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I SOGNI NELLA CASA STREGATA

Howard Phillips Lovecraft

 

 

 

Walter Gilman non si rendeva conto se fossero i sogni a cagionare la febbre o viceversa. Dietro ogni oggetto stava acquattato l’orrore velenoso della vecchia casa e della soffitta ammuffita e sacrilega dove scriveva, studiava e si accaniva sulle cifre e le formule, quando non si dimenava sul misero letto di ferro. Le sue orecchie erano diventate sensibili fino ad un livello soprannaturale ed intollerabile, e da tempo aveva bloccato l’orologio da mensola comprato a buon mercato, il cui ticchettio era diventato simile ad un rombo d’artiglieria.

Durante la notte, i misteriosi movimenti della città buia, il sinistro sgusciare dei topi nei divisori ed il cigolare delle travi nascoste della casa secolare, gli davano la sensazione di un pandemonio stridente. L’oscurità brulicava sempre di suoni indescrivibili, e tuttavia Gilman talvolta tremava per la paura che quei suoni dovessero attenuarsi e permettergli di avvertire altri suoni più deboli e nascosti, che immaginava facessero da sottofondo.

Si trovava nella città cristallizzata nel tempo e leggendaria di Arkham, con i suoi tetti a grappoli, che s’inclinavano e si piegavano sugli attici dove le streghe si nascondevano nell’oscurità agli uomini del re, nei tempi antichi. In quella città non vi erano altri luoghi più impregnati di ricordi macabri, di quella soffitta che l’ospitava.

Infatti, in quella casa e in quella stessa stanza, aveva dimorato la vecchia Keziah Mason, la cui fuga dal carcere di Salem nessuno era mai riuscito a spiegare. Era accaduto nel 1692. I carcerieri sembravano impazziti e balbettavano di aver visto una cosa pelosa, piccola, e con delle zanne bianche, sgattaiolare via dalla cella di Keziah. Nemmeno Cotton Mather era riuscito a decifrare le curve e gli angoli imbrattati sulle pareti di pietra grigia con uno strano liquido rosso e viscoso.

Gilman non avrebbe assolutamente dovuto studiare così duramente. Né le geometrie non euclidee, né la fisica quantistica, bastano ad aprire certi cervelli, e quando si mischiano questi valori con il folklore e si tenta di scoprire uno strano retroterra di realtà multi-dimensionali dietro le allusioni demoniache delle storie gotiche e dietro i bisbigli timidi fatti presso l’angolo del focolare, difficilmente ci si può aspettare di essere del tutto liberi dai disordini mentali.

Gilman veniva da Haverhill, ma cominciò a collegare la matematica con le leggende fantastiche dei magici antenati solo in seguito al suo ingresso al College di Arkham. Qualcosa, presente nell’aria di quell’antica città, lavorava oscuramente sulla sua immaginazione. I professori della Miskatonic University lo avevano invitato a lasciar perdere, e ad assumere un atteggiamento più scientificamente distaccato. Inoltre, gli avevano impedito di consultare vecchi libri che parlavano di segreti proibiti, che venivano custoditi sotto chiave in un sotterraneo della biblioteca universitaria.

Ma tutte queste precauzioni erano arrivate tardi, e Gilman era riuscito a raccogliere qualche notizia terribile dal temuto Necronomicon di Abdul Alhazred, dai frammenti del Libro di Eibon, e dal segreto Unaussprechliche Kulte di von Juntz, che aveva messo in relazione con le sue formule astratte sulle proprietà dello spazio e con l’anello di congiunzione tra le dimensioni conosciute e sconosciute.

Sapeva di trovarsi in un’antica casa di streghe, e l’aveva presa in affitto proprio per quel motivo. Molto era stato scritto nei documenti della Contea di Essex sul processo di Keziah Mason, e quanto la donna aveva ammesso sotto tortura alla corte dei giudici aveva affascinato Gilman in modo particolare.

Keziah aveva parlato al giudice Hathorne di linee e di curve che si potevano formare per indicare direzioni che conducevano ad altri spazi attraverso le pareti del nostro universo. Ed aveva insinuato che tali linee e tali curve fossero state usate di frequente in certi incontri notturni nella valle oscura di pietra bianca che si trovava oltre Meadow Hill, e sulle isole disabitate del fiume. Aveva rivelato anche il giuramento che aveva fatto, il proprio nuovo nome segreto, «Nahab», e la presenza di un Uomo Nero. Successivamente, aveva tracciato quei segni sulle pareti della cella, ed era svanita.

Gilman prestava fede alle strane cose dette sul conto di Keziah, ed aveva provato uno strano brivido alla notizia che l’abitazione della donna fosse ancora in piedi dopo più di duecentotrentacinque anni.

Quando aveva udito i mormorii sottovoce di Arkham circa la presenza di Keziah nelle vecchie case e nei vicoli della città, su delle impronte irregolari di denti umani lasciate su alcuni dormienti di quella casa o di altre, sulle grida infantili udite durante le ricorrenze di Calendimaggio e di Ognissanti, sul tanfo spesso notato nell’attico della vecchia casa proprio in seguito a quelle ricorrenze temute, ed infine su quella piccola cosa pelosa con le zanne aguzze che infestava gli edifici e la città cadente e che andava annusando le persone nelle ore buie che precedevano l’alba, decise di voler vivere in quel luogo ad ogni costo.

Era stato facile procurarsi quel locale, poiché la casa era impopolare, difficile da affittare, e da tempo ceduta in affitto a buon mercato. Gilman non avrebbe saputo dire cosa si aspettasse di trovare in quel luogo, ma sapeva di volersi fermare in quell’edificio dove determinate circostanze avevano dato – più o meno improvvisamente – ad una vecchia signora del xvii secolo un’ispirazione circa la scienza della matematica forse superiore a quella di insigni ricercatori moderni come Planck, Heisenberg, Einstein e de Sitter.

Il giovane studiò le travi e le pareti intonacate cercando le tracce dei disegni segreti in ogni punto raggiungibile là dove la carta si era staccata e, nel giro di una settimana, era riuscito a farsi assegnare la stanza superiore, quella posta ad oriente, dove si riteneva che Keziah avesse praticato i suoi incantesimi.

Era rimasta vuota fin dall’inizio poiché nessuno aveva mai avuto l’intenzione di rimanere lì a lungo, ma il proprietario polacco era stato estremamente cauto nell’affittarla.

Tuttavia non era accaduto assolutamente nulla a Gilman fino al giorno in cui ebbe la febbre. Nessuna Keziah spettrale aveva svolazzato sulle scale e nelle stanze oscure, nessuna piccola cosa pelosa si era insinuata nella sua tetra stanza ad annusarlo, e nessuna prova degli incantesimi della strega aveva ricompensato la sua costante ricerca.

Talvolta si ritrovava a camminare attraverso il groviglio oscuro dei viottoli non selciati che sapevano di muffa, dove le buie case spaventose di tempi remoti pendevano, andavano in pezzi e lanciavano occhiate sprezzanti dalle strette finestre a vetri. Sapeva che erano accadute cose terribili tra quei vicoli una volta, che vi era una debole traccia, dietro le facciate, e che non poteva essere stato distrutto tutto di quel passato mostruoso, perlomeno nelle vie più scure, anguste e tortuose. Si era anche stancato remando per due volte, fino alle isole malfamate del fiume, dove aveva fatto uno schizzo di un angolo particolare delineato dalle linee ricoperte di muschio e delle pietre grigie la cui origine era così oscura ed antica.

La stanza di Gilman era di grandi dimensioni ma aveva una forma stranamente irregolare. La parete settentrionale pendeva visibilmente all’interno – dalla parte esterna verso l’estremità interna – mentre il basso soffitto s’inclinava gradualmente verso il basso nella stessa direzione. A parte dei buchi fatti chiaramente dai topi, e dei segni di altri buchi tappati, non esisteva alcuna apertura, né si vedevano precedenti vie d’accesso allo spazio che doveva essere esistito tra la parete obliqua e la parete esterna del lato settentrionale della casa sebbene, sempre guardando dall’esterno, si notasse che la finestra era stata murata in tempi remoti.

Il solaio al di sopra del soffitto, che doveva avere il pavimento in pendenza, era ugualmente inaccessibile. Quando infatti Gilman si era arrampicato su una scala a pioli fino al sottotetto ricoperto di ragnatele posto al di sopra della soffitta, aveva scoperto le tracce di una vecchia apertura, ora coperta ermeticamente e pesantemente da una vecchia tavola, e chiusa saldamente con i robusti pioli usati comunemente dai carpentieri dell’epoca coloniale.

Nessun tipo di persuasione riuscì comunque ad indurre il flemmatico proprietario della casa a permettergli di investigare su quei due spazi chiusi.

Mentre il tempo trascorreva lentamente, crebbe in lui l’interesse per la parete e il soffitto irregolare della stanza, poiché, in alcuni angoli particolari, cominciò a leggere un significato matematico che sembrava offrire alcune indicazioni riguardo al loro scopo.

Secondo le sue riflessioni, la vecchia Keziah avrebbe potuto avere delle ragioni eccellenti per vivere in una stanza con degli angoli particolari. Non era attraverso certi angoli che la donna, come aveva dichiarato, era andata al di là dei limiti del mondo e dello spazio che noi conosciamo? Il suo interesse per gli spazi chiusi situati oltre il soffitto e, forse, oltre il muro a Nord, diminuì, dal momento che se la sua ipotesi era esatta, l’inclinazione delle due superfici era pensata in rapporto allo spazio in cui già si trovava.

La leggera infiammazione cerebrale ed i sogni cominciarono all’inizio di febbraio. Per un po’ di tempo, apparentemente, alcuni singolari angoli della stanza di Gilman avevano avuto su di lui uno strano effetto quasi ipnotico e, mentre progrediva il triste inverno, si era sorpreso a fissare sempre più intensamente l’angolo dove il soffitto inclinato incontrava la parete che sporgeva all’interno.

In quel periodo si sentiva molto preoccupato per l’incapacità di concentrarsi sui suoi studi, e si acuì in lui l’apprensione per gli esami di metà anno. Né il suo straordinario senso dell’udito era meno fastidioso. La vita era diventata una cacofonia insistente e quasi insopportabile, a cui si aggiungeva un’impressione costante e terrificante di altri suoni, provenienti dalla soglia della percettibilità.

Intanto continuavano i rumori reali, tra i quali quelli dei topi negli antichi tramezzi erano sicuramente i peggiori. Talvolta le loro grattatine non sembravano solo furtive, ma deliberate. Quando provenivano dalla parete a settentrione, si mischiavano ad un monotono tintinnio e, quando provenivano dal solaio sprangato da secoli, posto al di sopra del soffitto inclinato, Gilman si irrigidiva come se aspettasse che qualcosa di orribile, là acquattato, si preparasse a scendere per inghiottirlo.

I suoi sogni travalicavano il mondo razionale, e Gilman sentiva che dovevano costituire il risultato congiunto dei suoi studi sulla matematica e sul folklore. Stava anche pensando troppo alle sfere vaghe che dovevano trovarsi oltre le tre dimensioni conosciute, ed alla possibilità che la vecchia Keziah Mason – ispirata da qualche influsso inconcepibile – avesse realmente scoperto la porta per quelle sfere. I documenti ingialliti del paese contenenti la sua testimonianza e quella dei suoi accusatori, alludevano in modo misterioso ad elementi estranei all’esperienza umana, e le descrizioni di quel piccolo oggetto peloso che l’accompagnava come un amico, erano penosamente realistiche malgrado i loro particolari difficili da descrivere.

Quell’essere, dalle dimensioni di un topo di grossa taglia, e bizzarramente chiamato dalla gente del luogo «Brown Jenkin», sembrava il frutto di uno straordinario caso di allucinazione collettiva giacché, nel 1692, non meno di undici persone avevano dichiarato di averlo visto.

C’erano state anche voci più recenti che avevano confermato la sua presenza con toni sconcertanti e sconvolgenti. I testimoni avevano detto che aveva lunghi peli e la forma di un topo, ma che le sue zanne aguzze e la faccia barbuta erano diabolicamente umane, mentre le zampe erano simili a minuscole mani.

Faceva da intermediario tra la vecchia Keziah e il Diavolo, ed era stato allattato col sangue della strega, che succhiava come fosse un vampiro. La sua voce era costituita da un odioso risolino soffocato, ma conosceva tutte le lingue. Di tutte le bizzarre mostruosità presenti nei sogni di Gilman, nulla lo gettava più nel panico e gli dava maggior nausea di quell’ibrido minuscolo e terrificante, la cui immagine gli svolazzava davanti agli occhi, in un modo mille volte più detestabile di qualsiasi altra cosa che la sua mente, quando era sveglio, avesse immaginato leggendo gli antichi documenti del passato o tramite i mormorii del presente.

