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Mancuso, Io e Dio

 

 

 

 

 

 

 

La vita è assolutamente improbabile

Prima tesi: Il senso del sacro nasce quando ci si percepisce al cospetto di qualcosa di più grande di sé, venendo come avvolti dalla maestà dell’essere; esso suppone la seguente esperienza: “Essere > Io” (o anche “Vita > Io”, o anche “Verità > Io”)

Seconda tesi: Senso del sacro e retto esercizio della ragione guardano nella medesima direzione: più si utilizza la ragione, più aumenta il senso del sacro

Terza tesi: Nella misura in cui il senso del sacro codificato dalle varie religioni è al servizio del sacro originario che è la vita è positivo; nella misura in cui è fine a se stesso è negativo.

La logica che emerge dall’essere è una logica relazionale, di relazioni in cui siamo immersi

Esiste una direzione dell’energia interiore che ci lega a un senso più grande di noi, ci induce a ritenere il nostro Io non come la cosa più importante che c’è, e a vivere di conseguenza nel rispetto e nella solidarietà reciproca.

Sovra-naturale nel senso di legare se stessi a qualcosa di più grande di sé, di trascendere il semplice interesse naturale dove regnerebbe “il gene egoista”. Superamento della logica dell’interesse per quella dell’inter-esse, dell’essere insieme, della relazione armoniosa.

Ci spinge alla trascendenza anche il senso della nostra nobiltà, un sentimento di indipendenza rispetto al mondo naturale e alla sua necessità.

Manifestiamo fede in 4 ambiti: religioso; dei rapporti umani e anche economici; della filosofia (dove la ragione sviluppa una intuizione personale e non-razionale); della scienza (dove i più grandi scienziati hanno fede nelle loro visioni, dove esiste un nucleo irrazionale). La fede è un atto umano integrale che riguarda tutte le dimensioni di un essere umano.

(Wittgenstein) “Credere in Dio vuol dire comprendere la questione del senso della vita. Credere in un Dio vuol dire vedere che i fatti del mondo non sono poi tutto”. “La risoluzione dell’enigma della vita nello spazio e nel tempo è fuori  dello spazio e del tempo”. Esiste una percezione del mistero della vita.

La mente umana ha visto fin dall’antichità la presenza di una legge organizzatrice del mondo che dà forma all’essere-energia del mondo: “causa formale”, logos, hokma (ebraismo), maat (Egitto), dharma. Ma è un progetto che sale faticosamente e imperfettamente dal basso.

L’errore più comune è associare al termine “Dio” un essere personale.

“Dio” è un termine relazionale. Un piccolo gruppo di teologi moderni, tra cui Mancuso, intende riformare il teismo tradizionale. Dio è personale solo nella misura in cui è anche impersonale, perché è il principium anche delle cose impersonali.

“Se qualcuno dice che il Dio unico e vero, creatore e signore nostro, non può essere conosciuto con certezza grazie al lume naturale dell’umana ragione attraverso le cose create: sia anatema” (Canone ecclesiastico)

Se si intende per “Dio” il dio personale, non si possono dare dimostrazioni rigorose pro o contro la sua esistenza.

Dio non è un essere personale. Mancuso pensa che l’id quod maius cogitari nequit esista e che la sua esistenza sia evidente, a patto però di intendere con ciò la potenza neutra dell’essere-energia (esattamente id) dentro la quale tutti siamo venuti ad esistenza, verso la quale tutti camminiamo e nella quale tutti con la morte saremo assorbiti. Siamo emersi dall’essere-energia come da una sorgente e in questa sorgente, pensabile come porto, torneremo quando la nostra libertà non esisterà più.

L’essere-energia comprende tutte le cose. E’ il dio di Spinoza. L’amore di dio di Spinoza equivale all’amore per la vita, per ogni manifestazione dell’esistenza, purissimo atto della gratuità mistica.

Il Dio delle prove logiche è un Dio che tutto governa, un dio che costringe intelligenza e volontà rendendole serve. E’ una visione del mondo all’insegna della necessità e dell’autorità. Ma la vita è invece libertà, fantasia, caos creativo, libera trasgressione, nel male e nel bene.

Mancuso vede il mondo come un processo che si va organizzando  giorno dopo giorno, non senza salti all’indietro e contraddizioni, anche se complessivamente orientato verso una crescita dell’armonia relazionale e quindi della qualità dell’essere-energia.

In un mondo come quello della teologia ortodossa, nel mondo delle prove razionali dell’esistenza di Dio ogni evento deve avere una ragione sufficiente, nel mondo della vita reale, invece molte cose presentano una ragione completamente insufficiente, non sono spiegabili in base a nulla, ammettono solo un volto come quello del grido di Munch.

Come nominare questa dimensione più grande alla quale tuttavia si sente di appartenere: regno della suprema bellezza, dell’armonia compiuta, della pace del cuore, della luce buona dell’essere? Come nominare l’esperienza di quando si esce da sé, senza tuttavia perdersi, ma ritrovandosi a un livello più alto? Come nominare l’emozione dell’intelligenza di fronte alla luce purissima che una poesia, un quadro, una musica, una preghiera, una carezza, fa sorgere dentro di noi? Il complesso di termini quali “Dio, divino, divinità”, racchiude i simboli più efficaci “inventati” dalla mente umana per nominare questa realtà avvolgente, materna e paterna, che si dischiude alla mente e al cuore in alcune peculiari esperienze vitali.

Dio è il simbolo meno inadatto inventato dagli uomini per esprimere il contatto con l’inesausta creatività dell’universo che dà la vita e che talora è in grado di rimandare a una dimensione al di là della semplice vita naturale.

Ogni essere umano vive per qualcosa di più grande di sé e quindi ha un suo Dio. Anche l’egoista vive per l’idea del suo io che è sempre più grande della realizzazione concreta in quel preciso momento.

Anche coltivare una determinata filosofia è un atto di fede, visto che la pura ragione non è in grado di dare una risposta soddisfacente alle domande che riguardano il senso complessivo della vita.

I “bright” riconducono la ricerca religiosa e spirituale a un mero fenomeno di ignoranza da compatire e deridere. Queste persone non cercano più, non prende sul serio i problemi del credente. Invece esistono persone (es. Norberto Bobbio) colpite dal profondo senso di mistero di ciò che ci circonda, che è ciò che Bobbio chiama senso di religiosità.

