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TORINO DAL TAXI

PERCORSI ALLA SCOPERTA DELLA CITTA’

 

 

 

 

INDICE

  

LE ACQUE DI TORINO

Torino, la città dalle mille acque

I torét, le fontanelle simbolo di Torino

La fontana dell’Eremo dei Camaldolesi

I parchi fluviali di Torino

Le fontane di Torino

La puzza a Torino e le doire di Emanuele Filiberto

Diciannove doire scorrono ancora a Torino

La vita quotidiana e il fiume: ricordi del Sangone

I fiumi che scorrono sotto Torino.

  

LA TORINO SOTTERRANEA

La Città invisibile

Le gallerie della Cittadella

Gli infernotti di Torino

Il mostro di Piazza Savoia: un serial killer torinese di inizio secolo scorso

Una seduta satanica nei sotterranei di Torino raccontata da Alberto Bevilacqua

Osterie nel sottosuolo: la Crota Paluch

Le ghiacciaie di Torino

Le cripte delle chiese

I sotterranei dei palazzi storici

Dagli anni di piombo alle olimpiadi del 2006: il pericolo che viene dal sottosuolo

  

TORINO CITTA’ DELLA CARTA STAMPATA

Le librerie antiquarie a Torino

Torino capitale degli almanacchi

Il Salone del Libro

Le Biblioteche a Torino: un giacimento culturale inesauribile

I libri sotto i portici e i mercatini dell’usato

Il Circolo dei lettori: una istituzione ormai diventata storica di Torino

La Scuola Holden e Alessandro Baricco

Le case editrici storiche di Torino

Le librerie storiche di Torino

Da Emilio Salgari a Giovanni Arpino: la Torino degli scrittori piemontesi

Torino e il romanzo popolare

Libri ambientati a Torino

La Torino di Edmondo de Amicis

La Torino di Fruttero e Lucentini

I primi giornali di Torino

La Stampa

  

LE DONNE DI TORINO

Maria Bricca, l’eroina dell’assedio di Torino del 1706

“Qui le donne non si laureano”. Quando l’Università di Torino negò la laurea ad una fanciulla perché ne sarebbe stata “contaminata”

Il primo sciopero delle donne a Torino: Maria Ferraris Musso.

Due storie divertenti di battagliere donne piemontesi

Madama Cristina

Le prime donne astronome all’Osservatorio di Torino

Giulia di Barolo, l’aristocratica amica dei poveri

Le Suffragette di Torino: Emilia Mariani

  

LA TORINO DEGLI ANNI ’60, DELLA FIAT, DEL BOOM ECONOMICO, DELL’IMMIGRAZIONE

Antecedenti: la Resistenza a Torino

La ricostruzione del Dopoguerra

Il boom economico

L’immigrazione a Torino

Il night frequentato da Edoardo ed Umberto Agnelli e gli altri percorsi della dolce vita di Torino

I divertimenti degli anni ’60

Tutte le discoteche storiche di Torino

I locali storici del Jazz a Torino

La diffidenza piemontese verso il Meridione in due aneddoti spassosi

La vivacità culturale di Torino negli anni ’60 e ‘70

Il Sessantotto

Gli anni di piombo

La nuova immigrazione

  

LA TORINO ARALDICA E SIMBOLICA E DECORATIVA

I simboli della bandiera del Piemonte

Simboli massonici o anticlericali a Torino

Il portone del diavolo

Il Santo Graal a Torino e la Gran Madre di Dio

Il Palazzo degli Stemmi

La Vittoria alata, simbolo (pagano?) che veglia su Torino

I simboli massonici dell’architetto di corte Palagio Palagi

Il simbolo del toro: origini egizie di Torino?

Duecento diavoli di pietra abitano Torino. O forse sono folletti?

Un genio alato di natura inquietante

I Palazzi dei medaglioni e degli stemmi

Due enigmatiche statue con teste di cane in Via Milano 11 rivelano le tracce dell’Inquisizione

Quando Torino adottò un elefante come mascotte

Animali fantastici, angeli e gargoyles

La presunta origine egizia di Torino: Eridano e Iside

Iside a Torino

L’arte vetraria a Torino

I soprannomi curiosi delle statue di Torino

  

LA TORINO DELL’ARCHITETTURA E DELL’URBANISTICA

Alcune peculiarità di Torino

Autobiografia dei quartieri di Torino

I rioni storici di Torino

La lotta dei pianificatori urbani contro San Donato, “borgo anomalo”

Le Vallette: un quartiere emblematico della Torino dell’immigrazione degli anni ‘60

La vecchia contrada dei coriatori a Torino

Origine dei nomi dei quartieri di Torino

“Glielo diamo noi il Medioevo a Torino”: la nascita del Borgo medievale.

Le fasi dell’espansione urbanistica di Torino fino all’Ottocento

L’età romana e il Medioevo a Torino

La nascita di Torino capitale sabauda e l’architettura barocca

La Grande Galleria di Piazza Castello

L’architettura neoclassicaL’architettura industriale

Lo straordinario tetto del Lingotto

Il Lingotto

Il Villaggio Leumann

Gli edifici di Italia ‘61

L’architettura del ferro

L’architettura fascista

La Torre Littoria, via Giovanni Battista Viotti

Il rifacimento del centro di Torino e di Via Roma

L’architettura Liberty

L’architettura contemporanea a Torino

MAU - Museo di Arte Urbana Campidoglio

Ex Sellerie - Arsenale militare di Torino

Campus Luigi Einaudi, Lungo Dora Siena 100/a

Officine Grandi Riparazioni, Corso Castelfidardo 22

Torre Littoria, Via Giovanni Battista Viotti

Porta Susa, Stazione FS di Torino

Grattacielo Intesa San Paolo, Corso Inghilterra 3

25 Verde, Via Chiabrera 25

Pala Alpitur (Palasport Olimpico o Pala Isozaki), Corso Sebastopoli 123

Recupero ex Stabilimento Carpano, Via Nizza 230 (Eataly)

Il Lingotto Fiat

Oval Olimpic Arena, Via Giacomo Matté Trucco 80

Grattacielo della Regione, Area ex Fiat Avio

Italia ‘61

Palazzo Vela

I portici di Torino

La piazza della ghigliottina a TorinoGli obelischi di Torino e altre pietre storiche

Una scatola del tempo sotto l’Obelisco di Piazza Savoia

La pietra del fallito

La storia dei tagliatori della pietra di Luserna

Gli altarini di Pietro Micca

I viali di Torino e la loro origine

I cortili di Torino

Le gallerie coperte di Torino

Le baraccopoli di Torino

La Mole Antonelliana e la sua storia

Il campanile di Faà di Bruno

Via Roma negli anni ‘60

Via Garibaldi

Arte povera al tempo dei primi Savoia? Una piazza di facciate con mattoni a vista, ovvero Piazza Carignano e l’architettura emiliana a Torino

Le prime residenze consolari a Torino: ovvero le piole della veja Turin

Abitavano qui: dimore note e meno note di torinesi celebri

La casa dei due Cavour: il palazzo di Via XX Settembre aveva un ospite laico e uno cattolico

“Fare la figura del cioccolataio” e altri scampoli di storia legati a Piazza Castello

I palazzi di Torino

I palazzi più antichi di Torino (‘600-‘700)

La città del potere e delle istituzioni in diciotto palazzi

Il primo Palazzo Madama nacque a Torino prima che a Roma. Piccola digressione su Madame, Madamine e Tote

Le amanti dei Savoia e le loro dimore: il palazzo d Luisa di Langosco e il mausoleo della Bela Rosin

  

LA TORINO DELLE STRADE

Il cibo di strada di tradizione piemontese

Il cibo di strada etnico e fast-food

I mercati per le strade di Torino

Il MAU, Museo di Arte Urbana di Torino: un percorso all’aperto

I mestieri di strada di un tempo

Un mestiere con licenza del municipio: il mendicante di Torino.

Artisti di strada e artisti circensi a Torino

Le pourteire di Torino

I cortili di Torino

Niente manifesti funebri per le vie della Torino di una volta

L’illuminazione delle vie di Torino

Dove si possono vedere i due ultimi lampioni a gas di Torino

I portoni di Torino

La toponomastica di Torino

Il passeggio sui selciati di Torino

Alcune vie caratteristiche di Torino

Il Ghetto ebraico di Torino e le sue vie

La via dei Valdesi a Torino

 

LA TORINO DEL SILENZIO: CIMITERI, MAUSOLEI, LUOGHI COMMEMORATIVI

I cuori sepolti e il cuore smarrito di Eugenio di Savoia

Torino città delle reliquie

I Piemontesi e i morti

La processione dei morti

Il cimitero monumentale di Torino

Simboli massonici nel cimitero monumentale di Torino

Quando gli Ebrei nascoseno le loro ricchezze nelle tombe nel Camposanto Generale

Quando i morti a Torino non si seppellivano nei cimiteri

I nove cimiteri della storia di Torino

L’ossario della Gran Madre

Le tombe dei Savoia a Superga

La Cripta di San Filippo Neri

I cimiteri ebraici a Torino

I luoghi di sepoltura della Dinastia Sabauda

La tomba di Don Giovanni Bosco: una storia poco conosciuta

  

LA TORINO DELLA RELIGIOSITÀ SOCIALE E DELLE ISTITUZIONI CARITATIVE

Vecchi anzitempo, inabili a 50 anni: la sfida delle istituzioni assistenziali dei secoli passati

Maria Mazzarello

Don Giovanni Cocchi

Giuseppe Allamano

Il Convitto Ecclesiastico, fucina di ecclesiastici torinesi impegnati nel sociale.

Esempi di emulazione laica: La Casa Benefica

Vittorio Messori sulla rete assistenziale delle istituzioni caritative torinesi

Giovanni Garberoglio e la Casa di Carità Arti e Mestieri

Le antiche istituzioni caritative di Torino

Sebastiano Valfré

Giovanni Bosco

Giuseppe Cafasso

Benedetto Giuseppe Cottolengo

Leonardo Murialdo

Luigi Orione

Francesco Faà di Bruno

Pier Giorgio Frassati

Don Luigi Ciotti

  

LA TORINO DELLA SOFFERENZA

Il patibolo di Torino, il “prete della forca” e la casa del boia

La Confraternita della Misericordia

La Chiesa della Misericordia

Il boia a Torino

Le istituzioni di controllo sociale del Cinque-Seicento: le case per eretici, mendicanti, vagabondi e fanciulle senza famiglia

La nascita dell’istituzione reclusiva

Le Carceri Nuove e il Panopticon

L’antico Carcere del Vicariato alle Torri Palatine

Le altre carceri di Torino nell’Ottocento

Palazzo di Giustizia o Palazzo della Curia Maxima di Torino

 

Il Museo di Antropologia Criminale “Cesare Lombroso” di Torino

I manicomi di Torino

Il caso dello “Smemorato di Collegno”

Bate ‘l cul su la pera: la “pietra del fallito” a Torino

  

TORINO CAPITALE DELL’AUTOMOBILE

Le 18 case automobilistiche di Torino che non ci sono più

La nascita della Fiat

Gli Agnelli e l’identità di Torino come città dell’auto.

Torino capitale del design automobilistico: Pininfarina e gli altri carrozzieri torinesi

Aneddoti sul periodo ruggente dell’auto a Torino

Il Museo dell’Automobile

Dalla Dino alla Barchetta: la storia delle sportive Fiat

Il primo Automobile Club d’Italia

La vetrina della Fiat in Via Roma negli anni Sessanta

La Cinquecento è stata progettata da un Beato della Chiesa

  

“NASCE A TORINO”. LA TORINO DELL’INDUSTRIA E DELL’INNOVAZIONE. LA TORINO DEI RECORD.

La macchina per il caffè espresso

I Bersaglieri nascono a Torino

La Scuola Radio Elettra

L’idroscalo del Valentino, la prima linea aerea regolare d’Italia.

Torino capitale dei telefoni

Una contessa Torinese per dare lezioni di dizione ai telefonisti della SIP

La Torino delle realizzazioni eccezionali e dei record

Il primo Panopticon fu costruito a Torino

Il tramezzino nasce a Torino

Il primo computer meccanico al mondo è nato a Torino

Progetti folli nati a Torino: la deportazione con dirigibili

L’ingrediente base della dinamite inventato a Torino

L’Automobile Club d’Italia nasce a Torino

Il Topolino italiano proviene da Torino

La prima lampadina nasce a Torino

La Televisione e la Radio italiana nascono sotto la Mole

Borsalino, il cappello del famoso film, è nato a Torino

Il pomodoro in scatola e il vagone frigorifero nascono alla Cirio – cioè a Torino

Radiosveglia e motore elettrico: gli usi creativi dell’elettricità che sono nati a Torino

Lavazza: 125 anni di caffè e di innovazione

La prima fabbrica italiana di “penne a serbatoio”: la Ditta Aurora in Via della Basilica 9, Torino

  

LA TORINO DEL CINEMA E DELLA RADIO-TELEVISIONE

La nascita del Cinema italiano sulle rive del Po

Torino e la radio-televisione

Il Museo Nazionale del Cinema

D’Annunzio a Torino: le Notti di Cabiria e la Hollywood sul Po

I film ambientati a Torino

I cinema storici di Torino

  

LA TORINO MILITARE

La tenace difesa degli ultimi presidi piemontesi contro i Francesi

L’architettura militare del Piemonte e le fortezze sabaude.

I grandi generali della stirpe di Savoia: Emanuele Filiberto ed Eugenio di Savoia.

Le scuole militari.

La restaurazione dei domini sabaudi e la costruzione della cittadella. L’architettura militare di torino.

La guerra di mina e contromina: gli antenati dei tunnel rats del Vietnam

I Piemontesi sono duri da conquistare: il regno più armato nell’Europa del Seicento

La flotta sabauda. Torino a Lepanto. I porti sabaudi.

Lepanto, 7 ottobre 1571: lo stemma dei Savoia si tinge di sangue e di azzurro

L’assedio di Torino e la Basilica di Superga

Corazzieri e Minatori: la micidiale guerra sotterranea nelle gallerie della Cittadella

“Maestà, Torino è imprendibile”. Parola del Maresciallo Vauban.

La partecipazione alle guerre internazionali. I piemontesi nella guerra di Crimea e nelle guerre europee.

Intrigo imperiale a Torino. Carlo Emanuele I e lo scoppio della Guerra dei Trent’anni.

Custodi della Santa Sindone, Protettori dei pellegrini della Terrasanta, Cavalieri consacrati alla difesa dell’onore della Vergine, Flagello dei pirati barbareschi, Milizia scelta dei Duchi di Savoia: l’Antico Ordine Cavalleresco dei Santi Maurizio e Lazzaro.

L'Armeria Reale e la spada mancante

  

GRANDI PERSONAGGI A TORINO

Quando il Papa e Napoleone si trovarono a Torino e la folla snobbò l’Imperatore

Torquato Tasso

Richard Wagner

Aleksandr Vassilievic Suvarov

Friedrich Nietzsche

Pètr Il’ic Cajkovskij

Giacomo Casanova

Giuseppe Balsamo, Conte di Cagliostro

Michel de Montaigne

Nicolò Tommaseo

Jean-François Champollion

Erasmo da Rotterdam

Elisabetta II di Inghilterra

Nostradamus

Papa Francesco e i suoi nonni

Wolfgang Amadeus Mozart

Napoleone Bonaparte

Benedetto Croce

Rousseau

Paracelso

Giorgio de Chirico

Lev Tolstoj

Heinrich Cornelius Agrippa von Nettesheim

Alexandre Dumas padre

Quando Einstein incontrò Rol al Turin Palace Hotel

Quando Torino impazzì per Buffalo Bill

Walt Disney

L’orma del Vate a Torino: dal tramezzino alle Notti di Cabiria

Faust a Torino. Da Agrippa von Nettesheim a Cagliostro, tutte le figure dell’occulto che la città ospitò

Un triangolo della morte a Torino: dove Nietzsche, Pavese e Salgari incontrarono il loro destino

Lizst a Torino per suonare l’Arpa di Davide

L’Esercito della Salvezza a Torino

Alessandro Tassoni e l’arrivo dei salami modenesi a Torino

  

TORINESI FAMOSI

Carolina Invernizio

Amedeo Avogadro

Alessandro Baricco

Joseph de Maistre

Gustavo Adolfo Rol

Giovanni Agnelli Senior

Emilio Salgari

Cesare Lombroso

Mike Bongiorno, nobile piemontese per parte di madre, che studiò al Liceo D’Azeglio di Torino

Francesco Cirio

Fred Buscaglione

Le sorelle Quaranta, dive del cinema muto italiano

Un grande esploratore: Luigi Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi

Galileo Ferraris

Un “certificato di genialità” conferito… dallo Zar: il grande prestigiatore dimenticato Bartolomeo Bosco

  

LA TORINO MISTICA, MAGICA ED ESOTERICA

Il “Triangolo Bianco” e il “Triangolo nero”

Sovrani alchimisti e architetti cabalisti e massoni

L’oroscopo di Torino

I Templari a Torino

Un triangolo della morte a Torino: dove Nietzsche, Pavese e Salgari incontrarono il loro destino

Le tre grotte alchemiche

Personaggi della Torino esoterica

Faust a Torino. Da Agrippa von Nettesheim a Cagliostro, tutte le figure dell’occulto che la città ospitò

Gustavo Adolfo Rol

La Torino dei gruppi e dei ritrovi esoterici

La Federazione di Damanhur

I Raeliani

La Società Teosofica

Negozi e librerie di articoli esoterici

Fantasmi e spiriti a Torino. La Torino capitale dello spiritismo di fine Ottocento e le sue medium.

Le meraviglie dello spiritismo a Torino

Quando Lombroso incontrò la medium Eusapia Palladino e fu convertito allo spiritismo

Quando Torino divenne la Mecca degli occultisti

A Torino la prima società spiritica d’Italia

Il diavolo a Torino

La Torino massonica e la puzza di zolfo

Nietzsche e Der Antichrist

Fenomeni atmosferici inspiegabili a Torino: incendi e tornadi

Culti satanici a Torino?

Una seduta satanica nei sotterranei di Torino raccontata da Alberto Bevilacqua

Piazza Statuto, il “cuore nero” di Torino

Esorcisti a Torino

Karol Wojtyla in visita a Torino parla del diavolo

La Sindone

Il Santo Graal

Extraterrestri e UFO a Torino

  

LA “TORINO RUBATA”

La Torino della moda

Il Salone dell’auto

I Paolini fuggono a Milano

La guerra degli aeromodelli tra Piemonte e Baden-Württemberg: come Torino perse l’Aeropiccola

La Fiat fugge all’estero

Il Club Alpino Italiano si trasferisce a Milano

  

LA TORINO DELLA FEDE

Alcune Chiese di Torino.

Il “mistero” della Basilica di Santa Maria Ausiliatrice

La Chiesa degli Inglesi e i dispetti di Don Bosco

La Chiesa di San Domenico e gli inquisitori uccisi

La Consolata, il santuario più caro ai Torinesi

Miracoli a Torino

Centosessanta isolati e centosessanta nomi di santi

Antichi martiri e reliquie a Torino

Gli ex-voto

Il falò di San Giovanni

La cripta delle reliquie

La Sacra Sindone e la sua storia  

LA PARLATA PIEMONTESE NELLE VIE DI TORINO. ESPRESSIONI E MODI DI DIRE.

Da “cicchetto” a “naja”: tutte le parole e le espressioni piemontesi esportate nella lingua italiana

I “false friends” della lingua piemontese: ovvero parole piemontesi che somigliano a parole italiane di cui NON hanno il significato.Boja Faus, E bon, Cerea…: le espressioni che si sentivano per le vie di Torino

Paragoni stravaganti, metafore curiose e definizioni spassose della lingua piemontese

Piemonteis bougia nen: il carattere dei piemontesi attraverso proverbi ed espressioniCome parlavano i Torinesi al tempo di Emanuele Filiberto?

Fare la figura del cioccolataio: un indovinello al quale hanno cercato di rispondere in molti

Il celtico nella toponomastica e nelle parole piemontesi: Taurinensis, doira e Superga

  

INCENDI, TORNADI, BOMBARDAMENTI, ESPLOSIONI, INONDAZIONI, EPIDEMIE E ALTRO ANCORA: PICCOLA GUIDA AI DISASTRI PIÙ FAMOSI DI TORINO

La peste del 1598

La peste del 1630

Gli incendi a Torino

L’incendio della Grande Galleria di Piazza Castello

L’incendio dell’Armeria Reale

L’incendio della Chiesa di San Domenico

L’incendio della cappella della Sindone

L’incendio del Teatro Carignano

L’incendio del Teatro Regio

L’incendio della Regia Biblioteca Nazionale di Torino del 1904

L’incendio del Cinema Statuto

Il tornado del 23 maggio 1953

Il disastro di Superga

Il fulmine del 1904 che scardinò l’angelo della Mole

I bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale

  

ALBERGHI, RISTORANTI, NEGOZI, CAFFÈ E MERCATI STORICI DI TORINO

Le osterie

Osterie nel sottosuolo: la Crota Paluch

Le prime residenze consolari a Torino: ovvero le piole della veja Turin

Il più antico albergo di Torino

Il Santo Zabaglione

Tra un vassoio di bignole e un bicchiere di ratafià: la pasticceria dove nacque la Società Torino Calcio e altri caffè storici di Torino.

Premiata Drogheria Lavazza, 1895: caffè di tutto il mondo a Torino

Il Vermouth e i suoi fratelli: una storia fatta di liquori.

Stufato di stambecco servito al caffè: una descrizione dei caffè di Torino a metà dell’Ottocento

Le gastronomie torinesi

Perruquet: un negozio storico che ha chiuso di recente

Come il grissino portò fortuna ad Amedeo II

Il ristorante del Cambio, il preferito di Cavour

Farmacie ed erboristerie

Quando non c’erano le multinazionali farmaceutiche e le fabbriche di medicinali erano le farmacie

Le antiche farmacie del centro storico

Sangue di stambecco, polvere di mummia e fiele di zibetto: le antiche farmacie di Torino

La storia di un inganno colossale ai tempi della peste: quella dell’”Olio Miracoloso”

La Torino bio e vegana

La Torino del cioccolato: una lunga storia d’amore

Una volta c’era Paissa in Piazza San-Carlo

Il paradiso dei collezionisti di francobolli e monete. La storica Bolaffi, una impresa poco decorosa per il pretendente di una madamina di buona famiglia

Negozi particolari di Torino

La antica ditta Comi di arredi sacri

Via Principe Amedeo 25: il negozio delle statue false

Dallo sceicco arabo al capo pellerossa: la ditta di costumi Devalle

La più longeva passamaneria d’Europa

Timbri falsi per la Resistenza: la Premiata Ditta Casalegno Timbri, Via dell’Arsenale 42

La sede storica della Banca Sella in Piazza Castello: un tuffo nella Belle Epoque

Cereria Conterno di Piazza Solferino, “Fornitori di candele di Casa Reale”

I mercati di Torino

Le vecchie malattie del bestiame descritte nel pittoresco dialetto dei mercati e delle fiere

Le antiche consuetudini nelle contrattazioni

I banchi degli acciugai

I venditori di bachi da seta e di foglie di gelso

Il mercato delle donne

Una Miss Torino ante litteram: la Regina di Porta Palazzo

Il Balon

Il mercato di Porta Palazzo: il giro del mondo in una piazza

  

GLI ALTRI  MUSEI DI TORINO: NON SOLO ARTE

Un sommergibile-museo sul Po

Uno straordinario tour degli animali impagliati, tra elefanti e colibrì

Un tour per gli appassionati delle bambole d’epoca

Un museo unico in Europa: il museo della passamaneria a Pianezza

L’Officina della scrittura: il museo della Aurora

     

LA TORINO DEI CONFLITTI RELIGIOSI

La Torino gesuitica

Prefazione storica: L’ascesa dei Gesuiti, le truppe d’élite della Controriforma

Le accuse di Gioberti e degli altri polemisti contro i Gesuiti: ovvero, tutte le astuzie del Gesuiti

Un fosco episodio di sangue nella Torino dei Gesuiti

Gli statuti dei Carabinieri scritti da un Padre Gesuita: perché no?

L’Inquisizione in Piemonte

Gli Ugonotti a Torino e le 13 chiese distrutte

La repressione del Protestantesimo nel Ducato di Savoia

Valdesi e Riformati nel Ducato di Emanuele Filiberto

Le Pasque piemontesi del 1655, il massacro dimenticato dei Valdesi

Il “glorioso rimpatrio” dei Valdesi

Il “pellegrinaggio” dei protestanti di tutta Europa nelle Valli valdesi

Una Vandea italiana dimenticata: la storia della “Massa cristiana”

La Torino anticlericale e massonica

La morte di Cavour e l’epitaffio di Civiltà Cattolica: “La giustizia divina fa il suo corso”

Un tour delle religioni a Torino

  

LA FLORA DI TORINO

I nomi piemontesi delle piante

La Torino degli antichi giardini

L’ecosistema del Po

La flora ruderale di Torino

Gli alberi di Torino

I parchi di Torino

I 5 parchi fluviali più grandi di Torino

L’orto botanico di Torino

Il giardino roccioso e il giardino medievale del Valentino

  

LA COLLINA DI TORINO

I parchi della collina di Torino

Spiritismo ed evocazioni sulla collina di Torino

Il Monte dei Cappuccini e il Convento dei Cappuccini

I sotterranei sotto il Monte dei Cappuccini

La storia di Superga e l’assedio di Torin

La storia di Superga e l’assedio di Torino del 1706

L’assedio di Torino e Superga

Corazzieri e Minatori: la micidiale guerra sotterranea nelle gallerie della Cittadella

“Maestà, Torino è imprendibile”. Parola del Maresciallo Vauban.

“Superga va abbassata di un tiro di schioppo”: mattoni trasportati con la catena delle braccia ed opere straordinarie su una collina remota e popolata dai corvi.

Quello che pochi sanno: Superga era un monte sacro dei Celti.

Le tombe di Superga

Il disastro di Superga

Il trenino a cremagliera Sassi-Superga

La Villa della Regina

Il Gineceo delle Figlie dei Militari a Villa Regina

Il Santuario (non Chiesa!) della Madonna del Pilone: una Lourdes italiana

L’Eremo dei Camaldolesi

La fontana dell’Eremo dei Camaldolesi

La Villa del delitto: Villa Centocroci a Pino Torinese

Templari sulla Collina di Torino

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LE ACQUE DI TORINO

 

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Torino, la città dalle mille acque

 

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Michel de Montaigne, quando visitò Torino nel 1581, sulla via di ritorno per la Francia, fu colpito dalla quantità di acque che solcavano il territorio della città, che descrisse come “[une] ville située en un lieu fort aquatique”.

Torino è conosciuta come “la città dei quattro fiumi”: sorge nella pianura delimitata dai fiumi Stura di Lanzo, Sangone e Po, che attraversa la città da sud verso nord. La Dora, giunta pure essa nella pianura, attraversa i territori dei comuni di Avigliana, Alpignano, Pianezza, Collegno e per ultima l'ampia area metropolitana di Torino e dopo aver attraversato il parco della Pellerina ed aver contornato su tre lati il perimetro dell'Ospedale "Amedeo di Savoia", continua la sua discesa nella parte nord della città, andando poi a confluire nel Po presso il Parco Colletta.

Ma il bacino idrografico è ricchissimo anche di torrenti: in provincia di Torino se ne contano addirittura 59, molti dei quali arrivano fino a lambire la città: Sangone, Ceronda, Chisola, Meletta, Messa, Rio Stellone, Rio torto di Roletto, Stura di Valgrande.

Sin dal medioevo, questo scenario è arricchito dalle bealere, canali di derivati dai fiumi principali che terminano il loro corso rifluendovi, e che servivano a scopo di irrigazione e di produzione di forza motrice industriale.

Le bialere, o bealere o doire sono il corrispondente – in piccolo – dei navigli milanesi. Costruire una bealera derivando dal Po o dalla Dora o dal Sangone un canale per irrigazione che poi si riversava nuovamente nel fiume era un’opera impegnativa, che richiedeva nientemeno che il permesso del reggente Emanuele Filiberto. Coloro che volevano potevano acquitare “ore d’acqua”, cioè derivare per il tempo prestabilito l’acqua per i propri campi.

Un altro sistema caratteristico delle bialere era quello dell’utilizzo da parte di ciascuno per un tempo definito della giornata: nel suo tempo permesso il contadino chiudeva la chiusa, privando quindi d’acqua i poderi a valle, e la dirottava sui propri terreni tramite canali da lui scavati. Al termine del tempo stabilito, la chiusa era alzata e l’acqua era a disposizione del podere successivo. Nonostante questi precisi regolamenti, Le doire o bealere erano fonti di litigi anche violenti tra gli agricoltori del comune che aveva costruito la bealera e quelli dei paesi attraversati da essa, che ne aprivano gli argini per poter usufruire dell’acqua, e sono riportati parecchi episodi pittoreschi che mostrano come queste acque facessero profondamente parte della vita quotidiana di Torino e del suo contado.

Anche per questo furono oggetto di regolamento minuziosi e negli archivi dei comuni torinesi si ritrovano numerosi editti, a cominciare da quelli di Emanuele Filiberto, Carlo Emanuele I e Amedeo II.

Torino possiede ben 5 parchi fluviali in cui conserva l’antico ecosistema dei corsi d’acqua che lo attraversano, ed è ugualmente ricca di falde sotterranee, come l’etimologia di alcuni quartieri, come “Nizza Millefonti” rivela. Ne sono testimonianza i turet, le fontane dalla bocca a forma di toro che punteggiano numerosissime la città.

Torino ha una lunga storia con le sue acque. Oltre che per difenderne le mura, per servire gli orti e i mulini oltre di esse, che ora sono tessuto urbano, le acque di Torino venivano anche utilizzate per creare scenari per le feste, per lavare, per portare via l’immondizia, per trasportare merci, per le fabbriche e concerie, per i mulini, per allagare le gallerie del nemico durante gli assedi.

Le bealere o doire solcavano una volta numerosissime Torino e il suo circondario. La loro costruzione iniziò già nel tardo medioevo, e alcune ancora esistenti risalgono addirittura a prima del Quattrocento. Per rendersi conto della quantità di acque che il visitatore incontrava arrivando a Torino basti pensare che le bialere attualmente ancora visibili a Torino sono ben diciannove. La bialera Cossola, che fino a non molto tempo fa solcava ancora la città si divideva addirittura in cinque rami. Altre bealere, che irrigano i comuni limitrofi, come la bealera di Orbassano, la bealera di Grugliasco, la bealera di Collegno, quella di Pianezza solcano l’area metropolitana, giungendo talvolta fino alla periferia di Torino.

 

I torét, le fontanelle simbolo di Torino

 

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E se vi dicessimo che il simbolo di Torino non è la Mole Antonelliana, ma i torèt? Cosa sono i “torèt”? Ve lo sveliamo subito. Si tratta delle tipiche fontanelle color verde bottiglia che come bocchettoni d’acqua hanno una testa di toro. Il torèt compare sempre più spesso nei negozi che promuovo i souvenir di Torino accanto ovviamente a quelli raffiguranti la Mole, il grande classico dei gadget.

I piccoli toretti che dispensano acqua ai turisti e ai torinesi sono 813 e sono disseminati in tutta la città di Torino. Alcuni dicono che le fontanelle risalgano alla fine dell’800, altri che dicono che siano state installate più presumibilmente all’immediato dopoguerra, nei primi anni ’30. Ad ogni modo, tempo fa a Torino non c’era giardinetto pubblico che non aveva il suo torèt che riforniva di acqua del Pian della Mussa la città. Oggi i torèt sono legati alla rete idrica di Torino per un miglior funzionamento e per evitare lo spreco d’acqua.