I sogni di Gilman consistevano per la maggior parte in cadute vorticose in abissi senza fondo illuminati da una luce fioca inspiegabilmente colorata e pervasi di suoni sconcertanti e caotici; abissi di cui Gilman non riusciva assolutamente a spiegare l’essenza, le proprietà gravitazionali e le relazioni con la sua stessa persona.

Non camminava, né si arrampicava, non volava o nuotava, e non strisciava né si dimenava, ma sperimentava sempre un tipo diverso di movimento, in parte volontario, ma comunque forzato. Non riusciva ancora del tutto a formulare delle ipotesi sulla sua condizione, perché l’immagine delle braccia, delle gambe e del corpo, sembravano sempre tagliate fuori da qualche strano disordine di prospettiva. Ma sentiva che il suo corpo e le sue capacità fisiche erano in qualche modo meravigliosamente trasformate, sebbene non senza un certo legame grottesco con le sue dimensioni e caratteristiche normali.

Quegli abissi erano ben lungi dall’essere vuoti, essendo popolati da masse indescrivibilmente angolate di materia aliena e colorata, di cui parte sembrava essere organica e parte inorganica. Alcuni di quegli oggetti organici tendevano a risvegliare vaghe memorie nel fondo della sua mente, sebbene non riuscisse a produrre alcuna idea cosciente di quel che suggerivano o a cui assomigliavano. Nei sogni seguenti, cominciò a distinguere le categorie in cui gli oggetti organici sembravano essere divisi, e che sembravano coinvolgere in ciascun caso una specie radicalmente differente nei modelli di comportamento e nelle motivazioni essenziali.

Di queste categorie, una gli sembrava comprendere gli oggetti meno fantastici ed estranei nei loro movimenti rispetto ai membri di altre categorie.

Tutti gli oggetti, sia gli organici come gli inorganici, erano interamente al di là di ogni descrizione e comprensione. Gilman talvolta paragonava la materia inorganica ai prismi, ai labirinti, ad un cumulo di cubi e di figure piane e costruzioni ciclopiche; gli oggetti organici invece gli si presentavano come gruppi di bolle, di polpi e di millepiedi, di idoli indù viventi, o di arabeschi complicati ed agitati in una sorta di animazione serpentiforme.

Qualsiasi cosa visibile era indicibilmente minacciosa ed orribile e, ogni volta che una di quelle entità organiche sembrava notarlo, si sentiva assalito da una paura totale e spaventosa che generalmente lo faceva svegliare di soprassalto.

Non era in grado di dire come si muovessero le entità organiche rispetto ai suoi movimenti. Col tempo notò un ulteriore mistero, cioè la tendenza di certe entità ad apparire improvvisamente al di fuori dello spazio vuoto e di scomparire del tutto con analoga subitaneità. Le urla e la confusione roboante dei suoni che permeavano gli abissi erano al di là di ogni analisi possibile per quanto riguardava il tono, il timbro ed il ritmo; ma sembravano essere in sincronia con le vaghe trasformazioni visive di tutti gli oggetti organici indefiniti come di quelli inorganici. Gilman provava una continua sensazione di terrore che poteva crescere fino ad un grado d’intensità insopportabile durante l’una o l’altra delle sue incursioni oscure ed inesorabili.

Ma non fu in quei vortici di totale alienità che vide Brown Jenkin. Quella piccola cosa orribile ed abominevole era destinata ad apparire in certi sogni meno profondi che lo assalivano proprio un istante prima di piombare nel sonno vero e proprio.

Era rimasto disteso facendo degli sforzi per tenersi sveglio, quando un debole balenio scintillante parve luccicare all’interno della stanza secolare, illuminando di una foschia viola la convergenza delle superfici angolate che si erano impadronite così insidiosamente del suo cervello. La piccola mostruosità era apparsa all’uscita di un buco di topo nell’angolo, ed era avanzata a piccoli passi verso di lui sul pavimento inclinato e rivestito di tavole, con un’espressione malvagia sulla faccia umana barbuta e minuscola: fortunatamente, il sogno era svanito prima che quella cosa si fosse avvicinata abbastanza da annusarlo. Aveva dei canini diabolicamente lunghi ed aguzzi.

Gilman tentò di chiudere la fessura del buco, ma tutte le notti gli abitatori del tramezzo rosicchiavano qualsiasi ostacolo lui ponesse. Una volta, il padrone di casa inchiodò un pezzo di latta sul buco, ma la notte successiva il topo aprì un nuovo buco, spingendo e trascinando nella stanza uno strano, piccolo frammento di osso.

Gilman non parlò al medico della febbre, poiché sapeva che non sarebbe stato in grado di superare gli esami se l’avesse mandato nell’infermeria del College, quando gli occorreva ogni istante per imbottirsi di nozioni scolastiche. Ma non riuscì ugualmente a superare l’esame di Analisi Superiore ed il Corso Generale di Psicologia, sebbene non avesse perso le speranze di riguadagnare terreno prima della fine del trimestre.

Accadde in marzo che un nuovo elemento entrasse nei suoi sogni, e la figura da incubo di Brown Jenkin cominciò ad essere accompagnata da un’immagine confusa che crebbe sempre di più fino ad assomigliare ad una vecchia donna curva.

Questo elemento supplementare lo disturbò più di quanto avrebbe saputo spiegare, ma alla fine decise che la figura aveva l’aspetto di una vecchia donna rugosa nella quale si era imbattuto realmente due volte nel groviglio dei vicoli, vicino alle banchine deserte. In quelle occasioni, lo sguardo fisso, malvagio e sardonico della megera, lo aveva fatto quasi rabbrividire, specie la prima volta, quando un topo ben pasciuto sbucato all’improvviso da una stradina laterale gli aveva fatto pensare istintivamente a Brown Jenkin.

Ora, riflettendoci, quelle paure e quel nervosismo si stavano rispecchiando nei suoi sogni agitati. Non poteva negare che l’influenza di quella vecchia casa fosse malsana, ma il suo morboso interesse iniziale lo teneva ancorato a quel posto. Si persuase che la febbre doveva essere l’unica responsabile delle sue fantasie notturne e che, quando il leggero attacco fosse diminuito, sarebbe stato anche libero da quelle visioni mostruose. Quelle visioni, per il momento, erano vivide e convincenti e, ogni volta che si svegliava, conservava la vaga sensazione di aver sperimentato più di quanto riuscisse a ricordare.

Era orrendamente sicuro che nei sogni dimenticati avesse parlato con Brown e con la vecchia, che lo avevano spinto a recarsi in qualche posto con loro per incontrare un terzo essere molto più potente.

Verso la fine di marzo, completò gli studi di Analisi Matematica, sebbene gli altri studi lo infastidissero sempre più. Aveva risolto con un lampo d’intuito le equazioni di Riemann, e stupì il professor Upham per aver compreso la quarta dimensione e altri problemi che gli altri studenti della sua classe non erano riusciti a risolvere.

Un pomeriggio fu introdotta una discussione su possibili curvature anomale nello spazio, e sui punti teorici di approccio e perfino di contatto di parti del nostro cosmo con varie altre regioni distanti come le stelle più lontane, oppure con gli stessi vortici transgalattici, o perfino con zone tanto favolosamente remote come le unità cosmiche immaginabili solo in via ipotetica oltre l’intero continuum spazio-temporale di Einstein.

Il modo di trattare questi temi da parte di Gilman suscitò negli altri un’ammirazione immensa, anche se alcune delle sue argomentazioni basate su ipotesi comportarono un maggior numero di chiacchiere circa la sua eccentricità fatta di solitudine e di scontrosità. Ma quel che rese perplessi gli studenti fu la teoria che un uomo, che possedesse una conoscenza matematica al di là di tutte le cognizioni umane possibili, potesse uscire deliberatamente dalla Terra per dirigersi verso ogni altro corpo celeste che potesse trovarsi in uno dei punti infiniti dell’intero universo.

Continuò poi il suo discorso dicendo che un tale passo avrebbe richiesto solo due stadi: il primo sarebbe stato un passaggio al di fuori della sfera tridimensionale conosciuta, ed un secondo sarebbe stato il ritorno alla sfera tridimensionale in un altro punto, forse uno posto ad una distanza infinita.

Che questo si potesse effettuare senza perdere la vita, era in molti casi anche concepibile. Ogni essere proveniente da qualsiasi punto dello spazio tridimensionale avrebbe potuto probabilmente sopravvivere nella quarta dimensione, e la sua sopravvivenza nel secondo stadio sarebbe dipesa dalla regione a lui aliena dello spazio tridimensionale che avrebbe potuto scegliere per il suo rientro. Gli abitanti di un pianeta sarebbero stati in grado di vivere su altri mondi, perfino su pianeti appartenenti ad altre galassie oppure a fasi dimensionali simili di altri continuum spazio-temporali, sebbene ovviamente dovesse essere elevato il numero di corpi e zone dello spazio reciprocamente inabitabili anche se matematicamente interscambiabili.

Era anche possibile che gli abitanti di un regno dimensionale dato potessero sopravvivere in molti regni sconosciuti ed inconcepibili di più dimensioni, anche moltiplicate all’infinito, ritrovandosi all’interno o all’esterno di un dato continuum spazio-temporale, e che il contrario sarebbe risultato analogamente vero. Questo costituiva materia di meditazione, sebbene si potesse essere del tutto certi che il tipo di alterazione richiesta dal passaggio da un livello dimensionale ad uno più alto, non sarebbe stato distruttivo per l’integrità biologica.

Gilman non poteva essere molto chiaro sulle ragioni di quest’ultima supposizione, ma la sua confusione qui era più che controbilanciata dalla chiarezza su altri punti assai complessi. Il professor Upham apprezzò particolarmente la dimostrazione dell’affinità della matematica superiore con certe credenze e fatti magici trasmessi attraverso i secoli da un’antichità inenarrabile, umana e preumana, la cui conoscenza del cosmo e delle sue leggi era superiore alla nostra.

Intorno al primo aprile, Gilman era realmente preoccupato per la febbre persistente che non accennava a diminuire. Era anche afflitto per alcune chiacchiere dei suoi vicini sulle sue presunte passeggiate in stato di sonnambulismo.

Sembrava che fosse stato visto spesso gironzolare fuori dal letto, e che lo scricchiolio dei suoi passi sul pavimento in certe ore della notte fosse avvertito dalla persona che occupava la stanza al di sotto della sua. Quest’individuo aveva anche detto di aver sentito il rumore di un passo di piede calzato durante la notte, ma Gilman era sicuro che doveva trattarsi di un errore, in quanto le scarpe, come pure gli altri abiti, li trovava al loro posto ogni mattina.

Si poteva avere qualsiasi tipo di allucinazione auditiva in quella vecchia casa malsana, poiché Gilman stesso, perfino alla luce del giorno, sentiva dei rumori, oltre le grattatine dei topi, che provenivano dai vuoti oscuri situati all’interno della parete inclinata e sotto il soffitto obliquo.

Le sue orecchie morbosamente sensibili avevano cominciato a distinguere dei deboli passi nel solaio sprangato da tempo immemorabile e, talvolta, l’illusione era angosciosamente realistica.

Comunque sapeva di essere diventato sonnambulo. Per due volte, di notte, la sua stanza era stata trovata vuota, sebbene tutti i suoi abiti fossero al loro posto. Di questo era stato assicurato da Frank Elwood, un compagno di studi che la miseria aveva costretto ad alloggiare in quella squallida casa impopolare.

Elwood era abituato a studiare durante le ore piccole, ed era salito da lui una notte per essere aiutato a risolvere un’equazione differenziale, ma non lo aveva trovato nella stanza. Era stato tanto indiscreto da aprire la porta che non era chiusa a chiave, dopo aver bussato inutilmente per ottenere una risposta, e questo solo perché aveva disperatamente bisogno del suo aiuto ed aveva pensato che il giovane non si sarebbe preoccupato di essere svegliato. Anche in un’altra occasione Gilman non era stato trovato nella sua camera e, quando Elwood glielo aveva riferito, il giovane si era chiesto dove potesse aver girovagato a piedi nudi e con il pigiama durante la notte.

Decise allora di investigare sulla faccenda e pensò di spargere un po’ di farina sul pavimento del corridoio per scoprire dove potevano condurre le impronte dei suoi passi. La porta era l’unica via d’uscita possibile in quanto, al di fuori della stretta finestra, non vi era alcun punto di appoggio.

Mentre trascorreva anche aprile, le orecchie di Gilman, rese estremamente sensibili dalla febbre, erano disturbate dalle preghiere lamentose di un operaio tessile superstizioso di nome Joe Mazurewicz, che occupava una stanza al pianterreno. Mazurewicz aveva raccontato certe lunghe storie incoerenti sul fantasma della vecchia Keziah e sulla cosa pelosa dalle zanne aguzze che andava annusando la gente, ed aveva detto di sentirsi così ossessionato certe volte, che solo un Crocefisso d’argento, regalatogli a tale scopo da Padre Iwanicki della chiesa di S. Stanislao, riusciva a dargli conforto.