Tesi contro lo scientismo: 1) E’ lo stesso teorema di incompletezza di Godel che sostiene che esistono proposizioni, verità di cui il sistema non riesce a dimostrare se sono vere o false. Assumendo il mondo come sistema logico-matematico, risulta la legittimità, se non addirittura la necessità di altri linguaggi oltre alla logica matematica per indagare il mondo stesso. 2) Gli scienziati, partendo dai medesimi dati sperimentali, si dividono nella loro interpretazione, presentando visioni molto differenti sul senso dell’universo, l’origine della vita, la specificità umana. Cosmologi e biologi, in particolare, sono divisi tra coloro che ritengono che le leggi della natura spingano verso la vita e coloro che ritengono che producono caos senza senso; tra coloro che ritengono il gene egoista e coloro che ritengono che il gene è altruista. 3) Gli scienziati si dividono nell’utilizzo delle conoscenze acquisite, praticando filosofie di vita, visioni etiche e comportamenti concreti molto diversi.

Che vi sia un’armonia cosmica non è difficile da percepire se non si è prevenuti. Se si considera il punto di partenza del big bang e la situazione attuale l’evoluzione è stupefacente e a chi parla di caso si può rispondere con Giordano Bruno: “Tanti ordini mirabili non possono attribuirsi al caso, né ad altro principio che non sa distinguere et ordinare”. Questa armonia cosmica però si va formando mediante e a dispetto di un immane carico di dolore e sofferenza.

Un essere umano, rispetto a tutte le altre cose, è dotato di libertà, che lo fa sentire slegato, scoordinato, privo di un centro di gravità. A causa della sua libertà l’essere umano “ek-siste”, cioè sta fuori, sporge, è più in là rispetto alla sua condizione di oggetto fisico, di semplice e innocente pezzo di mondo. Questa “ek-sistenza”, questo stacco tra io e mondo genera la disarmonia da cui nasce la ricerca spirituale, sviluppata poi dalle varie religioni lungo due direzioni fondamentali tra loro opposte.

L’uomo, pur nato tra mille condizionamenti biologici e ambientali, può giungere a non risultare interamente necessitato da tali determinazioni, e da questa sua peculiare capacità di azione attiva e creatrice chiamata libertà nasce, come invenzione-scoperta, l’altrettanto particolare dimensione dell’essere chiamata trascendenza, cioè l’esperire questo mondo non come definitivo ma come passaggio, il sentimento che non siamo arrivati, ma coinvolti in un viaggio: “La trascendenza è presente quando il mondo è esperito e pensato non più come sussistente da se stesso, come l’essere in sé, ma come passaggio. Questa trascendenza è il punto in cui si riferisce la libertà umana”.

L’ek-sistenza provoca angoscia, dolore, paura, noia negli aspetti negativi, e gioia, amore, amicizia, profondità di pensiero, creatività artistica negli aspetti positivi. Il miscuglio di tutto ciò conduce qualche volta a chiedersi perché esisto, perché sono qui, capitato proprio qui, con questo corpo e con questo carattere che sono il mio destino, e talora la mia prigione.

La fede nasce come sentimento del bene quale dimensione ultima e costitutiva del mondo; la fede nasce come sentimento della giustizia quale dimensione ultima e costitutiva del mondo. La ragione vede solo antinomie, conduce alla paralisi. E’ il sentimento che può muovere la volontà verso il bene e la giustizia.

Il sentimento è il sentire dell’anima, è la percezione da parte della nostra più intima personalità del sapore della vita nella sua globalità. Il sentimento ci fa uscire dal nostro piccolo io e ci pone in empatia con tutti gli esseri, animati e inanimati, avvertendo con essi una comunanza di fondo, una specie di rete che tutti racchiude, un grembo comune da cui tutti siamo usciti e in cui tutti siamo destinati a tornare.

Il concetto di Dio nasce per indicare l’idea di una realtà prima e ultima in grado di abbracciare tutti gli esseri, di un fondamento originario di tutte le cose che è insieme meta a cui tutte le cose aspirano, inizio, presente e fine di ogni realtà.

Chi crede in Dio avverte dentro di sé, nella profondità del vivere che sorregge e che guida la sua ragione, il sentimento e insieme il desiderio di un senso complessivo che unifichi, abbracci, raccolga tutti gli esseri, viventi e non.

La fede dice a ciascuno: “C’è un senso ultimo delle cose che supera il tuo piccolo io e con cui il tuo piccolo io si può porre in relazione; lo scopo ultimo del tuo vivere è prendere coscienza che ne fai parte e che a esso ti puoi consapevolmente unire con la tua libertà”.

Tutte le grandi tradizioni religiose, a prescindere dalla concretezza delle loro espressioni, si caratterizzano per una dimensione comune, ossia per la fiducia di fondo nella possibilità che la nostra più personale interiorità si possa relazionare alla realtà ultima. Ovvero nella confluenza dell’Io in Dio, fino a che Dio sarà “tutto in tutti”, come scrive Paolo.

Questa unità la si può raggiungere: a) per via mistica (induismo, buddhismo); b) per via sapienziale (religione cinese, taoista e confuciana); c) per via profetica, come nelle religioni semitiche di ebraismo cristianesimo e islam.

Nella vita non si tratta di avere solo idee, ma di vivere, lavorare, lottare per un mondo e un se stesso più giusto.

Non si può essere solo razionalisti. La vita, l’intuito, viene prima della ragione. L’intuito è una forma di intelligenza che prescinde e viene prima della ragione.

Quando in qualcuno nasce la fede in Dio o nel divino, è perché con il cuore percepisce che la sua vita è immersa in qualcosa di più grande di sé, e questa sua percezione lo rende differente da chi riconduce tutto a sé facendo unicamente di sé lo scopo per cui vive generando un sistema di pensiero che accetta solo quello che capisce e che può dominare, e che esclude quello che non capisce e non può dominare, un sistema di pensiero dove egli possa essere il dominatore, dominatore soprattutto del bene e del male che vengono considerati come non esistenti oggettivamente ma come semplici convenzioni che egli , uomo superiore, può infrangere. Chi vive per qualcosa di più grande di sé percepisce che la vita gli si presenta come qualcosa che vale di più e la vuole servire. Questo sentimento vitale che vince la naturale egocentricità dell’Io empirico è la base dell’esperienza etica e spirituale.

Il sentimento del mistero è la condizione indispensabile per il discorso spirituale.

L’uomo è l’unico fenomeno naturale  in grado di superare le determinazioni naturali e di essere creativo, ma proprio per questo è l’unico fenomeno naturale in grado di porre deliberatamente il male.

Avvertiamo entro di noi una logica che conduce al bene, a qualcosa di più di ciò che siamo nella vita mediocre e ordinaria.

