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IL CREDO DI UN LIBERTINO

(da Le Nouvelle Justine di Donatien-Alphonse-François De Sade)

  

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Indice

 

 

introduzione al pensiero del marchese de sade di Stephen Edred Flowers

Preambolo del Marchese de Sade

Discorso del vizioso Dubourg sull'inutilità degli orfani

Irrisione della castità ed elogio della prostituzione da parte della ruffiana Delmonse

L'insensibilità dei ricchi giustifica la cattiva condotta dei poveri. Discorso della criminale Dubois.

La natura, indifferente alla sopravvivenza e alle sofferenze delle creature singole, approva la distruzione quanto la creazione, perché entrambe derivano dalle sue leggi. Le perversioni e i rapporti contro natura che disperdono il seme servono ugualmente bene ai suoi fini. Discorso del brigante Coeur-de-Fer

Primo discorso sull'inesistenza di Dio. Del brigante Coeur-de-Fer

Gli unici interessi da perseguire sono egoistici e giustificano qualsiasi crimine. La società si regge completamente sugli interessi individuali e i forti e i deboli non hanno interesse a seguire le leggi. Il Dio raddrizzatore dei torti in tal modo commessi è una chimera frutto del desiderio di consolazione e della superstizione. Dialogo tra Justine e i briganti.

Discorso di Monsieur de Bressac contro la religione, giudicata una illusione.

La distruzione delle creature è indifferente alla natura. Le passioni criminali servono ai suoi disegni. Non esistono vincoli familiari e morali che valgano a frenarle. Discorso di Monsieur de Bressac.

Apologia del libertinaggio. Discorso di Monsieur Rodin.

Demistificazione della virtù. Discorso di Monsieur Rodin.

Apologia dell'assassinio. La scienza non deve essere frenata da considerazioni morali riguardo la vita umana. Monsieur Rodin dialoga con Monsieur Rombeau.

Apologia dell'infanticidio. Discorso di Monsieur Rodin.

Apologia della crudeltà e della sopraffazione del più debole da parte del più forte. Discorso di Monsieur Bandole.

Inesistenza di un'anima immateriale. Discorso di Monsieur Bandole.

Il discorso dei sadici. Disprezzo del cristianesimo come religione per il volgo ignorante. Parlano Sylvestre, Jérome, Ambroise, Severino, Antonin, Clément.

L'uomo vizioso ha diritto di seguire le proprie inclinazioni fino in fondo; esse sono frutto di una diversità congenita nelle facoltà dello spirito degli esseri umani, in particolare l'immaginazione. Si parla dell'inclinazione alla crudeltà. Discorso di Clément e dialogo con Justine.

L'umiliazione, la degradazione, l'infamia, accrescono il piacere dell'uomo malvagio e vizioso. Dialogo tra Sylvestre, Honorine e Justine.

Apologia dell'amoralità. Discorso di Chrysostòme.

La malvagità della natura incita l'uomo all'imitazione. Discorso dell'alchimista Almani.

La felicità egoistica e senza freni, in particolare morali, è la più perfetta. Il bene, come concetto universale non esiste, ma solo una morale relativa. Dialogo tra Justine e Monsieur e Madame Esterval, pluriassassini.

L'ineguaglianza naturale tra deboli e forti giustifica l'abuso da parte di questi ultimi. Discorso di Monsieur de Verneuil.

Secondo discorso contro l'idea dell'immortalità dell'anima, di Monsieur de Bressac

Elogio della cattiva strada e denigrazione della  buona strada. Conversazione tra Madame Dubois e Justine.

Necessità del giogo e delle pene più severe per tenere il basso popolo nell'ignoranza e nella sottomissione. Misure che dovrebbero essere prese per eliminare l'eccesso inutile di popolazione. Discorso del vescovo di Grenoble.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

introduzione al pensiero del marchese de sade di Stephen Edred Flowers

 

 

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Entro le due correnti divergenti all’interno dell’Illuminismo del diciottesimo secolo – siano esse neo-classiche o romantiche – l’invocazione di una nuova sacra formula, “Natura”, normalmente richiamava alla mente un sistema ordinato, benevolo (o almeno neutrale) e persino “razionale”. Che si trattasse della Legge Naturale dei Neo-Classicisti, o il sentimento romantico del “ritorno alla natura”, la Natura era la nuova divinità che definiva le migliori aspirazioni dell’umanità.

Almeno un uomo si oppose a questo sentimento universale: Donatien Alphonse François Marchese de Sade (1740-1814). Sebbene il “Divino Marchese” non era ciò che noi chiameremmo un adepto del male, per ragioni che diverranno chiare nel prosieguo, egli è stato tuttavia largamente considerato un paradigma del male e persino chiamato “il Santo di Satana” (titolo di un racconto basato su De Sade di Guy Endore).

Filosoficamente, il Marchese de Sade era un materialista radicale. In questa concezione egli seguiva il suo compatriota Julien Offray de La Mettrie (1709-1752). La Mettrie sosteneva che l’anima – o qualsiasi altra parte sino ad allora ritenuta spirituale dell’uomo – era di fatto di natura interamente fisica o chimica. In questo egli naturalmente seguiva la filosofia degli antichi Epicurei. Egli riconobbe questo debito filosofico nel suo libro del 1750 Il sistema di Epicuro. Queste idee ereno così radicali per i suoi tempi che fu esiliato dalla Francia e i suoi libri bruciati. Uno dei suoi libri più importanti fu L’uomo come macchina (1748). La Mettrie alla fine trovò asilo presso la corte prussiana di Federico il Grande, che divenne suo mecenate. Due idee di La Mettrie che avrebbero influenzato profondamente De Sade erano che l’immaginazione – la facoltà di formare immagini – è la principale funzione dello spirito e che c’è una stretta corrispondenza tra l’aspetto di una persona e il suo carattere.

Le opere del Marchese de Sade sono non tanto – o non solo – “sessuali” o “pornografiche” nel senso che le attribuiscono quelli che non le hanno mai lette. Esse sono autentiche opere filosofiche o di “anti-teologia”. Ogni pagina che Sade scrive esprimono la sua rabbia profonda nei confronti del Dio cattolico della Francia del diciottesimo secolo. Questa rabbia si origina dallo stesso idealismo da cui erano mossi i deisti. Tutte le evidenze teologiche circa Dio, che provenissero dalla Bibbia o dai pii pastori, puntavano di fatto il dito verso una divinità dispotica e crudele i cui agenti ne affermavano ipocritamente la infinita benevolenza. Il Dio della Bibbia e della Chiesa è manifestamente malvagio e cattivo. Ma nell’Età della Ragione questa conclusione non conduce necessariamente all’idea che il nemico di Dio, Satana, debba essere un eroe. De Sade rigetta l’intera tradizione giudeo-cristiana come nonsenso superstizioso.

Solo in qualche occasione si parla bene del diavolo nei lavori di Sade. Un passaggio della Filosofia del boudoir (1795) riassume l’atteggiamento di Sade nei confronti di Dio e del diavolo ed è messa in bocca a Madame Dolmance:

 

“Se l’uomo fosse stato creato completamente buono, sarebbe stato incapace di compiere il male, e solo in quel caso il lavoro della sua creazione sarebbe stato degno di Dio. Consentire all’uomo di scegliere vuol dire tentarlo; e gli infiniti poteri di Dio gli suggerirono bene quale ne sarebbe stato il risultato. Immediatamente appena creato, è dunque al piacere che Dio condannò l’essere che aveva lui stesso formato. Un dio orribile, questo vostro dio, un mostro! Esiste un criminale più degno del nostro odio e della nostra implacabile vendetta di quello che abbiamo qui!

[…]

Più potente del suo dio malvagio, un essere ancora in possesso del suo potere, il Diavolo, con le sue tentazioni senza sosta riesce a sbandare il gregge che l’Eterno aveva riservato a sé. Niente può attenuare la presa che l’energia di questo demone ha su di noi”

 

Dapprima Sade vede la natura come una forza neutrale, la vera creatrice del mondo. Essa è l’effettiva causa prima, non un “Dio”. Ma Sade scopre ben presto ciò che giunge a ritenere il vero significato della Natura per l’Uomo: corruzione e distruzione. Questo pensiero è reso esplicito in un passaggio del romanzo Juliette (1794), che potrebbe essere considerato come il manifesto di Sade sulla Natura. Con adeguata ironia, Sade mette le parole in bocca al Vescovo di Roma. Il Papa dice:

 

“Nessuna creatura sulla terra è espressamente formata dalla Natura… tutte sono il risultato delle sue leggi… creature molto differenti abitano probabilmente altri pianeti… Ma queste creature non sono né buone né belle, né preziose né create… esse sono il risultato delle operazioni prive di pensiero fatte dalla Natura.

Una volta creato, l’uomo non ha nulla a che fare con la Natura; una volta che la Natura l’ha creato cessa il suo controllo sull’uomo cessa; egli è sotto il controllo delle sue proprie leggi, che sono innate in lui… Queste leggi sono quelle della sua autopreservazione personale, della sua moltiplicazione… leggi che sono… vitali per lui ma in nessun modo necessarie alla Natura, perché egli non è più della Natura, non più nelle sue grinfie, è separato da essa. Se l’uomo distrugge se stesso fa una cosa sbagliata – ai suoi propri occhi. Ma questo non è il modo di vedere della Natura al riguardo. Secondo le vedute della Natura, se l’uomo moltiplica se stesso egli commette errore, perché usurpa la natura dell’onore di un nuovo fenomeno… La moltiplicazione è dunque decisamente dannosa per i fenomeni di cui la natura è capace.

Così, quelle che consideriamo virtù diventano crimini dal suo punto di vista… L’individuo più malvagio sulla faccia della Terra, il più abominevole, il più feroce, il più barbaro e il più infaticabile assassino è dunque il portavoce dei suoi desideri, il veicolo della sua volontà e l’agente più fidato dei sui capricci”.

 

Sade vede la natura come una creatrice meccanica che possiede solo la volontà di propagare se stessa. Ma essa è limitata dalle sue proprie leggi, cosicché questo scopo non può essere raggiunto fintantoché le creature già formate continuano a vivere e a moltiplicarsi. Dunque essa non può propagare di nuovo se stessa finché le presenti creature non sono state eliminate. Dunque quando un essere umano si dedica a distruggere la vita, a degradarla e svilirla, lui o lei sta compiendo la volontà della Natura.

L’umanità è ora separata dal controllo e dalla volontà della Natura, ma quando gli esseri umani agiscono in accordo con la “volontà” nascosta della Natura essi sono ricompensati con piacere e successo. Quando agiscono contro la volontà della Natura essi incorrono in dolore e fallimento.

La facoltà umana dell’immaginazione è la chiave della psicologia di Sade. “L’immaginazione è lo sprone del piacere… dirige ogni cosa, è il motivo di ogni cosa; non è da lì che viene il nostro piacere?” Nella visione generale di Sade, naturalmente, è l’immaginazione che spinge l’uomo ad agire in accordo con la volontà distruttrice della Natura. Comunque, anche se si rifiuta la cosmologia di Sade, la sua psicologia conserva il suo interesse. E’ qui che le sue idee sull’erotismo entrano nel modo più diretto. In definitiva, Sade ritiene che il perseguimento del piacere sia l’oggetto della vita umana e che la soddisfazione fisica sia più nobile di quella mentale. La felicità dipende dalla estensione più grande possibile del piacere. Questo si ottiene ampliando l’estensione dei propri gusti e fantasie. E’ solo attraverso una intenzionale immaginazione che le possibilità del piacere sono estese. Il condizionamento sociale o religioso in molti casi prevengono questo processo. In ultima analisi, la felicità risiede non tanto nel godere del piacere, quanto nel desiderio stesso e nella distruzione degli ostacoli sulla via del suo perseguimento.

Sade stabilì che esistono tre tipi di persone, eroticamente parlando:

- Coloro che possiedono immaginazione, coraggio e desideri deboli o repressi – e che vivono senza incidenti degni di nota.

- I “pervertiti naturali” che agiscono spinti da una ossessione che è congenita.

- I libertini, che coscientemente sviluppano le loro fantasie e agiscono per farle realizzare.

E’ questa terza categoria, dei libertini, che Sade vede all’apice dell’umanità. Con un uso attivo dell’immaginazione, i libertini trasformano se stessi, mediante atti di volontà, in accordo con la Natura. Per Sade i più grandi piaceri si trovavano nel superare ciò che normalmente ispira o ha ispirato paura o disgusto.

Che si tratti della sfera sessuale o di quella filosofica, più astratta, la definizione più genuina di Sadismo (ma molti usano il termine Sadeanismo, per distinguerlo dalla categoria patologica della psichiatria moderna) è: “Il piacere che deriva dalle osservate modificazioni del mondo esterno prodotte dalla volontà dell’osservatore”. Non dovrebbe sfuggire che questa definizione può descrivere altrettanto bene che provano gli artisti quando operano con la materia da loro scelta.

Sebbene sia stata ripresa in tempi moderni ad opera di adepti del sentiero della mano sinistra, come Anton Lavey, la filosofia di Sade, in sé, è in larga parte non sviluppata compiutamente. La sua carriera di scrittore di filosofia durò solo una quindicina di anni, e il tempo considerevole che passò in prigioni o manicomi difficilmente può essere considerato adatto allo sviluppo di un meditato sistema filosofico. Sembra esistere un antagonismo interno tra il materialismo radicale professato da Sade e il ruolo assegnato alla volontà e alla immaginazione nel processo di trasformazione degli esseri umani nei suoi idealizzati libertini. Mentre da un lato Sade rigetta coerentemente la nozione del Dio cristiano come un espediente e un’illusione, egli d’altra parte scorge un lato oscuro nella Natura così celebrata dai romantici e dai neo-classici. A suo avviso esisteva un aspetto demoniaco della natura che solo in modo riluttante ed occasionale assimilava al diavolo. Aveva ragione a non farlo, perché la cosa che egli osservava sembra essere strettamente simile all’essenza di Yahweh/Elohim, l’oscuro demiurgo degli Gnostici e il “sadico” creatore dell’universo materiale.

 

 

 

Preambolo dell'autore

 

 

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Capolavoro filosofico sarebbe svolgere in quale maniera e di quali mezzi la fortuna si è servita per raggiungere i fini che si è proposta nei confronti dell'uomo, e tracciare perciò delle linee di condotta che possano far conoscere a questo sventurato individuo bipede come deve camminare lungo il cammino coperto di spine della vita e prevenire i bizzarri capricci di questa fortuna che fu detta di volta in volta Destino, Dio, Provvidenza, Fatalità, Caso, definizioni tutte imperfette e prive di buon senso, le une quanto le altre, e che nulla apportano alla mente, se non idee vaghe e puramente soggettive.

Se, pieni di un rispetto vano, ridicolo e superstizioso per le nostre assurde convenzioni sociali, capita malgrado ciò di incontrare solo spine là dove i malvagi colgono solo rose, le persone naturalmente viziose per sistema, gusto o temperamento, non calcoleranno, e abbastanza logicamente, che è meglio dedicarsi al vizio che resistervi? Non diranno, apparentemente a ragione, che la virtù, per quanto bella sia, risultando troppo debole per combattere il vizio, risulta la peggiore soluzione alla quale attenersi mentre, in un secolo profondamente corrotto come quello in cui viviamo, meglio è fare come gli altri? Un po' più filosoficamente, se si vuole, non diranno con l'angelo Jesrad di Zadig (1) che non esiste male dal quale non possa nascere un qualche bene e che perciò possono abbandonarsi al male quanto vogliono, poiché esso è, infatti, uno strumento di bene? Non aggiungeranno, con un certo fondamento, che non ha importanza sul piano generale che questo o quello sia buono o malvagio, che la sventura perseguiti la virtù e la prosperità accompagni il vizio, in quanto cosa indifferente alle intenzioni della natura, e che perciò è molto meglio stare per i malvagi che hanno dalla loro la prosperità invece che per i virtuosi che falliscono sempre?

Ecco perché, e non lo nascondiamo, renderemo pubblica la storia della virtuosa Justine, a sostegno di tali princìpi. E necessario che gli sciocchi smettano d'incensare il ridicolo idolo della virtù che fino ad ora li ha ripagati solo con l'ingratitudine, e che le persone intelligenti, comunemente dedite per principio alle delizie del vizio e della sregolatezza, si rassicurino di fronte agli esempi di felicità e di prosperità, quasi sempre loro inevitabili compagni lungo l'affollata strada scelta. E certamente brutto dover descrivere, da un lato, le enormi sventure che il cielo fa ricadere sulla dolce e sensibile donna che rispetta totalmente la virtù; dall'altro, l'influsso del benessere di coloro che tormentano o mortificano questa donna. Ma il letterato, più filosofo per dire il vero, supera tali contrarietà, e crudele per necessità strappa senza pietà con una mano i superstiziosi addobbi con i quali la stupidità abbellisce la virtù e con l'altra indica sfrontatamente, all'uomo ignorante caduto in inganno, il vizio fra le delizie e i piaceri che lo attorniano e che incessantemente lo seguono.

 

 

 

Discorso del vizioso Dubourg sull'inutilità degli orfani

 

 

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  - Oh! signore, esclama [Justine] in lacrime, non c'è dunque più probità e pietà negli uomini?

  - Davvero assai poca, risponde Dubourg… Ci siamo ricreduti a proposito della mania di far favori agli altri gratuitamente, siamo ormai convinti che il piacere di essere caritatevoli è solo voluttà d'orgoglio e siccome niente è tant fragile, vogliamo ora sensazioni più concrete. Ci siamo accorti che con una bambina come voi, per esempio, vale immensamente di più mettere a frutto certe offerte che  fruttano i piaceri della lussuria piuttosto che quelli assai freddi  della riconoscenza. La reputazione di un uomo liberale, pronto a far l'elemosina, generoso, non vale, neppure nel momento della maggior soddisfazione, il più modesto piacere dei sensi.

  - Ma allora, signore, con questi principi, lo sventurato dovrebbe lasciarsi morire!

  - Che importa! c'è più gente di quanto dovrebbe essercene a questo mondo; purché la macchina abbia sempre la stessa elasticità, cosa importa allo Stato il maggior o minor numero di braccia che la fanno muovere.

  - Ma credete che i figli rispettino il padre che li maltratta?

  - Che importa a un padre l'amore di figli che lo disturbano?

  - Allora sarebbe meglio che fossimo stati strangolati nella culla?

  - Certamente: questo è in uso in molti paesi; è abitudine dei Greci; è quella dei cinesi: là i bambini disgraziati vengono abbandonati o uccisi. A che scopo lasciar vivere creature come voi [cioè orfane] che, non potendo più contare sull'aiuto dei genitori, o perché ne sono state private o perché non riconosciute, da quel momento servono solo a sovraccaricare lo Stato di una merce di cui trabocca? I bastardi, gli orfani, i bambini mal conformati, dovrebbero essere condannati a morte fin dalla nascita: i primi e i secondi perché, non avendo più nessuno che voglia o possa curarsi di loro, diventano feccia che insudicia la società, forse fatale un giorno; e gli altri, perché non possono essere di alcuna utilità. L'una e l'altra specie sono per la società  come quelle escrescenze di carne che, nutrendosi dei succhi dei membri sani, li deteriorano e indeboliscono o, se preferite, come quei parassiti vegetali che, attaccandosi alle piante sane, le rovinano e le rodono alimentandosi con la loro sostanza nutritiva. Scandaloso abuso quelle elemosine destinate ad alimentare tante scorie… quelle case riccamente dotate che si ha la stravaganza di costruire per loro, come se la specie umana fosse tanto rara… talmente preziosa da esser necessario conservarne anche la più vile particella, come se, in una parola, non ci fossero abbastanza uomini sul globo e come se non fosse più necessario  alla politica e alla natura distruggere che conservare.

 

 

 

Irrisione della castità ed elogio della prostituzione da parte della ruffiana Delmonse

 

 

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- Ah! Dio buono, che stravaganza! riprende Mme Delmonse; invece di rifiutarvi, Justine, dovreste essere infinitamente riconoscente a chi vi invita a questo passo. Ma che idea falsa avete, mia cara, della castità! E come potete credere che una giovane non la rispetti dandosi a chi vuole qualcosa di lei? La continenza in una donna è virtù che non si può praticare, bambina mia; non illudetevi di raggiungerla. Quando le passioni si risveglieranno nella vostra anima, vedrete che tale modo di essere è impossibile. Continuamente esposta alla seduzione, come si può pensare che una donna possa resistere alle attrattive del piacere perpetuamente offerto ai suoi sensi? e come considerarla colpevole per aver ceduto, se tutto ciò che l'attornia semina fiori sull'abisso e invita a tuffarsi dentro? Non ingannatevi, Justine, non la virtù si esige da noi, ma la sua maschera e, purché si sappia fingere, niente altro ci è richiesto. Chi di noi fosse onesta ma avesse fama di disonesta, sarebbe infinitamente meno felice di colei che abbandonandosi a tutti gli eccessi della sregolatezza sapesse conservare la reputazione di donna onesta perché, lo ripeto, non è sacrificare i nostri sensi alla virtù che rende felici: impossibile che esista felicità in tale servitù. Ciò che conduce alla vera felicità è dunque l'apparenza di quella virtù in cui i pregiudizi degli uomini hanno condannato il nostro sesso. Potrei portarmi ad esempio, Justine. Sono sposata da quattordici anni; mai ho perduto la fiducia di mio marito; è pronto a giurare sulla sua stessa vita della mia onestà e della mia virtù; abbracciato il libertinaggio fin dai primi anni di matrimonio, non esiste a Parigi donna più corrotta di me; non passa giorno che non mi prostituisca a sette o otto uomini, e spesso a tre contemporaneamente; non esiste mezzana che non mi abbia reso servigio, non un bel ragazzo che non mi abbia fottuta: e mio marito ti giurerà, quando vorrai, che Vesta fu meno pura di me (3). Il contegno più severo, la più scrupolosa ipocrisia, molta arte... molta falsità: ecco il mio travestimento, questi i nastri che sorreggono la maschera della prudenza sulla mia fronte, e tutti mi rispettano. Sono puttana come Messalina: sono creduta saggia quanto Lucrezia; atea come Vanini: sono creduta pia come Santa Teresa; falsa come Tiberio: sono creduta sincera come Socrate, sobria come Diogene: Apicius fu meno intemperante di me. Adoro, insomma, tutti i vizi; odio tutte le virtù; e se tu chiedessi a mio marito, se tu interrogassi la mia famiglia, risponderebbero: Delmonse è un angelo, mentre lo stesso principe delle tenebre fu meno incline di me ai disordini.

La prostituzione ti terrorizza? Bambina mia, che stravaganza! Esaminiamola sotto tutti gli aspetti e vediamo in quale potrebbe essere pericolosa. Una giovinetta può danneggiare se stessa, essendo libertina? No di certo perché cede semplicemente ai più dolci impulsi della natura, e questa certamente non glieli suggerirebbe se fossero nocivi. Fra le prime necessità della vita non ha forse messo nella donna il desiderio di prostituirsi a tutti gli uomini? e dov'è una sola donna che non senta il bisogno di fottere, imperiosamente, come quello di bere e di mangiare? Ora ti domando, Justine, come potrebbe la natura accusare una donna di aver ceduto a desideri nei quali consiste la più sublime parte della sua esistenza! Vogliamo considerare il libertinaggio di un essere della nostra specie dal punto di vista della società? Certo, credo che sia difficile trovare un'azione più gradita al sesso che si divide con noi il mondo di quella della prostituzione di una donna graziosa: e dove finirebbe, questo sesso, se tutte, infatuate di falsi sistemi di virtù che certi imbecilli vanno praticando, si ostinassero a rispondere con rifiuti agli sfrenati desideri degli uomini? Ridotti a scrollarsi o incularsi fra loro, dovrebbero dunque rinunciare completamente alla nostra compagnia? Ammetterai che il matrimonio non è un punto fermo: è impossibile per un uomo limitarsi a una sola donna come a una donna accontentarsi di un solo uomo. La natura odia, abiura, nega tutti questi dogmi della vostra assurda civiltà; sbaglia, la vostra stupida logica, non la natura e le sue leggi: diamo retta ad essa e non c'inganneremo mai. Insomma, Justine, credi a una che ha esperienza, che possiede istruzione e princìpi, e convinciti che la cosa migliore e più logica che una giovane possa fare a questo mondo è prostituirsi a tutti coloro che la vogliono, rispettando, come ho già detto, le apparenze. Hai rimproverato ieri la nostra buona e onesta Desroches per il suo interessamento. Ah! mia povera Justine, che ne sarebbe di noi senza l'aiuto di donne come lei? Come ringraziarle di essere tanto buone da avere preso a cuore il nostro piacere e il nostro interesse? Esiste al mondo un mestiere più stimabile e più necessario di quello della mezzana? Tale onesta funzione fu stimata da tutti i popoli; tutte le nazioni la venerano: i Greci e i Romani le hanno eretto dei templi; il saggio Catone fece di sua moglie una mezzana; Nerone ed Eliogabalo ritiravano un tributo dai lupanari dei loro stessi palazzi. Gli elementi sono ruffianeschi; la natura stessa lo è ogni momento. Questo talento ben esercitato è, in una parola, preziosissimo ... carissimo alla società; e le caritatevoli persone che lo esercitano onoratamente dovrebbero essere incoraggiate e ricompensate.

 

 

 

L'insensibilità dei ricchi giustifica la cattiva condotta dei poveri. Discorso della criminale Dubois.

 

 

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- Accidenti! esclamò la Dubois aggrottando le ciglia, ecco degli assurdi princìpi che ti porteranno diritto alla casa di correzione. Smettila con il tuo infame Dio, ragazza. La sua giustizia celeste, i suoi castighi o le sue ricompense, tutte queste insulsaggini van bene per gli imbecilli, ma tu sei troppo intelligente per crederci. O Justine! l'insensibilità dei ricchi giustifica la cattiva condotta dei poveri. Che i loro tesori si aprano ai nostri bisogni, che l'umanità regni nel loro cuore, e le virtù potranno insediarsi nel nostro. Ma finché la disgrazia, la nostra pazienza nel sopportare, la nostra buona fede e la nostra schiavitù serviranno solo a rafforzare le nostre catene, i crimini saranno opera loro. Eh! saremmo assai ingenui rifiutandoci di compierli dal momento che essi possono rendere più leggero il giogo della loro crudeltà. La natura ci ha creati tutti uguali, Justine: se l'ingiusto rigore del destino si compiace nel mettere disordine in questo primo piano delle leggi generali, tocca a noi correggerne i capricci e porre riparo con la nostra ingegnosità alle usurpazioni del più forte. Mi piace udire questa gente ricca, questa gente titolata, questi magistrati, questi preti, mi piace vederli predicare la virtù, e a noi! E molto difficile mettersi al riparo del furto quando si possiede tre volte più del necessario! molto penoso non pensare all'assassinio quando si è continuamente attorniati da adulatori e nulla spinge alla vendetta! davvero pesante essere temperanti e sobri quando si è attorniati ad ogni istante da piatti succulenti! Che difficoltà essere sinceri, per questa gente ricca e oziosa, dal momento che non ha mai necessità di mentire; gran merito non desiderare la donna altrui quando tutto quel che la lubricità può possedere di più eccitante è continuamente offerto ai sensi! Ma noi, Justine, noi che questa barbara provvidenza, che questo Dio vano e ridicolo, che tu sei così pazza da averne fatto il tuo idolo, ha condannato a strisciare nell'umiliazione, come. la serpe nell'erba, noi che siamo guardati con disprezzo perché siamo poveri, noi che siamo tiranneggiati perché siamo deboli, noi che ci abbeveriamo con il fiele e camminiamo fra i rovi, vorresti che rifiutassimo il crimine mentre proprio la sua mano è quella che ci apre le porte della vita, ci mantiene, ci conserva e ci impedisce di perderla! vuoi che perpetuamente sottomessi e degradati, mentre la classe che ci domina gode di tutti i favori della fortuna, riservassimo per noi la pena, l'avvilimento e il dolore, il bisogno e le lacrime, il marchio dell'infamia e il patibolo! no, no, Justine, no! o il Dio nel quale sei tanto sciocca di credere è degno del nostro disprezzo o non è certo questa la sua volontà. Credi, bambina mia, quando la natura ci mette in una situazione in cui. il male è necessario lasciandoci nello stesso tempo la facoltà di esercitarlo, vuoi dire che il male serve alle sue leggi come il bene e che essa è al di sopra dell'uno o dell'altro. Lo stato in cui ci ha posti è l'uguaglianza: chi altera questo stato non è più colpevole di chi cerca di ristabilirlo; l'uno e l'altro agiscono secondo il proprio stampo; l'uno e l'altro devono aderirvi e godere in pace.

 

 

 

La natura, indifferente alla sopravvivenza e alle sofferenze delle creature singole, approva la distruzione quanto la creazione, perché entrambe derivano dalle sue leggi. Le perversioni e i rapporti contro natura che disperdono il seme servono ugualmente bene ai suoi fini. Discorso del brigante Coeur-de-Fer

 

 

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La perdita del seme destinato a propagare la specie umana, cara fanciulla, è il solo crimine perpetrato in questo caso. Se tale seme è messo in noi al solo scopo della propagazione, d'accordo, sviarlo è allora offesa, ma se si dimostra che ponendo tale seme nelle nostre reni non è detto che la natura abbia avuto come proprio scopo di usarlo per la propagazione, che importa, Justine, che, secondo questa ipotesi, esso si perda nel conno, nel culo, nella bocca o nella mano? L'uomo che lo svia non fa più male della natura medesima che non lo usa. Ora, queste perdite della natura, che dipende da noi imitare o meno, non avvengono in un'infinità di circostanze? Innanzi tutto il fatto che tali distrazioni avvengano è una prima prova che non l'offendono: sarebbe assolutamente contrario alle sue leggi e alla sua saggezza permettere ciò che l'offende. Tale incongruenza nuocerebbe all'uniformità della sua marcia, turberebbe i suoi piani, dimostrerebbe la sua debolezza e legittimerebbe le nostre offese. In secondo luogo, tali perdite avvengono di per sé cento e cento milioni di volte al giorno. Le polluzioni notturne, l'inutilità del seme quando la donna è incinta, la sua pericolosità quando essa ha le regole, tutto ciò non dimostra che la natura approva tali perdite o le autorizza e che poco sensibile a ciò che può risultare dallo scorrimento del liquore al quale siamo tanto pazzi da dare somma importanza, essa ce ne permette la perdita con la medesima indifferenza con la quale essa stessa ogni giorno procede ... tollera la propagazione, ma che non è detto sia fra i suoi scopi; essa è contenta che ci moltiplichiamo, ma non guadagnandoci nulla in questo come nell'altro atto che vi si oppone, la scelta che noi possiamo fare le è indifferente; lasciandoci padroni di creare, di non creare e di distruggere, noi né la renderemo soddisfatta né le recheremo offesa scegliendo come più ci conviene; e la scelta che faremo, essendo risultato della sua potenza o della sua azione su di noi, le sarà gradita  e mai l'offenderà! Ah! Credilo, mia cara Justine, la natura bada poco a queste minuzie alle quali noi abbiamo avuto la bizzarria di erigere un culto; inoltre, prendendosi gioco delle nostre leggine, delle nostre piccole combinazioni, cammina a passo spedito verso il suo fine, dimostrando costantemente a coloro che la studiano ch'essa crea per distruggere e che la distruzione, sua prima legge, poiché se tale non fosse non giungerebbe ad alcuna creazione, le piace più della propagazione, definita da una setta di filosofi greci, e a ragione, risultato di omicidi. Convinciti, bambina mia, che in qualsiasi tempio si sacrifichi, dal momento che la natura permette che l'incenso vi bruci, ciò significa che l'omaggio non la offende; il rifiuto di riprodurre, le perdite del seme che serve alla produzione, l'estinzione di tale seme quando ha germinato, l'annientamento del germe molto tempo dopo la sua formazione, la distruzione di tale germe giunto a completa maturità, quella di tutti gli uomini, in una parola, sì, Justine, convinciti, sono crimini immaginari, che non hanno alcun interesse per la natura e dei quali ride, come delle altre nostre situazioni che le recano oltraggio invece di servirla.

 

 

 

Primo discorso sull'inesistenza di Dio, del brigante Coeur-de-Fer

 

 

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Mi hai parlato di un Dio che punì tali voluttuosi errori in miserabili borgate d'Arabia che nessun geografo ha mai conosciuto. Prima di tutto si dovrebbe cominciare con l'ammettere l'esistenza di un Dio, e son ben lontano dal farlo, mia cara; ammettere anche che questo Dio, che voi supponete il padrone e il creatore dell'universo, abbia potuto abbassarsi al punto di andare a controllare se in un conno o in un culo gli uomini introducevano il loro bischero: che meschineria! che balordaggine! Eh! no, Justine, Dio non esiste. Fu in seno all'ignoranza, agli spaventi e alle disgrazie che i mortali fondarono le loro cupe e disgustose nozioni sulla divinità. Esaminiamo tutte le religioni e vedremo che le idee concernenti questi tramiti potenti e immaginari furono sempre associate a quelle sul terrore. Oggi ne tremiamo perché i nostri avi ne fremettero secoli e secoli addietro. Se risaliamo alla sorgente delle nostre attuali paure e dei lugubri pensieri che sorgono in noi ogniqualvolta sentiamo pronunciare il nome di Dio, la ritroveremo nei diluvi, nelle rivoluzioni e nei disastri che hanno distrutto una parte del genere umano e colmato di costernazione i miseri sfuggiti agli sconvolgimenti della terra. Se il Dio delle nazioni fu partorito nel seno dello spavento, fu anche in quello del dolore che ogni uomo diede forma alla forza sconosciuta ch' egli creò per se medesimo: fu dunque sempre nel laboratorio del terrore e della tristezza che l'uomo sventurato creò il ridicolo fantasma di cui fece il suo Dio. E perché avrebbe bisogno di questo motore se riflessione e studio sulla natura ci dimostrano che il moto perpetuo è la massima delle sue leggi? Se tutto si muove per se medesimo, in tutta l'eternità, il sommo motore da voi supposto ha agito un giorno solo: ora, legittimamente quale culto potreste rendere a un Dio oggi dimostrato inutile? Smettetela, Justine, di credere che fu la mano di questo vano fantasma a distruggere le borgate arabe di cui parlavate. Poste su un vulcano, furono inghiottite come in seguito lo furono le città vicine al Vesuvio e all'Etna per uno di quei fenomeni della natura dalle cause strettamente fisiche, che nulla provano né pro né contra il comportamento degli abitanti di quei pericolosi villaggi. La giustizia umana ha voluto, voi dite, imitare quella di Dio: vi ho or ora dimostrato che non si trattò di giustizia divina, ma di un fenomeno ... un accidente della natura, che distrusse quelle città; e tornando giurista dopo essere stato filosofo, vi dirò, Justine, che la legge che in passato condannava al rogo coloro che avevano questo capriccio si basava su una vecchia ordinanza di San Luigi contro l'eresia dei Bulgari (10), dediti a tale passione. Soffocata l'eresia, per un imperdonabile sbaglio si continuò a perseguitare la morale di tale popolo punendolo con lo stesso supplizio in passato diretto contro il principio ma oggi, superata la stortura, ci si contenta di una punizione passeggera; e quando l'uomo avrà raggiunto il livello filosofico al quale ogni giorno il secolo lo eleva, verrà persino stralciata quell'inutile correzione e si capirà che, non essendo assolutamente padroni dei nostri gusti, non siamo colpevoli abbandonandoci a essi, per quanto depravati possano essere, più di quanto lo siamo di essere nati storpi o diritti.