Ora stava pregando perché il Sabba delle Streghe si stava avvicinando. Si riferiva alla vigilia di Calendimaggio, ovvero la Notte di Valpurga, quando i demoni più oscuri dell’Inferno vagano per la Terra e tutti gli schiavi di Satana si radunano per compiere i riti e le azioni più abominevoli. Era sempre un periodo molto brutto ad Arkham, anche se la gente più abbiente della Miskatonic Avenue, di High Street e Saitonstall Street fingeva di non sapere nulla di tutto questo.

In quel periodo sarebbero successe cose terribili, ed uno o due bambini sarebbero probabilmente scomparsi. Joe era al corrente di tali cose perché le storie si tramandavano di generazione in generazione. Era quindi prudente pregare e recitare il rosario.

Per tre mesi Keziah e Brown Jenkin non si erano avvicinati alla stanza di Joe, né a quella di Paul Choynski, né ad altre, e non si prospettava nulla di buono quando quegli esseri si tenevano a distanza. Dovevano essere occupati a preparare qualcosa.

Gilman fece una breve visita nello studio del dottore il 16 del mese, e rimase sorpreso nel trovare che la sua temperatura corporea non fosse così alta come aveva temuto. Il medico lo interrogò accuratamente e gli consigliò di consultare un neurologo. Riflettendo, si rallegrava di non aver interpellato il dottore del College, che avrebbe indagato più a fondo. Il vecchio Waldron, che già gli aveva limitato le attività in precedenza, lo avrebbe fatto rimanere a riposo: una soluzione questa impossibile, ora che si trovava così vicino alla soluzione del problema. Era di certo vicino a scoprire i confini tra l’universo conosciuto e la quarta dimensione, e chi poteva dire quanto ancora si sarebbe potuto spingere avanti?

Ma, nonostante si sentisse agitato da tali pensieri, si chiedeva quale fosse la fonte della sua fiducia in quelle formule. Quella sensazione pericolosa di immanenza proveniva forse da quelle scritte sui fogli che aveva riempito un giorno dopo l’altro?

I deboli passi furtivi ed immaginari nel solaio sprangato, però, erano snervanti. Ed ora, inoltre, avvertiva crescere la sensazione che qualcuno stesse costantemente cercando di convincerlo a fare qualcosa di terribile, che non avrebbe voluto fare.

Come mai era sonnambulo? Dove se ne andava di notte? E che cosa era quella lieve traccia di un suono che una volta ogni tanto sembrava insinuarsi attraverso la confusione di suoni inidentificabili, perfino alla chiara luce del sole e quando era completamente sveglio? Il suo ritmo non corrispondeva ad alcuna cosa terrena, salvo forse alla cadenza di uno o due canti irripetibili del Sabba, e talvolta aveva paura che potesse assomigliare a certi suoni presenti in quelle urla indistinte o nel rimbombo che percepiva negli abissi misteriosi, durante i sogni.

Questi ultimi erano nel frattempo sul punto di diventare insopportabili. Nei primi tempi, la megera non aveva contorni ben precisi e diabolici, e Gilman immaginava che si trattasse di quella vecchia che lo aveva spaventato nei vicoli. La sua schiena curva, il naso lungo ed il mento raggrinzito, erano inequivocabilmente i suoi, e i suoi abiti scuri e senza forma erano simili a quelli che lui ricordava. Il suo viso aveva un’espressione malevola ed esultante e, una volta sveglio, riusciva anche a ricordare una voce gracchiante che cercava di convincerlo e lo minacciava.

Avrebbe dovuto incontrare l’Uomo Nero, diceva, per recarsi insieme a loro al trono di Azathoth nel centro del Caos finale. Era questo quanto aveva detto la vecchia. Inoltre avrebbe dovuto firmare il Libro di Azathoth con il proprio sangue, e assumere un nuovo nome segreto, ora che le sue ricerche erano arrivate a quel punto.

Quel che lo aveva trattenuto dall’andare insieme con lei, Brown Jenkin e gli altri, fino al trono del Caos dove risuonavano i flauti sottili, fu il fatto di aver letto il nome «Azathoth» nel Necronomicon, e di sapere che costituiva il male supremo, troppo orribile per essere descritto.

La vecchia appariva sempre nell’aria rarefatta dell’angolo dove la pendenza verso il basso incontrava l’inclinazione verso l’interno. Sembrava cristallizzarsi nel punto più vicino al soffitto, ed ogni notte era sempre più vicina e distinta prima che il sogno diventasse più profondo. Anche Brown Jenkin era sempre più vicino a lei, e le sue zanne bianche e giallastre scintillavano terribilmente in quella fosforescenza violetta e soprannaturale. Il suo ridacchiare acuto e odioso risonava sempre più forte nella testa di Gilman, ed il giovane, la mattina successiva, ricordava che aveva pronunciato le parole «Azathoth» e «Nyarlathotep».

Nei sogni più profondi ogni cosa era più distinta, e Gilman sentiva che quegli abissi dalla luce soffusa erano quelli della quarta dimensione. Quelle entità organiche, i cui movimenti sembravano in modo evidente meno estranei, dovevano probabilmente essere le proiezioni di forme di vita provenienti dal nostro stesso pianeta, inclusi gli esseri umani.

Che cosa fossero le altre entità nell’ambito – o gli ambiti – dimensionali da cui provenivano, Gilman non osava considerarlo. Tra gli oggetti che si muovevano con modi meno alieni vi era una congerie piuttosto grande di bolle iridescenti, dalla forma allungata e sferoidale, ed un poliedro molto più piccolo dai colori sconosciuti e con gli angoli della superficie mobili: sembravano accorgersi di lui e seguirlo, fluttuandogli davanti mentre Gilman cambiava posizione tra i prismi titanici, i labirinti, i cumuli di cubi, le figure piane e gli edifici tagliati a metà. Nel frattempo, le vaghe urla ed il rimbombo diventavano sempre più forti, come se si stesse avvicinando qualche apice mostruoso di intensità intollerabile.

Durante la notte tra il 19 e il 20 aprile, la vicenda ebbe un nuovo sviluppo. Gilman si stava muovendo quasi involontariamente nell’abisso dalla luce soffusa e con la massa di bolle ed il piccolo poliedro che gli fluttuavano davanti, quando notò gli angoli particolarmente regolari formati dai bordi di alcuni giganteschi ammassi di prismi che si stavano avvicinando.

Un istante dopo, si ritrovò tremante al di fuori dell’abisso, in piedi su un pendio roccioso e bagnato, in una luce verde, intensa e diffusa. Era a piedi nudi, indossava il pigiama e, quando tentò di camminare, scoprì di riuscire a malapena a sollevare i piedi. Un vapore vorticoso nascondeva alla vista ogni cosa, a parte le immediate vicinanze e la pendenza del terreno, e Gilman evitò di far caso ai suoni che parevano provenire da quel vapore.

Poi vide due figure avanzare lentamente verso di lui: la vecchia e la piccola cosa pelosa. La vecchia donna rugosa si trascinava a fatica sulle gambe: con grande sforzo incrociò le braccia in un modo tutto particolare, mentre Brown Jenkin indicava una direzione con la sua zampa anteriore orribile ed antropoide, che sollevava con evidente difficoltà.

Stimolato da un impulso involontario, Gilman si trascinò in avanti lungo la linea determinata dall’angolo formato dalle braccia della vecchia e dalla direzione mostrata dalla zampa della piccola mostruosità e, prima di aver fatto tre passi, si ritrovò ancora negli abissi oscuri. Forme geometriche si agitavano intorno a lui, e allora precipitò in modo vertiginoso per un periodo di tempo interminabile. Infine si svegliò nel suo letto, nella soffitta dagli angoli folli dell’antica e spaventosa casa.

Non si sentì di fare nulla quella mattina, e non volle partecipare a nessuno dei corsi. Forze misteriose sembravano attirare i suoi occhi in una direzione apparentemente senza scopo, poiché non riusciva a trattenersi dal fissare un determinato punto del pavimento in cui non vi era nulla. Durante il corso della giornata, il punto d’interesse per i suoi occhi fissi ma distratti, cambiò posizione, e l’impulso ora lo obbligava a fissare il vuoto.

Verso le due del pomeriggio, uscì per pranzare e, mentre si infilava negli stretti vicoli della città, si ritrovò a svoltare sempre in direzione Sud-Est. Con grande sforzo si fermò in un caffè di Church Street e, dopo pranzo, sentì la tensione misteriosa diventare ancora più forte.

Dopotutto, avrebbe forse dovuto consultare uno specialista di malattie nervose, che probabilmente avrebbe trovato una spiegazione al suo sonnambulismo; ma nel frattempo poteva perlomeno cercare di rompere da solo quell’incantesimo morboso. Indubbiamente era ancora in grado di cercare di dirigersi altrove, e quindi, con grande fermezza d’animo, si oppose a quell’impulso e si trascinò deliberatamente verso Nord lungo Garrison Street.

Aveva appena raggiunto il ponte sul Miskatonic, quando si accorse di sudare freddo. Si aggrappò convulsamente all’inferriata del ponte fissando a monte l’isola malfamata i cui contorni regolari di pietra eterna ed antica sembravano rimuginare tetri alla luce del sole pomeridiano.

Poi trasalì. Su quell’isola desolata vi era una figura chiaramente visibile, ed una seconda occhiata gli disse che si trattava della strana vecchia il cui aspetto sinistro lo aveva agitato terribilmente nei sogni. Anche l’erba alta vicino a lei si muoveva come se qualche altra cosa stesse strisciando sul terreno.

Quando la megera fece per voltarsi verso di lui, Gilman si affrettò ad allontanarsi dal ponte per porsi al riparo nel labirinto dei vicoli presso la banchina del porto. Per lontana che fosse l’isola, sentì emanare una forza maligna, mostruosa ed invincibile, dallo sguardo sardonico di quella vecchia figura curva e sinistra.

L’impulso che lo attraeva in direzione Sud-Est era ancora molto forte e, solo con un tremendo sforzo di volontà, Gilman riuscì a trascinarsi nella vecchia casa su per le scale traballanti. Per alcune ore rimase seduto in silenzio e senza alcuno scopo, con lo sguardo che lentamente si volgeva verso Occidente.

Verso le sei del pomeriggio, le sue orecchie sensibili percepirono le preghiere lamentose di Joe Mazurewicz, due piani sotto di lui e, preso dalla disperazione, afferrò il cappello ed uscì per la strada illuminata dal tramonto dorato, permettendo all’attrazione che era ora rivolta verso il Sud, di trascinarlo dove desiderava.

Un’ora dopo, l’oscurità lo sorprese in aperta campagna, oltre lo Hangman’s Brook, con le stelle scintillanti di primavera che splendevano davanti a lui. La spinta a camminare si stava lentamente trasformando in un impulso a lanciarsi nel vuoto, ed improvvisamente realizzò dove si trovasse la fonte dell’attrazione.

Era nel cielo. Un punto ben definito tra le stelle aveva un ascendente su di lui e lo stava chiamando. Apparentemente era un punto posto tra le costellazioni dell’Idra e della Nave Argo, e Gilman sapeva di essere stato spinto lì fin dal momento in cui si era svegliato, subito dopo l’alba. La mattina il polo d’attrazione era situato sotto i suoi piedi ed ora si trovava grosso modo a Sud, ma in movimento verso Ovest.

Che senso aveva quel nuovo elemento? Stava diventando pazzo? Quanto sarebbe durato? Ancora una volta, con un grande sforzo di volontà, Gilman si voltò e si trascinò fino alla vecchia casa sinistra.

Mazurewicz lo stava aspettando sulla porta, e sembrava ansioso e al tempo stesso riluttante di bisbigliargli qualche nuovo frammento della leggenda. Si trattava della luce della strega. Joe era stato fuori a far baldoria la notte precedente; era il Giorno del Patriota nel Massachusetts, ed aveva fatto ritorno a casa dopo mezzanotte. Guardando in alto la casa dall’esterno, aveva notato in un primo momento che la finestra di Gilman era buia, ma poi aveva visto all’interno della stanza un debole brillio viola.

Voleva avvertirlo di quel luccichio, poiché tutti ad Arkham sapevano che si trattava della luce della strega Keziah che si manifestava insieme a Brown Jenkin ed al fantasma della vecchia rugosa stessa. Non gliene aveva mai parlato in precedenza, ma ora si sentiva costretto a farlo perché significava che Keziah ed il suo amico dalle lunghe zanne, stavano perseguitando il giovane.

Talvolta, anche Paul Choynski ed il padrone di casa Dombrowski avevano pensato di aver visto quella luce maligna filtrare dalle fessure della soffitta nella stanza del giovane, ma avevano concordato tutti che sarebbe stato meglio non parlargliene. Comunque, sarebbe stato meglio per lui prendere un’altra stanza e farsi dare un Crocifisso da qualche bravo prete come Padre Iwanicki.