Negli scorsi anni è nato un progetto che si chiama “I Love Toret” che ha come obiettivo quello di mappare tutte le fontanelle della città. l’iniziativa offre inoltre la possibilità di adottare gratuitamente uno o più torèt. È stata inoltre sviluppata un’applicazione per iphone (che si chiama, iTorèt) per poter rintracciare più agevolmente le fontanelle in giro per la città. L’obiettivo è quello di preservare questo simbolo di Torino che sta molto a cuore agli abitanti del capoluogo piemontese.

I torinesi, infatti, sono molto legati alle fontanelle verdi come dimostrano alcuni recenti episodi. C’era stata una proposta del comune riguardo un progetto per far ridipingere da artisti famosi i torèt che vide l’opposizione della città e la richiesta di lasciare ai toretti per l’acqua il classico colore. In un’altra occasione il comune annunciò di volere rimpiazzare in alcune zone del centro i torèt tradizionali con alcuni nuovi modelli stilizzati. Anche questa proposta non venne accolta in modo favorevole dalla cittadinanza che riaffermò ancora in questa occasione il proprio legame alla versione tradizionale delle fontanelle.

Insomma, i torèt grazie alla perseveranza dei torinesi si sono salvati da diversi tentativi di cambiamenti e rimozioni, rimanendo così uno sei simboli più rappresentativi di Torino.

 

La fontana dell’Eremo dei Camaldolesi

 

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Non c’è niente di magico nell’obelisco situato nel piazzale difronte all’Eremo dei Camaldolesi e a poche centinaia di metri dai ripetitori della Rai. Si tratta della Fontana dell’Eremo, purtroppo in disuso da decine d’anni, abbandonata a se stessa e da alcuni, per fortuna pochi, spacciata come simulacro, non ben spiegato, legato alla Torino Magica che spesso non risponde  alla semplice curiosità di sapere cos’è quello o cos’è quell’altro.

Oggi, guardandola si rimane indifferenti e senza risposte, scritte imbrattano la sua superficie, il tempo la sta consumando e il compito più nobile che ricopre è quello di far compagnia a chi, vicino a lei, aspetta l’arrivo dell’autobus diretto verso Torino.

Il suo scopo però era ben altro, lasciare ai posteri il ricordo di una grande conquista che oggi a molti farebbe ridere: il municipio di Torino aveva portato l’acqua al di sopra dei 400 metri della collina Torinese, luogo che non era mai stata troppo generoso nel dispensare acqua.

Da decenni esisteva il problema dell’approvvigionamento dell’acqua in una zona che, nel dopoguerra, si configurava ideale per lo sviluppo residenziale e per le gite dei Torinesi che, grazie alla diffusione dell’automobile,  guardavano alla collina come luogo di distrazione dalla sempre più caotica ed industriale Città di Torino.

Erano gli anni in cui l’Azienda Acquedotto Municipale, dopo la sensata concentrazione della gestione delle acque alla cosa pubblica, aveva il dovere di portare l’acqua dove non c’era, per rispondere alle necessità reali dei suoi cittadini,  e dove avrebbe potuto arrivare per favorire lo sviluppo della città.

Nasce così l’ esigenza di costruire l’acquedotto sull’Eremo, un ambiziosa opera che, senza discostarsi dal preventivo originale di 50 milioni di lire, consisteva in lunghe tubature, una stazione di pompaggio con una adiacente vasca, una seconda vasca di compensazione in cima al colle e la Fontana dell’Eremo a ricordo dell’allora più grande opera costruita per le necessità idriche della collina torinese.

La Fontana dell’Eremo, opera di  Mario Dezzuti, fu inaugurata in pompa magna il 30 maggio 1955 con una cerimonia che vide la partecipazione delle autorità cittadine, dell’ingegnere autore dell’opera Salvatore Chiaudiano, del presidente dell’Acquedotto Municipale, del Sindaco di Torino Peyron, dei soliti ministri presenti ad ogni cerimonia importante e del Cardinale Fossati che benedì la Fontana.

Nessuno però sapeva che questo piccolo monumento a forma di fontana sarebbe finito nel dimenticatoio nonostante le pure e buone intenzioni.

Gli applausi, le strette di mano e i reciproci complimenti festeggiavano un’opera importante e una fontana che avrebbe dovuto dare conforto e ristoro ai viandanti che si sarebbero trovati in cima al Colle dell’Eremo durante le loro gite domenicali o di ritorno verso casa.

 

I parchi fluviali di Torino

 

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Il nome di Torino, lo sappiamo, ha a che fare con le montagne. Ma una caratteristica geografica ancora più netta della nostra città, rispetto alla sua vicinanza alle montagne, è la presenza dei fiumi. Al plurale, perché non c'è solo il Grande Fiume, il Po, a scorrere nel territorio torinese.

Tralasciando i canali, le (mille) fonti, le antiche sorgenti e i pozzi sparsi per la città in epoche più o meno lontane, oltre al Po a Torino scorrono infatti anche la Dora Riparia, il Sangone e lo Stura di Lanzo.

Lungo i corsi di questi fiumi si trovano a Torino diversi cosiddetti “parchi fluviali”, ovvero aree verdi comunali sulle sponde dei corsi d'acqua, con spazi per attività ginniche e relax, percorsi ciclabili, aree gioco per i bambini e anche attività commerciali (come i tipici chioschi), oltre a una grande varietà dal punto di vista della flora e della fauna.

La loro importanza per la cultura e l'ambiente di Torino è testimoniata perfettamente dalla recente nomina da parte dell'Unesco a “patrimonio mondiale dell'umanità” per i Parchi del Po e della Collina Torinese, che riguarda non solo la città ma numerosi Comuni piemontesi.

Ecco quali sono i 5 parchi fluviali più grandi di Torino

 

parco del meisino (450.000 mq)

Si trova alla confluenza dello Stura nel Po, nella parte nordorientale della città, e insieme all'Isolone Bertolla forma la Riserva Naturale speciale Meisino e Isolone Bertolla; il nome di questo parco deriva da “mezzino”, ovvero terra di mezzo tra il fiume e la pianura sotto Superga. In passato questa zona era soggetta a numerose inondazioni; nel 1952 il problema è stato risolto con un argine in muratura, che insieme alla Diga del Pascolo forma un invaso utilizzato per creare energia idroelettrica. Oggi il suo tratto distintivo di maggior interesse è nell'ex galoppatoio militare, dove si possono ancora ammirare e cavalcare i cavalli del locale maneggio.

parco colletta (448.000 mq)

Molti lo chiamano “della Colletta”, ma il suo vero nome è solo “Parco Colletta”. Il suo nome deriva dal Lungodora che lo attraversa, intitolato al patriota napoletano Pietro Colletta. Si trova nella zona lungo il corso occidentale del fiume Po tra la confluenza della Dora Riparia, a sud, e della Stura di Lanzo, a nord, al confine con il Parco della Confluenza (vedi oltre). Fu fatto realizzare dai Savoia nel Seicento come riserva di caccia, e fu nominato “Regio Parco”, ma l'assedio di Torino del 1706 lo rovinò e da queste parti i Savoia realizzarono le Manifatture Tabacchi. Oggi il suo “punto di forza” è il percorso ciclabile che lo attraversa, verso San Mauro su un lato e verso i Lungodora sull'altro.

parco dell'arrivore (204.000 mq)

Insieme al Parco Colletta, fa parte dell'Area attrezzata Arrivore e Colletta. Situato sulla sponda destra dello Stura, nella parte nord della città; il nuovo volto del parco è stato inaugurato del 2009, ma la sua storia è molto antica. Nel Settecento la strada dell'Arrivore si chiamava Reale Strada di Chivasso: all'epoca in quest'area si trovava una cascina che era di proprietà del signor Falchero (da cui il nome di un borgo di Torino in cui aveva molti possedimenti). La cascina era La Rivore, come attestano gli antichi archivi, da cui il nome della strada e del parco. Tra i punti di forza, un campo da calcio e uno da pallavolo, entrambi liberi e a disposizione.

parco della confluenza di piazza sofia (151.000 mq)

Anche questo parco si trova nella stessa zona dei precedenti. Situato tra piazza Sofia e il Lungostura Lazio: la confluenza del nome è quella tra Stura e Dora. Il punto di forza di questo parco è sicuramente nella ricchezza fioristica: qui ci sono i salici sulle rive, gli ontani negli stagni lungo i rigagnoli, le querce ed altre essenze che si sviluppano senza interventi di taglio e che formano una fisionomia ad alto fusto.

parco millefonti (143.560 mq)

Tra i parchi fluviali più grandi è l'unico nella zona sud di Torino. Si trova infatti lungo il Po nel tratto di corso Unità d'Italia. A parte le mille fonti (che abbiamo spiegato in questo articolo), oggi non più esistenti, sulla sponda occidentale del Po in zona Molinette si trova questo parco con giardini, aree per gli esercizi ginnici, aree gioco e percorsi ciclabili e pedonali che, passando sotto il Ponte Isabella, conducono fino al parco del Valentino.

 

fonti:

http://www.torinotoday.it/cronaca/parchi-fluviali-piu-grandi-torino-fiumi.html

 

Le fontane di Torino

 

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Torino non è particolarmente ricca di zampilli anche se, in tempi differenti, ha visto progettare non poche fontane. Nel periodo napoleonico, quando la città vagheggiava una certa rassomiglianza con la più vasta Parigi, se ne progettarono quattro, fra cui una in piazza Paesana, l'attuale piazza Savoia, e una in piazza Imperiale, come allora si chiamava piazza Castello, poi non se ne fece nulla. In piazza Carlo Felice, di fronte alla stazione di Porta Nuova, si alza fra gli alberi del parco un bel pennacchio d’acqua, ma è più uno zampillo proiettato verso il cielo che una fontana vera e propria. In piazza d'Italia, l’attuale piazza della Repubblica-che i torinesi chiamano sbrigativamente Porta Palazzo - in occasione delle feste organizzate per lo Statuto, nel 1854. venne eretta una fontana di zinco, illuminata nottetempo da fiammelle di gas e da globi di vetro colorato. Autore di tale fantasmagoria era Giacinto Ottino. La fontana venne poi rimossa nella nuova sistemazione della piazza. Stessa sorte fu riservata alla fontanella di Sant'Eusebio, che prendeva nome da una chiesa che non c’è più, in via Venti Settembre sull’angolo con via Santa Teresa, smontata e non più rimessa al suo posto; oggi ostacolerebbe l’intenso traffico in questo incrocio. Il ricordo di quella simpatica fontanella rimane in poche fotografie d’epoca, abbastanza ricercate dai collezionisti.

Più imponente e per certi versi misteriosa, la fontana monumentale in piazza Solferino, conosciuta dai torinesi come fontana Angelica. Opera del 1930, firmata dallo scultore Giovanni Riva, questo singolare monumento è un tributo del ministro plenipotenziario Paolo Bajnotti alla madre, signora Angelica Cugiani. Secondo un progetto iniziale, la fontana doveva essere collocata presso il Duomo, ossia in piazza San Giovanni, successivamente si pensò che fosse più adatta, anche per la struttura, a piazza Solferino, di cui è divenuta il simbolo: zampillo al centro e statue poste in semicerchio. I gruppi statuari, che si prospettano come “quinte” del gioco d’acqua degli zampilli, vogliono raffigurare le stagioni e, soprattutto le immagini femminili, hanno spesso suscitato commenti per la loro evidente opulenza. Come altri monumenti torinesi, questa fontana è stata descritta quale “elemento magico”, ricca di significati esoterici oscuri ai più ma chiari per gli esperti, con una simbologia iniziatica che vorrebbe riallacciarsi alla suprema conoscenza e a riti tipici della Massoneria.

Nell’agosto del 1942, nottetempo, alcuni individui si radunarono presso la Fontana Angelica, con paramenti sacri e candele accese. Vennero accompagnati al commissariato di polizia per una breve sosta e rispediti a casa.

Più spaziosa, in un angolo discreto del Valentino, la fontana monumentale dei Mesi e delle Stagioni, opera dell'architetto Carlo Ceppi per l’esposizione del 1898. Con suggestivi giochi d’acqua, è ricca di statue firmate da Luigi Contratti, Cesare Reduzzi, Francesco Sassi, Cesare Biscarra, Gino Cornetti ed Edoardo Rubino. Composizione romantica utilizzata come sfondo per alcune scene di film, soprattutto alla fine degli anni Trenta.

 

La puzza a Torino e le doire di Emanuele Filiberto

 

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“Petite ville, située en un lieu fort aquatique, qui n’est pas trop bien bâtie, ni fort agréable, quoiqu’elle soit traversée par un ruisseau qui en emporte les immondices.”

Così Michel de Montaigne, visitando Torino nel 1581, parla della “doira gròsa” che scorreva lungo l’antica Via Decumana, l’attuale Via Garibaldi, facendo con tutta probabilità allusione (“ni fort agréable”) al cattivo odore che emanava da Borgo San Donato, dove, grazie alla disponibilità di acqua per irrigare, per smaltire i rifiuti e fornire forza motrice si moltiplicarono gli orti, le concerie, i mulini e le botteghe di artigiani, oltre che scuderie con cavalli e carri, cattivo odore che si prolungava lungo la via solcata proprio in mezzo dalla Doira Grossa attraverso cui si facevano refluire gli scarti, oltre che le immondizie urbane. Né bastava questo. Il transito dei cavalieri e dei pedoni e dei carri lasciava una coltre di sterco che oltre a contribuire ad aggravare l’odore rendeva disagevole il cammino per una che aveva la larghezza totale di soli 4-5 metri e che per il suo andamento alquanto irregolare offriva scarse zone transitabili. Una grida del Magistrato Sopraintendente alle strade della Città datata 1605, dice tra l’altro: « siccome il gran numero di carri i quali entrano in questa Città sono causa in parte che le strade principali, e più di tutte la contrada Dora Grossa, siano mal nette e incomode a transitarsi, così si ordina a chiunque transiti di aiutare a nettarle e in specie alli bovari sia di questa Città che forestieri ».

L’incanalamento della Doira per la via fu realizzato per volontà di Emanuele Filiberto: nel 1573 egli ordinò di canalizzare la vicina Dora e l'acqua di altri canali cittadini per utilizzarla al fine di ripulire i vicoli della città. In piemontese la parola doira, infatti, indica un piccolo torrente o rigagnolo e poiché la nuova doira realizzata lungo la via era divenuta uno dei principali canali della città, la strada prese da essa la sua denominazione storica. A questo scopo i eresse sulla sponda della Dora Riparia un edificio detto il Casotto, con lo scopo di raccogliere acqua dal fiume e riversarla a mezzo di canali attraverso la città, sia per la nettezza urbana, sia per eliminare rapidamente l'accumulo di eventuali nevi in inverno, sia per rinfrescare la calura nella stagione estiva, ma anche e soprattutto per poter intervenire immediatamente ed efficacemente in caso di incendi.

Le doire sono canali caratteristici della campagna piemontese, ed erano anche il timore e l’incubo di molte sirventi e mondine. Se ne ricordava ancora negli anni ’50 qualche anziana sassolese che ogni anno, con altre migliaia di donne, andava a fare la stagione nelle risaie vercellesi, da cui tornava portando sulle spalle un sacco di chicchi. Quelle buone vecchie parlavano con spavento del canale Cavour, dove - dicevano - l'acqua era così alta e la corrente così forte che non c'era scampo per chi vi cadesse dentro, com'era successo a certe di loro. Anche le sirventi, cioè le bambine in affitto che venivano cedute ai poderi dalle famiglie numerose in cambio di vitto e alloggio, erano spaventate dalle doire lungo i cui argini scivolosi erano mandate a lavare i panni, con le loro soche, gli zoccoli di legno, e la cui corrente poteva ghermire in un attimo.

Ma a Torino, come abbiamo detto, se ne trovavano anche in città. Le città pre-industriali non erano posti puliti. Ancora fino a tutto Ottocento, gran parte delle strade non era pavimentata, e le persone procedevano – a piedi nudi, con stivali o se erano fortunati a cavallo – camminando in una poltiglia fatta in parti eguali di deiezioni umane, animali, fango e scarti domestici. Con la neve o la piogga la situazione peggiorava ulteriormente. La doira al centro della ex Via Decumana era così profonda che veniva attraversata da ponticelli, e nell’Ottocento, quando l’acqua tracimava per gli ingrossamenti di primavera si potevano vedere le dame che venivano portate in braccio sul ponticello dai loro cavalieri per non bagnarsi l’orlo del vestito.

La doira di via Doragrossa sparì nel 1823 quando venne decretata la costruzione di un canale sotterraneo che raccogliesse le acque della doira e gli scarichi delle case che si affacciavano sulla via. Se si esclude un intervento isolato nella contrada di Po nel 1726, il canale fu il primo di una lunga serie di provvedimenti che riguardarono, lungo tutto l'ottocento, la questione dell'igiene cittadina e che portarono, nel 1893, alla decisione di costruire una fognatura generale.

 

fonti:

https://www.icanaliditorino.it/le-doire-e-doragrossa

http://www.3confini.it/Foto%20Piossasco%201/Sangonetto2.htm

Museo Torino, “Canalizzazione sotterranea di Via Dora Grossa”

http://www.druent.it/curiosita/LaBialera.htm

Vittorio Messori, Il mistero di Torino, versione eBook, posiz. 32,5

 

Diciannove doire scorrono ancora a Torino

 

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Per quanto possa sembrare sorprendente, Torino è ancora “irrigata” da ben diciannove bealere o doire, che sono il ricordo di un’epoca in cui vaste zone della città erano ancora agricole e coltivate ad orti o ospitavano mulini, concerie e altre manifatture che si avvantaggiavano dell’acqua dei canali. Man mano ci si allontana dalla città, nella misura in cui le coltivazioni si riappropriano degli spazi, le bealere conservano la funzione irrigua; molte di quelle che dal medioevo bagnano il contado torinese funzionano ancora oggi.

Diga e imbocco canale Meana in c.so Umbria.

Il canale Meana, che alimenta la centrale idroelettrica  dell’Environment park, è il solo sopravvissuto della rete idraulica dei secoli scorsi. Esso scorre completamente coperto e sono visibili solo l’imbocco, le opere di presa e la traversa che sbarra la Dora all’altezza di corso Umbria alle spalle dell’ospedale Amedeo di Savoia.

Bealera Putea alle Vallette

Una delle ultime bealere che scorre per un lungo tratto scoperta  nel territorio torinese è la Putea. Essa nasce a Pianezza, attraversa Collegno, ed al partitore di Villa Cristina, in località Savonera, si divide in due rami paralleli che percorrono i campi attorno alla ex cascina Cavaliera, raggiungendo l’estremo angolo occidentale del quartiere Vallette. ll ramo principale è quello di sinistra, che  interessa il margine urbano settentrionale; quello di destra invece si dirige verso la cascina Maletta e corso Molise. E' visbile lungo la passeggiata ciclopedonale ricavata dall’antica strada delle Vallette.

Cascina Maletta, strada Vicinale delle Vallette

Il ramo di destra della Putea torna alla luce alla cascina Maletta appena oltre corso Molise, costeggia la strada delle Vallette e si inoltra al parco dedicato alle Vittime delle Foibe. Circa la reale attività attuale di questo ramo servirebbe conferma.

Bealera Putea in Torino

Si compone di 4 rami: via Sansovino, piazza Manno - via Refrancore  - via Reycend - strada del Carossio.  La bealera attraversa i quartieri torinesi settentrionali in massima parte coperta, per evidenti ragioni di igiene e sicurezza, riemergendo soltanto in alcuni brevi tratti. Un primo punto di osservazione, sebbene consista in ben poca cosa, si trova nel varco tra due fabbricati all'intersezione con via A. Sansovino. Seguendo poi idealmente il sedime dell’antica strada della Perussia, la bealera ritorna alla luce per qualche decina di metri in piazza G. Manno e, poco più avanti, in via Refrancore.

Dopo un chilometro si intravede nuovamente la bealera, vegetazione permettendo,  all'interno di uno spazio verde privato di via E. Reycend e poco oltre, con soddifazione ben maggiore, al fondo di un interno di via Orbetello e di via G. Vaninetti e lungo strada del Carossio. Per completezza occorre aggiungere che l'acqua scorre anche a fianco dell'impianto sportivo di via Massari, seppur sotto robuste griglie ormai nascoste dalle sterpaglie. La sopravvivenza degli alvei urbani della bealera Putea è minacciata dai cantieri del tunnel ferroviario di corso Grosseto aperti nel 2017.

Strada della Venaria 148

Al confine del territorio comunale torinese la strada è intersecata da una roggia che proviene da ovest. Essa costeggia un capannone industriale prossimo all'ex cascina Panatera, proseguendo poi chiusa tra i fabbricati. Dovrebbe trattarsi di una ramo della bealera Barola, oggi percorso dalla Putea. L'acqua dovrebbe esservi immessa per lo più la domenica.

Via G. Amati (Venaria Reale)

Nel comune di Venaria Reale, subito prima del ponte della Tangenziale, compare sulla destra di via G. Amati  un fosso irriguo,  probabil-mente derivato anch'esso dalla Barola. Bagna  un orto e percorre il parco pubblico delimitato dalla suddetta via G. Amati, dalla Tangenziale e da strada Lanzo; qui fino a pochi anni fa si trovava la cascina Arnaldi, .

Via Reiss Romoli

Tornando a Torino, la bealera Barola scorre ancora per un tratto a cielo aperto ai piedi del ciglione che da via Reiss Romoli digrada verso le basse di Stura. La scavalca la strada che conduce alla cascina Boscaglia-Canonico, ma è in buona parte nascosta dalla vegetazione.

Parco Rubbertex

Per completare il quadro dei corsi d’acqua urbani della zona Nord di Torino, va menzionato il ramo Campagna della bealera nuova di Lucento nel parco Rubbertex, ossia l’area verde delimitata da corso Grosseto, via Paolo Veronese e dalla Tangenziale dell’aeroporto. Le bealere di Lucento non sono più attive da anni, ma il tratto in questione dovrebbe oggi fungere da scaricatore della Putea e talvolta - magari per un breve tempo dopo un forte temporale - è possibile ancora vedervi scorrere l'acqua.

Strada della Pellerina

Il quadrante occidentale di Torino un tempo era attraversato da molte bealere, ma oggi sono quasi tutte scomparse. Del canale della Pellerina restano soltanto la traversa ed il condotto scaricatore, entrambi riconvertiti in funzione della piccola centrale idroelettrica realizzata di recente.  Tuttavia lungo la vecchia strada della Pellerina - che continua idealmente il corso Appio Claudio dopo via Pietro Cossa - scorre una roggia che irriga i terreni nelle basse di Dora che si estendono attorno alle cascine Tetti basse di Dora, Cascinotto e Mineur. Essa prende acqua dal ramo detto «Canale» della bealera Putea. Si dirama da quello principale a Collegno dove attraversa la Dora e fluisce verso il confine torinese.

Strada della Berlia

Circa un chliometro più avanti, ma già nel territorio di Collegno, la Putea-canale delimita il perimetro settentrionale del campo di volo dell’Aeroclub torinese. Da essa deriva il fosso che costeggia strada della Berlia, passando davanti alla cascina omonima ed alla gemella Grangia Scott, per scomparire poi nel sottosuolo poco prima nella vicina rotonda.

Strada del Portone

Ultima, ma non certo ultima per portata, continuità di adacquamento e prospettive di sopravvivenza, è la  bealera che scorre scoperta per oltre un chilometro lungo strada del Portone a fianco del Cimitero Parco di Torino sud. Essa è parte del sistema irriguo, formato dalle bealere di Grugliasco e di Orbassano, che serve una vasta area agricola che si estende da Alpignano al Po. Sul lato opposto del camposanto un ramo minore della bealera di Grugliasco determina il confine con il comune di Beinasco; è visibile seguendo la passeggiata ciclopedonale di strada delle Lose. (16) Qualche traccia di fossi irrigui si trova infine nelle vicinanze della cascina Tetti Nigra e tra gli orti sparpagliati dietro gli uffici della Motorizzazione civile di corso Orbassano.

Prima di inabissarsi nel sottosuolo di Torino e della Fiat Mirafiori la bealera fa ancora capolino tra i palazzi in uno stretto passaggio nei pressi di corso Orbassano 448. (17)

Strada del Castello di Mirafiori

Infine la bealera di Grugliasco si getta nel Sangone nei pressi del mausoleo della "Bela Rosin", ritornando alla luce per qualche decina di metri nel parco sulla scarpata che digrada ver-so il torrente.

 

fonti:

https://www.icanaliditorino.it/bealere-ancora-attive-a-torino

 

La vita quotidiana e il fiume: ricordi del Sangone

 

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Il Sangone, così familiare ai Piossaschesi, faceva parte integrante della vita del paese. Non si poteva concepire l'idea del borgo senza pensare al suo corso d'acqua: essi erano un duo inscindibile.

Il Sangone per gli abitanti del luogo era il loro torrente ed era diventato per costoro come un amico e fonte di divertimento e di svago per i ragazzi che si dilettavano ad andare a pescare colà. Calzando scarpacce brutte e logore, camminavano nell'alveo, toccando con le mani sotto le pietre da dove di tanto in tanto saltava fuori qualche ranocchia terrorizzata che con un balzo fulmineo si rituffava prontamente in acqua.

Sovente rimaneva loro nel palmo delle estremità superiori qualche pesciolino che non troppo furbamente si era lasciato prendere.

I Piossaschesi consideravano il Sangone come un qualcosa di vivo e quando i monelli si divertivano a girovagare nel suo letto, egli li accoglieva invitante. Essi erano felici di aver trovato un nuovo compagno di giochi, un confidente alquanto inusuale, ma al quale si erano profondamente affezionati e ascoltavano la sua voce sempre uguale, cadenzata, garrula, argentina. La loro era un'amicizia di sempre.

I fanciulli conoscevano ogni tratto del suo percorso, ogni sua pietra, ogni particolare delle sue sponde su cui crescevano alcuni salici piangenti presso i quali, durante le sere estive, le raganelle tenevano il loro concerto.

I ragazzetti correvano verso il Sangone andandogli incontro fiduciosi, scendendo per i sentierucoli in discesa ed esso era là che li attendeva e sembrava invitarli ad entrare nel suo alveo per divertirsi con loro.

II caro amico torrente! Ora gaio, ora brontolone, ora asciutto durante la stagione estiva e talvolta purtroppo anche minaccioso come succedeva di tanto in tanto quando si ingrossava dopo lunghi periodi piovosi; le acque sempre così limpide diventavano allora limacciose, assumendo un colore marrone molto intenso per il fango che trasportavano.

Il rumore si faceva fortissimo, aggressivo, intimidatorio e sembrava impossibile che un simile torrentello potesse contenere tanta acquai i ragazzi si intimorivano quando, dopo giorni di pioggia sentivano il forte rumoreggiare del Sangone: sapevano che era adirato e avevano paura di lui, perché erano a conoscenza che esso, che ispirava di solito tanta sicurezza e confidenza e che era sempre così tranquillo, in quei momenti travolgeva e portava via ogni cosa lungo il suo percorso.

Anch'esso come tutti aveva i suoi momenti neri.

Una volta il Sangone tanto familiare ai Piossaschesi aveva fatto la sua vittima: una donna del paese, volendo suicidarsi, si era buttata nel torrente in piena e le acque travolgenti l'avevano portata via in un attimo ed era stata trovata morta annegata alcuni giorni dopo a una grande distanza dal luogo dove aveva compiuto il tragico gesto.

La notizia aveva sconvolto gli abitanti del posto e soprattutto i bambini: essi guardavano il loro amico di sempre, il loro compagno di giochi col quale si trovavano tanto bene e che dava loro una sensazione di profonda sicurezza e sembrava loro impossibile che fosse diventato un assassino.

Eppure era proprio così. Essi conoscevano solo il suo aspetto buono e non avevano mai pensato che potesse trasformarsi in uno strumento di morte.

Verso la fine del secolo XIX, durante una piena, il Sangone aveva rotto gli argini al pilone "San Giorgio", l'acqua si era riversata sulla strada inondando la campagna e allagando i cascinali dei dintorni. I maiali che si trovavano in un porcile non distante dal torrente piossaschese erano annegati e i tronchi di una catasta di legna, adiacente al corso d'acqua, erano stati trovati alcuni giorni dopo presso la cascina Femesa.

Tre mulini, una segheria e una fucina erano situati sulle rive del Sangone, nelle cui acque i macellai del paese lavavano le trippe, i panettieri bagnavano lo spazzatoio che serviva loro per pulire il forno, i contadini portavano ad abbeverare le mucche e le massaie risciacquavano i panni inginocchiate sulle panche da lavare. Le Piossaschesi dopo aver insaponato la biancheria a casa loro in un mastello, la deponevano in secchi, indi, si recavano al torrente trasportando il tutto su una carretta a mano.

D'inverno il Sangone era gelato e le lavandaie erano costrette a rompere la lastra di ghiaccio che si era formata sul grosso rivo per poter posizionare la panca.

Alcune si portavano colà un pentolino d'acqua calda, dove ogni tanto introducevano le mani che erano diventate rosse e irrigidite a causa del lavare per ore con quel freddo intenso. Terminavano di sciacquare con le ginocchia gonfie e indolenzite per essere state appoggiate troppo tempo sul duro legno.

Che fatica alzarsi da quella scomoda posizione e che mal di schiena!

Talvolta il sapone che aveva il suo posto sulla panca, divenuto sdrucciolevole perché bagnato, scivolava di mano cadendo in acqua e allora le massaie tastavano con le dita sul letto del torrente per cercare di ripescare il pezzo detergente in tutta fretta, affinché non si sciogliesse troppo; e se talvolta succedeva che allorché lo si tirava fuori, scappasse nuovamente e ricadesse un'altra volta nell'alveo, si doveva ripetere l'operazione da principio.

Sovente le lavandaie bisticciavano fra loro, perché una sporcava l'acqua all'altra, ma i litigi terminavano ben presto e si vedevano le donne aiutarsi vicendevolmente a strizzare le lenzuola.

Chi non voleva portare la panca, andava al lavatoio pubblico in una zona chiamata "Riva di Po"; qui c'era una lunga lastra di pietra dove le Piossaschesi potevano sciacquare i panni. Non ci si doveva inginocchiare, ma si operava in piedi ed era quindi meno faticoso e non c'era pericolo di farsi venire "le ginocchia da lavandaia" tutte gonfie e piene di liquido come era capitato ad alcune donne dell'abitato.

Questo luogo era perennemente affollato e nel mese di maggio pareva che colà nevicasse, perché cadeva copiosa la bambagia proveniente dai pioppi che crescevano nelle vicinanze.

La cotonina scendeva lentamente dall'alto e volteggiando leggera scompariva nell'acqua.

Nelle cascine di tanto in tanto si faceva il bucato con la cenere e le donne si affaccendavano intorno a una grande tinozza che si ergeva in mezzo a loro come un gigante. La biancheria veniva poi stesa ad asciugare al sole nei prati in lunghe file candide che svolazzavano allegramente mosse dal vento.