 

 

 

Gli unici interessi da perseguire sono egoistici e giustificano qualsiasi crimine. La società si regge completamente sugli interessi individuali e i forti e i deboli non hanno interesse a seguire le leggi. Il Dio raddrizzatore dei torti in tal modo commessi è una chimera frutto del desiderio di consolazione e della superstizione. Dialogo tra Justine e i briganti.

 

 

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Il giorno seguente, i briganti, giudicandosi al sicuro nella foresta di Chantilly, si misero a contare il denaro, in attesa di mangiare; e non arrivando che a duecento luigi il totale della rapina:

- Non valeva davvero la pena, disse uno di costoro, commettere sei assassinii per una somma così piccola.

- Un momento, amici, rispose la Dubois, non è stato per i soldi che, quando siete partiti, io stessa vi ho esortati a non risparmiare i viaggiatori; è stato per la nostra sicurezza. Tali crimini vanno addebitati alle leggi, non a noi: finché i ladri saranno puniti, essi assassineranno per non essere scoperti. Da cosa deducete, continuò la megera, che duecento luigi non valgono sei assassinii? Mai si devono valutare le cose se non in rapporto ai nostri interessi. Che smettano di esistere esseri sacrificati ha valore nullo in rapporto a noi: è certo che non daremmo un centesimo perché tali individui fossero vivi piuttosto che nella tomba per cui, se ne deriva un vantaggio, anche minimo, per noi, dobbiamo senza alcun rimorso, in casi come questo, piegarlo in nostro favore perché, in una cosa completamente indifferente, dobbiamo, se siamo prudenti e arbitri di tal cosa, farla senza esitazione volgere a nostro favore, astrazion fatta di tutto ciò che l'avversario può perdere perché non c'è ragionevole proporzione tra ciò che ci riguarda e ciò che riguarda gli altri. Sentiamo fisicamente e tutto il resto ci tocca solo moralmente; e le sensazioni morali sono ingannatrici: di autentico esistono solo le sensazioni materiali. Così, non solo duecento luigi sono abbastanza per sei assassinii, ma anche trenta soldi sarebbero stati sufficienti a giustificarli perché quei trenta soldi ci avrebbero procurato una soddisfazione che, benché piccola, dovrebbe tuttavia toccarci più profondamente dei sei assassinii che non ci addolorano per niente, né ci riguardano, anzi piacevolmente ci solleticano considerando la naturale malvagità degli uomini, il cui primo impulso, se lo si vuole approfondire, si basa sempre su una specie di soddisfazione per la sventura e la disgrazia degli altri.

La debolezza dei nostri organi, la mancanza di riflessione, i maledetti pregiudizi nei quali siamo stati educati, i vani terrori della religione e delle leggi: ecco ciò che ferma gli sciocchi sulla via del crimine, ecco ciò che impedisce loro di immortalarsi. Ma l'individuo pieno di forza e di vigoria, dotato di un'anima energica che, preferendo se medesimo, come è suo dovere, agli altri, soppeserà i loro interessi sulla bilancia dei propri, saprà farsi beffa di Dio e degli uomini, sfidare la morte e disprezzare le leggi, convinto fino in fondo di dover riportare tutto esclusivamente a se medesimo, intenderà che ledendo ampiamente gli altri e non risentendone egli fisicamente, impossibile è il paragone con il più lieve godimento ottenuto grazie a questa inaudita raccolta di misfatti. Il godimento lo lusinga, è tutto suo; i risultati del crimine non lo toccano, sono al di fuori di lui. Ora, io mi domando qual è l'uomo ragionevole che non preferisca ciò che gli fa piacere a ciò che gli è estraneo, e che non acconsenta a commettere tale sciocchezzuola, nella quale non vede nulla di preoccupante, pur di procurar si ciò che profondamente e piacevolmente lo agita?

- Oh, signora, disse Justine alla Dubois chiedendole il permesso di rispondere, ma non capite che la vostra condanna sta in ciò che vi siete lasciata sfuggire? Al massimo, tali princìpi potrebbero convenire a chi fosse tanto potente da non dover temere gli altri, ma noi, continuamente proscritti da tutta la gente onesta, condannati da· tutte le leggi, dovremmo ammettere sistemi che possono solo affilare ancor più la spada che pende sul nostro capo? Quand'anche non ci trovassimo in tale triste posizione, quand'anche fossimo al centro della società; quand' anche ci trovassimo dove dovremmo essere se ci comportassimo altrimenti o non fossimo tanto sventurati... come potete supporre, signora, che tali princìpi portino con sé qualche vantaggio? Come potete immaginare che non perisca chi, per cieco egoismo, vuole lottare da solo contro gli interessi degli altri coalizzati insieme? La società non è forse autorizzata a non ammettere entro il suo seno chi si dichiara contro di essa? e l'individuo che si isola può lottare contro tutti, può illudersi di essere felice e sereno se non accetta il patto sociale, se non acconsente a cedere un po' della sua felicità in garanzia del resto? La società è basata su continui scambi di benefici: ecco le sue basi, ecco ciò che la cementa. Colui che, invece di quei benefici e favori, non offrirà che crimini, essendo da quel momento inevitabilmente temuto, sarà altrettanto inevitabilmente attaccato, se è il più forte; sacrificato dal primo che offenderà, se è il più debole; comunque distrutto, per la fondamentale necessità dell'uomo di assicurarsi pace e di essere contro chi vuole turbarla. Questa la ragione per la quale sono quasi impossibili associazioni criminali durature; non opponendo che affilate punte agli interessi degli altri, tutti si devono riunire prontamente per smussarle ... Anche qui da noi, signora, aggiunse Justine, come potete illudervi di mantenere la concordia, quando consigliate ciascuno di noi di dar retta solo al proprio interesse? Cosa avreste, in tal caso, da obiettare a chi volesse pugnalare il compagno ... e che così facesse per appropriarsi delle parti di ognuno? E quale maggior elogio della virtù la dimostrazione della sua stessa necessità, persino in una società criminale ... la certezza che tale società non resterebbe in piedi un solo istante senza la virtù?

- Che spaventosi sofismi! disse Coeur-de-Fer. Non è la virtù ciò che fa stare in piedi le associazioni criminali: è l'interesse, è l'egoismo. Suona falso, Justine, questo elogio della virtù, dedotto da un'ipotesi chimerica. Non è certo per virtù che, considerandomi, immagino, il più forte della banda, non pugnalo i miei compagni per spogliarli del loro; ma semplicemente perché, trovandomi poi solo, priverei me stesso dei mezzi che possono assicurare la ricchezza che mi attendo dal loro aiuto. E questa è l'unica ragione che trattiene anche loro nei miei confronti. Ora, questa ragione, come vedete, Justine, si basa sull'egoismo, non ha nulla a che fare con la virtù. Colui che vuole combattere da solo, voi dite, contro gli interessi della società, si aspetti la morte. E non perirà più sicuramente se solo possiede, se ce l'ha, la propria miseria e l'incuria degli altri? Ciò che è detto l'interesse della società non è altro che la massa degli interessi riuniti, ma solo cedendo tale interesse particolare può accordarsi e collegarsi agli interessi generali: ora, cosa volete che ceda chi non ha quasi niente? Se così fa, ammetterete che sbaglia in quanto si troverà a dare, in questo caso, infinitamente più di quanto ricava, e a questo punto, il senso di parità del mercato deve impedirgli di concludere l'affare. Posto in tale situazione, ciò che di meglio può fare quest'uomo, non è dunque sottrarsi alla società ingiusta per non concedere diritti se non a una società diversa che, in situazione pari alla sua, abbia quale proprio interesse quello di combattere, riunendo le sue piccole forze, la potenza più estesa che vuole costringere l'infelice a cedere il poco che possiede e non ricavare nulla dagli altri? Ma allora nascerà, direte, uno stato di guerra perpetua. E sia; non è forse quello che ci conviene realmente? non è forse quello per il quale la natura ci ha tutti creati? Gli uomini nacquero isolati, invidiosi, crudeli e despoti, con volontà di tutto avere e niente cedere, e in lotta continua per mantenere o la loro ambizione o i loro diritti. Ma il legislatore venne e disse: «Cessate di lacerarvi così; cedendo un po' da una parte e un po' dall'altra, la tranquillità rinascerà». Non biasimo la proposizione di tale patto, ma sostengo che esistono individui di due specie che non vi si sottomisero mai: quelli che, sentendosi i più forti, non avevano bisogno di cedere qualcosa per essere felici e quelli che, essendo i più deboli, si trovavano a dover cedere infinitamente più di quanto fosse loro assicurato. Ma la società è composta solo dai deboli e dai forti: ora, se il patto non soddisfa né i forti né i deboli, ben altro ci vuole per la società; e lo stato di guerra, che esisteva prima, era necessariamente assai preferibile, poiché permetteva a ciascuno il libero esercizio delle proprie forze e della propria industria, del quale si trovava privato dall'ingiusto patto di una società che innalza sempre troppo uno non accordando mai abbastanza all'altro. Dunque, il vero saggio è colui che, pur con il rischio dello stato di guerra precedente al patto, si scatena con determinazione contro tale patto, lo viola quanto più è possibile, sicuro che ciò che ricaverà da tali lacerazioni sarà sempre superiore a quanto potrà perdere, nel caso sia il più debole perché tale sarebbe ugualmente rispettando il patto; violandolo invece, può diventare il più forte e, se le leggi lo riconducono alla classe dalla quale ha voluto uscire, nel peggiore dei casi perderà la vita, sciagura infinitamente più piccola di quella di un'esistenza nell'obbrobrio e nella miseria. Ecco dunque due possibilità per noi: o il crimine che ci darà la felicità o il patibolo che ci eviterà la sventura. Domando, dobbiamo esitare? e il vostro acume, Justine, troverà argomentazioni per ribattere?

- Ne esistono mille, signore, ne esistono mille, riprese Justine vivacemente. Ma questa vita, d'altra parte, è forse dunque l'unico scopo dell'uomo? non si trova egli come a un varco dai molti livelli che se raggiunti e se egli è ragionevole, non possono condurre che all' eterna felicità, premio alla virtù? Supponiamo, e tuttavia è eccezionale e contrario ai lumi della ragione, ma non importa, supponiamo e vi accordo per un momento che il crimine possa rendere felice quaggiù lo scellerato che vi si abbandona: ma come potete pensare che la giustizia di quel Dio che esiste anche se lo negate, come potete credere, ripeto, che la sua giustizia eterna non aspetti al varco il disonesto in un altro mondo per vendicare questo? ... Ah! non sostenete il contrario, signore, vi scongiuro; è l'unica consolazione dell'infelice, non toglietegliela. Quando gli uomini ci abbandonano, chi ci vendicherà se non Dio?

- Chi? nessuno, Justine, assolutamente nessuno; non è affatto necessario che la sventura sia vendicata. Lo spera, perché così desidera; s'illude, perché così vuole. Tale gigantesco pensiero la consola, ma non per questo è meno falso. E c'è di più: è essenziale che la sventura soffra; la sua umiliazione, i suoi dolori sono inquadrati nelle leggi della natura e la sua esistenza è utile al piano generale quanto quella della prosperità che la schiaccia: questa, la verità che deve soffocare i rimorsi nell'anima dello scellerato e del malfattore. Essi dunque non si trattengono, ciecamente si abbandonano a tutte le lesioni che gli scopi politici della natura suggeriscono ad essi: è il solo modo con il quale questa madre universale sa fare di noi gli agenti delle sue leggi. Quando le sue segrete ispirazioni ci dispongono al male, vuoi dire che il male le è necessario; vuoi dire che essa lo vuole; vuoi dire che ne ha bisogno; vuoi dire che la somma dei crimini essendo incompleta ... insufficiente per le leggi dell'equilibrio, uniche leggi di cui essa sia l'esattore, esige anche quei crimini per il buon funzionamento del bilancio. Non tema né si fermi chi ha l'anima disposta al male; lo commetta senza timore, se ne ha sentito l'impulso; solo resistendovi oltraggerebbe la natura. Ma poiché continuate, Justine, a deificare fantasmi e a insistere nel culto che immaginate sia loro dovuto, sappiate, piccola ingenua, che la religione alla quale vi aggrappate follemente e continuamente non essendo che il rapporto fra l'uomo e Dio, l'omaggio che la creatura crede di dovere al proprio autore si annulla non appena l'esistenza di tale autore è essa stessa dimostrata chimerica. Udite, ancora una volta, le mie obiezioni sull'argomento.

I primi uomini, spaventati dai fenomeni che li colpirono, dovettero necessariamente credere. che un agente sublime e sconosciuto ne avesse guidato il percorso e l'influsso: carattere della debolezza è supporre o temere la forza. La mente dell'uomo, ancora immersa nell'infanzia per trovare in seno alla natura le leggi del movimento, uniche che facciano scattare i meccanismi che la stupivano, considerò più semplice supporre un motore per la natura piuttosto di crederla motrice essa stessa; e senza riflettere che sarebbe stato più difficile e penoso edificare, definire tale gigantesco padrone, conciliare con le qualità che gli venivano attribuite tutti i difetti che le sue operazioni ci dimostrano, che sarebbe stato, ripeto, più difficile e penoso quanto ho detto che trovare nello studio della natura la causa dello stupore dell'uomo, questi, sbalordito, accecato, ammise tale primo essere e gli eresse culti. Da quel momento, ogni nazione ne forgiò secondo i propri usi, secondo le proprie conoscenze e il proprio clima. Vi furono ben presto sulla terra tante religioni quanti popoli, tanti dèi quante famiglie c'erano. In quei disgustosi idoli era tuttavia facile riconoscere l'assurdo fantasma, primo frutto della cecità umana; il mimo era variamente obbligato, ma si trattava sempre dello stesso buffone; era onorato con smorfie diverse, ma si trattava sempre dello stesso culto. Ora, cosa dimostra questa umanità tranne stupidità uguale per tutti gli uomini e la loro universale debolezza? Ne deriva che io dovrei imitarli! Se più approfonditi studi, se una mente più matura e più riflessiva mi obbliga a riconoscere, a penetrare i segreti della natura, a convincermi infine che, come vi dicevo poco fa, siccome il movimento è in essa, non c'è bisogno di un motore, dovrei allora, chinandomi come voi sotto il vergognoso giogo di tale disgustosa chimera, rinunciare, per piacer gli, ai più dolci godimenti, della vita? No, Justine, no, se mi comportassi così sarebbe davvero cosa stravagante, sarei un pazzo indegno della ragione che la natura mi ha accordato per sbrogliare le reti che l'imbecillità o la furberia degli uomini mi tendono ogni giorno. Cessa di credere a questo Dio, a questa fantasia, bambina mia; non è mai esistito. La natura è sufficiente a se stessa; non ha bisogno di un motore; tale motore, gratuitamente supposto, non è che una decomposizione delle sue proprie forze, non è che ciò che noi diciamo a scuola una petizione di principio. Un Dio presuppone una creazione, vale a dire un momento in cui non c'era niente, oppure un momento in cui tutto fu nel caos. Se l'uno oppure l'altro stato era un male, perché il vostro stupido Dio ha permesso che sussistesse? Era un bene? perché lo cambiò? Ma se ora tutto è bene, il vostro Dio non ha più niente da fare; ora, se è inutile, può essere potente? se non è potente, può essere Dio? può meritare il nostro omaggio? Se la natura si muove in perpetuo, in una parola, a cosa serve il motore? e se il motore agisce sulla materia movendola, come mai non è materia esso stesso? Concepite l'effetto dello spirito sulla materia e la materia mossa dallo spirito che, esso stesso, non possiede movimento? Voi dite che il vostro Dio è buono; e tuttavia, secondo voi, malgrado la sua alleanza con gli uomini, malgrado il sangue del suo caro figlio, venuto per farsi appendere in Giudea al solo scopo di cementare tale alleanza, malgrado tutto ciò, ripeto, ci saranno ancora due terzi e mezzo di uomini condannati al fuoco eterno, perché non hanno ricevuto da lui la grazia che tuttavia gli chiedono ogni giorno. Dite che è giusto, questo Dio! Quant'è giusto, lui, ad accordare la conoscenza d'un culto che gli è gradito soltanto alla trentesima parte dell'universo, abbandonando il resto nell'ignoranza ch'egli punirà con l'ultimo supplizio! Cosa direste di un uomo che fosse giusto come lo è il vostro Dio? E onnipotente, aggiungete. Ma, in questo caso, il male dunque gli è gradito perché esiste sulla terra in quantità infinitamente maggiore che il bene; e tuttavia lo lascia sussistere. Una delle due: o il male gli è gradito o non ha il potere di opporvisi e, nell'uno come nell'altro caso, non devo pentirmi di esservi incline perché, se egli non può impedirlo, è certo che io non posso essere più forte di lui; e se gli è gradito, io non devo certo annientarlo in me. E immutabile, voi dite anche: e tuttavia lo vedo cambiare cinque o sei volte di popolo, di legge, di volontà, di sentimento. D'altronde l'immutabilità presuppone l'impassibilità: ora, un essere impassibile non può essere vendicativo; e voi, tuttavia, sostenete che il vostro Dio si vendica. C'è di che tremare alla grande quantità di ridicolaggini e di incoerenze da voi attribuite a questo fantasma, quando si esaminano attentamente le qualità ridicole e contraddittorie con le quali i suoi sostenitori sono costretti a rivestirlo per farne un essere accettabile, senza riflettere che più essi lo complicano e più lo rendono inconcepibile, e che più lo giustificano più lo sviliscono. Verificate, Justine, verificate in qual modo i suoi attributi si distruggono e si consumano reciprocamente, e dovrete riconoscere che questo essere esecrabile, nato dalla paura degli uni, non è che una rivoltante banalità che non merita da parte nostra un solo attimo di fede né un momento di rispetto; una stravaganza pietosa che ripugna all'intelletto, che rivolta il cuore e che è uscita dalle tenebre al solo scopo di tormentare e umiliare l'uomo. Dovete detestare tale chimera; è spaventosa; può solo esistere nel cervellino degli imbecilli o dei frenetici: non esiste cosa più pericolosa a questo mondo, alcuna che debba essere più temuta e al tempo stesso ... più aborrita dagli uomini.

La speranza e la paura di un mondo avvenire, frutto di quelle prime menzogne, non vi preoccupi dunque, Justine; smettetela, soprattutto, di crearvi dei freni. Debole porzione di una materia vile e bruta, alla nostra morte, cioè alla riunione degli elementi che ci compongono con gli elementi della massa generale, annullati per sempre, e non importa quale sia stato il nostro comportamento, attraverso il crogiolo della natura passeremo per uscirne fuori sotto altre forme; e ciò senza alcuna prerogativa per chi avrà follemente incensato la virtù o per chi avrà guazzato nei più orrendi crimini perché nulla offende la natura e tutti gli uomini, parimenti usciti dal suo seno poiché hanno agito, sulla terra, secondo gli impulsi della madre comune, troveranno tutti, dopo la propria esistenza, e la stessa fine e la stessa sorte.

- Oh! signore, rispose Justine confusa da tali ragionamenti, mentre ieri usavate la vostra forza per violentare e assassinare un povero bambino, se un altro individuo, là vicino, si fosse curato di alleviare la sventura, non credete che costui avrebbe meritato il cielo mentre voi vi rendevate degno di tutta la sua collera?

- No di certo, Justine, non avrebbe meritato niente. Prima di tutto perché non esistono né pene né ricompense future; e in secondo luogo perché l'uomo caritatevole, con il quale avete fatto un parallelo con me, anch'egli seguendo gli impulsi della natura, non avrebbe potuto, nei suoi confronti, né essere più colpevole né essere più meritevole. Circostanze diverse ci avrebbero spinti l'uno e l'altro; organi diversi, combinazioni differenti di tali organi avrebbero prodotto in me il crimine, in lui la virtù; ma entrambi avremmo agito come conveniva alla natura che agissimo: lui compiendo una buona azione, perché utile ai piani della natura in quel momento; io, commettendo un crimine, quale contrappeso alla bilancia; se poi non si fosse verificato tale perfetto equilibrio, e se l'uno o l'altro dei modi avesse avuto il sopravvento, il corso degli astri sarebbe stato interrotto e il movimento completamente distrutto nell'universo... il quale, puramente materiale e meccanico, non può essere giudicato, organizzato, osservato se non con dati meccanici, sempre sufficienti per scoprirne i misteri.

- Oh! signore, disse Justine, sono sistemi spaventosi!

- Sì, per voi, che temete di diventarne la vittima, mai per me che

sono il sacrificatore.

- E se la ruota della fortuna girasse?

- Allora, mi sottometterei senza mutare opinione; e la filosofia mi consolerebbe perché mi assicura un niente eterno, che io preferisco all'incertezza delle pene o delle ricompense proposte dalle vostre religioni. Le prime mi disgustano, mi fanno orrore; le seconde non mi concernono. Non esiste alcuna proporzione fra tali pene e tali ricompense: pertanto sono ridicole; e ammettendo che siano tali, è impossibile perciò che siano opera di Dio. Seguendo qualche sapiente, non potendosi conciliare i tormenti fisici dell'inferno con la misericordia di Dio, mi direte che mio unico tormento sarà quello di essere privato della sua vista? E che m'importa? Potrò mai essere punito di non vedere ciò di cui non ho la minima idea? Ma egli si presenterà alla mia vista per farmi sentire tutto il valore della sua perdita. In questo caso sarà lieve perché non è nella natura che io possa rimpiangere la perdita di un essere che verrà freddamente a condannarmi ad un tormento eterno per sbagli conclusi: questa sola ingiustizia me lo fa talmente odiare che, vi assicuro, non lo rimpiangerò assolutamente quando avrà pronunciato la sua sentenza.

 

 

 

Discorso di Monsieur de Bressac contro la religione, giudicata una illusione.

 

 

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- Tutte le religioni partono da un falso principio, Justine, le diceva un giorno; tutte ammettono come presupposto necessario un essere creatore, la cui esistenza è impossibile. […]

Se ogni cosa prodotta dalla natura è effetto derivante dalle leggi che la reggono; se azione e reazione perpetue presuppongono il moto necessario alla sua essenza, che ne è del supremo signore che gratuitamente le attribuisce chi ha un qualche interesse ad ammetterlo? […] Cosa sono le religioni, da questo punto, se non il freno con il quale la tirannia del più forte vuole tenere prigioniero il più debole? A tale scopo, osò dire a chi si voleva dominare, che un Dio aveva forgiato i ferri che crudelmente lo tenevano stretto, e costui, abbrutito dalla miseria, credette, senza saper distinguere, a tutto quel che altri vollero. Le religioni, nate da tali furberie, possono dunque meritare rispetto? ne esiste una sola che non porti il marchio dell'impostura e della stupidità? Cosa vedo in tutte? Dei misteri che fanno fremere la ragione, dei dogmi che offendono la natura, delle grottesche cerimonie che suscitano solo derisione e disgusto. Ma se fra tutte, due meritano particolarmente il nostro disprezzo e il nostro odio, Justine, non sono forse quelle che si basano su quei due stupidi romanzi, conosciuti con il nome di Vecchio e Nuovo Testamento? Esaminiamo brevemente questo ridicolo miscuglio d'impertinenze, di menzogne e di balordaggini, e vediamo quale importanza dare loro: ti farò delle domande; tu risponderai, se ne sarai capace.

Innanzi tutto, da che parte cominciare per dimostrare che gli Ebrei, a migliaia fatti ardere dall'Inquisizione, furono per quattromila anni i favoriti di Dio? Come mai, voi che adorate la loro legge, li fate morire perché seguono la loro legge? Come mai il vostro barbaro e ridicolo Dio è stato così profondamente giusto da preferire al mondo intero la piccola orda ebrea per poi abbandonare tal popolo preferito per un'altra casta infinitamente più esigua e più miserabile?

Perché quel Dio ha fatto in passato tanti miracoli? E perché non ne vuole fare più per noi, anche se abbiamo sostituito il popolo in favore del quale ne ha compiuti di tanto belli in passato?

Come conciliate voi le cronologie dei Cinesi, dei Caldei, dei Fenici, degli Egizi con quella degli Ebrei? e come ammettere fra esse quaranta modi diversi di computare il tempo da parte dei commentatori? Se dico che quel Dio dettò questo libro, non mi si risponderà allora che quel Dio è un grandissimo ignorante?

Ma forse non basta, mentre rammento ch'egli dice che Mosè scriveva nel deserto al di là del Giordano? Com'è possibile, poiché Mosè non passò mai il Giordano?

Il libro di Giosuè vi dice che Dio fece incidere la raccolta delle leggi ebree su un impasto di fango: ora, tutti gli scrittori del tempo c'insegnano che a quell'epoca s'incideva sulla pietra o sul mattone. Non importa, ammettiamolo: ma io domando, accettando tale ipotesi, com'è stato possibile conservare quella raccolta se incisa sul fango e come abbia potuto un popolo che nel deserto mancava di tutto, senza abiti né scarpe, preoccuparsi tanto d'incidere le sue leggi!

Come mai si trovano, in un libro dettato dal vostro Dio, nomi di città che mai esistettero, precetti per i re che gli Ebrei aborrivano e dai quali non erano ancora governati... insomma un formicaio di simili contraddizioni? Il vostro Dio è dunque un imbecille e anche un impostore. Preferirei non averne, piuttosto di essere ridotto ad adorarne uno siffatto.

E la storia burlesca della costola di Adamo? è fisica o allegorica? Come ha fatto Dio a creare la luce prima del sole? Come a dividere la luce dalle tenebre, dato che le tenebre altro non sono che mancanza di luce? Come a fare il giorno prima che fosse fatto il sole? Come a formare il firmamento in mezzo alle acque, dato che non c'è firmamento (14)? Non è dunque chiaro che il vostro spregevole Iddio è anche cattivo fisico quanto odioso geografo e ridicolo cronologista? Volete un'altra prova della sua stupidità? E invero con autentica ripugnanza che leggiamo, nel libro da lui dettato, che quattro fiumi, distanti migliaia di leghe l'uno dall'altro, hanno tuttavia la loro sorgente nel paradiso terrestre! E cos'è la ridicola proibizione di mangiare il frutto di un albero in un giardino messo a nostra disposizione? Possiede grande malvagità questo Dio poiché proibì tal cosa; egli sapeva che l'uomo sarebbe caduto: dunque, una trappola che gli tese. Vile furfante il vostro Dio! Lo consideravo un imbecille, ora lo ravviso gran scellerato.

Come giudicate voi quel gran babbeo di Eterno che va a spasso, in compagnia di Adamo, Eva e il serpente, tutti i giorni a mezzogiorno, e questo nel paese dove il sole è in quel momento al massimo della sua attività? Perché, poco dopo, quell'originale non vuole più che si vada a prendere aria nel suo parco e ci mette, per impedirlo, presso la porta un bue (15), con la spada fiammeggiante in mano. Dove leggere cose più banali e ridicole di questa raccolta di aneddoti?

In che modo mai spiegherete la storia degli angeli che baciano le figlie dell'uomo e generano giganti? Se tutto ciò è allegorico, è veramente molto bello, e c'è voluto un furioso sforzo di genio ad averlo escogitato.

Come ve la cavate con il diluvio che, se durò quaranta giorni soli, come dice Dio, non poté dare che diciotto pollici d'acqua sopra il livello della terra? Come mi spiegherete le cateratte del cielo, gli animali che giungevano dai quattro punti del mondo per farsi rinchiudere in un gran baule, incapace di racchiudere, secondo le proporzioni fornite dai vostri libri, la gran masseria del gran Signore? E come fece la famiglia di Noè, composta di otto persone, a dare da mangiare e a badare a tutte quelle creature? O potente Dio degli Ebrei! sono più che convinto che fra quelle bestie, non ce n'era una più ottusa di te!

E la torre di Babele: come me la spiegate? Era indubbiamente più alta delle piramidi d'Egitto, perché Dio permise che le piramidi resistessero fino ai giorni nostri. L'unica analogia che trovo è fra la confusione delle lingue e i fabbricatori del vostro Dio: c'è indubbia somiglianza fra la gente che non s'intende più nel mentre costruisce un colosso materiale e quelli che sragionano edificandone uno morale.

E il buon Abramo che, all'età di centotrentacinque anni, fa passare Sara per sorella, temendo il di lei traviamento, non vi diverte un pachino? Mi è simpatico Abramo, ma lo vorrei meno bugiardo ... più sottomesso, e quando Dio vuole che i suoi discendenti si facciano circoncidere, il povero Abramo non si oppone.

Mi piace invece immensamente, Justine, il gagliardo episodio dei sodomiti che vogliono inculare gli angeli, e il buon Lot che preferisce vedere inculare le sue figlie, il che non doveva essere la stessa cosa per simili intenditori di certe parti quali i rivieraschi del lago di Asfaltide (16).

Ma il problema che indubbiamente risolverete all'istante è come mai la statua di sale nella quale fu mutata la moglie di Lot poté resistere così a lungo sotto la pioggia.

Come spiegherete le benedizioni impartite a Giacobbe che inganna lsacco suo padre e deruba Labano suo suocero? Come la metterete a proposito dell'apparizione di Dio su una scala o del duello di Giacobbe con un angelo? Oh! com'è bello! quanto è divertente!

Ma ditemi, come ve la caverete a proposito del piccolo errore di calcolo di centonovantacinque anni controllando il periodo in cui gli Ebrei stettero in Egitto? E a proposito del bagno delle figlie del Faraone nel Nilo, dove mai nessuno si bagna per via dei coccodrilli?

Mosè aveva sposato la figlia di un idolatra, e allora come mai Dio, che non amava gli idolatri, lo scelse per suo profeta? Come mai i maghi del Faraone fecero i medesimi miracoli di Mosè? Come mai Mosè, guidato dal vostro potente Dio e trovandosi (seguendo Dio) alla testa di seicentotrentamila combattenti, fuggì con il suo popolo, invece d'impadronirsi dell'Egitto, del quale tutti i primogeniti erano stati uccisi da Dio medesimo? Come mai la cavalleria del Faraone inseguì quel popolo in un paese dove mai alcuna cavalleria può operare? e come mai d'altra parte il Faraone possedeva una cavalleria, se, nella quinta piaga d'Egitto, Dio aveva fatto spiritualmente perire tutti i cavalli?

Come un vitello d'oro può essere fatto in otto giorni? e come poté Mosè ridurre quel vitello in cenere? Vi pare naturale che ventitremila uomini, in fondo al deserto, si lascino sgozzare da una sola tribù?

E cosa pensate dell'equità divina vedendo che Dio ordinò a Mosè, la cui moglie era una Madianite, di uccidere ventiquattromila uomini perché uno solo di essi ha giaciuto con una Madianite? Questi Ebrei, che ci sono stati descritti tanto feroci, non erano malgrado tutto della brava gente se si lasciavano sgozzare così per delle sgualdrine? Ma, ditemi, per favore, com'è possibile non ridere leggendo che Mosè trova trentaduemila vergini nel campo madianite con sessantunomila somari? Sarebbero stati necessari almeno due asini per vergine: non c'è persona dabbene che non sarebbe lusingata, in casi simili, di averne uno davanti e uno dietro.

Ma Dio, stupido, ignorante, cattivo geografo, spaventoso cronologista, detestabile fisico, sarebbe miglior naturalista? No davvero, perché ci assicura che non si deve mangiare lepre, perché rumina e non ha il piede forcuto, mentre non esiste scolaro di prima che non sappia che la lepre ha lo zoccolo diviso in due e non rumina affatto.

Ma è quando fa il legislatore che il vostro sublime Dio diventa davvero insuperabile. Cosa di più saggio, di più fondamentale raccomandare ai mariti di non giacere con la moglie quando essa ha le regole e di punirli con la morte se ciò avviene? e prescrivere come ci si debba lavare, toccarsi il culo? ... In verità, è grandioso, e se è facile riconoscere in ciò la mano dell'Eterno ... è altrettanto facile amare un Eterno che detta cose tanto belle!

Come potete dimostrarmi la necessità di un miracolo per attraversare il Giordano, che è largo non più di quaranta piedi?

E che ne dite delle mura di Gerico, le uniche che possano cadere ad uno squillo di tromba?

Come giustificherete quella puttana di Rahab che tradì Gerico, sua patria? A che scopo tale tradimento, se bastava un breve squillo di tromba per impadronirsi della città?

Perché adesso risulta necessario che dal grembo di quella puttana Dio vuole che il caro figlio abbia origine?

Come poi faccia, figlio del crimine e del tradimento, il vostro Gesù, sul quale torneremo presto, a trarre anche origine dall'incesto di Tamar e di Giuda e dall'adulterio di David e Betsabea non lo so! Oh! come le vie di Dio sono misteriose, e come un essere misterioso è divertente!

