supplizi. Delle altre sei, in due non è mai entrato nessuno del serraglio; ne ignoriamo completamente l'uso; due alter servono per conservarvi i cibi; la penultima è una dispensa e l'ultima la cucina. Al mezzanino ci sono dodici stanze, delle quali sei munite di salottino: sono quelle dei monaci; nelle altre sei, due confratelli addetti ai servizi, uno carceriere delle donne, l'altro degli uomini, una cuoca, una governante, una sguattera e il chirurgo, con tutto quello che occorre per i primi soccorsi. Un particolare assai importante è che tutte quelle persone, eccetto il cuoco e il chirurgo sono mute. quale aiuto attenderci, quali consolazioni ricevere da persone come loro! Non si fermano mai, d'altra parte con noi, e a noi è proibito, pena severi castighi, di rivolger loro la parola o fare un qualche cenno.

   Sopra i mezzanini i due serragli: sono uguali. Hai avuto modo di osservarne le chiusure e hai capito che anche se si riuscisse a spezzare le sbarre delle inferriate delle nostre finestre e scendere, si sarebbe ancor lontani dall'avere la possibilità di fuggire perché si dovrebbero superare ancora le siepi vive, la spessa muraglia che forma la settima cinta e l'ampio fossato che circonda tutto. E se tutti gli ostacoli fossero superari, dove si arriverebbe? nella corte del convento, che, sempre chiusa, non sarebbe certo il miglior modo di uscire.

   Per evadere in modo meno periglioso si dovrebbe, lo ammetto, trovare nella sala da pranzo il punto dove finisce il passaggio, ma indipendentemente dal fatto che è impossibile scoprirlo, non ci è mai permesso rimanere sole in quella sala. Una volta entrati nel budello, non si sarebbe ancora in salvo: è sbarrato, in più di venti punti, da cancelli, e solo loro ne hanno la chiave, senza contare i diversi trabocchetti in cui cadrebbe chi, come noi, non conosce com'è fatto.

   Bisogna dunque rinunciare all'evasione, mia cara; è impossibile. Ah! ti assicuro che se fosse fattibile sarei stata la prima, e da molto tempo, a fuggire dall'orribile dimora. Ma non è possibile; solo la morte spezza qui le nostre catene, e da ciò nasce la spudoratezza, la crudeltà, la tirannia di quei mostri verso di noi. Nulla li infiamma, nulla esalta maggiormente la loro immaginazione quanto l'impunità garantita da questo inattaccabile ritiro. Sicuri di non avere testimoni dei loro eccessi all'infuori delle vittime che li saziano, sicuri che mai le loro dissolutezze saranno rivelate, le spingono odiosamente oltre il tollerabile. Immuni da ogni vincolo della legge, avendo spezzato quelli della religione, ignorando il rimorso, non ammettendo  né Dio né il diavolo, non c'è atrocità che non si permettano e, in tale crudele apatia, le loro abominevoli passioni sono ancor più stuzzicate e niente, essi dicono, li infiamma quanto la solitudine e il silenzio, quanto la debolezza da un lato e il dispotismo dall'altro.

   I monaci dormono in questo padiglione ogni notte; arrivano alle cinque della sera, e tornano al convento il giorno seguente verso le nove, tranne uno poiché a turno trascorrono qui la giornata: questi viene chiamato il reggente incaricato. Vedremo le sue mansioni.

   Quanto ai servi, non si muovono mai; la direttrice ha nella sta stanza un campanello collegato con la loro e, non appena li chiama, sia per le sue necessità o nostre, accorrono. I monaci portano loro stessi, venendo nel serraglio, le provviste quotidiane; le consegnano alle persone incaricate di preparare i cibi, che vengono ammanniti seguendo e loro disposizioni; c'è una fontana d'acqua buonissima nei sotterranei e ottimo vino nelle cantine.

   Passiamo al secondo punto: all'abito delle donne, al loro nutrimento, alle loro punizioni, eccetera.

   Il nostro numero è sempre fissato a trenta; non appena diminuisce si fa di tutto per ricomporlo. Hai visto che siamo divise in classi, e sempre con la divisa corrispondente al gruppo al quale apparteniamo. Entro oggi riceverai quella della classe nella quale sei stata ammessa.

   Siamo obbligate ad acconciarci da sole o reciprocamente. Ci vengono forniti i modelli; cambiano ogni due mesi; ogni classe ha il suo modello.

   L'autorità della direttrice è illimitata: disobbedirle è un crimine immediatamente punito. Ha l'incarico di ispezionarci prima di partecipare alle orge; e se non ci trova come hanno prescritto i monaci nella lista delle invitate, Victorine ci punisce immediatamente.

   - Spiegati, disse Justine, non afferro bene tale clausola.

   - Tutte le mattine, rispose Omphale, viene consegnata a Victorine la lista delle invitate a cena; accanto al nome c'è indicato il modo con il quale devono presentarsi; più o meno così:

   Julie non si laverà.

   Rose avrà voglia di cacare.

   Adélaide farà peti.

   Alphonsine avrà il culo lordato

   Il bidè più profumato sarà fatto ad Aurore, eccetera, eccetera.

   Se tali ordini non sono eseguiti, e Victorine esaminandovi non vi troverà nelle condizioni desiderate, ci sarà punizione: ecco quel che volevo dire.

   - Ma, obiettò Justine arrossendo, come si fa a sapere se una donna ha o no ha voglia di soddisfare ai propri bisogni?

   - Molto facilmente, riprese Omphale: Victorine infila un dito nel culo; se non tocca lo stronzo, la punizione è inevitabile.

   - Spaventoso! disse Justine. Ma continua, ti prego: è tutto così nuovo che ogni particolare mi sbalordisce.

   - I nostri sbagli possono essere di diversa natura, proseguì Omphale; ad ognuno corrisponde una punizione, il cui cartello è affisso nelle due stanze. Il reggente incaricato, quello che viene, come ti ho spiegato, a comunicarci le disposizioni, a nominare le invitate, a ispezionare le stanze e ad accogliere le lagnanze di Victorine, è anche colui che esegue la punizione indicata dalla direttrice o quella che lui stesso stabilisce.

   Ecco la tabella delle punizioni, secondo il crimine che le determina.

   Articolo I. Non essersi alzata al mattino all'ora prescritta, ovvero alle sette in estate o alle nove in inverno. - Cinquanta frustate.

   II. Se, nonostante l'esame di Victorine, alle cene non si assolve agli obblighi imposti, e non ci si presenta nelle condizioni e nella tenuta comandate, secondo indicazione. - Duecento frustate.

   III. Presentare, o per sbaglio o per qualsivoglia altra causa, una parte del corpo nell'atto del piacere contrario a quello richiesto. - Tre giorni nude in casa, qualsiasi tempo faccia.

   IV. Essere vestite male, pettinate male; ovvero trasandate nel serraglio. – Venti punture di spillo sulla parte del corpo scelta dal reggente.

   V. Non avvertire che si hanno le mestruazioni. - Mestruazioni soppresse immediatamente con acqua gelata.

   VI. Il giorno in cui il chirurgo abbia constatato che siete incinta. – Cento colpi di nerbo di bue, indifferentemente dati su tutto il corpo, se non si ha voglia di tenere il figlio; nessuna pena se piace al sodalizio conservare la madre incinta per maggiori supplizi.

   VII. Negligenze, rifiuto, impossibilità di soddisfare alle proposte lussuriose. E quante volte la loro infernale malvagità vi coglie in fallo senza che siate minimamente colpevole! quante volte uno di loro richiede all'istante ciò che sa perfettamente che avete poco prima accordato all'altro, e che non si può fare immediatamente! - Tuttavia ciò è punito con quattrocento colpi di verga sulle natiche solamente.

   VIII. Errore di comportamento nella stanza o disobbedienza alla direttrice. - Sei ore nude in una gabbia munita di punte all'interno, nella quale rischiate di ferirvi al minimo movimento.

   IX. Scontentezza, aria di aver pianto, di essere addolorata, tornata alla religione. - Cinquanta frustate sul seno; e se si tratta della religione, siete obbligata a profanare la cosa che pare aver attratto la vostra devozione.

   X. Se un membro del sodalizio vi sceglie per gustare con voi le ultime crisi del piacere e non raggiunge lo scopo, per sua o vostra colpa. Qui è evidente l'arbitrio del loro barbaro codice. - Legata come una palla e sospesa come un lampadario al soffitto, nuda, per sei ore consecutive. Che si svenga o meno in tale orribile posizione, non si è mai staccate un minuto prima del tempo.

   XI. La recidiva in tale colpa è considerata gravissima. E quanti sono coloro che si rifiutano espressamente di eiaculare per procurarsi il barbaro godimento d'infliggervi la pena, perché la parte lesa diventa in tal caso giudice e carnefice. – Allora v'infilano due enormi falli artificiali, uno nel conno l'altro nel culo; poi questi due corpi estranei sono compressi in voi fortemente con delle bende e venite appesa raggomitolata come nella punizione precedente, ma avvolta in una fascina di rovi con le spine che, quando siete sospesa al soffitto, fanno stillare il sangue nella sala. Generalmente, chi ha dato l'ordine si mette sotto e vi rimane con altri oggetti fino a quando si sente pienamente soddisfatto.

   XII. Al minimo segno di ripugnanza alle proposte dei membri del sodalizio, di qualsiasi natura  siano. E non si può immaginare fino a che punto ve ne siano di disgustose e crudeli. – Appesa per mezz'ora per i piedi.

   Una ribellione, una rivolta. – Pena di morte per colei che l'ha iniziata. Sei mesi di prigione, nude, dove sono frustate a sangue due volte al giorno quelle che hanno partecipato alla rivolta.

   XIII. Se l'insurrezione si è basata su consigli o propositi e non ha avuto alcuno sviluppo concreto. – Colei che ha determinato il movimento, sia per i suoi propositi sia per i suoi consigli, sarà marchiata con il ferro rovente in diciotto punti del corpo, scelti dal reggente; le altre o altri in un sol punto.

   XIV. Propositi di suicidio, rifiuto di nutrirsi o lasciarsi andare fino ad ammalarsi. – Il soggetto è ammonito; si moltiplicano su lui tutte le barbarie possibili e, provvisoriamente, un mese di prigione, con la bestia della quale avete più paura; inseguito, per un altro mese, siete condannata a stare in ginocchio durante la cena dei monaci.

   XV. Mancanza di rispetto verso i monaci in circostanza che non siano quelle del piacere. – Il capezzolo di tutti e due i seni punto fino a far uscire sangue con uno spillo d'acciaio arroventato.

   XVI. Stessa colpa nella crisi lubrica. – Incatenata sei mesi nella prigione, nuda, nutrita con pane nero e acqua salata; la sferza quattro volte al giorno, due volte dietro e due volte davanti. La morte, in caso di recidiva.

   XVII. Evasione. Se non è avvenuta. -- Un anno di prigione, con trattamento pari a quello già indicato.

   XVIII. Se sorprese mentre si cerca di evadere. – Condanna a morte.

   XIX. Se avete trascinato altre con voi. – Per le corrotte una morte più dolce, per la corruttrice una morte crudele.

   XX. Ribellione a Victorine. – Lei stessa ordina la punizione e il reggente la fa subire alla sua presenza.

   XXI. Rifiuto di prestarsi alle stravaganze libidinose della donna. – La stessa pena di quando ci si rende colpevoli verso u monaco. Vedere l'articolo XII.

   XXII. Abortire da sola. – Cinquecento colpi di frusta sul ventre, altrettanti con un martinetto a punte d'acciaio all'interno della matrice; coloro cui piace fare figli non vi lasciano più finché non siete di nuovo incinta.

   I monaci si servono generalmente di sei tipi di morte e li eseguono con le loro stesse mani. La più dolce, secondo loro, è quella di essere arrostita viva, o allo spiedo o alla griglia. La seconda è essere bollita: vi chiudono in una grande marmitta con una griglia sopra, e così cuocete a fuoco lento. Il terzo supplizio è essere rotta ed esposta viva su una ruota. Il quarto è essere squartata. Il quinto, tagliata a pezzetti, molto lentamente, da una macchina costruita appositamente. E il sesto morire sotto le sferzate. Usano anche altri supplizi, ma questi sei sono per punire i crimini commessi.

   Hai sentito, cara compagna, quali sono i crimini, proseguì Omphale, e ora sai anche qual è la corrispondente punizione. D'altra parte possiamo fare tutto quello che vogliamo: dormire insieme, litigare, picchiarci, eccedere nel bere e nel mangiare, bestemmiare, insultare, mentire, calunniare, diventare ladre, anche assassine, se vogliamo; sono sciocchezze che non ci fan meritare alcun rimprovero, anzi qualche volta lodi. Sei mesi fa la donna di quarant'anni, quella che ti ha colpito per la bellezza, ha ucciso a colpi di pugnale una bellissima giovane di sedici anni, della quale era innamorata e nello stesso tempo gelosa. I monaci trovarono divertente quel delitto e, per più di un mese, la sfrontata e bella creatura sedette alle cene incoronata di rose; è destinata a sostituire un giorno Victorine. Grazie al crimine, qui si fa carriera. Solo esso è gradito a quelle belve, solo esso ci fa rispettare.

   Victorine ha il potere di evitarci infinite contrarietà, sia facendo buoni rapporti su noi, sia alterando quelli negativi; ma, sfortunatamente, si acquista la sua protezione con compiacenze sovente più sgradevoli delle inevitabili pene da lei imposte. Solo soddisfacendola in quel che le piace si ottiene il suo interessamento: se ci rifiutiamo, lei moltiplica senza ragione la somma dei nostri torti; e i monaci, che così serve, la stimano maggiormente.

   E' esente da ogni punizione e la più assoluta impunità le è assicurata: è certo che non agirà mai contro l'interesse dei monaci dei quali condivide troppo sinceramente e i gusti e le abitudini per non piacere ad essi. D'altronde, questi libertini, non hanno bisogno di tutte queste formalità per infierire contro di noi, ma sono felici di ricorrere a pretesti. Quest'apparenza di cosa naturale aumenta la loro voluttà; l'accresce. La giustizia ha dunque un certo fascino, perché coloro che meno la rispettano sono i medesimi che, nei loro disordini, cercano di avvicinarsi maggiormente ad essa.

   Ciascuna di noi ha il suo piccolo corredo di biancheria; entrando qui tutto ci viene consegnato a sei per sei,  rinnovato, ogni anno, ma dobbiamo consegnare quel che portiamo: non ci è permesso conservare la minima cosa.

   Siamo nutrite molto bene e abbondantemente, Se loro non cogliessero da ciò frutti di voluttà, forse le cose andrebbero altrimenti, ma siccome il loro libertinaggi ci guadagna, non trascurano niente per ingozzarci di cibi. Coloro ai quali piace frustarci ci trovano così più paffute, più grasse, e quelli che godono nel vederci soddisfare ai più sporchi bisogni naturali sono certi di un più ricco raccolto. Perciò sediamo a tavola quattro volte al giorno. L'ora della colazione è alle nove precise: pollo con riso, pasticcini, prosciutto, frutta, creme, eccetera. All'una si pranza, e la tavola con trenta portate è magnificamente bandita. Alle cinque e mezzo, la merenda: frutta l'estate, marmellate l'inverno. La cena, essendo il pasto dei monaci, è servita con maggiore ricchezza e raffinatezza: quelle che vi assistono sono sicure di mangiare più che bene, senza che ciò significhi rimetterci pranzando a parte. Riceviamo, maschi e femmine, indipendentemente dall'età, due bottiglie di vino a testa ogni giorno, una di bianco per la colazione e per la merenda, e una mezza bottiglia di liquore e di caffè. Quelle non consumate possono essere date ai compagni: fra noi c'è gente molto intemperante; c'è chi mangia e si ubriaca tutto il giorno; mai tali eccessi sono rimproverati; esiste persino chi non trova sufficienti i quattro pasti; può allora richiedere quel che vuole e subito è accontentato. C'è l'obbligo di mangiare a tavola; s si insistesse a non volerlo fare, ciò rientrerebbe nell'articolo riguardante le ribellioni contro la direttrice e sarebbe punito conformemente il punto ventesimo. Victorine presiede ai pasti, ma è servita in camera sua, separatamente: la sua tavola è di otto portate, mattina e sera; invita chi vuole dell'uno o dell'altro serragli;  spesso qualche monaco le tiene compagnia e in tal caso è lui che dà disposizioni per gli inviti; allora si celebrano orge ed è considerato un favore esservi ammessi.

   Mai i soggetti invitati alle cene dei monaci sono scelti fra quelli di una stessa classe: sono sempre mischiati e il numero varia continuamente; ma molto raramente è inferiore di dodici e più spesso superiore. Inoltre, ci sono sempre sei serventi la cui mansione, come hai visto, è di servire nude i monaci a tavola. Il numero dei gitoni invitati è sempre in proporzione a quello delle ragazze: uno per due donne, e questo perché essendo più difficile ai monaci procurarseli come li desiderano, li dosano. d'altra parte li preferiscono e solo per raffinatezza li usano meno. Il regime del loro serraglio è tuttavia severo quanto il nostro; subiscono il medesimo genere di punizioni; il tabellone delle colpe è identico, e quando i monaci vogliono una vittima, la prendono fra loro come fra noi.

   E' superfluo dirti che mai nessuno viene a trovarci: nessun estraneo, per nessuna ragione, può entrare nel nostro padiglione. Se ci ammaliamo, l'unico confratello chirurgo ci cura; e se moriamo, è senza alcun conforto religioso: siamo buttate in buche fatte fra gli intervalli delle siepi; e, grande crudeltà, se la malattia si rivela troppo grave o fa temere un contagio, invece di trasportarci in un'infermeria, siamo strappate dai nostri letti e sotterrate vive perché, dicono i mostri, è meglio lasciarne morire una che far correre pericoli a trenta e magari esporre anche noi ai rischi dell'epidemia. Nei quindici anni che sono qui, ho visto più di venti esempi di tanta ferocia: con noi come con i maschi, per quanto un po' più curati. In generale, ciò dipende dal maggiore o minor interesse ispirato dal malato al reggente incaricato di visitarlo: è sufficiente che il malato non gli sia simpatico perché il chirurgo, a un suo cenno, stenda immediatamente un certificato d'epidemia; e il disgraziato si trova con due piedi di terra addosso un'ora dopo.

   Passiamo ora all'assetto dei piaceri di questi libertini e a tutti gli annessi particolari.

   Ci alziamo, come ti ho già detto, alle sette l'estate, alle nove l'inverno, ma andiamo a letto più o meno tardi, secondo le necessità dei monaci e secondi gli inviti a cena, Non appena alzate, il reggente arriva. Va a sedere su una grande poltrona e là, tutte, una dopo l'altra, dobbiamo andare davanti a lui, le gonne alzate, dalla parte che lui vuole: tocca, bacia, esamina. E quando tute hanno assolto a tale dovere, si avvicina la direttrice; fa il suo rapporto: è il momento delle punizioni; quelle che devono essere subite immediatamente sono inflitte nell'appartamento della direttrice e dal reggente in persona. Si procede alle altre nella riunione della sera, compresa quella di essere fatte scendere nella prigione, se il caso lo richiede. Si tratta di condanna a morte? La colpevole è immediatamente legata, gettata nella prigione, e al momento delle orge avviene l'esecuzione: ma in questo caso accade un fatto assai singolare. Non appena emessa la sentenza, il reggente, che l'ha pronunciata personalmente, secondo la legge ch'egli fa leggere al colpevole, passa nelle stanze della direttrice con l'accusato e ne gode per una buona ora prima di farlo scendere nella prigione. "Non esiste, dicono gli scellerati, godimento che uguagli quello di un essere condannato a morte" e soprattutto per il giudice e il carnefice tale godimento è senza prezzo. Quante, secondo tale affermazione, condanne arbitrarie, se il risultato dev'essere n piacere tanto violento!

   Talvolta assistiamo, ma in pochi, ai funebri piaceri. La vittima, coperta da un velo nero, piange o è svenuta; e nell'orribile condizione di tale individuo gli scellerati trovano il complemento barbaro del loro terrificante delirio. Le loro intenzioni si rivelano spaventose, le loro voluttà simili a quelle delle tigri. Si scagliano contro le sventure dell'oggetto che stanno perseguitando; ce lo indicano quale esempio, ci minacciano di pari trattamento e raggiungono solitamente l'apice della crisi di lubricità  solo nell'esecrazione e l'infamia. Qualche giorno prima del tuo arrivo, fui presente ad una di queste scene: si trattava di una fanciulla di diciassette anni, bella come Venere. Jérome era reggente, quel giorno. Secondo il rapporto della direttrice, la sventurata era accusata di aver tentato la fuga; ella negò. Victorine condusse Jérome nella cella: due sbarre erano spezzate. Clémentine, questo il nome della leggiadra creatura, continuò a negare; non fu ascoltata; la legge era contro di lei; le fu letto il diciottesimo articolo che la condannava a morte; ella protestò la propria innocenza ed è fuor di dubbio che fosse sincera. Era un orrendo scherzo di Jérome, d'accordo con la direttrice, perché detestata da tutti e due; tutti e due avevano giurato di rovinarla; loro avevano segato le sbarre; e l'infelice morì vittima della loro immensa malvagità. Io, fui ammessa con un giovane alla cerimonia di quest'ultimo godimento di cui ti parlavo; non puoi immaginare gli orrori che Jérome si permise sulla sventurata, tutto quello che le fece fare, tutto quel che esigette da lei; forte tanto da conservare il sangue freddo, soffrì ancor di più. Jérome, mentre la sodomizzava, diceva:

   - So benissimo che sei innocente, ma rizzavo al pensiero di sacrificarti, e ora, all'esecuzione, scaricherò.

   Poi, le domandava quale genere di morte preferiva:

   - Il tuo crimine esige la più orrenda, ma posso mutarla in una più clemente; scegli, puttana, scegli.

   - La più istantanea! gridava Clémentine.

   - Allora la più lenta, rispondeva il monaco schiumando. Sì, la più lenta… la più orribile. E sarò io che te la darò.

   Poi, inculò il giovane. Io intanto ero obbligata a leccare inginocchiata il buco del culo del libertino che, nel frattempo, affondava la lingua nella bocca della vittima, respirando, diceva, con delizia i sospiri del disgusto. del terrore e della disperazione. Finì la sua operazione nella bocca di Clémentine mentre il giovane lo inculava e lui si divertiva a schiaffeggiarmi con tutte le sue forze e intanto bestemmiava come un indemoniato.

   Eseguite le punizioni, il reggente dà alla direttrice la lista delle invitate; ella vi legge i nome e la condizione in cui sono richieste, immediatamente se ne occupa.

   A parte le lussurie episodiche alle quali si abbandona il reggente, raramente egli esce dalla sala senza che si organizzi una scena lubrica in cui sono impiegate dodici o quindici femmine, e talvolta anche venti. La direttrice dirige gli atti libidinosi, e da parte nostra regna la più completa sottomissione. Quindi passa nel serraglio dei maschi, dove avvengono le stesse cose.

   Capita sovente che un monaco voglia una ragazza nel letto, prima della colazione. Il fratello secondino porta un biglietto con scritto il nome di colei che è voluta: quand'anche il reggente se ne stesse servendo, deve andare. Torna, quando è licenziata; e il secondino che la riaccompagna consegna, in caso di insoddisfazione, un biglietto sigillato alla direttrice affinché la punizione della delinquente sia immediatamente iscritto sul registro che sarà presentato il giorno seguente al reggente.

   Fatte le visite, le colazioni sono servite. Da quel momento, fino alla sera, non siamo più interrotte se non per le eventuali chiamate individuali, ma che sono rare perché i monaci, che pranzano nel convento, vi trascorrono quasi sempre l'intera giornata. Alle sette di sera, l'estate, alle sei, l'inverno, il fratello secondino viene a prendere le invitate alla cena; le conduce e le riconduce personalmente, attento a lasciare per la notte quelle che i monaci hanno fatto iscrivere a tale scopo; allora, esse si ritirano nelle camere di coloro che le hanno volute, in compagnia delle guardiane.

   - Guardiane! interruppe Justine; cos'è questa nuova mansione?

   - Ecco, rispose Omphale. Tutti i primi del mese, ogni monaco adotta due ragazze che devono, durante questo tempo, fare e da serva e da zimbello ai suoi sudici piaceri; egli non può cambiarle nel corso del mese né far fare loro due mesi di seguito. Niente è così pesante, così sporco, così crudele quanto le fatiche di questo servizio; e non so come riuscirai ad abituarti.

   - Ahimé! rispose Justine, sono abituata alla fatica; solo all'atrocità non riesco ad abituarmi.

   - Allo scoccare delle cinque, proseguì Omphale, le guardiane guidate dal secondino, scendono nude dal monaco che servono, e non lo lasciano fino al giorno seguente, quando rientra nel convento. Le poche ore libere dal servizio le impiegano per mangiare e per riposare; devono infatti vegliare tutta la  notte accanto al padrone; sono là pronte a servire ciecamente ogni capriccio del libertino, cosa dico? ogni bisogno: non esiste vaso per soddisfarli che la bocca o i seni delle sventurate che, incollate al loro despota, sono costrette a sopportare, sia la notte sia il giorno tutto quel che gli viene voglia d'infliggere di più barbaro, di più osceno, di più umiliante; ceffoni, fustigazioni, angherie, ingiurie, piaceri, non importa di quale natura, a tutto devono sottoporti  rallegrandosi e gioendo di tutto. La minima ripugnanza è immediatamente punita secondo l'articolo dodicesimo, e per di più con duecento frustate per definitivamente convincere che la mansione di guardiana comporta maggior sottomissione e compiacenza che in altri doveri quotidiani del loro stato. In tutte le scene di lussuria queste ragazze aiutano nei piaceri, ne hanno cura e ripuliscono tutto quel che è stato sporcato. Un monaco ha finito di godere di una ragazza o di un ragazzo: tocca alla bocca di queste guardiane riordinare; vuole invece costui essere eccitato: anche questo è a carico delle sventurate; lo accompagnano ovunque, lo vestono, lo svestono, lo servono, in una parola, ogni momento, e hanno sempre torto e sono sempre picchiate. Alle cene, il loro posto  è o dietro la sedia del padrone o, come un cane, ai suoi piedi, sotto la tavola, o inginocchiate fra le sue cosce, eccitandolo con la bocca; talvolta gli servono da sedile: si siede sulla loro faccia; oppure, stese sulla tavola, con una candela infilata nel sedere, fanno da candeliere. Altre volte, durante la cena, i monaci le mettono tutte e dodici nelle posizioni più strane e più lussuriose, ma anche le più imbarazzanti: se perdono l'equilibrio, esse rischiano o di cadere, come hai visto, su dei rovi messi appositamente in bacili pieni di acqua bollente che si è avuto cura di mettere; spesso il crudele risultato delle cadute è storpiarsi, ammazzarsi, bruciare, spaccarsi braccia e gambe, e intanto i mostri se la godono, fra i bagordi, ebbri di cibi squisiti, di vini delicati e di piccanti lussurie.

   - Oh! cielo, disse Justine fremendo d'orrore, impossibile spingere oltre il delirio e le depravazioni! Come possono abbandonarsi a eccessi simili?

   - Non c'è nulla che non intraprendano uomini senza alcun freno, disse Omphale; quando non si rispetta più la religione, quando si è abituati a sfidare le leggi della natura e a far tacere la coscienza, non c'è oscenità che non si compia: mia cara, crudeli verità di cui sono ogni giorno più convinta frequentando quegli uomini.

   - Che inferno!

   - E stammi a sentire, cara bambina, non sai ancora tutto. Essere incinta, stato rispettato fra gli uomini, è quasi certezza di condanna fra questi infami: ne ho già accennato a proposito del sesto articolo delle punizioni. Esso non dispensa di guardia. E', al contrario, veicolo di pene, umiliazione, dolori. E', come sai, picchiando ch'essi fanno abortire colei della quale non si preoccupano di  conservare il frutto, e se così non avviene, è per goderne. Quel che adesso ti dirò dovrebbe essere sufficiente a convincerti di evitare tale stato il più possibile.

   - Ma sarebbe possibile?

   - Certo, esistono certe spugne… ma se Antonin se ne accorge, non si sfugge alla sua ira; la cosa più sicura è soffocare gli impulsi della natura, raggelando l'immaginazione; con mostri simili, non è difficile.

   Nessun monaco, tranne il reggente e il superiore, ha il diritto di entrare nei serragli, ma siccome la mansione di reggente è settimanale, a turno tutti godono di tale diritto veramente dispotico. E quando smettono, godono nuovamente del privilegio di far andare nella loro stanza un certo numero di femmine o di maschi, per divertirsi nei loro appartamenti: la domanda viene  rivolta alla direttrice e, come abbiamo già detto, se i soggetti sono nel serraglio, ella non può rifiutarli per nessun motivo. Anche la malattia non rende esenti; e avviene sovente che quei barbari richiedono una sventurata con la febbre, medicata, salassata, purgata…; lei ha un bel protestare, deve andare, nessuna scusa, deve obbedire. Sovente, è solo per malvagità, per dispetto che richiedono questa o quella; sanno benissimo di non desiderare veramente di godere del soggetto o che esso non è nelle condizioni per servirli, ma sono soddisfatti di esercitare la loro autorità… di mantenere la dipendenza. Altre volte veramente vogliono servirsene: allora ne fanno quel che vogliono. Il soggetto scende nudo o vestito; essi hanno come unica regola le loro stravaganze. Tutti sono uguali qui: il superiore ha sugli altri solo il diritto di entrare nel serraglio per ciò che riguarda l'abbigliamento, il comportamento, la disciplina, eccetera. E' ricevuto, quando viene, con gli stessi onori del reggente.

   Inoltre, esistono in questa casa legami e parentele che nessuno ignora e che è meglio che ti spieghi, ma tali chiarimenti rientrando nel quarto punto, vale a dire il nostro reclutamento, le nostre riforme e i nostri cambiamenti, ne accenno ora per includervi tale particolare.

   Tu non ignori, Justine, che i sei monaci rifugiati in questo asilo sono i capi del loro ordine, e tutti e sei si distinguono per ricchezza e per nascita. Indipendentemente dai fondi considerevoli concessi dall'ordine dei Benedettini per il mantenimento di questo voluttuoso ritiro, dove tutti hanno la speranza di essere promossi un giorno, quelli che vi sono hanno aggiunto a quei fondi una cospicua parte dei loro beni personali.

   Sommano a più di cinquecentomila franchi l'anno, esclusivamente riservati alle spese libidinose della casa. Inoltre quattro uomini e quattro donne di fiducia, unicamente incaricati di mantenere i due serragli pieni, a tale scopo percorrono continuamente tutta la Francia. Mai il soggetto presentato deve avere meno di sei anni e più di sedici; non deve avere difetti e deve essere dotato, il più possibile, di tutti gli incanti e di tutte le beltà che la natura e l'educazione possono fornire; ma soprattutto deve essere di famiglia signorile: quei libertini tengono molto a tale clausola; i rapimenti, effettuati lontano e sempre ben pagati, non comportano alcun inconveniente e nessuno strascico molesto. Non ci tengono alle primizie; una ragazza già sedotta, un ragazzo già guastato o una donna sposata, a loro piace tutto, ma occorre che il rapimento sia constatato: la circostanza li eccita; vogliono avere la certezza che i loro crimini costino lacrime; non vorrebbero un soggetto che si recasse da loro di sua spontanea volontà. Se non ti fossi difesa con tutte le forze, Justine, se non avessero riconosciuto la tua autentica virtù e, quindi, non avessero avuto la certezza del crimine, non ti avrebbero tenuta neppur ventiquattr'ore. Colei che è qui con te è di nobile stirpe: io, mia buona amica,  sono nata dal conte di Villebrune, e in qualità di unica figlia dovrei un giorno possedere ottantamila lire di rendita. Fui rapita a dodici anni, in braccio alla mia bambinaia che stava portandomi da una campagna di mio padre al convento dove ero allevata. La vettura fu assalita, fui strappata via e la mia governante assassinata. Condotta in una vettura fin qui, fui violentata fin dalla prima sera. Tutte le compagne sono come me: conti, duchi, marchesi, banchieri potenti, ricchi commercianti, celebri magistrati, ecco i padri di tutto ciò che vedi. Non ce n'è una che non possa dimostrare le migliori parentele e non una che, nonostante ciò, non sia trattata ignobilmente. Ma quei villani non si limitano a questo: hanno voluto disonorare la loro stessa famiglia: la giovane di vent'anni, una delle più belle, è certamente figlia di Clément; quella di nove è la nipote di Jérome; la più leggiadra delle fanciulla di sedici è la nipote di Antonin. Severino, inoltre, ha avuto molti figli in questa casa, ma lo scellerato li ha sacrificati tutti: non ce n'è nessuno oggi. Ambroise ha un figlio nel serraglio e lo ha personalmente sverginato, ma poiché è gracile e delicato, non promette nulla di sublime.

   Non appena un soggetto dell'uno o dell'altro sesso arriva in questa cloaca impura, se il numero fissato c'è già, immediatamente è riformato un individuo dello stesso sesso del soggetto portato. Ma se si tratta d una sostituzione, e il numero è incompleto, allora non si riforma niente. E la triste riforma, mia cara, quando c'è, diventa supplemento ai nostri dolori. L'infelice della quale si è pronunciata la condanna discende, la vigilia della morte…

   - Della morte! interruppe Justine terrorizzata.

   - Sì, della morte, cara; la riforma è una sentenza di morte, e quelle che sono state condannate non rivedono più la luce del giorno. Come dicevo, essa scende in una delle celle di cui ti ho parlato, e vi rimane ventiquattro ore, nuda, ma perfettamente nutrita. La cena durante la quale deve essere immolata si svolge nel salone dei sotterranei, decorati per quel giorno  nel modo più lugubre. Sei donne, scelte fra le più belle, sei uomini scelti per la grossezza del membro, e sempre la direttrice, sono gli unici ammessi a tali sanguinose orge. Un'ora dopo la cena, la vittima compare, con in testa una corona di cipresso. Il supplizio che dovrà subire è messo ai voti; il segretario legge la lista di un certo numero di torture: quelle che sembrano stuzzicare di più vengono discusse. Fatta la scelta, la vittima è messa su un piedistallo, di fronte alla tavola dove si svolge la cena e, subito dopo il pasto, inizia il supplizio; talvolta dura fino all'alba. Le guardiane non assistono a queste orge; tre delle sei donne scelte le sostituiscono; e le infamie arrivano all'apice. Ma perché insistere sui particolari? I tuoi occhi, mia dolce amica, ti convinceranno fin troppo presto.

