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ARGOMENTI VARI DI SCIENZA DELLE FINANZE

 

 

     

   La finanza straordinaria

   L’imposta straordinaria

   I prestiti pubblici

   I vari tipi di imposte sui consumi

   Nozione e caratteri generali dell’Iva

   La natura e il meccanismo dell’imposta

   Le imposte di fabbricazione

   I monopoli (o privative) fiscali

   Le imposte ipotecarie e catastali

   I dazi doganali

   L’imposta di registro

   La finanza della sicurezza sociale in Italia

   I parametri di Maastricht

 

 

La finanza straordinaria

  Le entrate straordinarie sono prelievi di ricchezza destinati a far fronte a spese imprevedibili (spese straordinarie), che si rendono necessarie al verificarsi di circostanze eccezionali, come le guerre o le calamità naturali.

  La finanza straordinaria dovrebbe dunque avere la caratteristica della temporaneità e della emergenza a differenza della finanza ordinaria, che consiste in spese e prelievi periodici e continuativi.

  La distinzione fra finanza ordinaria e straordinaria è oggi puramente teorica, poiché almeno una delle fonti di entrate straordinarie (il debito pubblico) è utilizzata dallo Stato per ricavare entrate costanti.

  Le più importanti fonti di entrate straordinarie nelle moderne finanze sono:

  Imposta straordinaria

  Prestiti pubblici

  Emissione di carta moneta

 

L’imposta straordinaria

  Una imposta straordinaria può consistere nella istituzione di una nuova imposta o nell’inasprimento delle aliquote di un tribito preesistente. In quest’ultimo caso si possono avere l’addizionale (è una aggiunta ad una imposta calcolata come percentuale dell’imposta stessa) o la sovraimposta (è una imposta che si applica a seguito di un’altra imposta e si commisura allo stesso imponibile).

  Una imposta straordinaria deve avere i caratteri della temporaneità e normalmente ha un importo superiore a quello delle imposte ordinarie, che può arrivare a costringere il contribuente a farvi fronte con il suo patrimonio, essendo insufficiente il suo reddito.

 

I prestiti pubblici

  I prestiti pubblici vengono contratti attraverso  l’emissione, da parte del Tesoro dello Stato, di titoli di natura obbligazionaria (titoli del debito pubblico) il cui possesso dà diritto al rimborso del capitale alla scadenza più la corresponsione degli interessi. Essi configurano un contratto di mutuo senza garanzie da parte dello Stato.

  L’insieme dei prestiti pubblici contratti dallo Stato e dagli enti minori costituisce il debito pubblico.

 

Classificazione dei prestiti pubblici

  In relazione alle modalità di sottoscrizione si distinguono:

  prestiti volontari

  prestiti patriottici (contratti a condizioni meno favorevoli per il contribuente per fini patriottici)

  prestiti forzosi (imposti dallo Stato ad es. mediante il pagamento di una parte degli stipendi pubblici mediante buoni del Tesoro)

  In relazione al modo di collocazione sul mercato si distinguono:

  prestiti ad emissione diretta (se offerti direttamente dallo Stato ai sottoscrittori)

  prestiti a emissione indiretta (collocati sul mercato finanziario mediante banche)

  prestiti a emissione mista.

  In relazione al prezzo di emissione dei titoli si distinguono:

  prestiti emessi alla pari (prezzo di emissione pari al valore nominale)

  prestiti emessi sotto la pari (prezzo di emissione superiore al valore nominale)

  In relazione alle modalità di intestazione dei titoli si distinguono:

  titoli nominativi

  titoli al portatore

  titoli misti (nominativi per il capitale, al portatore per gli interessi)

  In relazione al mercato su cui vengono collocati i titoli si distinguono:

  prestiti interni (collocati sul mercato nazionale)

  prestiti esteri (offerti a governi o a risparmiatori stranieri)

  In relazione alla durata si distingue:

  debito fluttuante (prestiti fino a 24 mesi per coprire temporanee deficienze di cassa dello Stato)

  debito consolidato redimibile (prestiti a lunga o indeterminata scadenza che lo stato si impegna a rimborsare alla scadenza)

  debito consolidato irredimibile (prestiti a lunga o indeterminata scadenza di cui lo Stato non garantisce il rimborso o che si riserva di rimborsare a una scadenza indeterminata, obbligandosi al solo pagamento degli interessi).