 

fonti:

Miranda Cruto, Piossasco com'era, Edizioni e Cultura e Società - marzo 1992

 

I fiumi che scorrono sotto Torino

 

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Torino è una città speculare, i cui edifici si rispecchiano sul piano verticale In una serie di piani sotterranei, gli infernotti e una fitta trama di gallerie. sotto le chiese dei vivi ci sono le chiese dei morti, le antiche cripte in cui venivano inumati i nobili o i ricchi borghesi e i religiosi. Sotto la Cittadella esiste una città sotterranea. Sotto la Torino dei gelati esistono gli immensi sotterranei della Torino delle ghiacciaie. E sotto i fiumi di superficie scorrono dei fiumi sotterranei.

La rete di acque sotterranee di Torino nacque nell’Ottocento, quando molti dei corsi d’acqua che solcavano la periferia di Torino che ormai era diventata pieno centro abitato furono “tombati”, cioè fatti scorrere in tragitti sotterranei che nel tratto finale si immettevano nel sistema idrico della città.

Queste misure furono prese a seguito del venir meno della loro utilità per le attività produttive. I residenti lamentavano i frequenti straripamenti lungo le strade, le infiltrazioni nei sotterranei dei fabbricati e, soprattutto nella stagiona estiva, i cattivi odori emanati dai fossi a causa dei rifiuti di ogni sorta che vi venivano gettati, e rimarcavano il costante pericolo che le gore costituivano per bambini, pedoni e veicoli. In altre parole fossi e rogge non erano più ritenute compatibili col decoro e con l’igiene dei nuovi quartieri che si andavano formando. Spesso esse interrompevano il disegno delle nuove vie e piazze e, poichè scorrevano sopraelevate rispetto al piano stradale, la loro copertura risultava molto onerosa. Parallelamente crescevano i bisogni d’acqua per il lavaggio dei cavi sotterranei della rete fognaria bianca e nera, per l’annaffiamento di strade e giardini, per lo sgombero della neve, per sussidio nello spegnimento degli incendi e per altri usi pubblici, che potevano utilizzare il corso sotterraneo. Persino la Dora, alle porte del centro di Torino ancora nel 1980 era stata intubata e solettata per oltre 3 chilometri.

Il primo di questi fiumi tombati è il torrente Ceronda, che scorre tuttora sotto la città. Uno degli ultimi – nel 1933 – è stato la bealera Cossola, che in città si ripartiva addirittura in cinque rami, di cui  alcuni sono stati soppressi, ma altri sono rimasti e continuano a scorrere sotto i nostri piedi. La doira di via Doragrossa sparì nel 1823 quando venne decretata la costruzione di un canale sotterraneo che raccogliesse le acque della doira e gli scarichi delle case che si affacciavano sulla via. Se si esclude un intervento isolato nella contrada di Po nel 1726, il canale fu il primo di una lunga serie di provvedimenti che riguardarono, lungo tutto l'ottocento, la questione dell'igiene cittadina e che portarono, nel 1893, alla decisione di costruire una fognatura generale.

 

 

 

 

 

LA TORINO SOTTERRANEA

A quindici metri sotto il livello del terreno, una rete intricata e fitta di gallerie sotterranee si nasconde sotto il Capoluogo piemontese. Tra cunicoli militari del Settecento (celebre quella in cui morì Pietro Micca nell'assedio del 1706), rifugi antiaerei, ghiacciaie regie e infernotti, Torino sotterranea merita una visita. 

 

La Città invisibile

 

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Torino si prospetta di forte suggestione nel suo sottopalco nascosto, con un sorprendente dedalo di sotterranei che, senz’altro, meriterebbero di essere conosciuti, almeno per alcuni tratti, similmente a quanto avviene per altre grandi metropoli europee, come ad esempio Londra e Parigi, città che hanno ben scandagliato il proprio sotterraneo per costruirvi ferrovie metropolitane ben collaudate, che ogni giorno trasportano migliaia di persone. Per una serie di ragioni, Torino ha visto prospettarsi nel corso degli anni la possibile nascita di una propria metropolitana. I progetti sono stati numerosi, ma di volta in volta accantonati. Così il sottosuolo rimase per i torinesi inaccessibile. La gente che si muove per le vie della città ignora “l’altra metropoli”, quella sotterranea, affascinante e ricca di misteri che sfumano nei secoli.

Arrivando dal Po. appena superati i cosiddetti “murazzi”, come vengono definiti i contrafforti eretti lungo la sponda del fiume, per avvicinarsi al centro urbano, comincia la città invisibile, che  si allunga sottoterra, sino a raggiungere e a oltrepassare, in un dedalo di cunicoli, il centro storico.

Il sottopalco di piazza Vittorio Veneto - per estensione è la quarta piazza di Torino, con 34.850 metri quadrati, dopo la maggiore, l’attuale piazza della Repubblica (51.300 metri quadrati), piazza Castello (40.000 metri quadrati) e piazza Statuto (35.000 metri quadrati) - corrisponde all’incirca. alle dimensioni della spianata che si ammira in superficie, da un’arcata dei portici all’altra.

Per molto tempo trovarono in tale sottosuolo parcheggio i carrettini di ferro utilizzati per la raccolta della neve, transenne di legno impiegate per manifestazioni, decine e decine di bandiere di varie nazioni, da esporre per l’arrivo di capi di Stato stranieri, striscioni da stendere da un lato all’altro di via Po e di via Roma, fatti di robusta rete, con appese lettere dell’alfabeto che componevano scritte, usati per la visita che Mussolini compì a Torino nel maggio del 1939. Materiale accatastato, di cui si è persa a poco a poco la memoria, vegliato da pipistrelli che non paiono gradire l’intrusione di estranei.

Infiltrandosi sotto via Po, l’attenzione cresce, soprattutto in prossimità di via San Francesco da Paola dove, sulla sinistra, ci si trova in presenza di un dedalo quasi insuperabile. Sulla destra, imboccando il sottosuolo di via Rossini, ci si immette in un susseguirsi di cantine, di “infernotti”, come vengono definiti, che offrono oggi parecchi ostacoli per le barriere divisorie erette a delimitare in profondità ciascun casamento. Senza questi “confini” si potrebbero raggiungere agevolmente corso San Maurizio, con almeno tre diramazioni per via Montebello, via Tarino e via Sant’Ottavio, in un’area in cui il fascio di luce delle lampade rischiara un orizzonte quasi illimitato, fatto di mattoni rosso cupo e di massi di pietre che paiono scandire le varie età di Torino, così come gli “anelli” indicano gli anni nel legno di un tronco reciso.

Il labirinto s’infittisce in corso Regina Margherita, sotto piazza  della Repubblica, con condotti percorribili che s’allungano per via Cottolengo sino alla zona delimitata dalla Piccola Casa della Divina Provvidenza.

 

fonti:

Renzo Rossotti, Guida insolita di Torino, p. 278

 

Le gallerie della Cittadella

 

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Una città sotterranea: così si potrebbe definire l’estesa rete di gallerie e cunicoli che percorrono il sottosuolo di una parte del centro storico di Torino. Quando Emanuele Filiberto riprese possesso dei domini sabaudi dopo Cateau Cambrésis, nel 1559, e dopo avere spostato la capitale da Chambery a Torino, la sua prima cura fu la costruzione di nuove fortezze e il miglioramento di quelle preesistenti.

Per rafforzare le difese di Torino, Emanuele Filiberto affidò all’ingegnere militare Francesco Paciotto da Urbino la costruzione di una cittadella che sostituisse le vecchie mura romane che erano state parzialmente ammodernate dai Francesi.

I lavori vennero iniziati nel giugno 1562, e per la costruzione vennero impiegati i migliori materiali senza badare a spese. Il 17 marzo 1566 Emanuele Filiberto la inaugurò con una cerimonia solenne.

All’interno della Cittadella, nella vastissima area a disposizione, sorgevano i numerosi edifici logistici, caserme epr la truppa, il palazzo del Comando, vari magazzini per le artiglierie e i materiali, la polveriera. Fra tutte le costruzioni interne, la più interessante era senza dubbio il grande pozzo al centro della spianata, disegnato peronalment dal Pacciotto su modello dell’ancor oggi esistente Pozzo di S. Patrizio ad Orvieto, opera del celebre Sangallo. Il cisternone non mancò di suscitare l’ammirazine di molti architetti militari e dei visitatori della fortezza, uno dei quali riferisce: “… esiste il gran pozzo la cui sorgente non inaridisce mai e che è ammirato per la sua ammirevole struttura. Perché, sebbene sia molto profondi (circa 25 metri), i cavalli e le alre bestie possono scendere fino in basso poendosene abbeverare delle centinaia in poco tempo. Nello spssore abbastanza grande della canna in muratura son ricavate due rampe elicoidali di ugual passo e verso. Queste rampe sono così larghe da poter consentire il passaggio di due cavalli affiancati. Si discende da una rampa e si rimonta dall’altra, si ch quelli che montano e quelli che discenodno non si disturbano gli uni con gli altri. La parte sopraterra è  adornata di un bellisimo portico ripartito con pilastri, porte, arch e porticelle, con sfndato e intavolatura bellissima. L’interno  spazio sino alla stessa profondità scoperta del posso è ditribuito in molte camere, , alcune delle quali servono epr la reclusione dei prigionieri e parecchie per conservare gli arnesi militari.”

La cappella intitolata a an Lorenzo, realizzata a partire dal 1577, comletava gli edifici della fortezza.

Al disotto della Cittadella si sviluppava, per esigenze difensive, una straordinaria città sotterranea di gallerie di contromina per difenderla da attacchi dal sottotuolo. Tutto il complesso si basava su cinque grandi gallerie radiali, le cosiddette Capitali, che avevano origine dall’interno dei tre bastioni esterni (cioè volti verso la campagna) o dai tratti di corina interposti tra questi, in corrispondenza delle due mezzelune del Soccorso e di San Lazzaro. Si accedeva alle gallerie dal cortile della Cittadella per mezzo di lunghe scale;i cunicoli scendvano quindi dritti in profondità sotto il fossato, seguendo di massima la linea della bisettrice del bastione o della mezzaluna da cui prndevano il nome. Ogni capitale era alta poco più di 1,90 metri e larga circa 1 metro pe consentire senza grosse difficoltà il transito ai serventi e ai minatori con i loro pesanti carichi di attrezzi, barili di polvere, cesti di terra provenienti dallo scavo. Era rivestita di mattoni e coperta da uan volta a botte a tutto sesto. Delle due gallerie capitali dirette verso le mezzelune, in corrispondenza del vertice di ogni mezzaluna si dipartiva una galleria che sevuiva l’andamento del muro di scarpa dell’opera e da questa si staccavano verso la campagna una serie di cunicoli che terminavano in una camera da mina; i fornelli delle cariche venivano quindi a trovarsi iln corrispondenza del foisato e miravano a rendre pericoloso e svantaggioso al nemico calare e sostare in esso, anche quando fosse riuscito a scendrvi. Superatoil fosso, e raggiunga la profondità di 14-15 metri, ogni capitale si raddoppiava in due cunicoli distinti aventi utauale direzione ma esattamente posti uno sopra l’altro: i due tratti erano collegati per mezzo di una scala a rampe in muratura ricavata sul lato destro. La galleria infreiore, la Capitale basa, continuava ancora nel sottozuolo per qualche centinaio di metri, frazionandosi su entrambi i lati in numerosi cunicoli lunghi irca 60 metri detti rami di mina, alti 1,3 – 1,4 metri. Ogni ramo terminava con una camera di mina. La minore altezza si giustifiava nella facilità  con la quale veniva condotta l’operazione di riempimento una volta caricato il fornello di mina con la polvere: per raggiungere il massimo risultato si voleva infatti che l’esplosione avvenisse verso l’alto; lo sfogo dei gas avrebbe seriamente danneggiato le batterie nemiche senza peraltro creare inconvenienti alla rete sotterranea. Allo scopo il ramo di mina veniva colmato con sacchi ripieni di terra ed assi di legno fino al suo margine posteriore, lasciando solo una breve apertura per l’innesco, in modo chel ‘esplosione trovasse in questa direzione maggiore resistenza rispetto a quella opposta dalla terra soprastante, molto più permeabile all’azione dell’onda d’urto.

La galleria superiore, la Capitale alta, costruita al livello del fossato, a circa 6-7 metri diprofondità, era dotata di una modesta apertura posteriore che sboccava nel osso in corrispnodenza del saliente. >Da questo punto il sotterraneo proseguiva verso la campagna con alcune ramificazioni secondarie, fino al termine, in corrispondenza di una piccola opera di difesa di superficie, chiamata, per la sua forma, “freccia”.

Lo sbocco della galleria nel fossato, anche se rappre-, sentava una semplice via di accesso per una sortita nemica all’interno della rete sotterranea, e come tale esponeva ad un reale pericolo i difensori della fortezza, era di estrema importanza per la ventilazione ed il ricambio d’aria delle gallerie. Le due capitali erano collegate tra loro, e quella alta con la superficie, da numerosi pozzi di aerazione a piombo, con la canna e la bocca superiore a sezione assai ristretta, in maniera da occultarne l’esistenza sul terreno ed impedirne la discesa agli avversari. Attraverso i pozzi di aerazione e gli imbocchi delle capitali alte aperte nel muro di controscarpa, l’aria pura poteva entrare liberamente e favorire una corrente di ricambio per tutti i cunicoli.

In caso di guerra, le esplosioni avrebbero liberato una grande quantità di gas letali irrespirabili contenenti vapori nitrosi ed ossido di carbonio, difficilmente evacuabili, anche perché i pozzi a piombo sarebbero stati otturati preventivamente per evitare che l’assediante, esplorando con cura il terreno, ne scoprisse gli imbocchi ed individuasse gli accessi al sottosuolo.

Si poteva ovviare all’inconveniente con una ventilazione forzata delle gallerie, sistemando alle aperture posteriori degli enormi mantici da fucina che pompavano aria attraverso tubature in latta o in cuoio fino al punto desiderato.

Oltre ai pozzi di aereazione, ne esistevano altri di maggior diametro, posti in corrispondenza delle opere di superficie: tramite essi diventava possibile, dall’alto dei bastioni, comunicare con i minatori all’interno dei cunicoli e dirigere con cura il posizionamento delle mine. I pozzi agevolavano anche il rifornimento delle fortificazioni esterne, senza dover uscire dal perimetro della fortezza.

L’esistenza di due piani di galleria di contromina puòsembrare piuttosto strana, ma occorre precisare che ognuno di essi aveva una funzione ben distinta: il piano superiore serviva principalmente per l’ascolto dei lavori del nemico, in modo da poter poi approntare le contromisure necessarie; l’ascolto fatto a 14 metri di profondità, nella capitale bassa, sarebbe stato poco efficace nei riguardi degli scavi che l’awersario faceva in prossimità della superficie. Inoltre la minore profondità della capitale alta facilitava l’impiego delle mine contro ogni tipo di lavoro d’assedio, persino contro i soldati ben nascosti nelle postazioni avanzate.

Naturalmente la capitale alta era più esposta al pericolo di essere individuata dagli avversari che avrebbero potuto sfruttarla come mezzo di penetrazione nel sistema sotterraneo con assalti di granatieri: non sarebbe stato poi così difficile renderla inefficace con il brillamento di mine o addirittura con gli allagamenti.

Qualora si fosse presentata l’eventualità di un’occupazione avversaria del piano superiore, il livello più basso dei cunicoli avrebbe rappresentato una vera e propria difesa sussidiaria: essendo più esteso di quello superiore, e comunque meno individuabile, consentiva di prevenire le incursioni sotterranee fino ad oltre 400 metri di distanza dalla fortezza.

Tutte le gallerie capitali alte e le altre minori, erano collegate tra loro da una galleria anulare, la Magistrale-, essa seguiva, di massima, il tracciato del fossato al di sotto della strada coperta, per una lunghezza di due chilometri e mezzo: così i minatori potevano agevolmente spostarsi da un settore all’altro della Cittadella sotterranea senza risalire in superficie.

Spesso i cunicoli erano sostituiti, nei punti nei quali la minaccia era meno probabile, da semplici aperture praticate nel rivestimento delle gallerie, dalle quali si sarebbe poi partiti in caso di necessità, con altri rami o gallerie da costruirsi al momento ed armarsi semplicemente con travature in legno.

Tutta la rete sotterranea, infine, era dotata di pozzetti di drenaggio delle acque meteoriche, di cisterne per raccogliere l’acqua potabile, di un gran numero di nicchie praticate nei muri ad intervalli regolari per le lanterne. Altre ampie camere adibite a deposito munizioni o materiali completavano la città sotterranea.

Insomma, un vero e proprio labirinto nel sottosuolo, mantenuto in piena efficienza dagli architetti militari e dai numerosi minatori che lo controllavano giorno dopo giorno. L’assedio del 1706 dimostrerà come sia stata determinante la presenza di un tale apparato fortificato sotterraneo, costato non pochi sacrifici per le finanze del tormentato Stato Sabaudo.

 

Gli infernotti di Torino

 

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C’è stato un tempo in cui la conservazione di cibi e bevande rappresentava per le famiglie un problema di non facile soluzione, vuoi per la quantità di vivande bastevoli per i numerosi nuclei dell’epoca, vuoi per la temperatura necessaria a preservare le scorte alimentari.

In Piemonte, in città come nelle campagne, per far fronte a questi problemi di conservazione, nella seconda metà del XIX secolo si escogitò un sistema ingegnoso e molto efficace: l’infernòt.

Funzione dell’infernotto

L’infernotto è un locale sotterraneo, privo di luce e di aereazione diretta, scavato nella pietra arenaria o nel tufo, al fine di conservare vino e cibarie. Nato insieme alla cantina, presto si differenzia da quest’ultima, diventando una stanza adibita principalmente alla conservazione delle bottiglie di vino.

Il termine dialettale piemontese infernòt pare derivare dall’antico provenzale enfernet, parola che indicava la prigione e dunque una stanza angusta e buia. L’etimologia stessa lo distingue quindi dalla cantina, un locale sì sempre sotterraneo, ma solitamente di dimensioni decisamente più ampie.

Costruiti “alla buona”, da persone spesso prive di nozioni di ingegneria, gli infernotti hanno resistito a decenni di umidità grazie alla consistenza della pietra in cui sono stati scavati, giungendo sino ai giorni nostri.

A camera singola, multicamera, semplicemente scavato nella roccia o dotato di corridoi e scaffali: ogni infernotto era diverso dagli altri. Alcuni erano persino dotati di ghiacciaia, il che consentiva al proprietario di conservare, oltre al vino, anche tipologie di cibo deperibili.

In collina e in città

Gli infernotti nascono nelle campagne piemontesi, vista la tradizione vinicola della Regione, ma presto si sviluppano anche nelle città, a Torino in particolar modo.

Per quanto riguarda le campagne, una zona ricca di infernotti è quella del Basso Monferrato: Ottiglio, Grazzano Badoglio, Vignale Monferrato conservano diversi esempi di queste stanze ricavate sottoterra; l’intero Piemonte è in ogni caso costellato di infernotti: la zona del Canavese e quella delle Langhe astigiane conservano molti infernotti, differenti per modalità di costruzione e dimensioni.

Non tutti sanno però che anche a Torino esistono gli infernotti e qui hanno contribuito ad amplificare le storie misteriose legate alla città ed al suo lato magico. Contrariamente alla loro versione di campagna, gli “inferrotti di città”, che venivano costruiti sotto i palazzi, non limitavano la loro superficie all’area sottostante l’edificio ma si diramavano lungo le strade circostanti. Sembra che alcuni collegassero zone diverse della città e fossero usati in vari periodi storici come nascondigli o vie di fuga dai carbonari, ma anche da criminali.

Non solo magia dunque, ma anche tanta storia perché, secondo varie fonti, questi infernotti furono protagonisti delle vicende legate alla carboneria in epoca risorgimentale. In questo periodo di cospirazioni e società segrete sembra che, ad esempio, gli infernotti del Caffè del Progresso (locale in corso San Maurizio dove erano solito riunirsi i carbonari torinesi) fossero talmente estesi da permettere ai ricercati, in caso di irruzione delle guardie sabaude, di raggiungere il cuore di corso San Maurizio, la Fetta di Polenta o addirittura le vecchie gallerie di mina e contromina scavate durante l’assedio del 1706. Sempre nel periodo risorgimentale sembra che altri infernotti, utilizzati come rifugio e via di fuga dai mazziniani, si trovassero sotto un edificio in via delle Orfane. O ancora dal cimitero di San Pietro in Vincoli sembra che fosse possibile raggiungere via Garibaldi (via Dora Grossa all’epoca) camminando letteralmente sotto la città.

Successivamente a questo intenso periodo, gli infernotti non furono più usati come nascondiglio da esuli e appartenenti a società segrete, ma iniziarono ad alimentare storie legate a misteriose apparizioni, magia, ma anche a storie di piccola criminalità cittadina. Durante la seconda guerra mondiale, gli infernotti torinesi furono usati come rifugi antiaerei di fortuna.

Negli anni successivi, alcuni degli infernotti cittadini furono riconvertiti in luoghi di incontro culturale e locali mondani (teatri, ma anche discoteche). Tra questi ricordiamo gli infernotti di Palazzo Carignano sede dell’Unione Culturale creata nel secondo dopoguerra da alcuni intellettuali come Cesare Pavese e Norberto Bobbio. Agli infernotti di Palazzo Saluzzo Paesana sono invece legate, purtroppo, storie di cronaca nera cittadina.

 

Il mostro di Piazza Savoia: un serial killer torinese di inizio secolo scorso

 

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Era il 12 gennaio 1902, Torino era coperta da una grande nevicata che per la sua entità aveva persino danneggiato numerosi tetti e cornicioni. Alla neve si era aggiunta una nebbia pesante, bassa e giallognola.

Nell’attuale piazza Savoia, all’epoca piazza Paesana, stavano giocando alcuni bambini.

Tra questi vi era Veronica Zucca, figlia del proprietario dell’antistante bar Savoia.

La piccola non era in quel momento accompagnata dal fratello Giulio di 7 anni, né dalla sorella gemella di 5 anni e mezzo.

Dato che si stava facendo tardi e il clima era estremamente rigido, Veronica venne chiamata a gran voce dalla madre perché rientrasse. La bambina era abituata a giocare sulla piazza, ma era solita tornare al primo richiamo dei genitori.

Fu così che la madre della piccola si preoccupò subito, non vedendola rincasare. Si precipitò dai commercianti vicini, ma tutti risposero la stessa cosa: avevano visto Veronica fino a pochi minuti prima, ma era poi sparita nel nulla.

La nebbia e la neve non facilitavano la ricerca ed offrivano uno scenario inquietante. Ormai si era fatto tardi e si fecero le prime ipotesi.

Si disse che Veronica si fosse smarrita, ma era poco credibile.

La bambina conosceva bene quella zona, non si sarebbe mai persa per quelle strade, in più non si allontanava mai. L’unica possibilità plausibile era terrificante: Veronica era stata rapita. Alcuni nomadi erano stati visti in zona e questo sembrava dare corpo alla teoria.

Il secondo sospetto ricadde sul sedicenne Alfredo Conti, ex dipendente del bar Savoia, che una volta licenziato aveva minacciato di farla pagare al vecchio datore di lavoro. Vi fu anche una dubbia testimonianza oculare di Conti che avvicinava la bambina e le chiedeva di fare da intermediario con una terza persona che gli doveva dei soldi. Una vicenda poco credibile.

Il ragazzo fu rintracciato ed arrestato per qualche giorno, ma alla luce di un buon alibi fu rimesso in libertà.

La notizia che aveva scosso la città, riempiendo le pagine dei giornali e mobilitando folle di curiosi si perse nella memoria in poco tempo e le indagini dovettero ripartire da zero.

Arrivò aprile e un gruppo di operai venne chiamato ad eseguire dei restauri presso il sontuoso palazzo Saluzzo Paesana edificato nel 1715, celebre ancora oggi perché per anni ha ospitato dapprima il cinema Alpi e poi il Chaplin.

Uno dei falegnami aveva bisogno di nuove assi di legno e sotto consiglio di altri andò a cercarne negli scantinati del palazzo dei Marchesi. Addentrandosi in questi “infernotti”, come venivano chiamati all’epoca, fu colpito da un forte olezzo proveniente da un angolo.

Trovò un cassettone che ricordava una bara sopra al quale era stato collocato un vaso per i fiori. Sollevando il coperchio rimase attonito: c’era il corpo di una bambina. Il falegname chiamò i presenti terrorizzato.

Furono in diversi a riconoscere Veronica.

La bambina sembrava quasi dormisse e che non avesse subito una morte violenta. All’obitorio la rimozione della muffa raccontò una storia ben diversa. La piccola vittima era stata trafitta da sedici coltellate.

Era rimasta poi per tutto quel tempo a pochi passi dal bar dei suoi genitori, come per ironia del fato. Il mistero di via della Consolata riprese vita.

Gendarmi e carabinieri erano alla spasmodica ricerca di un colpevole, cosa che conduce spesso a errori giudiziari. Si giunse all’arresto del padre di Veronica perché nelle sue testimonianze si era contraddetto più volte. Venne arrestato nuovamente anche il cameriere Conti, in seguito alla testimonianza di Giulio, fratellino della vittima.

Il bambino poi ammise di essersi inventato tutto ridendo. Ancora una volta le indagini erano ad un punto morto.

Si puntarono i riflettori su Carlo Tosetti, cocchiere dei Marchesi del palazzo.

Questi essendo una persona estremamente riservata ed emotivamente vulnerabile non provò nemmeno a difendersi. Venne messo agli arresti e vi restò 45 giorni. I giornali lo chiamavano già “il mostro” e Tosetti era moralmente devastato. Il vero omicida era ancora indisturbato e divertito dalla vicenda si aggirava per la zona di piazza Savoia.

Carlo Tosetti venne rilasciato per insussistenza di prove, ma per l’onta non si sentì di riprendere il lavoro a Palazzo Paesana e si trasferì.

Giunse il maggio del 1903 quando Teresina Demaria, una bambina di cinque anni figlia di un gasista residente nel palazzo Paesana scomparve mentre stava giocando con altri bambini. L’allarme si diffuse: c’erano troppe similitudini con la vicenda di Veronica. Si organizzarono subito battute di ricerca, ma furono tutte infruttuose.

Il portinaio del palazzo volle tornare a esaminare la cantina del primo ritrovamento, ma nonostante la perizia nella ricerca non vi trovò nessuno.

Il portiere cercò di dormire, ma tutta la notte ripensò all’accaduto. Al mattino, spinto dal suo intuito volle tornare negli infernotti. Vide subito una pila di cuscini e su di essi Teresina.

Era stata colpita da tre pugnalate, ma grazie al custode fu salvata in extremis. Fu lo stesso portiere a risolvere il caso. Affermò che il colpevole non poteva essere che un certo Giovanni Gioli, lo spazzaturaio ventiquattrenne che il giorno prima gli aveva chiesto le chiavi della cantina.

Quest’ultimo era noto in zona per essere una persona inaffidabile e pericolosa e, come disse la madre stessa: “un po’ tardo, anche scemo”. Confessò senza nemmeno capire il suo crimine: “Il coltello non tagliava, serviva solo a bucare”.

Il 14 gennaio 1904 in Corte d’Assise rideva e mangiava pane. Non gli venne riconosciuta l’infermità mentale, ma fu condannato solo a 25 anni e due mesi di reclusione.

All’uscita dal tribunale i carabinieri dovettero evitarne il linciaggio, ma la città, almeno per un po’, poté tornare a dormire sonni tranquilli. Come recitava La Stampa di quel giorno: “Giustizia è fatta. Per 25 anni Giovanni. Gioli non commuoverà più la vita cittadina con nuovi mostruosi delitti; per 25 anni le madri torinesi non avranno più a temere, da lui, offese alle loro creature.” Forse fu la Giustizia Divina ad agire perché dopo soli otto anni di reclusione Gioli morì in carcere.

 

Una seduta satanica nei sotterranei di Torino raccontata da Alberto Bevilacqua

 

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Cominciò con una rissa. Durante un rito satanico. Per me, Satana è semplicemente una curiosità filologica: Shaitan è il nome caldeo dato al dio adorato dagli Yezidi della Mesopotamia inferiore, sorgente della tradizione sumera. La versione biblica degrada un dio che, in origine, non era affatto un angelo del male. I maghi demenziali che, nei secoli, hanno cercato la conoscenza lungo vie sinistre e oscure, ne hanno fatto una realizzazione della perversità, creandone al tempo stesso un fascino che ha ispirato terrore e giustificato le nefandezze della Santa Inquisizione, della stregoneria, della magia nera e delle arti malvagie.

Ho amato un Papa, Paolo VI, che mi ha concesso la sua stima e la sua amicizia. Per quanto potevano valere le mie parole, le mie lettere, l'ho supplicato di evitare il , famoso pronunciamento sull'esistenza del Diavolo. Avrebbe aizzato, a mio avviso, ed è infatti accaduto, l'autosuggestione di cui si nutre il satanismo come religione di materia, trasgressione, turpe carnalità. I riti satanici si sarebbero moltiplicati nel mondo. Nessun'altra epoca ha contato tante persone insicure, facilmente plagiabili. E dunque era fatale che esse andassero a infoltire le sette grossolane che a fare da altare pongono una donna nuda, affermando: "La donna è il naturale ricettacolo passivo e rappresenta gli inferi della Madre Terra".

Io detesto ogni tenebra. Detesto ogni Chiesa Nera e sono mosso da furore contro gli organizzatori del satanismo contemporaneo, più preoccupati di soddisfare certe inclinazioni erotiche e spremere denaro che di inscenare le loro cerimonie secondo le antiche tradizioni pagane. Hanno compito facile.

Quanti uomini portatori di perversioni, violentatori in potenza, misogini senza dolore, voyeurs, trovano l'ambiente ideale in riti che  assommano droghe, attività sessuale incontrollata, brutalità portata al massimo grado, evocazioni di spiriti diabolici.

E quante donne contrabbandano, in quei luoghi orribili, le proprie voglie oscene: spudorata ninfomania, esibizionismo; le donne che quando tradiscono un uomo vanno cercando scuse psicologiche e sentimentali, trovano in Satana un alibi perfetto...

Di fronte a tanta umanità detestabile, provo pena per il povero dio sumero, sfruttato e violentato, lui per primo.

Mi sono lasciato trascinare al rito satanico con la precisa intenzione di scatenare la rissa. Mi sono portato la pistola che, da quando la depressione mi ha assalito, tengo in un cassetto del mio tavolo di lavoro. In realtà, anche la pistola è un'amica della mia solitudine, perché so che non la userò mai per uccidermi; essa serve solo per il gusto morboso di accarezzare l'idea, come accarezzo lei, che chiamo "la mia amante signora Luger con cui rimando sempre il momento dell'amplesso", quando ogni mattina la scarico, ne lubrifico i congegni, la ricarico, con la pazienza che uso nell'allineare le penne facendone cabalistiche geometrie.

Con la pistola in tasca, e il mio furore, mi sono inoltrato nel sotterraneo, alla periferia della città.

Le donne, che ancora non distinguevo nel buio corridoio che immetteva nella sala del rito, sussurravano intorno: "Il Bello! Il Maschio!" Era l'uomo che mi faceva strada, e che avrebbe guidato la cerimonia.  Passando, egli accarezzava via via i seni delle adepte assiepate ai lati in sua adorazione, con gesti di benedizione carnale.

Colui che aveva venduto l'anima alle Potenze del Male, aveva piuttosto l'aspetto di un attore cinematografico e di un copulatore superdotato. Mi stringeva la gola un odore misto di sudore, sangue, profumi femminili.