Con che occhio vedreste Giosuè fare impiccare trentuno persone solo perché ne desiderava i beni?

E che ne dite della battaglia di Giosuè contro gli Amorrei, durante la quale il Signore Iddio, sempre molto umano, fa cadere per cinque ore consecutive dei blocchi di roccia sui nemici del popolo ebreo?

Come conciliate la vostra attuale conoscenza degli astri con l'ordine di Giosuè al sole di fermarsi, se il sole è fisso mentre è la terra quella che gira? Eh! davvero, rispondete, magari che Dio non sapeva ancora quale progresso avremmo fatto in astronomia. Che genio il vostro Dio!

Cosa ne pensate di Ièfte che immola la figlia, e che fa sgozzare quarantaduemila Ebrei solo perché la loro lingua non è abbastanza sciolta da pronunciare la parola shibolet?

Perché, nella vostra nuova legge, mi venite a parlare del dogma dell'inferno e di quello dell'immortalità dell'anima, mentre l'antica, sulla quale è ripresa la nuova, non fa cenno di tali disgustose assurdità?

Come riuscire ad ingentilire la divertente novelletta di quel Levita arrivato a Gama sul suo asino e che la gente del luogo vuole inculare? Il povero diavolo abbandona sua moglie per tirarsi d'impiccio, ma siccome le donne sono più delicate di noi, la poveretta muore durante l'operazione sodomitica. Ah! ve ne prego, ditemi qual è l'utilità di simili squisitezze in un libro dettato dallo spirito di Dio!

Ma quel che spero vorrete almeno spiegarmi, è il diciannovesimo versetto del primo capitolo dei Giudici, nel quale è detto che Dio che accompagna Giuda non può ottenere la vittoria, dato che i nemici hanno carri muniti di falci. Com'è possibile che un Dio che ferma il sole, che muta tante volte il corso della natura, non riesca a vincere i nemici del suo popolo perché hanno carri muniti di falce? Non sarebbe possibile invece che gli Ebrei, infinitamente più atei di quanto supponiamo, abbiano sempre considerato il loro Dio una divinità locale e protettrice, ora più potente degli dèi che hanno i nemici, ora sopraffatta da essi? Non abbiamo la prova di tale opinione dalla seguente risposta di Jèfte: «Voi possedete di diritto ciò che il vostro Dio Camos vi ha dato; accettate dunque che noi godiamo dei beni che Adonai nostro Dio ci ha ugualmente dato»? A questo punto potrei nuovamente domandarvi com'erano possibili tanti carri muniti di falce in un paese tanto montagnoso in cui era possibile muoversi e viaggiare solo con asini?

Dovreste anche spiegarmi com'è possibile che in un paese privo di boschi, Sansone abbia bruciato le messi dei Filistei attaccando delle torce alla coda di trecento volpi che, comunemente, abitano nei boschi; come uccise mille Filistei con una mascella d'asino e come sgorgò da uno dei denti di quella mascella un getto d'acqua limpida. Converrete che bisogna essere un po' mascella d'asino per avere inventato simile fola o per credervi.

Vi chiedo gli stessi lumi sul buon Tobia che dormiva con gli occhi aperti e fu accecato dall'escremento di una rondine ... sull'angelo che scese espressamente da quel che si chiama l'Empireo per andare a cercare con Tobia il denaro che l'ebreo Gabel doveva al padre di Tobia ... sulla moglie di questo Tobia che aveva avuto sette mariti ai quali il diavolo aveva tirato il collo ... e sul modo di restituire la vista ai ciechi con il fiele di un pesce. Sono storie veramente curiose e non ne conosco altre più divertenti, dopo quelle di Puccettino.

Ma potrei senza il vostro aiuto interpretare il testo sacro che dice che la bella Giuditta discendeva da Simeone, figlio di Ruben, sebbene Simeone fosse il fratello di Ruben, secondo il medesimo testo sacro, che non può mentire? Mi piace molto Ester, e trovo che Assuero fu assai sensato a sposare una Ebrea e a giacere sei mesi con lei senza sapere chi fosse.

Quando Saul fu proclamato re, gli Ebrei erano schiavi dei Filistei e non era permessa loro alcuna arma; erano persino obbligati ad andare dai Filistei per affilare gli strumenti per la casa e l'agricoltura. Com'è possibile dunque che Saul, alla testa di trecento mila soldati, in un paese che non può dar nutrimento neppure a trentamila anime, abbia riportato una memorabile vittoria sui Filistei?

Il vostro David è per me altra fonte di preoccupazione. Come riconoscere, in uno scellerato di tal natura, il capostipite del vostro Dio Gesù? E duro per uno che ha la pretesa d'essere Dio avere un'origine che risale semplicemente a un assassino, a un adultero, a un rapitore di donna, a un sifilitico, a un furfante, in una parola a uno che sarebbe stato messo alla ruota venti volte se le nostre leggi europee avessero potuto acciuffarlo.

A proposito delle sue ricchezze e di quelle di Salomone, ammetterete con me che è difficile conciliarle con la povertà del paese. Non quadra molto che Salomone, come dice il vostro testo sacro, abbia posseduto centomila cavalli in un paese dove non ci sono che asini.

E come la mettiamo, per favore, con le magnifiche promesse dei profeti ebrei e la continua schiavitù del loro sventurato popolo, che ora languì sotto i Fenici, i Babilonesi ora sotto i Persi, i Siri, i Romani e via dicendo?

Il vostro Ezechiele mi sembra o un gran maiale o un gran libertino, quando mangia la merda; e mi scandalizza quando dice a una prostituta: «Quando il vostro petto si è formato e avete avuto lanugine, mi sono steso su voi, ho coperto la vostra nudità, vi ho fatto superbi doni, ma vi siete formata in un bordello, vi siete prostituita nella pubblica piazza; avete desiderato con furore di giacere con coloro che possiedono membri d'asino e che eiaculano come cavalli». Oh! mia pudica Justine, tutto ciò, secondo voi, è onesto? un libro simile può essere detto santo, e con esso nutrire le fanciulle?

La storia del vostro Giona, chiuso per tre giorni nel ventre di una balena, non è parimenti disgustosa? non è visibilmente copiata da quella di Ercole, anch' egli prigioniero nei fianchi di tale animale, ma che, più furbo del vostro profeta, ebbe la buona idea di mangiare alla griglia il fegato di quella balena?

Fatemi capire, ve ne prego, i primi versetti del profeta Osea. Dio gli ordina espressamente di prendere una puttana e di procreare figli di puttana. Il disgraziato obbedisce. Dio non è ancora soddisfatto: vuole che prenda in moglie una donna che abbia messo le corna al marito. Il profeta obbedisce anche questa volta. Ditemi, dunque, a che scopo tutto ciò in un libro santo? ... quale buon esempio ne ricavano i fedeli che credono a tali disgustose assurdità?

Ma è circa il Nuovo Testamento che ho assolutamente bisogno dei vostri lumi. Ho paura di trovarmi in forte imbarazzo quando dovrò combinare insieme le genealogie di Gesù. Mi si dirà che Matteo indica Giacobbe quale padre di Giuseppe e che Luca lo fa figlio di Elia: mi si domanderà come mai l'uno calcoli cinquantasei generazioni e invece l'altro quarantadue; perché, insomma, quest'albero genealogico è quello di Giuseppe, che non era il padre di Gesù. Sarete dell'avviso di Sant'Ambrogio che disse che l'angelo fece fare a Maria un figlio con l'orecchio (Maria per aurem impraegnata est)? o del gesuita Sànchez che assicura ch'ella scaricò mentre l'angelo la fotteva?

Se avessi il coraggio di parlare, seguendo San Luca, del censimento della terra intera, ordinato da Augusto mentre Cirenio era governatore della Giudea e che causò la fuga in Egitto, mi riderebbero tutti in faccia perché non c'è chi non sappia che non furono mai fatti censimenti nell'impero e che Varo e non Cirenio governava quel tempo in Siria.

Quando parlerò, secondo Matteo, di questa fuga in Egitto, mi si risponderà che tale fuga è un romanzo, che nessun altro evangelista ne parla, e se ammettessi allora che la santa famiglia era rimasta in Giudea altri sosterrebbero che era andata in Egitto.

E non credete che gli astronomi si farebbero beffe di me qualora parlassi della stella che guidò tre re in una stalla? Come, attenendovi a questo racconto, ve la caverete sostenendo che Erode, il più despota di tutti gli uomini, abbia temuto un attimo solo di essere soppiantato dal bastardo di una puttana, venuto al mondo in una stalla? E seccante che nessuno storico accorra a sostegno del vostro preteso massacro degli innocenti; sarebbe veramente augurabile per l'umanità che quelli della notte di San Bartolomeo, di Mérindol, di Cabrières e altri ancora, potessero essere messi in dubbio come quello.

Ma quel che spero vorrete spiegarmi, è il modo davvero affascinante con il quale il diavolo si porta via Dio e lo deposita in cima a una montagna dalla quale si vede tutta la terra. Il diavolo, che promette tutto quel ben di dio a Dio, purché Dio adori il diavolo, scandalizzerà forse molti galantuomini per i quali vi chiedo una parola di raccomandazione.

Quando vi mariterete, Justine, sarete tanto gentile da dirmi in che modo Dio, che accorreva ai matrimoni, ce la faceva a mutare l'acqua in vino, e a favore di gente già ubriaca.

E mangiando fichi a colazione, alla fine di luglio, avrete anche la compiacenza di dirmi perché Dio, avendo fame, va alla ricerca di fichi a marzo, quando non è stagione di fichi.

Dopo tali chiarimenti, mi lascerò sfuggire forse qualche altra sciocchezza. Sarò costretto a dire, per esempio, che Dio è stato condannato ad essere appeso a causa del peccato originale. Se qualcuno mi risponderà che non si trattò mai del peccato originale né nel Vecchio né nel Nuovo Testamento, dove è solo detto che Adamo fu condannato a morire il giorno in cui mangiò il frutto dell'albero della scienza, ma che non ne morì; se mi si darà del pazzo perché oso dire che Dio fu appeso per una mela mangiata quattromila anni prima della sua morte, vi assicuro che la risposta mi mette in imbarazzo.

Dirò, con Luca, che fu dal piccolo villaggio di Betania che Gesù volò in cielo; oppure, con Matteo, che fu dalla Galilea? Preferirò l'opinione di un dottore che, per tutto conciliare, pretende che Dio aveva un piede in Galilea e l'altro in Betania?

Spiegatemi perché il credo, definito simbolo degli apostoli, fu redatto solo al tempo di Gerolamo e di Rufino, quattrocento anni dopo gli apostoli? Ditemi perché i primi padri della Chiesa citano solo e sempre i vangeli detti apocrifi? Non è questa una prova che i quattro canonici non erano ancora stati redatti?

E tutte queste frodi, puntelli ai quali la menzogna e l'astuzia sono costrette a ricorrere per sostenere le vostre assurdità cristiane, non sarà con qualche difficoltà che le giustificherete ai miei occhi?

Ditemi perché, non avendo Gesù istituito sette sacramenti, la vostra religione ne ammette ciò nonostante sette? perché, non avendo Gesù mai parlato della Trinità, voi adorate ciò nonostante la Trinità? in una parola, perché il vostro Dio, possedendo in sé tanta potenza, non ha ciò nonostante quella di istruirei su tutte queste verità così fondamentali per la nostra salvezza?

Tralasciamo un attimo tutto quel che si dice del vostro Cristo; giudichiamolo secondo le sue parole e le sue azioni più che secondo quanto riportano coloro che ce ne parlano. Com'è possibile, dite, che uomini muniti di raziocinio possano ancora prestare una qualche fede alle oscure parole, ai pretesi miracoli del vile maestro di un culto tanto spaventoso? Quando mai è esistito un saltimbanco più degno del pubblico disprezzo? Inaudito che un Ebreo pidocchioso, nato da una prostituta e da un soldato, nel più trascurabile angolo dell'universo, osi farsi passare per lo strumento di colui che, si dice, ha creato il mondo! Ammetterete, Justine, che per avere certe enormi pretese occorrerebbe pure averne il diritto! Ma su cosa si basa il ridicolo ambasciatore? cosa fa per dimostrare la validità della sua missione? La terra cambierà volto? i flagelli che la colpiscono scompariranno? il sole splenderà notte e giorno? i vizi non la macchieranno più? vedremo finalmente regnare la felicità? Non una parola: con giochi di prestigio, con sgambetti e con giochi di parole l'inviato di Dio si annuncia all'universo intero; è nell'onorata società dei manovali, degli artigiani e delle donne pubbliche che il ministro del cielo rende manifesta la propria grandezza; è bevendo con gli uni, fottendo con gli altri che l'amico di Dio, Dio in persona, viene a sottomettere alle proprie leggi il peccatore incallito; è solo inventando, con le sue farse, ciò che può soddisfare o il suo lusso o la sua golosità, che l'impostore può dar prova della sua missione.

Comunque ha fortuna; volgari furfanti si uniscono all'imbroglione; si forma una setta; i dogmi di quelle canaglie riescono a sedurre alcuni Ebrei. Schiavi della potenza romana, è evidente che abbracciassero con gioia una religione che, liberandoli dalle loro catene, li piegava al solo freno religioso. Il loro scopo è evidente; i sediziosi vengono arrestati; il loro capo è messo a morte, ma in modo troppo lieve indubbiamente considerando la natura del suo crimine e, per un imperdonabile errore politico, si permette che i discepoli di questo tanghero si disperdano invece di scannarli con lui. Il fanatismo s'impadronisce degli animi; ci sono donne che urlano, folli che si dibattono, imbecilli che credono: ed ecco che il più miserabile degli esseri, il più maldestro fra tutti i bricconi, il più opprimente degli impostori che mai sia stato dato di vedere, eccolo Dio, il vero figlio di Dio, uguale a suo padre; ecco tutte le sue fantasticherie consacrate, tutte le sue parole dogmi c tutte le sue balordaggini misteri. Il grembo del suo favoloso papà si apre per accoglierlo; e quel creatore, in passato semplice, eccolo divenuto triplice, per compiacenza verso un figlio sì degno della sua grandezza! Ma tale santo Dio rimarrà là? No, di certo; a ben altri grandissimi favori si appresta la sua potenza. Alla volontà di un prete, cioè di un furfante tutto menzogna e crimini, questo gran Dio, creatore di tutto ciò che vediamo, si abbassa a scendere fino a dieci o dodici milioni di volte ogni mattina in un pezzo di pasta che, dovendo essere digerito dai fedeli, va a tramutarsi, in fondo ai loro visceri, nei più vili escrementi; e tutto ciò, per soddisfare il dolce figlio, inventore odioso di tale impietosa mostruosità in una cena all'osteria! Lo ha detto, bisogna che così sia; ha detto: «Il pane che qui vedete sarà la mia carne, lo digerirete come tale: ora, io sono Dio, dunque Dio sarà digerito da voi; dunque il creatore del cielo e della terra si muterà in merda, perché l'ho detto; e l'uomo mangerà e cacherà il suo Dio, perché questo Dio è buono ed è onnipossente».

Tuttavia le cretinerie si estendono. Viene attribuita la loro crescita alla loro sublimità, alla potenza di colui che le introduce, mentre le cause più semplici ne raddoppiano l'esistenza, mentre il crescere dell'errore dimostra continuamente quanti sono i truffatori da una parte e gli imbecilli dall'altra.

Giunge infine sul trono, l'infame religione, ed è un imperatore debole, crudele, ignorante, fanatico che, cingendola di fascia reale, con essa insudicia la terra da un capo all'altro. O Justine! che peso devono avere questi ragionamenti su una mente scrutatrice e filosofica! Il saggio cosa può vedere, in questa accozzaglia di orrende fole, se non il disgustoso frutto dell'impostura di alcuni uomini e della falsa credulità di molti? Se Dio avesse voluto che avessimo una qualsivoglia religione e se fosse veramente potente o, per meglio dire, se esistesse veramente un Dio, si sarebbe servito di mezzi tanto assurdi per impartirci i suoi ordini? si sarebbe servito della voce di uno spregevole bandito per indicarci come servirlo? Se è supremo, se è potente, se è giusto, se è buono, il Dio di cui mi parlate, con enigmi e farse vorrà insegnar mi come servirlo e conoscerlo? Motore supremo degli astri e del cuore dell'uomo, non può istruirei servendosi degli uni o parlarci scolpendosi nell'altro? Che incida, un giorno, a tratti di fuoco, nel sole, la legge che gli piace e che vuole imporci: da un capo all'altro dell'universo, ogni uomo leggendola, vedendola contemporaneamente, diverrà colpevole se non la seguirà; alcuna scusa allora potrà scusare la sua incredulità. Ma additare la propria volontà in un ignorato angolo dell' Asia; scegliere a suo sostegno il popolo più scaltro e più visionario e per sostituto, il più umile artigiano, il più assurdo e il più imbroglione; rendere così arruffata la dottrina fino al punto da renderla incomprensibile; imitarne la conoscenza presso un esiguo numero d'individui; lasciare gli altri nell'errore e punirli di esservi rimasti: eh, no! Justine, no, no! tante atrocità non possono essere nostra guida; preferirei mille volte la morte piuttosto che credervi! Non esiste Dio, non è mai esistito. Questo chimerico essere solo esiste nel cervello dei folli; nessun essere raziocinante potrà definirlo, ammetterlo; solo uno sciocco può ammettere un'idea così prodigiosamente contraria alla ragione.

Ma la natura, mi direte, è inconcepibile senza un Dio. Ah! capisco; per spiegarvi quel che capite assai poco avete bisogno allora di una causa che non capite affatto: pretendete di spiegare ciò che è oscuro raddoppiando lo spessore dei veli; credete di spezzare una catena moltiplicando gli anelli. Fisici creduli ed entusiasti, per dimostrare l'esistenza di Dio copiate trattati di botanica; entrate, come Fénelon, in minuziosi particolari delle varie parti dell'uomo; vi protendete nell'aria per osservare il corso degli astri; vi estasiate davanti alle farfalle, agli insetti, ai polipi, agli atomi organizzati nei quali credete di trovare la grandezza del vostro Dio: tutte queste cose, per quanto voi ne diciate, mai dimostreranno l'esistenza dell'assurdo e immaginario essere; dimostreranno unicamente che voi non avete le idee che dovreste avere sull'immensa varietà delle materie e degli effetti che possono produrre combinazioni diversificate all'infinito, di cui l'universo è l'insieme; dimostreranno che ignorate ciò che è la natura, che non avete idea alcuna delle sue forze quando le giudicate incapaci di produrre una gran quantità di forme e di esseri dei quali i vostri occhi, per quanto armati di microscopi, neppur vedono la minima parte; dimostreranno infine che, non sapendo riconoscere chi è sensibile, è più semplice per voi ricorrere a una parola con la quale indicare un agente spirituale del quale vi sarà sempre impossibile avere un'idea precisa.

Ci vien detto con grande sufficienza che non esiste effetto senza causa; ci vien ripetuto ad ogni piè sospinto che il mondo non si è fatto da solo. Ma l'universo è una causa, non è un effetto, non è un'opera; non è stato creato, è sempre stato quale noi lo vediamo; la sua esistenza è necessaria; è causa di se medesimo. La natura, la cui essenza è visibilmente agire e produrre, per ottemperare alle proprie funzioni, quali noi abbiamo sotto gli occhi, non ha bisogno di un motore invisibile, assai più sconosciuto di lei: la materia si muove per sua propria energia, secondo una necessaria successione della propria eterogeneità; la diversità dei movimenti o dei modi di agire costituisce in quanto tale la diversità delle materie; noi distinguiamo gli esseri gli uni dagli altri grazie e unicamente alla differenza delle impressioni o degli impulsi ch'essi comunicano ai nostri organi. Cosa! vedete bene che tutto è in movimento nella natura e ancora pretendete che la natura sia senza energia! Credete stupidamente che questo tutto, essenzialmente agendo possa aver bisogno di un motore! E cos'è dunque tal motore? Uno spirito, cioè un essere nullo. Convincetevi dunque, invece, che la materia agisce di per se stessa, e smettetela di ragionare sul vostro amore spirituale che nulla possiede di ciò che occorre per metterla in movimento; tornate dalle vostre inutili incursioni; rientrate da un mondo immaginario in un mondo reale; tenetevi alle cause seconde; lasciate ai teologi la loro causa prima, della quale la natura non ha alcun bisogno per produrre tutto quel che vedete. Oh! Justine, come odio, come detesto questa idea di un Dio! come urta contro la mia ragione ed è sgradita al mio cuore! Quando l'ateismo vorrà dei martiri, lo dichiari e sarò pronto a versare il mio sangue.

Odiamo tali errori, cara; gli oltraggi constatati cementino il disprezzo che ben meritano. Avevo appena aperto gli occhi e già aborrivo queste rozze fantasticherie: da allora mia legge fu calpestarle ... giurando di non pentirmene mai. Imitami, se vuoi essere felice; detesta, abiura, profana, come io faccio, e l'oggetto odioso di questo spaventoso culto e questo culto stesso, creato da chimere, fatto, come esse, per essere umiliato dall'aspirazione alla saggezza.

Ma, risponderanno gli sciocchi, più niente morale se non c'è più religione! Imbecilli! cos'è dunque questa religione che andate predicando? e che bisogno ha l'uomo della morale per esistere contento su questa terra? Io ne conosco una sola, io, bambina mia: quella di crearci la nostra felicità, non importa alle spese di chi; quella di non negarci niente di ciò che può aumentare la nostra felicità quaggiù, fosse anche necessario, per riuscirei, turbare, distruggere, completamente consumare quella degli altri. La natura, che ci ha fatti nascere soli, non ci ordina in alcun modo di risparmiare il nostro prossimo: se lo facciamo, è per politica, o per essere più chiari, per egoismo. Non nuociamo temendo che gli altri nuocciano a noi, ma colui che sarà abbastanza forte per poter nuocere senza temere d'essere ripagato, nuocerà molto se darà ascolto solo alle proprie tendenze perché non ne esiste alcuna più tipica, più violenta nell'uomo di quella di far del male e di essere dispotico: tali impulsi provengono dalla natura nostra; solo l'obbligo di vivere nella società li modifica. Ma tale necessità in cui ci costringe la civiltà non eleva certo tale costrizione a virtù; non impedisce che la maggior voluttà dell'uomo sia passare i limiti di ogni legge.

Non è ridicolo, domando, permetter si di dire che bisogna amare gli altri come noi stessi? e come non riconoscere, per l'assurdità di tale commercio, la totale debolezza di un legislatore furbo e meschino? Eh! cosa me ne importa della sorte dei miei simili purché mi diverta? E che c'entro io con quell'individuo, se non per salvare le forme? Ora, vi prego di dirmi se è doveroso da parte mia amare un essere soltanto perché esiste o mi assomiglia e se, unicamente per questo motivo, lo debba improvvisamente preferire a me stesso. Se questo è ciò che voi chiamate morale, sinceramente, Justine, la vostra morale è ridicola; e non posso far altro, assimilandola alla vostra assurda religione, che parimenti disprezzarla. Per un'unica ragione un uomo può essere spinto ad andare contro ai propri gusti, alle proprie abitudini, alle proprie tendenze, per piacere ad un altro uomo: lo ripeto, se così fa, è per debolezza o per egoismo; non lo farà mai, se è il più forte. Ne concludo, pertanto, che ogniqualvolta la natura darà più forza o più mezzi ad un altro invece che a me, quell' essere farà benissimo a sacrificarmi alle sue tendenze, certo che io non lo risparmierei se avessi la meglio su di lui perché, fare la propria felicità, astrazion fatta da ogni altra considerazione che si possa supporre, è in una parola la sola e unica legge che c'impone la natura. Conosco l'ampiezza di questo principio; so fino a che punto può portare gli uomini. Ma uomini ai quali non fisso altri limiti all'infuori di quelli della natura, possono tutto raggiungere impunemente e, se sono veramente muniti di ragione, non metteranno mai alle loro azioni altro limite che i loro desideri, la loro volontà ... le loro passioni. Quella che è detta virtù è un essere chimerico per me: un modo di dire insignificante e mobile, che varia di clima in clima, e non m'ispira alcuna grande idea. La virtù di un popolo sarà sempre e solo quella del suo suolo o dei suoi legislatori; quella dell'uomo veramente filosofo deve essere il godimento dei desideri, o il risultato delle passioni. La parola crimine, parimenti arbitraria non mi dice ugualmente niente. Non esiste, a mio vedere, alcun crimine a proposito di qualcosa perché non esiste alcuna fra le azioni che voi dite criminali che non sia già stata coronata qualche volta in qualche parte. Dal momento che nessuna azione può essere universalmente considerata quale crimine, l'esistenza del crimine, meramente geografica, diviene assolutamente nulla, e l'uomo che si astiene dal commetterne uno, quando ne ha ricevuto la tendenza dalla natura, è semplicemente uno sciocco resosi cieco alle prime impressioni della natura, della quale disconosce i princìpi. O Justine! la mia unica morale consiste nel fare assolutamente tutto quel che mi piace, nel non rifiutare mai niente al mio desiderio: le mie virtù sono i vostri vizi, i miei crimini le vostre buone azioni; quel che a voi pare onesto è veramente odioso ai miei occhi; le vostre buone azioni mi ripugnano, le vostre qualità mi spaventano, le vostre virtù mi fanno orrore. E se non sono ancora arrivato al punto, come Coeur-de-Fer, di andare ad ammazzare per strada, ciò non significa che non ne abbia avuto spesso il desiderio; ciò non significa che, semplicemente per voluttà, non l'abbia forse fatto qualche volta; ma sono ricco, Justine, e posso godere e fare almeno altrettanto male, senza tante preoccupazioni e senza correre tanti rischi.

 

 

 

La distruzione delle creature è indifferente alla natura. Le passioni criminali servono ai suoi disegni. Non esistono vincoli familiari e morali che valgano a frenarle. Discorso di Monsieur de Bressac.

 

 

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Due misfatti si offrono, Justine, ai tuoi occhi poco filosofici: la distruzione di una creatura che ci assomiglia e il male che si aggiunge a tale distruzione, secondo te, quando si tratta di persona a noi vicina. Quanto alla distruzione di un nostro simile, rassicurati, mia cara, è crimine puramente chimerico: il potere di distruggere non è accordato all'uomo; egli possiede al massimo quello di variare le forme, ma non quello di annientarle. Ora, agli occhi della natura tutte le forme sono uguali; nulla si perde nel grande crogiuolo in cui le sue variazioni avvengono: tutte le porzioni di materia che vi cadono ne scaturiscono nuovamente e incessantemente sotto altre sembianze e, qualunque sia il nostro comportamento al riguardo, nessuno le reca oltraggio, nessuno giungerebbe ad offenderla. Le nostre distruzioni ravvivano il suo potere; mantengono la sua energia e nessuna l'attenua; non è ostacolata da nessuna. E cosa importa alla sua mano creatrice che quella massa di carne che oggi conforma l'individuo bipede, domani si produca sotto la forma di mille diversi insetti! Avremo il coraggio di dire che il costruire questo animale a due piedi le costa di più che per un vermiciattolo, e che perciò deve considerarlo più importante? Se dunque il suo grado d'interesse o piuttosto d'indifferenza è sempre il medesimo, che cosa le dovrebbe importare che, grazie alla spada di un uomo, un altro uomo muti in mosca o in erba? Quando qualcuno mi avrà finalmente convinto della sublimità della nostra specie, quando mi verrà dimostrato che essa è così importante per la natura da far sì che necessariamente risulti irritazione alle sue leggi per questa tramutazione, allora potrò anche credere che l'omicidio sia un crimine; ma quando studio approfondito mi avrà dimostrato che tutto ciò che vegeta sul nostro globo, la più imperfetta delle opere della natura, ha pari valore mai ammetterò che il mutamento d'uno di tali esseri in mille altri possa essere di qualche disturbo ai suoi fini. Dirò a me stesso: tutti gli animali, tutte le piante crescendo, nutrendosi, distruggendosi, riproducendosi nello stesso modo, non ricevendo mai morte reale, ma semplice variazione in ciò che li modifica, tutti, dico, apparendo oggi sotto una forma e qualche anno dopo sotto un'altra, possono, secondo l'essere che così li vuole porre in moto, cambiare mille e mille volte al giorno senza che alcuna delle leggi della natura sia minata, che dico? senza che chi opera la mutazione abbia prodotto altro che un bene, poiché scomponendo individui le cui basi tornano ad essere necessarie alla natura, ad essa restituisce, con tale azione impropriamente detta criminale, l'energia creatrice della quale invece la priva necessariamente colui che, con stupida indifferenza, non osa intraprendere nessun rivolgimento. L'orgoglio dell'uomo elevò l'omicidio a crimine; la vana creatura immaginando d'essere la più sublime del globo, giudicandosi la più necessaria, partì da tale falso principio per affermare che l'azione che la distrugge poteva solo essere orrenda, ma la sua vanità, la sua demenza non mutano in nulla le leggi della natura; non esiste essere che non senta in fondo al proprio cuore il violentissimo desiderio di liberarsi di coloro che lo disturbano o di trarre vantaggio dalla loro morte; e dal desiderio passare al suo effetto, Justine, credi che ci sia molta differenza? Ora, se così ci ha improntati la natura, perché presumere che ne risulti irritata? C'ispirerebbe ciò che la potrebbe degradare? Ah! tranquillizzati, cara: nulla sentiamo che non le sia utile. Ogni impulso che ha posto in noi è voce delle sue leggi; le passioni dell'uomo altro non sono che i mezzi da essa usati per affrettare i suoi piani. Ha bisogno di individui? ispira in noi l'amore: ecco delle creazioni. Le distruzioni le sono ora necessarie? essa pone nei nostri cuori vendetta, avarizia, lussuria, ambizione: ecco allora degli omicidi. Ma essa ha sempre agito a vantaggio di se medesima, e noi siamo diventati, senza saperlo, i deboli strumenti d'ogni suo minimo capriccio.

Tutto nell'universo è subordinato alle leggi della natura. Se da una parte gli elementi agiscono senza badare all'interesse personale degli uomini, ugualmente gli uomini sono affidati al loro proprio giudizio quando variamente si scontrano con la materia e possono servirsi di tutte le facoltà di cui sono dotati per provvedere alla loro conservazione e alla loro felicità. E perciò come si può osare dire che un uomo che si disfa o di chi lo ha offeso o di chi le sue passioni condannano, può incorrere, ciò facendo, nello sdegno della natura, la quale ha suggerito tali impulsi? Come si può dire che cieco strumento del volere della natura, ne usurpa i diritti? Diremo allora ch'essa s'è riservato, in modo invero speciale, quello di disporre della vita degli uomini e che non ha sottoposto tale evento, quanto gli altri, alle leggi generali con le quali la sua mano regge l'universo? La vita dell'uomo, convinciamoci, dipende dalle medesime leggi dalle quali dipende quella degli animali, l'una e l'altra di tali esistenze essendo sottoposte alle leggi generali della materia e del movimento. Quindi, come possono alcuni sostenere che l'uomo può disporre della vita delle bestie e non di quella dei suoi simili? Come legittimare tali sofismi se non con i più assurdi ragionamenti dell'amor proprio e dell'orgoglio? Tutti gli animali, abbandonati nel mondo alla propria prudenza, sono parimenti di volta in volta e vittime e omicidi; hanno tutti parimenti ricevuto dalla natura il diritto di alterare le operazioni della natura medesima, tanto quanto le loro facoltà permettono. Nulla esisterebbe nell'universo se non venisse esercitato in pieno tale diritto: tutti gli impulsi, tutte le azioni degli uomini cambiano l'ordine di una porzione della materia e sviano dal normale corso le leggi generali del movimento. Tenendo presenti tali conseguenze vedremo dunque che la vita dell'uomo dipende dalle leggi generali del movimento e che non si reca oltraggio alla natura turbando o alterando tali leggi generali, in qualsivoglia modo avvenga. E dunque chiaro che ogni uomo ha il diritto di disporre della vita del proprio simile e di usare liberamente d'un potere di cui è stato delegato dalla natura. Solo le leggi non hanno tale privilegio, e ciò per due ottime ragioni: la prima è che le loro motivazioni non risiedono nell'egoismo, la più forte e più legittima di tutte le scusanti; la seconda è che agiscono sempre a sangue freddo e come più piace ad esse, mentre l'omicida è sempre trascinato dalla passione ... sempre cieco strumento della volontà di una natura che lo fa agire suo malgrado. Ne risulta che lo spettacolo dell'esecuzione di un criminale mostra a chi ha occhio filosofico solo il crimine, laddove gli sciocchi rispettano la legge, e nell'altro caso solo la giustizia, laddove non scorgono che il misfatto e l'infamia (18)

O Justine! convinciti una buona volta che la vita dell'uomo più sublime non è per la natura molto più importante di quella di un'ostrica della quale tuttavia possiamo fare quel che vogliamo. Se la natura si fosse riservata l'incombenza tutta particolare di disporre della vita degli uomini, per cui sarebbe usurparne un diritto assumerla, sarebbe ugualmente male agire sia per conservarsi che per distruggersi, e se io sviassi la pietra che sta per cadere sul mio vicino compirei gesto criminale quanto quello di affondargli il pugnale nel cuore: da quel momento turberei le leggi della natura; da quel momento me ne arrogherei i diritti prolungando oltre il termine fissato una vita della quale la sua potente mano aveva segnato i limiti; un capello, una mosca, un insetto bastano per distruggere quest'essere potente, la cui vita ci sembra tanto importante. E dunque assurdo credere che le nostre passioni possano ugualmente e legittimamente disporre di una cosa che dipende da cause tanto frivole? Le passioni non sono gli agenti della natura, come l'insetto che uccide l'uomo o la pianta che lo avvelena? e non sono parimenti rette dal volere della natura? Cosa! non sarei colpevole se fermassi, avendone il potere, il corso del Nilo o del Danubio, e lo sarei se deviassi qualche oncia di sangue dai suoi canali naturali? Che imbecillità! Non esiste essere al mondo che non abbia ricevuto dalla natura tutta la forza, tutte le facoltà di cui dispone; non ne esiste uno che, con un'azione per quanto vasta, per quanto irregolare, possa ledere i piani della natura, possa turbare l'ordine dell'universo. Le azioni scellerate sono opera della natura, come la catena degli avvenimenti che crediamo di aver spezzato; e, qualunque sia il principio che spinge un uomo, possiamo, per la medesima ragione, considerare tale uomo come colui che maggiormente la natura favorisce. Nulla di ciò che pone le nostre forze in attività potrebbe recare oltraggio a colei che quelle forze ci ha dato perché non è né presumibile né possibile ch' essa ce ne abbia date più di quante le sono utili: non ne abbiamo ricevuto certamente una dose che possa nuocerle. Quando l'individuo che avrò disorganizzato sarà morto, gli elementi che lo formano non continueranno ad occupare il medesimo posto nell'universo e non saranno altrettanto utili alla grande macchina come quando componevano l'essere che ho distrutto? Che quell'uomo sia morto o vivo, nulla cambia nell'universo, nulla è sottratto. E dunque un'autentica bestemmia dire che una gracile creatura qual è l'uomo possa, in qualsiasi cosa, turbare l'ordine del mondo o usurpare l'officio della natura; è supporre in lui un potere che è impossibile che la madre comune gli abbia trasmesso. L'uomo è isolato nel mondo; il ferro che lo pugnala colpisce materialmente ed esclusivamente solo lui: colui che quel pugnale guida non altera minimamente le leggi di una società alla quale la vittima era collegata solo moralmente. Ammettendo per un istante, per farvi piacere, che l'obbligo di fare il bene sia perpetuo, deve tuttavia avere limiti: il bene derivante alla società dall'esistenza che mi è piaciuto alterare non equivale certo ai mali che a me deriverebbero dal prolungamento dei giorni di tale uomo: perché dunque dovrei allungargli la vita, dal momento che ha così poca importanza per gli altri ed è così insopportabile per me? E vado oltre: se l'omicidio è un male, lo è in tutti i casi, sotto tutti gli aspetti; allora i re, le nazioni che mettono a repentaglio la vita dell'uomo per le loro passioni o i loro interessi, tutte queste mani, insomma, che puntano su di lui spade omicide, sono tutte parimenti criminali o tutte parimenti innocenti (19). Se sono criminali, posso esserlo a loro esempio perché la somma delle passioni e degli interessi di una nazione non è che il risultato degli interessi e delle passioni individuali; e non deve essere permesso a una nazione di tutto sacrificare ai propri interessi o alle proprie passioni fino a quando non sarà così giusta da permettere che gli individui che la compongono possano, in caso analogo, consumare pari sacrificio. Vogliamo aderire ora alla seconda ipotesi? tali azioni sono innocenti? Cosa rischierò allora macchiandomi di esse ogniqualvolta il mio piacere o il mio interesse lo esigeranno? e l'individuo che oserà giudicarle criminali, in qual modo lo considererò?