 

I vari tipi di imposte sui consumi

  Imposta monofase sul valore pieno

l’aliquota grava sull’intero valore  (valore pieno) di un singolo atto di scambio (monofase), relativo ad una determinata fase del processo di produzione e distribuzione

  Imposta plurifase cumulativa sul valore pieno

l’aliquota colpisce l’intero valore (valore pieno) di un bene o servizio in ogni atto di scambio del processo produttivo e distributivo (plurifase). E’ cumulativa perché in ogni fase l’imposta colpisce se stessa, cioè colpisce quella parte del prezzo del bene o servizio che rappresenta il valore del tributo pagato nei precedenti passaggi.

  Imposta plurifase sul valore aggiunto

colpisce in ogni fase del ciclo produttivo (plurifase) il valore aggiunto del bene o del servizio, ossia l’incremento di valore che esso conseguen nei vari passaggi tra i vari operatori. Il valore aggiunto è in sostanza la differenza tra il valore delle vendite effettuate  dal contribuente di diritto (impresa, libero professionista, artista, importatore) e quello dei beni e servizi impiegati per la produzione delle merci vendute.

 

Nozione e caratteri generali dell’Iva

  L’iva è una imposta indiretta sui consumi il cui presupposto è in sostanza il consumo di reddito per l’acquisto di beni o servizi

  E’ una imposta generale perché colpisce tutti i consumi, salvo alcune eccezioni

  E’ proporzionale, ma ad aliquote differenziate

  E’ plurifase sul valore aggiunto

  E’ neutra in quanto, a differenza dell’imposta plurifase cumulativa,  l’ammontare dell’imposta pagata dal consumatore è lo stesso indipendentemente dal numero di passaggi che intervengono lungo il processo produttivo e distributivo.

  E’ trasparente, perché è facilmente determinabile l’importo dell’imposta che grave sul bene o servizio in ogni fase del ciclo di produzione o commercializzazione

 

La natura e il meccanismo dell’imposta

  I contribuenti di fatto (“incisi”) dell’Iva sono i consumatori finali del bene o della prestazione, anche se l’imposta viene accertata nei confronti degli imprenditori, degli esercenti arti o professioni e degli importatori, che sono i contribuenti di diritto (“percossi”)

  Il soggetto che effettua la cessione di beni o prestazione di servizi deve addebitare la relativa imposta a titolo dirivalsa, al cessionario

  Così ad es. il dettagliante acquista il prodotto dal grossista ad un dato prezzo + iva; questa imposta, pagata sugli acquisti, è detta “a credito”. A sua volta il dettagliante trasferisce l’imposta al suo cliente facendogli pagare un prezzo maggiorato + iva; questa imposta, pagata sulle vendite, è detta “a debito”. Il dettagliante sarà tenuto a versare allo Stato la differenza tra l’iva a debito e l’iva a credito.

 

Le imposte di fabbricazione

  Le imposte di fabbricazione sono imposte indirette sui consumi, speciali in quanto gravano solo su determinati prodotti, e di riscossione mediata, perché accertate a carico del produttore, il quale le trasla sul consumatore attraverso un aumento del prezzo di vendita.

  Il presupposto dell’imposta è quindi la produzione del bene e il suo importo è commisurato alla quantità prodotta. In genere colpisce beni di largo consumo la cui produzione è concentrata in poche grandi imprese (es. l’imposta sul petrolio e gli olii minerali).

 

I monopoli (o privative) fiscali

Mentre attraverso il monopolio sociale cioè l’esercizio di un’impresa pubblica, lo Stato rende accessibile a gran parte degli utenti un servizio di pubblica utilità, con il monopolio fiscale esso tende a conseguire un’entrata tributaria riservandosi per legge il diritto in via esclusiva di produrre o vendere un determinato bene o di gestire una determinata attività. La differenza tra il prezzo di monopolio praticato dallo Stato e il costo di produzione rappresenta appunto l’importo dell’entrata fiscale.

In generale i monopoli fiscali gravano su beni o servizi di largo consumo, non strettamente necessari e a domanda poco elastica. Lo Stato, come ogni altro monopolista, pratica prezzi differenziati (ad es. i tabacchi dalle confezioni più pregiate costano più di quelli confezionati con minor cura).