Ciò che più fa sorgere il senso del mistero della vita è proprio l’amore, e il senso del mistero è ciò che fa sorgere la fede in Dio e nella trascendenza. Con l’amore la necessità naturale viene vinta da una forza più intensa, quella delle generosità.

La vita è parte di un movimento di generosità cosmica.

Quattro atteggiamenti di fronte al mistero: a) chi lo esclude, riconducendo la vita alle sole leggi di natura governate dal caso e dalla necessità: né religiosità né religione; b) chi lo ammette, ma non trova modo di aderirvi personalmente: religiosità senza religione; c) chi lo ammette e vi aderisce: religiosità con religione; d) chi lo ammette ma poi l’incatena con i dogmi della sua religione trasformandolo in una serie di “misteri”: religione senza religiosità.

Al cospetto della vita la fede ha fiducia nel terreno solido del bene e della giustizia, si crede nel senso fondamentale del cosmo come armonia e della vita come amore (la vera posta in gioco nella questione dell’esistenza di Dio) e vi si edifica la vita in conformità: “dire di sì a Dio significa optare per una fiducia fondata e coerente nella vita”.

Si sperimenta la nascita di se stessi come figli di Dio quando si identifica la logica della relazione armoniosa dentro di noi con la logica che governa il senso complessivo dell’essere. Quando si produce questo ponte tra interiorità ed esteriorità si nasce alla realtà della figliolanza divina. Diventare figlio di dio significa istituire la relazione armoniosa tra il nostro desiderio di vita in quanto vita buona (pace, giustizia, bene) e il senso ultimo del mondo e della vita. Significa porre armonia tra la legge morale dentro di noi e il cielo stellato sopra di noi, che non appaiono più come due dimensioni estranee o persino opposte, ma concordanti; anzi, la prima dimensione (le stelle) appare generatrice della seconda (la legge morale). La fede in Dio è la generazione dell’armonia tra il senso della giustizia interiore e il senso complessivo del mondo. Tale idea non è data ai sensi e all’intelletto, perché per essi regna la contraddizione e l’antinoia; essa è piuttosto l’intuizione di un’altra dimensione, di “un posto in terra o in cielo dove non soffriremo e tutto sarà giusto”.

I grandi scienziati avevano una fede incrollabile nell’armonia del mondo.

Il mondo naturale è abitato dall’armonia, la vuole, la ricerca, la insegue.

Esistono la “mistica etica” e la “mistica logica” delle religioni orientali, che giungono alla dimensione mistica attraverso la lettura fisica del mondo. La via dell’Occidente è mistica etica; non è mistica logica o cosmologica, perché non ritrova l’armonia nel mondo; è piuttosto mistica etica, perché la genera dentro di sé in quanto atto di fede in un Dio personale e in un Regno di Dio come comunione degli spiriti liberi e poi, da qui, la riversa sul mondo (e il mondo appare ricettivo di questa lettura all’insegna dell’armonia e dell’unificazione). E questo riversare sul mondo l’armonia, che di per sé nel mondo non c’è in questa pienezza (perché altrimenti non avremmo tante catastrofi), si chiama amore. L’amore immette energia nel sistema mondo per renderlo più armonioso, più giusto, più vero.

Verità e bellezza sono esperienze primordiali della vita di un essere umano.

Oggi in Occidente il concetto di verità è stato sottoposto a critiche radicali, tra cui quelle del relativismo.

Siamo incapaci di unire verità e bellezza. La bellezza è diventata evasione e la realtà è diventata sinonimo di realtà cruda, negativa.

I dati oggettivi forniti dalla scienza non esauriscono la ricerca della verità. Non si può fare a meno di essi, occorre conoscerli e occorre che le affermazioni filosofiche e teologiche non li contraddicano, ma quando li si pensa nel loro insieme e nel loro senso generano tra gli stessi scienziati grandi differenze.

L’universo, nella sua espansione, aumenta al contempo in organizzazione e informazione: aumenta cioè non solo l’entropia ma anche la neghentropia, non solo il disordine ma anche l’ordine; per questo l’universo consiste in un processo che è lecito chiamare evoluzione in quanto passaggio da minore a maggiore organizzazione e il cui fenomeno più alto è la vita intelligente e libera. Anche se non c’è nessuna armonia prestabilita, però si deve affermare che il processo cosmico  mostra una salita dal basso verso l’alto, una crescente tendenza all’organizzazione. Non senza dolore e assurdità, non senza selezione naturale, anzi, grazie al dolore e grazie alla selezione naturale.

Questo processo pare avere uno scopo: la creazione di una mente, quella umana, capace di intelligenza e libertà, un cuore, centro esistenziale di ciò che intendiamo con umanità. L’unico scopo degno di questo immane processo  è la mente che giunge a essere consapevole di tutto il lavoro necessario per portarla all’esistenza e che trasformandosi in cuore riproduce dentro e fuori di sé la medesima logica tendente all’organizzazione e all’armonia. Una riproduzione di questa logica è l’estetica, un’altra è l’etica. Le grandi tradizioni spirituali intuiscono questa verità del mondo (logos, tao, maat, dharma, hokmà).

La grazia va intesa rettamente non come forza magica che cala dall’alto, ma come attrazione e fascino dell’idea del bene, del bello, del giusto, del vero, in quanto dotata di consistenza ontologica, e quindi dell’idea di Dio.

Mancuso dice che il suo assoluto, il suo dio, ciò che presiede alla sua vita non è dio inteso come essere perfettissimo e creatore, non è nulla di esterno a lui; il suo assoluto è il bene, l’idea e la pratica del bene. Il bene che all’interno dei nostri corpi esprime la realtà fisica della relazione armoniosa fra i diversi elementi che ci costituiscono e che si dice come salute,  e che poi riproducendosi all’esterno  dà origine alla tensione etica che ci spinge a introdurre tale logica armoniosa anche nell’ambito spesso disordinato della libertà e che si dice come giustizia. Il suo assoluto è percepire la meraviglia che tutto questo esiste in virtù di una don dovuta e inattesa generosità dell’essere-energia che nel linguaggio teologico tradizionale viene detta grazia. Secondo lui l’esistenza di tale bene rimanda a un bene eterno, sussistente, definibile come sommo bene, come “Dio” nel senso comune del termine. A partire dal bene, crede in un Sommo Bene a cui pensa vada attribuita anche la personalità per quanto sia ben lontano dall’essere identificabile con una persona nel senso comune del termine. Dice Buber: “Questo significa che Dio ‘è’ persona? Il carattere assoluto della sua persona, il paradosso dei paradossi, vieta una tale affermazione”.