   - Cielo! esclamò Justine, l'assassinio, il più esecrabile di tutti i crimini sarebbe dunque per loro, come per il celebre maresciallo di Rezt, una specie di godimento, la cui crudeltà, eccitando i nervi e nello stesso tempo la perfida immaginazione, immerge i sensi in un'ebbrezza ancor più violenta! Abituati a godere tramite il dolore, a divertirsi tramite  i tormenti e i supplizi, è mai possibile che si smarriscano al punto di credere che raddoppiando, che migliorando la prima causa del delirio, si debba inevitabilmente ancor più perfezionarlo e che, senza princìpi come senza fede, senza morale come senza virtù, i furfanti, abusando delle disgrazie in cui ci hanno fatto cadere i loro primi misfatti, si compiacciano di perpetrare quei secondi che ci costano la vita?

   - Nessun dubbio, risponde Omphale: ci scannano, ci torturano perché il crimine li eccita. Ascolta i loro discorsi, e sentirai con che arte erigono tute le loro turpitudini a sistema.

   - E tali riforme sono fatte spesso?

   - Muore un soggetto, qui, dell'uno o dell'altro sesso, ogni quindici giorni. Niente, del resto, giustifica la riforma: età, qualche alterazione nell'aspetto, niente la giustifica: unica regola, il loro capriccio. Riformano oggi colei che ieri hanno più vezzeggiato, e tengono vent'anni colei della quale parevano ormai sazi. Ne sono io una prova, mia cara: da tredici anni sono qui; quasi non c'è orgia alla quale non partecipi; sono continuamente lo zimbello delle loro sregolatezze; dovrebbero essere stufi di me: quali sono le mie attrattive, sciupata come sono dalle loro infami lussurie? E, tuttavia, mi tengono con loro mentre li ho visti riformare leggiadre creature dopo otto giorni. Quella che è stata immolata ultimamente  non aveva ancora sedici anni, era bella come l'Amore, era qui da appena sei mesi; ma rimase incinta, e questo è uno sbaglio che loro non perdonano. La penultima fu sacrificata nel momento in cui cominciò a sentire le prime doglie.

   - Ma quelle che muoiono accidentalmente, disse Justine, durante i festini, come ieri sera a cena, sono tra le riformate?

   - Niente affatto, rispose Omphale, si tratta di imprevisti, che non contano e che non impediscono il quindicinale sacrificio.

   - E questi imprevisti sono frequenti? continuò Justine.

   - No, disse Omphale, per loro sono già soddisfacenti le leggi ch'essi stessi hanno fissato e, eccetto casi straordinari o per ragioni fondate,vi si attengono. Non credere che comportarsi correttamente o essere sottomesse in tutto ci aiuti a sfuggire alla sorte che ci attende: ne ho conosciute che si affrettavano a prevenire ogni loro desiderio, che li prevenivano attentamente e che dopo sei mesi andavano via; altre, scontrose e bizzose, vegetavano qui per anni. E' dunque inutile indicare alle nuove venute un qualunque tipo di condotta: la stravaganza, unica volontà di quei mostri, spezza tutti i freni ed è l'eterna legge delle loro odiose azioni.

   Quando una donna deve essere riformata, e so che accade la stessa cosa per gli uomini, è avvisata il mattino, mai prima. Il reggente arriva alla solita ora e dice, credo: "Omphale, i vostri padroni vi riformano; verrò a prendervi stasera". Poi continua il suo lavoro: ma, all'esame, la riformata non si presenta. Appena è uscito, ella abbraccia le compagne e, secondo il carattere o l'umore, si stordisce con loro o va a piangere il proprio destino infondo alla cella; ma nessun grido, nessuna manifestazione di disperazione; sarebbe fatta a pezzi immediatamente, se fosse udita fare chiasso. L'ora scocca, il monaco si ripresenta e la vittima è subito inghiottita nella tenebrosa prigione che sarà il suo asilo fino al giorno seguente. Nelle ventiquattro ore che trascorre là, riceve frequenti visite. Per un'inconcepibile raffinatezza di barbarie, gli scellerati si compiacciono di andare a goderne laggiù e di aumentarne il terrore presentandosi negli aspetti più spaventosi. E' allora permesso a tutti i monaci d'andare a far soffrire preventivamente alla vittima tutto quel che loro detta l'immaginazione: ne deriva che sovente si presenta nel luogo del supplizio già profondamente oltraggiata e, talvolta, mezzo morta. Nessun pretesto per ritardare o anticipare la sua ultima ora, e tanto meno parlare di grazia; le loro leggi, sempre vigenti per il male, sono inattuabili per il bene. Infine, il momento arriva, e si procede all'esecuzione. Non insisto su particolari che fin troppo conoscerai di persona. La cena, d'altronde, è più o meno sempre uguale, sempre eccellente, ma si bevono solo vini stranieri, liquori e in maggior abbondanza. Loro, non si alzano da tavola se non ubriachi; e tutti si ritirano più tardi.

   Le modalità di ammissione comportano formalità delle quali sarai testimone e che è inutile che ti descriva. Se ci sono più arrivi nello stesso giorno, l'accoglienza è fatta per uno solo; ed è durante i pranzi normali che si svolgono le cerimonie più o meno simili a quella in cui tu stessa fosti la vittima quando sei entrata qui.

   - E i monaci, disse Justine, cambiano?

   - No, rispose Omphale, l'ultimo arrivato, dieci anni fa, è Ambroise. Gli altri sono qui da quindici, venti e venticinque anni; Severino sono ventisei anni che è qui. Il superiore, nato in Italia, è parente stretto del papa, con il quale è in ottimi rapporti. Risale al suo arrivo la fama del convento per i supposti miracoli della Vergine che impediscono ai malevoli di osservare un po' più da vicino quel che avviene qui. Ma la casa era anche allora come hai visto: da più di cent'anni va avanti così e tutti i superiori che sono venuti  hanno conservato i privilegi e la sistemazione adatti ai loro piaceri. Severino, l'uomo più libertino del suo secolo, si è fatto mandare qui solo per vivere secondo le sue tendenze; ed è sua intenzione mantenervi l'ordinamento che tu conosci il più a lungo possibile. Apparteniamo alla diocesi di Auxerre; ma che il vescovo sappia o non sappia, mai lo abbiamo visto. Nessuno, generalmente, si avvicina a questo eremo tranne quando si avvicinano i giorni della festa, quella della Madonna di agosto: non si fanno vedere, perciò, più di sei persone all'anno. Se qualche straniero si presenta, il superiore ha cura di accoglierlo bene; s'impone con l'apparenza della pietà e dell'austerità. Così, tutti vanno via contenti; tessono lodi del monastero; e l'impunità di questi scellerati si fonda sulla stupidità del popolo e la credulità dei devoti, indistruttibile fondamento alla superstizione.

   - Indipendentemente dai terrificanti omicidi di cui mi hai svelato le circostanze, capita talvolta, disse Justine, che gli scellerati chiedano un soggetto per giustiziarlo nella loro camera?

   - No, disse Omphale, è tassativamente proibito  esercitare il diritto di vita  di morte che si sono arrogati su noi se non insieme. Se vogliono metterlo in atto individualmente lo esercitano sulle loro guardiane; costoro, certo, possono essere sacrificate in ogni momento del giorno e della notte; il loro triste destino dipende esclusivamente  dal capriccio di quei mostri, ed è sufficiente il minimo sbaglio per essere immolate da quei barbari. Tuttavia, l'orrendo piacere dell'omicidio li infiamma talvolta durante le segrete orge celebrate nelle stanze della direttrice. Pagano allora venticinque luigi per il soggetto condannato, e lo giustiziano. Tale cifra è destinata alle sostituzioni e, siccome essi vi contribuiscono, acquistano il diritto di fare tutto quel che vogliono.

   - Perpetuamente con la spada sul capo, disse Justine, no esiste dunque un solo momento in cui i nostri giorni non siano minacciati?

   - Oh! non uno; nessuna di noi, alzandosi il mattino, può avere la certezza di coricarsi nel suo letto la sera.

   - Che destino!

   - Spaventoso, certo, ma si diventa coraggiose quando si è costrette a stare all'erta; e, nonostante la falce della morte ogni giorno sospesa sulle nostre teste, vedrai  ciò nonostante che l'allegria, l'intemperanza regnano continuamente fra noi.

   - Ecco quel che si dice stato di grazia, disse Justine; quanto a me, ti dico subito che non smetterò mai di piangere  di tremare. Ma continua ad istruirmi, te ne prego, e dimmi se i monaci possono far uscire qualche volta un soggetto dal convento.

   - Non capita mai, disse Omphale; non si respira più l'aria della libertà, una volta inabissate in questa dimora. Da quel momento, più alcuna speranza ci è permessa; si tratta solo di aspettare un po' di più… un po' di meno, ma la nostra sorte è sempre la medesima.

   - Da quando sei qui, continuò Justine, sei stata costretta ad assistere a terribili cambiamenti?

   - Me ne sono già passati avanti dodici; a parte ciò,ho visto rinnovarsi molte volte l'intera casa.

   - E hai perduto molte amiche?

   - E assai care.

   - Che dolore! Io che ti vorrei amare, l'oserei, dovendoci separare presto.

   E le due tenere amiche, gettandosi nelle braccia l'una dell'altra, bagnarono un istante il loro seno con lacrime di dolore, di angoscia e di disperazione.

   La scena commovente stava per chiudersi allorché il reggente comparve con la direttrice: era Antonin. Tutte le donne, secondo la consuetudine, si disposero su due righe. Gettò sul gruppo un'occhiata indifferente, contò i soggetti e poi sedette. Allora tutte dovettero, una dopo l'altra, alzare le sottane davanti a lui, da una parte fin sopra l'ombelico, dall'altra fin sopra le reni. Antonin ricevette l'omaggio con l'apatia della sazietà; poi, guardando Justine, le domandò brutalmente come si trovava; vedendo che rispondeva solo con le lacrime:

   - Si abituerà, disse ridendo; non c'è in Francia luogo dove meglio si formi una fanciulla.

   Prese la lista delle colpevoli, presentata dalla direttrice; e rivolgendosi ancora a Justine, al ridusse a un tremito; tutto era per lei una condanna a morte. Egli la fece sedere sul bordo di un canapè e, quando ebbe obbedito, disse a Victorine ei scoprirle il petto ordinando ad un'altra ragazza di alzare le sottane fino all'ombelico. Ecco che si avvicina, apre le cose presentate, e siede ben in faccia a quel conno socchiuso. Un'altra creatura di circa vent'anni viene a mettersi su Justine nella stessa posizione, in modo che un altro conno si offra all'energumeno invece della faccia di Justine e in modo che se volesse goderne, sempre le bellezze dell'altra siano all'altezza della bocca. Una terza prostituta, presa  fra le matrone, viene con la mano ad eccitare il reggente e una quarta, completamente nuda, uscita dalla classe delle vestali, indica con il dito, sul corpo di Justine, il punto dove deve affondare il membro al quale si determina la polluzione. Costei eccita pure Justine; la scrolla, e quel che fa Antonin imita con due leggiadre ragazze di quindici anni, una per ciascuna mano, che due altre ragazze di quindici anni baciano sulla bocca per infiammare. Sono inimmaginabili le brutte parole, le bestemmie, i discorsi osceni con i quali il dissoluto s'infiamma; finalmente è nello stato desiderato,l'energumeno rizza: un'altra prostituta lo abbranca per l'arnese, è una delle vecchie, e lo conduce fino a Justine, e nel suo conno egli si lancia precipitosamente e brutalmente.

   - Ah, porcodio! dice, eccomi!... eccomi in questo conno che bruciavo di fottere! Lo innaffierò con il mio sperma: voglio che resti incinta.

   Tutto è al suo seguito, tutto cerca di raddoppiare la sua estasi; tutto concorre ad elettrizzarlo: scoprendo le sue natiche ben bene, Omphale, impadronendosene, nulla omette per meglio eccitarlo: sfregamenti, baci, polluzioni, a tutto si ricorre; tanti sforzi, al lungo infruttuosi, finalmente raggiungono un risultato. Non possiamo farci un'idea della velocità con la quale i conni girano, e fra le dita, e fra i baci del libertino. La crisi è vicina; l'energumeno, che ha l'abitudine in quei frangenti di lanciare grida spaventose, ne getta da far tremare le volte; tutto lo circonda, tutto è al suo servizio; la direttrice sostituisce Omphale nell'incombenza di eccitare l'anus, lo socratizza con le cinque dita; e intanto il clitoride di una delle più graziose il monaco succhia. Raggiunge il delirio, fra gli episodi più stravaganti e più depravati.

   - Su, dice ad una delle guardiane, in ginocchio… succhiami il bischero.

   Ogni traccia è cancellata e il villano se ne a tuonando.

   Tali gruppi venivano formati sovente. Era normale che quando un monaco godeva, non importa in quale modo molte fossero quelle che gli stavano intorno per infiammare i sensi da tute le parti, e così la voluttà potesse entrare in lui da tutti i pori.

   Le portano a fare colazione; Justine non voleva mettersi a tavola: la direttrice, severamente, le ordinò di farlo ed ella si mise fra le ragazze della sua classe e mangiò solo per dimostrare che era obbediente. Avevano appena finito che il superiore entrò:fu ricevuto secondo il cerimoniale seguito per Antonin, con la sola differenza chele sultane si guardarono bene dall'alzare le sottane davanti: esposero solo il culo all'occhio esperto del transalpino. Fatto l'esame, egli si alzò.

   - Dobbiamo pensare a vestirla, disse fissando Justine. Poi, aprendo un armadio che si trovava nel salone, scelse alcuni abiti della foggia e del colore annessi alla classe in cui Justine entrava a far parte.

   - Provateli,disse gettandoglieli, e consegnate immediatamente ciò che vi appartiene.

   La nostra triste orfana esegue, dopo aver preso la precauzione di sottrarre i suoi soldi e metterli fra i capelli. A ogni indumento che si toglie, gli occhi di Severino si portano sulla grazia scoperta: non appena è nuda il superiore l'afferra e la corica a pancia in giù sul bordo di un sofà. Justine vuole chiedere di essere risparmiata; non le badano neppure e sei donne nude circondano i due lottatori e presentano al monaco l'altare che lo fa ardere. Si vedono solo culi per aria; la sua mano li strizza, la sua bocca vi s'incolla,i suoi sguardi li divorano. Justine è sodomizzata: più di venti culi si lanciano rapidissimi, tutto intorno, verso i baci e i palpeggiamento del gran gaudente; la sua lingua e le sue dita penetrano indifferentemente tutti; scarica e prosegue nella propria operazione con la felice calma scaturita dal crimine. Justine, vestita da novizia, riappare ancor più bella davanti al suo carnefice: le ordina di seguirlo nelle diverse operazioni che ancora gli restano da fare nel serraglio. Verso la fine del giro, una delle prostitute della classe delle sodomiste lo tenta.

   - Fatele alzare le sottane, dice a Victorine.

   La direttrice l'acciuffa. E' una ragazza alta, di diciotto anni, bella come il sole. IL più bel culo del mondo, il più bianco, il meglio tagliato, è immediatamente offerto alle brame del libertino che vuole essere scrollato da Justine: la sventurata obbedisce maldestramente; le compagnel'istruiscono; le sue mani issano finalmente quel membro che il suo culo aveva curvato; le dicono che deve essere lei a presentarlo a buco che dovrà perforare: obbedisce, l'arnese penetra, il monaco fotte, ma solo il culo di Justine vuol baciare; le altre sultane lo circondano solo per la prospettiva; i suoi occhi ardono; si direbbe che l'avventura giunga a lieto fine, ed è così, ma senza raggiungere la mèta.

   - Basta, dice ritirandosi; ho molte cosa da fare. Justine, continua, sono molto contento del vostro culo, lo fotterò spesso; siate docile, premurosa, sottomessa; è il solo modo per conservarvi a lungo in questo luogo.

   E il libertino esce, conducendo con sé due prostitute di trent'anni, per andare a far colazione dalla direttrice, le quali, secondo gli ordini impartiti il mattino, non si erano messe a tavola con noi.

   - Cosa ne farò di quelle due creature? disse Justine a Omphale.

   - Va ad ubriacarsi con loro. Sono delle libertine di professione, depravate quanto lui e che, da vent'anni in questa casa, hanno finito per adottare le usanze e i costumi di questi scellerati; le vedrai tornare ubriache e coperte di lividi procurati dalla botte del mostro.

   - E godrà ancora?

   - E' probabile, dopo la colazione passerà nel serraglio degli uomini, e là, qualche vittima gli sarà ancora presentata; e lui, certamente offrendosi come donna, riceverà il tributo di cinque o sei maschi.

   - Che uomo!

   - E non è niente: bisogna vivere con loro quanto ho vissuto io per apprezzarli.

   La giornata trascorse senza novità. Justine non era invitata alla cena.

   - Andiamo, le disse Omphale, dobbiamo passare da Victorine; ricorderai che sei impegnata con lei, non manchiamo, dato che sei libera.

   - Ah! siete voi! disse la direttrice vedendo entrare Justine.

   - Sì, signora, rispose Omphale; non ha scordato che stasera desiderate averla con voi, e accorre ai vostri ordini.

   - Molto bene, disse Victorine; resterai anche tu, Omphale. Rizzo per te, bellezza, continuò la lesbica, dando linguate alla graziosa fanciulla; chiamerò due ragazzi; ceneremo in cinque e ci daremo l'uno all'altro.

   Ad un solo squillo di campana, due affascinanti fottitori, dai venti ai ventidue anni accorsero, e Victorine, dopo averli baciati per un buon quartod'ora, averli scrollati, succhiati, leccati, disse:

   - Augustin e, voi, Narcisse, ecco due leggiadre fanciulle tutte per voi; componete con loro qualche quadro lascivo per farmi uscire dal letargo i cui mi trovo da qualche giorno.

   I due focosi fottitori non se lo fano ripetere. Il più giovane si appropria di Justine, l'altro di Omphale; e, grazie alla loro arte, in meno di mezz'ora, cinque e persino sei differenti posizioni sono offerte alla lesbica che abbandonandosi a poco a poco , man mano che lo spettacolo la riscalda, finisce per gettarsi nella mischia. Le cose si fanno più serie; tutto si dirige su Victorine, tutto concorre a raddoppiarne l'estasi. La puttana, nuda, fottuta sia davanti che dietro, unisce a questo dolcissimo modo di godere la delizia di trafficare contemporaneamente nel culo di Omphale e nel conno di Justijne.

   - Un momento, dice; e, agghindandosi con un fallo artificiale: sono stufa di essere paziente, voglio essere agente.

   La sgualdrina inconna Justine; costringe il più anziano dei maschi ad incularla e, volendo imitarlo in tutto, sistema lei stessa nel suo culo il bischero vacante mentre Omphale è costretta ad andare a scrollarsi il conno sulla sua bocca.

   - Bellezza mia! esclama la direttrice rivolgendosi a Justine; come fotto con piacere! Oh, porcodio! perché non sono uomo! Baciami, tesoro,baciami,puttana! sto per scaricare…

   E l'indifferente Justine si presta docilmente, senza tuttavia riuscire a soffocare il rimorso o nascondere la tristezza. E Victorine, logorata, non mantiene la promessa; la natura, venendo a mancare, le rifiuta i suoi doni… almeno in quel momento; e solo immaginando nuove licenziosità la costringe ad arrendersi. L'infame volta Justine, l'incula mentre è essa stessa sodomizzata. Non capitando niente ancora, incula un maschio e inconna Justine, che Omphale scrolla nel clitoride per affrettare l'emissione di uno sperma che porga Victorine al settimo cielo e forse è decisivo per il suo. Risultato positivo. Justine suo malgrado scarica; Victorine la succhia agitandosi come una baccante sulle reni del gioane di cui gode, mentre l'alto le mette alternativamente il bischero e nel conno e nel culo; e la puttana, circondata da piaceri, perde il suo sperma fra grida, bestemmie e convulsioni degne di una libertina come lei.

   Vanno a tavola. Durante tutta la cena, Victorine mangia solo bocconi triturati dai denti d'avorio della nostra eroina: Omphale la scrollava mentre divorava.

   E versando a Justine grandi bicchieri colmi di champagne, cercava di strappare dallo smarrimento della fanciulla ciò che sapeva perfettamente di non poter ottenere dalla sua ragione. Ma Justine mai si turbò e Victorine, vedendo che non rispondeva meglio dopo la cena di quanto avesse risposto prima con tutti gli assalti a lei diretti, la mandò a dormire irritat, annunciando che certi comportamenti non avrebbero contribuito a rendere a sua prigionia più mite.

   - Ebbene! signora, disse Justine, ritirandosi, soffrirò: sono nata per soffrire; percorrerò la mia vita fin quando piacerà al cielo di lasciarmi languire su questa terra. Ma almeno non lo offenderò: questo pensiero consolatore  renderà le mie pene meno amare.

   La direttrice, per la sua notte, trattenne Omphale e i due giovani. Justine seppe il giorno seguente a quali orrori sarebbe stata costretta se non fosse stata licenziata.

   - Ho dovuto sopportarli al tuo posto, disse Omphale; ma fortunatamente l'abitudine mi ha resa più docile ai miei doveri, e ho avuto la gioia di avrti evitato cose ignominiose.

   Il giorno seguente era la vigilia di quello in cui si doveva definire una riforma. Antonin arriva, si ripete il consueto cerimoniale; Justine tremava: la decenza e la severità sue dalla direttrice non potevano far cadere su lei la terribile scelta? Aveva irritato la donna; sapeva che era stimata: perché non temere? L'indifferenza di Antonin tuttavia la rassicurò; la guardò appena. Terminate le cerimonie, Antonin nomina Iris: è una superba donna di quarant'anni da trentadue nella casa.

   - Sistemati, le dice Antonin, devo sondre il conno. Scrollatemi intanto e fatemi entrare, prosegue l'infame satiro.

   Tutti si affrettano; il villano sparisce dentro.

   - Sgualdrina! dice fottendo, questo è il mio addio.

   E accorgendosi che tutti tremano e che la sventurata vittima sta per svenire:

   - Non hai sentito, puttana? le dice dandole due vigorosi schiaffi; e continuando a fottere: di', non hai sentito che ti riformiamo… che sono venuto a prenderti e che dopodomani sarai morta? Se t'inconno, baldracca, è perché tu porti il mio sperma in inferno, e che le Furie, vedendoti inondata, se ne sfreghino il conno un giorno intero: fotterei anche loro, se mi capitassero sottomano! Su, sgualdrina, scarica dunque! mi sembra di preparare molto bene i tuoi sensi all'ebbrezza che desidero…

   Ma Iris non ode; svenuta, non c'è in lei né calore né movimento. In tali condizioni, l'energumeno si abbandona all'ultimo godimento. Le morde i seni scaricando, nella speranza di ricondurla in vita: invano; inutile ogni tentativo; ed è in tale stato di sbalordimento e di abbattimento, è dopo aver goduto di lei che il barbaro ha la crudeltà di farla gettare nelle prigioni dove trascorrerò le ultime ore della sua vita.

   Justine passò una giornata tormentosa; l'orribile scena non le usciva di mente. Tremava al pensiero di partecipare alla cena che avrebbe accompagnato le sanguinose orge. Fortunatamente fu giudicata troppo inesperta per essere ammessa a una riunione in cui il pudore e l'umanità sarebbero state fuori tempo e luogo; le fu semplicemente comandato di andare a trascorrere la notte nella stanza di Clément.

   - Mio Dio! allora esclama, dovrò soddisfare le passioni di quel mostro che mi avvicinerà tutto coperto del sangue della mia compagna; che, dopo essersi saziato di orrori e d'infamie, mi avvicinerà con il crimine nel cuore e l'ingiuria sulla bocca!... Esiste sorte più infelice?

   Tuttavia deve andare: il secondino la va a prendere e la chiude nella cella di Clément dove, mentre aspetta lo scellerato, pensieri ancor più spaventosi turbano la sua immaginazione.

   Verso le tre del mattino Clément arriva, seguito da due guardiane, andate a prenderlo dopo la cena alla quale, come si sa, non assistevano quando si trattava di un'orgia di riforma. Una delle ragazze si chiamava Armande; bionda, estremamente attraente, non ancora ventenne e nipote di Clément; l'altra si chiamava Lucinde: ben tornita, belle carni, bianche, e ventotto anni.

Al corrente dei suoi doveri, Justine si getta in ginocchio non appena ode il monaco. Egli va verso di lei, la osserva nell'umiliante posizione, poi le ordina di alzarsi e di baciarlo sulla bocca. Clément assapora quel bacio dandogli tutto il significato, tutto il peso concepibile. Nel frattempo le due accolite, per suo ordine, spogliano Justine. Quando la parte dalle reni ai talloni è scoperta, se si affrettano ad esporla a Clément, e ad offrirgli il atto sommamente preferito. Il monaco esamina, tocca; poi, sedendosi in una poltrona, ordina a Justine di fargli baciare il culo divino, che lo rende entusiasta. Sua nipote è in ginocchio, gli succhia il bischero… un bischero molliccio, esausto per i piaceri della festa e che, senza l'aiuto di molta arte, non tornerò molto presto in vita. Lucinde, un po' di fianco, fa scivolare una delle mani sotto le natiche del monaco e lo socratizza ampiamente. Il libertino mette la lingua nel santuario del tempio che gli è stato aperto e l'introduce più avanti possibile. Le sue mani adunche molestano uguali grazie in Armande e Lucinde; preme e pizzica il culo all'una e all'altra con tutta la lussuria immaginabile. Ma, sempre con il pensiero a Justine, il cui sedere è alla portata della sua bocca, le ordina di far peti; Justine obbedisce e subito si accorge del meraviglioso effetto del suo eccedere. Il monaco, eccitato a meraviglia, diventa più focoso; morde improvvisamente in sei punti diversi le natiche di Justine che lancia un grido e si getta in avanti. Clément, trovandosi spostato, si spinge verso di lei, la collera negli occhi:

   - Sai, no, grida, cosa rischi per simile insubordinazione?

   La sventurata si scusa, ma la belva, afferrandola per il corsetto, glielo strappa con la camicia, la prende per il seno e l'insulta comprimendoglielo. Le guardiane spogliano Justine, ed eccoli tutti e quattro nudi. Armande interessa brevemente lo zio; cos'è mai la voce del sangue! la picchia a palma aperta sulle natiche furiosamente, la bacia nella nocca, le morde la lingua e le labbra; lei grida;i  dolore strappa alla ragazza lacrime involontarie; lui la fa salire su una sedia,le bacia il culo, le fa fare peti. E' la volta di Lucinde; è trattata come la compagna. Justine lo scrolla mentre agisce; lui morde crudelmente il culo che gli è offerto e i suoi denti s'imprimono in molti punti delle carni della bella fanciulla; voltandosi verso Justine all'improvviso perché, secondo lui, scrolla molto male:

   - Ehi! puttana! dice, come soffrirai!

   Non aveva bisogno di dirlo; i suoi occhi sono assai eloquenti.

   - Sarete fustigata in ogni parte del corpo;sì, persino su questo seno d'alabastro,persino su questi bocciuoli di rosa che sgualcisco con sommo piacere.

   E la nostra disgraziata paziente non osava rispondere temendo d'irritare maggiormente il suo carnefice, ma il sudore le copriva la fronte e gli occhi, suo malgrado, le si riempivano di lacrime.

   Allora egli la volta, a fa inginocchiare contro una sedia ordinandole di tenere con le mani lo schienale e di non lasciarlo mai, se vuole evitare severo castigo. Vedendola così a portata di mano,  ordina alle guardiane di portare le verghe; gliene presentano diversi fasci; egli afferra il più sottile… il più flessibile, e inizia con una ventina di colpi sulle spalle e sulla parte alta dei fianchi; poi, abbandonando un minuto Justine, mette Armande e Lucinde a circa sei piedi da lei, a destra e a sinistra, esattamente nell'identica posizione; dichiara poi chele frusterà tutte tre, e che la prima che lascerà andare lo schienale della sedia… che lancerò un grido o verserà una lacrima, sarà immediatamente sottoposta  al supplizio che più garberà al suo furore.

   - Tienti forte, furfante; sarai trattata come l'ultima delle miserabili.

   A queste parole Justine riceve cento colpi di seguito, inferti dal braccio nervoso che strazia tutta la parte del dorso fino alla curva inclusa dei fianchi; vola poi il monaco dalle altre e le tratta  come Justine. Le misere non profferivano parola; solo i loro volti erano il ritratto del crudele stato della loro anima, e solo s'udiva qualche gemito sordo e trattenuto. Fino a che punto ardesse di passione quel monaco non si sorgeva, non c'era ancora alcun indizio; egli si scrollava ad intervalli, ma niente si rizzava.

   - Oh! cazzo, diceva, ho troppo scaricato al supplizio della sgualdrina che stanotte abbiamo martirizzato; le ho riservato cose eccezionali, uniche, ma che mi hanno sfinito; non rizzerò mai, è finita.

   E riavvicinandosi a Justine al centro del quadro, ne osserva le sublimi natiche il cui biancore fa vergognare il giglio e che, ancora intatte, avrebbero presto affrontato i maltrattamenti dovuti; egli le palpa, non riesce a dominarsi e le apre, le solletica, le bacia e ribacia.

   - Avanti! dice, coraggio!

   Una spaventosa gragnola di colpi cade immediatamente sulle due natiche e le ferisce fino alle cosce. Enormemente incoraggiato dai sobbalzi, dai sussulti, dalle smorfie, dalle contorsioni che il dolore strappa alla disgraziata, esaminandole, afferrandole gioiosamente, Clément finisce per esprimere sulla bocca della paziente le sensazioni che lo agitano.

   - Questa puttana, come mi piace! esclama, non ne ho mai fustigata una che mi abbia dato tanta soddisfazione!

   E passa a Lucinde, e anche le sue avvincenti natiche son trattate in ugual maniera: da Lucinde va ad Armande, che frusta con identica barbarie. Resta la parte inferiore, dall'alto delle cosce fino ai polpacci, e l'energumeno,su tutte e tre, infierisce con pari ardore.

   - E adesso, voltando Justine, cambiamo mano e visitiamo questo.

   Le dà una cinquantina di colpi, dalla metà del ventre fino alla cosce, poi, facendogliele divaricare, colpisce forte nell'interno dell'antro, aperto per la posizione.

   - Oh! porcodio! esclama il monaco, vedendo il conno a portata di mano, ecco l'uccellino che spiumerò.

   Alcune sferzate essendo penetrate, grazie alla sua attenzione, in profondità, Jusine si mette a gridare.

   - Ah! ah! dice l'antropofago,ho dunque scoperto il punto debole; lo rivisiteremo presto un po' meglio.

   Tuttavia, Armande e Lucinde sono messe nella stessa posizione, e le verghe raggiungono le parti più delicate dei loro corpi; ma, sia per abitudine sia per coraggio sia per timore d'incorrere in trattamenti ancor più spietati, esse rispondono con qualche fremito e qualche involontaria contorsione. Sono lasciate sanguinanti.

   C'era d'altra parte un certo cambiamento nello stato fisico del libertino; e, sebbene gli indizi fossero assai poco consistenti, il maledetto aggeggio cominciava a issarsi.

   - Mettetevi in ginocchio, dice il monaco a Justine, vi frustrò sul petto.

   - Sul petto, padre mio?

   - Sì! su quelle due masse orribili che mi fan schifo… che odio e che m'ispirano solo cose crudeli.

   E le stringeva e premeva violentemente.

   - Oh! padre, dice Justine in lacrime, è una parte così delicata! mi farete morire!

   Ed egli comincia con cinque o sei colpi, che Justine para con le mani.

   Furente per tale difesa, Clément afferra Justine per le braccia e gliele lega dietro la schiena ordinandole di tacere… di non pronunciare una sola parola. La sventurata ha solo le sue lacrime… le espressioni del volto, per implorare clemenza, ma uno scellerato come lui, e soprattutto quando rizza, sente pietà? Scarica una dozzina di colpi sul seno della misera fanciulla che non dice più niente. Terribili sferzate rimangono impresse in strisce di sangue; l'estremo dolore strappa a Justine pianti che, ricadendo in perle sul seno lacerato, rendono la leggiadra fanciulla mille volte ancor più interessante. Il furfante bacia quelle lacrime, le lecca, le mescola con la lingua alle gocce di sangue versato dalla sua ferocia, torna alla bocca… agli occhi bagnati che succhia con voluttà.

   Subentra Armande; mani legate, ella offre un seno d'alabastro e delle più avvenente rotondità. Clément finge di baciarlo, ma p per morderlo; infine colpisce e quelle belle carni, così bianche, così turgide, mostrano tosto al loro carnefice ferite e tracce di sangue. Lucinde, trattata come le compagne, non sopporta con uguale coraggio; le sferzate avendole lacerato una mammella, sviene…

   - Ah cazzo! dice il monaco irritato, ecco quel che volevo.

   Tuttavia il suo bisogno di avere la vittima vince il piacere di contemplarla in quella crisi. Con l'aiuto dei sali, ella riprende i sensi.

   - Su, dice egli, vi sferzerò tutte contemporaneamente, e ognuna su parti diverse.

   Lascia Justine inginocchiata, mette Armande su lei, le gambe divaricate, in modo che la sua bocca si trovi all'altezza del conno di Armande e il petto fra le cosce di costei, esattamente sotto il didietro, fa sedere Lucinde sulle reni di Armande, anche lei con le gambe divaricate e con il conno ben in vista, esattamente  all'altezza delle due natiche di colei sulla quale è appollaiata. In questo modo, l'energumeno può, come dice, fustigare contemporaneamente il pube, le natiche e i seni delle tre donne più belle che mai sia stato dato di vedere. Clément non resiste al colpo d'occhio, incantevole, della bella figura: il furfante colpisce violentemente tutte le bellezze che gli sono davanti: culi, conni, seni, tutto è senza pietà flagellato, tutto ridotto sanguinante. Il monaco finalmente rizza, e diventa ancor più una furia. Apre un armadio dove sono varie fruste; ne prende una con le punte di acciaio così taglienti da non poterle toccare senza il pericolo di ferirsi:

   - Ecco, Justine, dice, mostrando quello strumento; guarda come  divertente frustare con questo… tu lo sentirai; tu lo proverai, furfante, ma, per il momento, preferisco usare quest'altro.

   Era di strisce di budello rattorte, aveva dodici braccia: in cima a ciascuna un nodo più forte degli altri e grosso come una nocciola.