Mentre l’altro divagava, Gilman si sentiva assalire da un panico indescrivibile. Sapeva che Joe doveva essere mezzo ubriaco quando era ritornato a casa la notte precedente; tuttavia, l’illusione della luce viola nella finestra del solaio era terrificante.

Uno scintillio del genere si agitava sempre intorno alla vecchia e alla piccola cosa pelosa, in quel sogno più leggero ma definito che preludeva al tuffo negli abissi misteriosi, ed il pensiero che una seconda persona sveglia potesse vedere la luce del sogno, sembrava al di là di qualsiasi senso logico.

Ma quell’individuo dove aveva potuto vedere una cosa tanto strana? Aveva forse parlato nel sonno mentre camminava per la casa? No, Joe gli confermò che non aveva parlato, ma avrebbe controllato quel punto. Forse Frank Elwood poteva chiarirlo, sebbene gli seccasse chiederglielo. Febbre, sogni sfrenati, sonnambulismo, illusione dei sogni, attrazione verso un punto del cielo, ed ora il sospetto di aver pronunciato parole senza senso nel sonno! Doveva interrompere gli studi, consultare uno specialista in malattie nervose e adottare dei rimedi.

Mentre si avviava verso il secondo piano, si fermò per un istante davanti alla porta di Elwood, ma il giovane era fuori. A malincuore continuò a salire verso la sua stanza dove si sedette al buio. Il suo sguardo era ancora attratto verso il Sud ma, contemporaneamente, si sorprese ad ascoltare con intensità se non provenissero dei suoni dal solaio sprangato posto sopra di lui, e immaginò che una luce viola e diabolica filtrasse attraverso una fessura infinitesimale del basso soffitto inclinato.

Quella notte, mentre Gilman dormiva, percepì su di sé la luce viola con maggiore intensità, e la vecchia strega e la piccola cosa pelosa si avvicinarono a lui più di quanto avessero fatto in precedenza, schernendolo con grida inumane e gesti diabolici.

Fu felice di sprofondare in quell’abisso vagamente scuro e rimbombante, sebbene l’inseguimento di quella congerie di bolle iridescenti e di quel poliedro caleidoscopico fosse minaccioso ed esasperante. Poi la scena cambiò, mentre enormi superfici piane convergenti, di sostanze apparentemente viscide, lo sovrastavano vagamente, in una variazione che terminò in un lampo di delirio e in una fiamma di luce misteriosa ed aliena dove il giallo, il carminio e l’indaco erano mischiati in modo inestricabile e folle.

Si ritrovò semidisteso su un’alta terrazza cinta da fantastiche balaustre, che dominava una giungla senza confini di cime bizzarre ed incredibili, piani contrapposti, cupole, minareti, dischi orizzontali posti in equilibrio sulle cime, mentre innumerevoli figure più stravaganti – alcune di pietra, altre di metallo – scintillavano fastosamente nella luce abbagliante del cielo policromo.

Guardando in alto, notò tre stupendi dischi fiammeggianti, ciascuno di una tinta diversa e posti ad altezze differenti, sopra l’orizzonte infinitamente lontano delimitato da basse montagne. Alle sue spalle, una fila di terrazze più alte si elevava in verticale fino ai limiti della visuale. La città sotto si stendeva a perdita d’occhio, e Gilman si augurò che da quel punto non sgorgassero dei suoni.

Il pavimento, da cui si alzò senza fatica, era di pietra venata e levigata, impossibile da identificare, e le lastre erano tagliate in forme dagli angoli bizzarri che lo colpirono non perché asimmetriche, ma perché erano basate su una simmetria soprannaturale della quale tuttavia non riusciva a comprendere le leggi.

La balaustra gli arrivava all’altezza del petto, ed era delicata e lavorata in modo fantastico. Lungo l’inferriata erano allineate, a brevi intervalli, piccole figure disegnate grottescamente ma di squisita fattura. Queste figure, come l’intera balaustra, sembravano essere di un tipo di metallo scintillante di cui non si riusciva ad identificare il colore, in quel caos di varie sorgenti di luce di cui era impossibile intuire la natura.

Rappresentavano oggetti circolari a forma cilindrica con braccia sottili ed orizzontali che si irradiavano da un anello centrale, e con delle protuberanze verticali o bulbi che fuoruscivano dalla testa e dalla base del cilindro. Ciascuna di queste protuberanze rappresentava il punto centrale di un sistema a cinque braccia lunghe e piatte, di forma triangolare ed affusolata, sistemate intorno ad esso come le punte di una stella marina, quasi verticale ma curvate leggermente rispetto al cilindro centrale. La base della protuberanza inferiore era collegata alla lunga inferriata tramite un punto di contatto molto delicato per cui molte statuette si erano rotte ed erano scomparse. Le figure erano alte una dozzina di centimetri, mentre le braccia aguzze avevano un diametro di circa sette.

Quando Gilman si alzò, le lastre del pavimento sembravano scottare sotto i suoi piedi nudi. Era completamente solo e, per prima cosa, avanzò fino alla balaustra per guardare vertiginosamente in basso la città sconfinata e ciclopica posta a diverse centinaia di metri sotto di lui.

Si mise in ascolto, e gli sembrò di avvertire la confusione ritmata di un debole suono musicale e penetrante estendentesi su un’ampia scala tonale, scaturire dagli stretti vicoli della città, e desiderò di essere in grado di distinguere gli abitanti del luogo.

Un istante dopo, fu colto dalle vertigini in modo tale che sarebbe caduto sul pavimento se non avesse afferrato istintivamente la balaustra luccicante. La mano destra gli ricadde su una delle statuette che sporgevano in avanti, e quella presa sembrò assicurargli un poco di equilibrio. Ma il peso era troppo forte per la delicatezza esotica di quel lavoro in metallo, e la figura appuntita si spezzò con un colpo secco. Ancora mezzo intontito, continuò a stringere la statuetta convulsamente mentre l’altra mano afferrava il tratto libero dell’inferriata.

Ma in quel momento le sue orecchie ipersensibili percepirono un rumore alle sue spalle, ed il giovane si voltò a guardare indietro lungo il terrazzo. Cinque figure si stavano avvicinando a lui lentamente, sebbene all’apparenza senza movimenti furtivi, e due di quelle figure erano costituite dalla vecchia e dal piccolo animale peloso dalle zanne aguzze. Gli altri tre gli fecero perdere i sensi istantaneamente, poiché erano entità viventi, alte circa due metri, dalla forma somigliante alle immagini della balaustra. Si spingevano in avanti dimenando come ragni l’insieme inferiore della struttura a forma di stella di mare.

Gilman si risvegliò nel letto, in un bagno di sudore freddo e con una sensazione dolorosa al viso, alle mani e ai piedi. Saltò in piedi con un balzo, poi si lavò e si vestì freneticamente come se fosse assolutamente indispensabile per lui uscire da quella casa il più velocemente possibile. Non sapeva dove voleva andare, ma sentiva che ancora una volta avrebbe dovuto disertare i corsi.

La strana attrazione verso quel punto del cielo tra Idra ed Argo, si era attenuata, ma aveva preso il suo posto un’altra forza ancora più grande. Ora sentiva di dover andare verso Nord: infinitamente lontano, a Nord.

Aveva paura di attraversare il ponte che dominava l’isola desolata del Miskatonic, perciò passò sul ponte di Peabody Avenue. Inciampò varie volte lungo la strada perché gli occhi e le orecchie sembravano incatenati ad un punto estremamente alto nel cielo livido e vacuo.

Dopo circa un’ora, si sentì più padrone di sé, e si accorse di essersi allontanato molto dalla città. Intorno a lui si stendeva il vuoto squallido e desolato delle paludi mentre la stretta strada sul davanti conduceva ad Innsmouth, la città antica e quasi disabitata che la gente di Arkham era così curiosamente restia a visitare.

Sebbene l’attrazione verso un certo punto a settentrione non fosse diminuita, cercava di resistervi come aveva tentato con quella precedente, ed infine si accorse che le due forze riuscivano quasi a bilanciarsi.

Ritornò lentamente in città, si fermò a bere un caffè da un distributore automatico, poi si trascinò in una biblioteca pubblica e qui curiosò con indifferenza tra i giornali più frivoli. Incontrò alcuni amici che gli fecero notare come fosse stranamente abbronzato, ma Gilman non raccontò loro della passeggiata. Alle tre del pomeriggio pranzò in un ristorante, rilevando che nel frattempo l’attrazione era diminuita o si era allontanata. Quindi, ammazzò il tempo in un cinema a buon mercato, ed assistette ad uno spettacolo insulso varie volte senza prestarvi la benché minima attenzione.

Verso le nove di sera si ritrovò sulla strada del ritorno, e poi entrò nella vecchia casa. Joe Mazurewicz stava cantando lamentosamente preghiere inintellegibili, e Gilman si precipitò nella sua soffitta senza fermarsi a controllare se Elwood fosse nella stanza.

Fu quando girò l’interruttore della fioca luce elettrica che ebbe lo shock. Capì all’istante che vi era qualcosa di estraneo sul tavolo, ed una seconda occhiata non lasciò spazio ai dubbi. Distesa su un lato, poiché non riusciva a reggersi in piedi da sola, vi era quella figura aguzza ed esotica che nel suo sogno mostruoso aveva rimosso dalla fantastica balaustra.

Non mancava alcun particolare. Il centro arrotondato di forma cilindrica, le sottili braccia a raggi, le protuberanze su ciascuna estremità e le piatte strutture a forma di stella marina che, curvandosi leggermente verso l’esterno, si diramavano da ogni protuberanza. Vi era tutto. Alla luce elettrica, il colore sembrava una specie di grigio iridescente con venature verdi, e Gilman riuscì a vedere – tra l’orrore e lo smarrimento – che una delle protuberanze aveva un’estremità spezzata corrispondente al suo originale punto di contatto con l’inferriata del sogno.

Solo lo stupore e lo sbalordimento gli impedirono di gridare. La fusione del sogno e della realtà era insopportabile. Ancora intontito, afferrò la cosa aguzza e si precipitò, barcollando giù per le scale, nell’appartamento del padrone di casa, Dombrowski. Le preghiere lamentose del superstizioso operaio tessile risuonavano ancora attraverso le sale piene di muffa, ma Gilman in quel momento non se ne curò.

Il padrone era in casa, e lo accolse affabilmente. No, non aveva mai visto quell’oggetto prima di allora e non ne sapeva nulla. Ma la moglie gli aveva detto di aver trovato un buffo oggetto di latta su uno dei letti quando aveva riordinato le stanze a mezzogiorno e, probabilmente, doveva trattarsi di quello.

Dombrowski la chiamò, e la donna entrò ondeggiando come una papera. Sì, era proprio quello l’oggetto. Lo aveva trovato nel letto del giovane, dal lato accanto alla parete. Le era parso molto strano ma, naturalmente, il giovane aveva molte cose strane nella stanza: libri, oggetti da collezione, disegni su carta. Di certo la donna non ne sapeva nulla.

Così Gilman risalì nuovamente le scale in preda ad una certa agitazione, convinto di stare ancora sognando e che il suo sonnambulismo avesse raggiunto estremi incredibili e lo portasse a saccheggiare luoghi misteriosi. Dove aveva preso quell’incredibile oggetto? Non ricordava di averlo visto in alcun museo di Arkham. Ma doveva ben essere stato in qualche posto.

Probabilmente, la scena in cui l’afferrava nel sonno doveva essere stata causata proprio dalla percezione della sua insolita forma. Prese una decisione: avrebbe consultato lo specialista.

Nel frattempo avrebbe tentato di prendere le impronte delle sue passeggiate notturne. Mentre saliva le scale ed attraversava la stanza nella soffitta, sparse la farina che aveva chiesto al padrone di casa, ammettendo francamente per quale scopo gli serviva.

Lungo la strada si era fermato alla porta di Elwood, ma aveva trovato la stanza nel buio. Entrò nella sua e posò l’oggetto appuntito sul tavolo poi si coricò esausto, sia fisicamente sia psicologicamente, senza nemmeno svestirsi. Dal solaio chiuso posto al di sopra del soffitto obliquo, pensò di sentire delle deboli grattatine e dei passi soffocati, ma era troppo disorientato per preoccuparsene. Quell’attrazione verso Nord stava diventando di nuovo molto forte, sebbene sembrasse ora provenire da un punto più basso nel cielo.

La vecchia e la cosa pelosa dalle zanne aguzze riapparvero nell’abbagliante luce viola del sogno, con i contorni più distinti che in altre precedenti occasioni. Questa volta arrivarono a toccarlo, e Gilman si sentì afferrato dagli artigli avvizziti della megera. Fu trascinato fuori dal letto nel vuoto, e per un istante sentì un rimbombo ritmico e vide la luce fioca dei vaghi abissi agitarsi intorno a lui. Ma quel momento fu molto breve poiché, subito, si ritrovò in un piccolo spazio senza finestre con travi ruvide e tavole che si elevavano a volta proprio sopra la sua testa e con un curioso pavimento inclinato sotto i piedi.