I monopoli fiscali vigenti in Italia sono:

·    Il monopolio sui tabacchi

·    Il monopolio del gioco del lotto e delle lotterie nazionali

·    Il monopolio sulla gestione dei giochi di abilità e dei concorsi pronostici, nonché quello sull’esercizio del gioco d’azzardo nelle case da gioco comunali

 

Le imposte ipotecarie e catastali

Le imposte ipotecarie sono dovute per la trascrizione, l’iscrizione, la rinnovazione, la cancellazione e l’annotamento delle ipoteche nei pubblici registri immobiliari.

La base imponibile, per la trascrizione, è quella determinata ai fini dell’imposta di registro.

A seconda degli atti, le imposte ipotecarie sono in misura fissa o proporzionale, in base ad aliquote indicate in un’apposita tariffa. Sono riscosse dai competenti concessionari.

Le imposte ipotecarie sono dovute dai pubblici ufficiali che hanno ricevuto o autenticato l’atto daregistrare e da coloro che richiedono la trascrizione, l’iscrizione, il rinnovo, la cancellazione e l’annotazione delle ipoteche.

L’imposta e fissa in alcuni casi, proporzionale in altri

Le imposte catastali sono pagate per il compimento delle volture catastali; esse sono commisurate al valore dei beni immobili accertato ai fini dell’imposta di registro. L’aliquota è proporzionale. Le imposte catastali sono riscosse, contestualmente alle imposte di registro dai competenti concessionari

 

I dazi doganali

  I dazi sono imposte indirette sui consumi che gravano sulle merci nel momento in cui esse entrano nei confini dello stato (la cosiddetta “linea doganale”).

  In rapporto alla loro finalità possono essere protettivi (se mirano a tutelare le merci nazionali dalla concorrenza straniera) o fiscali (se mirano solo a far ottenere allo stato un’entrata tributaria.

  In rapporto ai criteri di applicazione possono essere specifici (se commisurati al peso, al volume, alle dimensioni e al numero di unità della merce) o ad valorem (se calcolati n base ad una data percentuale del valore della merce).

  La tariffa doganale è l’elenco di tutte le merci sottoposte a dazi doganali; accanto a ogni voce è indicato l’importo del tributo per ogni unità di peso ecc. (se il dazio è specifico) o l’aliquota (se il dazio è ad valorem)

  Con l’entrata in vigore del Mercato Unico tra i paesi della Unione Europea sono stati aboliti tutti i dazi doganali interni, mentre gli Stati comunitari hanno adottato una tariffa doganale comune da applicare alle merci dei paesi extracomunitari.

 

L’imposta di registro

  L’imposta di registro colpisce la trascrizione in pubblici registri (“registrazione”) di una vasta serie di atti giuridici, indicati nel Testo Unico dell’Imposta di registro

  La trascrizione in pubblici registri ha lo scopo di rendere noti a tutti il contenuto dell’atto e la sua data, nonché di renderne gli effetti validi nei confronti dei terzi.

  Gli atti sottoposti a registrazione si dividono in atti che devono essere obbligatoriamente registrati e atti per i quali la registrazione è facoltativa. Tra gli atti che devono essere obbligatoriamente registrati alcuni vanno registrati solo in caso d’uso in una causa giudiziaria o presso una Pubblica Amministrazione (es. per ottenere un certificato, una licenza ecc.)

  La base imponibile è rappresentata dal corrispettivo dichiarato nell’atto soggetto a registrazione (es. il prezzo della compravendita). L’ufficio del registro ha la facoltà di compiere accertamenti per verificare se il valore dichiarato corrisponda a quello effettivo.

  Soggetti passivi dell’imposta di registro sono i notai e gli altri pubblici ufficiali che hanno compiuto o autenticato l’atto, o altrimenti i contraenti

  L’imposta si versa ai competenti concessionari incaricati della riscossione

 

 

La finanza della sicurezza sociale in Italia

Per sistema di sicurezza sociale si intende il complesso degli istitutiprevidenziali, assistenziali e assicurativi pubblici che provvedono a tutelare il cittadino contro quei fatti dannosi che possono compromettere o quantomeno limitare le sue capacità lavorative (malattie, infortuni sul lavoro, vecchiaia, disoccupazione). Le prestazioni economiche fornite dagli enti previdenziali e assistenziali (indenntà di malattia, di infortunio, indennità pensionistiche, assegni familiari, indennità e sussidi di disoccupazione) sono finanziate in parte attraverso i contributi versati dai lavoratori e dei datori di lavoro e in parte dallo stato mediante le entrate tributarie.