   - Su, nipote mia, la cavalcata… la cavalcata! dice ad Armande.

   Immediatamente la figura si scioglie. Le due guardiane, che sanno di cosa si tratta, si mettono a quattro zampe nel centro della stanza, le reni alzte pi più possibile; dicono a Justine di imitarle; la sventurata così fa: il monaco sale su Armande e poiché tutte e tre sono vicine, colpisce furiosamente le bellezze che mostrano. Siccome, data la posizione esse mostrano nel maggior divaricamento quella parte delicata che le distingue dall'uomo, il barbaro là colpisce; le braccia lunghe e flessibili della frusta penetrano con maggior facilità delle verghe e lasciano tracce profonde del suo furore; ora colpisce una, ora dirige i suoi colpi sull'altra. Buon cavallerizzo quanto intrepido frustatore cambia diverse volte cavalcatura, sempre preciso nel colpire violentemente sia quelle che regge sia quelle su cui è montato. Le disgraziate sono sfinite; le fitte dolorose sono così pungenti da essere quasi insopportabili.

   - Alzatevi, dice allora riprendendo le verghe; sì, alzatevi e badate a voi.

   I suoi occhi mandano scintille, egli è schiumante. Minacciate su tutto il corpo, le misere lo evitano; corrono, come smarrite, per tutta la stanza: egli le insegue; colpendo indistintamente tutte e tre, lo scellerato le fa sanguinare; le raccoglie infine nell'alcova e là più alcuna misura: i colpi infittiscono e cadono alla cieca e con tanta furia da offendere anche il loro viso:una sferzata lede l'occhio di Armande: ella lancia un urlo, il sangue cola. Quest'ultima atrocità determina l'estasi e, mentre le natiche e le mammelle delle altre due sono crudelmente lacerate, l'infame innaffia di sperma la fronte e i capelli della sventurata nipote che per il dolore si rotola per terra, lanciando grida spaventose.

   - A letto, dice freddamente il monaco; ne avete abbastanza, vero, signorine? Ma non io. Non passano facilmente certe manie, anche se sono solo l'ombra di quel che vorrei veramente fare. Ah! mie care, non sapete fino a che punto trascina tale nostra depravazione, l'ebbrezza in cui getta, la violenta scossa che risulta, nel fluido elettrico, dall'irritazione prodotta dal dolore nell'oggetto che serve le nostre passioni, e come si è stuzzicati dalle sue sofferenze! Il desiderio di accrescerle, ecco lo scoglio, lo so, ma perché dovrebbe temerlo colui che si fa beffa di tutto, che non riconosce né legge né fede né religione, che calpesta ogni principio?

   Sebbene la mente di Clément fosse ancora esaltata, Justine capendo che almeno i sensi erano calmi, ardì rispondere a quanto egli aveva detto e rimproverare la sua depravazione. In qual modo il libertino si giustificò parve degno di essere accolto in queste memorie.

 

 

   ∼∼∼         ∼∼∼    ❖ ❖ ❖

 

 

   - La cosa più ridicola di questo mondo, mia cara Justine, disse Clément, è voler discutere sui gusti degli uomini, avversarli, biasimarli o punirli, se non sono conformi, sia alle leggi del paese che si abita sia alle convenzioni sociali. Ma come! gli uomini non capiranno mai che non esiste inclinazione, per quanto stravagante, per quanto criminale, che non sia il risultato del tipo di organizzazione ricevuto dalla natura. Ciò premesso, ti domando con quale diritto un uomo osa esigere da un altro o di modificare le proprie inclinazioni o di modellarle secondo l'ordine sociale? con qual diritto, le leggi stesse, fatte per il bene dell'uomo, osano infierire contro colui che non può correggersi o che ci riuscirebbe solo a scapito di quel bene che le leggi dovrebbero tutelare? Ma anche desiderando di cambiare inclinazione, ciò sarebbe possibile? dipende da noi? possiamo diventare diversi da come siamo? Vorreste un uomo artefatto? approfondiamo; so che sei intelligente, Justine, e capirai senz'altro.

   Due irregolarità, capisco, ti hanno colpita fra noi: ti meravigli che alcuni confratelli sperimentino pungenti sensazioni dinanzi a cose volgarmente  riconosciute come fetide eo impure; e sei anche stupita chele nostre facoltà voluttuose vibrino ad azioni che, secondo te, sono emblema di ferocia. Analizziamo l'una e l'altra inclinazione e cerchiamo, se è possibile, di giungere al convincimento che nulla è più semplice a questo mondo dei piaceri che ne risultano.

   E' strano, sostieni, che cose sporche e turpi possano produrre nei nostri sensi l'eccitazione essenziale al raggiungimento del delirio. Ma prima di meravigliarti, dovresti sentire, figliola, che gli oggetti hanno valore ai nostri occhi unicamente e in proporzione a quello che vi ammette l'immaginazione: è dunque assai possibile, secondo tale costante verità, che non soltanto le cose più stravaganti ma anche le più vili e orrende possano agire su noi assai sensibilmente. L'immaginazione dell'uomo è una facoltà della sua mente in cui, trait i sensi, si delineano, si modificano gli oggetti, e quindi si formano i pensieri, secondo la prima percezione di tali oggetti. Ma l'immaginazione, essa stessa risultato della specie di organizzazione di cui è dotato l'uomo, accoglie gli oggetti ricevuti in questo o quel modo, e non crea poi i pensieri se non secondo l'effetto prodotto dall'urto degli oggetti percepiti. Forse un esempio ti aiuterà a capire. Non hai mai visto, Justine, degli specchi di forma diversa? alcuni rimpiccioliscono gli oggetti, altri li ingrandiscono, questi li rendono brutti, quelli bellissimi. Ora, non credi che, se ognuno di quegli specchi unisse la facoltà creatrice a quella oggettiva, darebbe dello stesso uomo, che si specchiasse, un'immagine totalmente diversa? e tale immagine non sarebbe secondo il modo con il quale lo specchio ha visto l'oggetto? Se, alle due facoltà che abbiamo attribuito allo specchio, ora si sommasse quella della sensibilità, non avrebbe esso per quell'uomo, visto in questo o in quel modo, la specie di sentimento che gli sarebbe possibile concepire per il tipo percepito? Lo specchio che lo avrò visto brutto lo odierà; quello che lo ha visto bello lo amerà; e tuttavia si tratta dello stesso individuo.

   Tale è l'immaginazione dell'uomo, Justine: il medesimo oggetto si presenta sotto tante forme quanti sono i differenti modi; e, secondo l'effetto ricevuto dall'immaginazione, e non ha importanza quale sia l'oggetto, essa è spinto ad amarlo o ad odiarlo. Se l'urto dell'oggetto percepito la colpisce piacevolmente, essa lo ama, lo preferisce, anche se quell'oggetto non possiede alcunché di piacevole; e se poi questo oggetto, per quanto di gran valore per altri, non ha colpito l'immaginazione di cui ci occupiamo se non spiacevolmente, essa si allontanerò, perché alcun nostro sentimento si forma né si realizza se on in ragione dei diversi oggetti sull'immaginazione. Non è assolutamente strano, quindi, che ciò che piace agli uni possa spiacere agli altri e, reversibilmente, che la cosa più straordinaria e la cosa più mostruosa trovi i suoi adepti.. L'uomo artefatto trova anch'egli degli specchi che lo rendono bello.

   Ora, se ammettiamo che il godimento dei sensi dipende sempre dall'immaginazione, è sempre regolato dall'immaginazione, non dovremo meravigliarci delle numerose variazioni suggerite dall'immaginazione in tali godimenti, dell'infinito numero delle diverse inclinazioni e diverse passioni che partoriranno le varie deviazioni dell'immaginazione medesima; le tendenze poi, benché lussuriose, non devono colpire più di quelle di un genere semplice. Non c'è ragione di giudicare un capriccio di gola meno straordinario di un capriccio di letto; e, nell'uno come nell'altro genere, non c'è da stupire se qualcuno idolatra una cosa che la maggior parte degli uomini considera destabile o se qualcun altro ne preferisce una generalmente riconosciuta buona. L'umanità è in sé conforme negli organi, non in favore della cosa amata. I tre quarti dell'universo possono trovare delizioso l'odore di una rosa, ma ciò non costituisce una prova né per condannare il restante quarto che potrebbe trovarlo  cattivo né per dimostrare che tale odore è veramente piacevole.

   Se pertanto esistono esseri nel mondo i cui gusti urtano contro tutti i pregiudizi ammessi, le cui stravaganze feriscono tutti i principi della società, i cui capricci offendono  le leggi, e morali e religiose, esseri che vi sembrano, insomma, degli scellerati e dei mostri per la loro tendenza al crimine, sebbene spinti non dall'interesse ma dal piacere, non solamente non devono stupirci, non soltanto non dobbiamo far loro la predica né punirli, ma dobbiamo essere loro utili,dobbiamo accontentarli, annullare qualunque freno li impacci e offrire loro, se volete essere giusta, ogni motivo di soddisfazione senza incorrere  in pericoli perché non dipendono da loro quelle inclinazioni stravaganti, così come non dipende da voi essere intelligente o stupida, di essere ben fatta o gobba. Nel seno della madre si formano gli organi che ci renderanno suscettibili di questa o quella stravaganza; i primi oggetti mostrati, i primi discorsi uditi, finiscono per far scattare la molla; i gusti si formano, si rendono abitudini, e niente al mondo potrò distruggerli. L'educazione ha un bell'insistere, non riesce a cambiare più niente, anche se avrò ricevuto una buona educazione mentre infallibilmente volerà verso la virtù colui i cui organi si troveranno disposti al bene, anche se il suo istitutore non lo avrà saputo educare: entrambi avranno agito secondo la propria organizzazione, secondo l'impronta data dalla natura, e l'uno non è più degno di punizione di quanto l'altro lo sia di ricompensa.

   Lo strano è  che fin quando si tratta di cose futili, non ci stupiamo della differenza di gusto, ma non appena si tratta della lussuria, tutti fan gran chiasso. Le donne, sempre attente ai propri diritti, le donne, che la debolezza e il poco coraggio spingono e obbligano a nulla perdere, hanno continuamente paura che si porti via loro qualcosa, e se disgraziatamente si ricorre, per divertimento, a qualche accorgimento contrario al loro culto, allora gridano al crimine, degno del patibolo! Che incoerenza! che malvagità! Il piacere dei sensi dovrebbe dunque rendere un uomo migliore di quanto lo rendano gli altri piaceri della vita? Il tempio della generazione, in una parola, dovrebbe essere il unto di riferimento delle nostre inclinazioni, e risvegliare i nostri desideri pi e meglio di un'altra parte del corpo, o più contraria o più lontana da esso, e anche della più fetida o più ripugnante emanazione di quel corpo? Non mi sembra che si debba stupire della stravaganza di un uomo nei piaceri del libertinaggio più di quanto lo sia nelle altre funzioni della vita: lo ripeto, nell'uno come nell'altro  caso, la sua stravaganza è risultato dei suoi organi. E' colpa sua se quel che colpisce voi non ha importanza per lui mentre è eccitato da ciò che per voi è ripugnante? Qual è l'uomo che non modificherebbe immediatamente i suoi gusti, le sue inclinazioni, i suoi moti sul piano generale e non preferirebbe essere come tutti gli altri piuttosto di possedere singolari stravaganze, se dipendesse da lui? E' intolleranza e la più stupida e la più barbara voler infierire contro un tale uomo; non è più colpevole verso la società, di qualsiasi natura siano i suoi smarrimenti, di quanto non lo sia, come ho già detto,  chi è nato cieco o zoppo! ed è anche ingiusto punirlo o prendersi beffa di lui quanto lo sarebbe tormentare o deridere l'altro. L'uomo dotato di singolari inclinazioni è un malato; è, se volete, una donna con i fumi isterici: ci è mai saltato in mente di punire o di contrariare l'uno o l'altra? Siamo dunque giusti anche con l'uomo che ci stupisce per i suoi capricci: in tutto simile al malato o all'isterica, è come loro degno di pietà e non di biasimo. Moralmente, tale la scusante per quelle persone; la si ritroverebbe anche fisicamente, ne sono certo, con pari facilità; e quando l'anatomia sarà perfezionata sarà facilmente dimostrato grazie ad essa il rapporto fra l'organismo dell'uomo e le inclinazioni sue. Perdenti, impiegatucci, plebaglia tonsurata, carnefici, cosa farete quando saremo arrivati a quel punto? cosa ne sarà delle vostre leggi, della vostra morale, della vostra religione, delle vostre forche, dei vostri paradisi, dei vostri dèi  e del vostro inferno, quando sarà quel dato livello di acidità nel sangue o negli spiriti animali, sono sufficienti a fare di un uomo l'oggetto delle vostre punizioni o delle vostre ricompense?

   Proseguiamo: l'inclinazione alla crudeltà vi stupisce.

   Qual è l'oggetto dell'uomo che gode? Non è forse quello che dà ai suoi sensi tutto l'eccitamento cui sono sensibili, per meglio raggiungere e più caldamente l'ultima crisi?... crisi preziosa che caratterizza il godimento, come buono o come cattivo, secondo la maggiore o minore attività nel momento della crisi? Ora, non è forse un insostenibile sofisma avere il coraggio di dire che per migliorarla sia necessaria la partecipazione della donna? Non è forse evidente che la donna non può condividere niente senza prendere, e che ciò che ruba è inevitabilmente a scapito nostro? E che bisogno c'è che la donna, io vi domando, goda quando noi godiamo? in tutto ciò qual altro sentimento se non l'orgoglio può sentirsi lusingato? Eh! non sarà forse più intensa la sensazione di tale sentimento d'orgoglio forzando, invece, la donna ad astenersi dal godimento, per godere solo noi, per essere totalmente nostra, e nulla le impedisca di occuparsi esclusivamente del nostro piacere? La tirannia non lusinga l'orgoglio più vivamente dalla carità? Colui che s'impone non è forse con maggior fondamento il padrone, più di colui che condivide? Ma come può venire in testa a un uomo di buon senso che la delicatezza abbia qualche valore nel godimento? E' assurdo sostenere che sia necessaria; non aggiunge mai nulla al piacere dei sensi; dico di più, nuoce; è cosa assai differente amare e godere; ne è prova il fatto che ama tutti i giorni sena godere, e che si gode ancor più sovente senza amare. Tutto quel che si mescola quanto a delicatezza nelle voluttà di cui parlo è un dono fatto al godimento della donna a detrimento di quello dell'uomo, e finché questi è occupato a far godere, certamente o non gode o il suo godimento è meramente intellettuale, vale a dire chimerico e assai inferiore a quello dei sensi. No, Justine no, non mi stancherò mai di ripeterlo, è perfettamente inutile che un godimento sia condiviso per essere vivo e per rendere questo tipo di piacere pungente il più possibile: è, invece, fondamentale che l'uomo goda a scapito della donna; ch'egli prenda da lei (qualunque sensazione ella abbia) tutto quel che può accrescere la voluttà di cui vuol godere, senza il minimo riguardo agli effetti che possono derivare per la donna; perché tali riguardi lo turberebbero: o vorrà che la donna partecipi, e allora lui non godrà, o temerà che ella soffra, ed eccolo sbalestrato. Se l'egoismo è la prima legge della natura, lo è a maggior ragione, e più che in altri casi, nei piaceri della lubricità voluti dal quella madre celeste, quale nostro unico movente. E' piccola cosa che, per l'accrescimento della voluttà dell'uomo, egli debba o trascurare o scompigliare quella della donna, perché, se questo scompiglio gli fa guadagnare qualcosa, la perdita subita dall'oggetto che lo serve non lo tocca; deve essergli indifferente che tale oggetto sia felice o infelice, purché egli ne tragga diletto: non esiste alcun rapporto fra l'oggetto e lui. Sarebbe dunque pazzesco occuparsi delle sensazioni di tale oggetto a scapito delle proprie; assolutamente imbecille se, per modificare sensazioni estranee a lui rinunciasse a migliorare le proprie. Ciò posto, se l'individuo in questione è sventuratamente organizzato da essere commosso solo producendo, nell'oggetto che gli serve, dolorose sensazioni, ammetterete che suo dovere sia abbandonarvisi senza rimorso, perché è lì per godere, fatta astrazione da tutto quel che ne può derivare per l'oggetto. Torneremo sull'argomento. Intanto, proseguiamo per ordine.

   I godimenti isolati hanno il loro fascino; dunque possono averne più di ogni altro. Eh! se così non fosse, come potrebbe godere il vecchio, tanta gente o deforme o difettosa? Sono, costoro, certi di non essere amati, ben certi che è impossibile che sia condiviso quel che provano; la loro voluttà è minore? Desiderano solo illudersi? egoisti nei loro piaceri, li vedete intenti ad averne, pronti a tutto sacrificare per riceverne, e mai supporre nell'oggetto che serve loro, altre proprietà che non siano quelle passive. Non è dunque assolutamente necessario dare piacere per riceverne: lo stato felice o infelice della vittima della nostra sregolatezza è dunque assolutamente indifferente al soddisfacimenti dei nostri sensi; non si tratta dello stato  eventuale del suo cuore o della sua mente; tale oggetto, assolutamente passivo, può indifferentemente essere contento o soffrire di quel che gli fate, amarvi o odiarvi: tute queste considerazioni sono inutili, quando si tratta di sensi. Le donne, lo ammetto, possono stabilire massime affatto contrarie, ma le donne, che non sono altro che macchina di voluttà, che devono esserne lo zimbello, sono confutabili ogniqualvolta risulti necessario un reale sistema sulla natura dei piaceri che si possono godere servendosi sei loro corpi. Qual è l'uomo di buon senso che desideri far condividere il proprio godimento a delle prostitute? E forse non esistono milioni di uomini che provano grande piacere con quelle creature? Sono tutti altrettanti individui convinti di quel che sto sostenendo, che lo mettono in pratica senza esitare e che stupidamente biasimano chi legittima profondamente le loro azioni; e questo perché l'universo è pieno di statue provviste di organi che vanno, vengono, agiscono, mangiano, digeriscono senza mai rendersi conto di niente.

   I piaceri solitari, squisiti quanto gli altri e forse più, sono dunque cosa semplicissima quanto il godimento, gustato indipendentemente dall'oggetto che ci serve, che non è solo disgiunto da ciò che ad esso può essere piacevole, anzi contrasta con i suoi piaceri. E dico di più: può diventare un dolore imposto,una vessazione, un supplizio, fatto per nulla straordinario, anzi accrescimento del piacere per il despota che tormenta o che maltratta. Cerchiamo di dimostrarlo.

   L'emozione della voluttà non è altro, sulla nostra anima, che una specie di vibrazione prodotta dalle scosse che l'immaginazione, accesa dal ricordo di un oggetto lubrico, dà ai nostri sensi o tramite la presenza di tale oggetto o ancor meglio tramite l'irritazione dell'oggetto medesimo per il genere che ci eccita maggiormente. Così la voluttà, quell'inesprimibile solletico che porta al più alto livello di felicità fisica cui possa arrivare l'uomo, ci elettrizza per due motivi: sia riconoscendo realmente o fittiziamente nell'oggetto che ci serve, la specie di bellezza che più ci attrae, sia vedendo che l'oggetto sperimenta la più forte sensazione possibile. Ora, non esiste sensazione più attiva… più incisiva di quella del dolore: è un imprimere certo; non inganna come il piacere, continuamente imitato dalle donne e mai da esse veramente provato. Quanto amor proprio,d'altronde, quanta giovinezza, quanta forza, quanta salute sono necessarie per essere certi di determinare in una donna la dubbiosa e poco soddisfacente impressione del piacere! Quella del dolore, invece, non richiede nulla: più un uomo è pieno di difetti, più è vecchio, meno egli è simpatico, meglio riesce. Quanto allo scopo, esso sarà più sicuramente raggiunto perché abbiamo premesso che tal uomo non sarà toccato, non sarà meglio eccitato nei sensi se non quando sarà stata suscitata, nell'oggetto che lo serve,la più profonda impressione possibile, non importa con quale mezzo. Chi dunque farò nascere in una donna l'impressione più tumultuosa, chi riuscirò a spaventarla, chi a tormenterà con maggior rigore, chi, in una parola, getterà nello scompiglio tutta la sua  organizzazione, sarà dunque riuscito a procurarsi la maggior dose di voluttà possibile; perché la violenta emozione, risultato delle impressioni altrui suoni, dovendo essere proporzionale all'impressione prodotta, sarà necessariamente  più attiva, se tale altrui impressione sarà stata dolorosa piuttosto che dolce e morbida. Perciò, il voluttuoso egoista, persuaso che i propri piaceri saranno più vigorosi quanto più saranno completi, imporrà dunque, quando ne avrà la potestà, la più forte dose possibile all'oggetto che lo serve, sicuro che la voluttà che ne deriva sarà unicamente in proporzione all'impressione prodotta.

   - Sistemi spaventosi, padre, disse Justine: portano a inclinazioni crudeli, a esecrabili stravaganze.

   - Che importa! rispose il barbaro; lo ripeto, siamo forse arbitri dei nostri gusti? Non dobbiamo forse cedere al dettato di quelli ricevuti dalla natura, come l'orgogliosa chioma della quercia si piega all'uragano che la scuote? Se la natura fosse offesa da tali inclinazioni, non le ispirerebbe. E' impossibile che ci abbia dato anche solo un sentimento tale da offenderla, e in questa profonda certezza, possiamo abbandonarci alle nostre passioni, di qualsiasi genere, di qualsiasi violenza possano essere, certi che ogni inconveniente derivante dal loro urto è disegno della natura della quale siamo gli involontari organi. E cosa importano le conseguenze di tali passioni! Quando vogliamo trar diletto, e non ha importanza da cosa, non si tratta evidentemente di preoccuparsi delle conseguenze.

   - Non mi riferivo alle conseguenze, interruppe vivacemente Justine, si tratta di risultati: indubbiamente, se voi siete il più forte e per atroci principi di crudeltà vi piace godere tramite il dolore, per aumentare le sensazioni insensibilmente giungerete, sull'oggetto che vi serve, fino all'estrema violenza di togliergli la vita.

   - E sia: ciò significa che, avuti dalla natura certi gusti, avrò servito la natura nei suoi disegni poiché essa elaborando le sue creature con le distruzioni, mai m'ispira l'idea di distruggere se non quando ha bisogno di creare; cioè, di una porzione di materia oblunga ne avrò formate tre o quattromila rotonde o quadrate. Ecco la vera storia dell'omicidio. O Justine! è dunque un crimine? è possibile definire tale ciò che serve alla natura? L'uomo ha il potere di commettere crimini? e, se preferendo la propria felicità all'altrui, abbatte e distrugge tutto quel che trova sul suo cammino, cosa fa, se non servire la natura, le cui fondamentali e veridiche ispirazioni gli dettano di crearsi la propria felicità, non importa a svantaggio di chi? Il sistema dell'amore del prossimo è una chimera che dobbiamo al cristianesimo, e non alla natura. Il seguace del Nazareno, tormentato, infelice e, conseguentemente, in uno stato di debolezza che doveva far gridare alla tolleranza… all'umanità, dovette necessariamente stabilire tale romanzesco rapporto di un essere con l'altro: difendeva la propria vita facendolo trionfare. Ma il filosofo non ammette tali giganteschi rapporti: non vedendo, non considerando che se stesso nell'universo, a se stesso tutto rapporta. Se tiene presente o indulge ad altri per un attimo, lo fa solo tenendo presente il profitto che giudica di trarne: non ha bisogno degli altri, predomina perché più forte? allora abiura a tutti i bei sistemi di umanità, di pietà, ai quali si era sottomesso per politica; non teme allora di portare a sé tutto ciò che lo circonda, e, non badando a quel che possono costare agli altri i suoi piaceri, li appaga senza riguardo come senza rimorso.

   - Ma l'uomo di cui parlate è un mostro!

   - L'uomo che ritraggo è nella natura.

   - E' una belva.

   - Che significa! la tigre, il leopardo dei quali quest'uomo è, se vuoi, l'immagine, non sono forse creati dalla natura, e creati per assolvere le intenzioni della natura? Il lupo che divora l'agnello agisce secondo le intenzioni della madre comune, come il malfattore che distrugge l'oggetto della propria vendetta o della propria lubricità.

   - Oh, avrete un bel parlare, padre, ma io non accetterò mai tale lubricità distruttiva.

   - Perché hai paura di divenirne l'oggetto: ecco l'egoismo. Scambiamo le parti e intenderai perfettamente. Interroga l'agnello: non capirà perché il lupo possa divorarlo; domanda al lupo a cosa serve l'agnello. A nutrirmi, risponderò. Lupi che mangiano agnelli, agnelli divorati dai lupi, il forte che sacrifica il debole, il debole vittima del forte, ecco la natura, ecco i suoi scopi, ecco i suoi disegni: azione e reazione perpetua, un mucchio di vizi e di virtù, un perfetto equilibrio, in una parola, risultante dalla parità di bene e di male sulla terra, equilibrio essenziale per la conservazione degli astri, della vegetazione senza il quale tutto andrebbe immediatamente distrutto. O Justine! si stupirebbe grandemente, la natura, se potesse discutere un momento con coi, anzi se le dicessimo che i crimini a lei utili, che i misfatti ch'essa esige e ci ispira, sono puniti da leggi, che ci viene assicurato, derivano dalla sua. Imbecille! risponderebbe a chi così le parlasse, genera, calunnia, distruggi, fotti in culo, in conno, ruba, saccheggia, violenta, incendia, martirizza, assassina tuo padre, tua madre, i tuoi figli, commetti senza paura tutti i crimini che ti piacerà perpetrare: tali pretese infamie mi sono gradite, sono necessarie ai miei scopi verso di te; ed io le voglio, poiché le ispiro; non potresti commetterle se mi recassero oltraggio. E' compito tuo regolare ciò che m'indispone e ciò che mi piace! Sappi che non c'è nulla in te che non mi appartenga, nulla che non sia stata o a porvi, per motivi che non ti conviene approfondire; la più abominevole delle tua azioni è solo, come la più virtuosa di un altro, un modo di servirmi; io stimo sia chi distrugge come chi crea, ed entrambi mi servono, anche se procedendo diversamente. Non trattenerti, dunque; spezza le tue leggi, le tue convenzioni sociali e i tuoi dèi; ascolta solo me, e sii convinto che, se esiste un crimine, quello è opporsi a ciò che t'ispiro, o con la tua riluttanza o con i tuoi sofismi.

   - Oh! giusto cielo! esclamò Justine, mi fate rabbrividire: se non esistessero crimini contro natura, da cosa nascerebbe la nostra invincibile riluttanza a certi delitti?

   - La ripugnanza che voi dite non è dettata dalla natura, rispose con vivacità il nostro filosofo; è fondata su un'erronea abitudine. Non accade lo stesso per certi cibi? Anche se eccellenti, non ci capita di rifiutarli perché non ci siamo abituati? Avremmo il coraggio di dire, fondandoci su quest'unico motivo, che non sono buoni? Cerchiamo di vincerci, e ci convinceremo presto che sono gustosi. Ci ripugnano certe medicine, anche se salutari: abituiamoci dunque a ciò che impropriamente  è detto crimine; vi troveremo presto dei vantaggi. La momentanea ripugnanza è un'audacia, una civetteria della natura piuttosto che un avvertimento che la cosa l'offende; essa ci prepara così ai piaceri del trionfo, aumenta anche quelli dell'azione stessa. Anzi, Justine, anzi: più l'azione ci sembra spaventosa più contraria agli usi e costumi nostri, più spezza freni, più ferisce ciò che supponiamo essere le leggi della natura, e più, al contrario, è utile proprio alla natura. Solo grazie ai crimini essa riacquista i diritti che la virtù continuamente si arroga. Se il crimine è lieve e di poco differisce dalla virtù, esso stabilirà più lentamente l'equilibrio indispensabile alla natura, ma, più è grave, più sembra spaventoso, più è vasto; meglio  livella i pesi, più bilancia la preponderanza della virtù, che altrimenti tutto distruggerebbe. La smetta dunque di aver paura chi medita un misfatto o chi lo ha compiuto: più il suo crimine sarà senza limiti e più egli avrà servito la natura. O Justine! Archimede lavorava a una macchina che avrebbe dovuto alzare il mondo: quando un meccanico ne avrà scoperta una che lo riduca in polvere, costui avrà ben meritato dalla natura, perché la mano della natura brucia del desiderio di ricominciare un'opera… mancata al primo tentativo.

   - Oh padre, con tali principi…

   - Si è scellerati, non è vero, mia cara? Ma lo scellerato è sempre l'uomo della natura, mentre il virtuoso lo è solo della circostanza.

   - Ahimé, signore, proseguì piangendo la nostra piccola sventurata, non sono abbastanza intelligente per confutare i vostri sofismi, ma il loro effetto sul mio cuore… su un cuore senza esperienza, opera anch'esso della natura come potrebbe esserlo la vostra depravazione, tale effetto, dico, è sufficiente a dimostrare quanto la vostra filosofia sia cattiva e dannosa.

   - Dannosa, e sia, rispose Clément; cattiva, no; perché tutto quel che è dannoso non è affatto cattivo. Esistono cose utilissime che sono dannose; i serpenti, i veleni la polvere da sparo, tutto ciò è molto dannoso e nonostante ciò assai usato: tratta la mia morale così, ma non avvilirla. Abusare delle cose migliori può diventare dannoso: ma in questo caso l'abuso è un bene, e più un uomo saggio metterà in pratica i miei sistemi, più gli garantirò la felicità, perché la felicità consiste in ciò che commuove, e non c'è che il crimine che commuova: la virtù, stato d'inazione e di quiete, non può mai condurre alla felicità.

   A queste parole Clément si addormentò.

- Si sveglierà presto, dissero Armande e Lucinde a Justine, e sarà come un indemoniato: la natura addormenta i suoi sensi solo per dar loro, dopo breve riposo, nuova e maggiore energia. Ancora un quadro e poi potremo stare tranquille fino a domani.

- E perché non profittate di questo momento per dormire anche voi? disse Justine alle compagne.

- Lo puoi tu, mia cara, disse Armande: non sei di guardia. Mettiti nuda accanto a lui, con le natiche il più possibile vicine alla sua faccia, non ti dirà una parola: ma il dovere ci obbliga, la mia compagna ed io, a vegliare; ci mangerebbe vive se ci sorprendesse addormentate; nessuno lo biasimerebbe: è la legge del serraglio, essi non ne conoscono altre.

- Cielo! disse Justine, come! persino nel sonno questo scellerato vuole che ciò che lo circonda si trovi in stato di sofferenza?

- Sì, rispose Lucinde, è la barbarie di tale idea che gli procura il furioso risveglio che vedrai. E, a questo proposito, come quei perversi scrittori dalla corruzione così perniciosa, così attiva, il cui unico scopo, stampando i loro orrendi sistemi, è quello d'estendere al di là della loro stessa vita ogni loro crimine: non possono più commetterne, ma i loro maledetti scritti ne faranno commettere; e tale dolce pensiero, che portano nella tomba, li consola della necessità imposta dalla morte di rinuncia al male (38).

E le due guardiane di Clément si rimisero a perlustrare delicatamente attorno al letto del padrone. Justine si addormentò in una poltrona, il più lontano possibile da quel mostro.

Dopo due ore, effettivamente egli si svegliò agitatissimo. Infuriato di non trovare Justine accanto a lui, la chiamò e, afferrandola con violenza:

- Perché non sei qui, puttana? le disse; non ti è stato detto dove dovevi stare? non ti è stato detto che svegliandomi avevo bisogno di un culo sotto il naso?

I suoi occhi scintillavano, la sua respirazione era affannosa ed energica; pronunciava frasi smozzicate che altro non erano che bestemmie o parole proprie al libertinaggio. Egli chiama le guardiane, chiede le verghe e, legando le tre donne pancia contro pancia, le sferza tutte e tre fino a consumarne sui loro corpi una mezza dozzina di manciate. Rizza, allora le slega; si tratta ora di succhiare: una, Armande, deve farlo scaricare nella bocca; Lucinde deve mordicchiargli la lingua e pompargli la saliva e Justine deve trafficargli nell'ano. Vinto da sensazioni tanto voluttuose, il libertino perde la testa perdendo, con il fiotto ardente del suo seme, e l'ardore e il desiderio. Ma le tre donne risentono della crisi; pare ch'egli voglia molestarle durante la scarica: quella che pompa ha la mammella destra illividita; quella che lo bacia in bocca la lingua quasi spezzata in due; ed egli è così violentemente appoggiato sulla faccia di Justine, che sta succhiandogli il culo, da schiacciarle quasi il viso: il sangue le esce dal naso a fiotti.

Il resto della notte fu tranquillo. Alzandosi, il monaco si contentò di farsi flagellare; le tre donne vi esaurirono ogni forza. Allora le esaminò, osservò attentamente i segni della sua crudeltà e, siccome doveva andare a dir messa, esse rientrarono nel serraglio.

La direttrice non poté fare a meno di desiderare Justine nello stato di sporcizia e di eccitazione in cui la supponeva; le fece dire di andare da lei: Justine non poté esimersi. Stava per essere servita la colazione; una delle matrone, di quarant'anni, era con la padrona di casa: era la celebre Honorine. Si ricorderà che questa donna piena di energia, bella quanto viziosa, aveva commesso un omicidio nella casa senza alcuna spiacevole conseguenza per lei essendo abitudine dei monaci di mai punire i crimini che maggiormente li deliziavano. Assai innamorata della nostra eroina, desiderava goderne almeno con altrettanto ardore della direttrice, e tutte e due erano là per soddisfare tale desiderio. Cieca sottomissione fu dunque ordinata alla miserella. Le due lesbiche se ne appropriano e, rincarando la dose l'una più dell'altra con discorsi e gesti, mettono la povera fanciulla nelle condizioni di convincersi che delle donne, in simili momenti, perduto ogni ritegno proprio al loro sesso, non possono, seguendo l'esempio dei loro tiranni, diventare che oscene e crudeli. Lo si crederà? Honorine aveva gusti maschili, si faceva frustare, inculare, le piacevano la merda e i peti; e la dolce Justine fu obbligata a prestarsi ad ogni suo capriccio con la medesima rassegnazione con la quale avrebbe dovuto comportarsi se fosse stata nella cella di un monaco o ad una delle loro cene. Impossibile immaginare le molte lussurie celebrate in quelle segrete orge, dalle quali Justine uscì più stanca che se avesse tenuto testa a dieci libertini. Un po' più soddisfatta di lei, la direttrice la licenziò meno arrabbiata; e Justine si accorse che era meglio ottenere la stima di tale favorita che meritarne lo sdegno.