Per quanta sprezzante ironia uno possa ostentare, in circostanze simili, c'è sempre un momento in cui un terrore prevale sulla ragione, appunto perché "senza ragione", come quello di un bambino assediato dai fulmini.

Raggiunta la sala, di fronte agli arredi e alle candele nere, all'enorme simbolo fallico ottenuto da una croce col legno trasversale mozzato, mi sono ritrovato come nella "Casa dell'odio e del tradimento", centro medianico del male nel Pellicano di Strindberg, il quale sostiene che il male, quando è troppo, si trasforma nell'Assoluto dell'allucinazione.

Da un lato, uomini e donne si atteggiavano come il demone dipinto sulla parete, col volto bianco e da scimmia, accerchiato da una muta di cani adoranti; l'immagine appariva ancora più mostruosa in quanto l'umidità aveva raschiato i colori.

Dal lato opposto, donne nude, evidentemente signore della società bene, e numerose ragazze, anche molto giovani, in tuniche corte e trasparenti, aspettavano immobili nel buio: di essere possedute, forse, violentate.

Due presenze mi hanno sconcertato. Una ragazza dai grandi occhi chiari, e che parevano puliti da una testarda innocenza; quando i nostri sguardi si sono incrociati, ho avuto l'impressione che un rossore di vergogna le avvampasse il viso, ma probabilmente era il riflesso di una torcia.

E poi il profilo di un giovane, che ho afferrato in una frazione di secondo, mentre attraversava un lampo di luce per riaffondare nelle tenebre, in cui mi è parso per un attimo di riconoscere un conoscente.

Fece il suo ingresso la donna destinata a servire da altare. Era ben fatta, più alta delle compagne. Aveva grossi seni, le gambe lunghe e i polpacci forti, da ballerina. Ha sorriso invitante quando ha visto che i presenti si avvicinavano, contemplandole il corpo. L'hanno circondata mormorando una disgustosa parodia di una litania cristiana. Le adepte l'hanno aiutata a distendersi supina.

E difficile trovare un raffronto alla rappresentazione che, da quell'istante, ha preso vita sull'altare trasformato in palcoscenico. Mi chiesi, guardando la protagonista del rito satanico, come facciano le donne ad assorbire quei falli enormi: con quale dilatazione, non dico degli orifizi, ma della coscienza. Come riescano a sopportarne le cariche brutali, divaricate sulle ginocchia, la testa inchiodata all'ingiù, nella posizione di chi aspetta di essere decapitata, senza lasciarsi sfondare o spezzare le ossa.

Il sacerdote demone osannato come il Magnifico Maschio, impugnava e affondava il grande simbolo fallico. E fu ad un certo punto, con l'orrore che mi attanagliava, che afferrai d'istinto il primo calice a portata, dove c'era del sangue, umano credo, e ne scagliai il contenuto in faccia a colui che per le adepte era il Magnifico, e presi a strappare via gli arredi neri, le candele nere, a spezzare il Cerchio Magico indegno di questo nome, a scaraventare a terra una serie di simboli fallici.

Mi furono addosso. Con tale furia che avrebbero potuto farmi a pezzi. Non me ne importava: che ci provassero, a farmi del male, ad offuscare con le loro tenebre la luce del mio contagio magico che, più che mai, mi splendeva nella mente.

Sono arrivati i primi colpi: nelle reni, in pieno viso. Anche da me, ora, colava sangue. Mi sono specchiato, con la mia faccia insanguinata, nella faccia che avevo insanguinato.

Ho levato dalla tasca la pistola. A usare un'arma mi ha insegnato mio padre; o meglio, l'uomo d'avventura che ha abitato in mio padre. Mi hanno fatto largo. Mi sono salvato la vita per un soffio.

Ho sparato alla cieca contro l'imboccatura del sotterraneo, l'intero caricatore, non tanto per terrorizzare gli adepti che erano rimasti imprigionati sul fondo, dentro il loro buio, quanto perché vedendo le schegge di muro che schizzavano via, mentre mi lacerava i timpani il rimbombo degli scoppi nello spazio angusto, capivo fino a che punto fosse orribile l'idea che avevo accarezzato, con un gusto compiaciuto e controverso della depressione e della solitudine: appoggiare quell'arma alla mia tempia, e premere il grilletto. Ho raggiunto la mia automobile, tremando, reggendomi a malapena sulle gambe, con una voglia smisurata di vita.

 

Osterie nel sottosuolo: la Crota Paluch

 

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Ecco, dai ricordi di Vittorio Messori, una osteria situata in un profondo crottone, la Crota Paluch.

“A proposito di operai o, se vuoi, di «proletari». Mi viene in mente che, proseguendo per quella stessa via Venti Settembre in direzione di Porta Nuova e restando sullo stesso marciapiede di destra, poco prima di arrivare al cinema Reposi (il non plus ultra della modernità, resta incerta la pronuncia, su cui si discuteva: Rèposi o Repòsi?), in un vecchio edificio poi abbattuto, su una porticina stava scritto «Crota Paluch». Che significasse "Paluch" non l'ho mai saputo. So che, varcando la porticina, la "crota", la cantina, c'era davvero, al fondo di un paio di rampe di ripide scale. Un'osteria incredibile, ma non di quelle finte, folkoristiche, non un locale furbo e ipocrita come i tanti che sono venuti molto dopo, tipo le «hostarie» per turisti a Roma o Firenze. Era una bettola autentica, sopravvissuta non so come nel centro elegante, e dove i «tomini elettrici» e le "anciue al vert", le acciughe al verde, si accompagnavano a barbera e, soprattutto, a grappa, tantissima grappa, per la quale la "Crota" era famosa. Tra i ricordi che ormai pochi torinesi possono esibire c'è anche questo: essermi affacciato, curioso e un po' timoroso, da quelle scale e avere intravisto - nel fumo delle Alfa e delle Nazionali, fumo che non so che sfogo trovasse, in un sotterraneo senza finestre - la folla di popolani veri, che al massimo venivano dal Monferrato e dal Vercellese, non ancora dalla Sicilia. Né addirittura, cosa del tutto impensabile, dal Maghreb o dalle Ande, che conoscevamo soltanto perché De Amicis le aveva legate agli Appennini nel suo «racconto mensile». Sul lato della questura che dà su via Grattoni (l'hanno già notato in troppi, troppo facile tornarci sopra: i poliziotti nella via dei «grattoni») c'era un portoncino nello stile di quel palazzo anni Venti. Accanto all'ingresso, una targa, piuttosto pretenziosa, in marmo, con lettere in bronzo che annunciavano: «Ufficio stranieri». Ci passai davanti infinite volte, anche nella prima metà dei Sessanta, visto che Alessandro Galante Garrone abitava proprio in via Grattoni e più volte, quando facevo con lui la tesi di laurea, mi accolse - signorilmente e cordialmente - nella sua casa. Ebbene, non solo non vidi mai aperta quella porta, ma sui due gradini cresceva indisturbata l'erba. Uno straniero che avesse avuto bisogno di andare in questura era un ectoplasma che credo non si fosse mai materializzato, a Torino. E se proprio capitava, passava dal portone su corso Vinzaglio, come tutti. Giusto come adesso, insomma...”

 

fonti:

Vittorio Messori, Il mistero di Torino, versione eBook, posiz. 67,5

 

Le ghiacciaie di Torino

 

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Portone che diremmo “storico” è quello del numero 32 di via delle Orfane: pochi metri e già rivela, con evidente pendenza, di portare verso il sottosuolo. A quattro piani di profondità, ci si trova in gallerie scavate nei terrapieni, fra i muri di eccezionale spessore. Si è nel “ventre oscuro” di Torino, nelle enormi ghiacciaie utilizzate un tempo per conservare le derrate alimentari, poi vendute ai mercati. È l’antico colossale “frigorifero” di Torino. Qui s’avverte davvero la sensazione di smarrirsi. Oggi vi sono magazzini, con un traffico di ascensori e di montacarichi che stupisce. Solo una parte dei corridoi è percorribile. Molti si perdono nell’oscurità e la torcia elettrica illumina un fondo che non c’è, un infinito buio. Qui il periodo romano di Torino si fonda con quello medievale e con i muri all’inizio dell’ottocento.

Pavimenti a raggi, tutti in pietra, di buona fattura, sono al centro di sale che si susseguono per un lungo cammino. Le ghiacciaie erano parzialmente fuori terra e risalgono al Settecento. Furono coperte dopo il prolungamento di via Sant’Agostino, nel 1887.

Gli ampi scantinati di via delle Orfane sono in parte utilizzati dai venditori ambulanti di Porta Palazzo. Sopra vi è la piazza intitolata a Emanuele Filiberto, con ampi portoni sotto i quali brillano altarini devozionali con piccole luci dinanzi a ritratti della Vergine Consolata, patrona della città.

 

fonti:

Renzo Rossotti, Guida insolita di Torino, p. 284

 

Le cripte delle chiese

 

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Torino è una città speculare, i cui edifici si rispecchiano sul piano verticale con una serie di piani sotterranei, gli infernotti e una fitta trama di gallerie.

E’ così ad esempio che sotto le chiese dei vivi ci sono le chiese dei morti, le antiche cripte in cui venivano inumati i nobili o i ricchi borghesi e i religiosi,  o marcitoi, come li chiamavano i monaci, dove molte persone venivano interrate con abito da francescani. Nel Seicento, secolo dal gusto barocco per la morte e la decomposizione, gruppi di nobili vi scendevano per ascoltare prediche sulla brevità della vita, e vi si tenevano anche lezioni di catechismo. Molti nobili e borghesi pagavano addirittura profumatamente per farsi seppellire in abito francescano, sperando così di ingannare il diavolo.

Il sottosuolo della maggior parte delle chiese situate nel centro di Torino offre a chi si inoltra nei sotterranei un interessante insieme di cripte, quasi tutte chiuse e non accessibili, adibite un tempo a luogo di sepoltura di illustri personaggi. Sotto via Garibaldi (l'antica via Dora Grossa) (v. Vie), importanti le cripte della chiesa di San Francesco d*Assisi, nella via omonima, sull’angolo, appunto, di via Garibaldi, quella dei padri Gesuiti, sotto la chiesa dei Santi Martiri, quella mollo antica della chiesa di San Dalmazzo, ma, nei pressi, sono pure rilevabili le cripte della parrocchia del Carmine e quella della chiesa di San Domenico. Nei sotterranei del Carmine vennero depositati i legni con cui veniva allestita la forca per le esecuzioni capitali (v. Boia).

I viadotti sotterranei corrono sotto via Corte d'Appello, con i lugubri scantinati del vecchio Palazzo di Giustizia, via Santa Chiara, via San Domenico.

Non privo di sorprese il sottosuolo del santuario della Consolala e delle strette vie nei dintorni della chiesa.

Nei pressi di piazza Savoia, sull’angolo con via della Consolata, 10 storico Palazzo Paesana è legato al «mostro dai piedi di fatino», Il folle che portava le bambine negli “infernotti” per poi sopprimerle.

Anche in questa zona sono state erette barriere fra le cantine, soprattutto per misure di sicurezza. In caso contrario, sarebbero comunicabili i sotterranei degli antichi Quartieri, in via del Carmine, con lunghi corridoi attraverso i quali si potrebbe raggiungere e oltrepassare il Rondò della Forca, già luogo di pubbliche impiccagioni, e puntare verso i sotterranei di via Cigna, sino a sfiorare la cripta della basilica di Maria Ausiliatrice, pure ricca di sorprese.

Nel sottosuolo della chiesa è collocato un ricco reliquario, con molte tangibili memorie del mondo salesiano. La cripta della chiesa di San Filippo lascia ammirati per la sua ampiezza e la stessa via Maria Vittoria che corre dinanzi al tempio, dipartendosi da piazza San Carlo per puntare verso la riva del Po, pur interrotta da non pochi ostacoli, è di buon interesse per un’esplorazione nel sottosuolo.

Sotto il duomo, nelle gallerie più o meno ampie che vengono a unire il tempio a Palazzo Reale, antichi cimeli e tesori si sovrapponevano in un disordine a cui di tanto in tanto si è cercalo di porre rimedio, fra i sepolcri disseminati in una confusione che lasciava perplessi. Non si può dimenticare che, per un certo periodo, il Duomo venne adibito a sepolcreto di numerosi principi sabaudi (v. Chiese, Duomo). L’incendio che distrusse la cupola del Guarini e che mise in pericolo la Santa Sindone (v.), custodita nell’altare sottostante, e quindi, i lavori che permisero ugualmente l’ostensione della reliquia nella prima metà del 1998, hanno consentito un ampio restauro ed anche un riordino di quanto si trovava nel sottosuolo. In un angolo vi erano gli addobbi che vennero usati per i lontani funerali di un arcivescovo di Torino, poi quelli di re Carlo Alberto e, ancora, per altri Savoia. Succede in questi edifici storici ciò che avviene nelle famiglie: per il principio di non buttare via nulla, ci si ritrova poi con la cantina gremita di un'oggettistica a cui risulta difficile offrire una collocazione ideale.

Riordinato di recente il sotterraneo che ospitava gli impianti di riscaldamento della vicina reggia. Qui il visitatore sosta scoprendo ambienti di cui non supponeva resistenza. Un passaggio unisce la base del campanile alle cripte del sottoduomo, dove molte antiche tombe sono purtroppo state rimosse in una ristrutturazione globale. In un affresco abbastanza nitido, la morte con la falce in pugno evoca cieli tempestosi dell'Apocalisse e il Giudizio finale.

Rimossi pure pesanti drappi cremisi adorni di nodi Savoia. Erano in un angolo, accatastati da chissà quanto tempo. Probabilmente ornavano la cappella reale, a sinistra dell’altar maggiore, da cui i sovrani assistevano alle funzioni. La cappella, nella memoria dei documenti reperibili, venne rinfrescata almeno cinque volte e i velluti furono cambiati perché ingrigiti dalla polvere scesa sugli ori e sulla corona regia. Gli addobbi troppo vecchi finirono nel sotterraneo, per non distruggerli, rinviandone la pulitura a un futuro imprevedibile. Ugualmente per un pesante catafalco nero, utilizzato visibilmente più volte, per un grosso scrigno, che farebbe pensare ai riti della Settimana Santa e all’allestimento del Santo Sepolcro. Chi viene chiamato alla guida del Duomo raramente è curioso a proposito delle intenzioni dei suoi più lontani predecessori.

C’è chi è stato parroco del Duomo e non ha mai avuto occasione, preso dalle cure dell’incarico, di scendere nei sotterranei a dare un’occhiata alle cripte.

 

I sotterranei dei palazzi storici

 

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Di particolare importanza i sotterranei di grandi edifici d’importanza storica, come il Palazzo Reale, Palazzo Chiablese, la chiesa di San Lorenzo, dove fu ammassato nel corso di anni ciò che rimase dell’arredo urbano provvisorio, impiegato per congressi, manifestazioni d’inizio secolo, fino alle celebrazioni del 1961 per il centenario dell’unità nazionale. Palazzo Madama (v. anche Spiritismo) è servito spesso da “magazzino” sotterraneo e vi vennero raccolti perfino, per qualche tempo, doni di capi di Stato in visita a Torino e albi d’onore colmi di firme illustri.

Nel 1995 una torre e una porta romana furono scoperte sotto l’Armeria Reale. Erano parte del lato est della cinta romana, lungo il perimetro che già vide affiorare altri resti di mura in piazza Castello e nell’ala sotterranea del Museo Egizio. La porta era un passaggio secondario nelle mura, quattro metri di profondità, sotto la manica che unisce l’Armeria a Palazzo Reale.

Ad alcuni metri di profondità, sotto il piano di calpestio della Piazza Castello, Palazzo Madama cela ancora i suoi segeti Una lunga opera di restauro ne sta riportando lentamente alla luce le testimonianze. Una scala medioevale conduce alla base del sotterraneo, dove esiste ancora il selciato romano. Ci sono voluti più di venticinque anni di lavori per realizzare un percorso archeologico di accesso ai grandi saloni situati a livello del fossato che circonda il Castello su tre lati, che erano destinati a depositi e magazzini.

 

Dagli anni di piombo alle olimpiadi del 2006: il pericolo che viene dal sottosuolo

 

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La presenza di cunicoli e ambienti sotterranei nel sottosuolo di Torino ha provocato notevole allarme nelle autorità durante gli anni del terrorismo, perché si temeva che potessero servire per depositi di armi, nascondigli, o anche per provocare esplosioni.

La stessa paura è riaffiorata durante le Olimpiadi del 2006, durante la preparazione delle quali gli stupefatti Torinesi hanno visto inchiodare tutti i tombini e i passaggi che conducevano al sistema fognario o al sottosuolo.

Né si tratta di una paura isolata: nelle grandi città come Parigi e Londra unità specializzate pattugliano i cunicoli e il sistema fognario principale allo scopo di prevenire intrusioni. In quest’ultima città pare che addirittura si servano di mini-hoovercraft.

Nella storia dell’uomo la paura delle aperture sotterranee ha sempre fatto parte dell’immaginario e del patrimonio folkloristico, e anche la città non fa eccezione a questo timore ancestrale.

 

 

 

 

 

TORINO CITTA’ DELLA CARTA STAMPATA

 

Le librerie antiquarie a Torino

 

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Nel panorama importante della Torino antiquaria, le librerie sono sempre state una presenza forte: grandi e piccole, specializzate in libri moderni o antichi, fianco a fianco con le librerie modernissime dove si comprano gil ultimi best-seller, se ne trovano in quantità nel centro di Torino.

Negli anni ’60 il principe dei librai antiquari era la libreria antiquaria Bourlot che sotto i portici, in bacheche alle colonne, esponeva soltanto alcuni pezzi pregiati, mentre la vendita era in stanze riservate e ovattate al «piano nobile» del palazzo. Per Luigi Einaudi o per Benedetto Croce sarebbe stata impensabile una venuta in città senza una visita da Bourlot. Proprio accanto alle stampe antiche e alle cinquecentine (quando non a qualche incunabolo) di Bourlot, ecco il gioiello della confetteria Stratta. C’era poi Pregliasco, davanti all'Accademia Albertina, e ancora altre, tra cui Atlantis, Il Cartiglio, Studio Giorgio Maffei e molte altre, che soddisfano tutti i gusti dei collezionisti esigenti, e periodicamente prendono parte alle principali fiere mondiali, come quella di New York.

 

fonti:

Vittorio Messori, Il mistero di Torino, versione eBook, posiz. 324,1

 

Torino capitale degli almanacchi

Ci vollero anni, secoli, prima che la carta stampata entrasse nelle famiglie contadine, contadine, sia per il costo, sia per l’incapacità di leggere e scrivere. Possiamo però pensare che tra le prime pagine impresse a stampa ci fosse l’almanacco, ricco di preziose informazioni, tra cui anche quelle relative alle date di fiere e mercati.

Pur continuando la tradizione - di cui si è già parlato - dì seguire il ritmo di giorni e mesi facendo riferimento ai vari santi corrispondenti, il libretto annuale, che era già un appuntamento consueto per le famiglie più abbienti, a partire dai primi decenni del Novecento iniziò ad essere acquistato anche dai contadini, che vi trovavano notizie di vario genere.

L’alfabetizzazione era ormai capillare e poter leggere utili notizie di carattere agrario, oltre al calendario, diventò poco per volta un’abitudine che si rinnovava ogni anno. Ovviamente ciò fu possibile grazie all’adattamento che si fece dei primi tipi di almanacchi, che a partire dal Settecento iniziarono a diffondersi in Italia.

Prima di allora esistevano pubblicazioni annuali, che per gli argomenti trattati e il taglio decisamente dotto erano destinati solo a certe categorie, come i nobili, il clero e la ricca borghesia. Oltre al calendario, i santi, le feste religiose, le fasi lunari, orario del sorgere e tramontare del sole, riportavano infatti anche le date di nascita dei vari regnanti e dei loro familiari; appunti che potevano ovviamente interessare un pubblico di un elevato ceto sociale. In seguto, visto il notevole interesse suscitato da queste pubblicazioni, si cominciò a dare notizie più specialistiche rivolte a una ben precisa categoria. Il tema variava ogni anno, così risultava interessante conservare il librettoper potrlo consultare in caso di necessità; d'altra parte, il Settecento è il secolo dell'Enciclopedia, e l'almanacco voleva anche essere un piccolo trattato enciclopedico.

Ci furono almanacchi che trattavano di medicina, o altri più generici, che davano anche informazioni dettagliate su fatti riguardanti una grande città come Torino, con avvenimenti importanti o indirizzi utili.

Il precursore degli odierni libretti, rivolti a un mondo contadino sempre più aggiornato sulle tecniche agronomiche, fu il Calendario Reale Georgico ossia almanacco di agricoltura ad uso principalmente degli agronomi piemontesi, realizzato dalla Reale Società Agraria di Torino e pubblicato per la prima volta nel 1791.

Come veniva specificato nel titolo, pur trattando di problematiche agrarie, non poteva essere alla portata degli agricoltori, ma di chi queste nozioni le aveva studiate in modo approfondito. Quanto si legge in questo almanacco, oggi sarebbe persino troppo semplice per un agricoltore al passo con i tempi, ma più di due secoli fa era una miniera di notizie da considerarsi di alto livello tecnico.

Si trattava infatti di una pubblicazione annuale realizzata da un’associazione accademica che credeva fortemente nella cultura enciclopedica e nel suo continuo aggiornamento scientifico. E in mezzo alle varie nozioni agrarie, in certi anni veniva riportato anche l’utile elenco delle Fiere principali negli Stati di S.M.R. di qua da’Monti, informazione che nei secoli successivi divenne immancabile per ogni almanacco.

Il merito principale del Calendario Reale Georgico fu quello di rivolgersi volutamente non alla gente comune, ma ai grandi proprietari terrieri, per spronarli a migliorare le condizioni dell’agricoltura piemontese dell’epoca. Questa stava attraversando una ben percepibile crisi, dovuta al fatto che i nobili latifondisti si erano trasferiti in città, lasciando la conduzione delle loro terre in mano ad affittuari che, oltre a seguire con poca passione le pratiche agrarie, sfruttavano i lavoranti e non si curavano di nessun miglioramento fondiario. Non mancavano, quindi, per ogni anno di uscita di questa pubblicazione, importanti argomenti agronomici di ogni genere, rivolti anche ai parroci, affinché li diffondessero con parole più semplici tra i piccoli agricoltori. Costoro, non sapendo leggere né scrivere, avrebbero potuto solo in questo modo essere informati su nuove tecniche e problematiche agrarie.

Non fu comunque questa pubblicazione a dare inizio all’usanza sempre più diffusa di riportare, oltre al calendario con notizie su santi, sole e luna, anche sintetiche ma utili nozioni di agricoltura. Esistevano già, fin dall’inizio del Settecento, altri esempi di popolare divulgazione agraria, soprattutto orticola, senza però grandi pretese scientifiche, che si limitavano a riportare quanto ogni contadino di allora già ben conosceva.

Tra questi, un almanacco semplice, che aveva l’intento di arrivare anche nelle case della gente comune, venne dato alle stampe nel 1701 a Torino, con il titolo di Almanacco Universale Sopra l'Anno 1701 del Gran Chiravalle (sic) Nel quale si vedranno le varietà de’tempi, li discorsi in ogni quarto di Luna. Successivamente cambiò denominazione, fino a quella attuale, che è II Gran Pescatore di Chiaravalle, almanacco popolare dicultura, agricolo astronomico astrologico, continuando ad essere stampato con pochi cambiamenti nella struttura che aveva più di trecento anni fa.

Nelle tante pagine che lo compongono, si possono leggere argomenti di ogni tipo, risultando quindt una miniera di ^formazioni spicciole Sili a tutti. Un prezioso compagno per tutto l’anno, con il calendario affiancato da moltissimi suggerimenti pratici, e soprattutto l’immancabile elenco di fiere e mercati riguardanti tutta la parte occidentale della pianura padana.

L’esempio fornito da questo almanacco fu ben presto seguito da altri stampatori torinesi, che iniziarono a pubblicare libretti ancora più semplici, e destinati anche a persone che a stento sapevano leggere; come L’almanacco delle fiere, che nel 1783 a Torino veniva stampato da cinque diversi editori, per un totale di circa 50.000 copie.

In ogni caso si trattava di opuscoli di basso costo, con notizie su santi, feste religiose, lune, e l’elenco di fiere e mercati di Torino e della sua provincia. Non mancavano poi i semplici lunari, che si limitavano ad indicare le varie fasi del nostro satellite nel corso dell’anno, fornendo la comodità dell’utile e seguita informazione per adeguare molti lavori al particolare aspetto della Luna, senza dover scrutare il cielo di notte.

In tempi più recenti, un’altra pubblicazione fortunata, che si è fatta subito apprezzare dal mondo contadino, è l’almanacco di Frate Indovino, stampato a Perugia. Spedito capillarmente nelle famiglie soprattutto dei paesi, che generalmente facevano un’offerta spontanea di denaro, fin dalla sua comparsa, nel 1945, ebbe grande considerazione, in quanto riporta le previsioni del tempo per ogni mese, cosa decisamente importante per chi d ila terra deve ricavare di che vivere. Queste, pur con una buona dose di imprecisione, diventano quindi un riferimento molto seguito, senza stare a pensare che non è possibile rendere omogenee le previsioni meteorologiche per un territorio vario come l’Italia.

Ma è sufficiente che ogni tanto quanto pronosticato avvenga davvero per decretare la saggezza del frate preveggente; pochi percepiscono che questa previsione del tempo, generalizzata per un’area decisamente vasta, è tutto sommato un segno dello scollamento dalla propria cultura contadina. Un fatto certamente non voluto da chi cura la pubblicazione, ma l’impostazione nazionale anziché locale ha contribuito a staccare il mondo rurale dalle sue conoscenze tradizionali. Nelle famiglie contadine si va cancellando la consuetudine di tramandare ì precisi proverbi sul tempo e la conoscenza dei giorni di marca.

Vengono ritenute più valide le dettagliate informazioni meteorologiche televisive, che oggi sono sempre più seguite da tutti e che danno maggiori garanzie per programmare i lavori dei campi. Fortunatamente, però, anche chi si occupa di elaborare le previsioni del tempo sta diventando consapevole che una saggezza contadina di mi enni non deve essere dimenticata. Così, capita sempre più frequentemente che nel commento meteorologico scritto, particolarmente quando questo è riferito al territorio locale venga riportata la citazione di quanto era scolpito nella memoria di chi ha preceduto ed e stato tramandato per secoli. Il ritmo del tempo, sia quello astronomico che quello meteorologico continuano a viaggiare abbastanza coordinati tra loro, e ad essi si affianca quello di fiere e mercati.

 

Il Salone del Libro si presenta (dal sito web ufficiale)

 

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la più grande fiera dell'editoria italiana

Siamo quelli che ogni maggio, da trentadue anni, riescono nell’impresa titanica di raggruppare in un’ex fabbrica automobilistica di Torino tutta l’editoria italiana, dai grandi gruppi agli indipendenti (1200 in tutto), e di connetterla con scrittori, librai, bibliotecari, agenti, illustratori, traduttori. Il Salone del Libro è il luogo dove s’incontrano tutte le parti della filiera editoriale, compresa la più importante: il pubblico (lo scorso anno, ad esempio, abbiamo avuto ben 148.000 visitatori). È questo incrocio a rendere unico il Salone: per cinque giorni, chi fa i libri e chi li legge abitano sotto lo stesso tetto.

un festival internazionale della cultura

Quell’ex fabbrica automobilistica si chiama Lingotto Fiere, e ogni anno per cinque giorni diventa la nostra casa. Chiunque ami i libri e la cultura non può non esserci: presentazioni, convegni, appuntamenti, dibattiti, spettacoli, relatori e circa 2.000 ospiti da ogni parte del mondo, per un totale di 1.200 eventi. Negli anni passati abbiamo avuto con noi alcuni autori che hanno fatto la storia della letteratura del Novecento: un percorso che va da Iosif Brodskij, che ha inaugurato la prima edizione, a Wole Soyinka, tra i più autorevoli ospiti di quella dello scorso anno. E ancora: Herta Müller, Orhan Pamuk, Salman Rushdie, Richard Ford, David Grossman, Marilynne Robinson, Mo Yan, Emmanuel Carrère, Javier Marías.

un'occasione professionale unica

Far sì che i professionisti del mondo della cultura si conoscano e lavorino insieme: ecco come nasce il SalTo Rights Centre, lo spazio in cui gli addetti ai lavori s’incontrano e si confrontano per lo scambio dei diritti di edizione e traduzione, e per la realizzazione di film, serie tv e animazione. Di norma abbiamo con noi editori e agenti da 40 paesi del mondo: lo scorso anno, ad esempio, ci sono stati 3.500 incontri one-to-one che hanno coinvolto circa 5.700 operatori.

un importante progetto educational

Tutti gli anni ospitiamo al Salone decine di migliaia di bambini, ragazzi e adolescenti fino ai vent’anni. L’anno scorso abbiamo coinvolto circa 22.000 studenti, di cui 7.400 dal territorio nazionale. A ognuno di loro, con il sostegno della Compagnia di San Paolo, da più di dieci anni dedichiamo un’area di oltre 4.000 metri quadrati nel Padiglione 2, con allestimento e scenografia curati dal Dipartimento Educazione del Castello di Rivoli. Dentro una cornice così bisogna fare le cose per bene, e allora organizziamo per i ragazzi un palinsesto culturale ricco di grandi ospiti, centinaia di ore di laboratori gratuiti (dall'illustrazione alla scienza, dal mondo digitale al fumetto), librerie, giochi e appuntamenti per formare i lettori di domani, con una particolare attenzione ai libri per i bambini diversamente abili.

Stare in mezzo ai ragazzi e coinvolgerli nella lettura, però, non ci piace solo nei cinque giorni del Salone: il nostro è un impegno che portiamo avanti nelle scuole e con le istituzioni per tutto il resto dell’anno, sviluppando iniziative e progetti che hanno al centro i giovani lettori. Alcuni esempi? C’è il Premio Nati per leggere, per insegnare alle famiglie l'importanza della lettura fin dalla culla; ci sono i gruppi di lettura nelle scuole e nelle biblioteche; il Bookblog gestito dagli studenti; e soprattutto l'iniziativa Adotta uno scrittore che ogni anno porta decine di celebri autori nelle scuole superiori del Piemonte.

un evento mediatico di grande risonanza

Tra stampa (12.400 uscite complessive) e social (230.000 utenti sul nostro sito), in quei giorni di maggio parlano tutti di noi. Cosa si fa al Salone, che succede al Salone, chi ha detto cosa al Salone… Una bella festa insomma. Senza contare quello che succede sulle nostre pagine Instagram, Facebook e Twitter (lo scorso anno, quasi 3 milioni di interazioni per l’hastag #SalTo19).

 

fonti:

https://www.salonelibro.it/ita/

 

Le Biblioteche a Torino: un giacimento culturale inesauribile

 

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Oltre alla ricchissima rete delle Biblioteche Civiche, a cominciare dalla Biblioteca Centrale, con 3 milioni di volumi, a Torino sono aperte al pubblico per la consultazione tutte le numerose biblioteche delle facoltà universitarie, tra cui la Biblioteca Norberto Bobbio. Ci sono poi biblioteche specializzate, come quella del Centro Teologico di Corso Stati uniti o la biblioteca del Centro Luigi Firpo, specializzata in storia delle idee e della dissidenza religiosa.

Cornici suggestive offrono la Biblioteca Reale e la Bibliteca Universitaria nazionale, con saloni amplissimi che si affacciano su vie storiche di Torino.

