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C O L O R I

Paola Barbato

 

«Manlio, sei un bravo ragazzo. Sei solo trasparente, ecco tutto.» gli diceva la sua mamma. E lui, Manlio, annuiva con un sospiro. “Solo” trasparente, diceva lei, come se non fosse stata la più grande seccatura del mondo.

 

La prima volta era successo in terza elementare, quando studiavano le regioni. La maestra lo chiamò per chiedergli i prodotti tipici del Molise. Manlio il Molise non l’aveva studiato, non aveva proprio aperto il libro il pomeriggio precedente, però aveva giocato a pallone ed aveva fatto due gol. Così era rimasto in piedi a fissare il banco misurando la crescita del suo disagio. Non aveva paura della maestra, questo no, la signorina Graziella era sempre stata buona e il massimo che ti diceva era: «Studia, la prossima volta.». Non provava paura, provava vergogna. Vergogna per quelle ventitré paia d'occhi che lo osservavano, per la figura dello scemo che stava facendo lì in piedi, più zitto del suo banco che scricchiolava perché ne stringeva forte il bordo. Aspettava che la maestra dicesse la frase dell’assoluzione per porre fine a quel tormento. E intanto la vergogna saliva, saliva... Dopo un silenzio davvero eccessivo per una domanda simile, finalmente Manlio alzò gli occhi su un’atterrita signorina Graziella tremante da capo a piedi.

«Manlio... ma... ma tu stai male...»

Sto male? Guardò i compagni e vide i quarantasei occhi raddoppiare di dimensione. Ma cos’ho, cos’ho? Si guardò le mani e le trovò perfettamente normali.

«Ah, il sangue!» strillò una bambina.

La maestra si precipitò giù dalla cattedra, non sapendo lei per prima cosa fare. Prese Manlio in braccio e corse in infermeria. Solo allora, aggrappato alla sua spalla, Manlio vide una gocciolina rossa cadere dalla propria fronte e allargarsi sul cotone chiaro dell’abito della signorina Graziella.

«Mi sono fatto male, come ho fatto a farmi male, stavo lì in piedi, non mi sono mosso...?»

Venne l’infermiera e si diede da fare con la maestra, tutte e due pallidissime, poi chiamarono il medico ed infine arrivò la mamma di Manlio con ancora il grembiule intorno alla vita (abitavano di fronte alla scuola). Il medico la guardò con due occhi così e gracchiò:

«Traspira sangue.».

Manlio cominciò a spaventarsi sul serio.

«Signora, bisognerà portarlo immediatamente all’ospedale per accertamenti. E’ una cosa assolutamente inspiegabile... necessario consultare degli specialisti... la TAC... non vorrei spaventarla...»

E invece l’aveva spaventata sì, la mamma di Manlio, che piangeva come un vitello, e Manlio dietro, ancora più spaventato dallo spavento della sua mamma. Quando, senza nessun preavviso, l’infermiera lanciò un grido:

«Il bambino! Guardate il bambino!»

Tutti lo guardarono, tutti fecero un salto. Manlio frignava seduto sul lettino, con una calza su ed una calza giù, sfregandosi un occhio. Quando abbassò la mano se la ritrovò verde.

 

Ai medici ci vollero ben tre anni per riuscire ad ammettere che non ci capivano niente. Gli avevano fatto ogni tipo di esame, analizzando per lo più liquido verde, ma anche rosso e blu (quella volta che la nonna di Manlio era morta). Alla fine si arresero. Era un liquido semplice, acqua, sale, come il sudore o le lacrime. Vi era aggiunto uno strano pigmento inidentificabile che mutava a seconda delle cause della secrezione. Alla fine dovettero riconoscere la realtà per quella che era, nuda e cruda: Manlio secerneva i propri stati d’animo.

Erano passati gli anni, la medicina aveva smesso di interessarsi a lui, le persone che lo conoscevano non ci facevano più caso. Del resto Manlio cambiava colore solo in preda a forti emozioni, e questo non avveniva poi così spesso. Col passare del tempo si era accorto che questa faccenda aveva molti lati negativi e nessun lato positivo. Per esempio a scuola era un disastro, se copiava un compito o era impreparato lo beccavano subito. Inoltre, crescendo, la gamma di emozioni si era moltiplicata, si erano aggiunti sentimenti dalle sottili sfumature, e si era trovato a secernere un delizioso color albicocca oppure un grigio madreperlato. Fosse almeno riuscito a diventare più freddo, più controllato, macché. La sua croce era una timidezza giallognola che gli colava lungo le guance quando si trovava con persone estranee che finivano col rimanere tali. Pensava che non si sarebbe mai sposato, che sarebbe rimasto solo a causa di quella faccenda. Finché un giorno incontrò Teresa.