Due notti dopo, dormì con Jérome. Era sola con le due guardiane, Olympe e Eléonore, la prima di nove anni, l'altra di tredici. Quattro gitoni dai dodici ai quindici anni e tre fottitori dai venti ai venticinque completavano il numero dei soggetti destinati alla scena infame.

- Guarda questa bambina, disse il vecchio scellerato indicando a E siccome Eléonore continuava a negare, Jérôme annunciò che avrebbe proceduto all'interrogatorio tramite tortura. Passarono a tale scopo in un gabinetto in cui tutto ciò che poteva servire alle torture più orrende era pronto. Tutta la compagnia segue il monaco; Justine lo conduce, guidandolo per il bischero. Egli rizza, bestemmia, ingiuria; i suoi occhi sono due forni; la sua bocca schiuma: è spaventoso. Eléonore è fatta stendere su un cavalletto con dei congegni a molla che le tendono le braccia e le gambe fino a slogargliele: la fanciulla non pronuncia alcun nome. La tortura cambia. Viene spalmata di lardo su tutto il corpo: è messa davanti a un fuoco terribile. Mentre sfrigge, Jérôme, sodomizzato dai tre fottitori, non smette di mantenere Justine inculata. Ancora silenzio, e la sventurata vittima è ritirata dal fuoco mezzo arrostita.

- Su, dice Jérôme, che aiutava esultante i tre fottitori nelle sanguinarie operazioni, bisogna fare un'altra prova.

La vittima è messa, sospesa a corde, fra due lastre di acciaio fornite di punte che si chiudono una sull'altra o si aprono. In un primo tempo con estrema cautela è usato il terribile strumento: ma quando Jérôme si accorge di non riuscire a strappare niente all'accusata, le lastre si avvicinano con tale violenza che la misera fanciulla, trafitta in mille punti del corpo, lancia urla che si potrebbero udire a una lega di distanza.

- E allora la condanno, dice quel barbaro monaco, poiché non vuole confessare.

A queste parole, lascia Justine e sparisce nel culo della nipote. E intanto lo fottono, lo palpano e culi lo circondano; quello della nostra eroina sulla bocca, lui lo divora; e, mettendosi davanti la vittima, vuole che sia sodomizzata sotto i suoi occhi e così vicina che egli possa, con tutte e due le mani, pungerla, farle male alle mammelle con tutta tranquillità. Due giovani, il pugnale alzato, minacciano Eléonore al cuore.

- Colpirete quando ve lo dirò io! grida quella furia; fatela languire a lungo sotto la spada: così mi piace tenere le donne; le vorrei vedere tutte sotto lo stesso pugnale e che lo scatto fosse nelle mie mani.

L'orribile disegno determina l'estasi; lo sperma parte e il mostro, stordito da tutte le voluttà che lo circondano, dimentica d'impartire l'ordine. La sua disgraziata vittima è salva grazie alla bravura dei compagni di sventura; e Cerarne, ormai immerso nel sonno, fra le braccia di Justine, è intento a recuperare quelle forze che l'abitudine di perderle presto diminuirà fino a non fargliele mai più ritrovare. Tuttavia si sveglia dopo tre ore e, rammentando la sua felice dimenticanza, accusa Justine di esserne la causa; le farà subire, dice, la tortura preparata per Eléonore. E intanto l'incula, un fottitore lo penetra, lui bacia il culo di un gitone, ordina alle guardiane di frustarsi alla sua presenza. Vedendo che esse procedono senza molta energia, lancia loro contro uno dei suoi fottitori, che finisce per farla sanguinare; e il villano scarica ancora una volta, dichiarando che ucciderà tutti.

Poco dopo, Justine si coricò con Ambroise. Si ricorderà il carattere di questo monaco feroce e l'orrendo suo aspetto, le sue inclinazioni per la crapula e la sodomia. Non si può immaginare fino a che punto la nostra avventuriera ne fu vittima: unico piacere dello scellerato fu di farla fustigare e sodomizzare tutta la notte alla sua presenza; e quando ella aveva lo sperma nel culo era costretta ad andare a restituirlo a lui nella bocca. Egli inculava un giovane e intanto si faceva frustare. Quando la conclusione stava approssimandosi, s'impossessò delle natiche di Justine, poi, armato di spillone d'oro, le punzecchiò come si fa per cuocere una mela, fino a coprirle di sangue.

- Oh! che scuola! disse Justine rientrando; dove la mia avversa fortuna mi ha portata? E quanto vorrei vedermi fuori da questa impura cloaca, qualunque futuro poi dovesse attendermi.

- Potrebbe darsi che fossi esaudita, rispose Omphale, con la quale Justine si lamentava. Si avvicina l'epoca delle feste; raramente la solennità è celebrata senza vittime, dato che è il momento delle grandi sostituzioni: essi o seducono qualche fanciulla tramite la confessione o il raggiro, se ci riescono, oppure arrivano le donne che vanno in cerca di reclute; è l'epoca in cui affluiscono in maggior numero. Altrettanto si dica per i nuovi soggetti, che comportano sempre riforme.

E arrivò, la famosa festa. Incredibile la mostruosa empietà dei monaci! Pensarono che la vista di un miracolo avrebbe raddoppiato la loro fama. Perciò rivestirono una giovanetta di dodici anni, chiamata Fiorette, con tutti gli ornamenti della Vergine; con invisibili corde, la legarono al muro della nicchia ordinandole di alzare le braccia compuntamente al cielo al momento dell'elevazione. Siccome la piccola era sotto la minaccia di orrendi castighi se avesse detto una sola parola o non avesse fatto la sua parte, ella si sottomise perfettamente, e l'inganno ebbe il successo facilmente immaginabile. Il popolo gridò al miracolo, lasciò ricchi doni alla Vergine e andò via più che mai convinto dell' efficacia delle grazie di quella puttana celeste. I nostri libertini vollero, per raddoppiare la propria empietà, che Florette apparisse alle orge della sera con gli stessi abiti che le avevano meritato tanti onori, ed ognuno accese i propri lubrici desideri sottoponendola con quell'abito ai più esecrabili capricci. Eccitati dal primo crimine, i sacrileghi non si limitarono solo a quello: fecero svestire la piccola, la coricarono sul ventre su una grande tavola, accesero dei ceri, misero un crocifisso sulle reni della bambina e celebrarono sulle sue natiche il più assurdo mistero del cristianesimo. La pia Justine allora sviene a tale spettacolo; impossibile sopportarlo. Jérôme dice che per abituarla alle sante orge bisogna dire una messa sul suo sedere. La proposta passa all'unanimità. Justine sostituisce Florette. Jérôme officia, due lesbiche nude servono da accoliti, dieci o dodici culi lo circondano; l'infame farsa avviene e, quando l'ostia si è mutata in Dio, Ambroise la prende dalle mani del confratello, la posa sulla base di Justine, ed ecco i nostri monaci a turno spezzare, infilare con gli sbavanti bischeri l'abominevole Dio del cristianesimo, che bestemmiano, ingiuriano e coprono di sperma in fondo al più grazioso culo del mondo, morendo di piacere (39).

Justine fu ritirata inanimata; la costrizione di servire tali disordini le aveva fatto smarrire la ragione; dovettero portarla nella cella, dove pianse il crimine, per lei esecrabile, nel quale era stata coinvolta senza il suo consenso. Come fu riconoscente alla natura di averla privata della possibilità di assistere oltre all'orrenda cerimonia! Ma il giorno seguente apprese che, essendosi le teste riscaldate, Fiorette era stata rivestita da vergine, era stata ricondotta nel convento e che dopo essere stata nuovamente messa nella nicchia, i sei monaci, nudi e mezzo ubriachi, si erano divertiti, con numerose prostitute, a tormentare sull'altare la sventurata creatura che, dando loro l'illusione della madre di un Dio odiato, fu trattata tanto crudelmente che, verso il mattino, non rimaneva delle sue membra la minima traccia.

Tuttavia la festa aveva effettivamente condotto molte reclute. Tre nuove fanciulle, e belle come angeli, sostituirono quelle che mancavano; e già si stava pensando a nuove riforme, allorché Severino entrò un giorno nella sala in qualità di reggente. Pareva assai esaltato, una sorta di smarrimento gli riluceva negli occhi. Tutte si mettono in fila; egli esamina, sistema una dozzina di donne nella posizione preferita e si sofferma particolarmente su Omphale, con le sottane alzate fino alle reni e china su un canapè. L'osserva a lungo in quella posizione, facendosi scrollare dalla direttrice; bacia il culo dell'affascinante creatura, fa vedere che è in condizioni di fottere, e non fotte. Facendola quindi alzare, le lancia occhiate di lussuria e di malvagità, poi, assestandole un calcio nel sedere, la manda a terra a venti passi da lui.

- Ti riformiamo, puttana, dice; siamo stanchi di te; tienti pronta al calar della notte, verrò io stesso per condurti nella tomba.

Omphale sviene; la sincope accende il suo furore; non gli è possibile passare vicino a lei senza sentirsi profondamente eccitato:

- La voglio qui! grida.

La vittima, immediatamente risistemata, offre al perfido Severino il più bello fra tutti i culi; vi s'introduce bestemmiando; dodici deretani lo circondano immediatamente; è una gara per riuscire, per appagare i suoi desideri; è inimmaginabile quel che si ottiene con il terrore! Nel bel mezzo della faccenda, il monaco si ricorda che Justine è l'amica intima di colei che sta tormentando; esige che vada a mettersi sulle spalle di Omphale e gli offra l'ano da leccare.

- Ebbene! intanto si diverte a dire alla nostra sventurata orfana, ti precede; va da Plutone a prepararti la stanza; tranquillizzati, Justine, asciuga le tue lacrime, la seguirai da vicino, il distacco sarà breve; deve morire squartata; ebbene! tu morrai come lei, te lo prometto; vedi come sono gentile... fino a che punto giunge la mia cortesia!

E il furfante continua a limare; ma non vuole perdere niente, lo si vede bene; e dopo alcuni ceffoni sulle natiche di Justine e di Omphale, che lasciano tracce d'un rosso scuro, si ritira minacciando, insultando tutte le donne, garantendo che il loro turno non è lontano e che il sodalizio deve deliberare in giornata se farle morire tutte in futuro almeno a sei per sei. Poi entra da Victorine, dove due ragazzine dai dieci ai dodici anni lo aspettano per sottrargli, usando arte e astuzia, uno sperma dai ribollimenti interiori tanto nocivi agli infelici che popolano quell' asilo.

Non appena è uscito, Omphale apre gli occhi; si getta in lacrime fra le braccia di Justine:

- Oh, cara, esclama in lacrime, dobbiamo dunque separarci per sempre?

E la scena di dolore suscitata dalla crudele separazione fu tale che ne sopprimiamo i particolari per non ferire il lettore. L'ora suona, Severino arriva; le due amiche si abbracciano di nuovo; devono essere strappate l'una all'altra, e Justine si getta sul letto, disperata.

Qualche giorno dopo Justine si coricò con Sylvestre. Come si ricorderà questo monaco voleva che una donna gli cacasse nella mano mentre l'inconnava. Justine non si era ricordata della raccomandazione che le era stata fatta al riguardo e, quando all'apice del piacere, l'energumeno chiede della merda, le fu impossibile soddisfarlo. Sylvestre infuriato allora si sfila; fa afferrare Justine dalle due guardiane, una delle quali era quell'Honorine che abbiamo poco fa vista alle prese con lei e che non era per niente scontenta di avere l'occasione di tormentare una creatura di cui si era appagata. Justine è condannata alla pena di quattrocento frustate, secondo l'articolo settimo del regolamento. E, quando ha il culo insanguinato, il monaco di nuovo l'inconna. Honorine cacherà, dal momento che Justine non può. L'altra guardiana, una pollastrella di quindici anni, è infilata poco dopo: lei cacao Abituata a tale santo dovere sta ben attenta di non mancarvi. Sylvestre le fotte, le schiaffeggia leggermente tutte e tre, ma solo nel cenno di Justine vuoI scaricare: è facile capire che lei sola lo interessi sopra ogni cosa. L'ultima volta che ne gode è alla pecorina; osserva, inconnandola in quel modo, il marchio che la segna.

- Come mi piace quel segno! esclama; ma preferirei che fosse opera della giustizia piuttosto che del libertinaggio; fatto dalla mano del carnefice, rizzerei meglio baciandolo.

- Insigne furfante, gli dice Honorine conoscendo meglio di chiunque altro il tono e i discorsi che più potevano piacere al libertino, com'è possibile che l'infamia possa dar diletto?

- Niente è più piacevole dell'infamia, dice Sylvestre ritirandosi e andando a sedere fra la prostituta di quindici anni e Justine per la sua perorazione. Se la lussuria è in quanto tale un'infamia, ammetterai, Honorine, che tutto ciò che ad essa si potrà aggiungere d'infamia sarà come aggiungere sale a una vivanda? Non soltanto bisognerà che il fatto sia più infame del primo, ma anche che l'atto infame sia esercitato su persona infamata, sporcata, senza onore ... e reputazione. Ed è questa la ragione per la quale i libertini preferiscono le puttane alle donne oneste; trovano in loro compagnia un qualcosa di piccante che il pudore e la virtù non hanno.

- Credevo che fosse molto piacevole recare offesa e alle une come alle altre.

- Sì, quando si può perché allora la tinta d'infamia è opera vostra, e com'è delizioso aver contribuito all'umiliazione di un individuo qualunque, ma siccome la virtù e il pudore si sottraggono agli oltraggi progettati contro di loro, a meno che voi non siate il più forte, è difficile realizzarli, e perciò l'uomo dissoluto ripiega con gioia su ciò che gli somiglia. Gli piace misurare la corruzione degli altri con la sua, mischiare, alimentare, raddoppiare i suoi strumenti di degradazione nella massa di quelli degli altri, andare in cancrena, putrefarsi, per così dire, con essi. La maggior disgrazia che potrebbe capitarmi sarebbe di veder giustificati i miei scarti. Se perdessi la certezza di far male abbandonandomi ai miei eccessi, smusserei le papille dei centri nervosi delle sensazioni libertine e la mia felicità sarebbe dimezzata: cosa sarebbe una gioia non accompagnata dal vizio?

- Ah! interviene Justine, non mettete in conto quelle della natura, e incontaminate?

- Ma tutte le gioie della natura sono nella natura, riprende Sylvestre, la più semplice come la più criminale: la sua voce ci dice di bere quando abbiamo sete, come di fottere quando rizziamo; di soccorrere un infelice, se la nostra organizzazione flessibile e delicata ci porta a questo, come di offenderlo, se maggior vigore nel carattere ci consiglia di abusare di lui. Tutto appartiene alla natura, nulla a noi: essa ci suggerisce di essere inclini al crimine e al tempo stesso di amare la virtù, ma siccome nello stesso tempo ci offre storie mediocri e altre saporose, essa ci incita più voluttuosamente verso il crimine che verso la virtù perché sempre ha bisogno del crimine più che della virtù mentre l'uomo, unico strumento dei suoi capricci, le obbedisce continuamente senza neppure accorgersene.

- Secondo voi, dunque, dice Honorine, tutti i mezzi sono buoni per migliorare una gioia in senso perverso e criminale?

- Tutti, certamente, tutti: non uno deve essere trascurato; e tocca all'uomo veramente voluttuoso cercare con cura i mezzi perversi possibili per accrescere la propria gioia; non deve rifiutarne alcuno; si rende colpevole verso la natura se s'impone il minimo freno.

- Se tutti gli uomini pensassero come voi, dice Justine, la società diventerebbe una selva in cui ognuno avrebbe per unico scopo di sgozzare chi lo ha generato.

- E chi dubita, riprende il monaco, che l'omicidio sia una delle leggi più preziose della natura? Qual è il suo scopo quando crea? non è forse quello di vedere presto distrutto il suo operato? Se la distruzione è una delle sue leggi, colui che distrugge le obbedisce. E vedi quanti innumerevoli crimini ne derivano!

Ecco ciò che giustifica, dice Honorine, tutte le vostre malvagità verso di noi.

- Ma certamente, mia cara, risponde Sylvestre, perché considero la malvagità la molla segreta di ogni crimine. E' per malvagità che s'inventa, che si fa. L'uomo paziente e buono è negazione della natura; solo il mamvagio è attivo e l'unica cosa deliziosa a questo mondo è il frutto della malvagità: la virtù lascia l'anima in quiete; solo il crimine la stuzzica, la eccita, la fa uscire dai gangheri e la fa godere.

- Così il tradimento e la calunnia, i due maggiori, i due più dannosi risultati della malvagità sarebbero per voi delizia?

- Tale considererò sempre ciò che avvia alla rovina, al disonore, alla degradazione o alla totale perdita altrui, perché tali oltraggi sono gli unici che veramente mi fanno piacere, e il male che faccio o che vedo accadere agli altri è per me la strada che porterà lontano.

- E così, a sangue freddo sareste disposto a tradire l'amico più fedele, a calunniare il parente più caro?

- E con maggior piacere che non individui ai quali niente mi lega, perché allora il male è maggiore, e più esso è capitale più la sensazione che ne risulta è squisita e raffinata. Ma occorrno arte, principi, una specie di teoria nella scienza del tradimento, come in quella della calunnia, dalla quale non dobbiamo scostarci se vogliamo goderne in pace i frutti. Tradire o calunniare un uomo, per esempio, a vantaggio di un altro, è la massima felicità del malvagio; e se rende qualcuno felice immolando una vittima, si ritrova la sera come se non avesse fatto nulla e pertanto non avesse servito la propria malvagità. Bisogna dunque che diriga i suoi colpi, con un'arma a doppio taglio, su più di un individuo senza favorirne nessuno: ecco gli ostacoli per queste due scienze, le difficoltà e i principi che, mettendole in pratica, l'una e l'altra, ho sempre incontrato.

- Ma, dice Justine, come mai con tali idee non vi divorate fra voi?

- Perché essere solidali è utile alla nostra conservazione e perché, per mantenere in piedi il nostro sodalizio preferiamo fare qualche sacrificio ampiamente ripagato dalle possibilità che ci vengon offerte qui di fare il male. Non credere tuttavia che ci si voglia un gran bene; ci vediamo troppo e troppo da vicino tuttii giorni per amarci, ma siamo obbligati a stare insieme e perciò abbiamo imparato a convivere, più o meno come i ladri il cui sodalizio si bsa sul vizio e la necessità di esercitarlo.

-       Ebbene! padre, dice Justine, vorrei rispondervi che in mezzo a tanta depravazione sarebbe ancora possibile rispettare la virtà

- Ti assicuro, bambina, che la disprezzo profondamente da quando sono nato, che finché sarò vivo mai vedrai in me un gesto virtuoso perché mia massima gioia è sempre stata moltiplicare gli oltraggi contro di essa. Ma rizzo: devo finire di fottere: fammi rivedere quel dorso che mi ha tanto infiammato poco fa.

        E l'energumeno, rinconnando Justine alla pecorina, ricomincia a baciare il marchio che sembra piacergli tanto. Di quando in quando, annusa, respira le ascelle, e si direbbe che questo sia uno dei particolari più gradevoli alle sue sporche lubricità; talvolta Honorine e la sua compagna gli offrono il conno ben aperto e lui, sempre nel conno di Justine, vi ficca il naso e la lingua, fino ad aver ottenuto dall'uno e dall'altro un po' di sperma o di piscio; ma niente spunta.

- Non mi basta, dice Sylvestre; contavo su una vagina mestruale, invece no. Honorine, corri a procurarne una nel serraglio.

E mentre sono eseguiti i suoi ordini, il monaco sfilandosi, si mette a trafficare Justine.

- Pisciami nella bocca, puttana! esclama; non hai ancora capito quel che ti sto chiedendo da un'ora?

Justine obbedisce. Il monaco è energicamente scrollato, e forse finirebbe per scaricare se Honorine non rientrasse con una donna di trent'anni, la cui camicia sporca di sangue annuncia a Sylvestre lo stato desiderato. Hippolyte, così si chiama la sultana, è immediatamente inventariata: non sono regole, è una perdita.

- Oh! cazzo, dice il monaco accalorato, ecco quel che mi ci vuole; ti fotterò, puttana, ma tu cacherai. .. merda e regole! Oh, porcodio, che scarica portentosa farò!

Sylvestre inconna; e il suo bischero è come il braccio di un macellaio. Soddisfatto da una parte lo è anche dall'altra; presto ha le mani piene di merda e se la stropiccia sulla faccia e, sfilandosi da Hippolyte, obbliga Justine a succhiargli il bischero pieno di sangue. Non si può fare a meno di obbedire: dalla bocca della bella bambina si rituffa nella sua matrice. Dopo aver esposto bene in vista il conno arrossato d'Hippolyte lo succhia con ardore fottendo mentre Honorine mette le natiche accanto alla vagina che lo sta deliziando e l'altra guardiana lo frusta energicamente. Cade in crisi; urla come un diavolo dal piacere, e il villano, ebbro di lussuria e d'infamia, finalmente si addormenta tranquillo.

Il giorno seguente Justine partecipò alla cena; si trattava di un'ammissione. Solo le vergini, le vestali e le sodo miste avevano fornito le dodici superbe creature che avevano ottenuto tale onore. Entrando Justine vide la nuova eletta.

- Ecco colei che la società vi dà per compagna, signorine, disse Severino strappando i veli che coprivano la fanciulla e presentando una giovinetta di quindici anni, dall'aspetto assai piacevole e leggiadro.

I begli occhi, umidi di lacrime, erano lo specchio della sua anima sensibile; il suo corpo era snello e flessuoso, la sua pelle di un biancore abbagliante; e aveva un non so che di seducente da essere impossibile vederla senza sentirsi invincibilmente attratti. Si chiamava Octavie. Figlia di nobilissimo casato, era stata rapita mentre in carrozza con la governante, due cameriere e tre lacchè era diretta a Parigi per andare sposa a uno dei più grandi signori di Francia; il suo seguito era stato massacrato dagli agenti dei monaci di Sainte-Marie-des Bois. Era stata gettata in un calesse, semplicemente scortata da un uomo a cavallo e dalla donna che la presentava; poi era stata condotta nell'orrendo rifugio senza spiegazione alcuna.

Nessuno le aveva rivolto la parola fino a quel momento; i sei libertini in estasi davanti a tante grazie, avevano solo la forza di ammirarla.

La bellezza costringe naturalmente al rispetto; il più corrotto scellerato le rende, suo malgrado, una specie di culto che non infrange mai senza rimorso; ma mostri come quelli di cui si tratta non languono a lungo sotto tale giogo.

- Su, porcodio! le dice insolentemente il superiore attirandola verso la poltrona sulla quale è seduto, su, fatemi immediatamente vedere se il resto è degno della bellezza che la natura ha profuso sul vostro volto.

E siccome la bella fanciulla era turbata, arrossiva e cercava di fuggire, Severino acchiappandola per la vita:

- Mettiti in testa, piccola sgualdrina, dice con spudoratezza, che non sei più padrona di niente qui e che tua unica risorsa è la sottomissione; avanti, nuda!

E il libertino, a tali parole, fa scivolare una mano sotto le sue gonne tenendola ferma con l'altra. Clément si avvicina; alza fin sopra le reni gli abiti di Octavie e mostra, con quel gesto, il culo più fresco, più bianco, più tondo che da molto tempo non aveva colpito quei gaudenti. Tutti si avvicinano, tutti circondano quel trono di voluttà, tutti lo colmano di elogi, tutti si accalcano per toccarlo e colmarlo di carezze, all'unanimità ammettendo che mai avevano visto niente di così ben fatto, di così bello, di così perfettamente costruito.

Tuttavia la modesta Octavie, poco abituata a simili oltraggi, spande lacrime e si difende.

- Spogliamoci, su, porcodio! dice Antonin; come si può giudicare con tutti quegli abiti addosso!

Egli aiuta Severino; tutti concorrono; uno strappa uno scialletto, l'altro una sottana: Octavie è come la cerbiatta attorniata da una muta di cani; in un attimo, le sue voluttuose bellezze si offrono nude allo sguardo di tutti. Mai, indubbiamente, leggiadria più eccitante, mai forme più piacevoli vi furono. Oh! giusto cielo! tanta bellezza, tanta freschezza, tanta innocenza e delicatezza dovevano cadere preda di quei barbari! Octavie, vergognosa, non sa dove nascondersi per sottrarsi; ovunque si rifugi incontra occhi libertini che la divorano, mani brutali che la sporcano. Il cerchio si forma; è portata in mezzo, e ogni monaco ha accanto donne che lo eccitano in vario modo. Octavie si presenta a ciascuno. Antonin non ha la forza di resistere; viene accettato; gli stavano scrollando il culo e lui teneva con una mano le natiche di Justine e con l'altra il conno di una vestale. Bacia Octavie sulla bocca, lascia il conno che teneva e impugna quello della novizia. Il gesto è così brutale da far lanciare un grido alla giovinetta; Antonin insiste con violenza e lo sperma gli sfugge suo malgrado; una affascinante donna di vent'anni lo inghiotte.

Octavie passa a Jérôme: stavano pungendogli le natiche con uno spillo; due graziose prostitute lo scrollavano, una davanti, l'altra dietro, mentre una quarta, di sedici anni, gli mandava peti in bocca. - Com'è bianca e bella! dice toccando Octavie; o divina bambina, che bel culo!

E lo confronta brevemente con quello che gli lancia peti sul naso, uno dei più deliziosi del serraglio.

- Veramente, dice, non so ...

Poi, premendo la bocca sulle attrattive che i suoi occhi confrontano: - Octavie, esclama, tua sarà la mela; dipende solo da te; dammi il frutto prezioso di quest'albero adorato dal mio cuore ... Oh! sì, sì, cacate tutte e due! e prometto solennemente il premio della bellezza a chi mi avrà obbedito più presto.

Octavie, confusa, non riesce a concepire tale ordine: il pudore spiega il rifiuto; l'altra accetta; Jérôme rizza; le natiche di Octavie sono energicamente morse, e la novizia passa ad altri oltraggi.

Ambroise inculava una vergine di quindici anni; gli cacavano nella bocca e lui palpeggiava due culi; Octavie si avvicina e lui non si scompone.

- La lingua, puttana! dice.

E la sua bocca, sporca d'orrende cose, osa posarsi su quella della stessa Ebe.

- Oh, cazzo! esclama mordendo quella lingua fresca e voluttuosa, lo sapevo che questa piccola sgualdrina è venuta per spremermi sperma!

E il villano si lancia bestemmiando nel culetto che perfora. Octavie arriva al superiore; egli era seduto sulle mammelle di un'affascinante prostituta di diciotto anni che gli mordicchiava le reni mentre lui le depila il conno; due culi gli facevano peti sul naso; la quarta donna, di diciassette anni e bella come il sole, gli pungeva i testicoli scrollandogli il pene. L'energumeno afferra Octavie e le dà venti vigorose sculacciate. E il giro continua.

Ora la giovane debuttante arriva davanti a Sylvestre. Questa volta il libertino sta leccando tre conni sistemati davanti a lui; una quarta donna lo succhia; il grazioso conno di Octavie si trova sopra i tre percorsi da quella lingua, e il monaco furioso lascia, perdendo sperma, la traccia sanguinosa dei denti sul pube appena ombreggiato di Octavie.

Clément sodomizza un'Agnès di dodici anni, che l'enorme suo bischero fa piangere; anche a lui cacano sul naso e pungono le natiche. - Oh, cazzo! esclama, come mi piace la virtù accanto al vizio.

E si precipita come un pazzo furioso sulle leggiadre natiche che Octavie presenta a comando.

- Caca o ti morsico.

La tremante Octavie si rende conto che ubbidire è l'unica cosa che possa fare, ma la sua totale sottomissione non le risparmia la pena di cui è minacciata, e nonostante il più bello stronzo, le sue piccole affascinanti natiche sono morsicate ... punte ... fatte sanguinare.

- E ora, dice Severino, di passare a cose più serie; io, non ho perduto sperma: vi avviso, signori miei, che non posso più aspettare.

Si appropria dell'infelice e la corica bocconi su un sofà. Non fidandosi delle proprie forze, chiede aiuto a Clément; Octavie piange e nessuno le bada; il fuoco brilla negli occhi del monaco impudico: padrone della roccaforte, si direbbe che ne considera gli accessi per attaccarla con maggior esito; nessuna astuzia, nessun preparativo: coglierebbe egli quelle fragranti rose se ne eliminasse le spine? E sono le natiche di Justine che vuole come prospettiva.

- In questo modo, dice, godrò dei due più bei culi della sala. Per quanto sproporzionate siano le forze fra l'attaccato e l'attaccante, il combattimento inizia. Un urlo lacerante annuncia la vittoria, ma nulla impietosisce il nemico: più la prigioniera implora più è stretta da presso; e la sventurata inutilmente si dibatte, è inculata quasi fino ai testicoli.

- Mai vittoria fu più ardua, dice il monaco ritirandosi; ho creduto, per la prima volta, di affondare in porto. Ah! tutto stretto! tutto così caldo! Sylvestre, prosegue il superiore, non sei tu il reggente oggi?

- Sì.

- Farai dare a Justine quattrocento frustate; non mi ha fatto nessun peto quando glielo ho ordinato.

- Bisogna che riporti Octavie al sesso che hai offeso, dice Antonin, prendendola mentre è nella medesima posizione; c'è più di una breccia nel bastione.

E, fieramente avvicinandosi, in un attimo la verginità è presa; nuovi clangori s'odono.

- Lode a Dio! dice il cialtrone, avrei dubitato della vittoria senza i gemiti della vittima; ma il mio trionfo è certo, sangue e lacrime.

- In verità, dice Clément, venendo avanti con uno staffile in mano, non facciamo mutare il nobile atteggiamento: è favorevole alle mie brame.

Due femmine trattengono Octavie; una a cavalcioni su lei, offre il più bel deretano alla vista del flagellatore, l'altra, un po' di fianco, la imita. Clément osserva, tocca; la novizia terrorizzata implora e non impietosisce.

- Oh, porcodio! dice il monaco esaltato, che due prostitute stanno già frustando, mentre osserva l'altare sul quale verranno diretti i colpi, oh! amici, come non frustare lo scolaro con un così bel culo!

L'aria subito vibra ai sibili delle corde e al sordo rumore delle cinghie; e sull'uno e sull'altro culo; le urla di Octavie li accompagnano e le bestemmie del monaco rispondono. Che scena per quei libertini, abbandonati fra dodici ragazze a mille diverse oscenità! Essi applaudono, incoraggiano. La pelle di Octavie cambia colore, l'incarnato più acceso si aggiunge allo splendore del giglio, ma ciò che divertirebbe forse un attimo l'Amore, se la moderazione presiedesse al sacrificio, diventa per troppo rigore, un crimine verso la legge. Tale pensiero, non sfuggendo a Clément, presta forze alle sue perfidie; più la giovane alunna si lamenta e più scoppia la severità del maestro; dalla metà delle reni fino in basso alle cosce, tutto è trattato con imparzialità; e sulle vestigia insanguinate dei suoi barbari piaceri alcune ragazze gli fanno infine inghiottire il loro sperma.

- Sarò meno barbaro di costui, dice Jérôme stringendo la bella e adattandosi alle sue labbra di corallo; ecco il tempio in cui farò sacrifici, e in questa incantevole bocca ...

Zitti; è il rettile impuro con la rosa: il paragone tutto dice.

- Io, inconno, dice Sylvestre, alzando in aria le cosce della fanciulla e fissandola sul coccige. Voglio che questo bischero ribelle le perfori le viscere; mi piace una mezza vergine, è un disordine che mi diverte; la preferisco a certe primizie.

Due giovani conni si offrono ai suoi baci; lui vuole che piscino sul naso della sua fottitrice e che una prostituta di dodici anni, sulle sue reni, gli punzecchi le natiche scandendo scossoni che aiutino i suoi movimenti. Cade in estasi; e preso da furore depone, nel conno vergine della più bella e della più innocente delle fanciulle, lo sperma più impuro che mai si sia visto fermentare nella braghetta di un monaco.

- Ed io, inculo, dice Ambroise; ma lì, sì, lì, nella stessa posizione.

Fustigatemi, e rimettetevi a me per l'epilogo: ahimè! qui, culi tutto intorno, vi supplico; è spaventoso.

Il volto della vittima, che il furfante ha sottomano, è schiaffeggiato da lui nel momento della crisi, e tanto violentemente che il sangue cola dalle due narici, e la bambina quasi svenuta gli viene tolta di mano.

Vanno a tavola: mai pranzo era stato più gaio, mai più complete le orge: tutto era nudo attorno ai monaci; ed essi erano scrollati, succhiati, baciati, solleticati, pizzicati, allorché Severino, accorgendosi che le teste stavano per elettrizzarsi oltre misura e che quindi i piaceri che si erano proposti sarebbero svaniti forse invece di essere raggiunti, propose, per temperare l'ardore in cui vedeva tutti, d'invitare Jérome a raccontare la storia della sua vita, il cui racconto aveva promesso da tanto tempo.

- Volentieri, disse il monaco che, accanto alla debuttante, era intento, da un quarto d'ora, a leccare; così il mio sperma non si diffonderà subito dato che fra poco non riuscirò più a tener chiuse le cateratte. Preparatevi dunque, amici carissimi, ad udire uno dei racconti più osceni che da molto tempo abbiano sporcato le vostre orecchie.

 

 

   ∼∼∼         ∼∼∼    ❖ ❖ ❖

 

 

Le prime azioni della mia infanzia annunciarono, a chi conosce gli uomini, che sarei diventato uno dei maggiori scellerati che dovessero ancora calpestare il suolo francese. Avevo ricevuto dalla natura inclinazioni assai perverse, l'aspra natura si esprimeva in me in maniera così contraria a tutti i princìpi della morale da indurre tutti, inevitabilmente, alla conclusione, vedendomi, o che ero un mostro nato per disonorare la madre comune del genere umano o che essa aveva avuto un motivo recondito per crearmi così, poiché solo la sua mano aveva inculcato in me la triste tendenza ai vizi infami dei quali quotidianamente davo impressionanti esempi.