Il funzionamento degli istituti di sicurezza sociale si fonda su un sistema di assicurazioni obbligatorie. A differenza che nelle assicurazioni private l’ammontare dei contributi previdenziali e assistenziali non è rimesso alla contrattazione privata tra ente e assicurato. I contributi previdenziali sono infatti commisurati alla retribuzione dei lavoratori, secondo percentuali stabilite dalla legge. Di conseguenza, anche l’ammontare delle prestazioni economiche fornite è determinato in base a criteri stabiliti dalla legge. A differenza che nelle assicurazioni private non c’è esatta corrispondenza (almeno sinora, nel sistema contributivo, su cui vedi più oltre) tra i contributi versati e le prestazioni fornite. I cittadini più abbienti versano somme maggiori del valore delle prestazioni ricevute, mentre i cittadini meno abbienti versano somme minori.

Dietro il forte aumento in tutti i paesi della quota di spesa pubblica nel PIL sta proprio l'andamento della spesa sociale. Alle radici di questo fenomeno vi è l'evoluzoine dell'economia dagli anni Trenta (gli anni della "grande depressione") in poi.

Le devastazioni della depressione prima e della gerra poi avevano fatto crescere un bisogno di sicurezza che si riflesse presto in nuovi impegni dell'azione pubblica. L'aumento della spesa pubblica dei governi, oltre che per prestazioni sociali, fu dovuto al nuovo approccio keynesiano che consigliava di aumentare le spese dello Stato per evitare crisi e disoccupazione.

Quando, alla fine degli anni sessanta, le economie occidentali cominciarono a battre contro il tetto della piena occupazione, i lvoratori iniziarono a chiedere più sicurezza e non solo più salario. Ha origine in quel tempo la salita della quota della spesa sociale nel PIL: pensioni per tutti, assistenza medica per tutti, lotta alla povertà e all'emarginazione sociale cominciarono ad assorbire quote crescenti di spesa pubblica e di reddito nazionale.

Oggi le voci di spesa sociale comprendono:

  pensioni di anzianità;

● trattamenti di fine rapporto;

● pensioni invalidità;

● tutela della salute;

● indennità di malattia e di maternità;

● assistenza agli anziani;

● pensioni sociali ai soggetti che non hanno versato contributi;

● pensioni di guerra;

● indennità di disoccupazione;

● cassa integrazione;

● indennità per gli infortuni sul lavoro;

● assegni familiari;

● servizi o altre prestazioni di assistenza sociale.

Il primo problema, prodotto dalla spesa sociale, che lo stato sociale si è trovato ad affrontare, è quello della elevata pressione fiscale elevata e del ristagno degli investimenti produttivi e della creazione di nuovi posti di lavoro: le imprese sono colpite da contributi sociali troppo alti, da tasse troppo elevate, da difficoltà nel fare gli investimenti

(perché lo stato si mette in concorrenza con loro per ottenere il denaro dei risparmiatori), da scarsità della domanda (perché le imposte elevate fanno diminuire la spesa delle famiglie).

Il secondo problema è quello dell'invecchiamento della popolazione, dovuto all'aumento della vita media e al fatto che si fanno meno figli.

L'invecchiamento ha fatto da un lato aumentare la spesa per cure mediche e quella per pensioni; dall'altro diminuire le entrate delle imposte sui redditi, perché il numero dei lavoratori è diminuito: negli anni '60 c'erano 4 lavoratori occupati per ogni pensionato, mentre si prevede che tra dieci anni vi saranno tre pensionati per ogni lavoratore occupato.

Per risolvere il problema delle pensioni, quasi tutti gli stati stanno passando da un sistema previdenziale "a ripartizione" da un sistema fiscale "a capitalizzazione", che comporta minori esborsi per lo stato.

Nel sistema a ripartizione lo stato prende i contributi che riscuote da coloro che lavorano e usa questi fondi per pagare la pensione a coloro che hanno cessato di lavorare. Non c'è quindi un "mettere da parte" i contributi e restituirli poi, dopo averli opportnamente investiti. Il reddito viene direttamente redistribuito da chi lavora a chi non lavora.