Eh! no, no, Justine, la natura non permette che dipenda da noi la possibilità di crimini che turberebbero la sua economia. È sensato e ammissibile che il più debole abbia la forza di offendere il più forte? Cosa siamo noi relativamente alla materia? Può avere essa, creandoci, posto in noi ciò che avrebbe capacità di nuocerle? Tale stupida supposizione si accorda con la sublimità e la sicurezza con le quali la vediamo pervenire ai propri scopi? Ah! se l'omicidio non fosse una delle azioni dell'uomo che meglio portano a compimento le sue intenzioni permetterebbe che fosse compiuto? L'uomo non rimarrebbe impassibile ai colpi dell'uomo? Imitare la natura può dunque nuocere alla natura? può essa offendersi alla vista dell'uomo che a sua somiglianza fa ciò che essa stessa fa ogni giorno? Poiché è dimostrato ch'essa non può riprodursi che distruggendo, non è agire conformemente al suo scopo moltiplicare senza sosta la distruzione? Non è farle cosa gradita cooperare ai suoi disegni? E, a tale proposito, l'uomo che si dedicherà più ardentemente e più frequentemente all'omicidio non sarà forse colui che meglio la serve poiché diverrà colui che con maggior vigore porta a compimento i suoi disegni, ad ogni istante manifestati? La prima e più bella qualità della natura è il movimento che incessantemente l'agita: ma tale movimento altro non è che una continua sequela di crimini; solo grazie ai crimini essa si conserva; non vive, non si mantiene, non si perpetua se non con la forza delle distruzioni. L'essere che ne realizzerà di più, colui che più le somiglierà, colui che sarà il più perfetto, sarà dunque infallibilmente colui il cui più attivo fermento sarà causa del maggior numero di crimini, colui che, per così dire, ne riempirà il mondo; colui che, senza paura, senza ritegno, sacrificherà indistintamente tutto quel che il proprio interesse o le proprie passioni gli indicheranno quale vittima, di qualsiasi genere o natura possa essere. Mentre, ripeto, l'essere inattivo o indolente, vale a dire l'essere virtuoso, deve certamente essere ai suoi occhi il meno perfetto perché tende all'apatia ... alla tranquillità che incessantemente immergerebbe nuovamente tutto nel caos, se il suo influsso avesse la meglio. Bisogna che l'equilibrio si mantenga: ciò può avvenire solo tramite i crimini. I crimini servono dunque alla natura: se servono, se essa li esige, se li desidera, la possono offendere? e chi può essere offeso, se essa non lo è?

Ma la creatura che distruggo è mia madre: esaminiamo dunque l'omicidio da questo punto di vista. Non c'è dubbio che la voluttà raggiunta dalla madre, nell'atto coniugale, sia l'unica ragione che la spinge: stabilito ciò, che motivo c'è, mi domando, che la riconoscenza nasca nel cuore del frutto di quell'atto egoistico. La madre, abbandonandosi ad esso, ha così fatto per sé o per il figlio? Non credo che si possa discutere su ciò. Tuttavia il figlio nasce; la madre lo nutre. Sarà in questa seconda operazione che scopriremo la ragione del sentimento di riconoscenza che stiamo cercando? Certamente no. Se la madre fa questo servigio al figlio, non si creda che non sia spinta dal sentimento naturale che la conduce a liberarsi di una secrezione che, altrimenti, potrebbe risultare nociva; imita le femmine delle bestie che il latte ucciderebbe come lei se, come esse, grazie a tale procedimento non si liberasse. Ora, le une come le altre non possono liberar se ne anche in altro modo, lasciandolo succhiare all'animale che lo desidera e che un altro impulso naturale spinge al seno? E così, non è un servigio quello della madre al figlio quando lo nutre: è, invece, il figlio che ne rende uno grandissimo alla madre, obbligata se così non avvenisse a ricorrere a mezzi artificiali che la condurrebbero presto nella tomba. Ecco dunque il figlio nato e nutrito, e noi non abbiamo ancora scoperto, né nell'una né nell'altra operazione, alcuna ragione di riconoscenza verso colei che lo ha dato alla luce e ve lo conserva. Mi vorrete parlare delle cure che seguono quelle dell'infanzia? Ah! si tratta solo d'orgoglio da parte della madre. Anche qui la muta natura ordina ciò che dispone anche per le altre femmine animali. Oltre alle cure necessarie alla vita del bambino e alla salute della madre, meccanismo certamente non più straordinario del maritare la vite all'olmo, oltre a tali cure, ripeto, la natura non detta più niente, e la madre può abbandonare il figlio. Crescerà e si fortificherà senza di lei; gli aiuti sono assolutamente superflui: gli animali patiscono dopo aver smesso di succhiare il latte? E per abitudine ... per vanità che le donne prolungano quelle cure che invece di risultare utili al figlio, ne indeboliscono l'istinto, lo degradano, gli fanno perdere energia; si direbbe che ha continuamente bisogno di essere guidato. Ora vi chiedo se, perché la madre continua ad avere per il figlio cure di cui egli può fare a meno e che vanno ad unico suo proprio vantaggio, il figlio debba sentirsi vincolato da riconoscenza. Cosa! dovrei qualcosa a qualcuno solo perché questo qualcuno ha fatto per me ciò di cui posso tranquillamente fare a meno e di cui solo lui ha bisogno? Ammetterete che un tal modo di pensare è pericolosa stravaganza. Ecco dunque il figlio giunto all'età della pubertà, e noi non abbiamo ancora individuato una ragione qualsiasi di riconoscenza per la madre: cosa risulterà dalle sue riflessioni, ammettendo che le faccia? Avremo il coraggio di dirlo? avversione, odio per colei che lo ha messo al mondo: ella gli ha trasmesso le sue infermità, le cattive qualità del suo sangue, i suoi vizi... un'esistenza, insomma, ricevuta unicamente per essere sventurato. Esiste, allora, vi domando, motivo di essere riconoscente, e, non ne scorgete piuttosto altri assai più convincenti di antipatia? E dunque chiaro che, tutte le occasioni che nella vita si presenteranno al figlio di essere padrone di disporre della vita della madre, le coglierà senza il minimo scrupolo; anzi così dovrà fare perché è impossibile non detestare una donna di tal fatta e la vendetta è frutto dell'odio e l'omicidio strumento della vendetta. Immoli dunque senza pietà questo individuo al quale pensa a torto di dovere tanto; laceri, senza riguardo alcuno, il seno che lo ha nutrito: non compirà un male maggiore di quello che compirebbe contro un'altra creatura, e più lieve, indubbiamente, se nei confronti di quest'altra creatura non ha altrettanti motivi di odio e di avversione. Gli animali tengono in gran conto gli esseri che li hanno dati alla luce? Ne godono, li sacrificano e la natura non dice una parola. Commisurate tutti gli altri pretesi doveri dell'uomo con questo; misurateli dunque da cima a fondo con queste riflessioni e pronunciatevi finalmente sui vostri doveri verso il padre, la moglie, il marito, i figli, eccetera: approfondita tale filosofia e infine convinta, vedrete che l'uomo è solo nell'universo; che tutti i chimerici vincoli che vi siete forgiati sono opera degli uomini che, naturalmente nati deboli, cercano di aggrapparsi a tali vincoli. Un figlio crede di aver bisogno del padre: ecco la base su cui poggiano i pretesi vincoli ... i sacri doveri; ma sfido chiunque a trovarli nella natura. Abbandona una buona volta i tuoi pregiudizi, Justine, e aiutami; la tua fortuna è fatta.

 

 

Apologia del libertinaggio. Discorso di Monsieur Rodin.

 

 

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Se esiste a questo mondo una cosa veramente deliziosa, dice Rodin non appena è calmo, certamente è il libertinaggio. Dove trovare una passione che mantenga tutti i nostri sensi in un' eccitazione più lasciva? cos'altro sulla terra può rendere più felici? Il libertinaggio, che spezza il dentaruolo dell'infanzia; che accende la fiaccola della ragione, che dà energia all'uomo: e, se ciò è vero, come non dedurne che per tale unico piacere l'ha creato la natura? Metta l'uomo tutti gli altri a confronto con questo, e vedrà che differenza, sentirà se ne esiste un altro che faccia ardere con ugual fuoco. Il suo potere su un'anima è tale che non appena essa ne è presa, non può pensare ad altro. Esaminate un uomo veramente libertino: lo vedrete sempre intento o a quel che ha fatto o che ha in animo di fare. Completamente indifferente a ciò che non sia il suo piacere, lo vedrete pensoso, concentrato in se stesso, quasi temesse di dare libero accesso a un impulso che potrebbe distrarlo anche solo un attimo dalle idee libidinose che lo bruciano; si direbbe che una volta incatenato al culto di questo dio, diventa per lui assolutamente impossibile commuoversi a qualsiasi altra cosa e nulla riesce a distrarre la sua anima dalla deliziosa passione che lo tiene prigioniero. Unicamente ad essa, dunque, dobbiamo tutto sacrificare; solo essa dobbiamo rispettare. Sdegniamo dunque tutto ciò che se ne discosta e la combatte e, per meglio dimostrarle la nostra deferenza, tuffiamoci ciecamente in tutte le variazioni dei suoi vizi; nulla sia più sacro per noi di ciò che la caratterizza o la serve; non sentiamo, non esistiamo, non respiriamo che per lei: solo gli sciocchi la giudicano pericolosa. Eh! come potrebbe esserlo un godimento fatto di raffinatezze? Il libertinaggio non è forse questo? Certamente: ebbene, è mai possibile che ciò che vi è di meglio comporti inconvenienti? E dico di più, se tali inconvenienti esistessero, non sarebbero preferibili a tutti i pericoli della temperanza ... all'immensa noia della saggezza? Lo stato d'inerzia dell'uomo sobrio non è forse immagine del sonno della morte? L'uomo freddo e indifferente è il riposo della natura: cosa serve nell'universo? cosa mette in movimento? esegue? è utile il suo pedantismo? Ma vale niente? Se è un niente, non è condannabile? non è forse, perciò, un peso per la società? Se la temperanza o la sobrietà sventuratamente dominassero il mondo, tutto languirebbe, tutto vegeterebbe; non esisterebbero né movimento né forza, e tutto ricadrebbe nel caos. Ecco quel che i nostri moralisti non vogliono capire perché, poggiando continuamente i loro princìpi su basi religiose, non riescono a concepire uno stato che vada oltre le intenzioni della loro divinità, e che tale mostro dell'immaginazione surriscaldata degli uomini non potrà mai rientrare per nessun motivo nei calcoli della filosofia. Ma cosa davvero strana è che i freni posti al libertinaggio dall'uomo sono pungolo al libertinaggio medesimo: il pudore, primo di questi freni, non è un attivo stimolante a questa passione? E essenziale per la lussuria. Siamo contrariati quando qualcuno conosce le nostre bizzarrie come se fossero cosa esclusivamente nostra, e chi non è con noi non dovrebbe neppure capirle. Questo il motivo primo che fece coprire di veli le azioni impure; non si è voluto fare davanti a tutti quel che sembrava non tutti dovessero sapere, ma il sipario non fu calato che per raddoppiare ogni eccesso. Non illudiamoci che ci sarebbero meno libertini se il cinismo fosse alla moda: ci nascondiamo perché vogliamo stare fuori delle norme; e il primo che, nell'infanzia delle società, chiamò la sua amante dietro un cespuglio, fu il più libertino del villaggio. Corrompiamoci dunque, miei bei bambini; macchiamoci di tutte le impurità possibili; fottiamo senza regola e senza misura; lasciamo andare a briglia sciolta tutte le nostre inclinazioni; preferiamo i nostri gusti e convinciamoci che più ci abbandoneremo alla sregolatezza dei sensi e più ci avvicineremo alla felicità la cui lubricità sempre coronerà coloro che la preferiscono e la servono.

 

 

 

Demistificazione della virtù. Discorso di Monsieur Rodin.

 

 

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Non credere, rispose egli un giorno ai saggi consigli della virtuosa creatura, che questa specie di omaggio che tributo alla virtù, nella tua persona, sia una prova o che stimi la virtù o che abbia voglia di preferirla al vizio: no, Justine, non crederlo, t'inganneresti. Chi, basandosi sul mio comportamento verso di te, sostenesse ch'esso dimostra o l'importanza o la necessità della virtù, sbaglierebbe grandemente, e sarei molto contrariato che tu credessi che tale è il mio modo di pensare. La stamberga in cui mi riparo quando vado a caccia se i raggi troppo ardenti del sole dardeggiano su di me, non è assolutamente un monumento utile; la sua necessità è dovuta esclusivamente alle circostanze. Mi trovo esposto a un pericolo, trovo qualcosa che me lo fa evitare, me ne servo. Ma se quel qualcosa è meno inutile deve essere perciò meno spregevole? In una società completamente viziosa, la virtù non servirebbe: non essendo di questo tipo le nostre associazioni, bisogna assolutamente o fingere la virtù o servirsene per essere meno temuti da chi la segue. Se nessuno l'adotta, essa diventerà inutile: non ho quindi torto quando sostengo che la sua necessità dipende o da un'opinione o da una circostanza. La virtù, non inganniamoci, non vale di per sé: è solo un modo di comportarsi che varia secondo il clima, e di conseguenza niente è meno reale delle mode adottate in una provincia e rifiutate in altre. Solo ciò che è utile a tutte le età, a tutti i popoli, a tutti i paesi è reale; ciò che non possiede utilità dimostrata e ciò che continuamente cambia, non potrà aspirare a caratteristiche di bontà. Ecco la ragione per la quale i teisti, fondandosi su una chimera, fecero dell'immutabilità il postulato di perfezione del loro Dio. Ma la virtù è assolutamente priva di tale carattere. Non solo ci sono virtù circostanziate alla religione, alla moda, alla circostanza, al temperamento, al clima, ma anche ai governi. Le virtù rivoluzionarie, per esempio, distano assai da quelle di un governo tranquillo. Bruto, uno fra gli uomini più illustri in tempi repubblicani, sarebbe stato messo alla ruota in tempi monarchici; La Barre (22) condannato a morte sotto Luigi XV avrebbe forse meritato grandi onori qualche anno più tardi. In generale, non esistono due popoli sulla faccia della terra che siano virtuosi nell'identico modo: dunque la virtù non ha nulla di reale, nulla di buono intrinsecamente, e non merita il nostro culto. Dobbiamo servircene come d'appoggio, adottare ipocritamente quella del paese in cui viviamo affinché coloro che la praticano per gusto o la devono rispettare per stato, ci lascino tranquilli; e anche affinché tale virtù, rispettata dove voi siete, vi garantisca, grazie alla sua preponderanza di convenzione, dagli attacchi di coloro che professano il vizio. Ma, ripeto, tutto ciò è cosa di circostanza, nulla di tutto ciò attribuisce un qualche merito reale alla virtù. Esistono, d'altra parte, certe virtù impossibili per certi uomini. Raccomandate la castità a un libertino, la temperanza a un ubriacone, la pietà a un malvagio; la natura, più forte delle vostre raccomandazioni e delle vostre leggi, spezzerà qualsivoglia freno che avrete imposto; e sarete costretto ad ammettere che una virtù che ostacola o combatte le passioni non può che essere molto pericolosa. E allora, presso gli uomini che ho detto, i vizi opposti a quelle virtù saranno preferiti perché saranno l'unica maniera, l'unico modo adatto alloro fisico e ai loro organi. Esistono dunque, secondo tali ipotesi, vizi assai utili. Ora come può esserlo la virtù se è dimostrato che lo è anche il suo contrario? Qualcuno risponderà: la virtù è utile agli altri e pertanto un bene perché se si ammette di non fare agli altri se non ciò che è bene, anche per me sarà un bene. Attenzione, questo ragionamento è un sofisma. Per il poco bene che ricevo dagli altri in quanto essi praticano la virtù, a mia volta obbligato a praticarla, farò milioni di sacrifici che non mi ricompenseranno certo del fatto: ricevendo meno di quel che dono, faccio un cattivo affare; le privazioni che mi impongo per essere virtuoso sono superiori al bene che ricevo da coloro che sono virtuosi. Non essendo il patto sottoscritto in parità, è mio obbligo non accettarlo; e, sicuro, in quanto virtuoso, di non fare agli altri tanto bene quanta è la pena che me ne deriva costringendomi ad esserlo, non sarebbe meglio dunque che rinunciassi a procurare una felicità che mi costa altrettanta infelicità? Rimane ora da considerare i torti che potrei fare agli altri essendo vizioso, e il male che me ne deriverebbe se tutti mi somigliassero. Ammettendo che il vizio circoli in modo completo, certamente il rischio è grande, lo ammetto, ma la preoccupazione per tale rischio è compensata dal piacere di ciò che faccio rischiare agli altri. E allora, c'è soddisfazione pressoché per tutti; ciò che non avverrebbe né potrebbe essere in una società in cui gli uomini sono buoni e cattivi perché da tale miscuglio sorgerebbero continui inganni, inesistenti nell'altro caso. Le società miste offrono interessi diversi: ecco la fonte d'infinite sventure; nei raggruppamenti, o associazioni, totalmente viziosi, tutti gli interessi sono i medesimi; ogni individuo che li compone è dotato dei medesimi gusti, delle medesime tendenze, tutti camminano verso la medesima mèta, tutti sono felici. Ma, dicono gli sciocchi, il male non rende felici… No, quando si è d'accordo nell'incensare il bene. Ma svilite, deprezzate ciò che chiamate bene; inchinatevi invece a ciò che siete tanto sciocchi da chiamare male e tutti gli uomini saranno contenti di commetterlo non in quanto permesso (anzi ciò sarebbe motivo per diminuirne l'attrattiva) , ma in quanto non punito dalle leggi, che diminuiscono con il timore che comportano il piacere del crimine, volere della natura. Supponiamo una società in cui venga deciso che l'incesto (crimine morale come qualunque altro) che l'incesto, ripeto, sia un crimine. Quelli che lo compiranno saranno infelici perché l'opinione corrente, le leggi, tutto concorrerà a congelare i loro piaceri; coloro che desidereranno commettere questo male o che non oseranno esservi dediti per via di tali freni, saranno parimenti infelici: così la legge che condannerà l'incesto avrà creato dei disgraziati. Una seconda ipotesi: che in una società l'incesto non sia considerato crimine; allora quelli che non desidereranno compierlo non saranno infelici e quelli che lo desidereranno saranno felici: dunque la società che permettesse tale azione converrebbe agli uomini più di quella che elevasse tale azione a crimine. Lo stesso dicasi di tutte le altre cose maldestramente considerate criminose. Da questo punto di vista, guardate quanti infelici; ma se tali cose sono permesse, nessuno si lagna: infatti chi preferisce una qualsivoglia di queste cose vi si dedica in pace e a chi non importa, o la sua indifferenza non reca dolore o se ferita tale lesione trova compensazione in innumerevoli altre con le quali ledere coloro ch' egli non ama. Dunque tutti, in una società. criminale, sono o assai contenti o in uno stato di totale indifferenza, per niente doloroso: conseguentemente, nulla di buono, nulla di rispettabile, nulla di concreto per rendere felici in ciò che si chiama virtù. Chi la segue non s'inorgoglisca dunque dello speciale omaggio che il tipo di costituzione delle nostre società obbliga a tributare: è fatto di pura circostanza, ma, in realtà, tale culto è ridicolo… è chimerico, e la virtù che per un attimo l'ottiene non è per questo più bella. Il vizio, invece, è fatto di gioie; nel praticarlo consiste la felicità della vita; esso solo infiamma, fa ardere le passioni; e chi come me ha preso l'abitudine di vivere in esso non ha neppure più la facoltà di cambiare strada. So che i pregiudizi lo combattono, che l'opinione comune talvolta trionfa, ma cosa c'è di più disprezzabile a questo mondo dei pregiudizi, e cosa che meriti maggiormente di essere sfidato dell'opinione comune? L'opinione, ha detto Voltaire, è la regina del mondo: non è ammettere che possiede, come le regine, solo una forza convenzionale, un'arbitraria autorità? E cosa m'importa, a me, l'opinione degli uomini! che m'importa cosa pensino di me individuo, dal momento che ho trovato la felicità nei princìpi che mi sono costruiti! Delle due l'una: o mi nascondono la loro opinione, e da quel momento non mi reca alcun male; o me la palesano, e da quel momento provo un godimento in più ... sì, è così, un godimento: il disprezzo degli sciocchi fa godere il filosofo; è bello sfidare l'opinione pubblica; e il massimo della saggezza è, indubbiamente, ridurla al silenzio. Viene vantata la stima generale: eh! cosa si guadagna, ditemelo voi, ad essere stimati dagli altri? E sentimento costoso; offende l'orgoglio: preferisco talvolta colui che disprezzo, mai colui che onoro; questi avrà sempre un gran numero di nemici mentre all'altro si baderà appena. Concludendo, non esitiamo fra due modi, di cui l'uno, la virtù, solo conduce all'inazione più stupida e più monotona mentre l'altro, il vizio, a tutto ciò che l'uomo può sperare di più delizioso sulla terra.

 

 

 

Apologia dell'assassinio. La scienza non deve essere frenata da considerazioni morali riguardo la vita umana. Monsieur Rodin dialoga con Monsieur Rombeau.

 

 

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[Rodin risponde alla proposta dell'amico medico Rombeau di uccidere la figlia quattordicenne per farne oggetto di studio anatomico] Perdio! se lo farò, riprese Rodin. E odioso che futili considerazioni si frappongano al progresso delle scienze. I grandi uomini si son sentiti legati da cose tanto disprezzabili? Tutti i nostri maestri nell'arte di Ippocrate hanno fatto le loro esperienze negli ospedali: il mio maestro di chirurgia sezionava ogni anno creature vive dell'uno e dell'altro sesso; e anche noi abbiamo rettificato le cantonate dei nostri predecessori con operazioni simili. Con una dozzina di sacrifici abbiamo salvato la vita a più di duemila individui; e mi domando se sia mai possibile esitare in certi casi. Tutti gli artisti pensavano come noi: quando Michelangelo volle fare un Cristo al naturale, per lui fu un caso di coscienza crocifiggere un giovane e copiarlo mentre agonizzava? La sublime Maddalena in lacrime, di Guido Reni, è il ritratto di una bella fanciulla che gli allievi di questo grande uomo avevano flagellato spietatamente: tutti sanno che ne morì. Ma quando si tratta dei progressi della nostra arte, tali mezzi sono quanto mai necessari! e perché dovrebbero essere biasimevoli? L'assassinio perpetrato dalle leggi è di altra natura? e l'oggetto di tali leggi, considerate sagge, non consiste forse nel sacrificio di uno per il bene di mille? Dovremmo essere ricompensati, invece, dal momento che abbiamo il coraggio di vincere la natura a vantaggio dell'umanità.

[Parlando delle vittime umane dissezionate] Quelle porzioni di materia, disorganizzate e gettate da noi nel crogiuolo delle sue opere, le forniscono il piacere di ricreare sotto altre forme; e se la natura gode nel creare, l'uomo che distrugge inevitabilmente è gradito alla natura. Ora, essa riesce nelle sue creazioni solo grazie a distruzioni. Dobbiamo dunque distruggere moltissimi uomini per fornire il voluttuoso godimento di crearne.

Così, l'assassinio è un piacere, dico di più: è un dovere; è uno dei mezzi di cui si serve la natura per raggiungere gli scopi che si è prefissa verso di noi. E quand'anche non si trattasse di una mèta importante, come quella delle nostre esperienze, quand'anche alla base ci fossero le passioni, sarebbe sempre bene sperare perché le passioni, mio caro amico, sono in noi per volontà della natura, la quale così mitiga le ripugnanze che il suo volere senza di ciò forse c'ispirerebbe. Quand'anche si trattasse di una mia semplice bizzarria, considererei la cosa con estrema semplicità: a maggior ragione quando risulta necessaria a un'arte tanto utile agli uomini, quando può illuminare tanto in profondità. E così, quell'assassinio diventa la più bella, la più saggia fra tutte le azioni, e delittuoso sarebbe rifiutarci di compierla. Solo il ridicolo valore dato alla vita fa eternamente sragionare sul tipo di azione che obbliga l'uomo a liberarsi del suo simile. Credendo che l'esistenza sia il bene maggiore, immaginiamo stupidamente di compiere un crimine sottraendola a coloro che ne godono. Ma la cessazione di questa esistenza o anche di ciò che segue, non è un male più di quanto la vita sia un bene; o piuttosto, se niente muore, se niente si distrugge, se niente va perso nella natura, se tutte le parti decomposte di un corpo qualunque aspettano solo la dissoluzione per ricomparire subito sotto nuove forme, che importanza ha l'azione di ammazzare? e che imbecille sarà l'essere che oserà giudicarla un crimine!

 

 

 

Apologia dell'infanticidio. Discorso di Monsieur Rodin.

 

 

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E quale peso credi che abbia il fatto che sia mia figlia? Sta certo, amico mio, che considero quel po' di sperma uscito dal medesimo foro (più o meno lo stesso peso) come quello che una puttana mi fa eiaculare; non ho mai. badato all'uno e all'altro. Siamo padroni di riprenderei quel che abbiamo dato; mai il diritto di disporre dei propri figli è stato discusso da alcun popolo. I Persi, i Medi, gli Armeni, i Greci lo applicavano ampiamente; le leggi di Licurgo, modello dei legislatori, non solo lasciavano ai padri ogni sorta di diritto sui figli, ma condannavano a morte quelli che i genitori non volevano nutrire o erano malformati. Molti selvaggi uccidono i figli appena nati. Quasi tutte le donne dell'Asia, dell' Africa e dell' America abortiscono senza incorrere nella censura. Cook ritrovò tale uso in tutte le isole del mare del Sud. Romolo permise l'infanticidio; la legge delle Dodici Tavole lo tollera ugualmente, e fino a Costantino i Romani abbandonavano o uccidevano impunemente i figli. Aristotele consiglia questo preteso crimine; la setta degli stoici lo considerava cosa lodevole. È ancora assai in uso in Cina: ogni giorno si trovano e nelle strade e nei canali di Pechino più di diecimila individui immolati o abbandonati dai loro genitori, e qualunque età abbia un figlio in quel saggio impero, è sufficiente che un padre, per liberarsi di lui, lo consegni a un giudice. Secondo le leggi dei Parti, si uccidevano figlio, figlia, sorella, fratello senza incorrere nella più piccola pena. Cesare trovò tale uso radicato presso i Galli. Numerosi passi del Pentateuco dimostrano che era permesso uccidere i figli presso il popolo di Dio, e Dio stesso lo richiese ad Abramo. Per molto tempo vi fu la convinzione, secondo un nostro celebre contemporaneo, che la prosperità degli impeti dipendesse dall'asservimento dei figli; tale opinione si fondava su princìpi di retta ragione. Ma come! un qualsiasi governo si considera autorizzato a sacrificare venti o trentamila sudditi al giorno, per una propria causa, e un padre non potrebbe quando lo giudicasse conveniente disporre della vita dei suoi figli? Che assurdità! che incongruenza! e che debolezza in coloro che si sentono trattenuti da simili catene! L'autorità del padre sui figli, l'unica reale, l'unica che sia servita da base o da modello a tutte le altre, è dettata dalla voce della stessa natura; e se meditiamo sul suo operare avremo immediatamente mille esempi. Lo zar Pietro non dubitava affatto di tale diritto e lo usò: indirizzò un avviso pubblico in tutto l'impero con il quale proclamava che, secondo le leggi divine e umane, un padre aveva diritto assoluto di condannare a morte i figli, senza appello e senza necessità di consenso da parte di chicchessia. Solo nella nostra barbara Francia una falsa e ridicola pietà giudicò doveroso cancellare tale diritto. No, proseguì Rodin con calore, no, amico, non capirò mai perché un padre che si è degnato di dare la vita non sia libero di dare la morte; non capirò mai perché l'essere ch'egli ha creato non gli appartenga, non esiste a questo mondo una proprietà più sacra; quindi, se tale proprietà è riconosciuta, la facoltà di disporne a piacimento è conseguenza necessaria. Quante razze fra gli animali ci danno esempio d'infanticidio! Quante ce ne sono, come i conigli, il cui più gran piacere è divorare i figli! E mi spingo oltre, amico mio: sono profondamente convinto che una delle migliori azioni che un padre o una madre possano compiere consiste nello sbarazzarsi dei figli; non esistono per noi nemici maggiori al mondo. E dunque non facciamo bene a liberarcene prima che siano in età di danneggiarci? La procreazione è d'altra parte infinitamente troppo intensa in Europa; supera infinitamente i suoi mezzi di sussistenza: uccidere i bambini è anche sotto questo aspetto eccellente azione. Chi dunque potrebbe trattenermi? L'umanità? O amico mio, non conosco, te lo confesso, una virtù più falsa: l'umanità, sono pronto a dimostrarlo, non è che un modo di essere che, secondo il significato che le attribuiscono i moralisti, sconvolgerebbe in poco tempo l'universo.

 

 

 

Apologia della crudeltà e della sopraffazione del più debole da parte del più forte. Discorso di Monsieur Bandole.

 

 

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Vi dirò allora, mia cara, che questo modo di ragionare [onorare la virtù e soccorrere la sventura] è lontano dal mio cuore. Per dare importanza alla tua esistenza come alla mia, dovrei trovare, in questa esistenza estranea, rapporti che si ricolleghino a me tanto intimamente quanto i miei gusti o le mie passioni ... E così? dico di più, è possibile? Non potendo dunque considerare la tua esistenza se non come assolutamente estranea, o, se preferisci, come passiva, la stima che potrei avere per te non potrebbe essere che relativa o, per essere più chiari, una stima proporzionale al grado d'utilità da te rappresentato: ora, tale utilità, dal momento che sono il più forte, può solo consistere in atti di asservimento assolutamente accettati da te. Allora entrambi avremo perfettamente assolto a ciò cui la natura ci ha creati: io quando ti rendo docile alle mie passioni, di qualunque genere e natura; tu quando ne subisci gli effetti. La tua definizione di umanità, Justine, è frutto dei sofismi del debole: l'umanità ben intesa non consiste nel dedicarsi agli altri, ma nel conservare se stessi, nel godere a spese di chiunque. Non confondere mai civiltà con umanità: questa è figlia della natura; scrutiamola senza alcun pregiudizio; non c'inganneremo mai su quel che dice; l'altra è opera degli uomini e, di conseguenza, di tutte le passioni e gli interessi messi insieme. Mai la natura c'ispira ciò che non le piace o non le è utile: ogniqualvolta sperimentando uno dei suoi desideri ci sentiamo fermare da qualcosa, convinciamoci che l'ostacolo è frapposto da mano d'uomo. Perché dovremmo rispettare tale freno? Se ci degradiamo fino a questo punto, accusiamo solo la nostra paura o la nostra debolezza; non prendiamocela con la ragione ... tutto si supera quando la seguiamo. Sarebbe verosimile che la natura avesse posto in noi contemporaneamente e il desiderio di fare qualcosa e la possibilità che questo qualcosa offenda chi ce ne ha ispirato la voglia? Nulla di più stravagante dei miei gusti, hai visto anche tu, Justine: non mi piacciono le donne; goderne è la cosa più insipida che esista per me, ma il piacere di metterle incinte e poi condannare il frutto che ho fatto germogliare nel loro seno è atto delizioso. Non ne esiste uno, certamente, che potrebbe rendermi più colpevole agli occhi dei miei simili: ebbene! sarebbe questa una ragione per correggermi? No certo: e cosa m'importa della stima e dell'opinione degli uomini, che valore hanno queste chimere in confronto al mio piacere e alle mie passioni? Unica perdita, il risultato del loro egoismo; e preferisco a loro i più dolci godimenti della vita.