Sul pavimento erano appoggiate delle basse casse piene di libri più o meno antichi e quasi distrutti, ed al centro vi erano un tavolo ed una panca, entrambi apparentemente fissati al suolo, mentre sulle casse erano allineati piccoli oggetti dalla forma e dalla natura sconosciuta. Nella luce viola sfavillante, Gilman pensò di vedere una copia dell’immagine appuntita che lo aveva gettato nella confusione più orribile.

Sulla sinistra, il pavimento terminava bruscamente aprendosi su un precipizio triangolare nero, al di fuori del quale, dopo un breve secondo, si arrampicò l’odioso piccolo essere peloso dalla faccia barbuta e dalle zanne gialle.

La megera, con un sogghigno malvagio sul volto, lo stava stringendo ancora e, al di là del tavolo, apparve una figura mai entrata prima nei sogni dell’infelice studente, un uomo alto e smunto dalla pelle uniformemente nera, ma privo di qualsiasi tratto somatico negroide; era del tutto privo di capelli e di barba e, come unico abito, portava un mantello senza forma di un tessuto nero pesante.

Non si riuscivano a distinguere i piedi nascosti dal tavolo e dalla panca, ma doveva avere i piedi calzati perché, ogniqualvolta cambiava posizione, producevano dei rumori sordi. L’uomo non parlava, ed i suoi lineamenti piccoli e regolari non avevano alcuna espressione. Si limitò a indicare un libro di dimensioni enormi che giaceva aperto sul tavolo, mentre la megera cacciava un’enorme penna grigia nella mano destra di Gilman.

Su tutto incombeva un’atmosfera di intensa paura, e l’apice fu raggiunto quando la cosa pelosa corse sugli abiti del giovane fino alle spalle e poi giù per il braccio sinistro: infine lo morse ferocemente sul polso, proprio al di sotto del polsino. Appena il sangue sgorgò dalla ferita, Gilman svenne.

Si svegliò la mattina del 22, con un dolore lancinante al polso sinistro dove il polsino era sporco di sangue raggrumato. I ricordi erano molto confusi, ma la scena con l’Uomo Nero nel luogo misterioso era vivida nella sua mente. I topi dovevano averlo morso mentre dormiva, provocando così l’immagine culminante di quel sogno spaventoso.

Aprì la porta, e vide che la farina non era stata toccata, a parte le impronte enormi lasciate dall’individuo che aveva preso in affitto la stanza di fronte alla sua. Quindi non aveva fatto passeggiate notturne quella volta. Ma qualcosa avrebbe dovuto pur fare per risolvere il problema dei topi. Ne avrebbe parlato al padrone di casa. Ancora una volta tentò di chiudere il buco alla base della parete obliqua, incastrandovi un candeliere che sembrava della misura giusta. Le orecchie gli risuonavano in modo orribile, come per l’eco residuo di qualche terribile rumore udito nel sogno.

Mentre faceva il bagno e si cambiava d’abito, cercò di ricordare cosa aveva sognato dopo la scena nello spazio illuminato dalla luce viola, ma nulla di definito assunse una forma nella sua mente. Quella stessa scena doveva essere legata al solaio sprangato sopra di lui, che aveva colpito la sua immaginazione così violentemente, ma l’impressione successiva era debole e confusa.

Ricordava vagamente una distesa di abissi opachi dalla luce soffusa. Poi abissi ancora più vasti e neri e, oltre a questi, altri abissi in cui mancavano totalmente elementi di riferimento. Era stato attratto in quel punto dalla congerie di bolle e dal piccolo poliedro che lo seguivano ovunque, ma quegli oggetti, insieme a lui, si erano trasformati in fasci di nebbia in quell’ultimo vuoto di buio eterno.

Qualcos’altro era andato avanti, un fascio più grande che di tanto in tanto si condensava in una forma approssimativa ed indescrivibile, e Gilman pensò di non aver seguito una linea diritta ma piuttosto le curve aliene e a spirale di qualche vortice etereo che obbediva a leggi sconosciute ai fisici ed ai matematici di ogni cosmo concepibile.

Alla fine, erano state abbozzate delle enormi ombre che si lanciavano ad un ritmo mostruoso appena udibile, ed al sottile suono monotono di un flauto invisibile. Ma quello era tutto. Gilman si convinse di essersi formato quest’ultima idea da quanto aveva letto nel Necronomicon circa l’entità insensata di Azathoth che domina il tempo e lo spazio da un trono nero posto al centro del Caos.

Una volta pulito il sangue rappreso, la ferita del polso risultò solo superficiale e Gilman si lambiccò il cervello sulla posizione delle due minuscole punture. Gli venne in mente che non vi erano tracce di sangue sulle lenzuola: particolare incomprensibile, pensando alla quantità di sangue raggrumato sulla pelle e sul polsino. Era mai possibile che avesse fatto una passeggiata notturna nella stanza, e che un topo l’avesse morso mentre era seduto su qualche sedia, oppure che si fosse fermato in qualche posizione meno ragionevole? Perlustrò ogni angolo per cercare le macchie brunastre, ma non trovò nulla. Avrebbe fatto meglio, pensò, a spargere la farina anche nella stanza, oltre che all’esterno della porta, sebbene non gli occorressero ulteriori prove del suo sonnambulismo. Si rendeva conto di aver camminato, e l’unica cosa ora da fare era quella di cercare di adottare dei rimedi: doveva chiedere aiuto a Frank Elwood.

Quella mattina, la strana attrazione proveniente dallo spazio sembrava meno intensa, benché fosse stata sostituita da un’altra sensazione ancora più inspiegabile. Era un vago impulso insistente di fuggire da quella situazione contingente, ma non veniva indicata alcuna direzione specifica in cui potesse fuggire.

Non appena ebbe raccolto la strana figura appuntita dal tavolo, si accorse che l’antica attrazione verso il Nord diventava un poco più forte, ma perfino in quel modo era del tutto annullata dallo stimolo nuovo e più sconcertante.

Portò l’immagine aguzza nella stanza di Elwood, cercando di sopportare le litanie dell’operaio tessile che provenivano dal pianoterra. Elwood era nella sua stanza, grazie al cielo, e sembrava già sveglio. Avevano un po’ di tempo per fare una chiacchierata prima di andare a fare colazione e poi al College, così Gilman gli fece un resoconto precipitoso dei suoi recenti sogni e delle paure.

Il suo interlocutore ne rimase impressionato, e concordò sulla necessità di fare qualcosa. Fu colpito dall’aria tesa e sofferente del suo ospite, e notò l’abbronzatura anomala che gli altri gli avevano fatto rilevare durante la settimana. Eppure non aveva molto da dire. Non aveva visto Gilman durante le sue imprese notturne e non aveva idea di cosa potesse essere quella strana immagine.

Tuttavia, una notte, aveva sentito parlare il franco-canadese che era alloggiato proprio sotto la stanza di Gilman, con Mazurewicz. Si confidavano l’un l’altro di avere molta paura per la ormai prossima Notte di Valpurga, alla quale mancavano solo pochi giorni, e si scambiavano commenti pietosi sul povero giovane condannato. Desrochers, l’inquilino della stanza sotto quella di Gilman, aveva parlato di passi notturni, a piedi nudi o con le scarpe, e di una luce viola che aveva visto una notte quando si era avvicinato impaurito a sbirciare attraverso il buco della serratura della camera di Gilman. Non aveva avuto il coraggio di guardare, aveva detto a Mazurewicz, dopo aver intravisto quella luce attraverso le fessure della porta. Aveva anche udito delle parole bisbigliate ma, non appena aveva cominciato a raccontare, la sua voce si era ridotta ad un sussurro impercettibile.

Elwood non riusciva ad immaginare che cosa avesse spinto quei due uomini superstiziosi a diffondere quella voce, ma supponeva che le loro fantasie fossero state stimolate da un lato dalle ore piccole, dalle camminate e dai discorsi notturni di Gilman e, dall’altro, dall’avvicinarsi della festa tradizionale e temuta di Calendimaggio.

Che Gilman parlasse nel sonno era evidente, ed era ovvio, dai discorsi percepiti dalla serratura della stanza da Desrochers, che la notizia della presenza di una luce notturna viola doveva essere stata diffusa da qualcosa che lui aveva detto dormendo. La gente ingenua faceva presto ad immaginare di aver visto strane cose quando ne sentiva parlare. Quanto al piano d’azione, Gilman avrebbe fatto meglio a trasferirsi nella stanza di Elwood onde evitare di dormire da solo. Elwood lo avrebbe scosso, se fosse stato sveglio, ogniqualvolta avesse cominciato a parlare o ad alzarsi nel sonno. Inoltre doveva consultare al più presto uno specialista. Nel frattempo avrebbe portato quella statuetta aguzza a vari musei e a diversi professori, per cercare di identificarla, dichiarando di averla trovata in un bidone di rifiuti. Dombrowski poi avrebbe dovuto occuparsi di avvelenare quei topi nella parete.

Rincuorato dall’amicizia dimostratagli da Elwood, Gilman quel giorno frequentò i corsi. Strani stimoli ancora lo tormentavano, ma riusciva a dominarli bene. Durante l’intervallo, mostrò la strana statuetta a molti professori, e tutti furono molto interessati, sebbene nessuno di loro riuscisse a far luce sulla sua natura o sulla sua origine. Quella notte, Gilman dormì su una branda che Elwood aveva fatto portare dal padrone di casa dalla stanza posta al secondo piano e, per la prima volta nelle ultime settimane, la sua mente fu completamente libera dai sogni inquietanti. Ma era ancora febbricitante, e le litanie interminabili dell’operaio tessile avevano su di lui un effetto snervante.

Durante i giorni seguenti, Gilman si sentì piacevolmente immune – quasi del tutto – da qualsiasi manifestazione morbosa. Come gli riferì Elwood, non aveva parlato nel sonno, né si era alzato; e, nel frattempo, il padrone di casa aveva messo il veleno per i topi un po’ dappertutto.

L’unico elemento di disturbo era costituito dalle chiacchiere che circolavano tra gli stranieri superstiziosi, che avevano dato libero sfogo alla propria fantasia. Mazurewicz cercava sempre di convincerlo a mettere al collo un Crocifisso, ed alla fine l’obbligò a prenderne uno che, gli aveva assicurato, era stato benedetto dal bravo Padre Iwanicki.

Anche Desrochers aveva qualcosa da rivelargli: insisteva infatti nel dire di aver avvertito dei passi furtivi risuonare nella stanza lasciata vuota da Gilman la prima e la seconda notte, proprio quella posta sopra la sua. Paul Choynski riteneva di aver sentito dei rumori per le scale e nelle stanze, durante la notte, e dichiarò inoltre di aver udito qualcuno che cercava di forzare piano la propria porta, mentre la signora Dombrowski giurò di aver visto Brown Jenkin per la prima volta dopo Ognissanti. Ma tutte quelle chiacchiere contavano molto poco, e Gilman lasciò che il Crocifisso di metallo a buon mercato pendesse inutilmente da un pomo della toeletta del suo ospite.

Nei tre giorni successivi, Gilman ed Elwood passarono al vaglio i musei locali nello sforzo di identificare la strana statuetta appuntita, ma sempre senza alcun successo. Dappertutto, comunque, l’interesse era notevole, poiché la completa alienità di quell’oggetto rappresentava una sfida terribile alla curiosità scientifica.

Uno dei piccoli bracci radianti fu staccato e sottoposto ad una serie di analisi chimiche. Il professor Ellery scoprì la presenza di platino, ferro e tellurio, in quella strana lega, ma mischiati a questi vi erano perlomeno altri tre elementi di alto peso atomico, che la chimica non era assolutamente in grado di classificare. Ed i chimici non solo non riuscirono a collegarli ad altri elementi conosciuti, ma si accorsero che non corrispondevano neanche agli spazi vuoti riservati nel sistema periodico agli elementi ipotizzabili.

Il mistero è ancora insoluto, e il pezzo si trova esposto nel museo della Miskatonic University.

La mattina del 27 aprile, apparve un nuovo buco fatto da un topo nella stanza dove Gilman era ospite, ma Dombrowski lo ricoprì con dello stagno, durante la giornata. Il veleno quindi non era servito a molto, poiché le grattatine e il rumore delle zampette dei topi in effetti non diminuirono.

Elwood rimase fuori fino a notte inoltrata, quella sera, e Gilman rimase sveglio ad aspettarlo. Non aveva alcuna voglia di addormentarsi da solo nella stanza, specie poiché credeva di aver intravisto, nella luce crepuscolare, quella vecchia repellente la cui immagine si era così orribilmente stabilita nei suoi sogni. Si chiedeva chi fosse e cosa si fosse trovato vicino a lei, che aveva fatto tintinnare le scatole di latta nel mucchio di spazzatura all’ingresso dello squallido cortile. La vecchia rugosa sembrava averlo notato, perché gli aveva rivolto uno sguardo bieco e malvagio, ma probabilmente si trattava semplicemente della sua fervida immaginazione.

