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LA SPOSA DELL’ORCO

Paola Barbato

 

Aveva forse quattro anni quando sua madre glielo disse per la prima volta: «Stai attenta, Odelia, perché molte persone faranno finta di esserti amiche ed invece vorranno solo i tuoi soldi.». Non si sa quale malsana fantasia la spinse ad inchiodare un simile pensiero nella testa di una bambina.

Da allora Odelia aveva continuato a pensarci. C’era solo lei nell’ultima generazione di famiglia. Niente zii e niente fratelli, nemmeno illegittimi. Solo lei che un giorno avrebbe avuto tutto. La sua rendita, tanto per cominciare, quando avesse compiuto diciotto anni.

Non era bella, Odelia, non lo era mai stata e non lo sarebbe stata mai. Non brutta, nemmeno questo, solo insignificante, senza un tratto del viso, una curva del corpo che potesse distinguerla. Quasi il nulla. Non era intelligente, non era interessante, neppure troppo colta considerata l’estrazione. Non era troppe cose, da qualsiasi punto di vista la si volesse guardare.

Sua madre se la vedeva venir su così, irrimediabilmente scialba, incolore. Ed ogni giorno che il sole si affacciava sulla terra le cantilenava: «Attenta, Odelia, sono fin troppe le ragazze che finiscono in mano a qualche mascalzone. La tua maggiore attrattiva sono i soldi, quindi guardati da persone che manifestino un interesse troppo grande. E non importa che abbiano denaro proprio, i soldi non sono mai abbastanza per certa gente. Attenta, Odelia, attenta.».

E attenta Odelia attenta per uno, tre, sei anni, e lei che cresceva filiforme e convinta della propria assenza, della presenza unica, indissolubile del denaro. E’ sottile la linea che separa il timore dal terrore, o il sospetto dall’ossessione, se preferite. Sottile come una voce materna che ritma giorno dopo giorno la sua nenia di attentodeliattenta. Se conosceva qualcuno chi è e che cosa fa e da che famiglia proviene e l’immancabile condanna sulla base del perché dovresti piacergli proprio tu.

Un giorno divenne superfluo dirglielo. Se solo la salutavano la mente le compitava: perché dovrebbe salutare proprio me? Aveva provato a non pensarci, ma era come cercare di ignorare una menomazione. Bastava un tono gentile, una parola galante, bastava uno sguardo che si soffermasse un attimo di troppo, bastava addirittura che le passassero vicino e subito ATTENTODELIATTENTA! Passarono i diciassette ed alla vigilia dei diciotto le prese il panico.

Disse che non la voleva, la rendita, ma così aveva disposto il nonno e così si sarebbe fatto, non fare la bambina, ora sei grande e devi essere capace di badare a te stessa. Ma lei non voleva badare a sé stessa, non poteva, ora, con quella nube di denaro che le incombeva sulla testa. E fuori c’era il mondo. Non solo: fuori c’era attentodeliattenta.

Passarono i diciotto ed ogni giorno la paura mangiava le parole della madre e cresceva, cresceva. Cercò di arginare il terrore che l’aveva presa ma quello sembrava dilatarsi di più ad ogni sforzo, motivato ad esistere dal suo tentativo di estirparlo. Era una guerra troppo grande per una mente piccola come quella di Odelia: si arrese. Smise di uscire, le amiche vennero abbattute una ad una, sospettate di chissà quali complotti.

A vent’anni Odelia viveva chiusa in casa, non parlava, non osava nemmeno pensare. I progetti per il futuro non avevano senso per lei. L’idea di frequentare un uomo senza venire dilaniata dal sospetto di attentodeliattenta era pura utopia. La paura era la sua ragione di vita, e fintanto che la paura avrebbe regnato Odelia era cosa sua. Se fosse stata solo un po’ più intelligente è probabile che ne sarebbe morta. Ma Odelia non era furba e non sapeva fare ragionamenti troppo complessi. Fu una linea semplice quella che seguirono i suoi pensieri in una delle tante notti passate a farsi divorare da attentodeliattenta. Un conticino matematico. Fu quello a salvarla.

 

Le ci vollero quasi due mesi. Due mesi di riviste e quotidiani, due mesi di telegiornali locali e tè con le amiche della madre. Cara signora, come sta, e mi dica, cosa c’è di nuovo in giro? Doveva essere perfetto. Lo trovò. Si chiamava Corrado, aveva ventotto anni, famiglia di nobili decaduti, protagonista delle cronache mondane e dei giornali scandalistici. Bellissimo, di quella bellezza un po’ volgare che testimonia il vuoto.

Donnaiolo, giocatore, arrestato una volta con l’accusa di violenza carnale (ritirata), probabilmente alcolizzato, sicuramente drogato. Lo avevano fermato alla frontiera con 200 gr di cocaina dentro alle suole delle scarpe da tennis. Lui giurava di averle comprate prima di partire e di essere stato usato come innocente fattorino (assolto). Aveva debiti sufficienti. Niente lavoro. Moltissimi amici. Si fece carina, Odelia, quella sera. Non aveva esperienza di certe cose e così fece come le venne. Si avvicinò al tavolo. Lui era in compagnia di due ragazze che sembravano giovanissime, sotto il trucco. Strategicamente spettinato, i due bottoni della camicia aperti, tutto regolare. Sapeva chi era. Le chiese cosa voleva. Glielo disse.

 

Guardava un punto oltre. Le erano rimaste le gambe aperte, sverginata tanto per fare, o perché andava fatto. Lui non c’era e il letto puzzava di troppi profumi. Non sapeva dove era e con chi e a fare cosa. Non le importava. Il matrimonio era stato bello. I suoi non erano venuti e lei si era avviata da sola all’altare. Dicevano che sua madre ne sarebbe morta. Dicevano che i suoi soldi sarebbero durati un paio di mesi, forse meno. Lei guardava con occhi vuoti oltre. Oltre i pensieri, oltre i sentimenti. Guardava la pace, guardava la morte di attentodeliattenta. L’incubo era finito. Di più. L’incubo si era finalmente incarnato. L’orco era giunto e lei gli si era gettata grata nelle fauci. Non c’era più attesa, non c’era più terrore. Solo la pace, la meravigliosa pace. Si tirò a sedere, relitto di una sposa. Ora, secondo sua madre, sarebbe cominciato l’inferno. Ora, secondo lei, sarebbe cominciata la vita.