In un sistema a capitalizzazione, invece, i contributi pgati vengono investiti (in titoli di Stato, in obbligazioni private, in azioni, in immobili...); e sono questi investimenti, aumentati dai loro frutti, che serviranno in futuro a pagare le pensioni di chi ha contribuito. Il sistema a capitalizzazione presenta per l'economia il vantaggio che i contributi si trasformano in investimenti che aumentano la capacità produttiva del paese, consentendo così, quando i lavoratori vanno in pensione, di produrre i beni e i servizi che a loro servono senza toglierli ai lavoratori occupati.

Una seconda strategia per risolvere il problema delle pensioni sono le leggi che costringono i lavoratori ad allungare la loro vita lavorativa.

Una terza strategia è l'incentivazione delle pensioni private, con sgravi fiscali e incentivi di altro genere.

Occorre distinguere la assistenza dalla previdenza. La prima consiste in una serie di erogazioni di denaro o servizi a titolo gratuito (tipico esempio: le pensioni sociali), mentre la seconda costituisce un “risparmio forzato" dei salari e stipendi dei cittadini che lo stato impone e che investe per loro conto per garantire una pensione o una indennità in caso di infortunio o altro.

In italia non esiste un vero sussidio di disoccupazione, come in altri paesi, cioè un versamento mensile che dia la possibilità effettiva di tirare avanti. Il sussidio italiano non viene dato a tutti coloro che sono disoccupati e non è sufficiente per vivere. Si può considerare però sussidio di disoccupazione la "cassa integrazione guadagni" o il “sussidio di mobilità" corrisposto per un certo tempo a chi viene licenziato. Anche i contributi "regalati" dallo stato a dipendenti che l'impresa ha bisogno di mettere in pensionamento anticipato sono in realtà un sussidio di disoccupazione.

Alcuni paesi (tra cui l'Italia) finanziano la spesa sociale con contributi sociali che gravano sulle imprese e sui lavoratori; altri paesi (es. Danimarca) finanziano la spesa sociale esclusivamente con le imposte. L'Italia sta aumentando la quota di spesa sociale finanziata dalle imposte rispetto a quella finanziata con i contributi sociali.

Il finanziamento attraverso i contributi è ormai limitato alla previdenza. Ma poiché gli enti di previdenza (INPS, INAIL ecc.) sono in deficit (le loro spese superano le loro entrate), anche una parte della spesa previdenziale viene finanziata con imposte. Per risolvere questo problema alcuni propongono di separare l'assistenza (che andrebbe tolta all'INPS e finanziata con imposte) dalla previdenza (che andrebbe finanziata con i contributi e gestita dall'INPS in condizioni di pareggio di bilancio).

Il sistema di sicurezza sociale italiano è collegato con alcuni principi stabiliti dalla Costituzione:

● Art. 2 obbliga all'adempimento dei doveri di solidarietà

● Art. 3 affida allo stato il compito di rimuovere le diseguaglianze e promuovere l'eguaglianza effettiva tra i cittadini

● Art. 31 affida allo stato il compito di agevolare la formazione della famiglia

● Art. 32 considera la salute come un diritto fondamentale per il cittadino e per il benessere della collettività

● Art. 38 garantisce in modo specifico il mantenimento e l'assistenza sociale dei cittadini inabili al lavoro o sprovvisti dei mezzi per vivere; il diritto alla pensione in caso di infortunio, malattia, vecchiaia o invalidità, disoccupazione involontaria

● Art. 117 affida alle Regioni i compiti di assistenza sanitaria e ospedaliera, assistenza scolastica e beneficenza pubblica

In Italia

In Italia viene distinta l’assistenza (prestazioni gratuite a chi non ha versato contributi e si trova in stato di bisogno) e la previdenza (prestazioni finanziate con contributi versati dal lavoratore). La previdenza è gestita da enti che raccolgono i contributi dei lavoratori, mentre l’assistenza è a carico della fiscalità generale. Fino a poco tempo fa enti di previdenza come l’INPS si dovevano fare anche carico dell’assistenza, con effetti disastrosi sui loro bilanci.