Il mattino seguente, entrambi i giovani si sentirono molto stanchi, e decisero che avrebbero recuperato dormendo con un sonno di piombo la notte successiva. Verso sera si ritrovarono a discutere con aria assonnata degli studi matematici che avevano così totalmente e forse dannosamente assorbito Gilman, e formularono varie ipotesi sui legami tra la magia antica ed il folklore, legami che sembravano oscuramente probabili.

Parlarono della vecchia Keziah Mason, ed Elwood condivise l’opinione che Gilman avesse delle buone basi scientifiche per pensare che la vecchia potesse essersi trovata realmente ad affrontare delle nozioni strane e significative. I culti nascosti a cui appartenevano quelle streghe, spesso custodivano e trasmettevano per tradizione segreti sorprendenti di epoche antiche e dimenticate, e non era affatto impossibile che Keziah avesse davvero conosciuto a fondo l’arte di oltrepassare le barriere dimensionali. Le storie tradizionali concordano nel sottolineare l’inutilità delle barriere materiali che limitano i movimenti di una strega, e chi può dire che cosa ci sia alla base delle vecchie storie sui manici di scopa che volano durante la notte? Se uno studioso moderno sarebbe mai stato in grado di raggiungere simili poteri solo attraverso le ricerche matematiche, era ancora da vedere. Il successo, aggiunse Gilman, poteva condurre ad una situazione pericolosa ed impensabile, perché, chi poteva prevedere le condizioni di vita di una dimensione adiacente ma normalmente inaccessibile?

D’altra parte, le possibilità erano enormi. Il tempo non poteva esistere in certe zone dello spazio e, entrando e fermandosi in tali zone, doveva essere possibile preservare la propria vita e l’età indefinitamente, senza dover mai patire le sofferenze del metabolismo organico oppure del deterioramento, a parte i brevi periodi durante le visite al proprio spazio o a spazi simili. Sarebbe stato possibile passare in una dimensione senza tempo e poi riemergere in qualche periodo remoto della storia della Terra, sempre in una condizione di giovinezza. Chi fosse riuscito a farlo ai propri simili sarebbe apparso come un immortale.

Che davvero qualcuno fosse mai riuscito a fare questo, era difficile da ipotizzare con una certa attendibilità. Le antiche leggende sono confuse ed ambigue e, nel corso della storia, tutti i tentativi di attraversare i passaggi negati sembravano essere complicati dalle strane e terribili alleanze con esseri e messaggeri provenienti dall’aldilà. Vi era da tempo immemorabile la figura di un delegato o messaggero dai poteri misteriosi e terribili. L’Uomo Nero del culto delle streghe, e il «Nyarlathotep» del Necronomicon. Esisteva anche il problema sconcertante dei messaggeri e degli intermediari minori, e dei quasi-animali e gli strani ibridi che le leggende descrivono come i «familiari» delle streghe.

Quando Gilman ed Elwood si ritirarono per dormire, troppo assonnati per discutere ulteriormente, sentirono Joe Mazurewicz entrare nella casa barcollante e mezzo ubriaco, e rabbrividirono per la disperata foga delle sue preghiere lamentose. Quella notte, Gilman vide di nuovo la luce violetta. Nel sogno aveva sentito il graffiare ed il rosicchiare dei topi nei tramezzi, ed avvertì che qualcuno stava armeggiando goffamente vicino alla sua serratura.

Poi vide la vecchia e la piccola cosa pelosa avanzare verso di lui, sul pavimento ricoperto dal tappeto. Il viso della megera era illuminato da un’esultanza sovrumana, e quella piccola cosa pelosa dai denti gialli ridacchiava in modo beffardo mentre indicava la figura di Elwood che dormiva profondamente sulla branda dall’altro lato della stanza. Una paura paralizzante represse ogni suo tentativo di gridare. Come la volta precedente, l’odiosa vecchia rugosa afferrò Gilman per le spalle trascinandolo con violenza fuori dal letto per poi farlo precipitare nel vuoto. Ancora una volta si ritrovò in un’infinità di abissi dai suoni laceranti ma, un secondo dopo, gli parve di trovarsi in un oscuro vicolo, fangoso e misterioso, fetido e con le pareti pericolanti delle case antiche che incombevano su di lui da entrambi i lati.

Davanti a lui stava l’Uomo Nero con il mantello che aveva visto nello spazio durante l’altro sogno e, nel frattempo, da una distanza minima, la vecchia gli stava facendo dei segni imperiosi. Brown Jenkin si strofinava con una sorta di allegria affettuosa sulle caviglie dell’Uomo Nero, che erano sprofondate nel fango.

Sul lato destro si apriva l’arco di una porta spalancata, che l’essere tenebroso indicò in silenzio. La vecchia megera si avviò in quella direzione sogghignando e trascinandosi dietro Gilman per la manica del pigiama. Cominciarono a salire su per scale maleodoranti che cigolavano in modo sinistro, sulle quali la vecchia sembrava irradiare una debole luce violetta; poi, in fondo al pianerottolo, arrivarono ad una porta. La vecchia armeggiò goffamente con la serratura, quindi spalancò la porta, facendo segno a Gilman di aspettare, e scomparve nel buio.

Le orecchie ipersensibili del giovane percepirono un grido soffocato e spaventoso, ed improvvisamente la megera si precipitò fuori dalla stanza, portando tra le mani un piccolo oggetto inanimato che cacciò in quelle del giovane, come per ordinargli di sostenerlo.

La vista di quella cosa e l’espressione sul suo viso ruppero l’incantesimo. Ancora troppo sbalordito per parlare, Gilman si precipitò di corsa lungo le scale malferme e nel fango, poi fuori nella strada, e si fermò solo quando fu afferrato e quasi strozzato dall’Uomo Nero che era rimasto in attesa. Appena perse i sensi, udì il debole ridacchiare sarcastico dell’essere mostruoso simile a un topo munito di zanne.

La mattina del 29, Gilman si risvegliò in un vortice di orrore. Nell’istante in cui aprì gli occhi, si rese conto che qualcosa di terribile doveva essere accaduto, perché si era ritrovato nella sua stanza in soffitta, dalle pareti ed il soffitto obliqui, sdraiato sul letto disfatto. La gola gli doleva in modo inspiegabile e, mentre si sforzava di mettersi seduto, si accorse con sgomento crescente che i suoi piedi e la parte inferiore dei calzoni del pigiama erano sporchi ed incrostati di fango.

In quel momento i suoi ricordi erano irrimediabilmente confusi, ma era perlomeno evidente che doveva aver camminato nel sonno. Elwood era troppo addormentato per sentirlo e fermarlo. Sul pavimento vi erano impronte di fango confuse, ma stranamente non arrivavano fino alla porta. Più Gilman le guardava, più gli sembravano singolari poiché, oltre a quelle che riusciva a riconoscere come sue, ve ne erano altre più piccole, alcune delle quali avevano una strana forma arrotondata, simile alle tracce lasciate dalla gamba di una grossa sedia o di un tavolo, a parte il fatto che la maggior parte di loro tendeva ad essere divisa in due metà. Vedeva anche qualche impronta curiosamente fangosa di topi, che conducevano al buco aperto di recente.

Lo smarrimento totale e la paura di essere diventato pazzo travolsero Gilman quando, vacillando, si accorse che non vi erano impronte di fango al di fuori della porta. E quanto più ricordava il sogno spaventoso, tanto più si sentiva terrorizzato, e i lugubri canti di Mazurewicz che salmodiava cupamente due piani sotto contribuivano ad accrescere la sua disperazione.

Discese nella stanza di Elwood per svegliare l’amico ancora addormentato, ed incominciò a raccontare quello che gli era capitato, ma Elwood non era in grado di dare delle soluzioni circa cosa potesse realmente essere accaduto. Dove Gilman potesse essere stato, come fosse tornato nella propria stanza senza lasciare impronte nel corridoio e come le tracce fangose e rotonde fossero mischiate alle sue nella stanza dell’attico, erano tutte cose oltre l’immaginabile. Infine, vi erano quei lividi sulla gola, come se avesse tentato di strangolarsi da solo. Posò le mani sui segni, ma scoprì che non corrispondevano assolutamente alle dimensioni delle sue dita.

Mentre ne discutevano, Desrochers entrò nella stanza dicendo di aver sentito un fracasso terrificante provenire dall’alto, nelle ore che precedono l’alba. No, non vi era stato nessuno per le scale dopo mezzanotte, sebbene poco prima avesse sentito dei passi felpati nella soffitta, e poi altri passi che scendevano le scale furtivamente, e che non gli erano proprio piaciuti. Aggiunse che era un periodo dell’anno molto brutto per Arkham e che il giovane avrebbe fatto bene a portare il Crocifisso che Joe Mazurewicz gli aveva dato. Perfino durante il giorno non era al sicuro dato che, con le prime luci dell’alba, si erano sentiti ancora strani rumori nella casa, ed in special modo un sottile lamento infantile soffocato precipitosamente.

Gilman, quella mattina, frequentò i corsi meccanicamente, del tutto incapace di prestare attenzione agli studi. Provava una terribile apprensione e stava in attesa, come se si aspettasse da un momento all’altro che qualcuno lo uccidesse. A mezzogiorno pranzò al ristorante dell’università e, mentre era in attesa del dessert, prese un giornale dal posto vicino al suo. Ma non assaggiò mai quel dolce, poiché rimase agghiacciato da un articolo sulla prima pagina del giornale, con gli occhi fuori dalle orbite, in grado solo di pagare il conto e tornare barcollando nella stanza di Elwood.

La notizia riportava uno strano rapimento avvenuto la notte precedente nell’Orne Gangway, dove il figlio di due anni di un’umile lavandaia di nome Anastasia Wolejko era svanito nel nulla. Sembrava che la madre avesse già temuto una cosa del genere un po’ di tempo prima, ma le ragioni dei suoi timori erano troppo ridicole per essere prese in considerazione.

Diceva di aver visto Brown Jenkin dalle sue parti fin dai primi di marzo, ed aveva intuito dalle sue smorfie e dal suo ridacchiare che il piccolo Ladislas doveva essere stato scelto per il sacrificio nel terribile Sabba della notte di Valpurga. Aveva chiesto alla sua vicina, Mary Czanek, di dormire nella stanza per tentare di proteggere il bimbo, ma Mary non ne aveva avuto il coraggio. Non ne aveva parlato con la polizia perché non avrebbe mai prestato la benché minima attenzione a queste cose. Per quanto ricordava, ogni anno erano stati rapiti altri bambini in quel modo. Ed il suo convivente, Pete Stowacki, non voleva aiutarla perché non aveva mai voluto quel bimbo.

Ma, a far sudare freddo Gilman, fu la notizia di un rapporto fatto da una coppia di fannulloni che erano capitati all’ingresso del vicolo in questione proprio dopo mezzanotte. I due avevano ammesso di essere ubriachi, ma entrambi giurarono di aver visto un trio abbigliato in un modo incredibile, entrare nel vicolo buio. Parlavano di un enorme negro con un mantello, una vecchia curva con gli abiti a brandelli, ed un giovane in pigiama. La vecchia trascinava il giovane mentre ai piedi del negro si rotolava e strisciava nel fango un topo addomesticato.

Gilman, inebetito, rimase seduto tutto il pomeriggio, ed Elwood, che nel frattempo aveva letto i giornali traendone terribili conclusioni, lo trovò in quello stato quando fece ritorno a casa. Questa volta nessuno poteva dubitare che qualcosa di tremendamente serio fosse vicino a loro. Tra i fantasmi dell’incubo e la realtà del mondo oggettivo, si stava cristallizzando una relazione mostruosa ed impensabile, e solo una vigilanza eccezionale avrebbe potuto allontanare sviluppi ancora più funesti. Gilman avrebbe dovuto assolutamente consultare uno specialista prima o poi, ma non in quel momento, quando tutti i giornali erano pieni di articoli riguardanti il rapimento.

Proprio quanto era realmente accaduto era nebuloso in modo esasperante e, per un istante, sia Gilman che Elwood si bisbigliarono l’un l’altro le teorie più folli. Forse Gilman inconsciamente era riuscito più di quanto non sapesse, nei suoi studi sullo spazio e sulle dimensioni? Era realmente scivolato al di fuori della nostra sfera in punti inimmaginabili? Dove era stato, se pure era stato in qualche posto, in quelle notti di estraniamento demoniaco? Gli abissi cupi e rimbombanti, il pendio verde, la terrazza abbagliante, l’attrazione stellare, l’ultimo vortice tenebroso, l’Uomo Nero, il vicolo fangoso e le scale, la vecchia strega e l’essere orribile peloso dalle zanne aguzze, la congerie di bolle ed il piccolo poliedro, la strana abbronzatura, la ferita al polso, l’immagine inspiegabile, i piedi infangati, i segni sulla gola, i racconti e le paure degli stranieri superstiziosi... cosa significava tutto questo? Fino a che punto le leggi del buon senso potevano applicarsi ad un simile caso?