Se testimonia del mondo la “lotta per l’esistenza” darwiniana, perché non deve testimoniarne altrettanto quella particolare lotta per l’esistenza che si chiama amore?

Il suo Dio nel senso del suo assoluto è l’idea del Bene, che intende come idea regolatrice per edificare la sua vita su di essa. Essa è regolatrice nel senso che, anteriormente a noi, sussiste come logica vera del mondo, come logos che dà forma all’essere-energia, che lo in-forma e crea l’informazione

Mancuso non vorrebbe neppure essere cristiano se essere cristiano significasse essere qualcosa in più e di diverso dal suo essere naturale, una sorta di vestito naturale che is aggiunge e che copre il suo essere naturale.

(Bertrand Russell) “Non sono in grado di dimostrare che il mio punto di vista sulla vita retta sia giusto; posso solo formulare la mia opinione, sperando che sia condivisa da molti. Il mio pensiero è questo: la vita retta è quella ispirata dall’amore e guidata dalla conoscenza. Conoscenza e amore non hanno confini, cosicché una vita, per quanto retta, è sempre suscettibile di miglioramento. L’amore senza la conoscenza, o la conoscenza senza l’amore, non possono maturare una vita retta. Benché amore e conoscenza siano necessari, l’amore è, in un certo senso, più fondamentale perché spinge l’intelligenza a scoprire sempre nuovi modi di giovare ai propri simili”. Mancuso condivide quest’etica.

 Il cristianesimo nella sua essenza eterna è filosofia dell’amore, visione del mondo alla luce del primato dell’amore, teoria e pratica dell’amore, testimonianza che il senso della libertà è l’amore.

Cosa si deve fare se ci si imbatte in una difformità tra ciò che la Chiesa dice del mondo e ciò che il mondo manifesta di sé? L’autenticità della vita viene dal suo rapporto con la verità. La vita ha il suo magistero, esso sì davvero infallibile. Da tempo Mancuso ha scelto di lasciarsi istruire da tale supremo magistero disponendosi senza preconcetti di fronte al mondo, guardandolo con attenzione, riflettendo  su quello che vede e ripensando il suo essere cristiano alla sua luce.

Alcune dottrine ecclesiastiche generano  distorsioni della mente ed errate visioni delle cose, che sfocia anche nella violenza, come nella lotta fanatica contro l’aborto negli stati uniti.

Occorre passare dal principio di autorità al principio di autenticità, per il quale l’istanza conclusiva è la coerenza del pensiero rispetto all’esperienza concreta della vita.

Nella mente dei credenti  deve essere superata la convinzione che la verità della loro fede si misura sulla conformità alla dottrina stabilita dalla gerarchia. Una fede moderna non può configurarsi come obbedienza incondizionata al Magistero ecclesiastico: “Non riconosco alla Chiesa alcun diritto di limitare le operazioni dell’intelligenza e le illuminazioni dell’amore nell’ambito del pensiero” (Simone Weil).

 Collezioni di testi di papi contro la libertà di manifestazione del pensiero e di religione

Non nego che si sia potuta dare una rivelazione di Dio nella storia, ma semplicemente non è su di essa che riesco a basare la mia fede in Dio, la mia fede sul senso della vita come amore e  nel primato del bene e della giustizia. La rivoluzione storica depositata nella Bibbia non mi basta, la trovo insicura, incerta, poco affidabile, a tratti persino ingiusta, e per questo bisognosa, al fine di essere avvertita quale rivelazione di Dio, di essere fondata su qualcosa di più sicuro e di più fondamentale. La Bibbia per me non è “la parola di Dio”, ma piuttosto contiene la parola di Dio, per far scaturire la quale è necessario superare la dimensione della lettera ed entrare in quella dello spirito.

La storia dei patriarchi sarebbe stata scritta dodici secoli dopo, in un’età in cui erano comparsi animali (i cammelli) che prima in quelle regioni non esistevano. Altre confutazioni della realtà dell’Esodo ecc.

Finkelstein-Silberman, The Bible Unearthed. Archaeology’s New Vision of Ancient Israel and the Origin of Its Sacred Texts.

Ogni cristiano “incontra” un Gesù diverso, mentre dovrebbe trattarsi di una esperienza che riflette una realtà unica di ciò che si è incontrato. Non c’è una sola immagine, ce ne sono tante. Neanche Paolo ha incontrato di persona Cristo. Cosa dovrebbe significare quindi l’espressione di Benedetto XVI “incontro personale con Gesù”?

I Vangeli racchiudono effettivamente una parte della personalità originaria di Gesù

Ma il Cristo storico diventa poi persona della Trinità, redentore cosmico. Ratzinger lo considera “il senso (logos) del mondo e della mia vita”. Si attribuisce un valore sovrastorico ad un personaggio storico. Un messaggio filosofico e cosmologico dovrebbe scaturire da una filosofia, da una considerazione del mondo; l’uomo Gesù andrebbe distinto dai suoi insegnamenti, mentre nel cristianesimo, dove viene eloquentemente chiamato “Gesù-Cristo” tende a incarnarli. (a pag. 184 si evince che Mancuso intende il problema del reale insegnamento di Cristo).

Oggi c’è una forte corrente di studi biblici che vede in Gesù un ebreo ortodosso.

Mauro Pesce, professore di storia del cristianesimo presso l’Università di Bologna: “non sono d’accordo sull’idea che il cristianesimo nasca con la fede nella resurrezione di Gesù né che nasca grazie a Paolo. Anche Paolo, come Gesù, non è un cristiano ma un ebreo che rimane nell’ebraismo. Forse il cristianesimo nasce addirittura nella seconda metà del II secolo”.

Jakob Neusner, A Rabbi Talks with Jesus, ciò che insegnava Cristo è completamente fuori della Torah ed irrispettoso di essa. Ratzinger cita questo libro come prova della originaria alterità del messaggio di Gesù. Gesù non si pone come Mosè che dice di trasmettere la parola di Dio, egli dice (Discorso della Montagna): “vi hanno detto, ma io vi dico”, ponendosi come nuova Torah e nuovo Israele. Gesù intende se stesso come la Torah, la parola di Dio in persona.

L’ebraismo non ha una teologia nel senso dogmatico del termine, perché il suo centro è un codice, una legge, quindi ha un volto eminentemente operativo, pratico. Il cristianesimo sviluppa invece sin da subito una teologia nel senso rigoroso del termine, cioè in quanto investigazione logica sull’assoluto, e lo fa perché il suo centro è teoretico, consiste nell’attribuzione del carattere dell’assolutezza ad un particolare storico. Per questo, per quanto sia importante il fare, il cuore teologico del cristiano è (secondo la lettura di Ratzinger) teoretico, e l’ortodossia riveste un ruolo superiore all’ortoprassi.