In Italia gli enti preposti alla previdenza sono l'INPS (Istituto nazonale per la previdenza sociale), l' INPDAP (istituto nazionale per la previdenza dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche) e l'INAIL (istituto nazionale per l'asicurazione contro gli infortuni sul lavoro)

L'Inps copre tutti i dipendenti privati. Le pensioni sono erogate attraverso tre sistemi: il retributivo (basato sulla storia retributiva ell'individuo) per i dipendenti più anziani; il contributivo (basato sui contributi versati nella vita lavorativa) per i dipendenti più giovani; il misto (basato su ambedue i precedenti, con il contributivo che vale a partire dal 1995, per i dipendenti che avevano nel dicembre 1995 meno di 18 anni di anzianità contributiva).

Questo assetto, a cui si è arrivati con le riforme Amato (1992) e Dini (1995) e Prodi (1997), e Berlusconi (2004) dovrà probabilmente essere ancora cambiato nel futuro, dato che è inadeguato a fronteggiare le conseguenze dell'invecchiamento demografico.

Le probabili modifiche ulteriori riguarderanno:

● Riforma (in parte già attuata) della determinazione dei criteri dell’età pensionabile, cioè dell’età a cui si può riscuotere la pensione di anzianità e quella di vecchiaia (attualmente 65 anni).

● Riforma (in parte già attuata) del rapporto tra l’ammontare della pensione e quello della retribuzione, stabiliti col metodo retributivo

● Incentivo allo sviluppo della previdenza privata

Oggi chi va in pensione deve aver raggiunto l'età pensionabile, avere un numero minimo di anni di contribuzione e avere, naturalmente, cessato il lavoro. E' ancora possibile andare in pensione prima dell'età pensionabile (pensioni di anzianità); questo tipo di pensinamento è molto costoso per le casse previdenziali perché chi se ne va riceve di più, come pensione, lungo l'arco di vita residua, di quanto abbia contribuito nel corso della vita lavorativa. L'Inps eroga anche un assegno di invalidità a chi abbia almeno cinque anni di contributi e una pensione ai superstiti del pensionato.

Il ruolo dei fondi pensione privati, col passaggio al sistema retributivo, meno favorevole ai lavoratori, è destinato ad aumentare, e lo Stato sin d’ora ha disposto sgravi fiscali per le somme investite in fondi pensione.

Il regime pensionistico dei dipendenti pubblici è per certi versi più vantaggioso di quello dei privati, ma ci si avvia verso l'equiparazione.

Secondo la riforma varata dal Governo nel 2004 il trattamento di fine rapporto (Tfr, la cosiddetta “liquidazione”) dei lavoratori dipendenti può essere volontariamente destinato alla previdenza integrativa, allo scopo di alimentare i fondi pensione. Inoltre è prevista per i neo-assunti una riduzione dei contributi previdenziali obbligatori a condizione che essi acconsentano a devolvere ai fondi pensione il Tfr.

L'assistenza in Italia viene erogata:

● Dall'Inail con rendite di inabilità e di invalidità (i contributi, a carico delle imprese, vanno fino ad un massimo del 12% della retribuzione)

● Dall'INPS, per le indennità di disoccupazione (fino a un massimo di 180 giorni) e con la Cassa integrazione (per coloro che sono temporaneamente senza lavoro), per le indennità di maternità, per gli assegni familiari e per le pensioni sociali (o assegno sociale), per coloro che hanno più di 65 anni e sono sprovvisti di mezzi;

● Dai comuni, attraverso i servizi sociali

● Dal settore privato, che in Italia copre attraverso enti di assistenza e di volontariato, circa il 40% della spesa di assistenza sociale propriamente detta.

In un confronto internazionale le spese pubbliche per l'assistenza sono in Italia relativamente basse.

 

 

I parametri di Maastricht

I famosi parametri di Maastricht, che in un primo momento sono serviti per stabilire quali paesi potevano accedere al gruppo della moneta unica, sono stati successivamente considerati parametri da rispettare dai paesi dell’area dell’euro perché vi possa essere stabilità monetaria

Tali parametri riguardano la stabilità dei prezzi, la sostenibilità della finanza pubblica, la stabilità del tasso di cambio e la convergenza dei tassi di interesse.

La inflazione non deve superare il 3%.

Il disavanzo non deve superare il 3% del Pil.

Il debito pubblico non deve superare il 60% del Pil.

La posizione più delicata è quella di Italia e Belgio. Il Belgio, pur vantando una bassa inflazione e un basso deficit ha un debito pari al 135% del Pil.

Quanto all'Italia, essa lo segue a ruota, con un debito pubblico intorno al 120% del Pil  e che solo recentemente si è messa in regola con gli altri due parametri.