 

 

 

Inesistenza di un'anima immateriale. Discorso di Monsieur Bandole.

 

 

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Non c'è niente di tanto assurdo, senza alcun dubbio, quanto il sistema di quella gente che si accanisce nel dire che l'anima è una sostanza diversa dal corpo; il loro errore deriva dall'orgoglio di supporre che tale organo interiore ha il potere di attingere idee dal suo proprio profondo. Sedotti da tale prima illusione, alcuni hanno spinto la loro stravaganza fino al punto di credere che nascendo portiamo in noi idee innate. Secondo questa ridicola ipotesi, hanno fatto della parte che hanno chiamato anima una sostanza isolata, e le hanno accordato l'immaginario diritto di pensare prescindendo dalla materia dalla quale esclusivamente emana. Tali mostruose opinioni si giustificano solo dicendo che le idee sono gli unici oggetti del pensiero, come se fosse dimostrato ch' esse non possono venirci che dagli oggetti esterni che, agendo sui nostri sensi, hanno modificato il nostro cervello. Ogni idea, è indubbio, è un risultato, ma per quanto sia difficile risalire alla sua causa, possiamo supporre che non sia dovuta a una causa? Se non possiamo acquisire idee se non grazie a sostanze materiali, come possiamo supporre che la causa delle nostre idee sia immateriale? Osar sostenere che possiamo avere delle idee senza i sensi sarebbe assurdo quanto dire che a un cieco di nascita sia possibile avere un'idea dei colori. Eh! no, Justine, no; la nostra anima non può agire da sola o senza causa in alcun istante della vita: interamente legata agli elementi materiali che compongono la nostra esistenza, interamente dipendente da essi, sempre soggetta all'impressione degli esseri che necessariamente agiscono su di noi e secondo le loro proprietà, gli impulsi segreti di tale principio, volgarmente definito anima, sono dovuti a cause nascoste dentro di noi. Crediamo che quest'anima si muova perché non vediamo le molle che la fanno scattare o perché supponiamo ciò che fa muovere incapace di produrre i risultati che vediamo. La fonte dei nostri errori deriva dal fatto che consideriamo il nostro corpo materia bruta e inerte mentre il corpo è una macchina sensibile che possiede necessariamente la momentanea coscienza dell'impressione ricevuta e la coscienza dell'io, tramite il ricordo d'impressioni successivamente provate. Rammentalo, Justine: solo tramite i sensi gli esseri ci sono noti o producono in noi idee; solo in conseguenza degli impulsi impressi al nostro corpo il nostro cervello si modifica o la nostra anima pensa, vuole e agisce. Il nostro intelletto potrebbe dunque esercitarsi su ciò che non conosce? e può conoscere ciò che non ha sentito? Tutto dimostra, nel modo più convincente, che l'anima agisce e reagisce secondo le medesime leggi di altri esseri della natura; non può essere distinta dal corpo; nasce, cresce, si modifica secondo identica progressione del corpo stesso e, di conseguenza, muore con esso. Sempre dipendente dal corpo, la vedete passare attraverso le medesime gradazioni: inetta nell'infanzia, forte nell'età matura, fredda nella vecchiaia, il suo ragionare o delirare, le sue virtù o i suoi vizi altro non sono che il risultato degli oggetti esterni e il loro effetto sugli organi materiali. Con tali consistenti prove dell'identità dell'anima con il corpo, com'è possibile immaginare che tale parte di uno stesso individuo goda dell'immortalità mentre l'altra perisce? Gli imbecilli, dopo aver fatto di quest'anima, fabbricata a loro somiglianza, un essere semplice, inestesa, sprovvista di parti, assolutamente diversa, in una parola, da tutto ciò che conosciamo, affermarono che non era soggetta alle leggi che ritroviamo in tutti gli esseri dei quali l'esperienza ci dimostra la perpetua decomposizione; partirono, essi, da questi falsi princìpi per convincersi che anche il mondo aveva un'anima spirituale, universale, e chiamarono Dio la nuova chimera della quale quella dei loro corpi diventava emanazione. E da ciò, le religioni e tutte le assurde fole che ne derivarono, tutti i sistemi giganteschi e incredibili derivanti dalla prima bizzarria; da ciò, le romanzesche idee di pene, di ricompense dopo la morte: assurdità fra tutte più rivoltante perché, se l'anima è un'emanazione dell'anima universale, ovvero del Dio dell'universo, come può meritare o non meritare? come può, eternamente collegata all'essere di cui è emanazione, essere libera? e perciò, punita o ricompensata come tale? E pertanto i partigiani dell'imbecille sistema dell'immortalità dell'anima non vengano a sostenere la sua universalità quale dimostrazione della sua realtà. Niente è tanto semplice quanto la prodigiosa efficacia di tale opinione: trattiene il forte, consola il debole; cos'altro ci voleva per diffonderla? Ovunque gli uomini si somigliano e ovunque con le medesime debolezze inevitabilmente fanno i medesimi errori. Avendo la natura ispirato agli uomini profondo amore per la propria esistenza, l'eternità di tale esistenza diventa un desiderio necessario; tale desiderio, divenne tosto certezza e più rapidamente dogma. Era presumibile che uomini così disposti dovessero avidamente ascoltare tutto ciò che annunciava tale sistema. Ma il desiderio di una chimera può essere prova incontestabile della realtà di tale chimera? Desideriamo anche la vita eterna dei corpi, ma tale desiderio è vano: perché quello della vita della nostra anima non dovrebbe esserlo altrettanto? Riflettendo anche superficialmente sulla natura dell' anima la nostra conclusione non potrebbe essere che questa: l'idea della sua immortalità è solo illusione. Cos'è quest'anima, infatti, se non il principio della sensibilità? cos'è pensare, godere, soffrire, se non sentire? cos'è la vita se non l'insieme dei diversi moti atti ad essere realizzati? Per cui, quando il corpo cessa di vivere, la sensibilità non può più esercitarsi; non sono più possibili idee e, di conseguenza, pensieri. Le idee dunque possono solo provenirci dai sensi: ora, è mai possibile sostenere che privati dei sensi, noi si abbia ancora delle idee? Poiché si fa dell'anima un essere separato dal corpo animale, perché non si è fatto della vita un essere distinto dal corpo vivente? La vita è la somma dei movimenti di tutto il corpo; il sentimento e il pensiero sono parte di tali movimenti; così nell'uomo morto tali movimenti cesseranno come tutti gli altri. E in virtù di quale ragionamento si pretenderebbe di dimostrare che l'anima, che non può sentire, pensare, volere, agire se non con l'aiuto degli organi, possa soffrire o gioire o anche aver coscienza della propria esistenza, quando gli organi che l'istruivano siano decomposti? Non è dunque evidente che l'anima dipende dalla composizione delle parti del corpo, e dall'ordine secondo il quale tali parti concorrono alle proprie funzioni? Così, la struttura organica, una volta distrutta, c'impedisce di dubitare che l'anima lo sia parimenti. Non vediamo anche noi, in tutto il corso della vita, che l'anima è alterata, disturbata, turbata da ogni mutamento subìto dai nostri organi? E si è tanto stravaganti da immaginare che l'anima agisca, pensi, sussista quando gli organi saranno completamente scomparsi! Che assurdità!

L'essere organizzato può essere paragonato a un orologio che, una volta rotto, non è più adatto all'uso al quale era destinato. Dire che l'anima sentirà, penserà, godrà, soffrirà dopo la morte del corpo è come pretendere che un orologio rotto in mille pezzi continui a segnare l'ora. Coloro che vanno dicendo che la nostra anima può sussistere, nonostante la distruzione del corpo, evidentemente sostengono che la modificazione di un corpo potrà conservarsi dopo che il soggetto ne sarà stato distrutto.

Bambina mia! convinciti dunque che dopo essere morta i tuoi occhi non vedranno più, le tue orecchie non udiranno più; dal fondo del sepolcro, non sarai più testimone delle scene che per effetto d'immaginazione ti appaiono di così tetro colore; non parteciperai più a quel che accade nel mondo; non sarai preoccupata di quel che ne sarà delle tue ceneri più di quanto potevi esserlo, alla vigilia della nascita, del tipo di organi che stavi per ricevere dalla natura. Morire è smettere di pensare, di sentire, di godere, di soffrire: le tue idee moriranno con te; le tue pene e le tue gioie non ti seguiranno nella tomba. Guarda la morte con occhio sereno, non per alimentare timori e malinconia, ma per abituarti ad essa in pace, e per vincere la paura dei falsi terrori che i nemici della tua serenità fan di tutto per ispirarti.

La filosofia, Justine, non è l'arte di consolare i deboli; unico suo scopo è di dar precisione alla mente e di sradicare i pregiudizi. Non sono fatto per consolare, io, Justine: sono sincero e basta.

 

 

 

Il discorso dei sadici. Disprezzo del cristianesimo come religione per il volgo ignorante. Parlano Sylvestre, Jérome, Ambroise, Severino, Antonin, Clément.

 

 

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- Nessuna pietà, nessuna commiserazione, dice Sylvestre; l'umanità è la morte del piacere; è per soffrire che queste sgualdrine sono qui, e bisogna che il loro destino si compia. Constatato che dei libertini quali noi siamo traggono dal massimo dolore inferto agli oggetti destinati alla propria lussuria il massimo godimento, ammetterete dunque che è venir meno al proprio scopo parlare di pietà. E cosa importa che una puttana soffra, se gente come noi rizza! Le donne, create soprattutto per i nostri piaceri, devono soddisfarli in un modo o nell'altro: se si rifiutano, devono essere uccise come tutti gli esseri inutili, come le bestie pericolose, perché non c'è via di mezzo, tutte quelle che non sono utili alle nostre voluttà nuocciono; pertanto sono delle nemiche: ora, la cosa più saggia, in tutti i tempi e in tutti i luoghi, è sbarazzarsi del nemico.

- Sylvestre, dice Jérome, mi sembra che tu dimentichi i principi della carità cristiana.

- Detesto, riprende Sylvestre, tutto ciò che è cristiano; un'accozzaglia di simili turpitudini è fatta per avere il minimo influsso su un uomo che sa ragionare? Tale infame religione, fatta per i diseredati, mirava a favorirli e mettere dopo di ciò l'umanità nel rango delle sue virtù, ma, amici miei, noi che nuotiamo in tutte le voluttà della terra, che bisogno abbiamo di essere caritatevoli? Tale viltà lasciamola a chi teme di non riuscire; a chi pensa sia doveroso essere servizievole con chi egli ha imparato che un giorno potrebbe tornargli necessario: noi che non abbiamo mai bisogno di nessuno, spegniamo tale debolezza nei nostri cuori e facciamovi penetrare la lussuria, la crudeltà e ogni vizio che da esse scaturisce o è rafforzato.

- Come! Sylvestre, dice Severino, sei convinto che bisogna uccidere i propri nemici?

- Senza eccezione, riprende Sylvestre; e per riuscirci non c'è inganno, violenza, tradimento o scaltrezza cui non si debba ricorrere; e il motivo è semplice: non è forse vero che quel nemico mi ucciderebbe se lo potesse?

- Certamente.

- Perché dunque risparmiarlo? La morte che gli do non è più un oltraggio, ma giustizia; gli risparmio di commettere un crimine; mi sostituisco alla legge e, uccidendo questo nemico, assolvo al dovere  stesso della legge, dunque non sarò mai colpevole. Dico di più: non aspetterò mai, avendone la forza, che i miei nemici si siano apertamente dichiarati tali, per ucciderli; mi sbarazzerò di loro al minimo sospetto, alla più vaga delazione, secondo le apparenze, perché è sempre troppo tardi quando l'uragano si è addensato: non sarebbe prudente da parte mia non prevenirlo. A questo punto devo dire una terribile verità, ma che, in quanto verità, non è possibile tener celata: una sola goccia del nostro sangue vale di più di tutto il sangue che gli altri potrebbero versare; e perciò non si deve mai esitare quando, per conservare quella goccia, ne faremo colare fiumi. E' incredibile quanto si ricavi dai dati dell'egoismo e, disgraziatamente per i filantropi, l'egoismo è la più santa e la più fondata legge della natura. Inutile che altri lo definiscano un vizio: finché sentirò i suoi consigli scolpiti in fondo alla mia anima, seguirò questo impulso e respingerò il vostro errore. Essendo la maggior parte dei moti della natura  funesti alla società, è chiaro che questa ne abbia fatto dei crimini, ma le leggi sociali hanno tutti gli uomini per oggetto mentre quelle della natura sono individuali e conseguentemente preferibili; la legge fatta dagli uomini, per tutti gli uomini, può essere sbagliata, mentre quella ispirata dalla natura, nel cuore di ognuno individualmente, è una legge indubbiamente esatta. I miei principi sono rigidi, lo so, le loro conseguenze pericolose: ma cosa importa, se sono giusti? Sono l'uomo della natura, prima di essere quello della società; ed io ho il dovere di rispettare e di seguire le leggi della natura prima di badare a quelle della società: le prime sono leggi infallibili, le altre sovente ingannano. Secondo tali principi, se le leggi della natura mi costringono a sottrarmi a quelle della società, se esse mi consigliano di sfidarle o di non curarmene, io così farò continuamente, prendendo tutte le precauzioni necessarie alla mia sicurezza perché tutte le istituzioni umane, basate su interessi cui partecipo all'uno per milioni di miliardi non devono mai prevalere su ciò che è strettamente personale.

  - A sostegno dell'eccellente sistema di Sylvestre, dice Ambroise, vedo un'unica cosa: prendere in considerazione l'uomo naturale, isolarlo dalla massa sociale dove è stato posto necessariamente dai suoi bisogni.

  - Se i suoi bisogni ve lo hanno posto, dice Severino, è necessario dunque, per quegli stessi bisogni, che ne osservi le leggi.

  - Ecco il sofisma, riprende Ambroise: ecco ciò che vi ha spinti a fare le leggi, leggi ridicole. Fu solo per debolezza che l'uomo si unì in società, sperando di trovarvi più facilmente ciò di cui ha bisogno, ma se la società glielo accorda a condizioni assai onerose, non fa egli meglio a procurarsi ciò di cui ha bisogno piuttosto che pagare un prezzo tanto alto? non sarebbe più prudente per lui cercare di vivere nei boschi piuttosto che andar mendicando nelle città, alla triste condizione di dover soffocare le proprie tendenze… di sacrificarle all'interesse generale che rende solo dispiaceri?

  - Ambroise, dice Severino, mi sembri, come Sylvestre, nemico delle convenzioni sociali e delle istituzioni umane.

  - Le detesto, dice Ambroise; ostacolano la nostra libertà, attenuano la nostra energia, avviliscono la nostra anima, hanno trasformato la specie umana in un gregge di schiavi che il primo intrigante conduce dove vuole.

  - Quanti crimini dominerebbero la terra, dice Severino, Senza le istituzioni e senza i padroni!

  - Ecco quel che si dice un ragionamento da schiavo, risponde Ambroise: cos'è un crimine?

  - Un'azione contraria agli interessi della società.

  - E quali sono gli interessi della società?

  - Tutta la massa degli interessi individuali.

  - Ma se vi dimostrerò che gli interessi della società sono ben lungi dall'essere il risultato degli interessi individuali e che ciò che voi considerate interessi sociali è, al contrario, solo il sacrificio di sacrifici personali, ammetterete che reimpadronendomi dei miei diritti, anche a costo di ciò che definite crimine, farò tuttavia bene a commetterlo, perché ristabilisce l'equilibrio, e mi restituisce quella parte di forza che avevo ceduto ai vostri fini sociali a prezzo di una felicità altrimenti negatami? Accettata l'ipotesi, cosa significa crimine, secondo voi? Eh! no, no, non esiste crimine: esiste solo qualche infrazione al patto sociale; ma io devo disprezzarlo, questo patto, quando impulsi che mi vengono dal cuore mi avvertono che non può assolutamente concorrere alla felicità della mia vita; devo preferire tutto ciò che la offende, dal momento che dal recare oltraggio nasce la vera felicità per me.

  - Già, davvero, dice Antonin, mentre mangia e beve come un orco, una conversazione davvero immorale!

  - E secondo voi cos'è morale, dite? domanda Ambroise.

  - Il modo in cui, dice Severino, gli uomini procedono lungo il sentiero della virtù.

  - Ma, riprende Ambroise, se la virtù è essa stessa  una chimera come lo è il crimine, in che modo gli uomini dovrebbero procedere lungo il sentiero di tale chimera? Mettetevi in testa che non esistono né virtù né crimine, che l'una e l'altro di tali modi di essere sono locali e geografici, che nulla è definitivo al riguardo e che è assurdo farsi guidare dalle proprie tendenze; abbandoniamoci ciecamente a tutto ciò che esse ispirano, e on cadremo mai in errore.

  - Sei convinto che non ne esistano di cattive?

  - Sono convinto che non se ne possa vincere neppure una; mi limito a dirvi che le giudico tutte buone perché o la natura non sa quel che fa o ha posto in noi quelle tendenze necessarie alle sue intenzioni verso di noi.

  - E così, prosegue Jérome, le anime perverse di Tiberio e di Nerone erano secondo natura?

  - Certamente; e i loro crimini sono stati utili alla natura, perché non esiste un solo crimine che non sia utile ad essa, non uno solo di cui non abbia bisogno.

  - Sono cose talmente dimostrate e risapute, dice Clément, che mi domando perché se ne continui a parlare.

  - Mi diverte la depravazione che comportano, dice Severino; ecco perché mi sono assunto la  parte avversa ai pre-oratori; è stato per offrire un'occasione di esercitare le loro facoltà di ragionamento.

  - Ti rendiamo atto, dice Ambroise, della nostra certezza che sull'argomento hai voluto porti come controversità e che i sentimenti che ho messo a nudo sono nel tuo animo come nel mio.

  - Spero che nessuno ne dubiti, dice Severino; forse li spingo persino più lontano: fino al punto di desiderare un crimine così grande da soddisfare ogni mia passione; e fra quelli che conosco, difficilmente trovo alimento con cui saziare le passioni che mi divorano; tutto è al di sotto dei miei pensieri e nulla mi soddisfa.

  - Da secoli sono al tuo stesso punto, dice Jérome, e sono vent'anni che rizzo solo se penso a un crimine superiore a tutti quelli che l'uomo può commettere a questo mondo; e sventuratamente non lo trovo: tutto quel che facciamo qui non è che la parvenza di quel che vorremmo poter fare; e l'impossibilità di offendere la natura è, secondo me, il maggior supplizio dell'uomo […] sento sempre appetito di male, sempre desiderio di farne e a sangue freddo ne ho commessi più di quanto ne abbia perpetrati nel delirio.

  - E così, dice Severino, avete preso l'abito solo per ingannare gli uomini?

  - Certamente, risponde Jérome; è il mantello dell'ipocrisia, quello che dobbiamo portare continuamente. La maggiore di tutte le arti è quella d'ingannare; non ne esiste un'altra altrettanto utile sulla terra: non è la virtù che serve agli uomini, ma la sua apparenza; solo questo chiede la società; gli uomini non vivono abbastanza insieme per aver veramente bisogno della virtù: il guscio è sufficiente a chi non va mai al nocciolo.

  - Ed ecco spuntare nuovi vizi, perché mille ne nascono dall'ipocrisia.

  - Una ragione in più per amarla, dice Jérome [….] dovrò un giorno raccontarvi la storia della mia vita.

  - Bruciamo dal desiderio di udirla, dicono insieme Ambroise e Clément.

  - Sentirete, risponde Jérome, se mai mi sono stancato del crimine.

  - E come si potrebbe? dice Sylvestre, cosa scuote maggiormente l'anima? cosa, come il crimine, solletica maggiormente i sensi? Oh! cari amici, potessimo commetterne uno ogni minuto del giorno!

  - Pazienza, pazienza, dice Severino continuando nella parte del controversista, verrà il giorno in cui la religione tornerà nei vostri cuori, in cui le idee dell'Essere supremo e del culto gli dobbiamo, cancellando tutte le illusioni del libertinaggio, vi costringeranno a dedicare a Dio tutti gli slanci di un cuore che avevate permesso schiavo del crimine.

  - Mio caro, dice Ambroise, la religione domina esclusivamente coloro che sono incapaci di spiegare qualcosa senza il suo aiuto: è il non plus ultra dell'ignoranza, ma al nostro giudizio di filosofi la religione non è che una fola assurda, degna del nostro disprezzo. E quali nozioni ci dà, questa sublime religione? vorrei che qualcuno me lo spiegasse. Più la si esamina e più ci si avvede che le sue chimere teologiche sono fatte per ingarbugliare le idee: mutando tutto in mistero, questa fantastica religione ci offre quale causa di ciò che non intendiamo qualcosa che intendiamo ancor meno. E' spiegare la natura attribuire i fenomeni ad agenti sconosciuti, a potenze invisibili, a cause immateriali? La mente umana si sente soddisfatta quando si sente dire che la spiegazione di ciò che non intende sta nell'idea ancora più incomprensibile di un Dio mai esistito? La natura divina, inconcepibile, e che ripugna al buon senso e alla ragione, può indurre a concepire la natura dell'uomo già tanto difficile da spiegare? Domandate a un cristiano, cioè a un imbecille, perché è da imbecilli essere cristiani, domandategli, ripeto, qual è l'origine del mondo: vi risponderà che Dio ha creato l'universo; domandategli ora chi è questo Dio: non ne sa niente; cosa è creare: non ne ha la minima idea; qual è la causa delle pesti, delle carestie, delle guerre, delle siccità, delle inondazioni, dei terremoti: vi risponderà che sono la collera di Dio; domandategli qual è il rimedio a tutti i mali: vi dirà: le preghiere, i sacrifici, le processioni, le offerte, le cerimonie religiose. Ma perché il cielo è irato? perché gli  uomini sono cattivi. Perché gli uomini sono cattivi? perché la loro natura è corrotta. Quale la causa di tale corruzione? Perché, vi dicono, il primo uomo, sedotto dalla prima donna, ha mangiato una mela, che il suo Dio gli aveva proibito di toccare. Cosa spinse quella donna a compiere tale sciocchezza? il diavolo. Ma chi ha creato il diavolo? Dio. Ma perché Dio ha creato il diavolo, destinato a pervertire il genere umano? Lo si ignora; è un mistero nascosto nel seno della Divinità, essa stessa un mistero. Volete continuare? volete domandare a quell'ignorante qual è il principio nascosto delle azioni e degli impulsi del cuore umano? Vi risponderà che è l'anima. E che cos'è l'anima? è uno spirito. Che cosa è uno spirito? una sostanza che non ha né forma né colore né estensione né parte. Come si può concepire una tal simile sostanza? come può muovere un corpo? Non si sa, è un mistero. Le bestie hanno anima? No. E allora come mai le vediamo fare, sentire, pensare, assolutamente come gli uomini? Qui silenzio, non sanno più cosa dire: e la spiegazione è semplice: se attribuiscono un'anima agli uomini il motivo va cercato nel loro interesse di farne quello che vogliono, in virtù del dominio che si arrogano su tali anime; invece non hanno lo stesso interesse con quella delle bestie, e un dottore in teologia si sentirebbe troppo umiliato di trovarsi nella necessità di assimilare la sua anima a quella di un porco. Ecco dunque le puerili soluzioni che occorre partorire per spiegare i problemi del mondo fisico e morale!

  - Ma, se tutti gli uomini fossero filosofi, dice Severino, non avremmo la soddisfazione di essere i soli; ed è grande soddisfazione uno scisma, grande voluttà non pensare come tutti gli altri.

  - Sono anch'io di questo avviso, dice Ambroise, e non si deve mai togliere la benda dagli occhi del popolo; deve marcire nei suoi pregiudizi, è fondamentale. Dove sarebbero le vittime della nostra scelleratezza, se tutti gli uomini fossero dei criminali! Si tenga sempre il popolo legato al giogo dell'errore e della menzogna; appoggiamoci sempre allo scettro del tiranno; proteggiamo i troni: essi proteggeranno la Chiesa, e il dispotismo, figlio nato da questa unione, sosterrò i nostri diritti nel mondo. Gli uomini si guidano con il bastone; vorrei che tutti i sovrani (e ci guadagnerebbero) estendessero maggiormente la nostra autorità, che non ci fosse stato dove non fosse presente l'Inquisizione. Guardate come essa tiene legato il popolo al sovrano; mai tali catene saranno tanto lunghe e salde quanto in quei paesi in cui l'augusto tribunale si è incaricato di saldarne gli anelli. Qualcuno si lamenta che è sanguinario: che importa! non è più importante avere dodici milioni di sudditi sottomessi che ventiquattro che non lo sono? Non dipende dal numero dei sudditi la grandezza di un principe, ma dall'ampiezza del suo potere su di essi, dalla totale sottomissione degli individui sui quali regna; e tale sottomissione non si realizzerò mai senza l'aiuto del tribunale dell'Inquisizione che, vegliando sulla sicurezza del principe e lo splendore del suo impero, immolerà ogni giorno tutti coloro che minacciano e l'uno e l'altro. Eh! che importa se costa sangue cementare i diritti di un sovrano! Se tali diritti vengono persi, il popolo ricade nell'anarchia le cui conseguenze sono le guerre civili; e quel sangue che avete tanto erroneamente risparmiato, non colerà allora in maggior quantità?

 

 

 

L'uomo vizioso ha diritto di seguire le proprie inclinazioni fino in fondo; esse sono frutto di una diversità congenita nelle facoltà dello spirito degli esseri umani, in particolare l'immaginazione. Si parla dell'inclinazione alla crudeltà. Discorso di Clément e dialogo con Justine.

 

 

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La cosa più ridicola di questo mondo, mia cara Justine, disse Clément, è voler discutere sui gusti degli uomini, avversarli, biasimarli o punirli, se non sono conformi, sia alle leggi del paese che si abita sia alle convenzioni sociali. Ma come! gli uomini non capiranno mai che non esiste inclinazione, per quanto stravagante, per quanto criminale, che non sia il risultato del tipo di organizzazione ricevuto dalla natura. Ciò premesso, ti domando con quale diritto un uomo osa esigere da un altro o di modificare le proprie inclinazioni o di modellarle secondo l'ordine sociale? con qual diritto, le leggi stesse, fatte per il bene dell'uomo, osano infierire contro colui che non può correggersi o che ci riuscirebbe solo a scapito di quel bene che le leggi dovrebbero tutelare? Ma anche desiderando di cambiare inclinazione, ciò sarebbe possibile? dipende da noi? possiamo diventare diversi da come siamo? Vorreste un uomo artefatto? approfondiamo; so che sei intelligente, Justine, e capirai senz'altro.

Due irregolarità, capisco, ti hanno colpita fra noi: ti meravigli che alcuni confratelli sperimentino pungenti sensazioni dinanzi a cose volgarmente  riconosciute come fetide o impure; e sei anche stupita chele nostre facoltà voluttuose vibrino ad azioni che, secondo te, sono emblema di ferocia. Analizziamo l'una e l'altra inclinazione e cerchiamo, se è possibile, di giungere al convincimento che nulla è più semplice a questo mondo dei piaceri che ne risultano.

E' strano, sostieni, che cose sporche e turpi possano produrre nei nostri sensi l'eccitazione essenziale al raggiungimento del delirio. Ma prima di meravigliarti, dovresti sentire, figliola, che gli oggetti hanno valore ai nostri occhi unicamente e in proporzione a quello che vi ammette l'immaginazione: è dunque assai possibile, secondo tale costante verità, che non soltanto le cose più stravaganti ma anche le più vili e orrende possano agire su noi assai sensibilmente. L'immaginazione dell'uomo è una facoltà della sua mente in cui, tramite i sensi, si delineano, si modificano gli oggetti, e quindi si formano i pensieri, secondo la prima percezione di tali oggetti. Ma l'immaginazione, essa stessa risultato della specie di organizzazione di cui è dotato l'uomo, accoglie gli oggetti ricevuti in questo o quel modo, e non crea poi i pensieri se non secondo l'effetto prodotto dall'urto degli oggetti percepiti. Forse un esempio ti aiuterà a capire. Non hai mai visto, Justine, degli specchi di forma diversa? alcuni rimpiccioliscono gli oggetti, altri li ingrandiscono, questi li rendono brutti, quelli bellissimi. Ora, non credi che, se ognuno di quegli specchi unisse la facoltà creatrice a quella oggettiva, darebbe dello stesso uomo, che si specchiasse, un'immagine totalmente diversa? e tale immagine non sarebbe secondo il modo con il quale lo specchio ha visto l'oggetto? Se, alle due facoltà che abbiamo attribuito allo specchio, ora si sommasse quella della sensibilità, non avrebbe esso per quell'uomo, visto in questo o in quel modo, la specie di sentimento che gli sarebbe possibile concepire per il tipo percepito? Lo specchio che lo avrò visto brutto lo odierà; quello che lo ha visto bello lo amerà; e tuttavia si tratta dello stesso individuo.

Tale è l'immaginazione dell'uomo, Justine: il medesimo oggetto si presenta sotto tante forme quanti sono i differenti modi; e, secondo l'effetto ricevuto dall'immaginazione, e non ha importanza quale sia l'oggetto, essa è spinto ad amarlo o ad odiarlo. Se l'urto dell'oggetto percepito la colpisce piacevolmente, essa lo ama, lo preferisce, anche se quell'oggetto non possiede alcunché di piacevole; e se poi questo oggetto, per quanto di gran valore per altri, non ha colpito l'immaginazione di cui ci occupiamo se non spiacevolmente, essa si allontanerò, perché alcun nostro sentimento si forma né si realizza se on in ragione dei diversi oggetti sull'immaginazione. Non è assolutamente strano, quindi, che ciò che piace agli uni possa spiacere agli altri e, reversibilmente, che la cosa più straordinaria e la cosa più mostruosa trovi i suoi adepti.. L'uomo artefatto trova anch'egli degli specchi che lo rendono bello.

Ora, se ammettiamo che il godimento dei sensi dipende sempre dall'immaginazione, è sempre regolato dall'immaginazione, non dovremo meravigliarci delle numerose variazioni suggerite dall'immaginazione in tali godimenti, dell'infinito numero delle diverse inclinazioni e diverse passioni che partoriranno le varie deviazioni dell'immaginazione medesima; le tendenze poi, benché lussuriose, non devono colpire più di quelle di un genere semplice. Non c'è ragione di giudicare un capriccio di gola meno straordinario di un capriccio di letto; e, nell'uno come nell'altro genere, non c'è da stupire se qualcuno idolatra una cosa che la maggior parte degli uomini considera destabile o se qualcun altro ne preferisce una generalmente riconosciuta buona. L'umanità è in sé conforme negli organi, non in favore della cosa amata. I tre quarti dell'universo possono trovare delizioso l'odore di una rosa, ma ciò non costituisce una prova né per condannare il restante quarto che potrebbe trovarlo  cattivo né per dimostrare che tale odore è veramente piacevole.

Se pertanto esistono esseri nel mondo i cui gusti urtano contro tutti i pregiudizi ammessi, le cui stravaganze feriscono tutti i principi della società, i cui capricci offendono  le leggi, e morali e religiose, esseri che vi sembrano, insomma, degli scellerati e dei mostri per la loro tendenza al crimine, sebbene spinti non dall'interesse ma dal piacere, non solamente non devono stupirci, non soltanto non dobbiamo far loro la predica né punirli, ma dobbiamo essere loro utili, dobbiamo accontentarli, annullare qualunque freno li impacci e offrire loro, se volete essere giusta, ogni motivo di soddisfazione senza incorrere  in pericoli perché non dipendono da loro quelle inclinazioni stravaganti, così come non dipende da voi essere intelligente o stupida, di essere ben fatta o gobba. Nel seno della madre si formano gli organi che ci renderanno suscettibili di questa o quella stravaganza; i primi oggetti mostrati, i primi discorsi uditi, finiscono per far scattare la molla; i gusti si formano, si rendono abitudini, e niente al mondo potrò distruggerli. L'educazione ha un bell'insistere, non riesce a cambiare più niente, anche se avrò ricevuto una buona educazione mentre infallibilmente volerà verso la virtù colui i cui organi si troveranno disposti al bene, anche se il suo istitutore non lo avrà saputo educare: entrambi avranno agito secondo la propria organizzazione, secondo l'impronta data dalla natura, e l'uno non è più degno di punizione di quanto l'altro lo sia di ricompensa.