Vi sono studiosi di parte ebraica che interpretano Gesù come uno di loro, e vi sono cristiani che sono d’accordo con questa interpretazione e ricercano una rigenerazione del cristianesimo all’insegna della spiritualità ebraica col primato dell’ortoprassi sull’ortodossia; e vi sono studiosi di parte ebraica come Neusner che interpretano Gesù come un trasgressore dell’ebraismo, e vi sono cristiani come Ratzinger e la gran parte della tradizione che concordano con questa lettura, raccomandando che venga mantenuta al primo posto del cristianesimo l’ortodossia e non l’ortoprassi. Tra queste due vie l’anima di ogni cristiano è chiamata a decidere.

L’operazione proposta da Ratzinger, di leggere i Vangeli come pura verità storica, è destinata al fallimento. Dice Mancuso: “se persino di fronte ai santi vangeli la libertà del soggetto è chiamata a intervenire discernendo ciò che è vero da ciò che sicuramente non esprime un fatto storico (lo stesso Ratzinger rimarca che l’affermazione “tutto il popolo chiese la condanna di Gesù” è storicamente impossibile), ne viene che non esiste ambito della vita di fede dove la libertà di coscienza non debba avere il primato. Dalla dinamica della libertà non si esce, perché l’interpretazione è sempre necessaria e a libertà è il succo vitale dell’interpretazione. In questo senso Vattimo scrive a ragione che ‘la salvezza passa attraverso l’interpretazione’”.

Gli episodi narrati nella Bibbia possono essere compresi quale rivelazione di Dio solo in quanto nell’uomo esiste già la nozione del divino. Solo se la storia particolare di Gesù può essere mostrata come simbolo concreto  del Dio universale essa diviene rivelazione di un Dio qui e ora. Se no, nel migliore dei casi rimane una storia interessante e insieme incredibili.

Persino i cristiani di Ippona molestavano Agostino con la domanda: “perché Dio si è manifestato solo ora? Perché così tardi?”. Agostino non seppe rispondere se non che i misteri di Dio erano tali per l’uomo, che non doveva cercare di indagarli.

Secondo Mancuso la rivelazione storica è solo una grammatica che consente di comprendere al meglio la rivelazione universale, eternamente disponibile a tutti gli uomini di tutti i tempi, così come è loro disponibile la salvezza, perché creazione e rivelazione sono la medesima cosa.

Il senso della vita spirituale non è l’ascolto sull’attenti della rivelazione storica depositata nella Bibbia avvenuta qualche migliaio di anni fa in modi tutti da chiarire, ma è la capacità di leggere e di interpretare la natura e la storia qui e ora, perché diventino qui e ora rivelazione di Dio.

Si tratta di credere “come credeva Gesù”, non ai dogmi costrittivi e astrusi che propone la Chiesa in base al principio di autorità e non a quello di verità.

Il Catechismo della Chiesa cattolica oscilla tra la definizione di fede come “sottomissione” (secondo il concetto musulmano: “islam” = sottomissione) e quella di fede come “adesione” (più vicina al concetto ebraico di fede come “alleanza”).

Affermazioni del tutto contraddittorie sulla fede e l’atto di fede contenute nel Catechismo e nel magistero tradizionale

Mancuso presenta numerosi testi (fino ai primi del Novecento e oltre) in cui la Chiesa condanna la libertà di stampa, l’istruzione pubblica, la libertà religiosa ecc.

Il problema della Teodicea

I santi amano la verità e insieme, come medesima cosa, amano il bene. Cercano la verità, quale logica interiore e profonda della realtà, e cercano il bene, il bene quale logica interiore e profonda della realtà. Per loro vale l’equazione verità = bene.

Quando i santi e i mistici cercano la verità vengono al cospetto dell’abisso del nulla. Questa esposizione alla verità purifica la mente (expurgatio intellectus). La purificazione avviene facendo operare nella mente la potenza purificatrice della logica, quella stessa logica che è figlia del Logos che governa il mondo. Ragionando (non alla maniera razionalistica e fredda di chi vuole solo distruggere e non ha a cuore la custodia del mistero sommo della vita, ma al modo pieno di attenzione e di calore di chi cerca la verità complessiva e vuole legare insieme i fenomeni) si entra nella notte oscura della fede. Le costruzione teologiche appaiono solo deboli segnali, a volte veridici a volte no.

A differenza dello scanzonato ateismo bright che non ha nulla da insegnare perché non nasce dal patire (dal quale solo si genera autentica conoscenza), l’ateismo che nasce nelnome della ribellione morale e della passione intellettuale ha molto da insegnare ai credenti.

Secondo la tradizione agostiniana tutto quanto di buono c’è in noi  non è nostro ma viene da Dio, mentre tutto ciò che è nostro è macchiato dal male e dalla concupiscenza.

L’io va purificato, portato a vedere le cose nella prospettiva dell’universalità, abbracciando la totalità degli esseri e volendo il bene e la giustizia per se stessi, esce dall’interesse ed entra nell’inter-esse, raggiungendo il più alto fenomeno spirituale, ciò che la tradizione cristiana chiama “santità”. Un io che lavora per introdurre ordine e armonia là dove si trova. E’ il livello del “cuore”, cioè quella dimensione integrale dell’essere umano in cui l’intelligenza e la volontà sono unificate dal sentimento del bene, il più alto livello di ciò che chiamiamo “umanità”.

Ognuno al cospetto della propria coscienza si chieda attorno a quale centro egli gravita, qual è la forza che suscita e attrae le sue energie, in base a quali obiettivi struttura la vita, qual è l’ideale che dà forma alle sue giornate e di conseguenza alla sua personalità, e rispondendo scoprirà chi è, o cos’è il suo dio.

“Respiro, dunque sono”: è la mia relazione col mondo che mi mantiene in vita.

“Io credo in Dio perché ciò mi consente di unire il sentimento del bene e della giustizia dentro di me con il senso del mondo fuori di me. Affermare con la mia mente e con il mio cuore l’esistenza di una dimensione prima e ultima dell’essere che è bene e giustizia (dagli uomini convenzionalmente chiamata Dio) significa per me assegnare il primato ontologico, oltre che assiologico, al sentimento del bene e della giustizia che mi anima, e che vedo animare molti altri esseri umani. Significa valutare tale sentimento non come l’ingenuità infantile di chi ancora non si è svegliato al principio di realtà ostinandosi a credere alle favole, ma come la luce che indica la verità definitiva del mondo. L’idea di Dio è il ponte che mi consente di unire il sentimento e l’attesa del bene dentro di me, con il senso ultimo del mondo fuori di me.

