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GIORGIO E STEFANIA

Paola Barbato

 

Lei non aveva più motivo di vivere. La vita le era stata strappata dalle viscere e non restava che il nulla da aspettare. Lei non voleva aspettare, se il nulla doveva essere, allora che fosse subito. Gironzolava lungo il binario tra la folla di pendolari. Aspettava il momento di massima calca per allontanarsi inosservata. Bastavano cinquecento metri, il pendolino sarebbe passato a velocità folle davanti a coloro che attendevano il diretto. Niente l’avrebbe fermato, men che meno il suo esile corpo. E così sia.

 

Lui non aveva più motivo di vivere. La vita gli era stata strappata dalle viscere e non restava che il nulla da aspettare. Lui non voleva aspettare, se il nulla doveva essere, allora che fosse subito. Gironzolava lungo il binario tra la folla di pendolari. Aspettava il momento di massima calca per allontanarsi inosservato. Bastavano cinquecento metri, il pendolino sarebbe passato a velocità folle davanti a coloro che attendevano il diretto. Niente l’avrebbe fermato, men che meno il suo esile corpo. E così sia.

 

Lei aveva deciso. In realtà non aveva neppure dovuto arrivare ad una decisione, era stata la decisione a venire a lei. La scelta del modo, del luogo e dell’ora era stata di pura comodità. Bastava voltarsi dall’altra parte, tapparsi le orecchie ed aspettare. In fondo sarebbe stato un attimo. Eppure aveva paura. Sapeva di non avere scelta eppure aveva paura. Del salto, forse, di cosa avrebbero ritrovato. Una volta le era successo, di passare col treno di fianco ad un gruppetto di poliziotti chini su un mucchio di stracci con due piedi che spuntavano, decorosamente coperti da calzini bianchi. Un mucchio di stracci e basta. Aveva paura ma non si sarebbe fermata, non lei, non ora che era arrivata fin lì. Non si sarebbe fermata, da sola.

 

Lui aveva deciso. In realtà non aveva neppure dovuto arrivare ad una decisione, era stata la decisione a venire a lui. La scelta del modo, del luogo e dell'ora era stata di pura comodità. Si sarebbe voltato, con la musica del walkman sparata nelle orecchie e gli occhi chiusi. Bastava non guardare, no? Eppure aveva paura. Mille volte si era impedito di pensare agli altri, ma ora ci pensava. Non al dolore, allo strazio, questo no. Pensava che gli altri lo avrebbero fermato. Non che lui volesse essere fermato, certo, lui non si sarebbe fermato mai, non da solo, non al punto a cui era arrivato. E del resto gli altri non c’erano, era solo. Non conosceva nessuno su quel marciapiede. Proprio nessuno.

 

Lei si guardava intorno cercando volti noti. Per sfuggirli, ovviamente, per pura prudenza. Ma nessuno, naturalmente nessuno. Era un orario insolito, lo aveva scelto apposta. Non un amico, un conoscente, qualche parente di sua madre, nessuno. Nessuno a cui rivolgere un pensiero d’addio, nessuno a cui voltare le spalle per dirigersi al suo fine ultimo. Anche in quel momento era sola, sola come era sempre stata, sola come era stata lasciata. Fece per voltarsi, gli occhi pieni dell’orrore che aveva da venire quando Giorgio! Giorgio! Quello era Giorgio! Giorgio il suo ex compagno di scuola, non lo vedeva da anni, eppure la barba, i capelli, era lui! Mosse un passo e si accorse dell’errore. Sembrava ma non era. Giorgio aveva il naso adunco, un gran nasone, mentre questo... no, e poi era più basso.

“Ma sarebbe lecito -pensò- sarebbe lecito che mi fossi sbagliata. In fondo, che caspita, succede ogni giorno di incontrare persone che assomigliano a conoscenti, cadere nell’equivoco e poi scambiare due parole, mi scusi, sa come succede e poi ci si lascia con un sorriso... Avrei un tale bisogno di un sorriso ora, un tale bisogno...”.