Noi siamo di Lione. Mio padre vi esercitava il commercio con successo, grande abbastanza per lasciarci un giorno una fortuna più che sufficiente per vivere, allorché la morte venne a portarcelo via, mentre io ero ancora nella culla. Mia madre, che mi adorava e si curava grandemente di bene educarmi, mi allevò con una sorella, nata un anno dopo di me nella stessa settimana della morte di mio padre. Il suo nome era Sophie; e quando compì l'età di tredici anni, si poteva dire senza timore ch'era la più leggiadra fanciulla di Lione. Tanta grazia non tardò a farmi sentire che tutti i pretesi freni della natura svaniscono quando si rizza, e che essa non ne conosce altri all'infuori di quelli che, unendo i due sessi, invitano a godere insieme tutti i piaceri dell'amore e della sregolatezza. Questi ultimi, più pungenti per il mio cuore di quelli di un sentimento troppo simile a una virtù perché io mai li accettassi, furono gli unici che si fecero sentire in me; e confesso che, non appena mi resi conto delle grazie e dell'attrattiva di Sophie, fu il suo corpo che desiderai e non il suo cuore. Con tutta sincerità posso dire di non aver mai conosciuto quel fittizio sentimento di delicatezza che, rapportando tutto alla morale del godimento, pare non ammettere vivo che quello del quale va a scapito. Ho goduto di molti oggetti nella mia vita, ma posso garantire che non uno fu caro al mio cuore: mi è persino impossibile capire come si possa amare l'oggetto di cui si gode. Oh! come tale godimento sarebbe triste per me se un altro sentimento oltre a quello di fottere ne componesse gli elementi! Ho sempre fottuto, nella mia vita, per insultare l'oggetto della mia lussuria, e non ne ho tratto, così facendo, altro incanto all'infuori dell'oltraggio recato all'oggetto: lo desidero prima del godimento, lo odio quando lo sperma è sceso.

Mia madre educava Sophie in casa e, siccome io ero allievo esterno nel collegio dove studiavo, trascorrevo quasi tutta la giornata con la bella sorellina. Il suo visino, i suoi superbi capelli, il suo corpo incantevole, mi fecero bruciare, come vi ho già detto, dal desiderio di vedere, il più presto possibile, qual era la differenza fra il suo corpo, e di osservare tali differenze, facendo nello stesso tempo osservare a lei quelle che la natura aveva messo nel mio corpo. Non sapendo come spiegare tutto quel che sentivo a mia sorella, decisi di prenderla di sorpresa invece di sedurla: c'era, nella prima soluzione, una specie di tradimento che mi divertiva. Feci dunque, durante un intero anno, l'impossibile per riuscirei, ma inutilmente. Compresi allora che dovevo decidermi a chiedere, ma volevo che non mancasse una certa sfumatura di tradimento: mai avrei rizzato altrimenti. Ecco dunque cosa feci.

La camera di Sophie era abbastanza lontana da quella di mia madre per permettermi di fare un tentativo; e, con la scusa di un malessere che mi offrì l'occasione di ritirarmi presto, andai velocemente a nascondermi sotto il letto dell'incantevole oggetto dei miei desideri, fermamente deciso d'infilarmi dentro non appena avessi sentito che c'era. Non avevo pensato al grande spavento che tale gesto avrebbe causato a Sophie. Si ragiona male quando si rizza bene. Non vedendo che lei, solo a lei miravo. Sophie entrò; udii che pregava Dio. A voi immaginare quanto m'irritò quel ritardo; ne maledivo l'oggetto con tanta sincerità quanta lo potrei oggi, o, più edotto oggi su questo chimerico Iddio, insulterei, credo, colui che vedessi pregare con tutto il cuore.

Finalmente Sophie si corica: è appena nel letto che io sono già al suo capezzale. Sophie sviene; la stringo fra le braccia e, più occupato ad esaminarla che a soccorrerla, ho il tempo d'inventariare tutte le sue bellezze prima che la sua prudenza possa nuocere ai miei progetti... Ecco cos'è una donna! dico toccando il pube di Sophie; eh! cosa c'è di bello in questo? Questo. continuo palpando le natiche, è molto meglio; ma niente è meno bello di questo davanti: e per quale strana contraddizione la natura non ha arricchito di tutte le sue grazie la parte del corpo della donna che la differenzia da noi? Perché è là, certo, ciò che ,gli uomini cercano; e cosa si può desiderare se non si trova niente? E questo che li attira? continuo toccando i seni graziosissimi. Non riesco a immaginare quel che queste due palle, tanto goffamente messe sul petto, possano possedere di estremamente piacevole. Insomma, non vedo che questo, aggiungo manipolando il culo, che sia veramente degno della nostra riverenza; e, poiché l'abbiamo anche noi, non capisco perché si debba andarlo a cercare così affannosamente. Ma andiamo! è una cosa comunissima la donna; sono molto soddisfatto di averla esaminata senza entusiasmo... Eppure il bischero mi si rizza; sento che mi divertirebbe: ma adorarla, come si sostiene che facciano gli uomini. .. adorarla ... io? ... proprio no.

- Sophie, dico allora energicamente, perché questo è il tono che ci vuole per le donne quando si sa farle stare al loro posto, svegliati, Sophie; sei pazza ad avere paura di me?

E siccome rinveniva:

- Sorella. continuo, non sono venuto per farti del male; ho voluto quel che è profondo. Tutte e due devono muoversi durante tale congiungimento, ed ecco, sono sicurissimo, il meccanismo della voluttà. - Sono d'accordo con te, amico mio, disse mia sorella, ma ignoro dove sia il buco nel quale devi entrare.

- Se non sbaglio e se seguo l'ispirazione che mi viene dalla natura, dev'essere questo, risposi, infilando un dito nel buco del culo di Sophie.

- E allora prova! disse mia sorella, ti lascerò fare se non mi farai troppo male.

Non appena Sophie acconsente, la sistemai sul ventre, sulla sponda del letto e, padrone del suo sedere, eccomi immediatamente in azione. Siccome non ero ancora molto ben provvisto, la lacerazione non fu grande e Sophie, che bruciava dalla voglia di venire al sodo, si prestò con tale obbedienza da trovarsi immediatamente inculata.

- Oh! che male! mi disse quando l'operazione fu terminata.

- Beh, risposi io, perché è la prima volta: scommetto che alla seconda proverai solo piacere.

- Allora ricomincia, amico mio, sono decisa a tutto.

Io torno ad incularla, lo sperma cola e anche Sophie scarica.

- Non so se ci siamo sbagliati, dice mia sorella ... non mi pare, considerato il grandissimo piacere provato ... Cosa ne pensi, Jérôme?

Ma a questo punto la testa cominciava a raffreddarsi; non c'era amore da parte mia; il desiderio puramente fisico di godere di mia sorella era stato l'unico impulso che mi aveva spinto e tale desiderio era stato crudelmente raffreddato dal godimento. Non c'era più entusiasmo nell'esaminare il corpo di Sophie. Devo confessarlo? quelle grazie che mi avevano infiammato ora m'ispiravano solo disgusto. Risposi perciò freddamente alla mia piccola puttana, non credevo che ci fossimo sbagliati, tanto più che avendo seguito l'uno e l'altra le ispirazioni della natura, era impossibile che essa avesse voluto ingannarci; ero convinto, d'altronde, che fosse prudente lasciarci perché rimanere ancora nella sua camera sarebbe stato sicuramente compromettente e perciò volevo rimettermi a letto. Sophie voleva trattenermi.

- Brucio, mi disse; sarò costretta a calmarmi da sola. O Jérôme!

non lasciarmi.

Ma l'incostante Jérôme aveva già scaricato tre volte, e per quanto sua sorella fosse veramente leggiadra, aveva assolutamente bisogno di riposare un poco, affinché l'illusione potesse risorgere.

Mi sono impegnato di svelare le più riposte pieghe del mio cuore e perciò non posso tacere le mie riflessioni. Non appena fui solo, esse non andarono a vantaggio dell'oggetto che aveva placato il mio ardore: dissipato l'incanto; scomparso il fascino; Sophie non mi eccitava più, m'irritava in altro modo. Rizzai nuovamente, ma non fu omaggio alle sue grazie, anzi per coprirle d'ignominia: degradavo Sophic con l'immaginazione; e, insensibilmente passando dal disprezzo all'odio, quasi finii per augurarle del male. Mi dispiace di non aver litigato con lei, mi dicevo ... disperato di non averla picchiata: deve essere bello picchiare una donna dopo averla posseduta ... ma posso rifarmi ... posso darle dei fastidi: mi basta far sapere come si è comportata; perderà la sua reputazione; non potendo mai più maritarsi, sarà molto infelice. E l'orrendo pensiero, devo dirlo? fece immediatamente sgorgare il mio sperma con una voluttà mille volte superiore di quando colava nel culo di Sophie.

Dominato dall'orrendo progetto, evitai mia sorella il giorno seguente, e andai a confidare la mia avventura a un giovane cugino, più vecchio di me di due anni, assai bello, il quale, per dimostrarmi l'effetto della mia confidenza, mi fece toccare un membro molto duro e molto grosso.

- Non mi dici niente che non abbia sperimentato, mi disse Alexandre, anch'io ho fottuto mia sorella e anch'io oggi detesto l'oggetto della mia lussuria. Amico mio, è un sentimento molto naturale: è impossibile amare ciò che si è fottuto. Dammi retta: uniamo le nostre gioie e i nostri odi. Il maggior disprezzo che si possa dimostrare a una donna è prostituirla ad un altro. lo ti do Henriette: è tua cugina; ha quindici anni; sai quanto è bella: fanne quel che vuoi; ti chiedo in cambio tua sorella e, quando saremo tu ed io stanchi di quelle puttane, penseremo come fargli piangere a lungo la loro colpevole negligenza e la loro stupida compiacenza.

La piacevole coalizione m'incantò: afferro il bischero di mio cugino e lo scrollo.

- No, no, voltati, mi disse AIexandre; devo trattarti come hai trattato tua sorella.

Offro le natiche ed eccomi fottuto.

- Amico mio, disse AIexandre dopo aver scaricato nel mio deretano, ecco come si fa con gli uomini; ma, se ti sei limitato a questo con mia cugina, è chiaro che non le hai fatto tutto quel che potevi fare. Non che questo modo di godere di una donna non sia il più lubrico e quindi il migliore, ma ne esiste un altro, e devi conoscerlo; mettimi alle prese con tua sorella, e perfezionerò io l'insegnamento nel quale mi pare tu ti sia fermato alle prime nozioni.

Sapevo che mia madre doveva andare presto a una celebre fiera; che avrebbe lasciato, per la durata del viaggio, Sophie sotto la sorveglianza di una governante facile da sedurre. Avvisai Alexandre di fare tutto il possibile per avere a disposizione la sorella nel medesimo periodo. Ci riuscì: Henriette arrivò con il fratello, e Micheline, la nostra governante, ci permise di far merenda soli purché non rivelassimo che andava a trascorrere il pomeriggio con l'amante.

Se mio cugino era uno dei più bei giovani che fosse dato di vedere, Henriette, sua sorella, che aveva, come ho detto, quindici anni poteva ugualmente passare per una delle più graziose fanciulle di Lione: era bionda, bianchissima, il color della rosa ne abbelliva le guance, i più bei denti ne ornavano la bocca e il suo corpo snello e flessuoso era già molto sviluppato.

Avevo rivolto poche parole a Sophie; l'avevo evitata da quando ne avevo goduto. Una volta deciso, le dichiarai che era mia intenzione che facesse con mio cugino quel che aveva fatto con me.

- Questa bella fanciulla, continuai indicando Henriette, sarà il premio della vostra obbedienza: pensate dunque quanto mi rincrescerebbe se rifiutaste.

- Ma, amico mio, disse Henriette al fratello, non avete mai accennato a questa combinazione; non sarei venuta se avessi saputo.

- Via, Henriette, che pudore! disse Alexandre contrariato: che differenza c'è tra mio cugino e me? perché fare difficoltà ad accordare a lui quel che ho ricevuto io?

- Le signorine non ne faranno, dissi, slegando. io stesso i lacci delle sottane di Sophie; ecco, amico mio, ricevi mia sorella dalla mia mano, dammi la tua, e pensiamo solo al piacere.

Lacrime colarono dagli occhi delle due novizie. Esse si avvicinano, si abbracciano, ma Alexandre ed io dichiariamo che non si tratta ora di lacrime e che di sperma e non di pianti abbiamo bisogno, le spogliamo e ce le cediamo. Dio! come era bella Henriette! che pelle! che rotondità! che incantevoli proporzioni! Non riuscivo più a capire come si potesse rizzare per Sophie dopo aver visto mia cugina; ero delirante; e, certo, Alexandre non era meno entusiasmato di me percorrendo le bellezze di mia sorella: la baciava, la toccava dappertutto; e la povera Sophie, volgendo verso di me gli occhi umidi, pareva rimproverare la mia perfidia. Henriette si comportava nella stessa maniera: era facile avvedersi che le due affascinanti creature avevano ascoltato la voce del piacere abbandonandosi ai rispettivi innamorati, ma che il pudore combatteva in loro la prostituzione alla quale erano indotte.

- Via, bando ai pianti, ai rimpianti e alle cerimonie! disse Alexandre; mettiamoci all'opera e cerchiamo di fare in modo che la più lasciva voluttà presieda ai giochi che celebreremo tutti e quattro.

I suoi voti furono appagati in pieno e nulla vi fu di più lussurioso delle orge cui ci abbandonammo. Mio cugino fotté mia sorella due volte in conno e tre volte in culo. Modificò le mie idee sul godimento delle donne; io provai, e la prova mi convinse del tutto che, se la natura aveva messo l'altare della generazione là, non vi aveva anche messo quello del piacere. Poco soffermandomi sulla contraddizione, non pensai ad altro che a vendicarmene con un costante omaggio al dio che ho sempre servito e che non mi stancherò d'invocare fino all'ultimo giorno della mia vita. Henriette fu dunque più sodomizzata che inconnata; e intanto io insistevo con il mio educatore che se, com'egli diceva, la specie umana si riproduce grazie al conno, era evidente che la natura non aveva gran bisogno di riproduzioni poiché adibiva a quella bisogna, fra i due templi, quello meno importante.

Dopo i nostri incostanti omaggi, Alexandre ed io tornammo ai primi piaceri nostri. Egli godette di sua sorella davanti a me; io inculai la mia alla sua presenza; ci facemmo scrollare; ci sodomizzammo; ci allacciammo tutti e quattro; ci portammo all'orgasmo. Alexandre m'insegnò mille cose che la mia giovane età ignorava; e finimmo con uno splendido pranzo. Le nostre giovani amanti, perfettamente ripresesi ed ora ben addomesticate si abbandonarono ai piaceri della fatte rivestire, le congedammo a calci nel sedere. Ah! quante donne diventerebbero più modeste se riuscissero a capire in quale stato di dipendenza le mette il loro libertinaggio (40).

Siccome ci eravamo promessi di agire ciascuno per conto proprio senza dirci niente, perdetti di vista Alexandre per circa sei settimane, e profittai di quella parentesi per puntare contro la sventurata Sophie le batterie delle quali vedrete i risultati. Mia sorella, per natura molto ardente, cedette ad un altro mio amico con facilità pari a quella con la quale si era data a mio cugino, e fu con quell'amico che la feci sorprendere. Non vi descrivo il furore di mia madre: superò ogni limite.

- Previeni la sua severità, dissi a Sophie; fai in fretta, sarai rinchiusa se non la previeni; sbarazza ti di quel mostro; abbi il coraggio di attentare ai giorni di quell'incomodo Argo: io ti aiuterò.

Sophie, turbata, esita ma finisce per cedere. lo preparo la fatale bevanda; mia sorella la fa bere a sua madre; essa spira (41)!

- Oh! giusto cielo! grido allora accorrendo e facendo gran chiasso ... madre mia, cosa vi è accaduto?.. E stata Sophie, è stato questo mostro che il vostro giusto sdegno minacciava e che ora ha voluto vendicarsi del vostro giusto rigore. Voglio che paghi per il suo crimine ... lo conosco, mi è stato svelato. Arrestate Sophie! impadronitevi del vile strumento d'un orrendo parricidio; deve perire, i mani di mia madre chiedono sangue.

E ciò dicendo, consegno a un commissario subito accorso, il veleno trovato nella camera di mia sorella, nascosto fra la sua biancheria.

- È ancor possibile dubitare, signore? continuo rivolgendomi al rappresentante della giustizia; il crimine non è dimostrato? E spaventoso per me denunciare mia sorella, ma preferisco la sua morte al suo disonore, e non esito fra la fine dei suoi giorni e le pericolose conseguenze dell'impunità. Fate il vostro dovere, signore; sarò il più sventurato di tutti gli uomini, ma almeno non dovrò rimproverarmi il crimine di questo mostro.

Sophie, smarrita, mi lancia occhiate spaventose ... vuole parlare: la rabbia, il dolore e la disperazione rendono i suoi sforzi inutili; sviene, la portano via... La procedura fece il suo corso; mi presentai, sostenni, fornii prove di quanto andavo sostenendo. Sophie volle protestare, additarmi come autore del fatale piano. Mia madre, che respirava ancora, prese le mie difese, e divenne lei stessa accusatrice di Sophie; ne svelò la condotta: cos'altro era necessario per illuminare i giudici? Sophie è condannata. lo corro da Alexandre.

- Ebbene, dico, tu a che punto sei?

- Vedrete, caro il mio galantuomo, risponde Alexandre. Non avete

sentito parlare di una fanciulla che deve essere impiccata stasera, per aver tentato di avvelenare sua madre?

- Sì: ma quella fanciulla è mia sorella; quella di cui hai goduto; e il suo attentato è opera mia.

- Ti sbagli, Jérôme, è la mia.

- Scellerato! dico, saltando al collo del mio amico, vedo che, senza dirci niente, abbiamo seguito la stessa via: quale migliore dimostrazione che siamo fatti l'uno per l'altro? ... Corriamo; la folla sta riunendosi; le nostre sorelle stanno per arrivare ai piedi del patibolo; andiamo a godere i loro ultimi istanti di vita.

Affittiamo una finestra; siamo appena arrivati che le nostre vittime si avvicinano.

- O Temi! esclamo, come sei cortese a servire così le nostre passioni!

Alexandre rizza; io lo scrollo; egli mi rende identico servigio; e l'occhialino puntato sul collo legato delle nostre due puttane, ci innaffiamo reciprocamente le cosce di sperma nel momento in cui gli infelici zimbelli della nostra scelleratezza spirano grazie a noi di morte crudele.

- Ecco, disse allora Alexandre, un autentico piacere! non ne conosco altro più profondo.

- Sì! Ah! ma se alla nostra età sentiamo il bisogno di procurarcene di simili, cosa inventeremo quando le spente passioni richiederanno stimolanti?

- Quel che potremo, mi disse Alexandre; ma nell'incerta speranza di vivere, non facciamo la pazzia di essere parchi nei piaceri: sarebbe una bizzarria.

- E tua madre, è viva? domandai a mio cugino.

- No.

- Ebbene, dissi, sei meno fortunato di me: la mia è ancora in vita, e ora vado a darle il colpo di grazia.

Corro, eseguo; con le mie stesse mani perfeziono il crimine. E il doppio misfatto mi fa trascorrere la notte in un oceano di lubricità solitarie, mille volte superiori a quelle che il libertinaggio si concede fra i più dolci oggetti del suo culto.

Il nostro commercio essendo andato molto male negli ultimi anni di vita di mia madre, decisi di vendere il poco che restava. Fu questione di tre o quattro anni, e fui a posto. Decisi di viaggiare; lasciai in un pensionato la figlia avuta da mia cugina, con l'intenzione di sacrificarla un giorno ai miei piaceri, e partii. L'educazione ricevuta mi permetteva d'intraprendere il mestiere di precettore, anche se ero ancora giovane, e così fui assunto a Digione, con tale mansione, per il figlio e la figlia di un consigliere del Parlamento.

La professione abbracciata molto lusingava la mia lubricità; già vedevo in chi mi era affidato una vittima della mia passione... Oh! che delizia, mi dicevo, abusare, come farò, e della fiducia dei genitori e della ingenuità degli scolari! Quale nutrimento all'intimo sentimento di malvagità che mi divora e che mi spinge a vendicarmi crudelmente dei favori che strappo o che spontaneamente ottengo! Affrettiamoci ad indossare il mantello della filosofia: diverrà presto quello di tutti i vizi ... E avevo vent'anni, quando ragionavo così.

Moldane si chiamava il leguleio al quale mi presentai; egli non tardò ad accordarmi tutta la sua fiducia. Si trattava di allevare insieme un giovanetto di quindici anni, che si chiamava Sulpice, e la sorella sua, che si chiamava Joséphine, che non ne aveva ancora tredici. Senza esagerare posso assicurarvi, amici miei, di non aver mai visto in vita mia giovanetti tanto graziosi. In principio, la governante di Joséphine assisteva alle lezioni: ma poi tale precauzione sembrò inutile, e i due avvenenti oggetti dei miei ardenti desideri mi furono affidati senza riserva alcuna.

Il giovane Sulpice, che studiavo attentamente, mi diede modo di scorgere in lui due punti deboli: temperamento di fuoco ed eccessivo attaccamento alla sorella. Bene! mi dissi, ora che ho scoperto questi due punti, sono certo del mio successo. O dolce giovanetto! ardevo dal desiderio di accendere in te la fiaccola delle passioni, e la tua gentile semplicità subito mi ha indicato la miccia.

Fin dagli inizi del secondo mese della mia permanenza in casa Moldane, cominciai a prepararmi all'assalto: un bacio sulla bocca, una mano nelle braghette furono decisivi per il mio trionfo. Sulpice rizzava come un piccolo demonio e al quarto movimento delle mie dita il furfante m'innaffiò di sperma. Subito passo all'altra faccia della medaglia. Dio, che culo! era quello dell'Amore in persona; che biancore!. .. com'era stretto!. .. com'era sodo!. .. Lo divoro di carezze e riprendo a succhiare quel suo piccolo incantevole bischero per restituirgli le forze necessarie a sostenere nuovi assalti. Sulpice rizza nuovamente; lo corico bocconi, umetto con la bocca il buco che voglio penetrare e, con tre giri di reni, eccomi nel suo culo; qualche contorcimento annuncia il mio trionfo e flutti di seme, lanciati in fondo al didietro del mio affascinante allievo, presto lo coronano. Indicibilmente elettrizzato dagli ardenti baci con i quali copro, fottendo, la bocca fresca e deliziosa del mio piccolo bel pederasta, dallo sperma con il quale m'innaffia continuamente le mani, insisto e, quattro volte di seguito, il mio vigoroso arnese lascia in fondo a quel culo le inequivocabili prove della mia passione per lui. Chi lo avrebbe supposto? e quali incredibili tendenze? Come lo scolaro di Pergamo, Sulpice si lamenta della mia debolezza.

- Ma come! dice, già finito?

- Per il momento, rispondo; ma tranquillizzati, amore, stanotte

vedrai che ti sfinisco. Dormiamo nella stessa camera; nessuno ci sorveglia: uno stesso letto ci accolga dunque e là ti darò, spero, prova della mia vigoria, tanto che ti sarà difficile lagnartene.

Giunge la notte desiderata: ma, o Sulpice! avevo già goduto di te, la benda era caduta dagli occhi; e sufficientemente vi ho svelato il mio carattere perché vi sia facile capire che con lo svanire dell'illusione si accendeva nel mio cuore un nuovo tipo di desiderio che solo la malvagità poteva placare. Feci i miei esercizi di forza; Sulpice fu fottuto dieci volte; me ne restituì cinque, m'innaffiò sette altre la bocca e il ventre con il voluttuoso sperma, e mi lasciò il mattino seguente con sentimenti che non avevano, manco a dirlo, la sua felicità come scopo.

Tuttavia la prudenza mi diceva di soprassedere: era in mie mani solo la metà del bottino e per aggiungervi Joséphine avevo bisogno di servirmi di Sulpice. Qualche giorno dopo le nostre orge, gli parlai delle sue faccende di cuore.

- Ahimè, rispose, ardo dal desiderio di godere dell'incantevole fanciulla, ma la mia timidezza mi trattiene e non oso palesarmi a lei.

- Tale timidezza, risposi, è infantile; non è peccato godere della propria sorella più di quanto lo sia di un'altra donna; anzi, è minore, certo: più siamo legati a qualcosa e più dobbiamo sottometterlo alle nostre passioni; unica cosa sacra al mondo è la loro voce e unico crimine resistervi. Sono convinto che vostra sorella nutre per voi gli stessi sentimenti con i quali voi bruciate per lei; dichiarate apertamente i vostri e vedrete ch'ella corrisponderà ad essi; ma dobbiamo insistere; solo così si ottiene: chi tratta con riguardo una donna non ottiene nulla; chi la tratta male è certo della vittoria: fate attenzione, sempre, di non darle mai il tempo di riflettere. L'unica cosa che temo per voi è l'amore: quando gli si somiglia così è facile imitarlo. Sareste un uomo perduto se vi dilettaste con la metafisica. Rammentatevi sempre che una donna non è fatta per essere amata; con tutti i suoi difetti non ha il diritto di aspirare a tanto: unicamente creata per il nostro piacere, respira solo per soddisfarli. Ecco in quale prospettiva dovete considerare vostra sorella: fottetela dunque, io stesso v'invito a farlo, e vi assicuro che farò di tutto per aiutarvi. Nessun pudore, nessun infantilismo; la virtù fa di un bel giovane un uomo perduto, il vizio lo rende ancor più bello e si mette al suo servizio.

Sulpice, incoraggiato dai miei consigli, promise di fare sul serio.

Quello stesso giorno gli procurai l'occasione propizia e venni subito a sapere che nulla era stato più felice di quei suoi primi tentativi, ma che, sempre timido, non ne aveva saputo profittare. Era amato, questo era tutto quel che aveva scoperto, e qualche bacio sulla bocca aveva sigillato quella felicità. lo rimproverai energicamente Sulpice della sua imperdonabile mancanza di energia.

- Amico mio, disse Sulpice, andrei più spedito con qualcuno del mio sesso, ma tutte quelle maledette gonne m'intimidiscono.

- Non sottovalutarle, ragazzo, dissi a quell'incantevole giovanetto: emblema di un sesso falso, debole e disprezzabile sta a dimostrare ancora una volta il poco valore che deve attribuirgli ogni galantuomo. Alzale quelle gonne che ti sgomentano e, quando avrai goduto di quel che nascondono, lo apprezzerai; ma non sbagliarti, continuai desideroso di serbare per me le rose sodomiste del delizioso culo che pensavo possedesse Joséphine, rammenta che è tra le cosce e non nelle natiche che la natura ha posto il tempio dove un uomo deve portare il proprio tributo alle donne. Sentirai dapprima un po' di resistenza; ti farà ardere meglio: spingi, premi, lacera e trionferai.

Il giorno seguente, venni a sapere con vera soddisfazione che l'operazione era stata fatta e che, fra le belle braccia del fratello, la più bella fra tutte le fanciulle era stata elevata al rango di donna. Sulpice, lungi dal sentire quella sazietà i cui effetti erano tanto violenti in me, era diventato mille volte più innamorato; e siccome mi parve che ci fosse della gelosia, mi avvidi che per raggiungere il mio scopo non mi restavano che l'inganno e la perfidia. Mi affrettai: non era escluso che il mio allievo ricevesse dalla sua immaginazione i consigli di un godimento del quale io volevo cogliere le primizie, cosa che mai gli avrei perdonato. Gli incontri avvenivano in un salottino assai vicino alla mia camera e così grazie ad una apertura praticata nella parete potevo osservare ogni particolare. Mi guardai bene dall'avvisare Sulpice: avrebbe potuto venire ad un accomodamento e, invece, io volevo cogliere la natura sul fatto. Quale ardore, che temperamento da una parte! quanta grazia, quanta freschezza, quanta leggiadria dall'altra! O Michelangelo! quelli avrebbero dovuto essere i tuoi modelli quando il tuo sapiente pennello dipinse Amore e Psiche! Giudicate voi in che stato ero; non ho bisogno di descriverlo. Era impossibile alla mia età assistere a un simile spettacolo e mantenere il sangue freddo: il bischero era in uno stato tale che da solo batteva contro la parete, quasi per scandire la sua disperazione per gli ostacoli frapposti ai suoi desideri. Non volendo che languisse a lungo, il giorno seguente spiai il momento di maggior calore di un incontro che si rinnovava ogni giorno. Entro precipitosamente.

- Joséphine, dico alla mia giovane allieva, quasi svenuta per lo spavento, ecco un modo di comportarvi assai dannoso; è mio dovere avvisare i vostri genitori, e lo farò immediatamente, se non accetterete di accogliermi come terzo nei vostri piaceri.

- Malvagio, mi dice irritato il povero Sulpice con in mano il bischero inondato dello sperma fatto sgorgare a fiotti dal vergine conno della leggiadra amante, non sei stato tu a stendere le reti in cui oggi vuoi farci cadere? quel che sta avvenendo non è il risultato delle tue perfide seduzioni?

- Ah, dico sfrontatamente, ti sfido a dimostrarlo; sarei indegno della fiducia dei vostri genitori se mai vi avessi dato dei simili consigli. - E non lo sei ora, con la proposta che ci hai fatto?

- Sulpice, che io abbia torto o meno, quel che qui ho scoperto non è meno concreto; e c'è grande differenza fra ciò che mi addebitate e quel che voi fate, perché i fatti dimostrano ciò di cui vi state macchiando mentre mai potrete dimostrare alcuna macchia in me. Ma, credetemi, finiamola con una discussione che mal si addice ai desideri che il vostro incontro ha suscitato in me; siamo tutti colpevoli, e smettiamola con i rimproveri. Ho dei diritti su voi: vi ho sorpresi, sarei creduto; voi non potreste che allegare parole, io invece fatti.

E senza attendere la risposta di Sulpice, comincio ad impadronirmi di Joséphine che, dopo qualche resistenza vinta dalle mie minacce, mi abbandona il culetto che è, sinceramente, tutto quel che voglio. Corico la leggiadra fanciulla sul corpo nudo del fratello che, stringendola fra le braccia, le introduce il piccolo arnese nel conno, mentre io facendo scivolare il mio nel culo della donzelletta perfettamente disposto per la posizione presa, son causa di dolori così violenti da farle dimenticare il piacere in cui vuole immergerla l'amante; non resiste; io la lacero; si volta e, per lo scrollone, il mio arnese esce dal fodero. Sanguina; nulla mi spaventa: non è un arnese come il mio che la pietà possa disarmare. La riacchiappo al volo, la fisso di nuovo su quello di Sulpice sempre pronto a rinchiodarla; scocco lo spadone nel suo sedere; la mia mano, questa volta, la tiene ferma per le anche; la colpisco sulle natiche con grandi pugni; preso dalla collera, l'ingiurio, la minaccio, la umilio; è inculata fino all'elsa; l'avrei ammazzata piuttosto di risparmiarla: o il suo culo o la sua vita.

- Aspetta, Sulpice, esclamo; scarichiamo insieme, amico mio; inondiamola da tutte le parti; vorrei, mentre fotte così, che ne avesse un altro nella bocca per assaporare l'indicibile piacere di essere inondata di sperma in tutte le parti del corpo.

Ma Sulpice che, nonostante il dolore di Joséphine, si avvede che scarica fra le sue braccia, Sulpice non riesce a dominarsi; perde sperma; io lo imito, ed eccoci tutti e tre felici.

Nuove scene hanno immediatamente inizio. La verginità che avevo desiderato è espugnata; non le do più importanza; abbandono a Sulpice la rosa sfogliata; gli faccio inculare Joséphine e guido lo stesso arnese perché non si smarrisca; gli restituisco quel che ha fatto alla sorella; ed ecco che tutti e tre fottiamo in culo da autentici figli di Sodoma. Scarichiamo due volte senza cambiare posizione, ma poi una ridicola voglia di conno s'impadronisce dei miei sensi. Pensavo che quello di Joséphine fosse molto stretto; era stato solo perforato da un membro assai inferiore al mio; lo infilo e nel frattempo voglio che il mio allievo m'inculi. Non si ha un'idea di come la mia piccola puttana scaricava; la sentii tre volte venir meno fra le mie braccia mentre le divoravo la bocca. lo l'inondo, ricevo seme e tutti e tre sfiniti, crolliamo su un canapè vicino al quale, grazie alla mia sollecitudine, un'abbondante colazione è pronta per ristorarci. Non avevamo più la forza di fottere ma ci restava quella di succhiare. Esigo tale servigio da Joséphine e mentre con la dolce bocca ella mi assapora, le mie labbra serrano il bischero snervato di Sulpice. Palpeggiavo i due culi grazie alla posizione scelta; il mio allievo socratizzava il mio, sua sorella solleticava i testicoli; ottengo sperma, ne do, Joséphine scarica ancora una volta; e, affrettandoci per aver fatto troppo tardi, ci separiamo con la promessa di riprendere continuamente una scena che i miei novizi mi perdonano di avere inventato.

Ebbi la soddisfazione di tener nascosta per un anno questa doppia tresca, durante la quale non passò giorno che non celebrassimo i nostri sacrifici. Infine, il disgusto si fece sentire e con esso il desiderio di tutte quelle perfidie che, in me, generalmente lo accompagnavano. Non avevo altro mezzo per soddisfare quest'impennata della mia immaginazione che denunciare a M. de Moldane i segreti comportamenti dei due figli. Prevedevo i pericoli di un'eventuale protesta, ma la mia testa, fertile in scelleratezza mi avrebbe fornito, ne ero certo, gli strumenti per combatterla. Avverto dunque M. de Moldane: Dio! quale è la mia sorpresa vedendolo sorridere alla notizia invece di esserne sdegnato!

- Caro amico, mi dice il leguleio, sono molto filosofo su tutte quelle stupidaggini; sta tranquillo che se in fatto di morale fossi rigido come mi hai supposto, mi sarei affrettato a prendere sulla tua persona informazioni un po' più approfondite di quanto non abbia fatto; la tua stessa età, come puoi facilmente immaginare, avrebbe impedito che ti fosse concesso il posto cui aspiravi. Vieni, Jérôme, proseguì Moldane attirandomi in un salotti no deliziosamente adorno di tutto quel che la lubricità può inventare di più lussurioso, vieni a fare un primo assaggio delle mie abitudini.

Il furfante, ciò dicendo, slaccia la cintura delle mie braghette e, prendendomi con una mano il bischero e con l'altra il culo, l'eccellente padre dei miei allievi tosto mi persuade che non è al suo tribunale che debbo rivolgermi per l'immoralità dei suoi figli.

- Dunque li hai visti fottersi, amico mio, prosegue Moldane dardeggiandomi la lingua in bocca, e tale spettacolo ti ha fatto fremere d'orrore! Ebbene, ti giuro che a me ispirerebbe ben altri sentimenti! e per convincerti, ti prego di procurarmi al più presto tale splendido quadro. Ma, nel frattempo, Jérôme, voglio dimostrarti, in modo inequivocabile, che il mio libertinaggio è almeno pari a quello dei miei figli.