 

I libri sotto i portici e i mercatini dell’usato

 

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L’amore di Torino per i libri si vede anche dai portici gremiti di bancarelle di libri usati, a cominciare dallo storico “Gorilla” all’imbocco di via Cernaia, di fronte al palazzo della RAI, per arrivare a Via Po. In Piazza Arbarello c’era una struttura coperta che ospitava il mercatino dell’usato, ma purtroppo è stata tolta.

Periodicamente si tengono manifestazioni librarie sotti i portici, come “Portici di Carta“, che ha costituito la libreria più lunga del mondo. Ovviamente a Torino.

 

Il Circolo dei lettori: una istituzione ormai diventata storica di Torino

 

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C era una volta... un re, direte voi. Non proprio, c’era una volta il nobile abate Marco Antonio Graneri della Rocca, che tra il 1682 e il 1699 si era fatto costruire dall’architetto Gian Francesco Baroncelli un palazzo che poteva gareggiare in bellezza con quello del re, un po’ appartato ma non lontano da piazza Castello, su un’area precedentemente occupata dal vallo delle fortificazioni che proteggevano il cuore della città. È piuttosto strano, stando alle regole, che un edificio che viene comunemente ritenuto il più sontuoso dopo quello che ospita la reggia ducale sia stato commissionato da un abate appartenente a una famiglia di Ceres, che nel 1520 non aveva ancora qualifiche nobiliari e di cui si sa che Giovanni Graneri, figlio del capostipite Giacomo, era di mestiere “fucinatore” nel borgo montano di Lanzo, ovvero trattava ferrami e acciaierie. Potenza del denaro, è il caso di dire, se anche in quei secoli una professione borghese come il commercio di ferraglie poteva permettere a qualcuno di arrivare a fasti nobiliari! Finite le feste dell’antico regime, le vaste sale del palazzo vennero occupate dagli uffici dei ministri dello stato costituzionale, poi, ai tempi della Belle Époque, dal Circolo degli artisti, che ne fecero la sede dei loro incontri e uno spazio espositivo.

Attraverso tutte queste vicende e le diverse funzioni che l’edificio ha ricoperto nel tempo, la sontuosa struttura si è conservata benissimo, dal giardino ai cortili interni per le carrozze, al percorso di rappresentanza scandito da atrio, porticato, scalone, loggia e salone centrale, agli ambienti interni con le pareti damascate, le porte dorate, i preziosi pavimenti intarsiati e gli arredi. Ma era come immalinconita e ricoperta da un velo di polvere. Poi, grazie a un’iniziativa intelligente e originale, da qualche anno, da quando cioè ospita il Circolo dei lettori, il palazzo ha iniziato una vita completamente nuova. Senza formalità, senza bisogno di tessere, di iscrizioni o di biglietti d’ingresso, tutti possono entrare in quegli spazi un tempo riservati a pochi. Immaginate di essere un po’ stanchi, o sfaccendati, o di cattivo umore, o di non sapere come passare un pomeriggio. Basta entrare nel circolo per sentirsi a casa. Si può scegliere di sprofondarsi in una poltrona con un libro o un giornale e leggere in silenzio, ma non in solitudine, perché nella poltrona accanto c’è qualcuno con cui scambiare un’occhiata, un sorriso. Secondo l’invito dell’opuscolo che introduce alle attività del circolo ricorrendo a suggestioni proustiane, qui si può sospendere il tempo dei “mediocri incidenti” della vita quotidiana e volteggiare osservandoli come dall’alto, lasciandosi trasportare dalla lettura in altri mondi, dove incontrare altre persone e pensieri diversi dai propri. È un’esperienza che tutti i lettori conoscono, ma che nell’ambiente del circolo si carica di complicità con gli altri ospiti e introduce all’esperienza, assai meno comune, della lettura collettiva. Questa è, in fondo, la ragione per cui il circolo è nato e che gli ha portato fortuna.

Oltre a immergersi nel proprio libro, è possibile partecipare alle attività dedicate alla lettura ad alta voce e alla lettura condivisa. Circa 400 lettori al giorno ascoltano scrittori, attori, ed esperti di narrazione, leggere testi ad alta voce, e a gruppi si scambiano idee e commenti. Si tengono letture sceniche, spettacoli di teatro narrativo, ci sono giornate dedicate a un tema, a un autore, sedute di lettura in lingua originale, letture con accompagnamento musicale di sottofondo, letture per bambini, letture erotiche, mostre itineranti, serate dedicate alla riflessione su eventi di attualità. Capita di incontrare personaggi del mondo culturale o dello spettacolo che si trovano al circolo per presentare un libro o tenere una conferenza o per partecipare a una delle cene letterarie (cena medioevale, cena proustiana, cena dell’accademia della cucina, cena delle ricette del cuore...). Non ci sono soltanto libri al circolo, ma una miriade di occupazioni piacevoli. Basta procurarsi il programma delle attività mensili. Si può partecipare a un’ora di yoga e lettura su dondoli di giunco (al sabato mattina, su prenotazione), si gioca a biliardo, si fa uno spuntino al bar, si prende un tè con paste di meliga e baci di dama o, in attesa della cena, l’aperitivo letterario. Infine, nei locali del piano ammezzato, non bisogna perdere il Ristorante del Circolo dei lettori (ricordandosi di prenotare!) per almeno due o tre buone ragioni. In un ambiente caldo e accogliente vi guardano, mentre aspettate di essere serviti, gli oltre 150 autoritratti dei pittori piemontesi che sono stati soci del Circolo degli artisti, collocato attualmente in un’altra ala del palazzo, e la carta del ristorante è davvero ricca, segue il mutare delle stagioni, e si accompagna a una carta dei vini altrettanto interessante. Il tutto a prezzi contenuti.

“Leggere dappertutto. Leggere tutti. Non lasciar solo nessuno”. Questo si propone di fare la Fondazione con una serie di iniziative di responsabilità sociale che mirano a coinvolgere chi, troppo spesso, rimane ai margini della società. Poiché i libri, come le storie che racchiudono, sono un bene comune che può e deve essere condiviso, la Fondazione li porta laddove ce n’è più bisogno. Perché i libri possono diventare uno strumento efficace di inclusione.

Grazie ai volontari per la lettura, le storie raggiungono gli ospedali del territorio. Attraverso progetti, scrittori e intellettuali, arrivano nelle carceri, per dialogare con i detenuti, perché cittadinanza e partecipazione sono un reale bisogno anche all’interno di quelle mura.

Per quanto riguarda le nuove generazioni, la fondazione crea per gli studenti delle scuole occasioni di crescita e scoperta del mondo, letterario e non.

La Fondazione offre occasioni di crescita e scoperta attraverso l’incontro con chi, di mestiere, scrive storie. I migliori scrittori e scrittrici italiane incontrano studenti e  studentesse per misurarsi con loro a partire dai temi di romanzi di oggi e di ieri e scoprire l’affascinante mondo della produzione letteraria.

Perché i ragazzi approfondiscano argomenti intra ed extra curriculari in maniera nuova e originale, per coinvolgerli nell’esplorazione di tutta la bellezza e gli stimoli che ogni racconto (letterario e di vita) nasconde.

Non mancano occasione per approfondire temi di educazione civica così come la partecipazione a progetti che mettano i ragazzi al centro dell’azione di riscoperta di se stessi e del proprio ruolo nel mondo.

 

La Scuola Holden e Alessandro Baricco

 

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Alessandro Baricco (Torino, 25 gennaio 1958), scrittore, saggista, critico musicale e conduttore televisivo italiano, non ha bisogno di presentazione. Torinese DOC, è tra gli alunni famosi del Liceo Alfieri. Dopo la laurea in Filosofia ha iniziato la propria carriera di scrittore pubblicando saggi di critica musicale e poi esordendo nella narrativa con Castelli di rabbia nel 1991 grazie al quale si aggiudica il Prix Médicis étranger e partecipa alla selezione finale del Premio Campiello dello stesso anno. Dal 1996 alla produzione letteraria Baricco affianca quella di autore teatrale, con il testo Davila Roa, portato in scena da Luca Ronconi

Successivamente si è occupato della trasposizione cinematografica del romanzo Seta e si cimenta anche nella regia con Lezione ventuno, del 2008.

Ma Baricco è anche un appassionato promotore del libro e dell’amore della lettura con programmi di successo come Pickwick, del leggere e dello scrivere su Rai3, e Totem, su Rai2. Nel 2017 Baricco torna su Rai3 con la riproposizione televisiva dello spettacolo Steinbeck, Furore, la lettura del romanzo Furore di John Steinbeck accompagnata da una selezione musicale di Francesco Bianconi, leader dei Baustelle.

Attualmente ospitata dalla ex Caserma Cavalli in Piazza Borgo Dora, la Scuola Holden è divenuta una delle istituzioni culturali della città. E’ stata fondata a Torino nel 1994 da Alessandro Baricco, l'attuale Preside, insieme ad Antonella Parigi, Dalia Oggero, Marco San Pietro e Alberto Jona, e prende nome dal protagonista del romanzo Il giovane Holden di J.D. Salinger[1], il ragazzino che detestava la scuola, gli insegnanti, le materie di studio e gli esami.

La Scuola è articolata in sette college (Brand New, dedicato alla comunicazione d'impresa; Cinema; Digital; Reporting; Scrivere; Serialità & Tv; Storytelling).

 

Le case editrici storiche di Torino

 

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einaudi

La famiglia torinese degli Einaudi ha avuto due illustri membri: Luigi Einaudi (nato a Carrù, studi al liceo Cavour di Torino) è stato il primo “vero” presidente della Repubblica, dal 1948 al 1955, dopo il mandato temporaneo di De Nicola. Giulio Einaudi ha invece fondato l'omonima casa editrice nel 1933, ad appena 21 anni. Nel 1935 fu arrestato e inviato al confino dal regime fascista, a cui si opponevano gli esponenti della casa editrice torinese. Nel dopoguerra, tra le pubblicazioni più note la prestigiosa collana “I Millenni”, con edizioni di pregio, illustrate e corredate di critica; e “Scrittori tradotti da scrittori” con una serie di grandi romanzi tradotti da Natalia Ginzburg, Primo Levi, Cesare Pavese, Italo Calvino e altri grandi nomi dell'Einaudi. Nel 1994 passa a Mondadori, nel 1999 muore Giulio Einaudi, ma la torinesità rimane ancora con la presidenza dello storico e docente universitario torinese Walter Barberis.“

 

marietti

per esempio, quella Marietti alla quale accennavo, fondata nel 1820, una delle due o tre al mondo ad avere il titolo ufficiale di «editrice pontificia», quindi autorizzata dalla Santa Sede a stampare messali e altri libri liturgici per ogni continente. Ovunque, nel mondo, le messe sono state celebrate per un secolo e mezzo esponendo sull'altare pagine stampate a Torino, alla Crocetta, nel delizioso castelletto neogotico (semidistrutto dalla guerra) dove la Marietti aveva uffici e tipografia.

 

viglongo

Fondata nel 1945 dal libraio Andrea Viglongo pubblica opere in lingua piemontese e classici di autori nati e vissuti in Piemonte. Importanti sono le raccolte delle opere di Nino Costa, Luigi Gramegna ed Emilio Salgari.

 

utet

Questa casa editrice ha due date di “nascita” o per meglio dire di fondazione: il 1791 e il 1854. La prima si riferisce all'apertura della libreria della famiglia Pomba in contrada Po (oggi via Po, mentre l'abitazione era in piazza Bodoni, vicino a via Pomba); la seconda alla fondazione vera e propria della Unione Tipografico Editrice Torinese, creata da Giuseppe Pomba, subentrato nel 1814 al padre Giovanni nella libreria poi diventata tipografia, stamperia e casa editrice. Rilevata dalla De Agostini nel 2002, nella sua storia spiccano la Biblioteca e l'Enciclopedia Popolare nell'800 e il Grande Dizionario della Lingua Italiana, la cui redazione avviata da Salvatore Battaglia nel 1961 e terminata nel 2002 con la direzione di Giorgio Bàrberi Squarotti; successivamente il linguista Tullio De Mauro ha curato il Grande dizionario italiano dell'uso (Gradit).“

 

paravia

La storia del rapporto tra Paravia e libri inizia poco dopo quella di Pomba: nel 1802 la tipografia e libreria Zappata, in contrada Doragrossa (via Garibaldi) viene rilevata da Giovanni Sebastiano Botta, Francesco Prato (morto poco dopo) e Giovan Battista Paravia, amministratore dell'attività precedente. La libreria Paravia (in piazza Arbarello 6 angolo via Bligny), dopo un periodo di crisi negli anni '70 del Novecento, è ancora oggi un punto di riferimento per studenti e lettori. La casa editrice (amministrata poi da Giorgio figlio di GB), specializzata in pubblicazioni scolastiche e scientifiche, si è fusa con la Bruno Mondadori nel 2000 ed è stata acquisita nel 2006 dal gruppo anglo-americano Pearson. Tra le pubblicazioni più note di Paravia, il Campanini Carboni, storico dizionario di latino pubblicato da Paravia fin dal 1911.“

 

lattes

È una delle più antiche e longeve case editrici “familiari” di Torino: fu fondata nel 1893 in via Garibaldi 3, dove Simone Lattes (membro di una famiglia spagnola esiliata in Piemonte: il nome deriva da un paese vicino Montpellier) aprì la storica libreria omonima, venduta nel 1965 pur conservando il nome fino a una decina d'anni fa, quando è arrivato un negozio di utensili e arredi (Muji). La casa editrice è diretta ancora dalla famiglia Lattes, con Renata figlia di Mario (nipote di Simone), presidente dal 1982 fino alla morte nel 2001. Fin dagli inizi la Lattes si è dedicata ai libri universitari e poi all'editoria scolastica, che ne rappresenta tuttora il cuore dell'attività.“

 

boringhieri

La storia di questa casa editrice torinese inizia nel 1957, quando viene fondata la Editore Boringhieri per iniziativa di Paolo Boringhieri, collaboratore della Einaudi per cui dirigeva le pubblicazioni scientifiche. E proprio dall'Einaudi vengono rilevate le prime quattro collane di testi divulgativi e sociali: Einstein, l'opera completa di Freud, Jung e molti altri autori scientifici vengono pubblicati da Boringhieri. La svolta arriva nel 1987 quando Romilda Bollati di Saint Pierre, proprietaria di altri due marchi storici di Torino (seppur in altro ambito) come Carpano e Baratti, acquisisce il 90% della società e la affida al fratello Giulio, dando così vita alla Bollati Boringhieri. Poco dopo Boringhieri si ritira dalla società e morirà nel 2006; Giulio Bollati invece muore nel 1996, non prima di aver riorganizzato la sua casa editrice intorno a quattro aree: Arte e letteratura, Storia, filosofia e scienze sociali, Scienze e psicologia; nella riorganizzazione, Giulio Bollati aggiunge inoltre alla saggistica la collana Varianti, per la narrativa e i reportage. Nel 2009 la casa editrice torinese è passata al Gruppo Editoriale Mauri Spagnol.“

 

sei

Un discorso a parte per questa casa editrice particolare. Fu fondata nel 1908 accanto al Santuario di Maria Ausiliatrice, la basilica nel quartiere Valdocco voluta nel 1868 da san Giovanni Bosco, fondatore dei salesiani. L'ubicazione non è casuale: la SEI infatti è di proprietà della Congregazione Salesiana, e oltre ai testi scolastici ancora oggi il catalogo contiene moltissime opere religiose, un po' come avviene per un'altra antica istituzione religiosa, culturale e commerciale di Torino, la Libreria Claudiana.“

 

Le librerie storiche di Torino

 

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druetto

Questa libreria, che ha cessato l’attività recentemente, era posta su più piani in Piazza CLN, ed era un punto di riferimento per le novità librarie di Torino.

 

lattes

Sita in Via Garibaldi, su più piani, questa grande libreria era ricca di titoli non solo della casa editrice, ma di una grande varietà di edizioni di saggistica, narrativa e libri per bambini.

 

comunardi

All’imbocco di Via Bogino, aperta fino a mezzanotte, era specializzata soprattutto su politica, storia, filosofia, cinema, teatro, fumetti e saggistica.

 

fogola

La Libreria Dante Alighieri di Fogola, in Piazza Carlo Felice, oltre che vendere libri per gli studenti, aveva più piani con un ottimo assortimento di libri

 

cortina

La libreria Cortina era specializzata in pubblicazioni universitarie e scientifiche, ed era all’angolo di Corso Marconi e Via Ormea.

 

zanaboni

Ricca di pubblicazioni di viaggio e turismo e di dizionari, era in Corso Vittorio Emanuele, poco lontano dalla Stazione di Porta Nuova

 

petrini

Sita sotto i portici di Via Cernaia, all’altezza di Piazza Solferino, aveva un’ampia scelta di libri nazionali e internazionali.

 

luxemburg

Nominata nel Marzo 2015 dal giornale argentino Clarín come una delle 10 librerie più belle del mondo, la lbreria Luxemburg, un tempo conosciuta come Libreria Casanova, è aperta dal 1872 ed è la libreria più antica della città. Al suo interno da sempre vengono organizzate presentazioni di libri ed eventi culturali. Un vero punto di riferimento per gli amanti della letteratura. Libreria ben fornita e grandissima selezione di libri in lingua (inglese, francese, spagnolo, tedesco, russo, polacco, giapponese, cinese e tanto altro).

 

giappichelli

La piccola libreria con gli arredi originali della prima metà del Novecento, zeppa di libri e manuali universitari è il punto di riferimento di tutti gli studenti torinesi.

 

paravia

La libreria Paravia ha dovuto recentemente chiudere per la concorrenza di amazon, dopo essersi spostata da Via Garibaldi in Piazza Arbarello. Era stata fondata nel 1802, e la seconda libreria più antica d’Italia,

 

Da Emilio Salgari a Giovanni Arpino; la Torino degli scrittori piemontesi

 

Torino e il romanzo popolare

 

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Pochi sanno che la letteratura di appendice dell'Ottocento trova a Torino uno dei suoi principali centri. Accanto a Napoli, che annoverava Matilde Serao, Palermo con Luigi Natoli, Milano, con Liala, Francesco Mastriani ed Emilio De Marchi, scrissero a Torino Carolina Invernizio, Emilio Salgari, Dino Segre (“Pitigrilli”), Luigi Pietracqua, Luigi Gramegna e altri meno conosciuti. Se alcuni di questi autori, come Pietracqua e Gramegna, non acquisirono la notorietà dei loro colleghi più famosi fu solo per una caratteristica peculiare delle loro opere, ripubblicate attualmente dalla casa editrice Viglongo: esse sono in gran parte scritte in dialetto piemontese.

 

Libri ambientati a Torino

 

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Memoriale

Memoriale è il primo romanzo di Paolo Volponi, pubblicato originariamente nel 1962. Il tema principale attorno al quale ruota il testo è l'alienazione del lavoratore, con particolare riferimento all'Italia nel boom economico del secondo dopoguerra.

Il paggio del Duca

Romanzo di Alexandre Dumas padre ambientato a Torino al tempo di Emanuele Filiberto

A che punto è la notte (romanzo)

A che punto è la notte è un romanzo giallo di Fruttero & Lucentini del 1979. Nel 1994 ne è stata tratta un'omonima miniserie televisiva Rai, diretta da Nanni Loy e interpretata da Marcello Mastroianni.

Amore e ginnastica (romanzo)

Amore e ginnastica è un romanzo dell'autore italiano Edmondo De Amicis del 1892. Nel 1973 ne è stato tratto il film omonimo, diretto da Luigi Filippo D'Amico.

Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia

Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia è un romanzo di Leonardo Sciascia pubblicato per la prima volta nel 1977 da Einaudi e ispirato all'omonima opera di Voltaire.

La donna della domenica (romanzo)

La donna della domenica è un romanzo giallo di Fruttero & Lucentini, pubblicato nel 1972. Il romanzo è ambientato a Torino e narra dell'indagine del commissario Santamaria sull'omicidio dell'architetto Garrone, personaggio che conduce una vita di squallidi espedienti a margine della Torino "bene".

Le due città (romanzo)

Le due città è un romanzo di Mario Soldati, pubblicato presso Garzanti nel 1964. È un romanzo forte, figlio dell'indifferenza, permeato di opportunismo, in bilico tra le due città di Torino e Roma che rappresenteranno momenti diversi della vita di Emilio, il protagonista con diversi tratti autobiografici dell'autore, e del suo modo di essere, nonché forse di due epoche diverse.

La giornata d'uno scrutatore

La giornata d'uno scrutatore è un romanzo pubblicato da Italo Calvino nel 1963. Libro cerniera nell'opera intera di Calvino, contiene nuclei e tematiche appartenenti a diverse fasi, dando così continuità ed integrità alla produzione letteraria calviniana. Racconto (o romanzo breve) certamente pensoso e sofferto (Calvino impiegò dieci anni a realizzarlo - dal ‘53 al ‘63), mostra tutti i sintomi di una crisi su diversi fronti, uno dei quali è quello dell'impegno politico dell'autore.

Lessico famigliare

Lessico famigliare è un romanzo autobiografico di Natalia Ginzburg, pubblicato da Einaudi nel 1963, anno in cui ha vinto il Premio Strega.

Mia madre l'oca

Mia madre l'oca: Perché uccidere la madre? La storia di un matricidio gratuito, maturato inesorabilmente nel retroterra della Torino del dopo '68 è un romanzo di Giulio Barattieri, scritto tra gli anni Settanta ed Ottanta e pubblicato nel 1982 per Rizzoli. Dietro Giulio Barattieri, che è da considerarsi uno pseudonimo, si celerebbe una nota firma del giornalismo italiano.

La solitudine dei numeri primi

La solitudine dei numeri primi è il primo romanzo di Paolo Giordano. Romanzo di formazione, narra le vite parallele di Alice e Mattia attraverso le vicende spesso dolorose che ne segnano l'infanzia, l'adolescenza e l'età adulta.

La spiaggia

La spiaggia è un romanzo dello scrittore Cesare Pavese pubblicato nel 1942 dalle edizioni di "Lettere d'oggi" e scritto tra il novembre del 1940 e il gennaio del 1941.

Fai bei sogni

Fai bei sogni è un romanzo autobiografico di Massimo Gramellini pubblicato nel 2012 per Longanesi. L'autore racconta il proprio percorso interiore per superare il dolore e il senso di abbandono dovuto alla morte della madre sopraggiunta quando lui aveva nove anni.

La suora giovane

La suora giovane è un romanzo breve di Giovanni Arpino (1927-1987) pubblicato a Torino da Einaudi nel 1959. Nel 1960 il romanzo raggiunge la finale del Premio Strega, poi attribuito a Carlo Cassola.[1] È stato tradotto in inglese, francese, tedesco, svedese e spagnolo

Tra donne sole

Tra donne sole è un romanzo dello scrittore Cesare Pavese, scritto tra il 17 marzo e il 26 maggio del 1949 che conclude il trittico intitolato La bella estate.

Tutti giù per terra (romanzo)

Tutti giù per terra è un romanzo di Giuseppe Culicchia del 1994. Da questo romanzo è stato tratto l'omonimo film, diretto da Davide Ferrario e interpretato da Valerio Mastandrea.

Vestivamo alla marinara

Vestivamo alla marinara è un romanzo autobiografico scritto da Susanna Agnelli, in cui racconta le vicende della sua infanzia e dei suoi fratelli Gianni Agnelli, Umberto Agnelli e Giorgio Agnelli.

Viaggio intorno alla mia camera

Viaggio intorno alla mia camera (Voyage autour de ma chambre) è un romanzo di Xavier de Maistre, scritto nel 1794 e pubblicato anonimo l'anno successivo in una edizione datata tuttavia 1794.

 

La Torino di Edmondo de Amicis

 

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Edmondo Mario Alberto de Amicis, l’indimenticabile autore del romanzo Cuore, che tutti i ragazzi una volta leggevano, ha lasciato numerosi scritti che descrivono la sua città di adozione, Torino, nella quale passò stabilmente gli ultimi 25 anni della sua vita, e la sua storia.

 

La Torino di Fruttero e Lucentini

 

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Carlo Fruttero e Franco Lucentini, abili giallisti, straordinari nel restituire nei loro romanzi l'anima della città di Torino: osservatori attenti della nostra società in anni di profondi mutamenti con particolare attenzione alla città di Torino, protagonista implicita dei loro più noti lavori. Tra le opere più importanti di questo sodalizio letterario, si ricordano: La donna della domenica (1972); A che punto è la notte (1979); Il palio delle contrade morte (1983); L’amante senza fissa dimora (1986); Enigma in luogo di mare (1991); Il ritorno del cretino (1992)

La donna della domenica, da cui è stato tratto un film con Marcelllo Maatroianni, Jean-Louis Trintignant e Jacqueline Bisset, ambientato in una Torino malefica e metafisica, è da molti considerato il capostipite del « giallo italiano ». La trama si snoda tra i vizi, l’ipocrisia, le comiche velleità e gli esilaranti chiacchericci che animano la vita della borghesia piemontese.

Carlo Fruttero nasce a Torino il 19 settembre del 1926. Si reca in Francia nel 1947 dove inizia a tradurre per Einaudi; nel 1952 incontra Franco Lucentini con il quale instaura un sodalizio letterario destinato ad avere un grandissimo successo. Dal 1961 al 1986 dirige, prima solo e poi con Lucentini, la collana Urania (Mondadori). Si spegne il 15 gennaio 2012 nella sua villa a Castiglione della Pescaia.

Franco Lucentini nasce a Roma il 24 dicembre del 1920. Debutta come narratore nella storica collana di Einaudi I gettoni. Negli anni ’50 incontra a Parigi Carlo Fruttero con il quale intraprende una fruttuosa e fortunata collaborazione letteraria. Muore il 5 agosto 2002 a Torino.

 

I primi giornali di Torino

 

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Dalla metà dell’ottocento in poi, Torino vede una notevole fioritura di giornali, quotidiani e periodici di ogni tendenza che rivelano nella maggior parte dei casi la presenza di una forza politica che si farà più marcatamente notare negli anni a venire. Giornali che nascono, talvolta per l’iniziativa di una personalità emergente, e si trovano costretti poi, talvolta in un breve spazio di tempo, a chiudere i battenti per mancanza di fondi.

Le testate più forti e, per un certo verso più rappresentative, mutano qualche volta la denominazione e giungono fino ai giorni nostri a testimoniare la presenza e la validità del giornalismo torinese, soprattutto negli anni che precedettero e prepararono il Risorgimento, poi mentre l’Italia unita nasceva e quindi dopo, quando la capitale fu spostata a Roma.

Di anno in anno, Torino mantiene una certa preminenza nel mondo della carta stampata grazie a firme prestigiose, legate al mondo della politica, dell’arte e della scienza. In ordine cronologico, alcune delle testate più significative:

1814. «Gazzetta Piemontese». Diventa quotidiano dopo avere seguito, con una diversa periodicità, anche come trisettimanale, le vicende della Rivoluzione francese; fu considerato quasi il giornale ufficiale dei Savoia.

1832. «Messaggiere Torinese». Ne ebbe la direzione uno scrittore geniale come Angelo Brofferio. Cessò le pubblicazioni nel 1849 per riprenderle nel 1850 con la testata «La Voce nel deserto », ancora diretta da Brofferio. 1836. «Letture Popolari». Rubriche di arti e mestieri carattcrizzano questo settimanale, di Lorenzo Valerio (1810-65). uomo politico, giornalista, scrittore tra i capi del movimento liberale piemontese durante il Risorgimento. Cercò con il giornale di rendere la gente comune più informata delle vicende politiche e più preparata a partecipare alla vita sociale. La rivista venne soppressa dalla censura nel 1842 ma Valerio, cambiata la testata in «Letture di famiglia», riprese coraggiosamente le pubblicazioni.

1846. «Mondo Illustrato». Vicino alle idee di Vincenzo Gioberti, andò avanti, con difficoltà, fino al 1861.

1847. «Il Risorgimento». Ebbe ispiratore, direttore e animatore il conte di Cavour, di cui rifletteva le opinioni. Giornale essenzialmente politico, aveva per editori Cotta e Pavesi©. Il quotidiano ebbe una innovazione giornalistica importante: per la prima volta compì la divisione delle notizie fra quelle che riguardavano l’“intemo” e quelle che concernevano 1’“estero". Nel numero del 30 aprile 1848 il giornale dava notizia dell’arrivo a Torino di Vincenzo Gioberti. «Il Risorgimento» cessò le pubblicazioni il 31 dicembre 1852.

1848. «La Concordia». Con la direzione di Lorenzo Valerio, apparve come giornale di ispirazione democratica, aperto ai tempi che stavano maturando. Fra i col laboratori, Federico Menabreae Roberto D’Azeglio.

1848. «L’Opinione». Va collocato tra i due giornali precedenti. Ebbe come primo direttore Giacomo Durando. Si sviluppò, con un discreto successo, nel clima fervido di idee del 1848, nel grande dibattito risorgimentale.

1848. «Il Fischietto». Importante come testata satirica e umoristica, ricco di illustrazioni e di piacevoli caricature. Brioso per il modo in cui impostava l’informazione politica e forniva commenti sulla situazione. Cominciò “a fischiare", come si disse a Torino, il 2 novembre 1848, nella casa di via Guardinfanti, la via Barbaroux di oggi, al numero 5, al primo piano, dov’era la Tipografia Cassone.

1848. «L'Italiano». Prenderà in seguito il nome di «La Gazzetta del Popolo» e otterrà una notevole diffusione a Torino, superando il periodo del regime fascista e gli anni del post-fascismo, per chiudere i battenti essenzialmente per difficoltà economiche. 1848. «L’Armonia». Fu diretto da un prete dinamico, giornalista battagliero, don Giacomo Margotti. La testata, letta per intero, forniva già il programma del giornale: «L’Armonia della Religione colla Civiltà». La comparsa di questo foglio segnò la presenza dei cattolici torinesi nel giornalismo risorgimentale. Il primo numero uscì il 4 luglio 1848. Tra i collaboratori, il teologo Gaetano Alimonda, poi arcivescovo di Torino e cardinale, e il marchese Gustavo di Cavour, fratello maggiore di Camillo, e don Antonio Rosmini. La redazione si trovava in casa Gazzelli, in via del Fieno 1, al secondo piano. Nel 1866 «L’Armonia» si spostò a Firenze, con la capitale, e nel 1870 cessò le pubblicazioni. Don Margotti morì a Torino, nella sua casa di via Gioberti 30, il 6 maggio 1887, dopo brevissima malattia.

1850. «La Campana». Prima bisettimanale, poi quotidiano, appoggiava la Chiesa ed era sostenuto da una parte di cattolici, anche con polemica vivacità.

1856. «Il Pasquino». Nato il 27 gennaio, aveva la direzione al numero 7 dell’attuale via Carlo Alberto, satirico e umoristico, venne definito “un vulcano in eruzione”. Gli uffici del giornale, in via Beata Vergine degli Angeli 1, furono poi trasferiti in piazza San Carlo 10. Si distinse per la vena polemica, soprattutto per le “sparate” di Casimiro Teja, caricaturista di eccezionale bravura, che impegnò non poco le autorità preposte alla censura.

1867. «Gazzetta Piemontese». Nel 1895 mutò testata e divenne l’attuale quotidiano «La Stampa», con sede iniziale in via Davide Bertolotti angolo piazza Solferino. Fu poi affiancato da «Stampa Sera», edizione del pomeriggio.