Mosse il secondo passo.

 

Nessuno che lo conoscesse, nessuno che lo accompagnasse più dolcemente alla fine, nessun rimpianto finale per un volto familiare ed ignaro che ti saluta per l’ultima volta. Era solo. Per l’ultima volta, è vero, ma era solo. Fece per incamminarsi quando vide la ragazza. Lo stava fissando. Che fosse una che lo conosceva? Non badò a quanto fosse speranzosa quella domanda e si rispose di no, no, non l’aveva mai vista, se la sarebbe ricordata. Forse lo aveva scambiato per qualcuno, succedeva. Eppure lo fissava proprio come se lo conoscesse. Fece l’accenno di muovere un passo verso di lui e per un istante si ritrovò a pensare quanto gli sarebbe piaciuto che quel bel viso lo accompagnasse come ultimo ricordo di quella maledetta vita che gli era toccato vivere. Sarebbe stato più saggio voltare il viso, evitare la spiegazione dell’equivoco e le solite formalità ma, perdio, aveva un tale bisogno di un franco sorriso innocente e disinteressato in quel momento!

 

Lei si accorse che lui la guardava, si accorse che era troppo tardi per tornare indietro. E all’improvviso capì che non voleva tornare indietro, che voleva parlare con quel ragazzo che assomigliava a Giorgio, voleva sentire la sua voce, voleva che lui le sorridesse, che le dicesse qualcosa, qualsiasi cosa. Qualcosa che valesse la pena di essere ascoltato. Si fermò a due passi da lui e con un filo di voce roca disse:

«Giorgio?».

 

La ragazza si era avvicinata lentamente. Poi lo aveva chiamato con un nome che non era il suo. Stava per rispondere di no, che non era lui, che si era sbagliata, stava per dire le solite due frasette di disimpegno quando vide gli occhi della ragazza. Chissà chi era Giorgio. Era un amore finito? Un amico perso? C’era il bisogno di Giorgio in quegli occhi. E quel bisogno si sovrappose perfettamente al suo. Chiunque fosse Giorgio non sapeva che la sua vita era valsa solo per aver prodotto quello sguardo, quel bisogno. E fortissimo, per un istante, volle essere Giorgio. Aprì bocca e rispose:

«Sì?».

Negli occhi della ragazza comparve un disorientamento immenso. Ci mise un attimo per afferrare che lei lo sapeva bene che lui non era Giorgio. E allora? Perché gli aveva parlato? Per abbordarlo? Con quegli occhi? Oppure? L’idea gli attraversò folle il cervello, e prima che avesse potuto afferrarla sentì la propria voce pronunciare la frase:

«Stefania! Come stai?».

 

Il ragazzo che non era Giorgio le aveva risposto. Evidentemente era un caso di omonimia, una strana coincidenza. Che però l’aveva spiazzata. Non sapeva come continuare, non era stata pronta per una conferma, solo per una smentita. Poi lui aveva fatto una cosa che l’aveva definitivamente confusa: l’aveva chiamata con un altro nome, come se stavolta fosse stato lui a confonderla con qualcun’altra. Eppure. Eppure c’era qualcosa negli occhi di quel ragazzo, qualcosa che si sovrappose a qualcos’altro di perfettamente identico dentro di lei. Non afferrava di che natura fosse ma ebbe subito una certezza: non voleva che svanisse. Non pensò. Si limitò a parlare.

 

«Bene, abbastanza. E tu?»

«Si tira avanti. Come va il... lavoro?»

«Il... lavoro? Oh, sai com’è, e tu... il... lavoro?»

«Beh... così... E a casa?»

«Come al solito. E da te?»

«Normale.».

 

Si guardarono. Forse non capirono perfettamente cosa li univa, forse questo era dominio solo del Giorgio che era dentro di lui e della Stefania che era dentro di lei. Ma capirono che questa cosa era venuta da sola e stava a loro trattenerla. Il pendolino passò come una freccia scagliata da Giove. Parlarono per ore, ricordando i tempi della scuola.