 

Gliel’avevano presentata come “una giovane artista di talento” e Manlio, che faceva l’impiegato e che di talenti non se ne riconosceva, ne era rimasto affascinato, diventando subito arancione. Teresa non ne era rimasta più di tanto stupita, si era limitata a guardarlo con curiosità, raccogliendo di nascosto in un fazzolettino di carta una goccia che gli era colata dal collo. Per un paio di mesi non si erano più incontrati, ma lui non aveva mai smesso di pensarla. Finché una sera il telefono squillò.

«Manlio? Sono Teresa, ti ricordi? La pittrice.»

«Certo che mi ricordo.» disse Manlio grondando giallo paglierino.

«Avrei una cosa da proporti. Sempre se ti va.».

 

Lo studio era pregno di odor d’acquaragia, colori, colla. Manlio si confondeva allegramente con l’ambiente. Teresa gli passò un dito sulla guancia facendolo diventare color zucca. Gli mostrò il dito.

«Lo vedi? Non è proprio liquido, diventa denso dopo un po’. E a distanza di qualche giorno si secca.»

«Io non lo so, sai, mi lavo spesso.»

«E’ uno spreco. Ha delle sfumature splendide, dei riflessi luminosi... Per te sarebbe un problema vendermelo?»

«Vendertelo?»

«Sì, quando ti succede qualcosa tu lo raccogli... oppure vieni direttamente qui.».

A Manlio non sembrava vero, gli sembrava impossibile che quello che aveva sempre considerato un difetto potesse avere un risvolto simile. Si impuntò per non ricevere niente, per regalarle il colore gratuitamente, offrendosi (era emotivo ma non scemo) di andare a portarglielo a casa.

 

Cominciarono in breve le sedute nello studio di Teresa. Era una scena davvero curiosa: Manlio le si sedeva accanto come un modello e lasciava placidamente che lei gli passasse il pennello sulla faccia, sul collo, a volte anche nel palmo delle mani. Erano i punti dove secerneva più abbondantemente. Certo, c’erano dei problemi, delle complicazioni, come quella volta che Manlio si era tranquillizzato ed il giallo aveva cominciato a scarseggiare. Allora Teresa aveva cercato di stimolare la sua timidezza:

«Perché non ti togli i pantaloni?»

Manlio aveva ubbidito, ma subito si accorse dell’errore alla vista delle sue gambette storte. Diventò porpora scuro.

«Ma no! No! Avevo bisogno del giallo. Dio, ma sei un disastro!»

Il porpora filtrò in arancione. Teresa si rassegnò a proseguire un’altra parte del quadro. Un’altra volta aveva indagato:

«Rosso per la vergogna, giallo per la timidezza... Poi?»

«Beh, verde per la paura, blu per il dolore, poi ci sono i colori misti, i colori un po’ particolari, il lilla per la preoccupazione, il grigio per la commozione... E altri ancora.»

Teresa ci aveva riflettuto su.

«E il sesso?»

«Il sesso cosa?»

«Di che colore è il sesso, l’eccitazione?»

Manlio si fece sempre più arancio.

«Beh... vedi... io conosco il sesso solitario... non so se fa lo stesso, comunque è turchese, un bel turchese...»

«Turchese...» rifletté Teresa.

 

Il quadro proseguiva. Teresa era una pittrice attenta ma impetuosa, si lasciava possedere dall’arte. Manlio ne era sempre più affascinato, la considerava una creatura ultraterrena dotata di capacità celestiali. Avevano cominciato col sesso qualche giorno dopo quella chiacchierata.

«Ho bisogno dell’azzurro, capisci? Devo fare dell’acqua, l’ho evitato finora, ci sono girata intorno ma adesso è proprio venuto il momento. Quindi ti spiacerebbe?»

Manlio aveva espulso fiotti di pervinca ma aveva ubbidito. Ogni trenta secondi Teresa lo fermava.

«Basta così, non sprecare energie, sennò non ne ho abbastanza.»

Poi, dopo aver osservato a lungo la tela aveva mormorato:

«Proviamo.»

ed aveva allungato lei la mano. Era la prima donna che toccava Manlio, la sensazione esplose nel suo cervello e colò sulle sue guance in un celeste puro, lucente.

«Perfetto!» trillò Teresa «Perfetto!».

Il lavoro era a metà, Manlio e Teresa si incontravano quotidianamente durante la pausa pranzo di lui, quando la luce era buona. Qualche volta capitava che Teresa raccontasse a Manlio storie strappalacrime sulla propria infanzia oppure di qualche visita medica dall’esito incerto. Manlio si commuoveva oppure si preoccupava e Teresa otteneva i suoi colori. Un giorno, dopo un’oretta circa di lavoro, Teresa rimase col pennello a mezz’aria.

«O bella. Che ti prende?»

«Niente, Teresa.»

«Che ti senti? Stai male?»

«No, Teresa, sto benissimo.»

«Ma Manlio... guardati!»

Nello specchio Manlio poté osservare le striature nere che gli andavano allungandosi lungo il collo, seguendo gli angoli della bocca, impigliandosi nel folto delle sopracciglia.