1869. «L’Arte in Italia». Rivista mensile di belle arti, presentava pregevoli xilografie nel testo e tavole staccabili. Riscosse un buon successo iniziale e proseguì le pubblicazioni sino al 1873.

1870. «Proletario Italiano». Espressione del primo movimento socialista torinese, si prospettò come novità “a sinistra”, diffuso fra le associazioni di categoria delle fabbriche meccaniche e tessili e ospitò pure notizie relative alla situazione dell’artigianato spicciolo.

1870. «L’Unione». Fu il giornale politico, aperto ai dibattiti, dedicato soprattutto agli insegnanti, con un notiziario rivolto specialmente a tale categoria.

1874. «La Voce dell’Operaio». Continua le pubblicazioni ai giorni nostri con la testata «La Voce del Popolo» come giornale diocesano torinese, volto alla parte più popolare del mondo cattolico.

1877. «La Gentildonna». Fu un mensile di moda, scienze e cultura, diviso in due parti ben distinte, una per la moda e una per la letteratura, considerato fra i primi tentativi di attrarre un pubblico femminile.

1878. «La Vita Torinese». Rivista interessata al teatro e al mondo dello spettacolo in genere, con notizie relative anche ai libri, alla letteratura e allo sport.

1880. «Archivio». Giornale di psichiatria e di antropologia criminale, offriva notizie in modo divulgativo. Fu diretto da Cesare Lombroso, capostipite ed espressione della scuola che identificava l’uomo portato a delinquere per certe caratteristiche somatiche.

 

La Stampa

 

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La Stampa fu fondata a Torino il 9 febbraio 1867 con il nome di Gazzetta Piemontese dal giornalista e scrittore Vittorio Bersezio e dal politico Casimiro Favale. Il motto del giornale era «Frangar non flectar» ("Mi spezzerò non mi piegherò") e il prezzo era di 5 centesimi di lire. Nei primi anni di vita il giornale uscì dalla tipografia di Favale, in via Dora Grossa, ebbe una tiratura di 7-8000 copie e due edizioni giornaliere, mattutina e pomeridiana. Nel 1880 la «Gazzetta Piemontese» fu acquistata dal deputato liberale Luigi Roux, che ne assunse anche la direzione. Tra i collaboratori del giornale spiccano i nomi dei deputati Silvio Spaventa e Ruggiero Bonghi.

Nel 1894 divenne comproprietario l'imprenditore e giornalista Alfredo Frassati, che affiancò Roux nella direzione. Da condirettore decise di rilanciare il giornale. La testata fu modificata in La Stampa Gazzetta piemontese, mentre motto e prezzo restarono immutati.

Il quotidiano apparve con la nuova testata che recava “La Stampa” come titolo e “Gazzetta Piemontese” come sottotitolo, il 1º gennaio 1895. Frassati trasferì poi la sede in un palazzo di piazza Solferino. Introdusse anche nuove tecnologie: arrivò la linotype, una delle prime in Italia (le linotype raggiungeranno il numero di trentasette).

In pochi anni la tiratura de La Stampa salì a 50 000 copie. Nel 1900 Roux cedette la proprietà della testata[9]: due terzi a Frassati e un terzo al finanziere E. Pollone. Frassati assunse così la carica di direttore e poté scegliere in autonomia la linea editoriale. Impresse una linea politica di sostegno a Giovanni Giolitti, di cui divenne uno dei maggiori sostenitori. Chiamò brillanti intellettuali come Luigi Einaudi, Francesco Saverio Nitti e Gaetano Mosca. Dette vita a un supplemento illustrato sportivo («La Stampa Sportiva», 19 gennaio 1902) e ad una rivista dedicata al mondo femminile («La Donna», 27 dicembre 1904)[10].

Il 12 agosto 1908 sparì il sottotitolo «Gazzetta piemontese» e rimase solo in evidenza La Stampa come unico titolo del quotidiano. La tiratura salì costantemente fino a sfiorare le 100 000 copie nel 1910, facendo della Stampa il primo quotidiano di Torino davanti alla Gazzetta del Popolo e il secondo del Nord. Di orientamento liberale, appoggiò la linea politica di G. Giolitti, sostenendo l’impresa libica e avversando, nel 1915, l’intervento in guerra dell’Italia.

Il 1º dicembre 1920 il gruppo finanziario-industriale Agnelli-Gualino acquistò la quota di Pollone insieme al diritto di prelazione sulle quote di Frassati. Dopo l'assassinio di Giacomo Matteotti (11 giugno 1924) il quotidiano si schierò su posizioni anti-mussoliniane. Per aver preso questa posizione, Frassati dovette cedere la proprietà del giornale a un gruppo gradito al capo del governo. Il 29 settembre 1925 il giornale venne sospeso (fu un avvertimento del regime). Quando tornò in edicola il 3 novembre, Frassati ebbe i giorni contati: rassegnò le dimissioni il 9 novembre 1925. Nel suo ultimo anno alla guida del quotidiano, «La Stampa» si era assestata su una tiratura di 176 000 copie[11]. Nel 1926 la FIAT (ovvero la famiglia Agnelli) ne rilevò la proprietà con l'avallo delle autorità fasciste. Il nuovo direttore, Andrea Torre, allineò il giornale sulle direttive del regime, ma il quotidiano perse copie, a favore del diretto concorrente «Gazzetta del Popolo», che lo superò diventando il primo quotidiano torinese.

Il 31 dicembre 1930 uscì il primo numero de «La Stampa della Sera» (dal gennaio 1937 «Stampa Sera»)[13], edizione pomeridiana e del lunedì del quotidiano torinese (giorno in cui tradizionalmente «La Stampa» non veniva pubblicata). Nel 1934 la sede del quotidiano fu trasferita in un grande palazzo che s'affacciava su via Roma con ingresso dalla Galleria San Federico. Con la direzione di Alfredo Signoretti le vendite de «La Stampa» cominciarono ad aumentare, dopo le sensibili riduzioni della tiratura verificatesi all'inizio del decennio. Nel febbraio 1943 «La Stampa» era stabilmente il secondo quotidiano italiano con 550 000 copie di tiratura media[14] (posizione che manterrà fino al 1986).

Sospeso subito dopo la liberazione, riprese la pubblicazione nel 1945, sotto la direzione di F. Burzio (1945-48), con il titolo La nuova S., poi, dal 1959, di nuovo con il titolo precedente. Di proprietà dal 1946 dell’Editrice La Stampa, durante la direzione di G. De Benedetti (1948-68) assunse un orientamento moderato. Nel 1947 riprese la pubblicazione dell’edizione pomeridiana Stampa sera, sospesa nel 1992. Nel 2014 la proprietà è passata all'Italiana Editrice S.p.A. e dal 2017 a GEDI Gruppo Editoriale. Tra i direttori si ricordano G. Debenedetti, A. Ronchey (1968-73), P. Mieli (1990-92), E. Mauro (1992-96), C. Rossella (1996-98), M. Sorgi (1998-2005), G. Anselmi (2005-09), M. Calabresi (2009-15), M. Molinari (2016-2020), M. Giannini (2020-).

Oggi la Stampa è il terzo quotidiano nazionale non sportivo, con una tiratura di 214.000 copie, dietro a Corriere della Sera (322.000) e  Repubblica (292.000).

 

 

 

 

 

LE DONNE DI TORINO

 

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Maria Bricca, l’eroina dell’assedio di Torino del 1706

 

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Un personaggio insolito, un’immagine femminile che si sfuma nella leggenda. Maria Chiaberge Bricco (Pianezza 1684-1733) è considerata l’eroina dell’assedio di Torino del 1706. Ma il nome è Bricca o Bricco? Ciò che la riguarda sembra appartenere più alla tradizione popolare di Torino e dei suoi dintorni che non alla storia scritta, suffragata da documenti. L’eroina del 1706 è ormai accettata “storicamente”. Il nome esatto dovrebbe in ogni caso essere Maria Chiaberge sposata a Valentino Bricca, detta popolarmente la “Bricassa” per il suo coraggio e l’astuzia. La chiamiamo Bricca poiché nella via a lei intestata da Torino è detta Bricca; era, del resto, usanza popolare nelle campagne piemontesi di volgere al femminile il nome del marito. Così Bricco, indicando la moglie, diventava Bricca, come la moglie di un tale Prinotto veniva chiamata Prinotta. La donna abitava a Pianezza, in una casa vicina al castello che nel 1706 gli assedianti francesi occupavano. Ne avevano fatto un deposito di armi e di vettovaglie, là gozzovigliavano spesso e ciò irritava non poco gli abitanti. Dalla sua casa - vi è ora murata una lapide commemorativa - la Bricca li vedeva e meditava un colpo ai loro danni. La casa di Maria era col legata al castello da un passaggio sotterraneo, e questo i francesi non lo avevano scoperto. La donna andò a parlarne al marchese Visconti, ufficiale degli austro-piemontesi, e si concertò un piano. I militari sarebbero affluiti alla spicciolata in casa della Bricca, poi, attraverso il tunnel, avrebbero fatto irruzione nel castello proprio mentre i francesi stavano ballando e bevendo. C’è una cronaca di quel lontano episodio, scritta con una certa dose di umorismo: «Se l’apparizione di Maria Bricco, uscente da una nuvola di polvere coll’ascia impugnata, potè per un istante sembrare grottesca ai nostri danzatori - la spada alla mano - dovette stranamente cambiare l’effetto della scena. Cavalieri e dame e tutto ciò che si trovò nella sala fu preso e rinchiuso sotto buona guardia; ed il rumore della moschetteria sostituì ben presto quello dei violini. I volontari percorsero il castello facendo man bassa su tutto ciò che tentava di opporsi». L’episodio è descritto così in un manoscritto francese; qualche perplessità rimane poiché nessuno storico del Settecento, quindi contemporaneo della Bricca e dei personaggi dell’assedio, ne fece cenno. Maria, comunque, nacque il 23 dicembre 1684 e morì quarantanove anni dopo; curiosamente e nello stesso mese e nel medesimo giorno. La donna, accomunata a Pietro Micca - le due immagini gloriose dell’assedio del 1706 - ha ispirato alcuni artisti, fra cui il Gonin, che hanno raffigurato la scena in cui lei, alla testa degli armati, irrompe nel castello, e qualche saggista, come Carlo Trabucco, che dell’assedio francese si occupò in un suo particolareggiato saggio, Scacco al re Sole. Ne parla anche il generale Clemente. Assum nel suo volume L'assedio e la battaglia dì Torino (pubblicato a cura della Unione nazionale ufficiali in congedo d’Italia: associazione della provincia di Torino). Assum scrive che il gesto della Bricca ebbe soprattutto un valore morale e produsse negli assedianti francesi «une grande constemation». “La Bricassa”, dunque, come l’effetto di una bombarda, preparazione al grande scoppio messo in atto dal Micca con il suo sacrificio.

 

fonti:

Renzo Rossotti, Guida insolita di Torino, p. 189

 

“Qui le donne non si laureano”. Quando l’Università di Torino negò la laurea ad una fanciulla perché ne sarebbe stata “contaminata”

 

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Nel 1777 esplose uno scandalo perché una giovane si presentò a sostenere gli esami con la pretesa, poi, di ottenere una laurea. Protagonista del caso fu Maria Pellegrini Amoretti, Il Magnifico Rettore, il professor Pertengo, non trovò scandalosa la richiesta della donna e si dimostrò disposto ad accontentarla, ma ci fu un’alzata di scudi da parte dei professori che disertarono il consiglio cui erano stati convocati, dichiarando che mai avrebbero accettato che l’ateneo venisse “contaminato” da una donna. Il Pertengo perorò la causa fino a proporre di dar luogo all’esame collegiale a casa sua, in modo che l’università non sarebbe stata “contaminata”. Neppure ciò venne accolto e il Pertengo dovette dimettersi, mentre la fanciulla andò a laurearsi (con lode) in giurisprudenza all’università di Pavia. Dovevano passare cento anni perché la prima donna fosse laureata all’università di Torino. Si chiamava Velleda Farnè. .

 

fonti:

Renzo Rossotti, Guida insolita di Torino, p. 101

 

Il primo sciopero delle donne a Torino: Maria Ferraris Musso.

 

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Il movimento femminista diede a Torino i primi segni della propria presenza quando all’estero era già ben avviata la campagna di propaganda per dare il voto alle donne, e le cosiddette “suffragette” irrompevano sulla scena politica, soprattutto in Inghilterra. A Torino, come in altre città italiane, le donne tentavano un approccio con la politica ma, soprattutto, per ottenere migliori condizioni di vita e un concreto riconoscimento nel mondo del lavolavoro. Si segnalarono malcontenti fra le “sartine”, come venivano chiamate le cucitrici e le ricamatrici. Il primo sciopero delle donne impegnate in tale settore fu organizzato da Maria Ferraris Musso.

 

fonti:

Renzo Rossotti, Guida insolita di Torino, p. 100

 

Due storie divertenti di battagliere donne piemontesi

 

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le contadine di rourà e i cappuccini beffati

Le cronache del Seicento riportano un caso accaduto in Val Luserna, che aveva visto protagonisti le donne del paese e i Cappuccini.

I Frati Grigi, così li chiamava il popolino delle valli, avevano tentato con ogni mezzo di estirpare l'eresia dal Piemonte, insieme ai Gesuiti. Quindici anni prima, dopo aver ottenuto il territorio di Saluzzo col trattato di Cavour, Carlo Emanuele aveva emanato un editto che imponeva l'abiura a tutti i non cattolici oppure la partenza, sotto pena di morte. Il Sovrano aveva ribadito il divieto di praticare la fede riformata al difuori del territorio stabilito da Emanuele Filiberto nell'accordo di Cavour di cinquant'anni prima, e aveva concesso ai Riformati di Saluzzo tre anni per vendere i propri beni ed allontanarsi, facendo divieto ai Valdesi di accoglierli.

Nonostante l'accordo di Cavour, i Cappuccini continuavano a percorrere le valli, e a cercare di cattolizzare la popolazione. Il Governatore del Duca, aveva emanato un editto in cui "era proibito agli uomini delle Valli ostacolare o perturbare, in qualsivoglia maniera, le Reverendissime Madri Francescane Osservandine e i Reverendissimi Padri Francescani Cappuccini, sotto pena di morte al delinquente, e di una multa di diecimila corone d'oro al comune nel quale il crimine viene commesso". L'editto aggiungeva che ogni informatore avrebbe ricevuto duecento corone d'oro e il suo nome sarebbe stato tenuto segreto.

Di lì a poco, un gruppo di Cappuccini aveva preso possesso di una casa disabitata a Rourà. I contadini, come era avvenuto a Bobbio, si erano riuniti in armi sotto le loro finestre. Ma forti di questi nuovi ordini, i Cappuccini cambiarono tattica: non se ne andarono ostentando la mitezza cristiana, ma sfidarono gli uomini a mettergli le mani addosso, con l'intenzione di provocare un incidente e indurre il Governatore a mandare i soldati. Ma quelli, dopo essersi consultati, fecero largo alle loro donne, che brandivano pesanti scuri.

"Il vostro editto vieta agli uomini delle valli di mettervi le mani addosso, ma non fa parola delle donne". E così le robuste popolane di Roura avevano fatto irruzione nella casa, e sorde alle proteste e alle grida dei Cappuccini se li erano caricati sulle spalle, come fossero un carico di legna, e li avevano riportati a valle con tutte le loro cose, tra le risate collettive. Invano essi si erano appellati alle autorità di Torino. I Valdesi avevano fatto un contro-ricorso, esponendo le loro ragioni, e le cose erano tornate come prima.

le donne di piossasco ripristinano la diga sul sangone a trana

[Racconta Cattanea Orsola (1899)] In Piossasco l'acqua è sempre stata una carenza naturale e di conseguenza la si chiedeva o si sottraeva a secondo dell'umore popolano ai Comuni che sono vicini alle fonti della vita, uno di questi fu e lo è tutt'ora il paese di Trana. All'interno di questo paese scorre il Sangone che raccoglie le acque della valle di Giaveno.

Ordunque un lunedì dell'anno attorno al 1700-1800 le donne di Piossasco vollero come era consuetudine lavare i panni del lavoro e della casa (gli altri giorni erano dedicati al lavoro dei campi o alla cura della prole), ma manca l'acqua, dentro ai piccoli corsi d'acqua che passava in mezzo alla strada e che con l'ostruzione di pietre e terra formavano delle piccole anse, oppure nei rioni si erano fabbricati dei lavatoi o abbeveratoi come lo dimostrano le vie antiche o borghi intestati: vicolo Gurgo, ponte Borgiattino, la Loia, ecc., trovandosi le donne tutte assieme senza materia prima del loro lavoro di casalinghe, si recarono a protestare dalla locale autorità affinché mandassero degli uomini a ripristinare la diga sul Sangone a Trana, ma l'autorità si rifiutò in quanto al disfacimento della diga stessa erano gli uomini di un altro paese nelle stesse condizioni di Piossasco, Rivalta, mandando gli uomini di Piossasco equivaleva creare delle controversie che sfociavano in liti.

Le donne allora presero una decisione che fu fatale e determinante, si recarono a piedi fino a Trana, portandosi i figli più piccoli e giunte presso il luogo dove vi era la deviazione che incanalava l'acqua a Piossasco entrarono nel Sangone e si misero a rifare la diga; potete ben capire il disappunto dei rivaltesi, ai quali si unirono anche le autorità dell'acquedotto, un altro ente che vantava dei diritti sulle acque del Sangone, questi cercarono con tutti i mezzi di dissuadere le donne a fare la diga, le minacciarono, le insultarono, senza ottenere l'abbandono del lavoro intrapreso, essi non potendo venire a lite con le donne, si rivolsero a quelli che allora erano le forze di giustizia; le Guardie Regie arrivarono sui loro cavalli e si misero sulla sponda in segno di autorità, il loro comandante in tono imperioso ordinò: «In nome del Re abbandonate quello che state facendo, altrimenti l'arma del Re ne avrà ragione». Fu allora che si compì la storia dell'acqua, allorché una di quelle donne si eresse sulla persona alzando oltre il ventre la lunga gonna e gridò: «Voi capitario avete l'arma del Re, ma noi guarda abbiamo l'arma della Regina che ottiene tutto dal Re».

A queste parole le Guardie Regie ritornarono scornate a riferire ai loro superiori; non molto tempo passò che una ordinanza autorizzava che la diga poteva essere fatta, solo con pietre e terra, ma poteva essere fatta, di conseguenza le autorità di Piossasco acquistarono una fucina nel territorio di Trana la quale diede la possibilità di istituire per legge la deviazione di una quantità sufficiente di acqua per far girare i magli della fucina stessa e dopo scaricare l'acqua nel canale che la portava a Piossasco.

 

fonti:

http://www.3confini.it/Foto%20Piossasco%201/Sangonetto2.htm

 

Madama Cristina

 

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Cristina di Borbone-Francia, Duchessa di Savoia e prima Madama Reale, fu una vera e propria V.I.P. della Torino del 1600, che se fosse vissuta oggi sarebbe stata su tutte le copertine dei giornali di gossip. Una delle più chiacchierate personalità di Casa Savoia, una donna forte ed energica che riuscì a concentrare per un trentennio il potere politico nelle sue mani, in un contesto – quello della corte sabauda – in cui le donne non contavano granché.

Lunghi boccoli castani che incorniciano un grazioso visino ovale, un nasino all’insù tipico delle mademoiselles francesi, pelle diafana, labbra rosse increspate da un sorriso ironico, occhi vivaci… così appare Cristina nei suoi ritratti ufficiali. Nacque a Parigi il 10 febbraio 1606, figlia di Enrico IV e Maria de’ Medici e sorella del futuro re Luigi XIII, fu educata tra gli splendori del Louvre. Nel 1619, a soli 13 anni, venne data in sposa a Vittorio Amedeo I, futuro duca di Savoia, e fu spedita a Torino. I due non si erano mai visti, la differenza di età era notevole: lui aveva 31 anni. Il matrimonio servì a sancire l’alleanza sabauda e francese in funzione antispagnola. L’amore e i sentimenti non erano contemplati.

La giovinetta si trovò catapultata in un mondo totalmente diverso da quello a lei familiare: la corte torinese, austera e poco incline ai divertimenti, dovette sembrare di una noia mortale agli occhi della frizzante francesina. Ma tant’è: gli anni passarono, finché il 5 ottobre 1637 la vita di Cristina subì una rivoluzione. Il suo amato (?) consorte morì: la duchessa aveva 31 anni e aveva già adempiuto al suo dovere partorendo 6 figli (4 femmine e 2 maschi) e garantendo quindi la successione al trono.

Si spalancarono le porte della libertà! Bella e disinvolta, si circondò di amanti (tra cui suo cognato, il cardinale Maurizio di Savoia, e il colto e aitante conte Filippo San Martino di Aglié). Intelligente e con uno spiccato senso politico, fu reggente per suo figlio Carlo Emanuele II per circa 30 anni (continuò a regnare anche quando ormai l’erede aveva raggiunto la maggiore età) e passò indenne una guerra civile scoppiata perché i suoi cognati erano contro di lei. Egocentrica, amava esibire i suoi titoli nobiliari firmandosi: “Chretienne de France, Duchesse de Savoie, Reine de Cypre” (riesumò dagli archivi di corte quest’ultimo titolo che riguardava una vecchia investitura a cui non corrispondeva nessun potere effettivo). Espressione vivente della corte parigina, divideva le sue giornate tra impegni ufficiali e feste nelle sue residenze favorite: il Palazzo Madama, il Castello del Valentino e la sua Vigna sulla collina torinese.

In vecchiaia la nostra eroina si tranquillizzò… probabilmente la paura dell’aldilà iniziò a farsi sentire, perciò la Madama Reale trascorse i suoi ultimi anni dedita alla religione e alla penitenza: seguiva 15 messe al giorno con una croce sulla schiena e si faceva camminare sul corpo dalle suore carmelitane della Chiesa di Santa Cristina da lei fatta costruire in Piazza San Carlo Borromeo (al suo tempo detta Place Royale).

Cristina di Francia lasciò questo mondo il 27 dicembre 1663. Vestita come una semplice monaca venne sepolta sotto l’altare di un locale sito sotto il coro della Chiesa di Santa Cristina, che era usato per la sepoltura delle suore. Sulla tomba una lapide (ora perduta) recitava:

christianae a francia

henrici iv et ludovici xiii christianissimorum filia soror

victoris amedei ac francisci hyacinthi carolique emanuelis fratrum uxor mater et tutrix

nata lutetiae parisiorum x februari mdcvi

obiit a.t. xxvii dec. a. mdclxiii

Rimase qui fino al 21 settembre 1802. Durante il periodo di occupazione napoleonica la Chiesa di Santa Cristina fu soppressa e diventò Borsa di Commercio. Le spoglie della Duchessa furono traslate nella vicina Chiesa di Santa Teresa, dove si trovano tutt’oggi.

L’epigrafe che la ricopre è del 1970:

madama reale maria cristina di francia

moglie di vittorio amedeo i duca di savoia re di cipro

morta in torino il 27 dicembre 1663

sepolta in s. cristina

trasferita in questa chiesa al tempo della repubblica francese

collocata in questa cappella il i dicembre 1855

La nicchia è sormontata da una semplice edicola, posizionata all’epoca di Vittorio Emanuele II, in cui è scritto:

christinae / henrici iv regis gallor. f. uxori victorii amedei / ducis sabaudiae /

francisci hiacinti et caroli emmanuelis ii / matri et tutrici providentissimae /

divini cultus / artium et litterarum fautrici altrici egenorum /

quae post imperium xxv annorum / diem suum functa est /

vi kal. januarii a. mdclxiv / rex victorius emanuel ii / in templo quod ipsa vivens condi curavit / et quo cineres eius ad quiescunt / monumentum posuit / a. mdccclv

 

fonti:

https://www.lacivettaditorino.it/madama-reale-maria-cristina-di-francia/

 

Le prime donne astronome all’Osservatorio di Torino

 

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"La Facoltà di matematica di Torino è frequentata da non poche signorine, alcune delle quali hanno veramente attitudine per quegli studi severi. Se poi il posto di assistente alle cattedre del primo biennio si desse per concorso, facilmente questo sarebbe vinto da una delle Dottoresse ora dette. Ora, sarebbe prudente mettere come assistente di cattedra, per esempio di Geometria descrittiva e corrispondente disegno, una giovinetta in mezzo a 180 studenti?"

Queste parole di perplessità giungono da padre Giovanni Boccardi, un lontano direttore dell’Osservatorio Astronomico di Torino o, come si chiamava allora, del Regio Osservatorio. Ne Il nuovo Regolamento pel personale degli Osservatori Astronomici Boccardi analizzava l’ipotesi, non troppo remota, di una giovane assistente impegnata in una lezione presso l’Università e ironia della sorte, sarà proprio lui il direttore che consentirà l’ingresso ufficiale delle prime astronome a Torino.

Per comprendere meglio la loro partecipazione nel mondo scientifico non si deve ignorare il particolare contesto storico nel quale è avvenuto il loro ingresso e nemmeno scordare la nascita e i vari spostamenti dell’Istituto di ricerca scientifica in questione, ormai posizionato sulla collina di Torino da più di un secolo.

Dai tetti di Via Po

La storia dell’Osservatorio Astronomico torinese inizia almeno un secolo prima, nel 1759, sui tetti di via Po al numero 1 ad opera di un altro padre, Giovanni Battista Beccaria. Dall’abitazione dell’eclettico abate, o meglio dalla torretta originaria ormai non più visibile, si susseguirono diversi cambi di sede e di denominazione che portarono l’originario Osservatorio prima al Collegio dei Nobili, nel 1790 sede della Regia Accademia delle Scienze e oggi del Museo Egizio, per finire nel 1822 sui tetti di Palazzo Madama sotto il controllo dell’Università sabauda. Tutti questi trasferimenti non erano solo dovuti ai cambi istituzionali, dalla Regia Accademia delle Scienze al Regio Osservatorio dell’Università di Torino, ma anche a questioni tecniche; l’aumento graduale dell’illuminazione cittadina, infatti, disturbava sempre di più le osservazioni notturne.

Nonostante la scelta di una delle quattro torri di Palazzo Madama, come si può ancora vedere dalle stampe o foto dell’epoca, ci vollero quattro anni di ricerca per individuare una sede alternativa, non troppo distante dalla città, ma al riparo dal crescente inquinamento luminoso, realizzando da zero nuove costruzioni. Una volta individuato il sito (per farlo occorse utilizzare lo spazio fornito dal giardino dell’Hotel Grande Albergo di Superga, utile per posizionare la strumentazione e testare il cielo notturno della collina) nel 1913 avvenne il trasferimento a Pino Torinese, dopo che in località “Bric Torre Rotonda” si era completata la costruzione di due palazzine per i laboratori meccanici, la biblioteca, gli uffici e l’alloggiamento del personale residente. Ma già dal 1904 erano iniziati i primi impieghi di astronome.

Giovani “calcolatrici”

Grazie all’analisi degli Annuari dell’Osservatorio e dell’Università di Torino, ma anche dei libri paga, si è potuto ricostruire l’identità e le carriere, seppur molto brevi, di queste prime scienziate del secolo scorso. Se si vuole applicare il principio di serendipità, ovvero quello di cercare un dato e poi trovarne un altro inaspettato, posso affermare che, sfogliando gli Annuari astronomici alla ricerca del personale presente in determinati anni, per un incarico che riguardava l’analisi di datate lastre fotografiche scattate nei primi anni del secolo passato, mi incuriosì molto la presenza di personale femminile anche identificato con il ruolo di “calcolatrice”.

Il compito affidato a queste donne consisteva nella riduzione di dati osservativi, ossia calcoli matematici lunghi e ripetitivi da effettuare ovviamente senza l’ausilio di calcolatrici elettroniche. Il personale aveva iniziato a scarseggiare prima ancora dello scoppio del Primo conflitto mondiale; già nel 1911 il direttore dell’Osservatorio annotava l’esodo degli astronomi assistenti chiamati per la guerra in Tripolitania (l'odierna Libia), tanto che in scarsità di persone formate e di fondi si avvalse, come vedremo, anche dell’aiuto di personale non laureato.

La prima astronoma di Torino

Procedendo a ritroso nel tempo dagli annuari del personale emerge dall’elenco, oltre al direttore, agli astronomi, ai tecnici e al custode, la presenza dal 1904 della prima astronoma con il ruolo di assistente volontaria, la dottoressa Luisa o Luigia Viriglio, figlia di un noto personaggio della cultura torinese, Alberto Viriglio (giornalista, poeta e scrittore specializzato in storia e cultura locale, Viriglio rimase uno dei massimi esponenti della rivista ‘L Birichin — Giornal Piemontéis e una via e una lapide posta a fianco del Municipio di Torino lo ricordano ancora oggi).

Nata a Torino l’8 settembre del 1879, Luisa si distaccò dagli interessi umanistici del padre, laureandosi in Matematica nella stessa città il 9 dicembre 1904, e dai registri di laurea si nota anche la firma del Boccardi tra i commissari. Curioso il suo iter universitario: iscritta al primo anno accademico nel 1895-1896, dai registri risulta che la Viriglio, al termine del secondo anno accademico (1897-1898), mentre abitava in via San Secondo 37, sostenne l’esame per ottenere la licenza di insegnamento in discipline matematiche, fisiche e naturali, ma proseguì e frequentò in totale quattro anni regolari; poi seguirono altri quattro anni di “silenzio” dopo i quali si laureò.

Assistente “volontaria” all’Osservatorio di Torino

Tornando all’Osservatorio Astronomico, Luisa Viriglio risulta attiva come assistente volontaria dal 1904 al 1906, soli due anni, presso la sede di Palazzo Madama, ma non bisogna farsi ingannare dall’aggettivo “volontaria”, molto forviante ai giorni nostri, interpretandolo erroneamente come un incarico lavorativo non pagato. Nulla di più falso: dai libri paga, fortunatamente sopravvissuti e conservati presso l’Archivio Storico dell’Università di Torino, ci si può fare anche un’idea delle retribuzioni dell’epoca. Gli assistenti volontari, uomini o donne che fossero, intorno al 1912 percepivano lo stesso stipendio annuale, compreso tra 1.600 e 2.000 lire a seconda degli anni di servizio, ed era decisamente inferiore rispetto a livelli più alti, per esempio il direttore percepiva 7.000 lire all’anno con indennizzo direzione di 700 lire, mentre 1.470 lire all’anno era il compenso percepito dal custode.

Nonostante il breve periodo lavorativo svolto presso Palazzo Madama, si deve sempre alla Viriglio un altro record: oltre esserne stata la prima astronoma stipendiata, risulta anche essere la prima astronoma ad avere una pubblicazione a suo nome. Nel 1905 si ritrova negli atti della Regia Accademia delle Scienze di Torino un lavoro di astronomia firmato dalla Viriglio e da altri due colleghi, intitolato Posizioni apparenti di stelle del Catalogo di Newcomb per il 1906.

Da astronoma a insegnante

Terminata questa collaborazione si sa che divenne insegnante di Matematica presso la Regia Scuola Berti a Torino, all’epoca la più antica scuola per insegnanti del Regno, ma nonostante il nuovo impegno continuò a mantenere rapporti con il mondo accademico e universitario, per esempio, seguendo conferenze di matematica e presentando le proprie ricerche sulla storia della matematica e sulla pedagogia.