Nessuno dei due dormì quella notte, ma il giorno seguente entrambi evitarono di andare ai corsi, e rimasero a sonnecchiare. Era il 30 aprile, ed al crepuscolo sarebbe cominciata la cerimonia del Sabba infernale, tanto temuta dagli stranieri e dai vecchi superstiziosi.

Mazurewicz tornò a casa alle sei del pomeriggio e riferì che nella fabbrica si mormorava che la tregenda della Notte di Valpurga sarebbe stata tenuta nella gola oscura oltre Meadow Hill, dove le antiche pietre bianche si elevavano in un posto curiosamente privo di vita vegetale. Alcuni avevano perfino avvertito la polizia di cercare lì il piccolo Wolejko scomparso, ma non ritenevano che i poliziotti lo avrebbero fatto. Joe insisteva affinché il giovane portasse la catenina di nichel con il Crocefisso, e Gilman se la mise e l’infilò all’interno della camicia per assecondarlo.

I due giovani rimasero seduti a sonnecchiare sulle loro sedie fino a notte inoltrata, cullati dalle giaculatorie dell’operaio tessile del piano di sotto. Gilman ascoltava con la testa ciondolante, ed il suo udito, ipersensibile in modo soprannaturale, sembrava teso a percepire qualche misterioso e temuto mormorio oltre i rumori della casa. Stavano riaffiorando alla sua mente i ricordi malsani di elementi presenti nel Necronomicon e nel Libro Nero, e d’un tratto si ritrovò ad oscillare il capo a quei ritmi nefandi, legati alle cerimonie più oscure del Sabba, che avrebbero origine al di fuori del tempo e dello spazio conosciuto.

Realizzò immediatamente che stava ascoltando i canti infernali dei celebranti nella lontana valle nera. Come sapeva tante cose su quello che i celebranti si aspettavano? Come faceva a sapere quando Nahab ed i suoi accoliti avrebbero dovuto portare la coppa ricolma, cui avrebbero fatto seguito il gallo nero e la capra nera?

Vide che Elwood si era addormentato e cercò di chiamarlo per svegliarlo. Ma qualcosa gli aveva chiuso la gola. Non era padrone di sé. Aveva forse davvero firmato il Libro dell’Uomo Nero?

Poi il suo udito sensibile ed anomalo percepì le note distanti portate dal vento. Avanzavano per miglia e miglia, attraverso colline, campi e vicoli, ma nondimeno le riconobbe. I fuochi dovevano essere già accesi ed i danzatori dovevano essere sul punto di iniziare le danze. Come sarebbe riuscito a trattenersi dall’andare? Cosa era che lo aveva irretito?

Matematica, folklore, la casa, la vecchia Keziah, Brown Jenkin... ed ora si accorse di un nuovo buco di topo nella parete vicino al letto. Oltre ai canti distanti e alle più vicine preghiere di Joe Mazurewicz gli giunse un altro suono, un grattare furtivo ma deciso nei tramezzi. Si augurò che la luce elettrica non venisse a mancare. Poi vide il piccolo muso barbuto con le zanne aguzze affacciarsi al buco, quella maledetta piccola faccia che – realizzò alla fine – rassomigliava in modo beffardo e disgustoso alla vecchia Keziah, quindi sentì un leggero armeggiare alla porta.

Gli abissi cupi e rimbombanti balenarono davanti a lui, e si sentì impotente nella presa informe dell’ammasso di bolle iridescenti. Gli correva davanti il piccolo poliedro caleidoscopico, ed attraverso il vuoto vorticoso vi era un’intensificazione ed un’accelerazione della lontanissima trenodia, le cui note sembravano presagire qualche apice indicibile ed intollerabile. Gli sembrava di sapere già cosa stava per accadere: l’esplosione mostruosa del ritmo di Valpurga, nel cui timbro cosmico si sarebbero concentrati tutti i fermenti originali e finali sedimentati nello spazio e nel tempo, le furie primitive che ribollono dietro le sfere materiali, negli inconcepibili spazi extradimensionali, e che a volte irrompono in un riverbero controllato che penetra debolmente in ogni strato dell’essere, e dà un significato spaventoso a certi periodi temuti dell’anno.

Ma tutto questo svanì in un secondo. Ora si trovava di nuovo in uno spazio ristretto, spigoloso ed illuminato di viola, con il pavimento inclinato, alcune basse cassapanche piene di libri antichi, una panca ed un tavolo, degli strani oggetti e l’abisso triangolare da un lato. Sul tavolo vi era una piccola figura bianca, un bimbo, svestito e privo di sensi, mentre, sul lato opposto, vi era la vecchiaccia con lo sguardo malvagio, che stringeva nella destra un coltello dal manico grottesco e scintillante. Nella mano sinistra aveva una pallida coppa metallica, dalle proporzioni curiose e ricoperta di strani disegni incisi, munita di manici laterali lavorati. Stava recitando qualche rituale gracchiante in una lingua che a Gilman risultava del tutto incomprensibile, ma che assomigliava a qualcosa oscuramente citato nel Necronomicon.

Come la scena si fece più distinta, Gilman vide la vecchia megera curvarsi in avanti ed allungargli la coppa vuota attraverso il tavolo, e il giovane, incapace di controllare le proprie emozioni, si sporse in avanti e la prese tra le mani, rilevandone la leggerezza. Nello stesso istante, la disgustosa figura di Brown Jenkin si arrampicò sul bordo del precipizio triangolare sulla sinistra. La megera fece segno al giovane di reggere la coppa in una posizione particolare, mentre sollevava l’enorme e ridicolo coltello sulla piccola vittima bianca al punto più alto che riuscì a raggiungere.

La cosa pelosa dai denti aguzzi cominciò a biascicare ridacchiando la continuazione del rituale sconosciuto, mentre la strega gracchiava una risposta odiosa. Gilman sentì una repulsione pungente scuoterlo dalla paralisi mentale ed emotiva in cui si trovava, e la leggera coppa di metallo gli tremò tra le mani. Un secondo dopo, il movimento discendente del coltello ruppe completamente l’incantesimo e Gilman fece cadere la coppa con un fragore simile ad una campana, mentre le sue mani si muovevano freneticamente per fermare l’atto mostruoso.

In un attimo era avanzato sul pavimento inclinato ed aveva fatto il giro del tavolo per strappare il coltello dagli artigli della vecchia, quindi lo aveva scagliato al di là del bordo dello stretto precipizio triangolare. Un secondo dopo, però, i fatti si erano ribaltati, e gli artigli feroci della vecchia gli avevano stretto con forza la gola, mentre il viso raggrinzito di lei si contraeva in preda alla furia.

Sentì la catenina del Crocifisso lacerargli il collo e, in quel momento critico, si chiese che effetto potesse avere sulla perfida creatura quell’oggetto. La forza della vecchia era addirittura sovrumana ma, mentre continuava a stringere la gola del giovane, questi riuscì a raggiungere a fatica la camicia e a tirare fuori il simbolo metallico, liberandolo dalla catena.

Alla vista del Crocifisso, la strega sembrò cadere in preda al panico, e la sua presa si allentò quanto bastava a dare la possibilità a Gilman di liberarsi del tutto. Allontanò quindi quegli artigli simili all’acciaio, ed avrebbe trascinato la megera sul bordo del precipizio, se quegli artigli non fossero tornati a stringerlo con forza.

Questa volta si decise a rispondere allo stesso modo e le sue mani raggiunsero la gola della creatura. Prima che la vecchia si rendesse conto di cosa stava facendo, Gilman le aveva attorcigliato la catena del Crocifisso intorno al collo e, un istante dopo, aveva stretto abbastanza da toglierle il respiro. Durante quest’ultima lotta, sentì qualcosa muovergli le caviglie, e vide che Brown Jenkin era accorso in aiuto della vecchia. Con un calcio poderoso fece precipitare quell’essere abbietto oltre il bordo del precipizio e lo sentì gemere da un livello molto più in basso.

Non sapeva se avesse ucciso la vecchia, e la lasciò distesa sul pavimento dove era caduta. Poi, nel voltarsi, vide sul tavolo una scena che quasi lo portò sull’orlo della pazzia.

Brown Jenkin, con i nervi saldi e le quattro minuscole manine dotate di una destrezza demoniaca, si era dato da fare mentre la strega cercava di strangolarlo, ed ora vide che i suoi sforzi per salvare il bimbo erano stati del tutto vani. Ciò che lui aveva impedito di fare al coltello della megera sul petto della vittima, lo avevano fatto le zanne gialle di quell’essere empio e peloso su un polso del bimbo, e la coppa che prima giaceva sul pavimento, era ora piena di un liquido scarlatto accanto al piccolo corpo senza vita.

Nel suo sogno-delirio, Gilman sentì la canzone infernale dal ritmo alieno del Sabba sopraggiungere da una distanza infinita, ed intuì che l’Uomo Nero doveva trovarsi lì. Memorie confuse si mischiavano con le formule matematiche, e ritenne che il suo subcosciente avesse i requisiti che gli occorrevano per guidarlo al mondo normale per la prima volta da solo.

Era certo di trovarsi nel solaio sprangato da tempo immemorabile posto sopra la sua stanza, ma dubitava di riuscire a scappare attraverso il pavimento inclinato oppure attraverso l’uscita da tempo sigillata. Inoltre, una fuga dal solaio del sogno non lo avrebbe forse portato semplicemente in una casa da sogno, una proiezione anomala del posto reale che cercava? Era del tutto disorientato per quanto riguardava la relazione tra il sogno e la realtà delle sue esperienze.

Il passaggio attraverso quegli strani abissi era terribile perché erano attraversati dalle vibrazioni del ritmo di Valpurga e, alla fine, lui avrebbe dovuto sentire quella pulsazione cosmica, fino a quel momento velata, che temeva mortalmente. Già allora percepiva una cupa, orrenda cadenza. All’epoca del Sabba, la vibrazione si elevava fino a raggiungere tutti gli universi per chiamare gli iniziati alla celebrazione di riti abominevoli. Gran parte dei canti del Sabba venivano eseguiti sulla base di un ritmo percepito debolmente, che nessun orecchio terrestre poteva tollerare nella sua pienezza spaziale. Gilman si chiedeva anche se potesse contare sul suo istinto per ritornare nella parte giusta dello spazio. Come poteva essere sicuro che non sarebbe approdato su qualche piccolo pendio verde di un pianeta lontano, oppure su una terrazza decorata che dominava la città dei mostri tentacolati sita in qualche posto oltre la galassia, oppure nel vortice nero a spirale di quel vuoto ultimo del Caos dove regnava lo spietato sultano-demone Azathoth?

Poco prima di precipitare, la luce viola scomparve e lo lasciò nell’oscurità più assoluta. La strega... la vecchia Keziah... Nahab... evidentemente era morta. E, mischiato al canto lontano del Sabba ed ai gemiti di Brown Jenkin nell’insenatura sottostante, pensò di sentire un altro lamento più selvaggio proveniente da profondità sconosciute. Joe Mazurewicz e le preghiere contro il Caos Strisciante ora diventavano degli strilli inspiegabili di trionfo, un mondo di realtà sardoniche nei vortici di un sogno febbrile.

...Iä! Shub – Niggurath! Il Capro dai Mille Cuccioli...

Gilman venne ritrovato sul pavimento della sua vecchia stanza dagli strani angoli, molto prima dell’alba, poiché il terribile urlo aveva richiamato immediatamente Desrochers, Choynski, Dombrowski e Mazurewicz, ed aveva svegliato Elwood profondamente addormentato sulla sedia. Era vivo e con gli occhi spalancati e fissi, ma sembrava privo di sensi. Sulla gola portava i segni di mani feroci e sulla caviglia destra vi era il morso di un topo, all’apparenza molto doloroso. I suoi vestiti erano tremendamente sgualciti ed il Crocifisso di Joe era scomparso.

Elwood rabbrividì, ed ebbe timore di formulare nuove ipotesi su quale nuova forma avesse assunto il sonnambulismo dell’amico. Mazurewicz sembrava semi-intontito a causa di un «evento» che diceva di aver avuto in risposta alle sue preghiere, e si fece il Segno della Croce freneticamente quando risuonò dal tramezzo inclinato lo squittio e il gemito di un topo.