L’idea di Dio consente di unire, per usare le parole di Kant, “il cielo stellato sopra di me e la legge morale entro di me”. Fa sì che la legge morale appaia veramente come la legge fondamentale del mondo, come la logica-logos che dà vita e sorregge ogni cosa, e gli onesti e i giusti risultino davvero come coloro che realizzano il senso del loro essere qui, e i disonesti e i malvagi come ignoranti.

Io credo in Dio perché intuisco che l’ideale del bene e della giustizia che si muove entro di me non è solo un sentimento soggettivo, una pia illusione, ma è la verità ultima della logica del mondo. So perfettamente che non è possibile dimostrarlo e da questa intuizione sulla logica del mondo giungere direttamente alla conoscenza certa di Dio. Ma proprio all’interno di un mondo in evoluzione e quindi non sempre coerente, una filosofia di vita che voglia coltivare la coerente dedizione al bene e alla giustizia richiede un investimento emotivo, uno slancio ideale, un surplus di lavoro, che si chiama fede.

Non è vero, come dice Spinoza, che “realtà e perfezione sono la stessa cosa” e, come dice Hegel, “il reale è razionale e il razionale reale”. Io vedo uno scarto insuperabile tra il mondo come dovrebbe essere e il mondo com’è, e penso che sia precisamente questo scarto a generare l’evoluzione, il movimento, la tensione che pervade l’essere e che lo porta continuamente a divenire, generando nuove forme e disgregandone altre. La filosofia di Spinoza suppone un universo stazionario non evolutivo. La realtà invece mostra che c’è come un’insoddisfazione diffusa nelle cose, nelle fibre dell’essere-energia, che lo rende inquieto, sempre al lavoro.

Ritengo che per raggiungere il vertice spirituale non si debba annullare l’Io, ma potenziarlo, educandolo a un più alto sentire, una spiritualità come gusto e passione di vivere, gioia di agire e di lavorare. Credere nell’esistenza di Dio significa assegnare a tali momenti di “fremito” lo statuto non di emozioni fuggevoli e ingannatrici, ma di rivelazioni: essi rivelano il vero volto dell’essere, l’eterno presente nelle fibre del tempo.

Credendo in Dio il credo che quella dimensione dell’essere manifestata dalla tensione verso l’organizzazione e la complessità non sia un’illusione, ma l’ultima, la più fondamentale dimensione dell’essere-energia, e che essa sia il destino del mondo. Credendo in Dio, io affermo l’esistenza di una patria, di un porto, di un approdo a cui il lavoro dell’essere-energia è destinato.

Credendo in Dio io non credo all’esistenza di un ente separato da qualche parte là in alto; credo piuttosto a una dimensione dell’essere più profonda di ciò che appare in superficie, più vera di ciò che appare in superficie, qualitativamente più raffinata di ciò che appare in superficie, capace di contenere la nostra interiorità e di produrre già ora energia vitale più preziosa, perché quando l’attingiamo ne ricaviamo luce, forza, voglia di vivere, desiderio di onestà. Per me affermare l’esistenza di Dio significa credere che questa dimensione, invisibile agli occhi ma essenziale al cuore, esiste e sia la casa della giustizia, del bene, della bellezza perfetta, della definitiva realtà.

La mente che supera l’interesse immediato scorge la verità di noi stessi come legati a ogni uomo e a ogni vivente per il solo fatto che, come noi, sono, esistono, respirano. La condizione ontologica del nostro essere-relazione (l’Io non ha relazioni, l’Io è relazioni) ci porta a generare l’etica. L’etica diviene sempre più matura man mano che estende la condizione ontologica dell’uomo come cura al di là degli ambiti dove è logico aspettarsela (famiglia, clan, corporazione), arrivando a sentire il dovere di essere giusti anche verso gli estranei. L’etica compie se stessa oltrepassando lo stretto interesse verso il più ampio inter-esse.

La religione nasce come estensione a ogni forma di vita dell’essenza umana in quanto cura. La religione è cura per il destino di tutti i viventi, passione della mente e del cuore perché il senso di ogni vita sia custodito e la sua esistenza non sia stata vana.

Non sto sostenendo che la religione sia la sorgente dell’etica, come vuole una certa visione del cristianesimo secondo cui è solo dalla grazia di Cristo che discende la purificazione del cuore altrimenti inevitabilmente  corrotto a seguito del peccato originale, con la conseguenza che solo i cristiani sarebbero le persone veramente rette, mentre le virtù di coloro che non conoscono Cristo sarebbero solo un inganno.

Sostengo che l’autentica religiosità nasce quando in alcuni la dimensione etica assume un tale significato da andare al di là del comportamento personale e arriva a voler abbracciare il senso complessivo del mondo: si giunge a volere che il mondo in se stesso sia etico, che la vita in se stessa sia giusta, che il senso complessivo del tutto sia il bene. E siccome il mondo e la vita qui e ora si chiudono e si chiuderanno sempre nell’antinomia, si postula nella propria coscienza lo scioglimento positivo di tale antinomia ponendo (qualcuno direbbe “proiettando”) l’esistenza di una definitiva dimensione dell’essere che garantisca la vittoria del polo positivo: ecco l’atto di fede in Dio, cioè nell’esistenza di una dimensione definitiva dell’essere del tutto buona e luminosa.

Occorre fare il bene per se stesso, ma proprio nel fare il bene per se stesso si viene rimandati ad una logica che va al di là dell’interesse personale e che raggiunge un inter-esse, un essere-con, una relazionalità che aspira a una dimensione universale, cosmica, avvertita dalla mente umana di tutti i tempi e chiamata “divinità”.

Qual è il motivo che conduce un essere umano  a legare se stesso a un senso che egli non potrà mai dominare e quindi mai dimostrare, ma di cui avverte al contrario di essere dominato, o anche affascinato. La peculiarità di tale dominazione-fascinazione divina consiste nel fatto che essa viene avvertita dalla coscienza come certamente più grande di essa, ma per nulla estranea, anzi come la dimensione originaria cui appartiene da sempre.

Ci sono momenti nei quali possiamo dire che raggiungiamo la pienezza delle nostre potenzialità vitali in modo che sembra che varchiamo la soglia di un’altra dimensione. Gli antichi greci parlavano di entusiasmo.

         Mancuso sistematizza il suo pensiero secondo una scansione in dodici passi.