Giuseppe Peano, matematico dell’Università di Torino dell’epoca noto tuttora a livello internazionale per le sue ricerche e per la curva che porta il suo nome, la ringrazierà nei suoi lavori. Inoltre, nel 1911, la Viriglio curò l’edizione italiana di un libro che ebbe un discreto successo europeo, Il primo libro di Geometria scritto da una coppia di coniugi, Grace Chisholm e William Young.

Nell’ultimo anno di permanenza in Osservatorio alla Viriglio si affianca un’altra collega, Ernesta Fasciotti, di Castagnole Lanze, che si era laureata in Matematica nel 1905 e, a differenza della Viriglio diplomatasi al Liceo, proveniva da un indirizzo tecnico. Fu assunta sempre con il ruolo di assistente volontaria, ma il suo incarico durò solamente un anno e non risultano lavori che portino la sua firma. Sappiamo però dai registri universitari che non interruppe i suoi studi e si iscrisse anche alla facoltà di Scienze Naturali, trasferendosi poi all’Università di Palermo.

Si trasloca in collina

Fino al 1911 non si registra più la presenza di astronome, ma ormai i tempi sono maturi per il trasferimento nella nuova sede collinare. Sicuramente l’aspetto delle palazzine non è cambiato molto dalla loro fondazione, ma le comodità certamente sì. Come riportato da Boccardi, il nuovo Osservatorio Astronomico in origine non era dotato di corrente elettrica, di acqua corrente e nemmeno di una strada agevole, tuttavia nonostante questi disagi il numero di giovani laureate volontarie rimane costante nel tempo.

La dottoressa Giovanna Greggi è la prima assistente che varca la soglia della nuovissima sede. Sappiamo che era nata ad Agliè nel 1886, si diplomò nel 1907 ad Aosta e a Torino si laureò in Matematica nel 1911 superando anche l’abilitazione per l’insegnamento, prassi normale per le studentesse dell’epoca per un avvio ad una carriera di insegnamento nelle scuole superiori. Ma nel suo caso questa carriera non iniziò subito, risultando stipendiata presso l’Osservatorio con la qualifica di assistente dal 1911 fino all’anno 1914.

Bollettini “Urania”

Sempre nel 1911, a gennaio, prendono vita su iniziativa del direttore Boccardi, I Saggi di Astronomia Popolare, bollettini di divulgazione scientifica, editi dalla società astronomica “Urania”. Gli incontri con i soci, provenienti dalla Torino bene, avvenivano in piazza Castello, presso la precedente sede di Palazzo Madama, e la Greggi vi contribuì tre volte nel 1912 su argomenti differenti: i metodi storici e la strumentazione per determinare il tempo esatto, le comete dell’anno e la meteorologia popolare.

Parallelamente a questi contributi divulgativi, sempre nello stesso anno, compaiono a suo nome due lavori scientifici, uno prettamente matematico sui sistemi di equazioni integrali e un secondo dal titolo Bollettino meteorologico del R. Osservatorio di Torino per l’anno 1912, dopo il quale non risultano ulteriori lavori. Le sue tracce sembrano perdersi nel 1915, ma si ritrovano grazie all’Annuario del Ministero della Pubblica Istruzione del 1927, dove risulta ormai professoressa in Matematica e Fisica presso l’Istituto Tecnico di Mondovì.

Gli anni del primo conflitto mondiale

Gli anni 1914 e 1915 vedranno addirittura la presenza contemporanea di tre assistenti laureate in Matematica. Oltre alla Greggi, si affiancano Teresa Castelli e Tiziana Comi, che verso la fine dell’anno 1914 figurano anche come membri particolarmente attive della Società “Urania”; la prima pubblicherà recensioni di libri, ma non vi sono tracce di ulteriori lavori, anche perché collaborerà con l'Osservatorio solo per un anno.

Diverso il discorso per la Comi che terrà conferenze divulgative molto apprezzate su calcoli orbitali e nuovi asteroidi e, nello stesso anno pubblicherà presso l’Accademia delle Scienze di Torino, il libro Osservazioni meteorologiche dell’anno 1914. A causa delle ristrettezze di personale dovute al conflitto, come si legge nelle note introduttive firmate dal Boccardi, due anni dopo verranno pubblicate le Effemeridi del Sole e della Luna per l’anno 1917 e due uscite successive, sempre curate dalla stessa astronoma. Scarsità o no del personale maschile, anche questa astronoma diventerà una docente per le scuole superiori ma, come una sua precedente collega, non smetterà di frequentare l’ambito universitario e le conferenze organizzate dal citato Peano, pubblicando ulteriori lavori matematici.

Il talento didattico di Jeannette Mongini

Per gli anni dal 1916 al 1919 gli Annuari si fanno limitati e lacunosi, nonostante questo Jeannette Mongini compare come personale assistente nel 1919-1920, avendo concluso con il massimo dei voti sia il corso di Astronomia di Boccardi sia la laurea con una tesi sulla rotazione terreste e la variazione della latitudine. Nel suo anno di collaborazione Jeannette Mongini produrrà due lavori scientifici, uno dei quali riguarda i dati osservativi, dal 1912 al 1917, di quattro stelle, dati che verranno usati per realizzare una nuova stima della costante di aberrazione, un fenomeno di spostamento apparente delle posizioni degli astri dovuto alla velocità della Terra.

Nei suoi lavori la presentazione del metodo utilizzato e dei risultati finali è chiara e concisa, non è da escludere quindi che sia proprio questa innata capacità didattica a indurre il Boccardi ad affidarle la revisione e la preparazione delle sue lezioni di Astronomia, che verranno raccolte nel 1920, a firma di entrambi, nel volume Elementi di astronomia, oggi conservato presso la Biblioteca dell’Osservatorio Astronomico.

Nonostante questo i tempi non sono ancora maturi per avviare una donna alla carriera accademica, così il suo destino sarà simile a quello delle sue precedenti colleghe. Nel 1924 insegnerà in una scuola superiore di Ivrea e nel 1926 diventerà professoressa di matematica presso il prestigioso liceo Cavour di Torino e pubblicherà più di dieci lavori in campo matematico per la scuola primaria e secondaria che sono conservati presso la Biblioteca Nazionale di Firenze.

Lettere di fuoco

Per comprendere la presenza presso l'Osservatorio di Clara Greggi occorre ritornare un po’ indietro nel tempo. Da non confondere con l’omonima Giovanna, Clara pur non essendo laureata vi lavorerà in modo continuativo dal 1912 al 1920 con la qualifica di aiuto tecnico. Dai documenti emerge un rapporto lavorativo particolarmente conflittuale con il personale presente in Osservatorio, in particolare con un assistente, il dottor Chelli, tanto conflittuale da spingerla a rassegnare le dimissioni nell’ottobre del 1915 per poi ritirarle pochi giorni dopo, il 22 dello stesso mese.

Gli scambi epistolari tra il direttore e il collega in questione fanno emergere come un banale rimprovero possa aver generato reazioni forse eccessive contro l’elemento più debole. Per la cronaca Clara Greggi, secondo la versione dell’assistente, si trovava a chiacchierare “troppo rumorosamente” nell’ufficio della collega Castelli. Il Chelli le intimò di tornare nel suo ufficio, cosa che la Greggi non fece, non considerandolo un suo diretto superiore. L’assistente inviò lettere di fuoco al direttore, a dir poco spiacevoli nei confronti della Greggi che andarono anche a coinvolgere la sfera familiare. Anche il direttore non si risparmiò in apprezzamenti poco piacevoli nei confronti della collega, ma spiegò di essere rassegnato a tenerla per via della penuria di personale che accetti condizioni lavorative disagiate e con basso stipendio.

Purtroppo non abbiamo la versione dei fatti della Greggi, ma le dimissioni vennero ritirate, probabilmente perché aveva necessità di tenersi l’impiego e continuò a lavorare presso l’Osservatorio ancora per qualche anno. Si trova poi una sua lettera datata 5 gennaio 1921 da Varallo Sesia, sua nuova residenza dopo la parentesi lavorativa torinese. Anche se non più dipendente dell’Osservatorio, in questa missiva la Greggi inviava i risultati matematici dei lavori commissionati, facendo notare che il compenso pattuito era troppo modesto per il lavoro svolto e che le spese di spedizione avrebbero dovuto almeno essere rimborsate. A più di 120 chilometri di distanza e nonostante tutti i rimproveri sulla sua persona, il direttore continuò a commissionarle calcoli.

Custode e astronoma

Per finire troviamo nei registri il nome di Corinna Gualfredo, difficile da inquadrare anche per via di documenti discordanti o mancanti a causa della guerra. In alcune fonti viene citata come assistente volontaria, ma non essendo in possesso del diploma di laurea, come la già citata Clara Greggi, Corinna o Carolina Gualfredo nel 1919–1920 si ritrova registrata nel personale come custode.

Nonostante questa qualifica, nella prefazione di un lavoro per un particolare strumento, il piccolo cerchio meridiano, redatta dal Boccardi, emerge una spiegazione riguardo al suo ruolo in campo astronomico. La Gualfredo aiutò volontariamente in un periodo di estrema scarsità del personale e, come continua a sottolineare il Boccardi, la maggior parte delle osservazioni e dei calcoli furono condotti da lei (e in parte da Clara Greggi), dopo aver passato un periodo di studio e di formazione grazie al quale imparò anche a calibrare la strumentazione, come orologi e cerchi meridiani.

Fine di un’epoca

Le sue competenze professionali emergono anche da un bollettino "Urania" del 1916 in cui un astronomo francese recensisce un suo lavoro lodando l’abilità e le soluzioni originali inserite dalla Gualfredo, un importante riconoscimento che tuttavia non le impedì di essere coinvolta, nel settembre 1921, in un “affare” spiacevole che segnò in un certo senso anche la fine della carriera del direttore. Una lettera firmata dall’intero personale rimasto denunciava infatti una serie di irregolarità da parte del direttore, come far pagare al personale la legna per il riscaldamento, e soprattutto l'aver fatto figurare la Gualfredo come autrice di pubblicazioni, anche se era assunta con il ruolo di custode.

Probabilmente il Boccardi, date le sue deteriorate condizioni di salute che lo porteranno a ritirarsi nel 1923 a causa della cecità, e data anche la scarsità del personale che nel 1922 era ridotto a soli due assistenti, non disdegnava affatto un aiuto volontario e, come abbiamo visto, competente, specialmente in tempi molto particolari dove scarseggiavano pure i soldi per stampare gli Annuari. Proprio in corrispondenza del passaggio di consegne tra il Boccardi e il suo successore, l'Osservatorio ospiterà per un solo anno un’altra astronoma, Lina Graneris; successivamente non si registreranno più presenze femminili per circa un ventennio e, per ritrovarne in numero consistente, bisogna arrivare in tempi ben più recenti.

Per concludere, le prime astronome del Regio Osservatorio erano competenti, determinate e non si lasciavano spaventare dai disagi. Hanno fatto il loro ingresso nel mondo della ricerca anche grazie alla vacanza dei loro colleghi, ma nessuna ha proseguito nella carriera astronomica, anche se, pur continuando in quella didattica, parallelamente si aggiornavano e pubblicavano lavori scientifici. Di loro rimangono nomi e cognomi, voti di laurea, stipendi percepiti e numeri calcolati pazientemente a mano, ma nemmeno un volto da immaginare sotto una veletta o un cappello a larghe tese di un’antica fotografia di inizio secolo.

 

fonti:

Bernardi-Vecchiato, “The Advent of Female Astronomers at Turin Observatory”, Journal of Astronomical History and Heritage, March 2018

https://rivistasavej.it/le-prime-astronome-dellosservatorio-di-torino-2fd4faee2725

 

Giulia di Barolo, l’aristocratica amica dei poveri

 

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Giulia di Barolo, nata Juliette Colbert in Vandea, nel 1800 a Torino fece la differenza.

La sposa di Tancredi Falletti di Barolo rese il capoluogo piemontese un posto migliore. Fin dal suo trasferimento nel 1914 a Palazzo Barolo, la Colbert cominciò a prodigarsi per i meno abbienti. Di giorno serviva la zuppa calda, di sera disquisiva con Cavour o Alfieri. Ebbe a scrivere in proposito: “Una voce cara e indulgente mi incita! La voce di Gesù”.

Ad apprezzare l’aiuto psicologico e materiale non furono solo sfaccendati, bensì anche persone di spicco. Tra tutti Silvio Pellico dopo la detenzione nella Fortezza dello Spielberg. Prostitute e prigioniere, donne analfabete alle quali Giulia di Barolo a Torino prima porta da mangiare, da vestire, da lavarsi. In seguito insegna loro a leggere, a scrivere, a pregare.

“Bisogna farsi amare da esse, provando loro che le amiamo. Solo così capiranno che Dio le ama.”, Una frase che racchiude il concetto di amore agape cristiano che la  Barolo porterà avanti fino alla morte. Momento che arriverà si, ma solo dopo aver fondato scuole professionali, asili, ospedali, istituti religiosi, e sul testamento l’Opera Pia Barolo.

I movimenti finanziari sono stati quantificati per circa dodici milioni di lire, che all’epoca equivalevano al pil di una nazione. La fortuna ereditata da Tancredi di Barolo e poi passata in mano alla Colbert è la stessa che diede il via alla produzione del famoso vino Barolo delle Langhe. L’aggettivo di “eclettica” per la francese naturalizzata piemontese è quindi quasi un eufemismo.

Alla sua morte, 1864, il corpo venne fatto riposare nella chiesa di Santa Giulia, a Torino, struttura eretta per suo volere. Nel 1991 inizia l’opera di beatificazione che vedrà Giulia di Barolo nominata nel frattempo Serva di Dio.

 

fonti:

https://mole24.it/2017/05/18/giulia-di-barolo-aristocratica-guardo-ai-poveri/

 

Le Suffragette di Torino: Emilia Mariani

 

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Green, white, violet. Verde, bianco, viola. Erano questi i colori delle coccarde e delle fasce indossate sui cappellini e sui soprabiti dalle donne inglesi che a inizio Novecento manifestavano per ottenere il diritto di voto. Qualcuno le aveva soprannominate “suffragette” (da suffragio, voto), non senza una punta di ironia. La loro leader era l’irriducibile Emmeline Pankhurst, fondatrice della Women’s Social and Political Union.

Dal 1903 l’organizzazione si batté per il raggiungimento del suffragio universale, con metodi più o meno ortodossi, tali da sfociare talvolta in veri e propri attentati. Si dice che il tricolore sbandierato dalle militanti, e da coloro che appoggiavano il movimento suffragista, costituisse una sorta di messaggio in codice. Al di là dei significati simbolici legati ai colori, le iniziali delle parole Green White Violet dovevano rimandare a quelle di un motto della WSPU: Give Women Vote. Date il voto alle donne. Le suffragette inglesi raggiunsero il loro scopo nel 1918, anche se fu effettivamente nel 1928 che tutte le donne del Regno Unito, senza distinzione alcuna, poterono recarsi alle urne.

la questione femminile in italia

In Italia le donne poterono votare per la prima volta solo dopo la fine della Seconda guerra mondiale, nel 1946. Scrisse in merito il giornalista lombardo Mario Borsa:

A differenza della lotta memorabile delle suffragette inglesi, le donne italiane il voto se lo sono visto offrire senza aver fatto nulla o ben poco per ottenerlo. Tutto ciò che è dato e non è chiesto, non voluto energicamente e imposto dopo una lunga lotta, non ha valore.

È vero che le donne italiane non bruciarono case per ottenere il diritto al voto, ma davvero restarono con le mani in mano? Negli anni ’40 del secolo scorso parte dell’opinione pubblica, quella che si ritrovava in ciò che Borsa affermava, aveva forse dimenticato che era dalla seconda metà del XIX secolo che le donne italiane si prodigavano per il suffragio universale. Senza dubbio la torinese Emilia Mariani avrebbe avuto qualcosa da dire al riguardo. Lei dedicò la vita a propugnare gli ideali di emancipazione femminile, dispiegando tutte le sue forze in questa missione e sfruttando con abilità il suo ruolo di educatrice e autrice.

Di lei si disse: “Emilia Mariani è stata se non la più rumorosa certo la più sincera e fervida tra le suffragiste italiane e lo è stata fin dal tempo in cui parlare di suffragio femminile in Italia era qualcosa come dissertare sulla costituzione politica da elargire agli abitanti di Marte” (Steno F., “Emilia Mariani”, in “Il Secolo XIX “, 1 marzo 1917)

spirito libero

Pressoché coetanea della Pankhurst, che aveva quattro anni in meno, Emilia Mariani nacque a Torino il 23 marzo 1854 in una famiglia della piccola borghesia.

I genitori Gerardo e Rosa Marchisio sognavano per lei un avvenire come concertista e maestra di pianoforte ma, come spesso accade, le loro aspirazioni non combaciavano con quelle della figlia. Emilia era uno spirito libero, credeva fermamente nel libero arbitrio e voleva costruire da sola il suo futuro. Di nascosto dai genitori, conseguì il diploma magistrale. La carriera di maestra, iniziata nel 1879 e proseguita fino alla morte nonostante i mille impegni, le permise di raggiungere gli obiettivi che si era prefissata. Per lei era fondamentale l’indipendenza economica data dal lavoro, che evitava alla donna di essere “passiva, incompleta, bisognosa di protezione, niente capace per sé e da sé” e che le permetteva di essere veramente autonoma sia a livello materiale che psicologico. Non di secondaria importanza era il raggiungimento di un buon livello culturale, che la Mariani considerava uno strumento indispensabile per contribuire fattivamente alla costruzione di una coscienza femminile, nonché al miglioramento della nuova società che si era creata in seguito all’Unità d’Italia. Alle nozze non pensava neanche lontanamente, anzi era una grande sostenitrice del divorzio. Riporta la storica Silvia Inaudi:

Riteneva l’istituzione matrimoniale, in quanto indissolubile, il legame del padrone con lo schiavo e non l’unione libera di due affinità. Il matrimonio non doveva essere il rifugio della donna senza alternative, bensì una scelta voluta. Soltanto in questo modo non sarebbe diventato una trappola.

raccontare per riflettere

Subito dopo aver cominciato con il lavoro di maestra, nei primi anni ’80 dell’Ottocento Emilia Mariani avviò la sua carriera di scrittrice e giornalista. Un’attività letteraria che non è esagerato definire forsennata. I portici di Torino, il primo racconto seguito da altri dedicati anche all’infanzia, fu pubblicato sulla Gazzetta Letteraria. Fu traduttrice di svariati articoli e manifesti del femminismo estero, soprattutto francese e inglese.

Nel 1884 iniziò a collaborare in qualità di corrispondente da Torino con La Donna, la prima rivista femminista italiana, inviando articoli riguardanti le iniziative delle associazioni femminili cittadine, ma soprattutto scrivendo dei problemi relativi all’istruzione e al lavoro delle donne e dei bambini. Scrisse per numerose testate: Cordelia, Mamma, Per la donna, Missione delle donne, Italia femminile, Vita femminile. Di queste ultime due fu anche direttrice. Inoltre, dal 1891 al 1894 diresse Flora letteraria, periodico rivolto alle insegnanti, e nel 1905 fondò per le operaie il quindicinale Cronache femminili, che ebbe però vita brevissima, dieci numeri soltanto. Nel 1896 entrò a far parte della redazione di Per l’idea. Periodico di letteratura socialista, dove conobbe importanti firme come Edmondo De Amicis, con cui intessé un buon rapporto di amicizia.

La Mariani prediligeva per i suoi scritti soprattutto la forma letteraria del racconto, che riteneva più adatta a trasmettere gli ideali della causa femminista. I suoi articoli non avevano finalità sovversive, piuttosto erano finalizzati a scuotere i lettori inducendoli alla riflessione. Tuttavia, uno di questi racconti, Come finiscono, le costò la sospensione dall’insegnamento, in quanto le autorità ritennero che il modo in cui era stato descritto il datore di lavoro “istigasse all’odio tra le classi sociali”.

una lotta instancabile

Donna dal fisico minuto, sostenuto però da una forte personalità, Emilia Mariani era instancabile, tanto che è davvero difficoltoso tenere conto di tutte le attività in cui fu coinvolta. Educatrice e scrittrice, ma non solo. Sostenne molte iniziative benefiche e culturali come la Pro Puerizia, il Patronato Scolastico, l’Università Popolare, l’Associazione Insegnanti Private. Ideò l’annuale Esposizione-vendita dei lavori femminili, le cui beneficiarie dirette dovevano essere le stesse donne che avevano creato i manufatti. Fu presente alla nascita di varie realtà associative: l’Unione Insegnanti (1897), il Circolo di Cultura (1899), la Sezione femminile torinese dell’Unione Maestre (1905) e, soprattutto, la Lega torinese per la tutela degli interessi femminili (1895), attraverso cui la Mariani portò avanti la battaglia per il suffragio femminile. Nel 1906 fondò e diresse per undici anni il Comitato pro voto donne di Torino, che organizzò in città nel 1911, l’anno della mitica Esposizione internazionale dell’industria e del lavoro, il primo Congresso in Italia pro suffragio femminile. Scrive Silvia Inaudi:

Emilia Mariani era convinta che la lotta per il diritto al voto fosse il primo obiettivo da perseguire da parte delle donne italiane se volevano guadagnare in credibilità e autonomia politica.

Sulla carta stampata il Congresso del 1911, che ebbe luogo nella sala Vincenzo Troya del Municipio di Torino, risultò essere più in ombra rispetto ad altri eventi, come la stessa Expo o l’entrata delle truppe italiane a Tripoli, ma ebbe il pregio di dare ulteriore visibilità nazionale alla questione del voto alle donne.

una piccola nomade

Emilia Mariani fu una conferenziera appassionata e viaggiò molto, in tempi in cui era insolito per una donna spostarsi da sola. Dalla Francia alla Finlandia, dall’Inghilterra all’Ungheria, prese parte a congressi e dibattiti. Il primo Congresso internazionale delle donne a cui partecipò fu quello che si tenne a Parigi nel 1896. In seguito, presenziò a quello di Londra del 1899. Fu poi la rappresentante per l’Italia al Congresso internazionale femminile di Parigi del 1900 e ad Amsterdam al Congresso dell’Alleanza internazionale per il suffragio alle donne del 1908, anno in cui fu anche invitata al primo Congresso delle donne italiane a Roma. Chi la conobbe la definì “una piccola nomade”, sempre in giro per l’Europa e l’Italia a parlare alle donne e per le donne.

A Bologna nel 1888, al quarto Congresso nazionale degli insegnanti della scuola primaria, pose all’attenzione dell’uditorio la questione delle classi miste, funzionali ad evitare la discriminazione di genere. Durante la Conferenza Beatrice, che si tenne a Firenze nel 1890, ragionò su come il socialismo avrebbe potuto sostenere il movimento femminile. Al Congresso pedagogico di Torino del 1898 intervenne per richiedere l’equiparazione degli stipendi delle maestre a quello dei colleghi maschi, questione ripresa al quinto Congresso dell’Unione Magistrale Nazionale tenutosi a Cagliari nel 1905. Uno dei suoi discorsi più memorabili, Il primo maggio delle donne lavoratrici, si svolse nel 1897 a Torino presso il salone della società di mutuo soccorso Fratellanza Artigiana:

“Noi vogliamo bene che in noi sia salvaguardata le specie, che ci si renda più facile, possibile, la funzione della maternità, che è la più alta e la più utile, dacché è quella che perpetua la vita, ma neghiamo che ci si consideri semplicemente come un essere dotato di questa funzione materiale, con nessuna responsabilità morale e nessuna libertà individuale. Per sollevare il fanciullo, in una parola, l’uomo futuro, non è, non deve essere necessario di uccidere la donna.”

il fuoco della libertà

E che donna era Emilia Mariani? Il mazziniano Terenzio Grandi, fondatore del partito repubblicano torinese e membro del Comitato torinese pro voto donne, la conobbe nei primi anni del Novecento. Di lei ha lasciato un ritratto così vivido che, leggendolo, sembra quasi che la sua persona si possa materializzare davanti ai nostri occhi:

“Una donna sulla cinquantina, di media statura; sempre vestita, quando usciva dalla sua abitazione torinese di via Davide Bertolotti 7, con tailleur scuro, e il cappello adorno di fiori finti e ali. Il volto olivastro, severo, pareva scolpito con pochi colpi decisi: lo illuminava uno sguardo nero, vivacissimo. In casa, negli abituali convegni della domenica pomeriggio, tra libri e qualche fiore, sovente fumandosi un mezzo sigaro toscano, suscitava e guidava la conversazione e le amichevoli discussioni con la sua parlata svelta, sempre leggermente eccitata, come di persona cui urgesse il fare, più che il parlare. Donna serena, coraggiosa, ansiosa di concretezze.”

La scrittrice Flavia Steno, al secolo Amelia Osta Cottini, che fu sua grande amica, diceva di lei:

“Sentiva battere il cuore dell’umanità: tutta la passionalità raccolta nella sua figuretta esile e bruna riarsa come da un fuoco interiore […]. Mai più austera e nobile anima di donna fu posta al servizio di un’idea. Retta, pura, ella ebbe tutte le qualità e le virtù che la morale corrente richiede alla donna ed ebbe anche quelle meno facili che si esigono da un gentiluomo. Era, femminilmente parlando, la donna della tradizione passata — d’onestà vetusta— e, insieme, quella diritta e consapevole dei tempi nuovi.”

ritratto di una donna

Il fuoco di Emilia Mariani si spense il 27 febbraio 1917, a causa dell’eccessivo ritmo lavorativo che portò il suo fisico a consumarsi. Morì durante una delle sue trasferte, a Firenze, in casa di amici che l’avevano ospitata. Fu dapprima sepolta nel cimitero di Trespiano, ma in seguito fu riportata nella sua Torino, dove per volontà testamentaria venne cremata e le ceneri poste nel Tempio Crematorio della città.

“Visse per la gioventù, istruendo ed educando al bene. Fu semplice, buona, affettuosa. Amò i fiori, predilesse i bimbi. Il devoto omaggio di questi ti sarà continuato dalla tua famiglia, che solamente ora trova conforto nell’averti presso di sé nella tua città natale che tanto amasti. E fiori, fiori e fiori olezzeranno sempre presso le tue ceneri benedette.”

Lettere incise con un carattere infantile compongono questo epitaffio affettuoso, in memoria della combattiva suffragetta torinese che amava i fiori e i sigari toscani.

 

fonti:

https://rivistasavej.it/la-suffragetta-emilia-mariani-4dd2480ee46e

 

 

 

 

 

LA TORINO DEGLI ANNI ’60, DELLA FIAT, DEL BOOM ECONOMICO, DELL’IMMIGRAZIONE

 

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Antecedenti: la Resistenza a Torino

 

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Nel primo pomeriggio del 10 settembre 1943 il generale Adami Rossi, comandante della Difesa Territoriale di Torino, si reca a Brandizzo per trattare la resa con i militari tedeschi in arrivo da Milano. L’incontro è breve: il generale, con il petto fregiato da una decorazione germanica a croce uncinata, indica all’ufficiale della Wermacht la dislocazione di caserme e stabilimenti militari e gli consegna la città assicurandolo sulla propria completa disponibilità alla collaborazione. Alle 16.00 le prime autoblindo germaniche entrano a Torino attraversando i quartieri orientali di Barriera Milano e Regio Parco, mentre tre carri armati circolano fragorosamente nel centro per lasciare l’impressione che il loro numero sia assai più elevato. Consegnati nelle caserme in attesa di ordini che nessuno più dirama, la maggior parte dei soldati del Regio Esercito è facile preda della Wermacht, che procede alla cattura e ai trasferimenti verso i campi di internamento. Nei giorni successivi, Torino offre lo spettacolo di una città invasa, dove l’ordine germanico si impone con la forza ad una popolazione confusa e senza riferimenti: l’Albergo Nazionale di via Lagrange diventa la sede operativa del comando militare, la caserma di via Asti viene attrezzata per la tortura e la detenzione degli oppositori più pericolosi, nuovi sistemi contraerei vengono installati lungo i corridoi di avvicinamento alla città, la produzione degli stabilimenti viene riorganizzata in funzione delle esigenze belliche tedesche.

In questo quadro di sbandamento, mentre i soldati che sfuggono alla cattura si allontanano verso le vallate alpine e all’opposto i fascisti eclissati dopo il 25 luglio ricompaiono in città per costituire una rete di delazione, alcuni antifascisti più consapevoli organizzano il Clnrp (Comitato di Liberazione Regionale del Piemonte), l’organismo unitario che deve animare e dirigere la resistenza all’occupazione nazista. La città ha una tradizione di opposizione al regime che nel Ventennio è vissuta nella clandestinità: c’è la rete cospirativa del Partito comunista, organizzato sul modello rivoluzionario terzinterna-zionalista; ci sono gli intellettuali vicini al Partito d’azione; ci sono i giovani formati nel liceo D’Azeglio alla scuola di Augusto Monti; ci sono monarchici di sincera fede liberale. Nel Clnrp si trovano così uomini di estrazione diversa, dal professor Paolo Braccini, al generale Giuseppe Perotti, all’avvocato Manlio Brosio, all’operaio Eusebio Giamone: mano a mano che nelle vallate si organizzano le “bande” partigiane, il Comitato diventa il naturale riferimento politico e militare, lo strumento per superare la dimensione locale e stabilire contatti tra le formazioni, per definire una strategia di lotta, per trovare risorse finanziarie e materiali. Operando in totale clandestinità, i componenti del Comitato utilizzano per le riunioni l’Albergo Canelli in via San Dalmazzo; nella primavera 1944 si trasferiscono però in via San Donato nei locali della Conceria Fiorio, di proprietà dell’inge-gner Sandro Fiorio, dove un sistema di gallerie sotterranee permette la fuga in caso di pericolo.

Il 1° aprile 1944 si registra uno degli episodi più drammatici della resistenza torinese. Verso le 9.00 di mattina il comitato militare del Clnrp deve incontrarsi nella sacrestia del Duomo, in piazza San Giovanni, ma l’imprudenza di uno dei delegati permette ai Tedeschi di conoscere ora e luogo dell’appuntamento. Forze della milizia e agenti, disposti discretamente nei dintorni del Duomo, fermano uno a uno i dirigenti antifascisti convenuti e neutralizzano l’intero comitato militare. Comandi tedeschi e autorità fasciste decidono di istruire un processo immediato, che attraverso una condanna esemplare dimostri l’inflessibilità dell’occupazione germanica e del regime risorto a Salò. Il 3 aprile si aprono le udienze, alla presenza del prefetto Paolo Zerbino e del commissario federale Giuseppe Solato. Due giorni di interrogatori e di arringhe, poi la Corte pronuncia una sentenza scritta prima ancora che il processo cominci: condanna a morte di otto imputati, ergastolo per altri quattro. All’alba del 5 aprile, in un’ala del Poligono di tiro del Martinetto, vengono fucilati gli ufficiali Perotti e Balbis, lo studente universitario Montano, il professor Braccini, gli operai Bevilacqua e Giambone, il tecnico Giachino, il bibliotecario Biglieri: uno sull’altro cadono insieme ufficiali monarchici, operai socialcomunisti, professori azionisti, l’espressione più simbolica e tragica dell’unità della resistenza torinese.