Lo strano è  che fin quando si tratta di cose futili, non ci stupiamo della differenza di gusto, ma non appena si tratta della lussuria, tutti fan gran chiasso. Le donne, sempre attente ai propri diritti, le donne, che la debolezza e il poco coraggio spingono e obbligano a nulla perdere, hanno continuamente paura che si porti via loro qualcosa, e se disgraziatamente si ricorre, per divertimento, a qualche accorgimento contrario al loro culto, allora gridano al crimine, degno del patibolo! Che incoerenza! che malvagità! Il piacere dei sensi dovrebbe dunque rendere un uomo migliore di quanto lo rendano gli altri piaceri della vita? Il tempio della generazione, in una parola, dovrebbe essere il punto di riferimento delle nostre inclinazioni, e risvegliare i nostri desideri più e meglio di un'altra parte del corpo, o più contraria o più lontana da esso, e anche della più fetida o più ripugnante emanazione di quel corpo? Non mi sembra che si debba stupire della stravaganza di un uomo nei piaceri del libertinaggio più di quanto lo sia nelle altre funzioni della vita: lo ripeto, nell'uno come nell'altro  caso, la sua stravaganza è risultato dei suoi organi. E' colpa sua se quel che colpisce voi non ha importanza per lui mentre è eccitato da ciò che per voi è ripugnante? Qual è l'uomo che non modificherebbe immediatamente i suoi gusti, le sue inclinazioni, i suoi moti sul piano generale e non preferirebbe essere come tutti gli altri piuttosto di possedere singolari stravaganze, se dipendesse da lui? E' intolleranza e la più stupida e la più barbara voler infierire contro un tale uomo; non è più colpevole verso la società, di qualsiasi natura siano i suoi smarrimenti, di quanto non lo sia, come ho già detto,  chi è nato cieco o zoppo! ed è anche ingiusto punirlo o prendersi beffa di lui quanto lo sarebbe tormentare o deridere l'altro. L'uomo dotato di singolari inclinazioni è un malato; è, se volete, una donna con i fumi isterici: ci è mai saltato in mente di punire o di contrariare l'uno o l'altra? Siamo dunque giusti anche con l'uomo che ci stupisce per i suoi capricci: in tutto simile al malato o all'isterica, è come loro degno di pietà e non di biasimo. Moralmente, tale la scusante per quelle persone; la si ritroverebbe anche fisicamente, ne sono certo, con pari facilità; e quando l'anatomia sarà perfezionata sarà facilmente dimostrato grazie ad essa il rapporto fra l'organismo dell'uomo e le inclinazioni sue. Perdenti, impiegatucci, plebaglia tonsurata, carnefici, cosa farete quando saremo arrivati a quel punto? cosa ne sarà delle vostre leggi, della vostra morale, della vostra religione, delle vostre forche, dei vostri paradisi, dei vostri dèi  e del vostro inferno, quando sarà quel dato livello di acidità nel sangue o negli spiriti animali, sono sufficienti a fare di un uomo l'oggetto delle vostre punizioni o delle vostre ricompense?

Proseguiamo: l'inclinazione alla crudeltà vi stupisce.

Qual è l'oggetto dell'uomo che gode? Non è forse quello che dà ai suoi sensi tutto l'eccitamento cui sono sensibili, per meglio raggiungere e più caldamente l'ultima crisi?... crisi preziosa che caratterizza il godimento, come buono o come cattivo, secondo la maggiore o minore attività nel momento della crisi? Ora, non è forse un insostenibile sofisma avere il coraggio di dire che per migliorarla sia necessaria la partecipazione della donna? Non è forse evidente che la donna non può condividere niente senza prendere, e che ciò che ruba è inevitabilmente a scapito nostro? E che bisogno c'è che la donna, io vi domando, goda quando noi godiamo? in tutto ciò qual altro sentimento se non l'orgoglio può sentirsi lusingato? Eh! non sarà forse più intensa la sensazione di tale sentimento d'orgoglio forzando, invece, la donna ad astenersi dal godimento, per godere solo noi, per essere totalmente nostra, e nulla le impedisca di occuparsi esclusivamente del nostro piacere? La tirannia non lusinga l'orgoglio più vivamente dalla carità? Colui che s'impone non è forse con maggior fondamento il padrone, più di colui che condivide? Ma come può venire in testa a un uomo di buon senso che la delicatezza abbia qualche valore nel godimento? E' assurdo sostenere che sia necessaria; non aggiunge mai nulla al piacere dei sensi; dico di più, nuoce; è cosa assai differente amare e godere; ne è prova il fatto che ama tutti i giorni sena godere, e che si gode ancor più sovente senza amare. Tutto quel che si mescola quanto a delicatezza nelle voluttà di cui parlo è un dono fatto al godimento della donna a detrimento di quello dell'uomo, e finché questi è occupato a far godere, certamente o non gode o il suo godimento è meramente intellettuale, vale a dire chimerico e assai inferiore a quello dei sensi. No, Justine no, non mi stancherò mai di ripeterlo, è perfettamente inutile che un godimento sia condiviso per essere vivo e per rendere questo tipo di piacere pungente il più possibile: è, invece, fondamentale che l'uomo goda a scapito della donna; ch'egli prenda da lei (qualunque sensazione ella abbia) tutto quel che può accrescere la voluttà di cui vuol godere, senza il minimo riguardo agli effetti che possono derivare per la donna; perché tali riguardi lo turberebbero: o vorrà che la donna partecipi, e allora lui non godrà, o temerà che ella soffra, ed eccolo sbalestrato. Se l'egoismo è la prima legge della natura, lo è a maggior ragione, e più che in altri casi, nei piaceri della lubricità voluti dal quella madre celeste, quale nostro unico movente. E' piccola cosa che, per l'accrescimento della voluttà dell'uomo, egli debba o trascurare o scompigliare quella della donna, perché, se questo scompiglio gli fa guadagnare qualcosa, la perdita subita dall'oggetto che lo serve non lo tocca; deve essergli indifferente che tale oggetto sia felice o infelice, purché egli ne tragga diletto: non esiste alcun rapporto fra l'oggetto e lui. Sarebbe dunque pazzesco occuparsi delle sensazioni di tale oggetto a scapito delle proprie; assolutamente imbecille se, per modificare sensazioni estranee a lui rinunciasse a migliorare le proprie. Ciò posto, se l'individuo in questione è sventuratamente organizzato da essere commosso solo producendo, nell'oggetto che gli serve, dolorose sensazioni, ammetterete che suo dovere sia abbandonarvisi senza rimorso, perché è lì per godere, fatta astrazione da tutto quel che ne può derivare per l'oggetto. Torneremo sull'argomento. Intanto, proseguiamo per ordine.

I godimenti isolati hanno il loro fascino; dunque possono averne più di ogni altro. Eh! se così non fosse, come potrebbe godere il vecchio, tanta gente o deforme o difettosa? Sono, costoro, certi di non essere amati, ben certi che è impossibile che sia condiviso quel che provano; la loro voluttà è minore? Desiderano solo illudersi? egoisti nei loro piaceri, li vedete intenti ad averne, pronti a tutto sacrificare per riceverne, e mai supporre nell'oggetto che serve loro, altre proprietà che non siano quelle passive. Non è dunque assolutamente necessario dare piacere per riceverne: lo stato felice o infelice della vittima della nostra sregolatezza è dunque assolutamente indifferente al soddisfacimenti dei nostri sensi; non si tratta dello stato  eventuale del suo cuore o della sua mente; tale oggetto, assolutamente passivo, può indifferentemente essere contento o soffrire di quel che gli fate, amarvi o odiarvi: tute queste considerazioni sono inutili, quando si tratta di sensi. Le donne, lo ammetto, possono stabilire massime affatto contrarie, ma le donne, che non sono altro che macchine di voluttà, che devono esserne lo zimbello (37), sono confutabili ogniqualvolta risulti necessario un reale sistema sulla natura dei piaceri che si possono godere servendosi sei loro corpi. Qual è l'uomo di buon senso che desideri far condividere il proprio godimento a delle prostitute? E forse non esistono milioni di uomini che provano grande piacere con quelle creature? Sono tutti altrettanti individui convinti di quel che sto sostenendo, che lo mettono in pratica senza esitare e che stupidamente biasimano chi legittima profondamente le loro azioni; e questo perché l'universo è pieno di statue provviste di organi che vanno, vengono, agiscono, mangiano, digeriscono senza mai rendersi conto di niente.

I piaceri solitari, squisiti quanto gli altri e forse più, sono dunque cosa semplicissima quanto il godimento, gustato indipendentemente dall'oggetto che ci serve, che non è solo disgiunto da ciò che ad esso può essere piacevole, anzi contrasta con i suoi piaceri. E dico di più: può diventare un dolore imposto, una vessazione, un supplizio, fatto per nulla straordinario, anzi accrescimento del piacere per il despota che tormenta o che maltratta. Cerchiamo di dimostrarlo.

L'emozione della voluttà non è altro, sulla nostra anima, che una specie di vibrazione prodotta dalle scosse che l'immaginazione, accesa dal ricordo di un oggetto lubrico, dà ai nostri sensi o tramite la presenza di tale oggetto o ancor meglio tramite l'irritazione dell'oggetto medesimo per il genere che ci eccita maggiormente. Così la voluttà, quell'inesprimibile solletico che porta al più alto livello di felicità fisica cui possa arrivare l'uomo, ci elettrizza per due motivi: sia riconoscendo realmente o fittiziamente nell'oggetto che ci serve, la specie di bellezza che più ci attrae, sia vedendo che l'oggetto sperimenta la più forte sensazione possibile. Ora, non esiste sensazione più attiva… più incisiva di quella del dolore: è un imprimere certo; non inganna come il piacere, continuamente imitato dalle donne e mai da esse veramente provato. Quanto amor proprio, d'altronde, quanta giovinezza, quanta forza, quanta salute sono necessarie per essere certi di determinare in una donna la dubbiosa e poco soddisfacente impressione del piacere! Quella del dolore, invece, non richiede nulla: più un uomo è pieno di difetti, più è vecchio, meno egli è simpatico, meglio riesce. Quanto allo scopo, esso sarà più sicuramente raggiunto perché abbiamo premesso che tal uomo non sarà toccato, non sarà meglio eccitato nei sensi se non quando sarà stata suscitata, nell'oggetto che lo serve, la più profonda impressione possibile, non importa con quale mezzo. Chi dunque farò nascere in una donna l'impressione più tumultuosa, chi riuscirò a spaventarla, chi a tormenterà con maggior rigore, chi, in una parola, getterà nello scompiglio tutta la sua  organizzazione, sarà dunque riuscito a procurarsi la maggior dose di voluttà possibile; perché la violenta emozione, risultato delle impressioni altrui suoni, dovendo essere proporzionale all'impressione prodotta, sarà necessariamente  più attiva, se tale altrui impressione sarà stata dolorosa piuttosto che dolce e morbida. Perciò, il voluttuoso egoista, persuaso che i propri piaceri saranno più vigorosi quanto più saranno completi, imporrà dunque, quando ne avrà la potestà, la più forte dose possibile all'oggetto che lo serve, sicuro che la voluttà che ne deriva sarà unicamente in proporzione all'impressione prodotta.

- Sistemi spaventosi, padre, disse Justine: portano a inclinazioni crudeli, a esecrabili stravaganze.

- Che importa! rispose il barbaro; lo ripeto, siamo forse arbitri dei nostri gusti? Non dobbiamo forse cedere al dettato di quelli ricevuti dalla natura, come l'orgogliosa chioma della quercia si piega all'uragano che la scuote? Se la natura fosse offesa da tali inclinazioni, non le ispirerebbe. E' impossibile che ci abbia dato anche solo un sentimento tale da offenderla, e in questa profonda certezza, possiamo abbandonarci alle nostre passioni, di qualsiasi genere, di qualsiasi violenza possano essere, certi che ogni inconveniente derivante dal loro urto è disegno della natura della quale siamo gli involontari organi. E cosa importano le conseguenze di tali passioni! Quando vogliamo trar diletto, e non ha importanza da cosa, non si tratta evidentemente di preoccuparsi delle conseguenze.

- Non mi riferivo alle conseguenze, interruppe vivacemente Justine, si tratta di risultati: indubbiamente, se voi siete il più forte e per atroci principi di crudeltà vi piace godere tramite il dolore, per aumentare le sensazioni insensibilmente giungerete, sull'oggetto che vi serve, fino all'estrema violenza di togliergli la vita.

- E sia: ciò significa che, avuti dalla natura certi gusti, avrò servito la natura nei suoi disegni poiché essa elaborando le sue creature con le distruzioni, mai m'ispira l'idea di distruggere se non quando ha bisogno di creare; cioè, di una porzione di materia oblunga ne avrò formate tre o quattromila rotonde o quadrate. Ecco la vera storia dell'omicidio. O Justine! è dunque un crimine? è possibile definire tale ciò che serve alla natura? L'uomo ha il potere di commettere crimini? e, se preferendo la propria felicità all'altrui, abbatte e distrugge tutto quel che trova sul suo cammino, cosa fa, se non servire la natura, le cui fondamentali e veridiche ispirazioni gli dettano di crearsi la propria felicità, non importa a svantaggio di chi? Il sistema dell'amore del prossimo è una chimera che dobbiamo al cristianesimo, e non alla natura. Il seguace del Nazareno, tormentato, infelice e, conseguentemente, in uno stato di debolezza che doveva far gridare alla tolleranza… all'umanità, dovette necessariamente stabilire tale romanzesco rapporto di un essere con l'altro: difendeva la propria vita facendolo trionfare. Ma il filosofo non ammette tali giganteschi rapporti: non vedendo, non considerando che se stesso nell'universo, a se stesso tutto rapporta. Se tiene presente o indulge ad altri per un attimo, lo fa solo tenendo presente il profitto che giudica di trarne: non ha bisogno degli altri, predomina perché più forte? allora abiura a tutti i bei sistemi di umanità, di pietà, ai quali si era sottomesso per politica; non teme allora di portare a sé tutto ciò che lo circonda, e, non badando a quel che possono costare agli altri i suoi piaceri, li appaga senza riguardo come senza rimorso.

- Ma l'uomo di cui parlate è un mostro!

- L'uomo che ritraggo è nella natura.

- E' una belva.

- Che significa! la tigre, il leopardo dei quali quest'uomo è, se vuoi, l'immagine, non sono forse creati dalla natura, e creati per assolvere le intenzioni della natura? Il lupo che divora l'agnello agisce secondo le intenzioni della madre comune, come il malfattore che distrugge l'oggetto della propria vendetta o della propria lubricità.

- Oh, avrete un bel parlare, padre, ma io non accetterò mai tale lubricità distruttiva.

- Perché hai paura di divenirne l'oggetto: ecco l'egoismo. Scambiamo le parti e intenderai perfettamente. Interroga l'agnello: non capirà perché il lupo possa divorarlo; domanda al lupo a cosa serve l'agnello. A nutrirmi, risponderò. Lupi che mangiano agnelli, agnelli divorati dai lupi, il forte che sacrifica il debole, il debole vittima del forte, ecco la natura, ecco i suoi scopi, ecco i suoi disegni: azione e reazione perpetua, un mucchio di vizi e di virtù, un perfetto equilibrio, in una parola, risultante dalla parità di bene e di male sulla terra, equilibrio essenziale per la conservazione degli astri, della vegetazione senza il quale tutto andrebbe immediatamente distrutto. O Justine! si stupirebbe grandemente, la natura, se potesse discutere un momento con coi, anzi se le dicessimo che i crimini a lei utili, che i misfatti ch'essa esige e ci ispira, sono puniti da leggi, che ci viene assicurato, derivano dalla sua. Imbecille! risponderebbe a chi così le parlasse, genera, calunnia, distruggi, fotti in culo, in conno, ruba, saccheggia, violenta, incendia, martirizza, assassina tuo padre, tua madre, i tuoi figli, commetti senza paura tutti i crimini che ti piacerà perpetrare: tali pretese infamie mi sono gradite, sono necessarie ai miei scopi verso di te; ed io le voglio, poiché le ispiro; non potresti commetterle se mi recassero oltraggio. E' compito tuo regolare ciò che m'indispone e ciò che mi piace! Sappi che non c'è nulla in te che non mi appartenga, nulla che non sia stata o a porvi, per motivi che non ti conviene approfondire; la più abominevole delle tua azioni è solo, come la più virtuosa di un altro, un modo di servirmi; io stimo sia chi distrugge come chi crea, ed entrambi mi servono, anche se procedendo diversamente. Non trattenerti, dunque; spezza le tue leggi, le tue convenzioni sociali e i tuoi dèi; ascolta solo me, e sii convinto che, se esiste un crimine, quello è opporsi a ciò che t'ispiro, o con la tua riluttanza o con i tuoi sofismi.

- Oh! giusto cielo! esclamò Justine, mi fate rabbrividire: se non esistessero crimini contro natura, da cosa nascerebbe la nostra invincibile riluttanza a certi delitti?

- La ripugnanza che voi dite non è dettata dalla natura, rispose con vivacità il nostro filosofo; è fondata su un'erronea abitudine. Non accade lo stesso per certi cibi? Anche se eccellenti, non ci capita di rifiutarli perché non ci siamo abituati? Avremmo il coraggio di dire, fondandoci su quest'unico motivo, che non sono buoni? Cerchiamo di vincerci, e ci convinceremo presto che sono gustosi. Ci ripugnano certe medicine, anche se salutari: abituiamoci dunque a ciò che impropriamente  è detto crimine; vi troveremo presto dei vantaggi. La momentanea ripugnanza è un'audacia, una civetteria della natura piuttosto che un avvertimento che la cosa l'offende; essa ci prepara così ai piaceri del trionfo, aumenta anche quelli dell'azione stessa. Anzi, Justine, anzi: più l'azione ci sembra spaventosa più contraria agli usi e costumi nostri, più spezza freni, più ferisce ciò che supponiamo essere le leggi della natura, e più, al contrario, è utile proprio alla natura. Solo grazie ai crimini essa riacquista i diritti che la virtù continuamente si arroga. Se il crimine è lieve e di poco differisce dalla virtù, esso stabilirà più lentamente l'equilibrio indispensabile alla natura, ma, più è grave, più sembra spaventoso, più è vasto; meglio  livella i pesi, più bilancia la preponderanza della virtù, che altrimenti tutto distruggerebbe. La smetta dunque di aver paura chi medita un misfatto o chi lo ha compiuto: più il suo crimine sarà senza limiti e più egli avrà servito la natura. O Justine! Archimede lavorava a una macchina che avrebbe dovuto alzare il mondo: quando un meccanico ne avrà scoperta una che lo riduca in polvere, costui avrà ben meritato dalla natura, perché la mano della natura brucia del desiderio di ricominciare un'opera… mancata al primo tentativo.

- Oh padre, con tali principi…

- Si è scellerati, non è vero, mia cara? Ma lo scellerato è sempre l'uomo della natura, mentre il virtuoso lo è solo della circostanza.

- Ahimè, signore, proseguì piangendo la nostra piccola sventurata, non sono abbastanza intelligente per confutare i vostri sofismi, ma il loro effetto sul mio cuore... su un cuore senza esperienza, opera anch'esso della natura come potrebbe esserlo la vostra depravazione, tale effetto, dico, è sufficiente a dimostrare quanto la vostra filosofia sia cattiva e dannosa.

- Dannosa, e sia, rispose Clément; cattiva, no; perché tutto quel che è dannoso non è affatto cattivo. Esistono cose utilissime che sono dannose; i serpenti, i veleni, la polvere da sparo, tutto ciò è molto dannoso e nonostante ciò assai usato: tratta la mia morale così, ma non avvilirla. Abusare delle cose migliori può diventare dannoso: ma in questo caso l'abuso è un bene, e più un uomo saggio metterà in pratica i miei sistemi, più gli garantirò felicità, perché la felicità consiste in ciò che commuove, e non c'è che il crimine che commuova: la virtù, stato d'inazione e di quiete, non può mai condurre alla felicità.

A queste parole Clément si addormentò.

 

 

 

L'umiliazione, la degradazione, l'infamia, accrescono il piacere dell'uomo malvagio e vizioso. Dialogo tra Sylvestre, Honorine e Justine.

 

 

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- Niente è più piacevole dell'infamia, dice Sylvestre ritirandosi e andando a sedere fra la prostituta di quindici anni e Justine per la sua perorazione. Se la lussuria è in quanto tale un'infamia, ammetterai, Honorine, che tutto ciò che ad essa si potrà aggiungere d'infamia sarà come aggiungere sale a una vivanda? Non soltanto bisognerà che il fatto sia più infame del primo, ma anche che l'atto infame sia esercitato su persona infamata, sporcata, senza onore ... e reputazione. Ed è questa la ragione per la quale i libertini preferiscono le puttane alle donne oneste; trovano in loro compagnia un qualcosa di piccante che il pudore e la virtù non hanno.

- Credevo che fosse molto piacevole recare offesa e alle une come alle altre.

- Sì, quando si può perché allora la tinta d'infamia è opera vostra, e com'è delizioso aver contribuito all'umiliazione di un individuo qualunque, ma siccome la virtù e il pudore si sottraggono agli oltraggi progettati contro di loro, a meno che voi non siate il più forte, è difficile realizzarli, e perciò l'uomo dissoluto ripiega con gioia su ciò che gli somiglia. Gli piace misurare la corruzione degli altri con la sua, mischiare, alimentare, raddoppiare i suoi strumenti di degradazione nella massa di quelli degli altri, andare in cancrena, putrefarsi, per così dire, con essi. La maggior disgrazia che potrebbe capitarmi sarebbe di veder giustificati i miei scarti. Se perdessi la certezza di far male abbandonandomi ai miei eccessi, smusserei le papille dei centri nervosi delle sensazioni libertine e la mia felicità sarebbe dimezzata: cosa sarebbe una gioia non accompagnata dal vizio?

- Ah! interviene Justine, non mettete in conto quelle della natura, e incontaminate?

- Ma tutte le gioie della natura sono nella natura, riprende Sylvestre, la più semplice come la più criminale: la sua voce ci dice di bere quando abbiamo sete, come di fottere quando rizziamo; di soccorrere un infelice, se la nostra organizzazione flessibile e delicata ci porta a questo, come di offenderlo, se maggior vigore nel carattere ci consiglia di abusare di lui. Tutto appartiene alla natura, nulla a noi: essa ci suggerisce di essere inclini al crimine e al tempo stesso di amare la virtù, ma siccome nello stesso tempo ci offre storie mediocri e altre saporose, essa ci incita più voluttuosamente verso il crimine che verso la virtù perché sempre ha bisogno del crimine più che della virtù mentre l'uomo, unico strumento dei suoi capricci, le obbedisce continuamente senza neppure accorgersene.

- Secondo voi, dunque, dice Honorine, tutti i mezzi sono buoni per migliorare una gioia in senso perverso e criminale?

- Tutti, certamente, tutti: non uno deve essere trascurato; e tocca all'uomo veramente voluttuoso cercare con cura i mezzi perversi possibili per accrescere la propria gioia; non deve rifiutarne alcuno; si rende colpevole verso la natura se s'impone il minimo freno.

- Se tutti gli uomini pensassero come voi, dice Justine, la società diventerebbe una selva in cui ognuno avrebbe per unico scopo di sgozzare chi lo ha generato.

- E chi dubita, riprende il monaco, che l'omicidio sia una delle leggi più preziose della natura? Qual è il suo scopo quando crea? non è forse quello di vedere presto distrutto il suo operato? Se la distruzione è una delle sue leggi, colui che distrugge le obbedisce. E vedi quanti innumerevoli crimini ne derivano!

Ecco ciò che giustifica, dice Honorine, tutte le vostre malvagità verso di noi.

- Ma certamente, mia cara, risponde Sylvestre, perché considero la malvagità la molla segreta di ogni crimine. E' per malvagità che s'inventa, che si fa. L'uomo paziente e buono è negazione della natura; solo il mamvagio è attivo e l'unica cosa deliziosa a questo mondo è il frutto della malvagità: la virtù lascia l'anima in quiete; solo il crimine la stuzzica, la eccita, la fa uscire dai gangheri e la fa godere.

- Così il tradimento e la calunnia, i due maggiori, i due più dannosi risultati della malvagità sarebbero per voi delizia?

- Tale considererò sempre ciò che avvia alla rovina, al disonore, alla degradazione o alla totale perdita altrui, perché tali oltraggi sono gli unici che veramente mi fanno piacere, e il male che faccio o che vedo accadere agli altri è per me la strada che porterà lontano.

- E così, a sangue freddo sareste disposto a tradire l'amico più fedele, a calunniare il parente più caro?

- E con maggior piacere che non individui ai quali niente mi lega, perché allora il male è maggiore, e più esso è capitale più la sensazione che ne risulta è squisita e raffinata. Ma occorrno arte, principi, una specie di teoria nella scienza del tradimento, come in quella della calunnia, dalla quale non dobbiamo scostarci se vogliamo goderne in pace i frutti. Tradire o calunniare un uomo, per esempio, a vantaggio di un altro, è la massima felicità del malvagio; e se rende qualcuno felice immolando una vittima, si ritrova la sera come se non avesse fatto nulla e pertanto non avesse servito la propria malvagità. Bisogna dunque che diriga i suoi colpi, con un'arma a doppio taglio, su più di un individuo senza favorirne nessuno: ecco gli ostacoli per queste due scienze, le difficoltà e i principi che, mettendole in pratica, l'una e l'altra, ho sempre incontrato.

- Ma, dice Justine, come mai con tali idee non vi divorate fra voi?

- Perché essere solidali è utile alla nostra conservazione e perché, per mantenere in piedi il nostro sodalizio preferiamo fare qualche sacrificio ampiamente ripagato dalle possibilità che ci vengon offerte qui di fare il male. Non credere tuttavia che ci si voglia un gran bene; ci vediamo troppo e troppo da vicino tuttii giorni per amarci, ma siamo obbligati a stare insieme e perciò abbiamo imparato a convivere, più o meno come i ladri il cui sodalizio si bsa sul vizio e la necessità di esercitarlo.

- Ebbene! padre, dice Justine, vorrei rispondervi che in mezzo a tanta depravazione sarebbe ancora possibile rispettare la virtà

- Ti assicuro, bambina, che la disprezzo profondamente da quando sono nato, che finché sarò vivo mai vedrai in me un gesto virtuoso perché mia massima gioia è sempre stata moltiplicare gli oltraggi contro di essa.

 

 

 

Apologia dell'amoralità. Discorso di Chrysostòme.

 

 

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È sbalorditivo, ci diceva un giorno Chrysostòme, che gli uomini siano tanto pazzi da dare un qualche valore alla morale; confesso che non sono mai riuscito a capire perché sia loro necessaria; la corruzione è pericolosa solo perché non è comune a tutti. Non piace la vicinanza di un malato di febbre perniciosa perché si teme il contagio, ma se ne siamo assaliti, allora non si teme più nulla. Non ci sarebbe alcun pericolo fra i membri di una società tutta viziosa: tutte raggiungano lo stesso livello di corruzione e tutte si frequenteranno senza alcun pericolo. Solo la virtù allora sarà pericolosa e dannosa: non essendo più cosa abituale all'uomo, diventerà dannoso adottarla. Solo il passaggio da uno stato all'altro può offrire pericoli; tutti si somigliano? e allora ognuno rimane al suo posto; ed impossibile è qualsivoglia pericolo. E assolutamente indifferente essere buono o cattivo, dal momento che gli uomini sono l'uno o l'altro, ma se una certa società ha un modo di fare virtuoso, diventa pericoloso essere cattivi, come lo diventerebbe essere buoni, se tutti gli uomini fossero depravati. Se dunque lo stato in cui ci troviamo non ha alcun valore, o è in differenziato, perché temere di scegliere questo piuttosto di quello? e perché meravigliarci, addolorarci, così penso, di decidere di essere cattivi, quando tutto ci porta verso quella direzione e quando ciò è fondamentalmente indifferente? Sfido chiunque a dimostrarmi che è meglio rendere felici gli altri invece che tormentarli. Tralasciamo, per il momento, il piacere che io posso sentire nel comportarmi in questo o in quell'altro modo: è essenzialmente utile che gli altri siano felici? e se non lo è perché dovrei sentirmi imbarazzato prostrandoli sotto le disgrazie? Mi pare che a questo proposito si tratti semplicemente di quel che sento agendo in questo o in quel modo, perché, avendo ricevuto dalla natura lo specialissimo incarico di badare alla mia felicità, e non a quella degli altri, avrò torto di fronte a lei solo nel caso in cui avrò trascurato il mio diletto, fedele ai suoi scopi e ai suoi progetti. L'essere che le mie inclinazioni o le mie violenze rendono infelice, perché è il più debole in confronto a me, godrà della propria forza con un altro, e tutto risulterà pertanto in parità. Il gatto distrugge il topo ed è divorato da altri animali. Solo per tale distruzione relativa e generale la natura ci ha creati. Stiamo dunque attenti a resistere al tipo di corruzione ... al genere di immoralità alle quali ci trascinano le nostre inclinazioni: non vi è ombra di male ad abbandonarsi. Ne risulta pertanto che lo stato più felice sarà sempre quello in cui la depravazione dei costumi sarà maggiormente comune a tutti perché essendoci nel male visibilmente felicità, colui che ad esso si dedicherà con maggior ardore sarà inevitabilmente il più felice. Ci siamo invero grossolanamente sbagliati quando siamo andati affermando una specie di giustizia naturale, scritta nel cuore umano, dalla quale deriva l'assurdo precetto di non fare agli altri quel che non vorremmo fosse fatto a noi. Tale ridicola legge, frutto della debolezza dell'essere inerte, non può mai sbocciare nel cuore dell'individuo dotato di una qualche energia; e se dovessi stabilire un qualche principio morale. non andrei certo a cercarne i precetti nell'anima del debole. Colui che teme che gli sia fatto del male, dirà sempre che lui non ne fa, mentre colui che se la ride degli dèi, degli uomini e delle leggi non smetterà mai di commetterlo. Per prima cosa, occorre sapere quale dei due fa bene o male; ora, mi sembra che ciò non dovrebbe essere messo in discussione. Sfido chiunque a sostenere che l'uomo virtuoso possa affermare in buona fede di aver sentito, compiendo una buona azione, anche solo un quarto di piacere provato da colui che ne ha commessa una cattiva. Pertanto, libero di scegliere, preferirò quanto non agita a ciò da cui nasce perpetuamente l'agitazione più tumultuosa e gradevole che mai l'uomo possa sperimentare? Ampliamo le nostre idee; giudichiamo la società intera e facilmente ci convinceremo che quella maggiormente felice sarà necessariamente la più incancrenita, e ciò in generale in tutti i punti. Sono ben lontano dal limitarmi a qualche parziale depravazione: non voglio che si sia semplicemente o libertino o ubriaco ne o ladro o empio, eccetera; esigo che si provi tutto, che ci si dedichi a tutto, sempre e preferibilmente alle deviazioni che paiono più mostruose perché solo estendendo la sfera dei disordini si giunge necessariamente più presto a quel tanto di felicità promessa nel disordine. Le false idee sulle creature che ci stanno intorno sono fonte, inoltre, d'una infinità di giudizi moralmente erronei; ci forgiamo doveri chimerici verso tali creature e ciò perché esse credono di averne verso di noi. Si abbia la forza di rinunciare a ciò che ci aspettiamo dagli altri e i nostri doveri verso di loro scompariranno. Cosa sono, vi domando, tutte le creature della terra al confronto di uno solo dei nostri desideri? e perché dovrei privarmi del più superficiale di tali desideri per far piacere a una creatura che non è niente per me e che non offre alcun interesse? Se temo qualcosa da lei, devo non urtarla, non per lei, ma per me, perché generalmente solo per me devo agire nel mondo; ma se non ho nulla di cui paventare, allora è evidente che debba trarne tutto il profitto possibile per migliorare i miei piaceri, e considerare tutte quelle creature come esseri creati semplicemente per esserne al servizio (48). La morale, ripeto, è dunque inutile alla felicità: dico di più, nuoce ad essa, ed è solo nella corruzione più estesa e generale che gli individui, come le società, troveranno la maggior dose possibile di felicità sulla terra.

 

 

 

La malvagità della natura incita l'uomo all'imitazione. Discorso dell'alchimista Almani.

 

 

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Ecco, mi dice Almani (questo il nome del chimista), risponderò alle vostre due domande. Il motivo che mi spinge a dedicarmi al male è nato dai miei approfonditi studi sulla natura. Più ho cercato di scoprirne i segreti e più ho visto che unica sua occupazione è nuocere agli uomini. Seguitela in ogni sua operazione: la troverete sempre vorace, distruttiva e cattiva, solo incoerente, avversa e devastatrice. Soffermatevi sugli immensi mali che la sua mano infernale spande su di noi. A che scopo crearci per renderei tanto infelici? Perché la nostra triste persona come tutte quelle che produce, esce dal suo laboratorio tanto imperfetta? Non si sarebbe tentati di credere che la sua arte assassina abbia voluto creare solo vittime ... che il male sia suo unico elemento, e all'unico scopo di coprire la terra di sangue, di lacrime e di lutti essa sia dotata di facoltà creatrici? che solo per far mostra dei suoi flagelli usi la propria energia? Uno dei vostri filosofi moderni si dichiarò amante della natura: ebbene, caro amico, io dichiaro di esserne il carnefice. Studiatela, seguitela, questa atroce natura: vedrete sempre che crea per distruggere, che raggiunge i propri scopi con l'assassinio e come il Minotauro s'impingua con l'infelicità e la distruzione degli uomini. Quale stima, quale amore potreste nutrire per tale forza, i cui effetti sono a noi contrari? L'avete mai vista dispensare doni senza accompagnarli da profonde pene? Se vi rischiara per dodici ore è solo per immergervi altre dodici nelle tenebre; se vi permette di godere la dolcezza dell'estate è solo per accompagnarla al terrore della folgore; fra le erbe salutari, la sua mano traditrice fa germinare quelle velenose; i più bei paesi del mondo fa irti di vulcani che li ridurranno in cenere; si fa bella un momento e tale appare a noi solo per coprirsi di bianco freddo per il resto dell'anno; ci dona vigoria nei primi tempi della nostra vita, ma per piegarci nella vecchiaia sotto i tormenti e i dolori; vi lascia un attimo godere allo stravagante spettacolo breve di questo mondo, ma solo perché al funesto corso che s'offre ai vostri occhi, siate ad ogni passo terrorizzato dalle spaventose sciagure che lo accomunano. Osservate con quale arte malvagia mescola nei vostri giorni un po' di piacere e molte pene; esaminate freddamente, se vi è possibile, con quante malattie vi opprime, le divisioni che fa nascere fra voi, gli sviluppi delle vostre più dolci passioni ch'essa vuole spaventosi; accanto all'amore, il furore; accanto al coraggio, la ferocia; accanto all'ambizione, l'assassinio; accanto alla sensibilità, le lacrime; accanto alla castità, tutte le malattie di continenza. In quale orrenda situazione vi mette, dunque, poiché il disgusto per la vita finisce per essere, nella vostra anima, tale da non esserci uomo che vorrebbe ricominciare a vivere se gli venisse donato il giorno della sua morte? Sì, caro amico, sì, odio la natura; e perché la conosco bene la odio. Conoscendone gli orrendi segreti, mi sono ripiegato su me stesso ed ho sentito (ecco la risposta alla vostra seconda domanda), ho provato una sorta di piacere indicibile nel copiare le sue nefandezze. Ebbene! mi son detto, è un essere disprezzabile, odioso quello che mi ha messo al mondo per farmi godere al male dei miei simili! cosa! (avevo allora sedici anni) sono appena uscito dal grembo di tanto mostro e già esso mi trascina negli orrori in cui si diletta! Non è corruzione: sono appena nato, è inclinazione, è tendenza. La sua barbara mano sa dunque solo plasmare il male? il male la diverte dunque? E io amerei simile madre! No, la imiterò, ma odiandola; la copierò, così essa vuole, ma solo maledicendola; e, furioso nel vedere le mie passioni al suo servizio, dipanerò la sua segreta matassa fino a diventare, se ciò sarà possibile, più malvagio di lei, per meglio ferirla durante tutta la mia vita. Le sue reti omicide sono tese per noi soli: cerchiamo di farvela cadere, masturbandola, se sarà possibile; teniamola rinchiusa nelle sue stesse opere per più insultarla; e turbiamo la, se è possibile, per recarle più profondo oltraggio. Ma la puttana si è presa beffa di me, ha più risorse di me; lottiamo ad armi impari. Mi mostra solo i risultati, e nasconde le cause. Mi sono forzatamente limitato ad imitare i primi; ignorando ciò che la spinge ad impugnare il coltello, ho tuttavia saputo strapparle l'arma e servirmene in tutto come lei fa.