(1)    C’è in noi, dice Kant, una disposizione morale originaria verso il bene, un “germe del bene” che si contrappone al “germe dell’egoismo”, che è quasi miracolosa, considerando la corruzione e i condizionamenti umani

(2)    La tendenza al bene, per Kant, è così paradossale nell’uomo che è legittimo postularne l’origine esterna e divina

(3)    L’uomo è chiamato ad aderire a questa legge morale, a convertirvisi

(4)    Kant rifiuta l’idea che il bene entro di noi discenda dall’alto con la grazia divina, negando valore alla nostra libertà. Questo è il concetto tradizionale di grazia, elaborato in massima parte da Agostino, ed è insostenibile. E’ invece l’esercizio virtuoso della libertà che si dedica al bene e alla giustizia a condurre la coscienza al cospetto del mistero sommo della vita.

(5)    Kant però non sa dare risposta al come la nostra libertà si elevi sopra il meccanicismo di causa ed effetto (celebre topos kantiano) né come si elevi al bene e all’altruismo.

(6)    A differenza di Kant Mancuso non pensa la libertà in contrapposizione al mondo ma unitamente al mondo, come frutto più bello del lavoro del mondo, al quale l’uomo non cessa mai di appartenere. Per indagare il fenomeno fisico del bene che si produce nell’uomo (sorgente del retto discorso su Dio) occorra mettere in gioco una visione dell’essere come energia, come lavoro, come rete di relazioni, da cui emergono livelli sempre più organizzati di essere, il più alto dei quali è tradizionalmente  designato mediante il termine “spirito”. Comunemente questa visione alla quale aderisco è detta “emergentismo”, in contrapposizione alla prospettiva detta “riduzionismo”. Si tratta di capire se è reale oppure no questa dimensione dell’essere chiamata spirito, e in questa prospettiva mi chiedo qual è il fenomeno fisico originario per esprimere il quale tale termine è sorto.

(7)    L’energia totale dell’uomo, a differenza della pietra, ha una sovrabbondanza rispetto all’energia imprigionata nella massa; questa sovrabbondanza, molto superiore a quella che pure si trova negli animali e nelle piante e è alla base del fenomeno della vita, è talmente grande che gli consente di raggiungere la libertà. Il fenomeno fisico della vita assume nell’uomo una particolare configurazione data dal fatto che l’energia libera aggiunge in lui la possibilità di determinarsi indipendentemente rispetto alla logica della massa corporea. Per designare tale qualità particolare è stato coniato dalla mente il termine “anima spirituale” o anche solo “spirito”. Riferito all’uomo, il termine spirito designa lo specifico umano, ciò che rende l’uomo un essere fisico ma anche meta-fisico, se con ciò si intende la capacità di andare al di là della determinazione fisica e quindi di essere realmente dotati di libertà.

(8)    Il legame tra vita umana e libertà appare dal fatto che per designare il fenomeno fisico della vita il pensiero degli antichi sia ricorso al simbolo per eccellenza della libertà: l’aria, il vento, che sono etimologicamente alla radice del termine “anima”.

(9)    A eccezione dell’uomo, tutti gli esseri viventi nell’espressione della loro energia sono determinati dalla massa corporea. Anche l’energia libera rispetto alla massa corporea che produce il movimento che chiamiamo vita si esprime comunque in modo necessitato, perché è la natura che comanda e che guida mediante gli istinti. Da parte dei viventi non-umani non c’è possibilità di porre qualcosa di imprevedibile, di creativo, trasgressivo-innovativo. Gli uomini hanno creato la civiltà. Questo surplus rispetto alla dimensione biologica che abita il fenomeno uomo si chiama libertà se lo si analizza in senso dinamico,oppure spirito se lo si analizza in senso ontologico.

(10)  L’Io che raggiunge la dimensione dello spirito-libertà può infrangere la struttura che l’ha generato e che lo mantiene in vita, superando la forza di gravità biologica e sociale. La può infrangere nel male e nel bene. Quando l’uomo opera il superamento della logica ordinaria che lo lega alla struttura nella direzione di un incremento di ordine e di armonia (fenomeni di cui il linguaggio parla in termini di gratuità, disinteresse personale, solidarietà, carità) ci si trova in presenza di un fenomeno sovra-naturale, la cui logica, non contenuta in quanto tale nella struttura naturale, segnala un diverso livello dell’essere. E l’uomo, che si sa figlio della terra (la struttura), si scopre anche figlio di un’altra dimensione, per designare la quale non ha saputo fare di meglio che rimandare al “cielo”, come fanno le grandi tradizioni spirituali. “Colui che va in fondo al proprio cuore conosce la sua natura. Conoscendo la sua natura, conosce il Cielo” (Mencio, maestro confuciano)

(11)  La grammatica fondamentale dentro la quale siamo iscritti da sempre è quella del nostro corpo, costituito dall’intreccio delle relazioni tra particelle subatomiche, atomi, molecole, cellule, fino all’insieme dell’organismo pensante e libero. Questa progressiva organizzazione è possibile perché la legge dell’essere è la relazione armoniosa: è questa la grammatica fondamentale che ci contiene e che ci compone  e se noi “crediamo ancora nella grammatica” (un modo di dire nietzchiano: “temo che non ci sbarazzeremo di Dio poiché crediamo ancora alla grammatica”) è perché veniamo da lì. L’apparire della giustizia e del bene all’interno dell’uomo non piove quindi dall’alto ma sale dal basso:è la logica fisica della relazione armoniosa che prende coscienza  di sé e si dice ora come diritto, ora come etica, estetica, religione.

(12)  L’intero lavoro della filosofia moderna a partire da Cartesio si può interpretare come un elaborato tentativo di verificare l’accordo tra la dimensione interiore (le idee, i concetti, le convinzioni personali) e la realtà. Mancuso concorda con Kant che la cosa in sé, l’esterno in sé non potrà mai essere completamente conoscibile a noi. Pensa però che si possa uscire da sé tramite l’azione. L’azione, che sorge dal cuore e ci motiva, mette in modo le mani e con esse tocchiamo la realtà. Le mani ci fanno uscire dall’isola dell’ego, le mani guidate dal cuore. Se la dimensione dell’essere che si schiude a chi agisce motivato dalla fede che gli sorge dal cuore incrementa l’organizzazione dell’essere “qui dentro” e “là fuori”, se cioè l’idea è produttiva in termini di armonia soggettiva e di armonia intersoggettiva, se l’albero-idea produce frutti-azioni buoni, allora non si tratta di ua proiezione indebita ma di una proiezione debita, legittima, autentica. Toccare la realtà in modo certo non è possibile, e però devo toccarla, devo costruire il ponte tra me e il mondo se voglio vivere. Quindi devo compiere una proiezione in ogni caso. Posso proiettare lo spirito che c’è dentro di me nella materia fuori di me dando il primato allo spirito, oppure proietto la materia che c’è fuori di me nello spirito dentro di me dando il primato alla materia e al materialismo.

