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Flash Fiction

 

 

 

 

Flash Fiction: Fiction that is extremely brief, typycally only a few hundreds words or fewer in its entirery

oxford english dictionary

 

 

 

 

1. warning

 

 

Ho cambiato tanti lavori nella mia vita.

Perché uccidere un uomo è ogni volta un lavoro diverso, che richiede abilità differenti.

Mi hai visto all'opera, per puro caso. Sai quanto valgo.

Mi hai chiesto quanto voglio. Con la presunzione di chi è schifosamente ricca, oltre l'immaginazione della gente comune.

Ci sono due difficoltà.

La prima: io costo veramente molto.

Parecchie centinaia di milioni. Di dollari.

Perché porto sempre a termine gli incarichi, non fallisco mai.

Per te il prezzo sarà ancora più alto. Il tuo intero patrimonio basterà a malapena a pagare i miei servizi.

Perché la vendetta è un affare serio: uno deve essere disposto a dare tutto per averla. Altrimenti beffa se stesso.

La seconda difficoltà è più complicata.

Mi chiedi di trovare e uccidere il sicario che, tredici anni fa, quando tu avevi tre anni, ha sterminato la tua intera famiglia.

Uno come me. Uno bravo. Quella notte oltrepassò tutte le difese della casa-fortezza del tuo clan, decine di guardie armate, cani, telecamere, come se non esistessero. Poi svanì come fumo. Né tracce né sopravvissuti. Tranne te.

Dov'è la difficoltà, mi chiedi. Non sei altrettanto bravo?

Io sono più bravo.

Ma si dà il caso che l'assassino che ha sterminato la tua famiglia sia io.

Tuttavia l'incarico, se pur difficile, non è impossibile.

Quindi accetto.

Cambierà la ricompensa che pretenderò.

Non posso uccidere me stesso, così, per farti piacere.

Diverrai perciò la mia apprendista.

Sette anni della tua vita cancellati. Riscritti da me.

Sei ancora acerba. Non sai ancora niente dell'odio e della paura. Ti insegnerò.

Apprenderai come uccidere. Apprenderai come uccidermi.

Se ne sarai all'altezza.

Sai come andrà a finire. Me o te. Un solo sopravvissuto.

Te l'ho detto che il prezzo sarebbe stato alto.

L'unica cosa che non ti dirò mai: con chi era il contratto.

Perché è stato il mio primo contratto.

Quello che ha fatto di me ciò che sono.

 

2. perfect revenge

 

 

SETTE ANNI DOPO

 

Ci esercitiamo in silenzio, con i bokken, le pesanti spade di legno, nella semioscurità antelucana. Solo il rumore secco dei colpi, lo strusciare dei piedi sul tatami, i respiri affannati, il fruscio degli abiti nella palestra deserta. Proseguiamo fino al primo chiarore, poi ripongo le spade.

La mia allieva si toglie il corpetto di cuoio, si slaccia il kendogi, e si inginocchia, nuda fino alla cintola, con solo gli hakama ampi e larghi. Le mie mani percorrono la sua pelle senza imbarazzo, perché un maestro conosce intimamente il corpo dell'allievo. Massaggio i muscoli contratti, soffermandomi sui segni dei colpi, saggiando la forza di ciò che ho forgiato in anni di duri allenamenti. Poi mi spoglio a mia volta, perché lei possa fare lo stesso.

Dopo, rivestiti con casacche immacolate strette in vita, ampie e morbide, ci rechiamo nel giardino, e servo il the in preziose tazzine di porcellana. Il suo calore ci fa sudare, purificando i nostri corpi. Sorseggiamo in silenzio, guardando il sole rosso che sorge e gli iris che tremano lievi nella brezza che spira  giù fino alla baia.

"So chi sei" dice lei.

Annuisco. Attendo questo momento da sette anni, il termine del mio incarico.

"Eri il capo delle guardie dei Kawamura, la mia famiglia. Hai commesso la strage per rubare le spade di Inazuma ".

Finiamo di bere il the, poi mi alzo e vado a prendere ciò che da più di vent'anni custodisco per lei.

Le spade sono magnifiche, come appena uscite dalle mani dell'artigiano che le ha create, religiosamente avvolte in feltro nero.

"I loro nomi sono 'Rapida Falce' e 'Degna Sorella', spiego. "i capolavori di Inazuma per la  tua famiglia. In cinquecento anni, non ne sono state forgiate di uguali".

La sua mano sfiora con reverenza le lame di acciaio blu, istoriate da ideogrammi.

"Il tuo apprendistato è finito" le dico. "Queste spade sono il mio regalo"

Lei si fa pensierosa. "Cosa succederebbe", mi chiede, "se queste spade fossero usate l'una contro l'altra?"

"È già avvenuto parecchie volte in passato. È pericoloso separarle. Ogni volta le sorelle si sono riunite, provocando la morte di uno dei possessori. Nessuno è mai riuscito a tenerle lontane a lungo. È la magia che Inazuma ha infuso nel loro acciaio"

Mi guarda negli occhi. "Dunque è questo. Un duello, e un solo sopravvissuto. Quello che mi promettesti sette anni fa".

Annuisco. "Sei ancora in tempo a tirarti indietro", le dico, stupendo persino me stesso: sono davvero disposto a disonorarmi, rinunciando ad un incarico?

Ma lei scuote la testa, come se avessi detto una cosa bizzarra, persino divertente.

"Sono più veloce di te e lo sai" la ammonisco "Non ho intenzione di trattenermi"

"Mi disonoreresti se lo facessi" risponde. "Saranno le sorelle a decidere. Che tu lo voglia o no. Che io lo voglia o no".

Annuisco. "Scegli la spada" le dico. Non c'è altro da aggiungere.

Sguainiamo le spade. Il duello è breve, nessuno mi ha mai eguagliato in rapidità. Una manciata di secondi, poi Degna Sorella trova la sua strada attraverso la guardia avversaria.

Affonda nel suo petto fino all'elsa, penetra nel legno della colonna del portico, fendendolo fino all'altra parte, ve la sbatte violentemente contro.

Mariko Kawamura mi guarda, col sangue rosso vivo che già le macchia gli angoli della bocca. Sorride. Poi i suoi occhi si appannano per sempre.

Non mi perdonerò mai per quello che ho appena fatto.

La sua vendetta è perfetta. Non avrei potuto desiderare una allieva migliore.

Ho portato a termine il mio ultimo incarico.