E il gentile consigliere, chinandomi su un canapè, mi osserva a lungo il culo, lo bacia con lussuria e m'incula vigorosamente.

- A te, Jérôme, mi dice dopo aver finito; eccoti il mio culo, tocca a te.

Gli restituisco quel che ho ricevuto e il gaudente mette fine alla scena esortandomi a lasciare ai miei allievi tutta la libertà che desiderano per soddisfare in essi le intenzioni della natura.

- Ostacolarli, prosegue, sarebbe una crudeltà indegna di noi: non fanno alcun male, perché contraddirli?           \

- Ma, dico allora a quello strano uomo, se avessi le medesime inclinazioni per la lubricità, scusereste anche in me gli eccessi cui potrei abbandonarmi con i vostri figli?

- Certamente! dice Moldane. Chiederei solo la tua fiducia e le primizie! Ti confesso persino che credevo la cosa fatta: sono contrariato che il rigore delle tue lagnanze mi dimostri il contrario. Nessun pedantismo da questo momento, mio caro, per favore! Possiedi temperamento' lo vedo: abbandonati con i miei figli a tutto ciò che t'ispirano e procurami, domani, il modo di sorprenderli mentre sono insieme.

Accontentai Moldane; lo feci mettere davanti al buco che avevo fatto per me e che gli feci credere di avere aperto per lui: il gaudente si sistema mentre lo fotto. La scena fu deliziosa; la sua immaginazione arse talmente che il furfante scaricò due volte.

- Non ho mai visto niente di tanto divino, mi disse ritirandosi; non resisto più, devo assolutamente godere di quei due bei ragazzi. Avvisali, Jérôme, che domani voglio mettermi con loro per eseguire tutti e quattro le più voluttuose posizioni.

- Veramente, signore, dissi fingendo un po' di prudenza che giudicai necessaria alla circostanza, non avrei mai pensato che il precettore dei vostri figli dovesse essere incaricato, e da voi, di corromperli e di spogliarli di ogni morale.

- Ecco, disse Moldane, come interpreti male il vero significato della parola morale. La vera morale, amico mio, non si discosta mai dalla natura; nella natura è l'unico principio di tutti i precetti morali: ora, siccome essa ispira ogni nostra deviazione, non una è immorale. Se esistono esseri a questo mondo in diritto di godere e le cui primizie mi sono dovute, credo che questi siano esattamente coloro che mi devono la vita.

- Ebbene, signore, dissi mortificando immediatamente le mie idee, e rinunciando per il momento ai miei piani di vendetta solo per renderli più squisiti, sì, sarete accontentato domani: i vostri figli saranno avvisati e tutti e due potremo abbandonarci fra le loro braccia a tutto quel che il libertinaggio può offrire di piccante al mondo.

Fui di parola, Sulpice e Joséphine, un po' sorpresi del mio annuncio, promisero almeno di essere condiscendenti alle fantasie del loro papà e di mantenere il più assoluto segreto su quel che era accaduto fra noi; e il più bello di tutti i giorni venne a illuminare la più bella fra tutte le scene.

Il luogo era il voluttuoso salottino nel quale Moldane mi aveva già fatto entrare; una graziosissima governante di diciotto anni, addetta da tre settimane a Joséphine, che mi parve godere la fiducia e la simpatia di Moldane, doveva servire i baccanali progettati.

- Non sarà di troppo, disse il consigliere; guarda com'è graziosa e ti garantisco che è libertina quanto gentile. Guarda! proseguì Moldane sollevando dietro le gonne di Victoire, guarda, amico mio, se è possibile, trovare un culo così perfetto!

- E bello, dissi toccandolo; ma sono del parere che quando avrete visto quello dei vostri figli non gli accorderete più le vostre preferenze. - Può darsi, rispose Moldane; ma nel frattempo, ti confesso che mi piace moltissimo ...

E lo baciava... lo stuzzicava di tutto cuore.

- Su, Jérôme, va a prendere le nostre vittime e conducile qui nude.

Segui Jérôme, Victoire; occupati della loro toeletta; intanto io mediterò sul tipo di lubricità che dovrà abbellire la scena ... Farò un programma e lo eseguiremo.

Victoire ed io andammo dai ragazzi; ci aspettavano. Veli, nastri e fiori furono il loro unico abbigliamento. Victoire s'incaricò del ragazzo, io della ragazza; entrammo. Moldane, su un canapè circondato da specchi, ci aspettava scrollandosi.

- A voi, signore, dissi, ecco oggetti degni della vostra lussuria; sottometteteli senza pudore; che non una ricerca libertina sia trascurata con essi; sappiate che sono felici di essere degni della vostra attenzione e con la sottomissione più completa, con la più profonda rassegnazione sono pronti a soddisfarvi.

Moldane non stava più nella pelle; respirava affannosamente, balbettava, sbavava di lussuria.

- Voglio scrupolosamente ispezionare, Jérôme, mi disse; e voi, Victoire, venite a scrollarmi il bischero e fatemi stringere le vostre natiche.

Comincio da Sulpice; lo faccio avvicinare al padre che si mostra mai sazio di baciarlo, palparlo, succhiarlo, coprirne il membro e il culo di tenere carezze. Joséphine succede; è ricevuta con identico entusiasmo; e i saturnali hanno inizio .

Moldane, al primo atto, volle che il figlio inconnasse Joséphine alla pecorina, stesa su un canapè; la figlia, così fottuta, doveva succhiargli il bischero; egli scrollava con una mano il mio membro e con l'altra l'ano di Victoire.

Al secondo, Sulpice inculò la sorella, io fottei- Sulpice e Moldane incornò la figlia mentre Victoire, rannicchiata su di lui, gli faceva baciare il bel culetto.

Al terzo, Moldane mi fece incornare la figlia, lui l'inculò mentre Sulpice inculava Vieto ire sotto i suoi occhi.

Nel quarto, io inconnai Victoire, Moldane l'inculò, suo figlio la fotté e Joséphine, alta sulle nostre spalle faceva baciare e trafficare contemporaneamente, a me il conno e a Moldane il sedere.

Al quinto, Moldane inculò il figlio, baciando le natiche di Victoire; io sodomizzavo la figlia sotto i suoi occhi.

Al sesto, facemmo la catena; Moldane inculava la figlia, io inculavo Moldane, Sulpice mi fotteva e Victoire, armata di un fallo artificiale, sodomizzava Sulpice.

Non avendo più la forza di rizzare al settimo, ci succhiammo, e Moldane era succhiato dal figlio, io succhiavo ii giovane, Joséphine mi succhiava; ogni tanto io baciavo le sue natiche e Victoire inconnava la leggiadra figlia di Moldane che, per la posizione, presentava il culo al bacio dell'ingegnoso signore di quelle orge. Scaricammo ancora tutti la settima volta. Un sontuoso spuntino fu servito e, tornati in forze, provammo ancora qualche altro quadro.

Moldane volle riunirei tutti su lui; inculò la figlia, il figlio lo fotté; egli trafficava in Victoire e io succhiavo i suoi testicoli. Grida più dolorose che lascive annunciarono la sua disfatta; scaricò sangue: dovemmo portarlo via.

- Amico mio, mi disse uscendo, ti lascio padrone di tutto; se, più fortunato di me, la natura ti accorda nuove forze, esauriscile con queste tre seducenti creature; mi racconterai domani i tuoi piaceri.

Victoire mi faceva ancora irrigidire anzi che no; ero meno sazio di lei che degli altri: l'inculai, fottuto da Sulpice e baciando il culo di Joséphine. A questo punto smisi: ero spossato.

Quando lo sperma ricominciò a ribollirmi nelle vene, abbandonai i primi progetti... Perbacco! mi dissi, non mi sarei mai aspettato d'imbattermi in un padre di questo genere. Con un uomo simile, mai e poi mai riuscirei a vendicarmi dei piaceri procuratimi dai figli. Volevo rovinarli, e invece di circondarli di cipressi ecco che li ho incoronati di mirti. Ebbene, tentiamo con la moglie di Moldane ciò che non mi è riuscito con lui, e soprattutto non rinunciamo mai alla parte di traditore che mi rallegra così profondamente. Mme de Moldane, donna di quarant'anni, è onesta, perbene, ricca di sentimenti religiosi e di virtù: le svelerò le odiose sregolatezze del marito e dei figli; contemporaneamente esigerò da lei segretezza e giustizia, e certamente ci riuscirò ...

Tuttavia uno di loro non lo vorrei perdere... Joséphine; non per amore, oh, no! è un sentimento che non si addice ad un cuore come il mio; ma Joséphine può essere utile: voglio viaggiare; la porterò con me; farò vittime con lei e mi arricchirò con i nostri imbrogli. Perfetto, Jérôme, perfetto! la natura ti ha dato, grazie a Dio, tutto ciò che ci vuole per essere un insigne mascalzone: seguiamola, agiamo.

Con queste idee, vado a trovare Mme de Moldane e, dopo averle chiesto di non dire una parola su quel che le avrei confessato, strappo il velo e le racconto tutto.

- Sono stato costretto a prestarmi a tutte quelle atrocità, signora, proseguo; sono stato minacciato di crudeli castighi, se non obbedivo; vostro marito ha usato il suo credito per costringermi; la mia stessa vita sarebbe stata minacciata se avessi osato prevenirvi. Oh! signora, correte ai ripari: l'onore, la natura, la religione e la virtù ne fanno un sacro dovere. Allontanate i vostri figli dal precipizio in cui i disordini del loro padre stanno per gettarli: lo dovete al mondo, a Dio, a voi stessa; ogni ritardo è un crimine.

Mme de Moldane, smarrita, mi supplica di metterla nelle condizioni di convincersi, con i suoi occhi, delle infamie che le paleso: non era difficile. Convinco, qualche giorno dopo M. de Moldane di fissare il luogo della scena nella camera dei figli; faccio sistemare sua moglie davanti al buco di cui mi ero servito e che era servito anche a Moldane; e la sventurata donna ha modo di convincersi delle verità che le avevo detto. Un'emicrania mi aveva dispensato di essere della partita. La severità di costumi da me finta rimane dunque intatta nella stima della disgraziata sposa che riconosce colpevoli solo il marito e la governante dei figli.

- Che atrocità, signore! dice subito... Come avrei voluto ignorare tutto!

Tali parole, senza che Mme de Moldane se ne avveda, mi svelano com'è fatta. Non ho bisogno d'altro per accorgermi che è una donna timida, di nessuna utilità per i miei piani; e tale riflessione m'induce a cambiare immediatamente mira.

- Un momento, signora, la interrompo immediatamente, permettete che vada a dire una cosa a vostro marito; teme l'arrivo di un importuno, vado a rassicurarlo su tale visita e, libero di fare quel che vuole, vedrete tutto quel che si permetterà.

Esco.

- Amico mio, dico a Moldane tirandolo in un salottino vicino, siamo scoperti; vendichiamoci immediatamente. Vostra moglie, allarmata da qualche sospetto, è entrata di nascosto nella mia camera, della quale tuttavia avevo la chiave in tasca: ha sentito; ha scorto il buco che sapete; stava spiando quando sono entrato: Jérôme, mi ha detto, non una parola o siete perduto ... Per favore, Moldane, nessuna debolezza, siate energico: quella donna è un pericolo; bisogna, e subito, prevenirlo.

Non mi ero accorto fino a .che punto quella notizia infiammasse Moldane. Stava rizzando quando ero andato a disturbarlo: l'irritazione del fluido nervoso mette a fuoco immediatamente la bile: l'incendio diventa generale; ed è con il bischero in aria che Moldane, furioso, si precipita verso la parete, l'abbatte e si getta sulla moglie e, alla presenza dei figli, le conficca venti volte il pugnale nel cuore.

Ma Moldane, che possedeva solo la collera dello scellerato, ma non la sua energia, è rabbioso per quel che ha fatto: le grida, le lacrime dei giovani che lo circondano finiscono per turbarlo del tutto: credetti che impazzisse.

- Uscite, gli dico. Siete un vigliacco: tremate per l'unica azione che vi assicura e felicità e tranquillità. I vostri figli ·vi seguano, i vostri valletti ignorino tutto: dite a tutti che vostra moglie è andata da un'amica, per impegni che la tratterranno alcuni giorni; Victoire ed io, c'incaricheremo di tutto il resto.

Moldane, smarrito, uscì; i figli con lui e ci mettemmo a rimettere tutto in ordine.

Devo confessarvelo, cari amici? ... Sì, certamente: volete conoscere fino in fondo il mio cuore; non devo nascondervi nulla. Un fuoco sottile si accese nelle mie vene alla vista di quel corpo di cui avevo determinato la distruzione: la scintilla di un capriccio inconcepibile, al quale mi vedrete presto abbandonato, si accese nel mio cuore osservando quella sventurata ancora bella. Victoire spogliandola, metteva a nudo le più belle carni che mai fosse possibile vedere; rizzavo ...

- Voglio fotterla, dissi alla governante dei miei allievi.

- Ma non sentirà più niente, signore.

- Che importa? sono le sensazioni dell'oggetto che serve ciò che

desidero? No, certamente: l'inerzia del cadavere renderà le mie ancor più vive. Non è d'altronde opera mia? Non occorre altro per rendere delizioso il godimento che mi propongo!

Ed ero pronto ... Ma l'ardore dello sfrenato desiderio mi tradì; troppa impetuosità mi rovinò; dovetti prontamente ricorrere alla mano di Victoire che fece eiaculare uno sperma che non riuscivo più a trattenere, e le carni inanimate della bella sposa del mio padrone ne furono inondate. Riprendemmo ad occuparci di quanto necessario; a forza d'acqua cancellammo le tracce di sangue che inondava la camera e nascondemmo il corpo in una lunga vasca di fiori di una terrazza vicina alle mie stanze. Il giorno seguente, Moldane ricevette una lettera finta con la quale l'amica della moglie lo avvisava che la sua stimata consorte si era ammalata e desiderava che Victoire andasse a curarla. Costei scomparve; ben pagata, promise di non parlare e mantenne la promessa fatta. Dopo otto o dieci giorni la pretesa malattia di Mme de Moldane parve tanto aggravarsi da essere impossibile trasportare l'inferma a casa. Victoire ci dava notizie; si presumeva che Moldane e i figli andassero a farle visita per intere giornate. Infine la gentildonna spirò; portammo il lutto. Ma Moldane non possedeva la fermezza necessaria ai grandi crimini né l'intelligenza necessaria a calmare i rimorsi: piangendo il primo misfatto, ne odiava la causa; non toccò più i figli e mi pregò di farli ravvedere sull'errore in cui i nostri smarrimenti li avevano immersi. Feci finta, come potete immaginare, d'approvare e m'incaricai di tutto.

Mi accorsi allora che per ottenere il mio scopo dovevo cambiare bersaglio ancora una volta. Divenni il padrone della mente di Sulpice; gli mostrai quanto orrendo fosse stato il crimine di suo padre.

- Un mostro simile, è capace di tutto. O amico mio! dicevo con calore, persino i tuoi giorni non son sicuri qui; so che, attualmente, preoccupato di cancellare ogni traccia del suo crimine, ha fatto incarcerare Victoire ... complotta contro la tua libertà e per meglio nascondere tutto, quando ti vedrà fra quattro mura, ti avvelenerà e così farà con tua sorella ... Fuggiamo, Sulpice, preveniamo i nuovi misfatti di quella belva; ma prima cada sotto i nostri colpi. Se fosse scoperto, la legge lo condannerebbe; la sua spada cadrebbe su lui; comportiamoci con identica giustizia; liberiamo la terra dall'infame furfante. Non vuole nessuno vicino, tranne te; diventato selvatico e feroce, ogni cura che gli provenga da altri lo insospettisce: crede di vedere il pugnale della vendetta nella mano di tutti coloro che lo avvicinano. Stringi tu l'arma; colpisci il colpevole; placa i Mani di tua madre: sono qui, turbinano attorno a te e le laceranti grida della vittima si faranno udire ancora a lungo, finché il sacrificio espiatorio non sarà offerto dalle tue mani... Amico mio, bada che ti considero un mostro poiché ancora esiti: colui che non ha il coraggio di punire il crimine quando ne ha la possibilità è colpevole, a mio giudizio, quanto colui che lo ha perpetrato. Nell'impossibilità di una denuncia che non sarebbe accolta, non ti resta che agire tu stesso; affrettati dunque o non sei degno di vivere.

Qualche giorno di insinuazioni di questa natura infiammarono la testa del giovane: gli do dei veleni, li afferra con avidità; e il novello Séide (42) si macchia del più orrendo misfatto credendo di servire la virtù.

Non rimanendo che parenti collaterali assai lontani, fu istituito un consiglio di famiglia e io ne conquistai talmente la fiducia da essere nominato amministratore e confermato precettore dei ragazzi. Curandomi di tutti gli affari della casa, tutto il denaro passava per le mie mani. Fu allora che concepii il perfezionamento del mio piano.

Pensai che per riuscirvi non avevo altro mezzo che utilizzare con Joséphine gli stessi strumenti che così bene avevano agito su Sulpice per sbarazzarsi del padre.

- Non vi rimane, dissi alla piccola ingenua ... no, non vi rimane, per essere felice, altra soluzione all'infuori di quella di sbarazzarvi di vostro fratello: so che, attualmente, egli complotta contro di voi e che allo scopo di ereditare tutto lui ha i~ animo di farvi entrare per il resto dei vostri giorni in un convento. E giunto il momento che vi sveli, Joséphine, l'atroce animo di quest'uomo: lui è l'unica causa della morte di vostro padre e di vostra madre; lui solo ha tramato gli odiosi complotti; lui solo se ne è incaricato; presto anche voi cadrete sua vittima; non passeranno otto giorni e sarete morta se non riuscirà a farvi rinchiudere per tutta la vita ... Che dirvi altro? Mi ha già domandato dove si vendono i veleni che possono accorciare la vita di una persona. Capite che io non glielo dirò, ma potrebbe rivolgersi ad altri: muoviamoci per primi; bisogna vendicarsi di chi trama contro di noi, non si fa alcun male a prevenirlo. Il veleno che Sulpice chiede, l'offro a voi, Joséphine: avete la forza di usarlo?

- Sì, disse la mia allieva, svelando assai più carattere di quanto avessi supposto, credo a tutto quel che mi dici, Jérôme. Alcune frasi di Sulpice potrebbero essere conferma a quel che dici quando sostieni che è l'autore della morte di mio padre; ed io voglio vendicare quella morte. Ma, Jérôme, è necessario che te lo confessi? ti amo, e non avrò altro sposo che te: godi della fiducia dei nostri tutori, chiedi la mia mano, io ti sosterrò; se te la rifiutano, portiamoci via più denaro possibile e andiamo a sposarci in Svizzera; tieni presente che a quest'unica condizione accetto il crimine che mi proponi.

Si accordava troppo con i miei piani perché non accettassi immediatamente. Non appena Joséphine fu certa che avrei fatto come voleva, agì; tutto avvenne durante una colazione: lei stessa servì della cioccolata al fratello, nella quale aveva avuto cura di mettere due granellini di napello che io le avevo dato. Sulpice crepò il giorno seguente fra spaventose convulsioni che Joséphine stette a lungo ad osservare con un coraggio che non le avrei supposto: quella furfante non abbandonò il capezzale del fratello se non quando lo ebbe visto rendere l'anima.

O Jérôme! esclamai allora a parte, il tuo trionfo è dunque certo e le tue perfide seduzioni portano finalmente turbamento e desolazione nella famiglia del tuo unico amico, del tuo unico protettore! Coraggio, Jérôme; non fermiamoci per strada quando si tratta di essere criminale: è perduto per sempre chi non percorre fino alla fine la strada del vizio, una volta che l'abbia imboccata ... Trascorsi tutta la notte con Joséphine: la scelleratezza di cui si era macchiata restituiva ai miei occhi tutte le attrattive che un lungo godimento le aveva fatto perdere. Due giorni dopo, la convinsi che l'avevo formalmente chiesta sposa, ma che la grande differenza delle nostre condizioni sociali e dei nostri beni erano state causa di un rifiuto.

- Ebbene! disse Joséphine, andiamo via! non ho mutato avviso: voglio solo te per marito; solo per te voglio vivere.

- Non vi è alcuna difficoltà, dissi alla povera ingenua; ecco un effetto di centomila scudi che il consiglio di tutela mi ha consegnato per l'acquisto di una terra che sarà tua: portiamoci via questo denaro e spariamo.

- Sono tutta tua, disse Joséphine: ma permettimi d'importi una condizione.

- Quale?

- Che non dimenticherai mai i sacrifici che faccio per te ... che non mi abbandonerai mai.

E ben capite, amici miei, con quale falsità pronunciai un giuramento che avevo così poca voglia di rispettare.

Sparimmo. Il settimo giorno di viaggio arrivammo a Bordeaux. dove giudicai che potevamo soggiornare per qualche tempo. prima di passare in Spagna, paese scelto da Joséphine per metterei al sicuro e celebrare le nozze. La stagione si metteva al brutto, e prevedendo di non riuscire a superare le montagne prima della primavera, la mia compagna mi propose di celebrarle dove ci trovavamo.

- Angiolo mio, risposi alla cara ingenua, la cerimonia che mi proponi mi pare sommamente inutile; converrebbe, mi pare, perché tutto proceda bene, farci passare per fratello e sorella; a tutti e due piace spendere e non sarà con centomila scudi che riusciremo a sopravvivere a lungo. Devi prostituirti, Joséphine; bisogna che le tue grazie ci diano da vivere.        .

- Oh! amico mio, che spaventoso progetto!

- È l'unico ragionevole; solo a questo scopo ho accettato di rapirti: l'amore è una chimera, bambina mia, unica cosa reale è l'oro; dobbiamo attenerlo a qualsiasi prezzo.

- Ecco i sentimenti che mi avevi giurato!

- E tempo che mi conosca, Joséphine; sappi che quello dell'amore non ha mai sfiorato il mio cuore; le donne mi piacciono, ma le disprezzo; anzi, le odio non appena la passione si placa; tollero la loro compagnia quando sono utili alla mia fortuna, mai quando esse mirano solo al sentimento. Non insistere e non chiedere nulla, e affidati a me per nutrirti: possiedo ipocrisia, abilità, capacità d'intrigo; ti farò passare di avventura in avventura e voglio fare di te, con i miei consigli, la puttana più celebre che mai sia esistita sulla terra.

- lo, una puttana!

- Non sei stata quella di tuo padre, di tuo fratello? ... non sei stata la mia? Davvero, il pudore è qui fuori posto.

Profondi sospiri e fiumi di lacrime vennero a sospendere le parole di dolore che Joséphine voleva pronunciare: la sua crisi di disperazione fu spaventosa e, quando si avvide che ero irremovibile e che nulla poteva farmi cambiare idea, la sventurata che non aveva perduto neppure in quel momento la speranza di vivere accanto a me ... a me ch'ella era tanto pazza d'amare ancora, accettò tutto; e ci sistemammo secondo quel divino proposito.

Sì, divino, oso dirlo: ne esiste uno bello quanto quello di assicurarsi mezzi e lusso grazie alla buona fede e alla credulità degli altri? Né bufere né devastazioni si temono quando i propri beni sono di tal natura; e l'imbecillità degli uomini, in ogni tempo la stessa, assicura a chi conta su di essa tesori che neppure le miniere del Perù fornirebbero. Ero perfettamente all'altezza di reggere bene la barca; Joséphine possedeva tutto quel che occorreva per reggere il timone; e ci lanciammo.

Una bella casa, molti valletti, cavalli, un cuoco eccellente, tutto l'apparato, in una parola, di gente ricca condusse presto da noi gli ingenui. Un vecchio mercante ebreo, conosciuto per le ricchezze e la lussuria, si presentò per primo: Joséphine era quel che ci voleva e l'affare fu subito concluso. Ma il Creso era fantasioso e siccome dava diecimila franchi per soddisfare le sue bizzarrie, esigeva assoluta compiacenza.

Ecco qual era la mania del buon discendente di Saul.

Abraham Pexoto voleva che due graziose ragazze, che aveva messo al servizio di Joséphine, la scrollassero alla sua presenza in un salottino di specchi, facendole assumere durante la riunione otto o dieci posizioni diverse. Di fronte al gruppo che operava, Pexoto si faceva profanare da due seducenti pederasti: dopo un'ora, i gitoni inculavano le cameriere e Pexoto inculava i gitoni. Sufficientemente eccitato da tali preliminari, la sua amante si metteva lunga distesa per terra, come se fosse morta; l'ebreo veniva legato mani e bischero e i due maschi gli facevano, fare così legato due o tre volte un giro attorno al corpo gridando: «E morta, la sgualdrina! è morta, tu l'hai uccisa! » e le due femmine lo seguivano con gran colpi di verghe. Allora il cugino di Gesù Cristo si fermava un attimo: «Ebbene! diceva, alzatela poiché è morta». Il corpo, sempre immobile, veniva allora messo sul bordo di un canapè. L'ebreo inculava e mentre s'industriava a perdere il suo sperma nell'ano della falsa morta, occorreva per affrettare l'emissione che i due piccoli ganimedi, facendo baciare i loro culi, non smettessero di urlare: «Eh, sì, sì! è morta, non c'è niente da fare! » e che le due del corteo continuassero a lacerare, a frustare, lo striminzito deretano di quel rognoso.

Quando spiegai a Joséphine qual era la fantasia di quell'uomo, ella versò qualche lacrima, ma dopo che le feci notare che era davvero fortunata di cavarsela così a buon mercato e che nel suo mestiere ben altra scherma era possibile; che centoventimila franchi di rendita per quella cortesia valevano la pena di farla, si sottomise a tutto. Pexoto condusse personalmente i due gitoni e le due sgualdrinelle; ne pagava alloggio e vitto a parte e fin dal giorno seguente, il principale s'installò. Conosciuto quale il fratello di Joséphine, non ci fu gelosia e per più di un anno conducemmo, a spese di Abraham, la vita meno israelita del mondo.

Infine, Joséphine ebbe il sospetto che l'amante non avesse più per lei lo stesso entusiasmo.

- Preveniamo la sazietà, esclamai subito; siccome non possiamo più contare su Pexoto, caviamogli almeno tutto quel che è possibile.

Sapevo che l'ebreo, che aveva in me una certa fiducia, aveva da poco ricevuto in biglietti di banca un pagamento di un milione e mezzo di franchi. Feci in modo ch'egli non trovasse Joséphine a casa nelle ore in cui aveva l'abitudine di servirsene.

- Dov'è tua sorella, Jérôme? mi disse non vedendola.

- Signore, risposi, una grande preoccupazione l'ha spinta ad an-

dare a cercarvi; si è raccomandata che se nel frattempo foste arrivato, vi fosse servita la cena e lei, nel frattempo sarebbe tornata. Ma, signore, la causa della sua preoccupazione è della massima importanza: aveva fretta d'incontrarvi e di parlarvi; non trovandovi spero che non faccia qualche gesto disperato. .

- Corri, mi disse Abraham, non perdere un istante; se è di denaro che ha bisogno, ecco un assegno in bianco sul mio conto; scrivici la somma che vi occorre: venti ... trentamila franchi; non sentirti imbarazzato, ragazzo mio: so che hai buon senso e che ti sarebbe impossibile abusare della mia fiducia.

- Oh! signore.

- Va, amico mio, dille che mangio e che l'aspetto senz'altro per il dolce.

Avevamo già tutto predisposto e il caro uomo non aveva alcun sospetto: la casa affittata, i mobili venduti, i domestici licenziati; e la cena, l'ultima che gli avremmo preparato. Una diligenza ci attendeva a Chartrons  (43) Joséphine era in quella carrozza e, fatto il colpo, sparimmo da Bordeaux. Ma prima, io vado in casa dell' ebreo; parlo ai commessi che mi conoscono perfettamente.

- Il corrispondente di M. Abraham, dico, è a casa nostra; chiede immediatamente di riavere la somma consegnata ieri al vostro padrone; ecco un assegno in bianco: consegnatemi subito, per favore, gli effetti corrispondenti alla somma.

- Ah! disse il primo commesso, so di che si tratta: ero stato avvisato che c'erano cambiamenti in questo affare, ma ignoravo che l'incontro avvenisse a casa vostra. Ecco quel che chiedete; ora metto sulla firma: «Consegnare a M. Jérôme quanto ricevuto ieri». Così va bene, vero?

- Perfetto.

- Sempre ai vostri ordini, signor Iéròme.

- Servitor vostro, signor Isaac.

Ed eccomi nella carrozza. Viaggiammo otto giorni senza fermarci; e fu solo lungo il Reno che, considerandoci in salvo, scendemmo, sfiniti, in un brutto albergo, per riposare un poco.

- Ebbene! angelo mio, dissi a Joséphine dopo aver controllato il denaro, hai visto come il primo tentativo è andato bene; coraggio, un po' di sfacciataggine e saremo a posto! Questa è la strada di Berlino; è un bel paese la Prussia: vi regna un re filosofo; corriamoci: imbrogliare dei baroni tedeschi o degli ebrei guasconi è la stessa cosa; e qualunque sia la fonte di denaro, quando vi si attinge bene, si può esser certi d'aver il secchio pieno.

- Non dirai più così, disse Joséphine, quando lo prosciugherai appena riempito. Cosa me ne è venuto, a me, di tutto ciò? Qualche abito e qualche gioiello; tu hai dissipato il resto con prostitute e pederasti: i tuoi disordini d'ogni genere, la tua lussuria, sono stati enormi quanto le tue truffe; avevi una tale reputazione che anche se questa avventura non ci avesse costretti a lasciare Bordeaux, la polizia ci avrebbe prima o poi espulsi: non ti sei limitato a prendere ragazze condiscendenti; ne hai picchiate, violate, molestate, e forse peggio ...

- Peggio? Davvero, son pronto a crederci, dissi a Joséphine. Continua, tesoro; continua con il mio panegirico; suona bene sulle tue labbra.

- Spaventoso ...

- Ah! per favore; non ti ho presa con me per farmi dei mercuriali (44), ma per servire alla mia avarizia, alla mia lussuria e alle mie fantasie: non dimenticare mai l'autorità che i tuoi crimini mi danno su di te; bada che denunciandoli potrei farti impiccare domani stesso; bada che abbandonandoti al tuo destino, non più sostenuta dai miei consigli, diventata una piccola adescatrice da ventiquattro soldi, moriresti presto di fame. Continua dunque, Joséphine, ad essere, e in umiltà, complice e strumento dei miei misfatti: e ricorda che porto sempre due pistole in tasca per bruciarti le cervella alla prima insubordinazione.

- O Jérôme credevo che mi amassi; è questo che mi avevi promesso quando mi hai sedotta?

- lo? amore per una donna? te l'ho già detto mille volte, ragazza mia: ti sbagli se supponi in me una simile debolezza. Quanto ai mezzi ai quali sono ricorso per sedurti, sono quelli di tutti i corruttori; bisogna ingannare la bestia che si vuoi prendere, e non per niente si mette esca all'amo.

Joséphine pianse ed io non la consolai. Non esiste persona al mondo più insensibile di me alle geremiadi delle donne; mi divertono, non le condivido. Tuttavia, siccome rizzavo sodo e la strada mi aveva prodigiosamente riscaldato e non c'era niente là che potesse calmarmi, feci fare voltafaccia alla mia compagna di viaggio e le piazzai il bischero nel sedere, dove lo feci andare e venire finché non ebbe il tempo di rovesciarvi due o tre scariche.

Mi ritirai solo quando udimmo grandi colpi di frusta nella locanda, annuncio dell'arrivo di un corriere: apro la porta.

- E qui! è qui! sento gridare; ne siamo certi; li seguiamo da Bordeaux.

A quelle parole Joséphine pensò bene di svenire; io invece, calmo, come sempre lo fui tutta la vita nel crimine, mi limitai ad armare una delle pistole; poi, impugnandola, scesi:    .

- Amico, dico al corriere, cerchi me per caso?

- Sì, scellerato! risponde subito quell'Isaac che mi aveva consegnato i denari di Pexoto; sì, furfante, sì, tu ... tu, che farò arrestare immediatamente!

- Esecrabile impostore! rispondo con fermezza, provaci! Padrone, proseguo rivolgendomi al locandiere, andate a chiamare il giudice del luogo, voglio sporgere denuncia contro questo balordo.

Isaac, interdetto per un comportamento che non si aspettava, Isaac che, fiducioso nelle proprie forze, perché aveva ragione ed io torto, non aveva preso alcuna precauzione per dimostrare il mio crimine: nessun ordine, nessuna procedura, nessun funzionario di polizia, Isaac, ripeto, cambiò espressione e andò a sedere tranquillamente vicino al fuoco, dicendo:

- E va bene.

Il giudice arriva.

- Signore, dico prendendo per primo la parola, ecco un furfante che mi deve centomila scudi; è, come me, mercante di Bordeaux. Quando sono andato da lui per ritirare il mio denaro, spiegandogli che mi occorreva per il viaggio che sto facendo, me lo ha rifiutato; gli ho fatto causa; egli ha dichiarato fallimento. Ho messo insieme gli altri miei denari, sono partito. Non appena questo scellerato mi ha visto lasciare la città, ha pubblicamente fatto sapere che il denaro che avevo con me era causa del suo disastro finanziario perché una parte di quel denaro non era mio, glielo avevo scroccato, e così gli è venuto in testa di perseguitarmi. Questo è il suo intento, ma, perbacco, dichiaro, signor giudice, che dovrà passare sul mio cadavere.

- Cosa rispondete signore? dice l'uomo di legge ad Isaac.

- Rispondo, dice l'ebreo turbato dalla mia sfacciataggine, che avete a che fare con il più abile truffatore d'Europa. Ma il torto è mio: sono partito come uno stupido; non ho preso alcuna precauzione; è colpa mia; riparto. Non importa! ma questo furfante non s'illuda di cavarsela: vado a procurarmi quanto è necessario e quando sarò in regola, stia pur certo che lo seguirò fino in inferno. Addio.

- Oh, no, figlio di puttana! dico afferrando Isaac per il colletto; oh! no! non te ne ripartirai così: poiché ti ho acchiappato voglio il mio denaro o almeno quello che porti su di te ora.

- Questo è giusto, dice il Salomone che presiede a questa scena. Il signore dice che gli dovete centomila scudi: pagate.

- Infame calunniatore! dice Isaac, mordendo si le labbra, com'è possibile che spinga la sua sfrontatezza fino a questo punto?