 

 

 

La felicità egoistica e senza freni, in particolare morali, è la più perfetta. Il bene, come concetto universale, non esiste, ma solo una morale relativa. Dialogo tra Justine e Monsieur e Madame Esterval, pluriassassini.

 

 

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- Compiangimi... compiangimi, cara, dice Mme Esterval, poiché non mi è possibile spingerli oltre. Se sapessi in quali smarrimenti si spinge la mia immaginazione quando godo! cosa concepisce, cosa inventa! Sappi, Justine, che tutto quel che mi vedi fare è assai inferiore a quel che vorrei fare. Perché i miei desideri devono essere limitati a questa foresta? Perché non sono la regina del mondo! Perché non posso estendere i miei ardenti desideri sull'intera natura! ... Ogni ora della mia vita sarebbe segnata da un misfatto ... ogni mio passo da un omicidio. Se mai ho desiderato sovrano scettro, è stato per pascermi di crimini; avrei voluto superare in nefandezza tutte le donne crudeli dell'antichità; avrei voluto che da un capo all'altro dell'universo gli uomini fossero ridotti al terrore, in nome mio e per i miei misfatti. La sola analisi del crimine, non è sufficiente a sottoscriverne l'elogio? Cos'è un crimine? E l'azione che, rendendo a noi docili gli uomini, ci eleva inevitabilmente sopra di loro; è l'azione che ci rende padroni della vita e della fortuna degli altri e che, perciò, aggiunge a quella parte di felicità di cui godiamo quella degli esseri sacrificati. Ma qualcuno mi dirà che non appena tale felicità otteniamo a spese altrui, l'usurpiamo, non può essere perfetta? Imbecille!. .. precisamente perché la si usurpa è tale: che fascino avrebbe se fosse un dono? Bisogna rubarla, strapparla; deve costare lacrime a chi ne è privato, ed è dalla certezza di questo dolore inflitto ad altri che nascono i più dolci piaceri.

- Ma, signora, è scelleratezza!

- Niente affatto: il desiderio molto semplice e molto naturale di volerci avvicinare il più possibile alla maggior felicità che siamo capaci di immaginare.

- D'accordo, purché non sia a svantaggio degli altri.

- Ma non ne godrei sapendo che gli altri sono fortunati quanto me: bisogna, per la mia perfetta felicità, che io possa stimarmi la sola felice a questo mondo ... felice quando tutti soffrono. Non esiste essere fatto con raffinatezza che non senta quanto sia dolce essere privilegiati: se posseggo solo una parte della felicità generale, sono come tutti gli altri. Se invece mi riesce riunirle tutte in me, è incontestabile che io sia più felice degli altri. Se esistono, poniamo, dieci parti di felicità in un gruppo di dieci persone, esse sono tutte uguali e quindi nessuna può illudersi di essere più fortunata dell'altra; se, invece, uno degli individui del gruppo riesce a privare gli altri nove della loro parte di felicità per condensarla in se stesso, è indubbio che sarà veramente felice; perché da quel momento potrà stabilire dei paragoni prima assolutamente inconcepibili. La felicità non consiste in questo o quello stato d'animo: consiste unicamente nel confronto tra il proprio stato e quello degli altri; e quale confronto è possibile, se tutti si somigliano? Se tutti possedessero un capitale uguale per tutti, chi avrebbe il coraggio di dichiararsi ricco?

- Oh! signora. non capirò mai questo modo di essere felice: mi sembra che non potrei mai esserlo. io, sapendo che tutti gli altri non lo sono.

- Perché sei di debole costituzione; perché sei fatta di piccoli desideri ... deboli passioni. .. tenui voluttà. Ma tale mediocrità di pensiero non è ammissibile in un essere organizzato come me; e, se la mia felicità non può esistere se non nella disgrazia altrui, ciò significa che trovo in tale disgrazia l'unico stimolante che stuzzica fortemente i miei nervi e che, in seguito alla violenza di tale scossa, determina con maggior certezza piacere negli atomi elettrici che circolano nella loro cavità. Generalmente, tutti gli errori degli uomini in questo campo derivano da una falsa definizione di felicità. Ciò che si chiama così non rappresenta una condizione ugualmente conveniente a tutti gli uomini; tale modo è sempre diverso secondo gli individui sui quali influisce e tale influsso è sempre relativo all'organismo. Ed è così vero che la ricchezza e la voluttà, che paiono fare la felicità generale, trovano sovente anime inaccessibili; e parimenti, i dolori, la malinconia, le avversità, i dolori che dovrebbero spiacere a tutti, trovano tuttavia dei sostenitori. Accettata l'ipotesi avrà armi spuntate chi volesse discutere sulla stranezza dei gusti; e il silenzio, se ha buon senso, è l'unico partito che dovrà prendere. Luigi XI trovava la sua felicità nelle lacrime che faceva spandere ai francesi, come Tito nei favori di cui colmava i romani. In nome di cosa voi vorreste ora costringermi a preferire l'uno all'altro? tutti e due non avevano ugualmente ragione? e tutti e due non erano giusti?

- Giusti, no di certo: solo nel bene c'è giustizia.

- E cos'è ciò che chiami bene? Per favore, dimostrami che c'è più bene nel dare cento luigi d'oro che nel rubarli. Perché sarebbe mio dovere fare la felicità degli altri? e come (pregiudizi a parte) riuscirai a convincermi che mi comporto meglio facendola che non facendola? Ogni principio di morale universale è una chimera: non esiste altra morale che la morale relativa, e solo questa ha effetto su noi. I crimini mi divertono, io li accetto per buoni; aborro la virtù, io la fuggo; forse mi sarebbe cara, se mi avesse dato qualche piacere. Oh! Justine! corrompiti, seguendo il mio esempio: è ingrata, la dea che servi; non ti ricompenserà mai dei sacrifici che esige da te, e tu l'avrai servita tutto il tempo della tua vita senza merito e senza ricompensa.

- Ma se il bene fosse quel che fate, signora, perché gli uomini lo punirebbero?

- Gli uomini puniscono ciò che nuoce loro: scacciano il serpente che li morde, e tuttavia ciò non costituisce argomento contro l'esistenza di quel rettile. Le leggi sono egoiste, noi dobbiamo esserlo; sono utili alla società, ma gli interessi della società non sono i nostri; e quando noi lusinghiamo le nostre passioni, facciamo individualmente ciò che essi fanno in massa: solo il risultato è diverso.

Talvolta Esterval partecipava a tali conversazioni: assumeva allora carattere più solenne. Immorale per principio, e per temperamento, ateo per tendenza e per filosofia, Esterval, combattendo ogni pregiudizio, non permetteva in alcun modo alla sventurata Justine di difendersi. Quando le capitava di rimproverargli i giornalieri omicidi:

- Bambina mia, le diceva, il moto è l'essenza del mondo; tuttavia, ogni moto è impossibile senza distruzione: dunque la distruzione è necessaria alle leggi della natura; dunque chi più distrugge, essendo colui che più mette in moto la materia, è anche colui che meglio serve le leggi della natura. Questa madre di tutti gli uomini ha donato a tutti diritto pari su tutte le cose. E permesso, nell' ordine naturale, a ciascuno, di fare tutto quel che gli pare contro chiunque; e ognuno, può possedere, servirsi e godere indistintamente di tutto quel che gli piace. L'utilità è la regola del diritto: è sufficiente che un uomo desideri una cosa per constatare ch'essa gli è necessaria e dal momento che gli è necessaria, o semplicemente piacevole, è giusta. L'unica punizione per aver compiuto questa o quell'azione consiste nel permesso che un altro ha di commetterla contro di noi: la giustizia o l'ingiustizia di un'azione, dice Hobbes, dipende dal solo giudizio di colui che l'ha compiuta: ciò solo lo esimerà da biasimo e giustificherà il suo comportamento. Unica causa di ogni nostro errore è considerare sempre legge della natura ciò che deriva dai costumi o dai pregiudizi della civiltà. Nulla a questo mondo offende la natura; la civiltà, più irascibile, è quasi ad ogni passo gravata di qualcosa: ma cosa importano le sue ferite! è recar oltraggio a un fantasma offendere le leggi degli uomini. Coloro che operarono per questa civiltà avevano il mio consenso? e posso io aderire alle leggi che ripugnano alla mia coscienza o alla mia ragione?

Allora Justine vantava a Esterval l'eccellenza delle percezioni e, appoggiandosi su tale vacillante base, voleva falsamente giungere ad ammettere il sistema religioso.

- Ammetto, rispose Esterval, che le nostre percezioni, i nostri organi, in modo più raffinato che negli animali, ci hanno portati a credere all'esistenza di Dio e all'immortalità dell'anima. Conseguentemente, come voi esclamiamo: Quale maggior dimostrazione della verità di tutte queste cose la necessità stessa di ammetterle! Ma ecco in che consiste il sofisma. E verissimo che il tipo di costruzione ricevuto dalla natura ci costringe a creare chimere, e spesso a consolarci con esse; ma l'esistenza di un culto religioso non è con ciò dimostrata: l'uomo sarebbe l'essere più felice se, dal solo bisogno di una qualsiasi illusione, ne scaturisse la realtà. Ripeto, il nostro interesse non decide la realtà di una cosa; e quand'anche fosse per noi un vantaggio avere a che fare con un essere tanto favorevole quanto i suoi partigiani sostengono, ciò non dimostra ancora l'esistenza di tale essere. E mille volte più piacevole per l'uomo dipendere da una natura cieca che da un essere le cui buone qualità, sostenute solo dai teologi, sono continuamente smentite dai fatti. La natura, studiata rettamente, ci fornisce il necessario per farci felici quanto la nostra esistenza consente. In essa troviamo di che soddisfare i bisogni fisici; solo in essa sono tutte le leggi della nostra felicità e della nostra conservazione: scostandoci da essa, rimangono solo chimere che mai dobbiamo smettere di maledire e di odiare. Ma se Justine non possedeva, per rispondere a tanta filosofia, il vigore intellettuale che caratterizzava così bene i suoi ospiti, talvolta il cuore le suggeriva idee alle quali essi stessi sentivano imbarazzo a rispondere. Cosa che capitò un giorno mentre Esterval combatteva la sua tendenza per le opere buone, facendole così sentire la falsità di tale pretesa virtù.

 

 

 

L'ineguaglianza naturale tra deboli e forti giustifica l'abuso da parte di questi ultimi. Discorso di Monsieur de Verneuil.

 

 

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Prima di tutto, disse Verneuil, va rammentato, cari amici, quale incrollabile base d'ogni sistema su tale argomento, che è necessariamente nelle intenzioni della natura una classe d'individui essenzialmente sottoposta all'altra per debolezza o per nascita: ciò posto, se il soggetto sacrificato dall'individuo che si abbandona alla propria passione appartiene alla classe debole e senza risorse, il sacrificatore, in questo caso, non ha fatto più male del padrone di una cascina che ha ucciso il maiale. Dubitate di tale mio primo presupposto? Volgete uno sguardo attorno, sull'universo intero; vi sfido a trovare un solo popolo che non abbia avuto la sua casta reietta: gli Ebrei lo erano per gli Egizi; gli Iloti per i Greci; i Paria per i Bramini; i Negri per gli Europei. Qual è, ditemi, il mortale tanto imbecille da avere il coraggio di affermare, disprezzando ogni evidenza, che tutti gli uomini nascono con pari diritti e pari forze! Solo un misantropo come Rousseau poteva sostenere un simile paradosso, in quanto, lui stesso debole, preferiva abbassare al suo livello coloro ai quali non osava elevarsi. Ma con quale spudoratezza, vi domando, il Pigmeo alto quattro piedi e due pollici dovrebbe sentirsi pari a quel modello di altezza e di vigoria al quale la natura ha accordato la forza e l'altezza di Ercole? Tanto varrebbe dire che la mosca è uguale all'elefante, non vi pare? La forza, la bellezza, la prestanza, l'eloquenza: tali furono le virtù che, all'origine della società; fecero conferire autorità a chi le governò. Una famiglia, una borgata, costretta a difendere i suoi possessi, scelse fra coloro che la componevano l'essere che più sembrava riunire in sé il maggior numero di qualità cui accennavamo. Tale capo, rivestito dell'autorità conferitagli, prese fra i più deboli degli schiavi e li immolò senza pietà alla minima necessità o alle proprie passioni ... al capriccio persino di coloro che lo avevano nominato. E quante volte, non è forse vero che tale crudeltà fu necessaria per mantenere la propria autorità? Chi dubita che il dispotismo dei primi imperatori romani non fu utile allo splendore di quella signora del mondo? Allorché le società si furono formate, i discendenti di quei primi capi, abituati ad essere dei rappresentanti, anche se sovente per forze e per qualità morali non uguagliavano i padri, continuarono a mantenere sulle loro teste o nelle loro case le insegne dell'autorità: ed ecco l'origine della nobiltà il cui ceppo si trova nella natura stessa. Degli schiavi continuarono a stringersi attorno ad essi, o per servirli o per mantenere agli ordini del capo la grandezza e la prosperità della nazione; e il signore, comprendendo quanto fosse per lui fondamentale imporsi, sia nel proprio interesse sia in quello generale, diventò crudele per necessità, per ambizione, e più spesso per libertinaggio. Tali furono i Nerone, i Tiberio, gli Eliogabalo, i Venceslao, i Luigi XI, eccetera. Ereditarono un potere trasmesso dai loro predecessori per necessità; perché l'abuso manteneva l'impero, facendo cadere solo qualche vittima; la soppressione dell'autorità non le risparmiava, anzi, faceva cadere i popoli nell'anarchia. Quindi non comporta (ed è qui che voglio arrivare) grandi svantaggi il fatto che il più forte abusi della propria forza; né è il caso di ostacolarlo quando calpesta il debole. Tutte le operazioni della natura, d'altra parte, non sono forse esempi dell'azione lesiva del forte contro il debole? L'aquilone spezza la canna; i sollevamenti interni della terra rovesciano, degradano la fragile capanna alzata su di essa; l'aquila inghiotte il regolo; noi non respiriamo, non muoviamo un solo membro senza distruggere miriadi di atomi. «Ebbene! vi diranno a questo punto gli imbecilli sostenitori di un'impossibile uguaglianza, non possiamo discutere la superiorità fisica o morale di certe creature rispetto ad altre: è inquietante, d'accordo, ma accordateci almeno che tutti gli esseri debbano essere uguali di fronte alla legge.» Ed ecco il punto sul quale mi guarderei bene dall'essere d'accordo. Come volete che, infatti, colui che ha ricevuto dalla natura somma disposizione per il crimine sia grazie alla superiorità delle proprie forze, della delicatezza dei propri organi sia per l'educazione ricevuta secondo i natali o il patrimonio, come volete che, ripeto, tale individuo sia giudicato secondo la medesima legge che impone all'altro virtù o moderazione? Sarebbe giusta la legge che parimenti punisca questi due uomini? Sarebbe cosa spaventosamente incoerente, un'abominevole ingiustizia che ogni paese prudente e saggio non dovrebbe mai permettere. E impossibile che la legge possa convenire a tutti gli uomini. Esistono medicine morali come rimedi fisici: non ridereste del ciarlatano che possedendo un unico farmaco per tutti i temperamenti purgasse il facchino dei mercati generali esattamente come la maliarda con le caldane? Eh! no, no, amici miei! La legge è cosa per il popolo: essendo il più debole e anche più numeroso, ha bisogno di quei freni dei quali l'uomo potente non sa che fare e che non gli convengono assolutamente. L'essenziale, in ogni saggio governo, è che il popolo non invada il campo dell'autorità dei grandi; e quando ciò accade, grandissime sventure sconvolgono lo Stato e lo incancreniscono per secoli. Ma fino a quando, in una qualsivoglia nazione, non vi sarà altro inconveniente all'infuori di quello dell'abuso di potere del forte sul debole, siccome suo risultato è inchiodare il popolo ai ferri, tale azione sarà buona e non cattiva, e quella legge che la proteggerà si volgerà in gloria e prosperità dello Stato. Il regime feudale favorirà questo modo di vedere; e fu in quel periodo che la Francia raggiunse massima grandezza e massima prosperità ... come Roma che non fu mai tanto grande come durante l'ultimo periodo del dispotismo ... Esistono infiniti governi in Asia grazie ai quali i grandi possono fare tutto quel che vogliono ... e il popolo solo è in catene. E agire contro natura pretendere di diminuire la forza di coloro ai quali essa l'ha accordata; è servire la natura imitare i modelli di crudeltà, di dispotismo che essa offre continuamente ... servirsi di ogni mezzo da essa fornito per sviluppare al massimo le nostre energie: colui che si rifiutasse sarebbe uno sciocco, che non meriterebbe il dono fattogli ...

 

 

 

Secondo discorso contro l'idea dell'immortalità dell'anima, di Monsieur de Bressac

 

 

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Risalendo fino alle epoche più remote, dice Bressac, troviamo garanti dell'assurdo sistema dell'immortalità dell'anima solo fra i popoli immersi nei più volgari errori. Se si esaminano le cause che forse fecero ammettere la spaventosa sciocchezza, possiamo trovarle nella politica, nel terrore e nell'ignoranza: ma qualsivoglia sia l'origine di tale opinione, il problema è sapere se è fondata. Temo che esaminandola a fondo la scopriremo altrettanto chimerica dei culti che autorizza. Va tuttavia detto che persino nei secoli in cui tale opinione par aver avuto più credito, sempre si trovano persone tanto sagge da metterla in dubbio.

Era impossibile non intendere fino a che punto fosse necessario agli uomini sapere se era vero; e tuttavia nessun dio eretto dalla loro stravaganza si preoccupava di istruirli. Sembra che tale assurdità sia nata fra gli Egizi, vale a dire presso il popolo più credulone e superstizioso della terra. Dobbiamo nondimeno notare una cosa: Mosè, sebbene istruito nelle loro scuole, non ne fece parola con gli Ebrei. Troppo buon politico per creare altri freni, non osò mai, lo sappiamo, servirsene per il suo popolo: troppe sciocchezze la caratterizzavano perché pensasse di servirsene. Gesù stesso, modello di furberia e d'impostura, questo abominevole ciarlatano, non aveva alcuna nozione dell'immortalità dell'anima; si esprime solo e sempre da materialista; e quando minaccia gli uomini, ai loro corpi sono rivolte le sue parole; ma ne separa l'anima. Ma non l'origine di tale odiosa fola debbo qui ricercare: dimostrarvene la pazzia è unico oggetto della mia fatica.

Soffermiamoci brevemente, cari amici, sulle cause che forse la determinarono. Le sventure del mondo, i suoi sconvolgimenti, i fenomeni della natura, furono incontestabilmente le prime; la fisica, male conosciuta, male interpretata, forse autorizzò le seconde; la politica ne fu la terza. L'impotenza in cui si trova l'umano intendere in rapporto alla facoltà di conoscersi, deriva meno dall'inesplicabilità dell'enigma che dalla maniera di proporlo. Vecchi pregiudizi hanno prevenuto l'uomo contro la sua stessa natura: vuole essere quel che non è; si sfinisce nello sforzo di trovarsi in una sfera illusoria, che, quand'anche esistesse, non sarebbe adatta a lui.

E come, in conseguenza di ciò, può ritrovare se stesso? Non è stato sufficientemente dimostrato il meccanismo dell'istinto nelle bestie, grazie all'accordo perfetto dei loro organi? L'esperienza non dimostra che l'istinto, nelle bestie, indebolisce in seguito all'alterazione che sopravviene in esse, sia per incidente sia per vecchiaia e che l'animale è infine distrutto quando cessa l'armonia da cui esso risulta? Come si può essere tanto ciechi da non riconoscere che quel che capita a noi è assolutamente la stessa cosa? Quel che avete fatto patire alla donna il cui cadavere avete sotto gli occhi, non è prova evidente? Ma per giungere all'identificazione di tali principii insiti in noi, occorre cominciare con il convincerci che la natura, sebbene una nella propria essenza, si modifica tuttavia all'infinito; poi, non perdere mai di vista l'assioma d'eterna verità per il quale un effetto non sarà mai superiore alla propria causa; e, infine, che tutti i risultati di un qualsivoglia movimento sono fra loro diversi; essi aumentano o diminuiscono secondo il vigore o la debolezza del peso che dà impulso al movimento.

Sostenendovi a tali princìpi, percorrerete a passi di gigante la via della natura sensibile. Grazie al primo, scoprirete l'unità enunciata: ovunque nel regno animale ci sono sangue, ossa, carne, muscoli, nervi, viscere, movimento, istinto.

Grazie al secondo, capirete la diversità esistente tra gli esseri viventi in natura; non paragonerete certo l'uomo alla tartaruga né il cavallo al moscerino; ma vi farete uno schema graduato delle differenze, e tale che ogni animale abbia il posto che gli compete. L'esame delle specie vi convincerà che l'essenza è ovunque la medesima e che le differenze hanno quale unico scopo le modalità. Da ciò concluderete che l'uomo non è superiore alla materia, che il cavallo non è superiore a questa medesima materia, causa producente del cavallo; e che se superiorità esiste fra le due specie, l'uomo e il cavallo, questa è nelle modifiche o nelle forme.

Vedrete, grazie al terzo principio, il quale dice che i risultati di un qualsivoglia movimento sono diversi fra loro, e che aumentano o diminuiscono secondo il vigore o la debolezza dei pesi che danno impulso al movimento, vi convincerete, ripeto, grazie a tali princìpi, che non esiste nulla di meraviglioso nella costruzione dell'uomo quando si mettono a confronto la sua specie e le altre specie di animali che gli sono inferiori: da qualsiasi punto di vista si guardi e si consideri, solo materia si vede in tutti gli esseri esistenti. - Cosa! direte, l'uomo e la tartaruga sono una stessa cosa? - No di certo, la loro forma è diversa; ma causa del movimento che costituisce e l'uno e l'altra è certissimamente la stessa cosa: «Sospendete un pendolo, attaccato a un filo, al soffitto (65); mettetelo in movimento: la prima linea che traccerà il pendolo sarà ampia quanto lo permette la lunghezza del filo, la seconda lo sarà meno, la terza meno ancora, fino a quando il movimento del pendolo si ridurrà a una semplice vibrazione, che terminerà in immobilità assoluta».

A questa esperienza dico a me stesso: l'uomo è il risultato del movimento più ampio, la tartaruga di quello di una vibrazione, ma la materia bruta fu causa e dell'uno e dell'altro.

I sostenitori dell'immortalità dell'anima, per spiegare il fenomeno dell'uomo, lo hanno dotato di una sostanza sconosciuta: noi materialisti, certamente più logici, consideriamo le sue qualità risultato del modo con il quale è organizzato. Le supposizioni mettono fine a molte difficoltà, siamo d'accordo, ma non danno una risposta alle domande. Andando più spedito verso la meta, solo prove vi presento. Il curioso è che nessuno di tali semifilosofi è d'accordo con l'altro sulla natura della sostanza immateriale che essi ammettono; il contrasto fra i loro pareri sarebbe, bisogna ammetterlo, irrefutabile prova a loro carico: ma, noncurante di ciò, mi dedicherò piuttosto all'esame del problema che fa dell'anima una sostanza creata.

Vi chiedo mille volte scusa, cari amici, se nel corso della mia dissertazione sarò costretto a servirmi brevemente dell'enunciato che ammette l'esistenza di quell'essere chimerico conosciuto con il nome di DIO. Mi renderete, spero, giustizia dimostrandovi convinti che, l'ateismo essendo il mio più sacro sistema, unicamente per necessità, e momentaneamente, mi servo di tale supposizione; ma poiché tutti gli errori si concatenano nell'intelletto di chi li ammette, siamo sovente obbligati ad usarne uno per combattere e dissipare l'altro. Dunque, secondo l'ipotesi dell'esistenza di un Dio, io domando, dove questo Dio ha trovato l'essenza dell'anima? L'ha creata, voi risponderete. Ma tale creazione è possibile? Se Dio esistesse solo, occuperebbe tutto, eccetto l'assurdo nulla. Dio, annoiato del nulla, ha creato, così si dice, la materia, cioè ha dato l'essere al nulla. Ecco dunque tutto occupato; due esseri riempiono lo spazio intero: Dio e la materia. Se tali due esseri riempiono tutto, formano il tutto, non c'è spazio per altre creazioni; perché è impossibile che una cosa sia e non sia contemporaneamente. Lo spirito riempie dunque da quel momento tutto il vuoto metafisico; la materia riempie fisicamente tutto il vuoto sensibile: dunque non c'è posto alcuno per gli esseri di nuova creazione, anche se dall' esistenza ridottissima. A questo punto si è fatto ricorso a Dio, e si è detto che questo Dio accoglie in se stesso tali nuove produzioni. Se Dio ha potuto accogliere nella sfera spirituale della propria infinità nuove sostanze della stessa natura, ne consegue chiaramente che non era d'una infinità completa e perfetta, poiché ha consentito aumenti. Chi dice infinità, dice esclusione d'ogni limite; ora, un essere che esclude ogni limite non è suscettibile di aumento.

Se si dice che Dio, nella sua onnipotenza, ha ristretto la propria essenza infinita per far posto a sostanze create da poco, rispondo che allora non poteva essere infinito, perché, nel momento che si restringeva, la parte dove così è avvenuto ha svelato un limite.

Quand'anche Dio accogliesse nella propria sfera le sostanze nuove create, è tuttavia certo che tale sfera avrebbe un vuoto ogni qualvolta ognuna di tali sostanze ne esce per andare nella sfera della materia ad animare un corpo.

Tale vuoto potrà sussistere sempre; perché secondo coloro che amano tale assurdità, le anime condannate al supplizio non usciranno mai dall'inferno.

Se Dio riempie continuamente il vuoto provocato dall' assenza di un'anima, è inevitabile che imponga alla propria sostanza un effetto retroattivo quando una di quella anime torna alla sua sfera: e ciò è assurdo; perché un infinito assoluto come il vostro Dio, le cui parti sono anch'esse infinite, è impossibile che si ritiri e si estenda.

Se il vuoto, causato dall'assenza di un'anima, non è riempito, è un nulla; perché ogni spazio deve contenere o spirito o materia. Ora, Dio non può riempire tale vuoto né con la sua propria sostanza né con parti di materia, perché è impossibile che Dio contenga materia: dunque c'è del nulla nella divinità.

A questo punto i nostri avversari si fanno più miti. Quando diciamo, così sostengono, che Dio creò l'anima umana, vogliamo dire unicamente che la formò ... Bisogna convenire che tale sfumatura non apporta grandi cambiamenti alla disputa.

Se Dio ha formato l'anima umana, l'ha formata con qualche essenza; nello spirito o nella materia ha messo mano.

Non nello spirito, perché ne esiste uno solo, che è infinito o Dio stesso; ora, tutti capiscono che è assurdo supporre l'anima porzione della divinità. E contraddittorio tributare un culto a se stessi: ciò che avverrebbe, se l'anima fosse una porzione di Dio. E parimenti è assurdo che una sostanza punisca eternamente una parte staccata di se stessa. In una parola, secondo questa ipotesi, non venitemi a parlare né dell'inferno né del paradiso; infatti, sarebbe assurdo che Dio punisse o ricompensasse una sostanza emanata da lui.

Dio ha dunque formato l'anima con materia, poiché non c'è che materia e spirito? Ma se l'anima è stata formata con materia, non può essere immortale. Dio, se volete, può aver spiritualizzato, reso diafana della materia fino all'impalpabilità, ma non immortale, perché ciò che ha avuto inizio deve assolutamente aver fine.

Gli stessi teisti non possono fare a meno di concepire l'immortalità di Dio che grazie alla sua infinità; è infinito perché esclude ogni limite.

La materia, pur spiritualizzata, non è meno divisibile, perché la divisibilità è essenziale alla materia e la spiritualizzazione non muta l'essenza delle cose: ora, ciò che è divisibile è soggetto ad alterazione; e ciò che è suscettibile di alterazione non è perenne, e ancor meno immortale.

I nostri avversari, alle strette da tutte queste obiezioni, ripiegano sulla onnipotenza di Dio. Ci è sufficiente, dicono, essere convinti che siamo dotati di un'anima spirituale e immortale; poco c'importa sapere come e quando è stata creata. Quel che conta, aggiungono, è che, per le sue facoltà, non può essere giudicata d'altra sostanza all'infuori di quella che si suppone posseggano gli spiriti angelici.

Ricorrere continuamente all'onnipotenza come fanno i teisti, non è uno spalancare le porte a tutti gli abusi? non è introdurre un pirronismo universale in tutte le scienze? perché, se l'onnipotenza agisce contro le leggi che essa stessa ha, come si pretende, determinate, mai potrò essere sicuro che una circonferenza non sia un triangolo perché allora potrebbe accadere che la figura che ho davanti sia contemporaneamente l'una e l'altro.

I migliori teisti, rendendosi conto quanto ripugnasse alla ragione supporre l'anima una sostanza simile a quella del loro Dio, non hanno esitato a dire che era una sostanza, una entelechia di forma particolare, presa non so dove; e in risposta a certe obiezioni, che eccetto Dio, il quale per la sua stessa infinità escludente ogni limite non aveva forma, tutto quel che rimaneva nella natura doveva avere figura, e conseguentemente estensione, hanno ammesso senza difficoltà alcuna che l'anima ha estensione, parti, un movimento locale, eccetera. Ma è fornire argomenti contro i nostri avversari. Ammettono, dunque, che l'anima ha un'estensione, che è divisibile, che è fatta di parti; ciò è sufficiente per indurci a supporre che persino coloro che ne sostengono l'immortalità non sono meno convinti della sua spiritualità, e quindi che tale opinione è insostenibile: è ora che ve ne convinciate.

Chi dice sostanza spirituale, dice essere attivo, penetrante, e senza che nel corpo in cui penetra si scorga segno del suo passaggio: la nostra anima tale è nell'ipotesi esposta? Vede senza guardare, ode senza ascoltare, ci muove senza muoversi: ora, un essere simile non è possibile che esista senza rovesciare l'ordine sociale.

Per dimostrarlo, la mia domanda è come le anime vedono. Gli uni hanno risposto che le anime vedono tutto nella divinità, come in uno specchio in cui si riflettono tutte le cose; gli altri hanno detto che la conoscenza è loro naturale come le altre qualità di cui sono provviste. Indubbiamente se la prima opinione è un'assurdità lo è almeno altrettanto la seconda; e, infatti, è semplicemente impossibile intendere come un'anima possa conoscere in specie generale ogni cosa particolare in ogni sua circostanza. Supponiamo che l'anima sia provvista della conoscenza del bene e del male in generale: tale scienza non sarà sufficiente per seguire l'uno e astenersi dall'altro. Occorre, affinché un essere decida continuamente tale fuga e tale ricerca, che abbia conoscenza delle specie particolari del bene e del male contenute in tali generi assoluti e generali. I seguaci del sistema di Scoto sostenevano che l'anima umana non possedeva in sé la forza di vedere, che non le era stata data nel momento della sua creazione, ma che l'acquisiva solo trovandosi nelle circostanze in cui doveva servirsene.

Ciò supponendo, l'anima che ha una conoscenza nata con lei del male in generale, è sostanza impotente; perché vede il male che sarà e non cambia strada: allora la materia è agente; essa, paziente: ciò che è assurdo. Secondo Scoto l'uomo non può prevedere nulla; ciò che è falso. Se veramente l'uomo fosse tanto limitato, sarebbe inferiore alla stessa formica, la cui preveggenza è inconcepibile. Dire che l'uomo comunica la conoscenza all'anima, man mano ch'essa ha bisogno d'esercitare le sue facoltà, è fare del vostro Dio l'autore di ogni crimine; e a voi domando se tali condizioni non farebbero ribella re anche i più fedeli seguaci di questo Dio.

Ecco dunque i sostenitori dell'anima immortale e spirituale ridotti al silenzio sul problema di sapere in qual modo e con qual mezzo l'anima vede e conosce le cose. Ma non abbandonano ancora la partita; l'anima umana, dicono, vede e conosce le cose come le altre sostanze sottili o spirituali della sua medesima natura; cosa che, evidentemente, è come dire niente.

Nella difesa di una falsa opinione, le difficoltà rinascono man mano che ci sembra di averle abbattute. Se l'anima non ha facoltà di penetrare gli oggetti presenti né quella di raffigurarsi quelli assenti che le sono sconosciuti, e avere idee chiare per poterne giudicare l'assetto interno, se solo incide su lei la presenza sensibile degli oggetti, e se non le è possibile giudicarne la qualità se non dai sintomi esteriori che li caratterizzano, allora il suo intelletto non possiede maggior sottigliezza né maggiori proprietà dell'istinto dei bruti che cercano o fuggono certi oggetti secondo l'impulso suscitato in essi dalle inalterabili leggi della simpatia o dell'antipatia. Se è così, come tutto dimostra ... come è possibile mettere in dubbio, che follia è questa di supporre una creatura formata da due sostanze distinte, mentre le bestie che gli uomini considerano semplici macchine materiali, sono dotate, considerato il posto loro attribuito nella catena degli esseri, di tutte le facoltà che si notano nella specie umana! Un po' meno di vanità e un attimo di riflessione su se stesso, sarebbe sufficiente all'uomo per convincersi che in confronto agli altri animali non ha in più se non quel che conviene alla sua propria specie nell'ordine delle cose; e che una proprietà indispensabile all' essere cui essa è propria non è dono del suo fiabesco autore, ma una delle condizioni essenziali di quell'essere, senza la quale non sarebbe ciò che è.