Nella sua intima costituzione l’essere umano non è per nulla anarchico (privo di arché, inizio, fondamento, fine), al contrario desidera incontrare qualcosa per cui vivere, la stella attorno a cui gravitare, la passione fondamentale della vita. La libertà alla fine non vuole essere perennemente libera nel senso di slegata ma vuole al contrario donarsi, impegnarsi seriamente, appassionarsi e quindi legarsi. Si potrebbe dire consacrarsi. Lasciarsi conquistare dall’incanto della bellezza che traspare dalla natura, da una città, da una musica, da un volto di donna, da mille altre cose.

Dire “bellezza” e dire “verità”  è la medesima cosa, come insegna la filosofia scolastica con la dottrina dei trascendentali dell’essere secondo cui ens, unum, verum, bonum et pulchrum convertuntur. Per “trascendentali”  si intendono quelle proprietà che appartengono a ogni ente per il fatto stesso che è, e che si distinguono dalle “categorie” che invece esprimono proprietà peculiari e individue degli enti. Questa prospettiva ontologica ritiene che tutto ciò che esiste, per il fatto stesso di esistere, sia buono e sia bello. Si tratta di un grande atto di ottimismo intellettuale, che esprime una fiducia così assoluta verso la vita da risultare persino un po’ ingenua. Fu Hans Urs von Balthazar che con la sua “estetica teologica” lottò per rivalutare la bellezza quale categoria che appartiene all’essere e al suo splendore esattamente allo stesso modo della verità e del bene. Tommaso d’Aquino e gran parte della teologia cattolica tradizionale escludevano il pulchrum dai tracendentali dell’essere, perché l’uomo è null’altro che intelletto e volontà e, in quanto intelletto, coglie l’essere sotto il trascendentale del verum e in quanto volontà sotto il trascendentale del bonum. Ma l’essere umano è anche sentimento, di cui sino a pochi anni fa taluni insegnanti di teologia guardavano più o meno coma a malattie da cui guardarsi. E in quanto sentimento all’uomo l’essere si manifesta sotto il trascendentale del pulchrum.  Il sentimento di cui si parla qui non va limitato ai “sentimenti”, alla dimensione emotiva, ma abbraccia tutto il nostro sentire, producendo l’estetica, termine che non a caso viene dal greco aisthesis, cioè “percezione coi sensi”. Hegel insegnava che “la bellezza è solo un genere determinato di estrinsecazione e rappresentazione del vero”

L’oggetto della bellezza, per gli scolastici, deve avere claritas (deve essere intelligibile), integritas (deve essere completo rispetto all’idea che vuole esprimere), proportio (deve essere dotato di armonia tra le parti che lo compongono). Ma questo può dirsi anche della veritas.

La religione non dogmatica si basa sulla predicazione di Gesù, è etica, si limita alle fondamentali verità etiche, e si sforza per quanto è in suo potere di rimanere in buoni rapporti col pensiero. Vuole realizzare nel mondo parte del Regno di Dio. Si ritiene identica alla religione di Gesù. La fede non dogmatica come assoluto non pone il dogma ma il bene concreto. Il suo statuto veritativo non è di tipo dottrinale, ma pragmatico, quindi molto vicino al pragmatismo, corrente filosofica secondo cui la verità di una proposizione dipende dalla prassi che genera: “il significato di un concetto sta nella differenza concreta che per qualcuno produrrà il suo essere vero”. “La verità di una proposizione consiste nelle sue conseguenze, e più in particolare nel loro essere conseguenze buone” (William James). Eccoci dunque al vero criterio: il bene, un bene pratico, concreto, umano, produttivo per la vita qui e ora. Tale bene è da intendersi sia a livello teorico come idee più coerenti e più in grado di produrre armonia ed energia vitale positiva (naturalmente sempre da sottoporre a verifica), sia a livello pratico, come azioni giuste nella concreta situazione in cui ognuno si trova.

Il cristianesimo identitario  identifica la verità del mondo e della vita con la propria identità, da intendersi come dottrina garantita dal Magistero della Chiesa. Il cristianesimo dialogico è quello che concepisce la verità del mondo e della vita come più grande della propria identità, perché pensa la verità non in termini di statica dottrina ma come processo dinamico e relazionale sempre in atto, come logica della vita concreta. Rispetto a tale verità concreta della vita, la propria identità cristiana  è interpretata come metodo per immettere più armonia e più organizzazione nel processo vitale. Chi vi aderisce desidera essere prima di tutto e alla fine di tutto un uomo, e interpreta il senso del suo essere cristiano come finalizzato a essere uomo nel modo più autentico possibile. Nella prima prospettiva la verità è una dottrina che si professa; nella seconda, è la logica che incrementa la vita. L’autentica verità cristiana è ciò che incrementa al meglio la relazione armoniosa in cui consiste la vita, ed è quindi da intendere sempre in funzione del mondo e della sua evoluzione creatrice da cui vengono la vita, il pensiero, la libertà; mai, invece, contro il bene del mondo: “ci riterremo al servizio della volontà divina solo in quanto promuoveremo in noi stessi e negli altri il bene del mondo” (Kant).

I veri maestri della fede non sono i custodi dell’ortodossia dottrinale, ma i santi e i giusti.

Nel tempo della postmodernità dove tutto viene discusso e deve dare pubblicamente ragione di sé, la dottrina con la sua autorità non può più essere l’orizzonte sotto cui si pensa la verità. La verità deve tornare a essere pensata nell’orizzonte dell’autenticità. Un’affermazione dottrinale sarà vera non perché corrisponde a qualche versetto biblico o a qualche dogma ecclesiastico, ma perché non contraddice la vita, anzi di più: perché serve la vita immettendovi più ordine, più armonia, più bene.

Non si tratta di essere cattolico; si tratta molto più radicalmente di coltivare una libertà che senza etichette e forzature cerchi di vivere e pensare la vita alla luce del primato ontologico e morale dell’amore, con tutto lo spirito di verità e sincerità di cui si è capaci. Questo significa seguire il messaggio di Gesù.

Né la Chiesa (principio cattolico) né la Bibbia (principio protestante) sono risultati solidi punti di appoggio per la vita. Si tratta di realtà esteriori rispetto alla coscienza, e chi consegna  loro la sua libertà si ritrova necessariamente scisso, lacerato, insicuro.