- Nipotino di Mosè, esclamo, sono meno sfrontato di voi; chiedo solo quel che mi è dovuto, e voi invece avete il coraggio di reclamare ciò che non vi appartiene.

Isaac fu condannato. Costretto a svuotare le tasche, ci guadagnai mille franchi e alcune lettere di cambio su Berlino, pari alle duecentocinquantamila lire che continuavo a reclamare. Pagai generosamente il giudice, il locandiere, gli accoliti e, dopo aver fatto preparare subito i cavalli, ci allontanammo, Joséphine ed io, da un albergo nel quale non avevamo sperato una così vantaggiosa avventura.

- Ebbene! mi disse Joséphine, non appena fummo al galoppo, scommetto che a me non toccherà neppure un soldo: e dire che è stato il mio sedere che ti ha portato fortuna; ne stavi uscendo quando quell'imbecille è caduto nelle sue stesse reti.

- Eh, risposi alla mia falsa sorella, non ti ho sempre detto che il culo porta fortuna? Se sfortunatamente avessi infilato il tuo conno, mi avrebbero arrestato.

- Insomma, cosa ne ricaverò io?

- Diecimila franchi.

- Che generosità!

- E che spese devi fare, Joséphine? Qualche straccetto: io, culi, bischeri. Ah! Joséphine, c'è una bella differenza!

Così chiacchierando arrivammo a Paderborn, senza mai scendere dopo il nostro incontro con Isaac.

La fiera di Lipsia attirava molti viaggiatori lungo quelle strade e così trovammo le locande talmente piene a Paderborn da essere costretti a dividere una camera con un ricco mercante di Amburgo, diretto con la moglie alla celebre fiera. Kolmark era il nome di quel mercante, la cui moglie, di circa vent'anni, era la più avvenente creatura che mai fosse possibile incontrare sulla terra; e, lo confesso, quella deliziosa personcina mi diede alla testa almeno quanto un voluminoso cofano che vidi chiudere accuratamente in uno degli armadi della nostra camera. Il desiderio d'impadronirmi dell'uno e dell'altro oggetto si fece così intenso da non lasciarmi chiudere occhio in tutta la notte. A causa di una riparazione alla loro carrozza, i due erano costretti a trattenersi nella locanda e, per seguirli un po' più da vicino, finsi che certi affari mi trattenessero un giorno a Paderborn. E così, era chiaro che dovendo stare insieme trenta sei ore facessimo inevitabilmente amicizia. Joséphine, secondo il mio consiglio, diventò presto amica della sua compagna; facemmo colazione insieme; cenammo; la sera andammo a teatro; e fu alla cenetta dopo lo spettacolo che cominciai a preparare le reti in cui volevo far cadere l'una e l'altra vittima. Kolmark aveva offerto il pranzo; era giusto che la cena toccasse a noi. Perciò lasciai il teatro presto e arrivai solo alla locanda, con la scusa di predisporre tutto.

- Devo andare a prendere alle porte della città un amico con il quale parto stanotte per Berlino, dico a quelli della locanda. Faccio caricare la mia vettura immediatamente e la mando ad aspettarmi dal mio compagno di viaggio.

Tale precauzione non destò sospetti; tutti i miei bagagli vengono caricati sulla carrozza; non dimentico di farci mettere, ben avviluppato, il cofano che grazie a un grimaldello avevo facilmente preso dall'armadio in cui era chiuso.

- Va', dico al postiglione, quando tutto è pronto, va' ad aspettarmi alla porta di Berlino; con me verranno mia moglie e il mio amico: più semplice per te che fermarti vicino alla sua casa; potrai almeno bere un bicchiere mentre ci aspetti; c'è un'osteria a quella porta, nessuna vicino alla sua.

Tutto si svolse alla perfezione e la mia carrozza stava allontanandosi dalla locanda quando Joséphine e le nostre due vittime vi rientravano. Una magnifica cena fu servita ma io avevo avuto cura di mischiare nelle ciotole di frutta, già disposte sulla credenza, una dose di stramonio sufficiente a far cadere profondamente addormentato chi avesse mangiato i cibi ai quali l'avevo mescolata. Tutto riuscì in modo meraviglioso: non appena Kolmark e la moglie ebbero assaggiato i frutti fatali caddero in tale letargo da poter fare di loro tutto quel che si voleva, rigirarli da tutte le parti, senza che essi se ne accorgessero.

- Tienti pronta, dico a Joséphine, non appena li vedo in quello stato; tutto è in salvo; la carrozza ci attende; ho il cofano; dammi una mano per fottere questa donna che mi ha fatto girare la testa; poi prendiamo portafoglio e gioielli, e via, senza una parola, segretamente e velocemente.

Mi avvicino alla Kolmark; inutilmente le alzo le gonne, le stringo le mammelle, niente la sveglia. Rassicurato da quel suo stato di ebetudine, più intenso di quanto avessi supposto, mi faccio più intraprendente. Joséphine ed io la spogliamo interamente. Dio, che corpo! era quello di Venereo

- O Joséphine, esclamo, mai un crimine mi ha fatto rizzare così!

Ma devo perfezionarlo: non sono troppo sicuro della mia droga; per

non temere che si risveglino, devo fotterli tutti e due e ucciderli fottendoli.

Comincio con la donna: prima l'inconno, poi l'inculo... Non un movimento ... neppur l'ombra di una sensazione; le riempio l'ano di sperma, e passo al marito. Kolmark, che non aveva trent'anni, mi offre un culo d'alabastro; lo lascio, dopo qualche avanti e indietro, per riaffondare in quello della moglie, e mentre san dentro, questa volta faccio mettere su lei il corpo del marito e, su questo, i tre materassi di uno dei letti. Joséphine che, per mio ordine, fa capriole sui materassi, finisce per soffocarli tutti e due. E io godevo, e provavo nel culo della donna l'inconcepibile voluttà di procurare una morte violenta all'oggetto dei nostri piaceri. E incredibile fino a che punto la contrazione dei nervi della vittima è utile alla lubricità dell'agente! Amici miei! serbiamo il segreto; se fosse conosciuto non ci sarebbe libertino che non assassinerebbe il proprio piacere. Finita l'operazione, sistemiamo con cura i corpi ciascuno nel proprio letto e, dopo esserci impadroniti degli orologi, dei portafogli e dei gioielli, scendiamo, attraversiamo la locanda, dove nessuno si meraviglia di vederci partire, perché avevo avvisato.

- Lasciate dormire M. e Mme Kolmark, diciamo passando; vi pregano di andare da loro solo a mezzogiorno: la vostra eccellente cena, il vostro buon vino, ha dato loro alla testa, e vogliono riposare; faremmo anche noi così se gli affari non ci chiamassero.

E ciò detto, le spese, i domestici generosamente pagati, partiamo, riveriti da tutti, e corriamo senza fermarci a Berlino. Solo nella capitale della Prussia scoprimmo che il cofano, pieno di pietre preziose, con le altre cose rubate valeva più di due milioni.

- Oh! Joséphine, esclamo controllando il bel bottino, te l'ho sempre detto che un crimine è garanzia di un altro e che la fortuna protegge sempre chi ne commette in gran numero.

Ci sistemammo a Berlino come a Bordeaux, ed io mi feci passare, anche questa volta, per fratello di Joséphine.

Quella donna, che diventava ogni giorno più bella, non tardò a fare molte conquiste e siccome era convinta della necessità di soffermarsi solo su quelle che dovevano rendere di più, il primo uomo che cercò di conquistare fu il principe Enrico, fratello del re (45).

Pochi ignorano, almeno per sentito dire, l'intelligenza, la cortesia e il libertinaggio dell'amabile principe. Enrico, più amante degli uomini che delle donne, faceva cadere la propria scelta solo su quelle dalle quali pensava di essere aiutato nei suoi traviamenti preferiti.

- Angiolo mio, disse a Joséphine, devo, prima di costituire un legame con voi spiegarvi quali sono le mie passioni; sono tanto vive quanto particolari. Innanzi tutto vi prevengo che celebrerò assai poco le attrattive proprie al vostro sesso: non mi servo mai delle donne; le imito ma le detesto. Ecco quali servigi vi chiederò per la mia lubricità: vi farò conoscere molti uomini; cercate di conquistare tutti quelli che vi presento. Ecco, proseguì il principe dando a Joséphine un fallo artificiale di tredici pollici di lunghezza e nove di circonferenza; ecco la misura che mi si addice: quando scoprirete dei bischeri di queste dimensioni, me li fornirete. Giunti al momento dell'operazione vestirete una zimarra color carne che lascerà scoperto il culo: il resto sarà impenetrabile alla mia vista; voi preparerete i bischeri che mi dovranno entrare nel sedere, li infilerete voi stessa, ecciterete l'uomo mentre agirà e, quale ricompensa, quando avrò ben fottuto, vi darò a quegli uomini unitamente a quattrocento frustate. Non è tutto, mia bella amica; le vostre femminili grazie dovranno subire grande profanazione. Dopo le frustate, vi metterete completamente nuda; vi coricherete per terra, le gambe divaricate; tutti gli uomini che mi saranno passati sul corpo vi cacheranno nel conno e sul petto. Tornando dall'operazione, mi faranno toccare il buco del loro culo: cosa che farò con la lingua. Ciò fatto, mi accovaccerò sulla vostra bocca, voi la spalancherete il più possibile, io vi cacherò dentro; uno dei miei uomini mi scrollerà; il mio sperma partirà contemporaneamente al mio stronzo: è questo il mio unico modo di scaricare.

- E quali sono, disse Joséphine, gli emolumenti che monsignore accorda per servigi così sgradevoli? .

- Venticinquemila franchi al mese, disse il principe, a parte gli accessori.

- Non è davvero molto, rispose Joséphine, ma l'onore della vostra protezione compenserà il resto, e sono fin d'ora agli ordini di monsignore.

- Chi è il giovane che chiamate fratello? proseguì il principe.

- Lo è effettivamente, rispose Joséphine, e la somiglianza dei suoi gusti con i vostri lo potrebbe rendere utile ai vostri piaceri. - Ah! è pederasta?

- Sì, monsignore.

- V'incula?

- Qualche volta.

- Oh, perbacco! voglio vedere.

Joséphine mi fece chiamare e il principe, per mettermi immediatamente a mio agio, mi sbottonò e mi scrollò.

- Ecco, disse, un gran bell'arnese; non è esattamente della misura di quelli di cui mi servo, ma dev'essere bello vederlo all'opera; è possibile che abbia una brillante scarica.

E avendo fatto coricare Joséphine bocconi, introdusse il mio bischero nel culo della fanciulla con grandissima abilità. Non appena ci fui, egli passò dietro a me e, abbassandomi le braghe fino ai talloni, mi palpeggiò il culo, lo socchiuse, lo pasticciò, e vi fece penetrare il bischero di qualche linea. Ritirandosi subito dopo, si rimise ad osservare le mie natiche assicurando. che le trovava molto di suo gusto.

- Sapreste cacare fottendo? mi disse; è delizioso per me vedere cacare un uomo mentre fotte un culo: non sapete quanto questa piccola infamia ecciti la mia lubricità; è che generalmente mi piace molto la merda, ne mangio persino, così come vedete: gli sciocchi non capiscono; esistono passioni solo adatte a gente di un certo rango. Ebbene! cacherete?

La mia risposta fu uno dei più celebri stronzi che mai avessi deposto in vita mia. Enrico lo ricevette tutto d'un pezzo nella bocca; e lo sperma con il quale m'innaffiò le cosce fu prova inconfutabile del piacere che gli avevo fatto. Anche lui ne aveva fatto uno e, quando mi vide disposto a pulire il posto:

- No, disse fermandomi, san cose di donne.

E Joséphine fu costretta a togliere con le mani; lui guardava e sembrava che gioisse dell'umiliazione inferta.

- Ha un gran bel culo, diceva dando schiaffetti, credo che sarà una bellezza frustarlo: io lo striglierò a dovere, vi avverto, e spero che non vi dispiaccia.

- Oh! no davvero, monsignore, lo giuro; Joséphine è vostra e si sentirà sempre onorata di quel che le farete.

- E che non si devono mai risparmiare le donne, in fatto di lubricità; ogni piacere è rovinato quando non si sa tenerle al loro posto e, se le si nobilita, non lo sono.

- Monsignore, dissi al principe, c'è una cosa che mi meraviglia in voi: è il vostro modo di sostenere lo spirito del libertinaggio, persino dopo che quello che gli dà forza si è spento.

- Semplice, i miei princìpi sono incrollabili, rispose quell'uomo dalla mente lucida; sono immorale per sistema e non per temperamento: lo stato di forza o di debolezza nel quale posso trovarmi non contribuisce affatto alle condizioni del mio intelletto; e mi abbandono ai massimi eccessi della lussuria sia subito dopo aver scaricato sia con uno sperma di sei mesi nei testicoli.

Volli anche rivelare al principe, subito, una mia certa meraviglia per il genere di piaceri ai quali si dedicava.

- Amico mio, rispose, non esiste che questo di buono nel libertinaggio; più il piacere sperimentato è sporco e più naturalmente eccita. Man mano che la noia s'impadronisce dei nostri gusti, li raffina; è dunque semplice arrivare al massimo della corruzione meditata. Tu giudichi i miei gusti stravaganti, io troppo semplici: vorrei fare molto peggio. Passo la vita a lamentarmi della mediocrità dei miei mezzi. Nessuna passione è tanto esigente quanto quella del libertinaggio perché non ne esiste altra che solletichi, pungoli, ecciti tanto il sistema nervoso, nessuna che faccia ardere l'immaginazione con fuoco tanto vivace; ma bisogna, dedicandosi ad esso, dimenticare completamente la nostra qualità di uomo civilizzato; solo come selvaggi, e alla maniera dei selvaggi, dobbiamo avvoltolarci nel pantano della lussuria; se facciamo appello alle nostre forze o ai doni della fortuna, deve essere solo per profittarne.

- Oh! monsignore, ecco delle affermazioni che sanno spaventosamente di tirannia... di ferocia.

- Ma il vero libertinaggio, disse il principe, deve sempre procedere fra questi due vizi; niente è più dispotico, ed ecco perché tale passione non è veramente deliziosa che per coloro i quali, come noi principi, sono investiti di qualche autorità.

- Ma allora è per voi un godimento abusare di tale autorità?

- Anzi: affermo che fa piacere solo se si ha l'intelligenza di abusarne. Amico mio, mi sembri abbastanza dotato, abbastanza ricco per poterti rivelare a questo proposito i misteri segreti del machiavellismo. Ricordati che la stessa natura ha voluto che il popolo fosse, nelle mani del monarca, esclusivamente la macchina della sua autorità; è atto solo a questo; è stato creato debole e stupido solo a questo scopo; e il principe che non lo tenga in catene e non l'umilii, pecca contro le intenzioni della natura. Quale il frutto dell'indolenza del sovrano? Un universale sconvolgimento, tutti gli ebeti crimini dell'insurrezione popolare, la decadenza delle arti, il disprezzo per le scienze, la scomparsa del denaro contante, l'eccessivo rincaro delle derrate, la peste, la guerra, la carestia e ogni altro flagello che tali mali portano con sé. Jérôme, ecco quel che capita a un popolo che si scrolla di dosso il giogo; e se esistesse in cielo un essere supremo, sua prima cura sarebbe punire, sta certo, un capo tanto imbecille da aver ceduto agli altri il proprio potere.

- Ma tale potere, dissi, non è nelle mani del più forte? e il popolo in massa non è l'unico sovrano?

- Amico mio, il potere di tutti è una chimera; non si ottiene alcun risultato da una moltitudine di forze discordanti: ogni potere disseminato risulta nullo; la sua energia consiste nella concentrazione. La natura possiede una sola fiaccola per illuminare il mondo: ogni popolo, seguendone l'esempio, deve avere un solo padrone.

- Ma perché un tiranno?

- Perché l'autorità gli sfugge se è tollerante; e ti ho già additato i

mali derivanti da un'autorità svanita. Un tiranno perseguita qualche uomo: dalla sua tirannia derivano cose mediocri; un principe debole permette che l'autorità passi in altre mani: ed ecco orrendi flagelli.

- Ah! monsignore, dissi baciando le mani di Enrico, come apprezzo questi vostri princìpi. Ogni uomo, accettandoli, può lusingarsi di essere tiranno entro la propria classe; è invece schiavo e vile se vuole usurpare il potere dei grandi.

Il principe di Prussia, particolarmente soddisfatto, mi lasciò venticinquemila franchi quale dimostrazione della sua benevolenza e non lasciò quasi più la nostra casa. Aiutavo mia sorella a trovargli degli uomini; e meno difficile di lui, mi trovai più che bene con tutto quel che lui scartava; così posso garantire che, durante i due anni del nostro soggiorno in quella città, mi passarono almeno più di diecimila bischeri nel deretano. Non esiste altro paese al mondo nel quale i soldati siano così belli e compiacenti; e per poco che si sappia fare, se ne hanno tanti da essere persino costretti a rifiutarli.

Non eravamo tanto in soggezione da non poter segretamente associare qualche signore della corte ai piaceri del principe Enrico; e il conte di Rhinbcrg condivise a lungo i favori dell'amante del fratello del suo signore. senza che nessuno se ne preoccupasse. Rhinberg, libertino quanto Enrico, lo era tuttavia in un altro genere: fotteva Joséphine in conno, mentre due donne lo picchiavano energicamente e una terza gli pisciava nella bocca. Per una sequela assai rara di capricci, Rhinberg non scaricava nel conno che aveva onorato: quello che gli aveva pisciato in bocca era sicuro di ricevere il suo omaggio, e così come quello che lo eccitava doveva essere giovane e leggiadro, ragione per la quale aveva scelto quello di Joséphine, quello in cui finiva doveva assolutamente essere vecchio, brutto e puzzolente. Questo cambiava tutti i giorni; all'altro rimase fedele diciotto mesi; e forse sarebbe ancora il suo preferito se non fossero sopraggiunti fatti che mi fecero partire da Berlino, sui quali è giunto il momento che v'intrattenga.

Mi ero accorto da qualche tempo di due cose che mi preoccupavano e alle quali va fatta risalire la decisione di lasciare Berlino. Tuttavia, non sapevo decidermi, ma la proposta che mi fu fatta finì per decidermi.

Per prima cosa mi parve di scorgere un certo raffreddamento del principe di Prussia nei confronti di Joséphine: invece di venire tutti i giorni, lo vedevamo appena due volte la settimana. L'incostanza è il risultato delle passioni esasperate; siccome ci si abbandona eccessivamente, necessariamente ci si stanca prima. La seconda cosa che raddoppiò la mia inquietudine fu di avvedermi, e senza alcun dubbio in proposito, che anche Joséphine mi sfuggiva. Amava un giovane valletto di camera di Enrico che sovente si era divertito alla sua presenza con il principe, e temevo che insensibilmente si sarebbe sciolta dalle mie catene.

Ecco a che punto ero allorché la proposta cui ho accennato mi fu fatta. Era contenuta in un biglietto e diceva:

«Vi offriamo cinquecentomila franchi per Joséphine, avvisandovi che la vogliamo per appagare un capriccio che le costerà la vita. L'autorità di colui che così si rivolge a voi è tale che, se aprirete bocca, sarete un uomo morto; se, invece, accettate, domani a mezzogiorno la somma promessa vi sarà consegnata e, inoltre, cinquecento fiorini per la vostra partenza, poiché una delle condizioni del mercato è che lasciate la Prussia nello stesso giorno».

Ecco la mia risposta:

«Se colui che mi ha fatto simile proposta mi conoscesse meglio non sarebbe ricorso alle minacce. Accetto ad un'unica condizione: essere testimone del supplizio preparato per mia sorella o almeno essere illuminato sulla sua natura. Quanto al resto, mi sembra onesto far sapere che Joséphine è incinta di tre mesi».

Fu risposto:

«Siete uomo cortese; vi porterete da Berlino la stima e la protezione di colui che si rivolge a voi. Non potete essere testimone del supplizio; accontentatevi di sapere che durerà venti ore e che non esiste alcun esempio al mondo di rigore e di violenza del tormento, nuovo quanto straordinario, grazie al quale le verrà sottratta la vita. Un medico verrà domani a verificare il suo stato e se sarà vero, riceverete mille franchi in più. Addio: non tornate mai più a Berlino, ma ricordatevi che ovunque andrete una mano potente vi proteggerà».

Quella sera le porte della casa furono chiuse assai presto e io volli concedermi il barbaro piacere di cenare e di dormire per l'ultima volta con Joséphine. Mai l'avevo fottuta con tanta gioia! Oh! che corpo superbo! mi dicevo; peccato che tanta bellezza sia fra poco pasto ai vermi! e questo crimine sarà opera mia; e indubbiamente lo sarà perché, potendola salvare, la consegno. Bisogna avere il mio cervello, amici miei, per comprendere fino a che punto certe idee facciano raddrizzare il bischero. Joséphine fu fottuta in tutti i modi. e ogni tempio in cui sacrificavo faceva sorgere in me nuove riflessioni, tutte tuttavia più o meno della medesima natura. Oh! amici miei, posso dirlo con tutta sincerità, no! non c'è godimento paragonabile a quello nel mondo intero: ma, a chi lo dico, gran dio! chi più di voi può saperlo!

Il giorno seguente il medico venne; dissi a Joséphine che era mandato dal principe che, avendo saputo del suo stato, le offriva aiuto. Joséphine cominciò col negare: ma convinta dall'esame, confessò tutto supplicando il medico di non comprometterla. Questi promise tutto quel che gli era richiesto, stese un processo verbale con il quale dichiarava che secondo l'esame e le risposte di Joséphine, ella doveva essere al quarto mese. Pregandomi poi di ascoltarlo a parte:

- Ecco, mi disse, i seicentomila franchi che sono stato incaricato di consegnarvi e i cinquecento fiorini per il viaggio: verrò io stesso a prendere vostra sorella stasera; si tenga pronta; e voi, signore, che il sorgere del sole non vi trovi più a Berlino.

- Manterrò la parola, signore, risposi, offrendogli diecimila franchi che rifiutò; ma di grazia, spiegatemi tutto quel che potete di questa assai singolare circostanza; sapete certamente quel che si vuoi fare di mia sorella.

- La vittima di un omicidio per lussuria, signore: so di potervelo rivelare perché mi è stato detto che siete al corrente del fatto.

- E sarà crudele?

- È una nuova esperienza e con angosce di tale forza che il soggetto sviene ad ogni ripresa e riprende i sensi ad ogni pausa.

- Il sangue cola?

- Goccia a goccia: è quel che è detta riunione di dolori; tutti quelli con i quali la natura affligge l'umanità sono imitati in questo supplizio, tratto dal manuale degli inquisitori di Goa.

- A giudicare dalla somma che ricevo, l'acquirente deve essere ricco.

- Lo ignoro, signore.

- Ditemi soltanto se supponete che conosca Joséphine.

- Non c'è dubbio.

- Carnalmente?

- Non credo.

E l'uomo uscì senza voler profferire una sola parola in più. Andai ad avvisare Joséphine, solo pochi minuti prima, che c'era chi

aveva espresso il desiderio di possederla da sola. Rabbrividì:

- Ma perché non mi accompagni? mi disse coprendomi di carezze.

- Non posso

- Oh! amico mio, ho un terribile presentimento! forse non ti rivedrò mai più!

- Che idea strana! oh Joséphine, arrivano; coraggio!

E il medico le offrì la mano per scendere, io l'imbarcai, d'accordo con lui, in una carrozza inglese che presto la sottrasse alla nostra vista, non senza gettare tutta la mia esistenza in un turbamento voluttuoso più facile da sentire che a descrivere.

 

   ∼∼∼         ∼∼∼    ❖ ❖ ❖

 

 

Il racconto udito, invece di placare l'incendio generale, come aveva sperato Severino, aveva talmente elettrizzato le menti da far sorgere la volontà di variare immediatamente gli oggetti del libertinaggio.

- Teniamo solo sei donne, disse Ambroise, e sostituiamo le altre con dei giovani. Sono stufo di vedere, da quattro ore, solo pubi e seni attorno a noi; e quando si posseggono dei Ganimedi così graziosi in gabbia, non capisco perché circondarsi di conni,

- Ben detto, esclamò Severino, con l'infernale bischero alto sei pollici oltre la tavola; vadano subito a prendere sei ragazzi e tratteniamo Justine, Octavie e queste quattro belle creature di diciotto anni che fanno ora corona a Jéròme.

La scena cambia; arrivano i ragazzi; ed ecco i nostri monaci che inculano, si fanno fottere e non usano più femmine come divertimento nelle loro crudeli lussurie.

- Oh porcodio, dice allora Ambroise, ritirando l'arnese eccitato dal culo di un bel gitone di tredici anni, non so quel che immaginerei, quel che farei se mi lasciassi trascinare dal delirio che mi fa ardere la testa. Mi assale un tale accesso di rabbia per questa nipote, continua indicando Octavie ... Non sarebbe la prima riformata dal giorno del suo arrivo ... Siamo rigurgitanti di donne; dobbiamo ancora riceverne due o tre questa settimana che valgono più di lei. E fra le altre, possedete una creatura di diciassette anni, fatta come le Grazie, e che mi è sembrata più bella di tutte le altre entrate qui da molto tempo a questa parte. Istruiamo il processo contro questa piccola sgualdrina. Tutti l'abbiamo fottuta; non ce n'è uno che non le abbia messo il bischero nel conno, nel culo o nella bocca; ricominciando, sarà sempre la stessa cosa, e ...

- Mi oppongo, dice Jéròme; non tutti si stancano tanto presto come Ambroise: ci restano ancora mille piaceri, uno più eccitante dell'altro, da gustare con questa ragazzina. Angariamola, tormentiamola, nulla di più giusto, ma non immoliamola ancora.

- Ebbene! dice Ambroise accendendosi contro di lei mentre la tiene fra le gambe, ecco dunque a cosa la condanno, dal momento che mi rifiutate quel che voglio: esigo che colui che fra noi non ha voglia di cacare le tenga un pugnale sulla gola e lo affondi irrevocabilmente e senza appello se costei non manderà giù gli stronzi degli altri cinque.

- Delizioso ... divino! esclamano Sylvestre e Severino.

- Mi piacciono follemente le idee di Ambroise, dice Antonin. Da tempo, sì, uomo degli orrori, veramente da molto non scarico se non grazie a qualche bella idea di questo invertito. Ma, che ne sarà di quelli che hanno cacato?

- Justine, dice Ambroise, sarà condannata a pulir loro il culo con la lingua; un'altra ragazza prenderà il bischero di uno dei nostri fottitori e lo introdurrà via via nei vari culi mentre un gitone li succhierà e un altro farà peti in bocca.

- E tutto finirà qui? dice Sylvestre. Perbacco, che grande punizione, inghiottire cinque stronzi! Ne mangio tutti i giorni una dozzina per mio piacere, io.

- No, no, dice Severino, non finirà là: man mano che il monaco che ha cacato sarà stato fottuto, avrà il diritto d'imporre alla vittima una penitenza a base di sangue.

- Alla buonora, dice Ambroise, affare fatto; solo così ci sto. Ebbero inizio le infamie prospettate; giunsero al culmine. L'età e la bellezza della fanciulla furono scintilla del grande incendio; e la sazietà più che la pietà, rinviandola nella sua stanza, la restituirono, almeno per qualche ora, alla calma di cui aveva bisogno.

Justine, che nutriva per la graziosa giovanetta grande amicizia, e che desiderava donarle quella parte del suo cuore che Omphale aveva a lungo occupato, fece l'impossibile per diventare la sua istitutrice; ma Severino volle assolutamente che la nostra eroina andasse a dormire nella sua cella. Abbiamo già detto che la bella fanciulla aveva avuto la disgrazia di eccitare più vivamente di altre gli spaventosi desideri di quel sodomista: da un mese trascorreva con lui quasi tutte le notti; egli aveva inculato poche donne con altrettanta assiduità; la considerava decisamente superiore nel taglio delle natiche, un calore, una strettezza indicibile nell'ano: cos'altro occorre per determinare una propensione in un pederasta? Ma sfinito, quella notte, il gaudente ebbe bisogno di qualche raffinatezza. Temendo senza dubbio di non procurare sufficiente male con il mostruoso gladio di cui era munito, pensò d'inculare Justine con un fallo artificiale di dodici pollici di lunghezza e sette di circonferenza. La misera spaventata volle reclamare: le fu risposto con minacce e botte; fu dunque costretta a presentare il culo. A forza di scossoni, l'arme entrò molto avanti. Justine allora lancia alte grida; il monaco ne è divertito; dopo qualche avanti e indietro, improvvisamente, ritira lo strumento e s'inabissa nel foro che ha appena aperto. Che stravaganza! non è esattamente il contrario di ciò che gli uomini dovrebbero desiderare?

Il mattino, sentendosi alquanto ristorato, volle sperimentare un altro supplizio. Mostrò a Justine un arnese assai più grosso di quello della sera precedente. Era cavo e munito di uno stantuffo capace di lanciare l'acqua con incredibile pressione da un'apertura che dava al getto più di due pollici di circonferenza. L'enorme strumento ne aveva nove di circonferenza e sedici di lunghezza. Severino lo riempie dunque d'acqua molto calda e vuole infilarlo nel davanti. Terrorizzata da tale disegno, Justine si getta ai suoi piedi implorando pietà; ma le condizioni del monaco sono quelle tipiche dell'energia, quando non si sente pietà, quando le passioni, assai più eloquenti, sostituiscono ad essa, soffocandola, una crudeltà spesso più pericolosa. Severino la minaccia di tutta la sua collera, se non obbedisce. Justine si presta tremando. La perfida macchina penetra per due terzi; e la lacerazione causata insieme con l'estremo calore, quasi le toglie i sensi. Nel frattempo, il superiore. mai smettendo d'inveire contro le parti malmenate, si fa scrollare da una delle sue guardiane sulle natiche dell'altra. Dopo un quarto d'ora di sfregamento, che Justine non riesce più a sopportare, lo stantuffo scatta e fa sgorgare acqua bollente nella parte più profonda della matrice. Justine sviene; Severino va in estasi; l'incula in questo stato di stupore; le pizzica il seno per farla rinvenire; ella infine riapre gli occhi.

- Ma che cos'hai? le dice il monaco, non è niente; trattiamo queste bellezze assai più duramente, qui, talvolta. Una insalata di spine, perbacco! ben pepata, con molto aceto, infilata nel conno con la punta di un coltello: ecco quel che ci vuole per ringagliardire certe bellezze. Alla prima mancanza, ti condannerò a questo, dice lo scellerato scaricando a tale idea nel bel culo della vittima ... Sì, sgualdrina! ti condannerò a questo, e peggio ancora prima che siano scaduti due mesi.

E finalmente l'alba e Justine è congedata.

Ella trovò, rientrando, la nuova amica in lacrime. Fece tutto il possibile per calmarla; ma non è facile prendere una decisione su un cambiamento di situazione tanto spaventoso. Octavie possedeva un gran patrimonio di virtù, di sensibilità e di sentimenti religiosi: le sue condizioni le sembravano più terribili ancora. Contenta tuttavia di trovare un'anima che rispondesse alla sua, si legò presto di grande amicizia con la nostra orfana; tutte e due in tale alleanza trovarono forza per sopportare i mali comuni.

Ma la triste Octavie non godette a lungo di tale dolcezza. Avevano avuto ragione quando avevano detto a Justine che l'anzianità non influiva sulle riforme; che, semplicemente dettate dal capriccio dei monaci o dal timore di ulteriori ricerche, si poteva esserne vittima dopo otto giorni come dopo vent'anni. Da solo due mesi Octavie era nel convento, allorché Iéròme andò ad annunciarle che sarebbe stata riformata, sebbene fosse stato lui a mostrarle predilezione ... sebbene avesse dormito con lei più assiduamente degli altri, e persino alla vigilia della tremenda catastrofe. Ella non era sola; una divina creatura di ventitré anni, nel convento da quando era nata, una ragazza veramente al di sopra di ogni elogio, nella quale il carattere dolce e amorevole si accompagnava meravigliosamente ad un aspetto romantico, dono della natura, insomma un angelo, fu riformata nel medesimo giorno; e, contro ogni loro abitudine, i monaci decisero che sarebbero state immolate insieme. Si chiamava Mariette quella deliziosa creatura e si diceva che Sylvestre ne fosse il padre. Grandi preparativi furono disposti per la sanguinaria cerimonia; e, siccome la nostra eroina fu tanto sventurata da trovarsi fra le invitate scelte quel giorno per la grandissima bellezza, ci sarà perdonata la nostra insistenza sulle esecrabili sregolatezze di quei mostri.

E facile immaginare che l'aver scelto Justine per assistere alle orge era una raffinatezza della più spaventosa crudeltà. Era conosciuta la grande sensibilità del suo carattere; era risaputo che era amica di Octavie: cos'altro era necessario per desiderare che partecipasse al festino? Avevano fatto lo stesso con Fleur-d'Epine, bella, dolce, appena ventenne, la più cara amica di Mariette: era necessario che anche lei fosse presente ai funerali. Tutti questi elementi sono utili alla trattazione del cuore di quegli scellerati; ed è la ragione per la quale li sveliamo.

Dieci altre donne, tutte scelte fra i quindici e i venticinque anni e di somma bellezza; sei giovani pederasti, ugualmente scelti fra i più delicati di aspetto, unicamente fra i tredici e i quindici anni; sei fottitori dai venti ai venticinque anni, scelti secondo la grossezza o la lunghezza del membro; tre governanti infine, dai trentacinque ai quarant'anni per il servizio: questi i soggetti ammessi all'infernale sacrificio che si stava preparando.

La cena, come sappiamo, si svolgeva nel sotterraneo vicino a quello dove le vittime erano state rinchiuse. La riunione era fissata all' ora del tramonto, ma era uso, in tali occasioni, che ogni monaco si raccogliesse un' ora prima nella sua cella, con due ragazze o due ragazzi, scelti fra gli invitati; e fu con Justine e un'altra ragazza della sua classe, c:,:;: si chiamava Aurore, quasi bella quanto la nostra eroina che Sylvestre, padre di una delle vittime, volle ritirarsi.

Ora descriveremo le cerimonie di questo ritiro preliminare.

Il monaco, sprofondato in una poltrona, le brache sbottonate e sovente nudo dalla cintura in giù, ascoltava con condiscendenza una delle ragazze che doveva, le verghe in mano, avvicinarsi a lui e tenergli all'incirca il seguente discorso, al quale egli rispondeva come segue.