Quando il giovane fu sistemato sul letto nella stanza di Elwood, venne chiamato il dottor Malkowski, una persona esperta del luogo, che non avrebbe raccontato nulla in giro che potesse provocare situazioni imbarazzanti. Il dottore fece a Gilman due iniezioni ipodermiche che gli procurarono un certo rilassamento simile alla naturale sonnolenza. Durante il giorno, il paziente riprese conoscenza di tanto in tanto, e bisbigliò il suo nuovo sogno a Elwood in modo sconnesso. Fu una cosa dolorosa e, fin dall’inizio, emerse un fatto nuovo e sconcertante.

Gilman, le cui orecchie fino ad allora erano state ipersensibili, era adesso completamente sordo. Il dottor Malkowski, chiamato nuovamente in fretta, disse ad Elwood che entrambi i timpani delle orecchie erano lacerati come per l’impatto con un qualche rumore d’intensità assai superiore all’immaginazione ed alla resistenza umana. Come un tale suono potesse essere stato emesso nelle ultime ore senza svegliare tutta la valle del Miskatonic, un semplice medico non poteva certo dirlo.

Elwood riportò parte della conversazione sulla carta per poter comunicare agevolmente con Gilman. Nessuno dei due sapeva che cosa dire di quella vicenda assolutamente incredibile, e decisero che sarebbe stato meglio se vi avessero pensato il meno possibile. Ma entrambi concordavano nel voler lasciare quella vecchia casa maledetta quanto prima.

I giornali della sera parlavano di un’incursione della polizia compiuta tra alcuni singolari individui in un burrone oltre Meadow Hill poco prima dell’alba, ed accennavano al fatto che le pietre bianche erano oggetto di un’antica superstizione. Nessuno era stato preso ma, tra i fuggiaschi che si sparpagliavano, era stato intravisto un negro enorme. In un’altra colonna si diceva che non era stata trovata alcuna traccia del piccolo Ladislas Wolejko.

L’estremo orrore si verificò proprio quella notte. Elwood non l’avrebbe mai dimenticato, e fu costretto a rinunziare al College per il resto del trimestre a causa dell’esaurimento nervoso che lo colse. Gli era sembrato di sentire dei topi nel tramezzo, tutta la sera, ma vi aveva prestato poca attenzione. Poi, dopo che lui e Gilman si erano coricati, cominciarono le urla atroci. Elwood era balzato dal letto, aveva acceso la luce e si era precipitato verso il suo ospite.

L’amico emetteva suoni di natura sovrumana, come se fosse tormentato da torture indescrivibili. Si contorceva sotto le coperte ed una grande macchia rossa cominciava a spargersi sul letto.

Elwood non osava toccarlo, ma gradualmente le urla ed i contorcimenti si attenuarono. Nel frattempo Dombrowski, Choynski, Desrochers, Mazurewicz e l’inquilino dell’ultimo piano si erano accalcati tutti sotto l’arco della porta, ed il padrone di casa aveva mandato la moglie a telefonare al dottor Malkowski. Tutti lanciarono un urlo quando una grande figura di topo saltò improvvisamente dal di sotto delle coperte insanguinate e si eclissò attraverso il pavimento in un nuovo buco aperto. Quando arrivò il dottore e cominciò a tirare via quelle coperte spaventose, Walter Gilman era già morto.

È crudele raccontare particolareggiatamente cosa aveva ucciso Gilman. Il suo corpo era praticamente attraversato da una galleria fatta da un qualcosa che gli aveva mangiato il cuore. Dombrowski, affranto per il fallimento dei suoi sforzi per avvelenare i topi, non si preoccupò più dei contratti d’affitto e, nel giro di una settimana, si trasferì con tutti gli inquilini più vecchi in una casa più piccola ma meno antica in Walnut Street. Per un po’ di tempo la cosa più difficile fu far osservare il silenzio a Joe Mazurewicz, poiché il superstizioso operaio tessile non sarebbe mai più riuscito a non ubriacarsi cianciando con chiunque di spettri e di altre cose.

Sembra che quell’ultima, spaventosa notte, Joe si fosse fermato a guardare le tracce porpora del topo che andavano dal letto di Gilman al buco vicino. Sul tappeto erano molto confuse ma, tra il bordo del tappeto e il battiscopa, vi era una parte di pavimento scoperto. In quel punto, Mazurewicz aveva scoperto qualcosa di mostruoso, o riteneva di averlo fatto, poiché nessun altro era poi molto concorde con lui riguardo l’innegabile stranezza delle impronte. Le tracce sul pavimento erano certamente molto dissimili dalle normali impronte di un topo, ma perfino Choynski e Desrochers non vollero ammettere che fossero simili alle tracce di quattro minuscole mani umane.

La casa non venne mai più affittata. Non appena Dombrowski l’abbandonò, cominciò ad avvolgerla il manto della desolazione, poiché la gente la evitava sia a causa della sua cattiva reputazione, sia per il nuovo, fetido odore che se ne sprigionava.

Forse il veleno per topi sparso dal vecchio proprietario aveva dopotutto sortito l’effetto desiderato, perché non molto tempo dopo la sua partenza, il luogo divenne un vero flagello per tutto il vicinato. L’ufficiale sanitario attribuì il cattivo odore agli spazi chiusi del piano di sopra ed attigui alla stanza orientale della soffitta, e concluse che il numero dei topi morti doveva essere enorme.

Venne stabilito, comunque, che non sarebbe valsa la pena di abbattere la vecchia soffitta per aprire e disinfestare l’ambiente chiuso da tempo immemorabile, perché il fetore si sarebbe presto attenuato e, dato che il luogo era quello che era, non era il caso di fare gli schizzinosi.

In realtà, si continuarono a raccontare vaghe storie locali circa inspiegabili fetori provenienti dalla parte superiore della casa della strega proprio nel periodo successivo alle giornate di Calendimaggio e Ognissanti. I vicini rimanevano nelle loro case, protestando contro l’inerzia delle autorità sanitarie; ma il fetore nondimeno costituì un ulteriore elemento negativo per tutta la zona. Infine, la casa venne dichiarata inabitabile da un ispettore del comune.

I sogni di Gilman e le relative circostanze non sono mai state spiegate. Elwood, le cui riflessioni sull’intera vicenda sono talvolta quasi esasperanti, ritornò al College l’autunno successivo e si diplomò nel giugno seguente. Si rese conto che le chiacchiere sugli spettri della città si erano molto attenuate, e sta di fatto che, nonostante certe notizie riguardo i ghigni spettrali che si udivano nella casa deserta, e che persistettero fino al giorno in cui durò l’edificio stesso, nessuno aveva più parlato di una nuova apparizione, né della vecchia Keziah, né di Brown Jenkin, dopo la morte di Gilman.

Fortunatamente, Elwood non si trovava ad Arkham qualche anno dopo, quando certi avvenimenti riaprirono il caso e suscitarono nuove chiacchiere sui vecchi orrori. Ovviamente fu messo al corrente della vicenda successivamente, soffrì di tormenti immensi formulando cupe e sconcertanti congetture, ma per lui sarebbe stato assai peggio trovarsi sul posto ed essere presente alla scena che si presentò.

Nel marzo del 1931, una tempesta aveva distrutto il tetto e il grande fumaiolo della casa abbandonata della strega, così che un mucchio di mattoni sgretolati e di tavole annerite e ricoperte di muschio, insieme alle travi marce, sprofondarono nella soffitta e poi, attraverso di essa, nel piano sottostante. L’intera zona della soffitta fu riempita dai detriti, ma nessuno si preoccupò di mettere un po’ d’ordine prima dell’inevitabile distruzione totale di quella decrepita costruzione. Quell’ultimo fatto si verificò nel dicembre successivo, e fu allora che la vecchia stanza di Gilman fu ripulita da operai riluttanti e apprensivi, e ripresero le chiacchiere.

Tra le macerie che erano precipitate attraverso l’antico soffitto obliquo emersero molte cose che obbligarono gli operai a fermarsi, e fecero intervenire la Polizia. Successivamente, quest’ultima chiese a sua volta l’intervento di un giudice istruttore e di vari professori dell’università.

Avevano infatti trovato varie ossa terribilmente frantumate e scheggiate, ma chiaramente umane, di epoca stranamente recente, che contrastavano quindi in modo imbarazzante con il presunto periodo remoto in cui il loro unico possibile nascondiglio, il basso solaio dal pavimento inclinato, era stato presumibilmente sprangato ad ogni accesso umano.

Il medico assistente del giudice dichiarò che qualcuna di quelle ossa apparteneva allo scheletro di un bimbo, mentre altre, trovate mischiate con brandelli di stoffa marcia e brunastra, appartenevano sicuramente ad una donna, vecchia e curva, di piccole dimensioni ed in età avanzata. Un esame minuzioso dei detriti, portò alla luce anche molte ossa minuscole di topi sorpresi dal crollo, in numero tale da costituire l’oggetto di numerose riflessioni e controversie.

Tra gli oggetti ritrovati, emersero i frammenti lacerati di molti libri e giornali insieme ad una polvere giallastra prodotta dalla totale disintegrazione di libri e giornali ancora più antichi. Tutti, senza eccezioni, sembravano trattare la Magia Nera nelle sue forme più audaci ed orribili, e la data evidentemente recente di certi articoli è ancora un mistero insoluto come quello della presenza di ossa umane recenti.

Un mistero ancora più grande è costituito dall’assoluta omogeneità di una scrittura illeggibile ed arcaica, trovata sui margini e le pagine bianche di un gran numero di volumi, la cui filigrana e le cui condizioni implicavano differenze di epoche ed un intervallo di tempo perlomeno di cento o anche duecento anni.

Per alcuni, però, il mistero più fitto era rappresentato dalla varietà di oggetti del tutto inspiegabili – oggetti le cui forme, i materiali, i tipi di lavorazione e gli scopi rendono confusa qualsiasi ipotesi – sparsi tra i rottami in uno stato più o meno cattivo di conservazione. Tra questi elementi, ciò che impressionò profondamente i professori della Miskatonic University fu il ritrovamento di una mostruosità terribilmente danneggiata, molto simile alla strana statuetta che Gilman aveva donato al museo del College, a parte le dimensioni, dato che questo esemplare era grande, lavorato in una particolare pietra bluastra invece del metallo, ed era munito di un piedistallo singolarmente angolato con geroglifici indecifrabili.

Archeologi ed antropologi continuano ancora a tentare di spiegare i bizzarri disegni incisi su una coppa frantumata di metallo lucido, nel cui interno si vedevano incrostazioni e macchie scure e sinistre. Gli stranieri e le vecchie nonne sono concordi nell’ammettere che il moderno Crocefisso di nichel con la catenina spezzata ritrovato tra le macerie e riconosciuto dall’impaurito Joe Mazurewicz, fosse quello che lui aveva consegnato al povero Gilman molto tempo prima. Qualcuno crede che questo Crocefisso sia stato trascinato nel solaio sprangato da qualche topo, ma altri sostengono che doveva trovarsi sul pavimento in qualche angolo della vecchia stanza di Gilman. Altri ancora, tra cui Joe stesso, hanno teorie troppo folli e fantastiche per delle persone dotate di raziocinio.

Quando la parete obliqua della stanza di Gilman fu abbattuta, lo spazio triangolare chiuso una volta da quel tramezzo e dalla parete settentrionale della casa fu trovato molto meno ingombro di detriti in proporzione alla stanza stessa, sebbene avesse uno strato spaventoso di materiali più antichi che fecero rimanere paralizzati i demolitori per l’orrore.

In breve, il pavimento costituiva un vero e proprio deposito di ossa di bambini, qualcuna abbastanza recente, ma altre molto antiche, che risalivano a periodi così remoti da essere quasi completamente distrutte. Su quel profondo strato di ossa, era stato trovato un coltello dalla lama larga, antico e ornato con disegni esotici e grotteschi.

Tra le macerie derivanti dal crollo del tetto si era incastrato tra le tavole ed un ammasso di mattoni crollati dal fumaiolo distrutto un oggetto destinato a creare una gran confusione, terrore ed una serie di chiacchiere superstiziose, superiori a quelle create da qualsiasi altro elemento scoperto in quell’edificio perseguitato e maledetto.

Quell’oggetto era lo scheletro in parte frantumato di un enorme topo deforme, le cui anomalie sono ancora oggetto di discussione e fonte di singolare reticenza da parte dei membri del dipartimento di Anatomia Comparata dell’Università. Molto poco è stato detto su questo scheletro, ma gli operai che lo trovarono accennarono con disgusto ai lunghi peli bruni che lo accompagnavano.

Le ossa delle zampe minuscole, si diceva, implicavano caratteristiche prensili più tipiche di una piccola scimmia che di un topo, mentre il cranio piccolo ed il muso con le zanne gialle e feroci sono estremamente anomali ed appaiono, visti da una particolare angolatura, simili alla miniatura mostruosamente degradata di un cranio umano. Gli operai si fecero il Segno della Croce impauriti, quando venne alla luce quell’oggetto empio, ed accesero candele di ringraziamento nella chiesa di San Stanislao, per la certezza che quello sghignazzare spettrale e stridulo ormai non si sarebbe più udito.