Rinunciamo dunque al ridicolo sistema dell'immortalità dell'anima, degno d'essere costantemente disprezzato quanto quello dell'esistenza di un Dio, altrettanto falso, ridicolo. Abiuriamo, con pari coraggio, l'una e l'altra assurda fola, frutto della paura, dell'ignoranza e della superstizione: tali orrende chimere non sono fatte per gente quale noi siamo. Lasciamo che il volgo se ne nutra quanto vuole; ma i suoi pregiudizi, le sue usanze non ci leghino neppure un attimo. Si consoli pure, il volgo, della sua miseria con un futuro chimerico: noi, felici del presente, sereni su quel che seguirà, amando solo noi stessi, riconducendo tutto a noi, le più piccanti... le più sensuali voluttà avvincano, e solo esse, i nostri cuori; solo ad esse vada il nostro culto, il nostro unico omaggio. Mille e mille volte maledetto sia l'orrendo impostore che, per primo, osò avvelenare gli uomini con tali infamie: il peggior supplizio sarebbe stato ancora troppo mite per lui. Ah! possano essere parimenti condannati coloro che promulgano o seguono tanto detestabile errore!

 

 

 

Elogio della cattiva strada e denigrazione della  buona strada. Conversazione tra Madame Dubois e Justine.

 

 

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- Oh! signora, dice Justine, se dovete tutte queste cose a dei misfatti, la provvidenza, sempre giusta, non permetterà che ne godiate a lungo.

- Errore! risponde la Dubois; non credere che la tua favolosa provvidenza aiuti sempre la virtù; un breve istante di prosperità non ti acciechi fino a questo punto. E indifferente all'equilibrio delle leggi della natura che Paolo segua il male mentre Pierre si dedica al bene. Quel che occorre a questa natura compensatrice, è che ne risulti una somma pari dall'uno e dall'altro; e l'esercizio del crimine, oppure quello della virtù, è la cosa che più la lascia indifferente a questo mondo. Ascolta, Justine, prestami un po' d'attenzione, continua la scellerata; sei intelligente, vorrei riuscire a convincerti.

Non è, mia cara amica, scegliendo la virtù che l'uomo trova la felicità; perché la virtù è solo, come il crimine, uno dei tanti modi di comportarsi in questo mondo. Non si tratta dunque di scegliere questo o quel modo: si tratta semplicemente di seguire la strada maestra; chi se ne allontana ha sempre torto. In un mondo completamente virtuoso, ti consiglierei la virtù, perché essendo inevitabilmente ricompensata ne conseguirebbe altrettanto inevitabilmente felicità; in un mondo completamente corrotto, ti consiglierei sempre e solo il vizio. Colui che non segue la strada che anche gli altri percorrono è inevitabilmente perduto: urta contro tutto, e, siccome è il più debole. lui e non altri sarà ridotto a pezzi. Invano le leggi vogliono ristabilire l'ordine e ricondurre gli uomini alla virtù. Troppo prevaricatrici per tentarlo, troppo insufficienti per riuscirei, allontaneranno un breve istante dal cammino battuto da tutti, ma mai lo faranno abbandonare. Quando l'interesse generale condurrà gli uomini alla corruzione, colui che non vorrà corrompersi con loro lotterà dunque contro l'interesse generale: ora, che felicità può attendersi chi contrasta continuamente l'interesse degli altri? Non mi dirai che invece è il vizio ciò che contrasta l'interesse degli uomini? Te lo accorderei in un mondo composto da buoni e cattivi in parti uguali, perché allora l'interesse degli uni si scontrerebbe con quello degli altri. Ma non è il caso di una società corrotta. I miei vizi non recando offesa se non al vizioso, determinano in lui altri vizi compensativi; e così siamo tutti e due soddisfatti: la vibrazione si fa universale; un'infinità di urti e di lezioni reciproche, in cui ognuno, riguadagnando il perduto, si ritrova continuamente in una felice posizione. Il vizio è dannoso solo alla virtù che, debole e timida, non osa mai intraprendere qualcosa. Ma quando non esiste più sulla terra, quando il suo stucchevole regno è finito, allora il vizio, offendendo solo il vizioso, fa sbocciare altri vizi, ma non altera virtù. Come puoi non esserti arenata mille volte nella tua vita, Justine, se sempre sei andata contromano lungo la via percorsa da tutti? se ti fossi abbandonata alla corrente, anche tu saresti arrivata in porto. Chi vuole risalire un fiume, percorre, in un giorno, tanta strada quanto chi lo discende? Mi parli continuamente della provvidenza: eh! chi ti dice che questa provvidenza ami l'ordine, e quindi la virtù? Non ti offre senza sosta esempio della sua ingiustizia e della sua irregolarità? Mandando agli uomini le guerre, la peste e la carestia; avendo formato un universo in ogni sua parte, svela ai tuoi occhi il suo grande amore per il bene? Perché vuoi assolutamente che gli uomini viziosi non le piacciano dal momento che lei stessa agisce tramite i vizi, che tutto è vizio e corruzione nelle sue opere, che tutto è crimine e disordine nelle sue volontà? Ma da chi abbiamo ricevuto l'impulso che ci trascina al male? Non è forse la sua mano a spingerci? Esiste una sola sensazione nostra che non provenga da lei, un solo nostro desiderio che non sia opera sua? E dunque logico dire che ci permetterebbe certe inclinazioni o ce le darebbe per una cosa a lei nociva o inutile? Se dunque i vizi le sono utili, perché dovremmo resistere ad essi? che diritto avremmo di distruggerli? e con qual fondamento soffocarne la voce? Un po' più di filosofia a questo mondo rimetterebbe tutto in ordine e direbbe ai magistrati, ai legislatori, che i crimini che essi biasimano o puniscono con tanto rigore posseggono una dose d'utilità assai maggiore di quelle virtù ch'essi predicano .senza praticare e senza mai ricompensare.

- Quando la mia debolezza sarà giunta al punto da farmi abbracciare, signora, i vostri spaventosi princìpi, come riuscirete a soffocare nel mio cuore i continui rimorsi?

- Il rimorso è una chimera, riprende la Dubois; è il mormorio, mia cara Justine, e imbecille, dell'anima così timorata da non avere il coraggio di farlo tacere.

- E come sarebbe possibile?

- Niente di più facile. Ci si pente di ciò che non si ha l'abitudine di fare: rinnovate instancabilmente ciò che vi dà rimorso e lo soffocherete con facilità; opponete ad esso la fiaccola delle passioni, le potenti leggi dell'interesse, e svanirà. Il rimorso non è prova di crimine; è solo indice di un'anima facile da soggiogare. Se per assurdo arrivasse l'ordine di non uscire da questa camera, tu ne usciresti non senza rimorso, anche se non ci fosse alcun male. Non è dunque vero che solo il crimine dà rimorsi. Se ci persuadessimo che i crimini sono niente... che sono necessari al piano generale della natura, sarebbe possibile vincere facilmente il rimorso dopo averli commessi, come soffocare quello di essere uscita da questa camera dopo l'ordine illegale di rimanerci. Bisogna cominciare con un'analisi completa di tutto ciò che gli uomini definiscono crimine; per convincersi che ciò che essi così definiscono è solo l'assai giusta infrazione alle loro assurde convenzioni sociali ... che ciò che è bollato quale crimine in Francia smette di esserlo a duecento leghe; dico di più: spesso si vede che il secolo onora, al suo volgere, quel che sarebbe stato punito al suo inizio. Quale miglior prova di ciò che sto dicendo della rivoluzione degli imperi che, trasformandosi in repubbliche, coronano sovente il regicidio che ha spazzato via il dispotismo! Convinciti dunque, Justine, che nessuna azione è considerata universalmente crimine in ogni parte del mondo ... nessuna che, viziosa o criminale qui, non sia degna di lode e virtuosa là, a qualche miglio; che tutto è questione d'opinione, di geografia; e che è dunque assurdo voler assoggettare sé medesimi a praticare virtù che altrove sono vizi, a fuggire crimini che sono sublimi azioni in altri climi. Ora ti domando se puoi, dopo tali riflessioni, continuare ad avere rimorsi per avere, per tuo piacere o tuo interesse, commesso in Francia un crimine che è virtù in Cina; se devo essere causa della mia infelicità ... incontrare tanti ostacoli per praticare in Francia azioni che mi farebbero bruciare viva in Siamo Ora, se il rimorso esiste perché c'è divieto, se nasce per aver rotto i freni, e mai dall'azione commessa, è impulso da persona saggia permettergli di continuare a essere in noi? Non è assurdo non soffocarlo immediatamente quando siamo arrivati alla conclusione che l'azione che suscita rimorso in sé non ha alcun valore, e tale l'abbiamo giudicata dopo aver meditato sugli usi e costumi di tutte le nazioni della terra? Ciò fatto, si ripeta questa azione, qualunque sia, il più spesso possibile; o meglio ancora, se ne compiano altre maggiori della prima, con lo scopo di abituarci. L'abitudine e la ragione distruggeranno presto i rimorsi: si annienteranno, questi oscuri impulsi, frutto dell'ignoranza e dell'educazione. Allora ci accorgeremo che, non essendoci crimine reale in niente, c'è solo bizzarria nel pentimento e nel non osar di fare ciò che può essere utile o piacevole, qualunque argine si debba rompere per riuscirei. Ho commesso il mio primo crimine a quattordici anni, Justine; spezzavo così tutti i vincoli che mi tenevano legata ... Ho fatto, all'essere che mi aveva dato la vita, il dono opposto a quello ricevuto ... capisci? sventurato! Lo vedo ancora rendere l'anima, e quando ci penso un piacere piccante mi commuove! In seguito non ho smesso di correre incontro alla fortuna lungo una via seminata di orrori; non ce n'è uno che non abbia commesso ... o fatto commettere; e mai ho conosciuto rimorso. Sono quasi arrivata alla mèta; ancora due o tre colpi fortunati, e passo da una mediocrità, nella quale dovevo finire i miei giorni, a più di centomila lire di rendita. Te lo ripeto, mia cara, mai lungo quella via, felicemente percorsa, i rimorsi mi hanno punta con le loro spine. Anche se un inaspettato rovescio mi facesse precipitare nell'abisso, mai sentirei rimorso: mi lagnerei degli uomini o della mia stupidità, ma mi sentirei sempre con la coscienza tranquilla.

- E va bene, dice Justine; ma ragioniamo un attimo secondo i vostri stessi princìpi. Che diritto avete di pretendere che la mia coscienza sia più salda della vostra, se non è stata abituata fm dall'infanzia a vincere gli stessi pregiudizi? In nome di cosa volete che la mia mente, che non è stata predisposta come la vostra, possa accettare gli stessi sistemi? Ammettete che esiste nella natura una certa quantità di bene e una certa quantità di male e che, quindi, occorre una certa quantità di esseri che pratichino il bene e altri che si dedichino al male. La mia decisione di seguire il bene è pertanto nella natura: perché esigere, ciò nonostante, che io mi scosti dalle leggi da essa dettate? Trovate, voi dite, la felicità in quella via che state percorrendo: ebbene! signora! perché non dovrei parimenti trovarla in quella che seguo? Non crediate, d'altra parte, che le vigili leggi lascino a lungo in pace chi le infrange; ne avete avuto poco fa un esempio convincente: dei quindici furfanti con i quali vivevo, uno solo si è salvato; quattordici hanno avuto morte infamante.

- Ed ecco ciò che definisci una sciagura! riprende la Dubois. Ma che importanza ha quell'infamia quando si è senza princìpi? Quando si è lasciato tutto alle spalle, quando l'onore, ai nostri occhi, è solo pregiudizio, la reputazione cosa vana, la religione chimera, la morte annullamento totale, non è allora la stessa cosa morire sulla forca o nel proprio letto? Ci sono due specie di furfanti nel mondo, Justine, quella che una grande ricchezza, un sommo credito mettono al riparo da tale tragica fine, e quella che non l'eviterà, se l'individuo è acciuffato. Questi, nato povero, deve avere un unico desiderio, se possiede intelligenza: diventare ricco, a qualunque prezzo. Se ci riesce, ha quel che voleva, deve ritenersi soddisfatto; se muore, cosa può rimpiangere, se non ha nulla da perdere? Le leggi, dunque, sono nulle per gli scellerati, poiché non colpiscono il potente, mentre è impossibile al disgraziato temerle, poiché la spada è la sua unica risorsa.

- E voi credete, signora, dice vivacemente Justine, che la giustizia celeste non attenda in un altro mondo colui che non ha temuto il crimine in questo?

- Credo, risponde quella donna pericolosa, che se esistesse un Dio, ci sarebbe meno male sulla terra. Credo che se il male esiste, o i suoi disordini son voluti da Dio, e questi altro non è che un essere barbaro, oppure non è in condizione d'impedirli, e allora ecco un Dio debole e comunque un essere abominevole, un essere del quale devo sfidare il fulmine e disprezzare le leggi. Ah! Justine, l'ateismo non vale più di questi due estremi? e non è cento volte più ragionevole non credere in Dio piuttosto di ammetterne uno tanto pericoloso ... tanto spaventoso, tanto contrario al buon senso e alla ragione?

 

 

 

Necessità del giogo e delle pene più severe per tenere il basso popolo nell'ignoranza e nella sottomissione. Misure che dovrebbero essere prese per eliminare l'eccesso inutile di popolazione. Discorso del vescovo di Grenoble.

 

 

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Per quanto sia profondamente criminale io stesso, rispose il vescovo; non vi nascondo che vorrei sia che i supplizi giudiziari fossero più numerosi sia che fossero più imponenti. Il perché è semplice... Ecco, proseguì scendendo e coricandosi in un sofà, analizziamo un pochino l'argomento mentre riprendo fiato ... Tranquillizzatevi, Dubois, la vostra protetta non ci perderà.

Pensate, cari amici, che i supplizi che io istituirei se mi trovassi ad essere investito di una qualche autorità, sarebbero infinitamente più severi di quelli attualmente in uso. E vero, tali supplizi sarebbero più spaventosi e intensi. Non dimenticate che la sottomissione del popolo, quella sottomissione tanto necessaria al sovrano che lo regge, dipende esclusivamente dalla violenza e dalla vastità dei supplizi (82). Qualsiasi capo, non importa quale, che volesse governare con la clemenza, sarebbe presto rovesciato dal trono. L'animale feroce conosciuto con il nome di popolo ha necessariamente bisogno d'essere guidato con bastone di ferro: siete perduti se gli permettete di comprendere la propria forza. Avverrà che all'unico scopo di scuotere il proprio giogo profitterà del raggio di luce che lascerete brillare ai suoi occhi. E che necessità c'è di istruirlo? quale bene lo Stato ricava dalla filosofia del popolo? Non occorre altra virtù all'infuori della pazienza e della sottomissione dell'individuo governato: l'intelligenza, le capacità, le scienze, si addicono unicamente al governante. Grandi sventure verranno dal ribaltamento di tali princìpi. Smette d'esistere una reale autorità in orni governo in cui ciascuno si creda fatto per parteciparvi; e tutti i flagelli dell'anarchia derivano da tale stravaganza. Ora, l'unico modo per evitare tali pericoli è di stringere le catene il più possibile, di promulgare le leggi più severe, di rifiutare in modo assoluto istruzione al popolo, di opporsi soprattutto alla fatale libertà di stampa, generatrice d'ogni lume al quale si dissolve ciò che tiene legato il popolo, e immediatamente terrorizzarlo con supplizi gravi e ripetuti. Non c'è animale al mondo più pericoloso del popolo; e quel governo che non lo tiene in estrema servitù, cadrà. La tirannia spinta al massimo è l'unica sicurezza dello Stato: allentate il freno, il popolo si ribella; abituatelo all'agiatezza, diventerà tosto insolente; aiutatelo, v'insulterà; istruitelo, vi massacrerà.

Certo non immaginate, amici miei, che io intenda per popolo la casta del cosiddetto terzo stato; no, di certo; chiamo popolo quella classe vile e disprezzabile che, sconciamente lanciata sul nostro pianeta come feccia della natura, non riesce a vivere se non a costo di pene e di sudore ... che ci deruba, che preme, c'imbroglia quando non ottiene altro; ecco cosa voto alla catena e all'umiliazione perpetue, affermando che esiste solo per servire gli altri. Tutto quel che respira deve allearsi contro tale classe abietta; l'universo intero deve concorrere a inchiodare i ferri dei vili schiavi, perché è certo che a sua volta si troverà in identica situazione impietosendosi o lasciandosi andare. Voi che istruisco e dei quali riconosco i diritti, non esitate a sottomettervi al più despota dei governi; solo esso manterrà i vostri privilegi e li farà valere: contento di vedervi contribuire all'asservimento degli unici esseri per lui temibili, vi cederà, finché lo vorrete, una parte della sua autorità per garantirsi dell'altra; e le leggi promulgate sfioreranno le vostre teste ma mutileranno le loro. Esiste un paese a questo mondo dove i grandi siano più felici che in Turchia? Temono il cordone, lo ammetto; ma tale supplizio è raro: applicato solo per qualche crimine di Stato, mai per i delitti personali; mai il loro segreto dispotismo corre qualche pericolo di essere punito: il godimento di mille splendidi crimini è assicurato, contro uno o due temibiIi!. .. Oh! vivano, vivano per sempre simili governi! Andrò sempre ad abitare i paesi ch'essi mettono in catene: mi piace la ferula che non mi colpisce ma con la quale posso terrorizzare gli altri. Cosa m'importa d'essere chiamato schiavo se ho il diritto di farne anch'io? Il vero schiavo è colui che accetta di vivere sotto un governo le cui leggi colpiscono tutti senza eccezione, perché lo diventa di tali leggi, delle quali l'altro si ride, e perché la tirannide dell'uomo che non colpisce se non chi gli piace colpire è assai più dolce della legge che colpisce tutti. Sì, non mi stancherò mai di ripeterlo, il sangue impuro della plebaglia, se fossi un sovrano, colerebbe incessantemente; la terrorizzerei con continui esempi di sangue; colpevole o non colpevole, la immolerei, per mantenerne la dipendenza; la priverei di tutto ciò che potrebbe darle forza; la renderei duttile facendola lavorare perpetuamente, e le renderei l'esistenza così penosa che il solo pensiero di spezzare le proprie catene sarebbe impossibile ...

- Bisognerebbe farne bestie da soma, disse l'abate, e che fosse permesso ammazzarle come buoi al macello; bisognerebbe gravarle d'imposte, di contributi ...

- Non dubitate, riprese il vescovo, la canaglia logora gli ingranaggi dello Stato con la sua pericolosa ruggine; estirpiamola dunque, distruggiamola dalle radici; ed ecco, per riuscirei, gli strumenti che userei:

1. Innanzi tutto è fondamentale, non solo permettere, ma autorizzare l'infanticidio. Solo grazie a tale saggio metodo la Cina ha diminuito l'eccessiva popolazione che la rendeva arida, che l'opprimeva tanto violentemente e che, indubbiamente, avrebbe finito per rovesciare completamente il suo assetto. Il saggio cinese, distruggendo con coraggio il figlio che non può nutrire, non si considera sospetto di crimine sbarazzandosi un po' prima o un po' dopo della materia di cui è sovraccarico. Costringiamo a tale legge il popolo che vogliamo asservire; guardiamoci dal costruire asili per il frutto del libertinaggio: che colei la quale lo porta, costretta a sgravarsene pubblicamente, non possa salvarlo in alcun modo; sia essa stessa condannata a morte, se vuoi conservare tale inutile frutto, come nell'isola di Taiti, dove le donne degli arreois vengono pestate sotto i piedi se permettono ai figli di nascere o se non li uccidono appena nati (83).

2. Occorre poi che dei commissari si rechino regolarmente ogni anno presso i contadini e sottraggano senza pietà ciò che ogni capofamiglia ha di troppo. Le visite saranno fatte di sorpresa ... intimidatorie; e il carnefice, sempre al seguito di chi le farà, massacrerà senza pietà il superfluo di una casa. Ogni famiglia, possedendo più del necessario, più di tre figli, l'eccedente a tal numero cadrà senza pietà sotto la spada sterminatrice dei commissari. Con tali precauzioni, state certi che quel contadino non oserà più procreare un numero di figli superiore a quello permesso dalla legge. Gravatelo al massimo d'imposte, se le infrange; spingetevi oltre, se ha l'abitudine di sfidarle: massacrate sua moglie sotto i suoi occhi; e non dimenticate che tutti i mali di un governo ebbero sempre come causa l'eccessiva popolazione. Attaccate dunque a fondo il lusso e l'agiatezza di questa classe abietta, se volete tagliare il male alla radice. Forse dubitate di tale lusso? .. Ebbene! andate là dove si annida il popolo insolente, e vedrete con quale arroganza oggi lo ostenta! Ora, mi domando se non è quel lusso che, rendendolo fiacco e vile ogni giorno di più lo spinge scandalosamente ad aumentare il numero dei suoi membri. Sopprimete dunque tale lusso assurdo in lui; riducete questi tangheri al minimo necessario; obbligati a faticare per procurarselo, vedrete che non se ne procureranno molto. Questo popolo che voi commiserate, che voi vezzeggiate tanto in Europa, è trattato nello stesso modo a Ceylon, dove lavora come fosse un popolo di cani, senza nulla possedere di proprio? Lo è in Polonia, dove ancora vegeta in massima servitù? in Persia o lungo il Gange, dove è ucciso, come noi facciamo con le lepri? Gravatelo dunque impunemente; le sue reni sono più forti di quanto non pensiate. Convincetevi che la natura ha creato questi esseri secondari, con l'unico scopo di farne zimbelli degli altri uomini: Il povero è stato creato per essere utile al ricco, per essere usato nei suoi bisogni... nelle sue fantasie, per servire da legna da ardere negli assedi, come fece Maometto a Costantinopoli (84). Imponetevi dunque senza scrupolo alcuno; costringetelo, grazie alla miseria cui l'avrete ridotto, a non aver altra parte sulla faccia della terra; obbligatelo a condurre lui stesso i figli avuti in più nel salotto dei vostri piaceri, dove li deflorerete, li immolerete se vi farà piacere. Ecco il solo modo di grattar via queste scorie che, se non si sta attenti, prima o dopo incepperanno gli ingranaggi dello Stato.

3. Altra considerazione importante è quella di riportare il popolo sotto il giogo della servitù, dalla quale la cupidigia e la cattiva politica dei nostri re lo hanno tolto. Timorosi del potere della nobiltà, affrancarono il popolo per mantenere l'equilibrio, senza preoccuparsi dell'ineguaglianza dei pesi... senza tener presente che la nobiltà, che volevano indebolire, nella sua caduta avrebbe trascinato con sé il trono. Se i re non vogliono restituire ai signori i contadini ch'erano cosa loro, li tengano per sé, vi acconsento: ma non li sottraggano alla schiavitù: nulla è più pericoloso della libertà del popolo. Con la totale oppressione di questa classe, in una parola riducendola a dura schiavitù, diminuendo le sue risorse, distruggendo totalmente il suo lusso, obbligandola ad acquistare con grandi fatiche il sobrio necessario, riuscirete a diminuire la popolazione, vizio distruttore di ogni governo, terribile circostanza avversa che la condurrà inevitabilmente alla rovina: nessuna pietà al riguardo; sarebbe funesta. Quando l'albero è spossato dai troppi rami e la linfa non ha la possibilità di distribuirsi in tutte le parti, si taglia, si pota, si diminuisce: il tronco ci guadagna e l'albero continua a vivere. Enrico IV desiderava che ogni contadino avesse la gallina nella pentola della domenica; ma Enrico parlava da politico, non da monarca: avendo più che ragione, considerando la sua debolezza, di volersi fare amare piuttosto che temere, faceva bene a parlare così quanto torto aveva a fare promesse così ridicole. Non inganniamoci: la fonte dell'agiatezza del popolo è la miseria pubblica; e moriremo di fame quando il contadino sarà ricco. Lo ripeto, non i rami devono prosperare, ma il tronco. Perché i grandi possedimenti rendono poco? Perché il popolo è ricco. Non s'ingrassa se non a spese dell'uomo ricco: non temete dunque di sottrarre pure voi ciò che vi ha preso. Se il contadino non possedesse ricchezze, non le avreste voi in tasca? Perché dunque ve ne dovreste privare mentre il povero, questo essere debole e vile, che la natura ha creato per stare in catene, ne gode a vostro danno? Rientrate in possesso, dunque, senza scrupolo, di ciò che vi appartiene: è rovesciare tutte le istituzioni sociali, è disconoscere tutte le ispirazioni della natura, agire diversamente; e tollerare tanti abusi, convincetevene, condurrà a grande e assai prossimo scompiglio. L'imbastardimento della specie, tosto causato dall'inevitabile mescolanza con ceti inferiori in una popolazione numerosa, diventa un'altra circostanza avversa che affretta la rovina dello Stato, e di conseguenza in conseguenza, di avversità in avversità, cadremo in un baratro dal quale niente ci potrà trarre; e tutto ciò, per sentimenti di falsa pietà: come se la pietà non consistesse nel conservare le leggi della natura piuttosto che nel rovesciarle! ... come se la vera umanità potesse obbligar ci alla rovina della classe più importante di sudditi per ingrassare l'altra! Lungi da noi tali perfidi sentimenti! siamo dunque disumani e barbari, se solo a questo prezzo possiamo onorare la natura e mantenere, in tutto, il sublime ordine del quale è l'esempio. Eh! chi dubita che la pietà non sia debolezza, quando porta ad avversità di tal fatta? E cos'è questa falsa pietà che mira a rovesciare ogni principio dell'equità e della legge naturale? Elevereste a lodevole sentimento quello i cui danni fossero così manifesti? Tanto varrebbe dire che un padrone fa opera buona perché salta la cena per darla al cane. Analizziamo più a fondo gli impulsi naturali. La pietà, indubbiamente, è comunque una debolezza; ma diventa autentico crimine ... un crimine di Stato in questo caso; e colui che si lascia commuovere merita veramente punizione.

4. Altra operazione, più necessaria della precedente, è la totale soppressione delle elemosine pubbliche o private. Vorrei che fosse istituita una forte ammenda per chi osasse dedicarsi a tale perniciosa attività, una volta dimostrati gli inconvenienti. Ci lamentiamo dei mendicanti, e li allettiamo con la carità! Non rideremmo di un imbecille che si lamentasse d'essere disturbato dalle mosche e che, per scacciarle, si spalmasse di miele? Niente elemosina, ripeto: guardiamoci dal sostenere la poltroneria. Ricordatevi che se quel briccone di Gesù l'ha predicata, è perché anche lui era un mendicante ... un vagabondo al quale i romani, invece di coprirlo di disprezzo, avrebbero dovuto infliggere il più crudele e umiliante fra tutti i supplizi. Fu proposto, sotto Luigi XIV, di sterminare tutti i poveri, di impiccarli senza pietà. Tale progetto, degno di un regime saggio, avrebbe influito sul nostro secolo; e oggi non saremmo corrosi da questi pullulanti parassiti. Abbiamo il coraggio di riprendere tale eccelso progetto; e convinciamoci che attuandolo scrupolosamente, forse eviteremo ben altri mali. Badate che lo Stato che sacrifica il povero, non perde nulla e molto guadagna: perché dunque risparmiarlo? Biasimereste un uomo gonfio d'umori che prendesse una medicina, per tornare in forma e sano? E assolutamente la stessa cosa; e affinché gli efficaci strumenti che fermamente richiedo siano producenti nella nostra nazione, fin troppo ricoperta da tale escremento popolare, vorrei che, in spettacoli pubblici di tori o di gladiatori, fossero sacrificate miriadi di vile canaglia, come in passato si faceva a Roma con i cristiani. Che si squartassero i giovani ... si sventrassero le donne ... si sottoponessero al supplizio della tenaglia le fanciulle; che i supplizi più atroci e più barbari fossero inventati per loro; che fossero utilizzati insomma per tutto ciò che una meditata crudeltà potrebbe inventare di più tormentoso e raffinato. Vedreste allora come la terra sarebbe purgata da queste escrescenze che la sporcano! A prima vista, me ne rendo conto, ci terrorizza il pensiero di giuochi così disumani. E tuttavia perché dubitare che finirebbero per avere ben presto gran seguito, come i balli e il teatro? perché dubitare che le vostre fatalissime, tutte nervi e caldane, non accorrerebbero a farli svaporare agli sgozzamenti di popolani? Porzie e Cornelie piangevano alle tragedie di Sofocle. Nerone interpretava magistralmente Edipo, e voluttuosamente, finita la rappresentazione, martoriava i bei seni di santa Cecilia o le belle natiche di Agata che erano, l'una e l'altra, così stupide da credere in Cristo. Quegli spettacoli, grandiosi ed eccitanti ... degni del genio di una grande nazione, sarebbero rivoltanti per noi solo perché i nostri occhi non ci sono abituati: si fremerebbe forse ai primi; si sentirebbe oppressione ai secondi. Ma le nostre piazze non sono colme ogni qual volta si assassina pubblicamente (85)? Accadrebbe la stessa cosa anche per quel che ho detto. Sarebbe bella che facessimo gli schifiltosi su queste inezie mentre ci permettiamo tante atrocità segrete. Eh! chissà se, dando libero corso alla malvagità degli uomini, non esauriremmo la fonte dei loro misteriosi crimini? Il celebre maresciallo di Rezt non avrebbe forse assassinato quattro o cinquecento fanciulli, per eiaculare sperma più caldamente, se avesse potuto godere di spettacoli in cui i suoi furori lubrici avrebbero trovato sfogo? Soddisfatto sarebbe, con ciò, l'odio di tanti galantuomini per questa vii classe, della quale san Pouanges, arcivescovo di Tolosa, non poteva vedere un solo individuo senza coprirlo d'insulti e di botte, o farlo accoppare dalla sua gente, alla sua presenza. Quanto a me, lo confesso, proseguì calorosamente il libertino, non sarei l'ultimo ad accorrere a tali spettacoli... Che dico? l'estrema ripugnanza per questa razza mi deciderebbe a cose ancor più violente, e con gioia inventerei io stesso torture che con le mie stesse mani farei patire ... Ma proseguiamo.

5. Unite a questi primi strumenti per giungere allo spopolamento, l'uso di onorare i celibi, i pederasti, le lesbiche, i masturbatori, tutti gli esseri insomma che, nemici giurati della procreazione, agiscono secondo l'unico principio di sottrarle germi o di distruggerli. Anche l'assassino sia onorato dallo Stato: essendo lo scopo diminuire l'abbondante superfluo che mina una nazione, guardatevi dal punire chi, distruggendo, coopera attivamente al vostro fine; onoratelo, ricompensatelo, e avrete ottenuto il vostro scopo.

6. Per rafforzare gli strumenti di cui ho parlato, bisogna che il grano sia trasportato in magazzini pubblici, costruiti nelle principali città francesi, e là sia riconosciuto il suo valore ai proprietari, perché s'impegnino a trattenere per sé solo il necessario per vivere. Tale scusa vi dà il diritto di stabilire visite domiciliari, che farete con grande severità in modo da togliere allo sventurato quel che gli avevate lasciato prima per l'anno: gli fate consegnare ai magazzini il preteso superfluo, assicurando che sarà pagato. Mantenete la parola; tre mesi dopo, lo tassate per il doppio di quanto ha ricevuto; lo costringete a pagare immediatamente. Eccolo dunque, prima che arrivi l'inverno, senza soldi e senza cibo; ha conservato appena le sementi. Ugual cosa l'anno seguente. Come potete pensare che facendo così per tre o quattro anni di seguito il disgraziato completamente rovinato, non sia costretto ad abbandonare il focolare per mendicare? ... Infatti così fa. Voi non vi opponete; vi limitate a non aiutarlo. Sei mesi dopo promulgate leggi severissime contro i mendicanti, emanate sentenze assai dure, impiccateli senza pietà. Ed ecco, entro dieci anni, con questo semplice procedimento, la vostra popolazione diminuita di un terzo. Allora dichiarate al resto che, per mettersi al riparo, l'unica soluzione è per il contadino tornare alla servitù feudale; che dando in pegno tutto quel che possiede, al padrone, almeno quel che avanza è per lui, perché si rispettano i beni feudali. Fategli capire che grazie a tale impegno, colui con il quale lo fa s'incaricherà di proteggerlo, di difenderlo; che manterrà intatto il suo piccolo diritto ereditario e che, da quel momento, ne godrà senza alcun pericolo grazie a una semplice clausola concernente il canone fondiario. Piuttosto di essere ingannato come lo è stato, piuttosto di correre il rischio di morire di fame come coltivatore, o essere impiccato come mendicante, lo sventurato s'impegnerà: ed eccolo tornato servo. Ma, sebbene in catene, sebbene ridotto alla semplice sussistenza, può darsi che ricominci a pullulare. E voi ricominciate con tutti i vostri intralci: la vittima è nelle vostre mani; tutto sarà più facile. Promulgate una legge sul matrimonio, che lo permetta solo a trent'anni... che lo impedisca al minimo sospetto di parentela. Continuate a sopprimere la eccedenza di procreazione; la confisca dei beni del colpevole vada sempre a vantaggio del padrone, affinché insensibilmente la razza si estingua e il signore si accaparri tutte le proprietà. Ormai più nessun timore di sedizioni e di rivolte: ecco i vostri insorti o sotto il giogo o sotto la spada e, comunque, ridotti alla metà. A questo punto, un governo dispotico vegli su tali operati, li consolidi con mezzi estremi: ed ecco il nostro contadino tranquillo, ecco l'idra domata, e pace ovunque.