- Hai deciso, scellerato! di perpetrare orrendi crimini, e vorrai anche macchiar ti di omicidio?

- Così spero.

- Cosa! mostro! nessun consiglio, nessuna rimostranza, nessuna paura del cielo o degli uomini riusciranno ad evitare tanto orrore!

- Né forza divina né umana avranno la forza di fermarmi.

- Ma Dio che ti vede?

- Me la rido di Dio.

- E l'inferno che ti aspetta?

- Sfido l'inferno.

- Gli uomini che forse un giorno smaschereranno le tue indegne azioni?

- Me la rido degli uomini e del loro giudizio; penso solo al crimine, solo il crimine amo, respiro solo per il crimine e solo il crimine ritma ogni attimo della mia vita.

Occorreva poi insistere sul genere e sulla natura del delitto, nei suoi particolari e le sue circostanze, dire perciò a Sylvestre, e fu compito di Justine:

- Cosa! sciagurato, non hai pensato che è tua figlia, colei che immolerai: una leggiadra fanciulla, nata dal tuo sangue!

- Che me ne importa: tali legami sono una motivazione in più; vorrei che mi appartenesse maggiormente ... che fosse più avvenente ... più graziosa, eccetera.

Allora le due donne afferravano il gaudente; una lo faceva chinare su di lei, l'altra lo frustava energicamente; e sempre flagellando, non smettevano di coprire il paziente d'invettive e di rimproveri, insistendo sul tipo di crimine meditato dallo scellerato. Quando era completamente coperto di sangue, si mettevano rispettosamente l'una e poi l'altra in ginocchio davanti al suo bischero, e cercavano d'issarlo succhiandolo. Allora il monaco le faceva spogliare, e si abbandonava ad ogni sorta di licenziosità purché il corpo della ragazza non ne rimanesse segnato, poiché doveva presentarsi intatta alla riunione.

Tutto quel che abbiamo detto fu puntualmente eseguito da Sylvestre; e, esauriti tali preliminari, rovesciò, piegò, fece di Aurore e Justine una sull'altra una palla, e le inconnò così brevemente, tutte e due. Le picchiò sulle natiche, diede qualche schiaffo e ordinò che gli adorassero il culo e lo stuzzicassero quale dimostrazione di rispettoso omaggio; e dopo aver raggiunto intensa esaltazione pensando al piacere che quell'infanticidio gli avrebbe procurato, scese nel sotterraneo, appoggiandosi all'una e all'altra fanciulla che quella sera, così era uso, dovevano essere le sue due guardiane.

Erano già tutti laggiù, Sylvestre arrivò per ultimo. Le due vittime, vestite di nero con in testa una corona di cipresso, erano una accanto all'altra su un piedestallo alto quanto la tavola e ad uno dei capi. Octavie si presentava mostrando la parte anteriore, Mariette la posteriore; i veli, alzati sull'una e sull'altra parte, le offrivano completamente nude allo sguardo. Le donne erano disposte su una linea, i due gruppi di uomini su altre due, i monaci erano in mezzo e le governanti attorno alle vittime. Sylvestre, incaricato del discorso, san su una tribuna di fronte al piedistallo, e così disse:

- Se c'è qualcosa di sacro nella natura, amici, è indubbiamente l'imprescrittibile diritto ch'essa riconosce all'uomo di disporre del proprio simile. Uccidere è la suprema legge della natura, inspiegabile per gli sciocchi ma che filosofi quali noi siamo sanno perfettamente analizzare; grazie all' omicidio essa riacquista ogni giorno il diritto sottrattole dalla moltiplicazione della specie; e, senza l'omicidio privato e pubblico, il mondo sarebbe così popolato da risultare impossibile abitarlo. Ma, certo, se esiste occasione di omicidio di altissimo godimento, amici miei, dobbiamo ammetterlo, questa è indubbiamente offerta dalla circostanza in cui noi ora ci troviamo. Cosa infatti esiste di più delizioso dello sbarazzarsi di una donna della quale si è goduto a lungo? Quale divina maniera di render servigio ai propri gusti! quale omaggio alla sazietà! Osservate questo culo, proseguì l'oratore (indicando Mariette), questo culo che seppe rendersi utile ai nostri piaceri; osservate questo conno (indicando Octavie) che, sebbene più giovane, non ha per questo meno saziato i nostri bischeri! Non è forse giunta l'ora che oggetti tanto odiosi ritornino in seno al nulla dal quale uscirono per la nostra sola voluttà? O amici miei! che sommo piacere! fra alcune ore la terra coprirà queste esecrabili carni; non saranno più fonte di nausea ai nostri lascivi appetiti ... non ripugneranno più ai nostri occhi... Entro poche ore queste miserabili saranno trapassate; ci resterà un'idea vaga della loro esistenza, conserveremo il ricordo dei loro supplizi. L'una, Octavie, bella, dolce, timida, virtuosa, onesta e sensibile, fu munita di corpo bellissimo ma era poco compiacente; la sua fierezza naturale non l'abbandonò mai e certamente ricordate che quasi non passava giorno che non foste costretti a farle subire le correzioni previste dal regolamento per tutti i misfatti di cui si rendeva continuamente colpevole. Ella non riuscì mai a nascondere profondo disgusto per le vostre abitudini, avversione per i vostri santi costumi, odio per le vostre venerabili persone, e fedele ai suoi spaventosi princìpi religiosi, l'avete vista sovente invocare il suo Dio, persino nel momento in cui era al servizio della vostra lubricità. Jéròme la teneva in un certo conto; lo so; Jéròme amava il suo culo, lo festeggiava ogni giorno; e sebbene Jéròme non rizzi più, sebbene la bocca sia diventata suo unico rifugio per colpa di tanta debolezza, sapete anche che Jéròme, profondamente eccitato dalla suprema bellezza delle natiche di questa fanciulla, l'ha sodomizzata più di venti volte. Tuttavia, è su richiesta di Jéròme stesso che la condanna è stata pronunciata; e Jéròme è tanto giusto che lo vedrete, ne son certo, mutarsi in uno dei più accaniti carnefici di Octavie. Osservate, amici cari, guardate con quali occhi la esamina: non vi rammenta il leone che brama l'agnello che cadrà sua preda? Felici effetti della sazietàl si direbbe che ogni tensione dell'anima voi stiate allentando mentre sgorgano le più dolci emozioni della lubricità! Accanto alla bella Octavie, Mariette s'offre a voi; le natiche che vi mostra a lungo hanno fatto ardere il vostro desiderio; a non una delle voluttà della terra voi l'avete risparmiata. Mariette è bella e dolce. O natura! qui permettimi di spandere qualche lacrima ...

E il furfante fingendole:

- Impossibile soffocare il tuo lamento, non si è padri impunemente.

Ma ogni sentimento deve spegnersi su questo pulpito di verità, e solo alla verità l'oratore deve inchinarsi. Quanti vizi si accompagnarono alle virtù di Mariette! Era piena d'umori, bizzosa, ribelle alle vostre idee e alle vostre abitudini; sempre alleata delle schizzinose del serraglio, le preferiva a tutte le altre; cercava di conoscere, persino di seguire, una religione della quale mai le avevamo parlato, e che conosceva perché ne aveva sentito parlare dalle bigotte sue preferite. Mariette si mostrava poco propensa a fare il suo dovere; si doveva sempre sollecitarla, e mai faceva qualcosa prima. Poche fanciulle son state punite quanto Mariette; e nonostante la preferenza che sovente voi tutti mi avete visto accordarle, quante volte, sacrificando tutto alla giustizia, mi avete udito denunciarla al vostro tribunale di correzione! lo, oggi chiedo la sua morte, che su mia proposta avete accettato, e io stesso vi supplico ch'essa sia orrenda. Seguite il piano che vi esporrò, e mai vittima sarà stata maggiormente tormentata.

Coraggio, amici miei, proseguì l'oratore con entusiasmo; eccoci, grazie alla fermezza dei vostri caratteri, giunti all'ultimo gradino della corruzione meditata; che niente ora ci trattenga, e non dimentichiamo che sventurati sono nel crimine coloro che si fermano per via: unicamente godendo nel crimine si giunge a scoprirne l'autentica bellezza. Profondamente diverso dalle donne, che ci stancano man mano che si moltiplicano le volte in cui si sono date a noi, il crimine, invece, ci rallegra più intimamente quanto più ci sazia. E la spiegazione è semplice: occorre aver raggiunto grande familiarità con esso per conoscerne fino in fondo l'incanto. Solo quindi seguendolo si finisce per adorarlo. Il primo ripugna, è la storia d'una mancanza d'abitudine; il secondo svaga; il terzo ubriaca; e se niente, lungo tale felice cammino, si frappone ai focosi desideri dell'uomo, solo i crimini ritmano ogni momento della sua esistenza. Dubitare che la felicità si trovi più copiosa per l'uomo sulla terra nel crimine e non in altro è, certo, dubitare che l'astro del giorno sia il primo mobile della vegetazione. Sì, amici miei, come l'astro sublime è il rigeneratore dell'universo, così il crimine è il centro dei fuochi morali che ci abbruciano. L'astro fa schiudere i frutti della terra; il crimine fa germinare tutte le passioni nel cuore dell'uomo, esso solo le infiamma e vivifica, esso solo è utile all'uomo. Eh! che importa che il crimine rechi oltraggio a un altro uomo, se ci diletta individualmente? E per il prossimo nostro che viviamo o per noi stessi? Una domanda simile potrebbe essere posta ragionevolmente? Ora, se l'egoismo è la massima legge della ragione e della natura, se, com'è indubbio, viviamo ed esistiamo unicamente per noi, è nostro dovere considerare sacro solo e niente altro ciò che ci fa piacere: tutto ciò che ne è lontano è falso, soggetto a errore e fatto soltanto per essere disprezzato. Senti talvolta dire che il crimine è dannoso all'uomo: vorrei che qualcuno mi fornisse una spiegazione. Mi si dirà che lo è in quanto viola i diritti degli altri? Ma ogni qualvolta rimane agli altri quello di vendicarsi, mi pare che sia ristabilita ogni parità: da quel momento, il crimine non viola dunque nulla. E inaudito come i sempiterni sofismi della stupidità riescano a distruggere il corredo di felicità morale degli uomini! Oh! come sarebbero più felici, se tutti volessero mettersi d'accordo per godere! Ma la virtù si fa avanti: essi sono ingannati dal suo seducente aspetto esteriore; si lasciano fuorviare; ed ecco tutte le basi della felicità distrutte. Bandiamo dunque la perfida virtù dalla nostra felice società; odiamola come merita; che il più profondo disprezzo e le più severe punizioni siano fra noi solo e sempre la giusta ricompensa a chi vorrà aderire alle sue leggi. Quanto a me, rinnovo il mio giuramento di fuggirla ... di odiarla tutta la vita. O miei felici confratelli! che i vostri cuori rispondano al mio appello e che entro queste mura siano solo carnefici e vittime!

Sylvestre, assai applaudito, scese dalla tribuna e lo spettacolo ebbe inizio. Ciascuno andò in un angolo della sala, la cui forma esagonale forniva di per sé una nicchia. Fasci di candele illuminavano quegli angoli, in ciascuno dei quali era una vasta ottomana e un cassettone fornito di tutto ciò che la più sregolata lussuria ... la più atroce rendeva necessario a quegli scellerati. Due fanciulle, un gitone, un fottitore scortavano i monaci nelle loro nicchie. Le governanti fecero scendere prima Octavie, poi Mariette e le presentarono, incatenate e nude, a ciascun monaco nella sua nicchia.

La vittima, in questo primo giro, doveva ricevere un sopruso di tal natura che supponendo sopravvivesse ad esso, ne sarebbe rimasta segnata per tutta la vita. Ogni monaco doveva, nel frattempo, incidere sulle spalle o sulle natiche della vittima il genere di supplizio al quale la condannava.

Severino, inculato mentre sodomizzava un pederasta, baciando culi a destra e a manca, ricordando una delle passioni raccontate da Jérôme, strappò via un dente a Mariette e bruciò le mammelle a Octavie. Ignoriamo quale fu la sua sentenza; anche quelle emesse dagli altri non ci sono pervenute.

Clément ruppe un dito a Octavie e procurò una profondissima ferita a Mariette nelle natiche; era succhiato e lui scrollava bischeri.

Antonin spennò i due conni con il depilatorio turco, conosciuto sotto il nome di rusma (53); fotteva quello di Justine e leccava quello di Aurore mentre lo sodomizzavano.

Ambroise, che inculato restituiva a Fleur-d'Épine succhiando un conno, spaccò i begli occhi di Mariette con uno spillo d'oro e tagliò a Octavie il dito mignolo della mano destra. Eiaculò sperma e ciò lo rese così furente verso Fleur-d'Epine da darle immediatamente trecento frustate, sebbene non rizzasse più e si trattasse solo di vendetta.

Sylvestre ferì a strisce le natiche e le mammelle di sua figlia e tagliò netto con i denti i capezzoli di Octavie; intanto si faceva frustare e il suo gitone gli succhiava la bocca mentre una ragazza faceva altrettanto con il bischero.

Jérôme, che due ragazze succhiavano a turno ed era inculato a giro di reni, tagliò a Mariette l'orecchio destro e asportò, con la stessa pinza, un grosso pezzo di carne dal bel culo di Octavie.

Fatto questo giro, fu deliberato sul seguente punto:

Le vittime sarebbero state sacrificate pezzo per pezzo? sarebbero state esposte alla furia dei monaci? oppure uno solo sarebbe stato il carnefice, mentre gli altri avrebbero assistito? Prima di pronunciarsi furono lette le sei proposte di supplizio: essendo molti quelli propensi a che fossero imposti da ciascun monaco, fu deciso di continuare i giri; ma Sylvestre fece due richieste, che furono unanimemente accettate; la prima, che le vittime fossero, prima di procedere, esposte un'ora al divertimento particolare di ciascun monaco e che i tormenti cominciassero solo dopo; la seconda, che solo lui desse il colpo di grazia a sua figlia. Prese tali decisioni, fu messo un canapè al centro del sotterraneo; i sei gitoni e le dodici ragazze lo circondarono, formando gruppi sommamente lascivi e sommamente libertini. I fottitori dovevano seguire i monaci e incularli mentre operavano.

Severino fotté i due culi, lasciando su ciascuno le inequivocabili tracce della sua barbarie.

Clément non fotté, ma bastonò crudelmente le due vittime; le lasciò con le ossa rotte.

Antonin fotté i due conni; poi sicuro, disse, di aver determinato un

feto, infilò un lungo spillo in ciascuna vagina, così bene ... così profondamente che mai fu ritrovato.

Ambroise inculò le due vittime e ne premette talmente i seni da farle svenire.

Sylvestre fotté i due conni, facendo sul ventre, sul seno e sulle natiche delle due creature più di venti incisioni a croce, con la punta di un temperino. Il furfante scaricò mentre ne faceva una di tre pollici sulla guancia destra di sua figlia.

Jérôme le frustò entrambe con una sferza dalla punta in acciaio. che le fece sanguinare e strappò loro interi pezzi di carne del culo; fotté quindi le due bocche.

I giri ripresero; e i monaci si ritirarono ognuno nel suo angolo. con delle ragazze o dei ragazzi, o con gli uni e con le altre, secondo il capriccio dominante in quel momento.

Justine era con Ambroise. Lo scellerato ebbe la crudeltà di esigere la sua presenza al supplizio imposto sul corpo di Octavie, la prediletta di Justine! e poiché rifiutò, fu denunciata all'assemblea, che si riunì immediatamente per emettere sentenza di punizione corrispondente a un errore così grave. Il codice fu aperto: Justine rientrava nel caso previsto dall'articolo settimo. Ma, siccome si trattava solo di quattrocento frustate, tre membri furono del parere di sottoporla al castigo previsto dall'articolo dodicesimo; tre altri si opposero. non perché lo considerassero troppo crudele, ma perché infliggerlo avrebbe interrotto troppo a lungo la riunione. Justine fu dunque semplicemente condannata a duecento frustate per ogni monaco, immediatamente inflitte e con quella energia comunemente impiegata quando si rizza, come era proprio di quei messeri.

Fleur-d'Epine, che serviva Sylvestre, si macchiò del medesimo genere di delitto: il barbaro padre di Mariette volle costringere l'amica della figlia a bruciarle le mammelle con un ferro rovente. Fleur-d'Epine fece resistenza; Sylvestre furente ... Sylvestre che rizzava come un asino ed esalava sperma da tutti i pori, s'incaricò personalmente della punizione, e servendosi di un grosso randello, tanto crudelmente si accanì da costringere gli altri a portar via la disgraziata quasi morta. Ciò era contro il regolamento: Severino chiese conto a Sylvestre del suo comportamento. Le punizioni dovevano essere imposte dall'assemblea ed eseguite da tutti, ma, se dimostravate che stavate rizzando e che l'insulto era troppo grave per essere tollerato. eravate immediatamente assolto. E facile immaginare che Sylvestre ricorse CI tale appiglio.

Un'altra ragazza fu fatta venire, e nessuno pensò più a un incidente che avrebbe potuto costare la vita all'infelice. Tuttavia i maltrattamenti si prolungarono e raddoppiarono al punto che se non fossero stati interrotti per andare a tavola, mai le vittime sarebbero riuscite ad arrivare al termine prescritto alle orge di tale specie. Furono affidate alle governanti che le lavarono, rinfrescarono, medicarono e le rimisero sul piedistallo, sul quale rimasero nude durante tutta la cena, esposte a tutti gli insulti che fossero piaciuti ai monaci.

E facile supporre che in simili festini, la lussuria, la lubricità. gli orrori erano sempre spinti al massimo. A questo, i monaci non vollero mangiare se non sul culo delle ragazze; un'altra, ai loro piedi, succhiava loro ora il bischero ora i testicoli; ed era nel culo dei ragazzini ch' erano infilate le candele; i tovaglioli erano stati usati quindici giorni per ripulire culi; e quattro grandi ciotole di merda erano poste ai quattro angoli. Le tre governanti, nude, servivano i monaci versando vini nei quali si erano lavate prime le natiche, il conno, le ascelle, la bocca e il buco del culo. Ogni monaco aveva, indipendentemente da ciò, accanto a sé un piccolo arco con numerose frecce, con il quale si divertiva, ogni tanto, a trafiggere il corpo delle vittime; ciò produceva immediatamente una piccola fontana di sangue, il cui zampillo bagnava i piatti.

Il banchetto poi era squisito: profusione, abbondanza, delicatezza, vi dominavano; i vini più rari erano serviti fino ai piatti di mezzo; dopo, sulla tavola, si videro solo liquori assai forti, e le teste cominciarono a girare.

- Non conosco niente, disse Ambroise balbettando, che si amalgami meglio come il piacere del bere, del mangiare, della lussuria e della crudeltà: è inaudito quel che si fa, quel che s'inventa quando si ha la testa che gira; e le forze donate da Bacco alla dea della lubricità vanno sempre a profitto di quest'ultima.

- E vero, disse Antonin, mai vorrei fare del Iibertinaggio se non completamente ubriaco; solo così mi trovo veramente in forma.

- Le nostre sgualdrine, disse Severino, non sono dello stesso avviso, perché le maltrattiamo troppo quando siamo elettrizzati dal vino o dai liquori.

In quel momento si udì un grido spaventoso, partito dai piedi di Severino. Il mostro, senza alcun motivo, senza alcuna ragione all'infuori di quella di fare del male, aveva affondato il coltello nella mammella sinistra di una ragazza di diciotto anni, bella come Venere, e lo stava succhiando. Il sangue colava copioso; la sventurata svenne. Severino, per quanto fosse il superiore, fu interrogato sulla causa di tanta crudeltà.

- Mi ha morso succhiandomi, rispose; la vendetta mi ha fatto agire.

- Oh! porcomondo, disse Clément, delitto orrendo; chiedo che la

puttana sia punita conformemente all'articolo quindici del codice, che impone di appendere per i piedi, per la durata di un'ora, la ragazza che manca di rispetto ai monaci.

- Sì, disse Jéròme: ma nel corso normale della vita: quando si è addetti al servizio libidinoso, la pena è più grave; si tratta di due mesi di prigione almeno, a pane ed acqua, con fustigazione due volte al giorno; chiedo che il regolamento venga applicato.

- A mio vedere, disse Sylvestre, il caso non è chiaramente previsto dalla legge; e chiedo una severa punizione non ancora prevista. Voglio che la delinquente sia punita da tutti, e pertanto stia un quarto d'ora con ciascun membro in una delle segrete più buie di questo sotterraneo, con ingiunzione ad ognuno di maltrattarla al massimo, in modo che sia costretta a stare un anno a letto: Severino passerà per ultimo.

Riprende lo scambio di idee. La vittima, il cui sangue nessuno pensa di arrestare, è già in tali condizioni da dover essere portata a braccia nel luogo designato. Tutti quegli scellerati vi vanno uno dopo l'altro; e dopo orrende cose è fatta salire nel suo letto, dove muore il giorno appresso.

Non appena i sei energumeni si ritrovano insieme dopo l'infernale

spedizione, le governanti annunciarono di aver bisogno di cacare. - Nei piatti, nei piatti! disse Clément.

- In bocca, disse Sylvestre.

Prevalse la sua proposta; ed ecco i nostri monaci incappucciarsi con una vecchia salita sulla tavola, posata sulla faccia e che li inonda di peti, di loffe e di merda.

- Servirsi di queste befane, disse Jéròme, quando abbiamo ai nostri ordini giovani e graziosi oggetti, ebbene, secondo me, è la prova più convincente della nostra spaventosa depravazione.

- Eh! chi dubita, disse Severino, che la vecchiaia, la sporcizia, la bruttezza, sovente non procurino piacere maggiore della freschezza e della bellezza? I miasmi emanati da certi corpi posseggono un acido più eccitante: non lo sapete che c'è molta gente che preferisce la selvaggina infrollita alla carne fresca?

- Anch'io sono di questo parere, disse Sylvestre, lanciando contro sua figlia una freccia che la colpì alla mammella destra facendo sgorgare sangue: più l'oggetto è brutto, vecchio, schifoso e più mi fa rizzare, e ve lo dimostrerò, continuò impadronendosi del vecchio Iéròme e infilandogli il bischero nel culo.

- Lusingatissimo della dimostrazione, disse Jéròme: fotti, caro, fotti! Pur di avere il piacere di sentire un bischero nel culo san pronto a pagarlo al prezzo di qualsiasi bassezza e umiliazione.

E l'infame, voltandosi agilmente per dar linguate al suo caro fottitore, gli scaricò sul naso una bordata di vino, lanciata per la compressione cui era sottoposto il suo stomaco ... eiaculazione terribile per cui anche Sylvestre, respinto dalla bufera, innaffiò, con la stessa pioggia, la faccia di Clément che gli era accanto ma che, più saldo o più immerso nella poltiglia, non abbandonò la composta che stava mangiando e nella quale tuttavia era finita la salsa.          .

- Guardate quanto è costante! disse Ambroise che si trovava dall'altra parte; scommetto che gli cacherò in bocca senza che lui manco si scomponga.

- Caca, disse Clément.

Ambroise esegue; Clément inghiotte; e la cena finisce.

Per prima cosa decisero di frustare tutti i giovani sulle natiche e tutte le giovani sulle mammelle, intrecciandoli con precisione. Chi avrebbe frustato i giovani sarebbe rimasto a terra; chi avrebbe colpito i seni sarebbe salito sulle poltrone, contro le quali le ragazze avrebbero appoggiato la schiena.

- Perfetto! disse Antonin, ma i Ganimedi dovranno cacare mentre li frusteremo, e le ragazze pisciare durante la medesima operazione, e questo pena severi castighi.

- Ben detto, esclamò Jéròme, talmente ubriaco da riuscire appena ad alzarsi da tavola.

Fu tutto predisposto. È inimmaginabile la barbarie con la quale gli scellerati frustavano, laceravano spietatamente e i più graziosi culi di questo mondo e i seni rosa e d'alabastro offerti alla loro brutalità. A questo punto Severino, che rizzava sodo, fu tentato da un bel gitane di tredici anni, che aveva le natiche grondanti di sangue. Lo afferra, passa con lui in un salottino e lo riporta, dopo un quarto d'ora, in uno stato tale da dar la certezza alla compagnia che il superiore, secondo le sue abitudini con i ragazzi, aveva usato accessori così crudeli che neppure il giovane forse avrebbe rivelato. Jéròme, seguendo l'esempio del superiore, aveva circoscritto i suoi piaceri: aveva trascinato Aurore ed un'altra ragazza di diciassette anni, assai avvenente, e le aveva sottoposte, l'una e l'altra, ad umiliazioni tanto esasperanti, ad atti di ferocia tanto mostruosi da dover anche loro essere riportate in camera.

Tutti gli occhi si volsero allora verso le due vittime ... Ci sia concesso di stendere un velo sulle orrende cose che posero termine all' esecrabile orgia: la nostra penna sarebbe insufficiente e i nostri lettori troppo compassionevoli per udirle con indifferenza. Sappiano solo che i supplizi durarono sei ore, durante le quali tutto ciò che la crudeltà può immaginare di più feroce fu usato e mischiato a fatti lascivi di natura tanto mostruosa che mai Neroni e Tiberi seppero inventare.

Sylvestre si fece notare per il suo inconcepibile accanimento nel tormentare la propria figlia... bella, sensibile e affascinante creatura che lo scellerato, come aveva desiderato, ebbe la spaventosa soddisfazione di far spirare. Ed ecco l'uomo, quando la passione lo accieca! eccolo, quando ricchezza, credito o posizione lo mettono al di sopra delle leggi! Justine, sfinita, fu tanto fortunata da non dover dormire con nessuno. Si ritirò nella sua cella, versando lacrime amare sull'orrendo destino dell'amica più cara, e da quel momento non pensò che a evadere. Assolutamente decisa a tutto pur di fuggire da quello spaventoso covo, niente e nessuno temeva. Cosa temeva se ci riusciva? la morte; di cosa essere più sicura se rimaneva? della morte; ma se riusciva, era salva: perché dunque esitare? Ma era necessario che i funesti esempi del vizio ricompensato si ripetessero ancora. Era scritto nel gran libro del destino, su questo libro oscuro che nessuno sa decifrare era scolpito che tutti coloro che l'avevano torturata, umiliata, incatenata, ricevessero continuamente in sua presenza il premio dei loro misfatti... come se la Provvidenza si fosse incaricata di dimostrarle i pericoli o l'inutilità della virtù ... Funesta lezione che tuttavia non la corresse e che, se fosse riuscita a schivare la spada sospesa sul suo capo, non le avrebbe impedito, diceva, di essere sempre la schiava di tale divinità del suo cuore.

Una mattina, senza che nessuno se lo aspettasse, Antonin entra nel serraglio e annuncia che Severino, parente e protetto del Papa, è stato nominato da Sua Santità generale dell'ordine dei Benedettini. Il giorno seguente il religioso effettivamente partì senza salutare nessuno. Ma era atteso, così correva voce, un altro, altrettanto feroce e dissoluto. Altro motivo per Justine di affrettarsi ad eseguire il suo progetto.

Il giorno seguente alla partenza di Severino, i monaci fecero un'altra riforma. Justine scelse quel momento per eseguire il suo piano, poiché essi, più occupati, le avrebbero badato meno.

Era l'inizio della primavera; le notti erano ancora lunghe e favorevoli ai suoi movimenti; da due mesi ella si preparava con estrema cura. Aveva a poco a poco limato le inferriate del suo salotto con un coltello mal affilato che le era capitato di trovare; già vi passava con la testa; con le lenzuola aveva fatto una corda più che sufficiente per superare l'altezza dei muri. Quando le avevano preso i suoi effetti, aveva avuto cura, e ci par di ricordare che l'abbiamo detto, di trattenere i pochi denari che possedeva; li aveva sempre tenuti accuratamente nascosti; andando via li rimise fra i capelli; e, non appena le parve che le compagne dormissero, andò nel salotto. Là, scoprendo il buco che ogni giorno si era affrettata a tappare, legò la corda ad una sbarra rimasta intatta e lasciandosi calare presto toccò terra. Non era stato difficile fino a quel momento, ma sua preoccupazione erano le sei cinte di rovi di cui Omphale le aveva parlato.

Arrivata in basso, si avvide che lo spazio o sentiero circolare fra una siepe e l'altra non era più largo di sei piedi; ed era tale vicinanza che faceva credere, alla prima occhiata, che tutto ciò che si trovava in quella parte non fosse altro che una macchia boscosa. La notte era molto buia. Seguendo il primo viale circolare, arrivò alla finestra del grande sotterraneo in cui si svolgevano le orge funebri. E vedendola molto illuminata ebbe tanto coraggio da avvicinarsi; e là udì assai distintamente Jéròme dire all'assemblea:

- Sì, amici, lo ripeto, ora Justine deve essere la prima; non c'è dubbio; spero che nessuno si opponga alla mia proposta.

- Nessuno, non c'è dubbio, rispose Antonin; amica di Severino, l'ho aiutata, protetta fino ad ora, perché piaceva a quel leale compagno delle nostre dissolutezze: venute meno queste ragioni, mi faccio avanti per primo e chiedo che la proposta passi.

Il voto fu all'unanimità: alcuni furono persino del parere di mandarla a cercare immediatamente; ma, dopo approfondita riflessione, decisero di rinviare di quindici giorni.

O Justine! come si contrasse l'anima tua quando udisti pronunciare la tua condanna! Sventurata fanciulla! poco mancò che ti venissero meno le forze di continuare il cammino ...

Facendo appello a tutta la sua energia, ella si affretta e continua a girare fino a trovarsi all'estremo capo del sotterraneo. Non trovando alcuna breccia, si decise di aprirne una. Aveva conservato lo scalpello, di cui abbiamo parlato; aiutandosi con tale arma, lavora; si ferisce le mani, nulla la ferma. La siepe era spessa più di due piedi; la socchiude: ed eccola nel secondo viale. Quale non è il suo stupore nel sentire sotto i piedi la terra molle e cedevole nella quale affonda fino alla caviglia! Più avanza e più il buio aumenta. Curiosa di conoscere la causa di tale cambiamento, tasta: giusto cielo! è la testa di un cadavere ch'ella afferra!

- Gran Dio! esclama spaventata, è certamente, me lo avevano detto, il cimitero nel quale quei carnefici gettano le loro vittime: si curano appena di coprirli con una manciata di terra. Forse questo cranio è della mia cara Omphale o forse quello della sventurata Octavie, così bella ... così dolce, così buona, che ha vissuto sulla terra come le rose, delle quali la sua bellezza era l'immagine. lo stessa, ahimè! fra quindici giorni, mi sarei trovata qui: inutile dubitarlo, ho udito bene ... Che ci guadagnerei ad andare a cercare nuove sventure? Non ho già commesso troppo male?.. non sono già diventata motivo di troppi crimini? Ah! che il mio destino si compia ... Asilo delle mie amiche, apriti per ricevermi! Solo quando si è miseri, poveri, abbandonati come me ci si affanna tanto per continuare a vegetare fra i mostri! Ma no, devo vendicare la virtù prigioniera: questo si attende dal mio coraggio; non lasciamoci abbattere, continuiamo. E essenziale che l'universo sia liberato da scellerati tanto pericolosi come quelli. Perché aver paura di rovinare sei uomini per salvare migliaia d'individui che la loro ferocia sacrifica?

Fa un foro nella siepe; questa è più spessa dell'altra; più procede e più sono folte. Tuttavia riesce ad aprire la breccia; al di là il terreno è duro; e la nostra eroina raggiunge il fossato, ma non ha ancora trovato il muro di cui le aveva parlato Omphale. Certamente non c'era: probabilmente i monaci affermavano che esisteva per impaurirle maggiormente.

Non più chiusa dalla sestupla recinzione, Justine distingue meglio le cose. La chiesa e il monastero che si trova a ridosso, appaiono; il fossato è lungo l'una e l'altro. Si guarda bene dall'attraversarlo da quella parte; ne percorre i bordi; .e trovandosi di fronte una delle strade del bosco, decide di attraversarlo in quel punto, e di gettarsi lungo quella strada, dopo aver risalito la scarpata. Il fossato era molto profondo, ma asciutto; siccome era rivestito di mattoni, era impossibile lasciarsi scivolare: si getta giù. Un po' stordita per la caduta, così rimane alcuni attimi prima di alzarsi; finalmente si mette in piedi, prosegue e raggiunge l'altro bordo senza incontrare ostacoli: ma come superarlo? A forza di cercare un punto favorevole, ne scopre uno con i mattoni corrosi che le permettono facilmente di servirsi degli altri come gradini e anche d'infilare, per sostenersi, la punta del piede nella terra. Si trova ormai quasi in cima, ma, rotolando tutto sotto di lei, ricade nel fossato, coperta dai detriti trascinati nella caduta: si crede ormai spacciata. Questa caduta, fatta involontariamente, era stata più violenta dell'altra; i materiali precipitati l'avevano persino ferita in alcuni punti: l'avevano esattamente fracassata.

- Mio Dio! disse disperata, non procediamo, fermiamoci; quel che mi capita è un avvertimento del cielo ... non vuole che continui. Le mie convinzioni m'ingannano: il male è utile a questo mondo; e, quando Dio lo desidera, abbiamo indubbiamente torto ad opporci.

Ma la saggia e virtuosa Justine, subito ribelle a un sistema frutto della corruzione di cui è stata circondata, si libera coraggiosamente dei detriti che la coprono; e più facilmente risalendo la breccia, grazie ai nuovi buchi formatisi, tenta un'altra volta e in un attimo si trova in cima. Tutto ciò l'ha allontanata dalla strada prima intravista; ma avendola individuata con lo sguardo, la raggiunge e fugge a gran passi. Prima che il giorno tramonti, si trova fuori del bosco, e tosto su quella collinetta dalla quale aveva scorto un giorno l'indegna dimora dalla quale ora fuggiva felice. Si riposa, madida di sudore; e sua prima cura è gettarsi in ginocchio per rivolgere a Dio il suo ringraziamento, per chiedergli nuovamente perdono degli errori involontari commessi nell'odioso ricettacolo del crimine e dell'infamia. Lacrime amare colano dai suoi begli occhi: «Ahimè, dice, ero assai meno colpevole, l'anno scorso, quando percorrevo questa strada, guidata da un pio principio, così funestamente ingannato. Mio Dio! con che occhi posso oggi guardarmi?».

Un po' lenite tali funeste riflessioni dalla gioia di vedersi libera, si dirige verso Digione, illudendosi che in quella città le sue lagnanze sarebbero state utilmente e giustamente accolte.