«Teresa... Io credo di essermi innamorato di te.»

 

Il lavoro era giunto ad un punto di stallo. Non appena vedeva Teresa Manlio cominciava a secernere il nero del suo amore, e dopo la rifinitura di un paio d’ombre e la marcatura di alcuni tratti, Teresa non aveva più saputo che farsene.

«Ma non puoi trattenerti?»

«Non ce la faccio, appena ti vedo provo una sensazione tale...»

Ci aveva provato col sesso, Teresa, ma Manlio era talmente innamorato che ogni sentimento veniva contaminato da quel nero onnipresente. E pensare che mancava così poco! Ancora una decina di sedute, del resto c’era ancora solo la boscaglia, qualche ansa del fiume, quelle sotto le rocce, e poi i particolari. Quel quadro sarebbe stato un capolavoro, non fosse altro che per il materiale usato. Teresa non ci dormiva più la notte, le mani le fremevano dalla voglia di prendere in mano i pennelli, ma a che pro, se non aveva il colore? Cominciò a germogliarle dentro un vero astio per Manlio, per quella inutile e scialba creatura che aveva avuto un solo motivo per nascere e vivere: il colore. Ed ora non aveva neppure quello. Manlio stesso si angustiava per non poter più essere d’aiuto a Teresa, per il diradarsi dei loro incontri, per la paura di perderla. Credeva che non ci fosse modo di venirne fuori. Ed invece il modo c’era, fu Teresa a trovarlo.

 

«Manlio, io non ti amo.»

«Lo so, Teresa.»

«Di più, Manlio, io ti disprezzo. Sei un essere inetto, mediocre, inutile, superfluo. Avevi una sola dote, quella di poter creare quel colore, ma ora hai perso anche quella. Pensi di avere ancora motivi per vivere?»

Manlio abbassò la testa. Lunghe lacrime blu gli scivolarono lungo la fronte. Repentinamente Teresa vi intinse il pennello e continuò.

«Se non fosse stato per me, se non fosse stato per questo quadro, tu non avresti avuto nessuna utilità al mondo. Lo capisci? Se non fosse stato per me la tua vita sarebbe proseguita piatta, incolore nonostante i tuoi colori. Mi devi pur qualcosa per aver dato dignità alla tua esistenza, no?»

Manlio annuì debolmente.

«Certo, hai ragione, Teresa.»

«Benissimo. Allora siediti lì e stai fermo.»

Manlio ubbidì come una mucca mandata al macello. Sedette sulla sedia accanto al quadro e lasciò che Teresa lo legasse. Quando fu del tutto immobilizzato lei gli si sedette di fronte e gli puntò una pistola contro.

«Allora sentimi bene: una volta finito il quadro io ti ammazzo.»

«Ma come, Teresa...»

«Zitto! Ti ammazzo, va bene? Ora che lo sai non hai che da aspettare.»

«Ma Teresa, perché?»

«Verde, Manlio, ho bisogno del verde. E tu diventi verde quando hai paura. Quindi abbi paura, Manlio, perché che io ti ammazzi è sicuro.»

Stettero a guardarsi un po’, forse solo per un paio di secondi, poi Teresa sorrise soddisfatta, appoggiò la pistola, prese il pennello e iniziò a lavorare. Manlio la guardava provando un misto di sentimenti che creava ora un verde brillante, ora un oliva, ora un sottobosco. A Teresa andava più che bene, lei amava le sfumature. Manlio sapeva che non gli aveva mentito, che una volta finito il quadro si sarebbe liberata di lui, eppure non riusciva a soffocare una certa ammirazione per questa abnegazione verso l’arte, per una dedizione tale da portare all’omicidio. Ci pensò a lungo, durante il pomeriggio, ci pensò anche dopo che Teresa aveva deposto il pennello ed era rimasta in contemplazione della sua opera portata a termine.

«E’ bello, sai? E’ proprio bello...» gli disse «Mi domando solo...»

«Cosa, Teresa?»

Gli piantò gli occhi in faccia.

«Che colore ha, secondo te, la morte?»

Scosse la testa. Non lo sapeva, non l’aveva mai provata.

«Cerca di capirmi, Manlio, il compito di un artista è quello di cercare, di cercare sempre, sempre...»

Alzò la pistola, fece fuoco. Manlio sentì un dolore lancinante, poi più niente, una sensazione ovattata. L’ultima immagine felice che ebbe di questo mondo furono gli occhi di Teresa che lo osservavano da vicino, colmi di impaziente interesse. E la morte fu secreta dai pori di Manlio, una morte davvero pietosa, trasparente come l’acqua. Per una manciata di secondi tutto il povero corpo pianse la sua dipartita. Teresa seguì il fenomeno con occhio clinico. Quando le venne il dubbio e si voltò era troppo tardi. Sulla tela bianca restavano solo i segni di qualche pennellata troppo impetuosa.