Non è possibile rendere conto delle azioni compiute a Torino dal movimento partigiano e dall’antifascismo di fabbrica: dalle carte della Guardia nazionale repubblicana emerge che quasi ogni giorno vi sono sabotaggi alla produzione, prelievi di materiali, incursioni contro i magazzini dell’ammasso, prelevamento di esponenti fascisti, attacchi armati ai presìdi. I “colpi” più clamorosi vengono messi a segno dai Gap (Gruppi di Azione Par-tigiana), piccole cellule armate che operano all’interno della città per colpire direttamente ufficiali tedeschi o centri nevralgici dell’apparato militare nemico: per limitarci alle azioni più note, nel dicembre 1943 viene fatto esplodere un ordigno nel caffè Giolitti, provocando la morte di tre alti ufficiali delle “SS”; nel febbraio 1944 vengono lanciate sette bombe contro un presidio tedesco; nel maggio successivo viene attaccata e distrutta una radioemittente fascista. Accanto ai Gap, operano le Sap (Squadre d’Azione Partigiana), i nuclei di operai e di impiegati che, senza entrare nella clandestinità, mantengono il loro posto di lavoro e contribuiscono alla lotta resistenziale raccogliendo informazioni utili alle bande, sabotando la produzione, custodendo materiale bellico, facendo circolare materiali di propaganda. Vi sono poi le formazioni partigiane che operano nelle valli alle porte di Torino e che scendono per requisire benzina e generi alimentari nei magazzini della periferia, o per impossessarsi di automezzi militari, o ancora per attaccare gruppi isolati di soldati nemici. Da questa cooperazione tra cospirazione cittadina e formazioni nasce la saldatura tra momenti diversi della lotta di liberazione.

L’epilogo nell’aprile 1945. Il 18 gli operai degli stabilimenti torinesi abbandonano il lavoro rispondendo all’appello del Clnrp presieduto da Franco Antonicelli per uno sciopero generale contro la fame e il terrore della guerra. Una settimana dopo, la sera del 24 aprile, viene diramato il segnale convenuto dell’insurrezione, “Aldo dice 26 x 1”, e le formazioni convergono sulla città: i primi ad entrare sono gli uomini comandati da Pompeo Colajanni “Barbato”, che scendono dalle colline verso i ponti del Po. I giorni dell’insurrezione sono inevitabilmente convulsi, spesso contraddittori: si combatte nelle strade e si imbastiscono trattative, si occupano edifici e si preparano piani di ritirata, si spara dai tetti e si fugge negli scantinati. Mentre il cardinale Maurilio Fossati si fa tramite tra il Clnrp e il generale tedesco Schlemmer, ci sono scontri nelle periferie, attorno a Mirafiori, alla stazione centrale. Il 28 aprile la città è di fatto nelle mani degli insorti: mentre le truppe tedesche si avviano verso nord, gli ultimi focolai di resistenza fascista cadono uno dopo l’altro e le formazioni entrano nelle caserme, nei locali della Prefettura e della Questura, negli edifici simbolo del Regime (la Divisione GL “Campana” occupa la Casa Littoria di piazza Carlo Alberto ribattezzandola “Palazzo Campana” dal nome di battaglia del suo comandante Felice Corderò di Pamparato, impiccato un anno prima). Nella stessa giornata del 28 il Clnrp si stabilisce nei locali della Prefettura e nomina le autorità cittadine: sindaco il comunista Giovanni Roveda, prefetto il socialista Pier Luigi Passoni, questore l’azionista Giorgio Agosti, presidente della Deputazione provinciale il democristiano Giovanni Bovetti.

Ciò che accade nei giorni successivi è la resa dei conti che sempre conclude conflitti attraversati da forme di guerra civile: improvvisati tribunali del popolo procedono ad un’epurazione nella quale sono coinvolti i fascisti che resistono ad oltranza, militi e ausiliare che cercano di fuggire, collaboratori dei Tedeschi, delatori e (come accade in tutti i momenti epocali della storia) anche chi non appartiene a nessuna di queste categorie ma viene travolto dal vortice della repressione per una vendetta privata o un interesse. Sono tante storie individuali che si intrecciano in morti per lo più anonime e oscure. In un caso l’esecuzione è però volutamente spettacolarizzata: Giuseppe Solaro, ultimo federale torinese, viene impiccato alla presenza di una folla numerosa in corso Vinzaglio. Per contrappasso, l’albero scelto è lo stesso dove un anno prima è stato impiccato con tre compagni Ignazio Vian, il protagonista della prima resistenza piemontese a Boves.

Difficile stabilire quanti siano i morti della “giustizia insurrezionale”: può essere considerato attendibile un rapporto alleato che indica in 1.500 le vittime tra i fascisti, una cifra che testimonia una violenza di proporzioni ampie. Certo è che le consolidate strutture della Resistenza piemontese sono tanto radicali nell’epurazione, quanto determinate nel portare il fenomeno ad una rapida conclusione. Il 6 maggio, quando partigiani, operai e cittadini festeggiano la vittoria e la pace con un’oceanica manifestazione di piazza, Torino è una città insanguinata e con tanti edifici da ricostruire, ma è ormai avviata verso la normalizzazione. E finita la guerra di liberazione, è finita la guerra civile. La popolazione torinese riscopre il gusto della festa, in uno slancio in cui si mescolano attese, speranze, voglia di rimozione, voglia di riscatto. Ognuno ha qualcosa da ricordare e qualcosa da dimenticare: tutti hanno di nuovo un futuro da costruire.

 

fonti:

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2004/09/16/tornano-le-notti-del-chatham.html

 

La ricostruzione del Dopoguerra

 

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La fotografia della Torino che esce dalla guerra offre l’immagine palpabile di un Paese che è stato sconfitto. Se le grandi manifestazioni partigiane che accompagnano la liberazione testimoniano la volontà di ricominciare, il panorama cittadino porta i segni dei 41 bombardamenti subiti58: un terzo degli edifici risultano danneggiati in modo più o meno grave, una parte di questi (circa il 20%) è interamente distrutta, i binari dei trasporti tranviari sono dissestati. Le fotografie della sfilata partigiana del 6 maggio 1945 in piazza Vittorio sono emblematiche: sullo sfondo delle formazioni schierate militarmente, ci sono i portici e la facciata distrutta di un intero isolato, quello compreso tra via Bonafus e via Della Rocca, bombardato nell’estate 1943. L’industria cittadina riflette l’emergenza del periodo: nel 1946 la capacità produttiva è pari al 50% dei livelli dell’anteguerra, la Fiat ha subito danneggiamenti agli impianti particolarmente gravi per quanto riguarda il settore della produzione aeronautica, danni irreparabili si sono registrati alla Viberti e alla We-stinghouse, alcune piccole fabbriche dell’indotto sono state spazzate via. La tendenza alla crescita demografica, che ha caratterizzato la città dall’inizio del secolo, si interrompe e si inverte bruscamente, mentre aumenta il numero dei senza lavoro, che nel 1946 superano le 50 mila unità.

Per i tre sindaci comunisti che si succedono nei primi sei anni del dopoguerra (dopo Roveda, nominato dal Cln, Celeste Negarville e Domenico Coggiola, eletti nel 1946, quando comunisti e socialisti ottengono la netta maggioranza con 50 consiglieri comunali su 80), si tratta di fare i conti con la difficoltà di riprendere il cammino in una situazione caratterizzata dal caos economico e organizzativo, dall’esigenza di risanare l’assetto finanziario del Comune, dalle urgenze di ripristino degli impianti industriali, da un’emergenza abitativa molto forte nelle barriere. Le elezioni politiche del 18 aprile 1948, con la vittoria schiacciante del fronte cattolico moderato, creano inoltre una evidente difficoltà di rapporto con il Governo e costringono l’Amministrazione locale a procedere nella ricostruzione con le proprie sole forze, senza il concorso dello Stato: nel dicembre 1948 il sindaco Coggiola annuncia la contrazione di un prestito pubblico di tre miliardi da investire nell’edilizia popolare e in opere infrastrutturali come l’aeroporto di Caselle; contemporaneamente, Giovanni Astengo progetta il primo lotto della Falcherà, un quartiere operaio pensato sul modello delle new towns inglesi. Il Comune non riesce però a dotarsi dello strumento di regolamentazione indispensabile per razionalizzare il rilancio cittadino, il nuovo Piano regolatore. Il relativo concorso viene bandito nell’ottobre 1946, ma le autorità comunali non hanno la capacità politica per resistere alle pressioni del mercato immobiliare e del sindacato degli edili e il documento viene approvato solo nel 1959, quando la città è stata ormai ricostruita senza regole sotto la spinta della necessità: “Le forze politiche locali perdono così l’occasione, colta invece da altre metropoli europee, di trarre vantaggio dalle distruzioni belliche per migliorare l’organizzazione degli insediamenti e la vita della città”59.

Accanto all’Amministrazione, c’è a Torino un potere parallelo, ereditato da mezzo secolo di attività economica e rappresentato dalla Fiat, l’azienda monopolistica del settore meccanico che nel 1938 è arrivata a coprire 1’88% del mercato italiano dell’auto60. Nei giorni dell’insurrezione, i vertici aziendali (Giovanni Agnelli, Vittorio Vailetta e Giancarlo Camerana) sono stati destituiti in attesa del giudizio della Commissione d’epurazione e sostituiti da un comitato di gestione nominato dal Cln. Quattro mesi più tardi il Comando militare alleato, deciso a ristabilire l’ordine isolando ogni fenomeno di organizzazione spontaneistica, e di fronte alla contraddizione tra un potere gestionale completamente slegato dalla proprietà ancora in mano all’Ifi (e dunque alla famiglia Agnelli), ottiene la destituzione dei commissari e la loro sostituzione con Antonio Cavinato, vicedirettore del Politecnico. E il primo passo verso la normalizzazione, che si raggiunge nel marzo 1946, quando l’assoluzione dei vertici Fiat permette a Vittorio Valletta si reinsediarsi alla guida dell’azienda, dopo aver ottenuto il reinserimento di tutti i dirigenti e dei quadri sottoposti a procedimento d’epurazione. A presiedere l’azienda non c’è più il fondatore, morto nel novembre 1945, ma accanto a Vailetta c’è il giovane nipote, l’avvocato Gianni Agnelli, che assume la vicepresidenza e garantisce continuità al ruolo della famiglia.

La Fiat si impegna in un lavoro serrato di ripristino degli stabilimenti danneggiati: i lavori si completano alla fine del 1947 e l’anno successivo la produzione può riprendere a pieno regime. Lo sforzo del vertice aziendale è reso possibile dai rapporti che la Fiat ha stretto sin dagli anni Venti con il mondo finanziario e politico americano e con la credibilità di cui gode presso la Export-import Bank, la banca delegata dal Dipartimento di Stato per tutte le operazioni collegate agli aiuti internazionali: grazie a questa rete di relazioni, la Fiat beneficia del 20% dei prestiti all’Italia erogati nell’ambito del Piano Marshall, cui si aggiungono quelli erogati dal Firn (Finanziamento dell’industria meccanica), un fondo nazionale sorto nel 1947 su sollecitazione della stessa Fiat per sostenere le imprese del settore. Valletta utilizza i dollari ricevuti per acquistare gran parte della tecnologia avanzata dagli Stati Uniti e per finanziare la costruzione di una poderosa catena di montaggio per la produzione in massa di veicoli commerciali e auto private. Nel 1949 l’azienda, che tre anni prima lamentava la presenza di 12 mila esuberi, è già in grado di procedere a quattromila nuove assunzioni. L’affermazione in città di una monocoltura industriale, evidente sin dagli anni anteguerra, riceve così un ulteriore impulso: mentre altri settori tradizionali dell’attività produttiva cittadina (come quelli tessile, dell’abbigliamento e della trasformazione alimentare) stentano a riprendersi, la riorganizzazione della Fiat trascina infatti tutto l’indotto legato alla filiera dell’auto, sottolineando ancor più il carattere di Torino come capitale dell’industria meccanica.

 

fonti:

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2004/09/16/tornano-le-notti-del-chatham.html

 

Il boom economico

 

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Tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Settanta Torino è protagonista di una trasformazione che riassume e simboleggia il miracolo economico nazionale. Sono anni in cui la produzione industriale raddoppia, le esportazioni e gli investimenti in nuovi impianti crescono al tasso del 14% annuo e la popolazione aumenta a dismisura, facendo della città il terminale di un flusso migratorio che ne cambia la composizione sociale, la “cultura”, l’aspetto urbano: 725 mila abitanti nel 1951, 990 mila nel 1961, un milione 200 mila nel 1971, quasi un milione 300 mila nel 1974. I fattori che contribuiscono allo straordinario sviluppo chiamato “boom industriale” sono molti: sullo sfondo di una crescita esplosiva che coinvolge tutta l’economia mondiale, nel nostro Paese sono determinanti il costo del lavoro relativamente basso, la disponibilità di petrolio importato a prezzi vantaggiosi, la rete di opere pubbliche messe in cantiere dal governo, le politiche monetarie e fiscali favorevoli agli investimenti industriali. In questa situazione, Vailetta e la dirigenza Fiat sprigionano un attivismo attento a cogliere le opportunità e a stabilire le necessarie alleanze politiche. Dopo il voto del 18 aprile 1848 e, ancor più, dopo l’attentato a Togliatti (quando gli stabilimenti vengono occupati e per due giorni sono presi in ostaggio 16 dirigenti Fiat, tra cui lo stesso Valletta), lo scontro tra capitale e lavoro evolve in un’offensiva padronale a tutto campo contro i sindacati guidati dai comunisti: “La direzione Fiat rifiuta di consultare e lavorare insieme alle commissioni interne controllate dalla Cgil, mentre i capireparto nominati dalla direzione assumono appieno le loro funzioni. Con l’intensificarsi della campagna, la Fiat licenzia i militanti comunisti e altri elementi turbolenti, raccoglie informazioni sulle opinioni politiche e le attività di tutti i suoi dipendenti, incoraggia i sindacati più collaborativi a dividere la forza lavoro e a combattere gli scioperi. Infine, Valletta impone nelle fabbriche nuove regole che premiano la disciplina, la produttività, il merito individuale e la lealtà all’azienda, specie durante gli scioperi”. Mentre vengono istituiti alcuni reparti-confino, tra cui le Officine Sussidiarie Ricambi (ribattezzate Officine Stella Rossa) nei quali vengono raggruppati i militanti sindacalizzati della sinistra, la Fiat si rivolge ai dipendenti fidelizzati offrendo una serie di garanzie e di privilegi sul piano dell’assistenza e della previdenza sociale, del tempo libero, della formazione, dell’immagine aziendale: “Vailetta si affida a incentivi materiali e a una serie di gratifiche per addolcire l’amara pillola della rigida disciplina e di lunghe, più dure ore da passare alla catena di montaggio. Per incoraggiare i lavoratori ad accettare i piani aziendali, egli premia la produttività e riduce le interruzioni del lavoro offrendo livelli salariali al di sopra di quelli normali nell’industria metalmeccanica. Alla fine degli anni Cinquanta i lavoratori più produttivi possono ricevere gratifiche che aumentano i loro redditi del 30% rispetto alla paga base. Valletta trae vantaggio anche dalla solida rete interna di assistenza sanitaria, scuole, campi estivi, colonie, club sportivi e altre organizzazioni ricreative volte a diffondere nelle maestranze il sentimento dell’appartenenza a una grande famiglia. Per rinsaldare il legame tra le famiglie e l’azienda i parenti dei dipendenti godono di corsie preferenziali per le nuove assunzioni. Analogamente, la Scuola allievi Fiat favorisce i figli dei dipendenti con la promessa di prepararli ad un avanzamento professionale nella gerarchia di fabbrica”.

La gestione della fabbrica sul modello autoritario delle industrie americane (con rigida disciplina e ritmi di lavoro accelerati), si accompagna ad alcune fortunate intuizioni di mercato: nel 1955 entra in produzione la “Seicento” e due anni dopo la “Cinquecento”, due fra i modelli più economici al mondo, con i quali la Fiat può inaugurare nel Paese l’epoca della motorizzazione di massa. La rete di autostrade, che viene realizzata in quegli stessi anni, permette di spostarsi rapidamente da una regione all’altra e garantisce una fruibilità del mezzo automobilistico impensabile un decennio prima. Gli ammodernamenti delle linee di montaggio assicurano una produttività in continua crescita, anche se espropriano la manodopera di professionalità e la relegano entro i confini di una manualità sempre più alienata e ripetitiva. Tra il 1955 e il 1970 la “Seicento” vende due milioni 600 mila esemplari, la “Cinquecento” tre milioni 700 mila entro il 1975: l’Italia, che nel 1950 conta solo 342 mila auto, nel 1975 supera il numero complessivo di 15 milioni, la stragrande maggioranza delle quali portano il marchio Fiat: gli stabilimenti di Mirafiori inaugurati nel 1939 si allargano con nuove costruzioni, mentre alle porte della città, nella frazione Tetti Francesi di Rivalta, nasce nel 1967 una nuova grande fabbrica.'Gli operai del gruppo, che nel 1951 sono 47 mila, salgono a 115 mila nel 1971, la metà di tutti gli operai attivi nella provincia: nello stesso periodo l’azienda assume 30 mila impiegati e dirigenti, mentre la sopravvivenza economica di una moltitudine di altre persone operanti nel terziario e nei settori del commercio cittadino dipende dalla sua domanda di servizi e transazioni commerciali. Circa 1’80% delle attività industriali cittadine gravita attorno all’industria automobilistica. Il gigante automobilistico esercita una posizione altrettanto centrale nel mondo delle comunicazioni di massa grazie al possesso de’ “La Stampa”: non c’è pertanto da stupirsi se “la capacità della Fiat nel condizionare tutti gli aspetti dello sviluppo di Torino dà ai suoi capi un’enorme influenza anche sul Comune, dove dal 1951 sono al governo i partiti della destra moderata, e dove nessuna iniziativa può essere presa senza la tacita approvazione del vertice aziendale”62. La crescita imponente del fatturato permette alla Fiat di assorbire nel corso degli anni Sessanta tutti i concorrenti (solo l’Alfa Romeo mantiene provvisoriamente la propria autonomia) e di diventare il principale cliente per uno stuolo di fornitori operanti nei settori della gomma, del vetro, della plastica e dell’acciaio. In questo modo “la sua posizione preminente nel settore dei trasporti costituisce la forza propulsiva che in quegli anni spinge in avanti l’economia italiana. Secondo alcune stime, le scelte produttive della dirigenza Fiat determinano negli anni Sessanta circa il 20% degli inve-stimenti totali del Paese”.

 

fonti:

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2004/09/16/tornano-le-notti-del-chatham.html

 

L’immigrazione a Torino

 

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“torino, torino, che bella città, si mangia, si beve e bene si sta!”

 

Lo straordinario sviluppo industriale torinese richiede una disponibilità di manodopera che va ben oltre le potenzialità demografiche del territorio: a partire dai primi anni Cinquanta, la città diventa meta di un flusso migratorio senza precedenti, e senza paragoni con quanto accade nelle altre città del Nord. Arrivano valligiani che lasciano le magre economie delle montagne piemontesi, Giuliano-Dalmati esuli dall’Istria, Veneti impoveriti dall’alluvione del Polesine, ma soprattutto arrivano meridionali: sono Siciliani, Campani, Calabresi, Pugliesi, popolazioni abituate da decenni ad emigrare per trovare lavoro ma che questa volta possono farlo entro i confini del stesso loro Paese. Tra il 1958 e il 1963 più di 1.300.000 meridionali abbandonano le proprie case per trasferirsi nel Centro e nel Nord Italia; tra essi sono più di 800.000 coloro che si dirigono verso le grandi città del triangolo industriale, prima tra tutte Torino. Una filastrocca, molto diffusa tra i bambini della Puglia: “Torino, Torino, che bella città, si mangia, si beve e bene si sta!”. Il potente richiamo della Fiat e delle sue automobili come simbolo del progresso economico e della libertà di movimento e la promessa di una vita migliore, contribuiscono ad attrarre i meridionali a Torino. Reclutatoti settentrionali incoraggiano tali sogni arruolando migliaia di nuovi arrivati in cosiddette cooperative che offrono manodopera a buon mercato senza contratti, pensioni o copertura assicurativa”. A Torino, dalla fine degli anni Quaranta al 1961 gli immigrati sono 562 mila, il che significa rinnovamento di circa metà della popolazione.

l’inadeguatezza delle strutture cittadine a contenere il flusso

Il flusso migratorio rappresenta una sfida difficile per la città: differenze culturali, talvolta persino difficoltà di comprensione linguistica, sovraffollamento abitativo, inadeguatezza dei servizi, tensioni scatenate dalla marginalità. I nuovi arrivati trovano sistemazioni di fortuna (come il “Casermone” di via Verdi, un edificio militare trasformato in centro di prima accoglienza, oggi abbattuto per fare posto al parcheggio del Palazzo Nuovo dell’università); soffitte, cantine, talvolta baracche vengono adibite a stanze, spesso senza riscaldamento e con servizi comuni; gli affitti lievitano e non mancano casi di spazi per dormire affittati a turno. Il disagio colpisce in primo luogo i nuovi arrivati, ma in certa misura anche i residenti originari: la mancanza di servizi si riflette sull’assistenza ospedaliera dove le corsie e i corridoi si riempiono di barelle trasformate in letti, sull’intasamento degli sportelli pubblici dove si allungano le code, sul sovraffollamento di tram e autobus, sulle scuole dell’ob-bligo costrette a funzionare su due (e a volte tre) turni, i pagliai dei paesi del circondario, Moncalieri, Beinasco, Orbassano, che si trasformano in posti di prima accoglienza.

Valletta e la dirigenza Fiat considerano la città solo come luogo di espansione produttiva e mostrano indiffetenza rispetto ai problemi legati alla qualità della vita urbana, nella convinzione che il progresso tecnologico e l’innalzamento del reddito risolveranno a breve termine le contraddizioni dello sviluppo. Gli amministratori locali, da parte loro, non hanno né la capacità né la volontà di esercitare un ruolo direttivo e applicano la politica del “laissez faire”, col risultato di uno sviluppo urbano dettato dall’emergenza e dalla libertà di speculazione e la nascita di quartieri-ghetto dove mancano le infrastrutture per i servizi collettivi.

il treno del sole

Ogni giorno, sulle banchine della stazione di Porta Nuova, si riversa un numero sempre più consistente di persone arrivate a bordo del “Treno del Sole”, un convoglio che in ventitre ore attraversa l’Italia, dalla Sicilia al Piemonte. Ad attenderli alla stazione c’era un giovanotto che nel 1950 aveva costituito una agenzia immobiliare: Giovanni Gabetti. Nonostante la giovane età, prometteva di trovare un alloggio e non deludeva mai chi gli concedeva fiducia con una stretta di mano.

giacinto facchetti in versione palazzinaro

I Torinesi storsero il naso, ma in molti beneficiarono della immigrazione: quella massiccia domanda abitativa fece lievitare il prezzo degli alloggi e degli affitti in cui commercianti lungimiranti e persino stelle del calcio come Giacinto Facchetti avevano investito la loro ricchezza, facendo fortuna.

i quartieri dell’immigrazione

Gli stanziamenti maggiori degli immigrati italiani riguardano le originarie destinazioni : i quartieri di Mirafiori Sud, le Vallette, Aurora, Falchera, Regio Parco. Qui si stabilivano nel periodo di maggiore immigrazione a Torino.

Il centro storico, privo di una piano organico di ristrutturazione, si polarizza tra un’area del degrado, concentrata tra via Garibaldi e Porta Palazzo, e un’area di prestigio, con i negozi e gli uffici di lusso della nuova via Roma, i locali di rappresentanza nelle residenze nobiliari della zona Po, le attività commerciali e le abitazioni liberty della Crocetta; i quartieri circostanti il centro e compresi all interno della cinta urbana ottocentesca (San Donato, borgo Dora, Aurora, Vanchiglia, San Salvario, San Secondo) riescono faticosamente a mantenere un proprio equilibrio sociale e un proprio profilo, grazie alla presenza di un tessuto artigianale e di piccoli negozi che rendono meno anonimo l’ambiente; le aree più esterne della citta vedono invece esplodere un’edilizia abitativa di massa, con grandi casermoni incolori affacciati l’uno sull altro, l’erosione di tutti gli spazi verdi, la contiguità con i paesi della prima cintura ormai inglobati in un unica area metropolitana. “A Nord, tra il corso della Dora e quello della Stura, il territorio circostante a quelle che erano state le borgate Lucento, Madonna di Campagna e Regio Parco, dove si trovano gli stabilimenti Hat Grandi Motori, Ferriere piemontesi, Michelin, Nebiolo, Manifatture tabacchi, la popolazione passa da 100 mila abitanti nel 1951 a 254 mila nel 1971; l’area di Pozzo Strada, dove ci sono Fiat Aeronautica e Venchi Unica, passa da 22 mila a 100 mila, lo stesso aumento registrato a Santa Rita; ma l’esplosione più vistosa si ha ad ovest, nel territorio circostante la Fiat Mirafiori, che acc°‘ glie un’intera grande città passando da 18 mila a 140 mila abitanti, mentre i comuni limitrofi di Beinasco e Nichelino crescono di 5-6 volte, i prati lasciano il posto alle costruzioni e scompare il confine visivo tra un territorio municipale e l’altro”66.

A metà degli anni Settanta, quando il flusso migratorio rallenta e si avvia all’esaurimento, la città ha cambiato volto. L’area compresa nella cinta ottocentesca, che nel 1939 ospita il 60% della popolazione, è scesa al 31%, mentre le aree esterne salgono al 64% (escludendo la zona collinare): alcuni quartieri, come Vailette, Falcherà e Mirafiori Sud, sono abitati per oltre l’80% da immigrati meridionali.

il boom della popolazione: torino è la terza città meridionale d’italia dopo napoli e palermo

La popolazione torinese, passa dai 753.000 abitanti del 1953 a 1.114.000 del 1963. I nuovi arrivati dal sud si sostituiscono alla tradizionale immigrazione dalle altre zone dell’Italia settentrionale: pugliesi, calabresi, lucani, siciliani e sardi prendono il sopravvento sugli immigrati dell’Italia settentrionale, “fino ad allora la maggioranza assoluta”. Secondo il censimento del 1971, risiedono in città 77.589 siciliani, 106.413 pugliesi, 44.723 calabresi, 35.489 campani e 22.813 lucani: Torino diventa così “una città meridionale di dimensioni paragonabili a Palermo”.

Ad alimentare il flusso contribuivano anche il Veneto, la Sardegna – la comunità sarda a Torino aveva radici antiche – e l’inurbamento dal contado delle province piemontesi. Nel romanzo La malora di Beppe Fenoglio, l’amico del protagonista abbandona il legame con i campi e va a lavorare in fabbrica a Torino: quasi un tradimento della sua terra.

l’accoglienza dei torinesi

Nell’immaginario di chi emigra, Torino assume i contorni di una realtà capace di offrire casa e lavoro, ponendo fine alla miseria e agli stenti patiti nella terra natia. In realtà così non è, poiché l’arrivo in città si trascina dietro problematiche e difficoltà di non facile superamento. Differenze culturali e identitarie trasformano infatti l’incontro tra i torinesi e gli immigrati, specialmente quelli giunti dal sud, in un momento dai contorni frastagliati e spigolosi. Una discriminazione che assume le sembianze dei cartelli affissi ai portoni delle case arrecanti la frase non si affitta ai meridionali, oppure quella dell’attuazione di dinamiche esclusive che passano attraverso epiteti carichi di astio (napuli, terroni, mau mau) coniati dalla popolazione locale per definire, identificare, “screditare e deridere gli individui nativi delle regioni del sud”. Un fenomeno diffuso, inerente molti comparti della vita quotidiana e che sembra essere accettato anche da «La Stampa», principale testata cittadina, che, lontana dallo svolgere un ruolo di avvicinamento tra torinesi e immigrati, alimenta sulle proprie pagine, attraverso articoli, annunci e servizi, stereotipi e pregiudizi nei confronti degli immigrati del sud Italia, ampiamente consolidati tra i lettori torinesi. Si crea così una situazione di emarginazione, superata attraverso una progressiva condivisione di spazi ed esperienze nella sfera pubblica, privata e lavorativa, che consente di scalare il muro che divide i torinesi dagli immigrati incanalando il rapporto sui binari di un’integrazione pressoché pienamente avvenuta.

Le tensioni culturali ed etniche create dall’ondata migratoria sono palpabili sino verso la fine degli anni Sessanta. Gli operai torinesi e il Partito comunista considerano i nuovi arrivati come una minaccia per il sindacato perché accettano salari più bassi e lavori peggiori, mentre le classi medio-alte li accusano del malessere sociale e dell’aumento del crimine in città. “Molti immigrati, in gran parte provenienti da borghi rurali, incontrano prevedibili difficoltà iniziali ad adattarsi ai ritmi del lavoro industriale e questo alimenta gli stereotipi negativi sui meridionali come gente refrattaria al lavoro duro, priva di motivazione e di ambizione. A peggiorare le cose, i meridionali portano con sé costumi e abitudini che suscitano timore nella popolazione locale: i riservati piemontesi tendono a dare per scontata la propria superiorità culturale sugli immigrati arretrati, che giudicano con insofferenza come congenitamente incapaci di misura e autocontrollo”. Queste divisioni cominciano a smorzarsi all’inizio degli anni Settanta con la graduale standardizzazione degli stili di vita, con il reciproco riconoscimento di specificità culturali, con la creazione di una prima rete di servizi nelle periferie e con gli sforzi dei sindacati, dei partiti politici e della Chiesa cattolica (guidata con lungimiranza dall’arcivescovo Michele Pellegrino) per ottenere il sostegno degli immigrati.

 

fonti:

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2004/09/16/tornano-le-notti-del-chatham.html

 

Il night frequentato da Edoardo ed Umberto Agnelli e gli altri percorsi della dolce vita di Torino

 

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Whisky, soda e belle donne abbondavano sotto il tetto del Chatham Nightclub, in via Teofilo Rossi, proprio di fronte a Palazzo Bricherasio, che era un' icona della dolce vita torinese in quegli anni., assiduamente frequentato da uomini politici, giornalisti, ricchi signori e presunti tali tra luci soffuse, sigarette, musica ed entraineuses dalla pelle d' ambra. Erano i tempi del «superpartito» che dominava il Comune di Torino, e si dice che i big del Psdi, di una parte del Psi e addirittura del Msi si ritrovassero tra i suoi tavolini per decidere accordi, agguati e «siluri» per sindaci e giunte. in via Teofilo Rossi, proprio di fronte a Palazzo Bricherasio. Elvia Nardini, la storica “Maitresse” amica degli Agnelli li ricorda come assidui frequentatori, Giovanni grande giocatore di carte, e Umberto in veste cattivissima che si divertiva a tirare pezzi di pane agli altri clienti. Anche Marcello Mastroianni era una presenza abituale. E’ il periodo delle feste private, dei salotti, delle prime e delle esposizioni di nuovi artisti a cui la Torino-bene non mancava di partecipare

 

fonti:

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2004/09/16/tornano-le-notti-del-chatham.html

 

I divertimenti degli anni ’60

 

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I Cinema erano veramente tanti, alcuni nati addirittura nei primi decenni del Novecento. (Vedi l’articolo “I cinema storici di Torino”. Con il nuovo benessere del boom economico il cinema divennero un passatempo di massa, e le sale si moltiplicarono.

I caffè erano numerosi come oggi, ma negli anni ’60 erano veramente grandi, su più piani, e in molti si poteva anche ballare. Poi, a causa della crisi economica degli anni ’80, c’è stato un ridimensionamento generale.

Negli anni ’60 Torino era una fucina musicale di primissimo piano, basti pensare a Fred Buscaglione e i suoi Asternovas, ed ai Brutos. Le sale da ballo erano davvero tante, per tutti i gusti e per tutte le tasche, dal centro città alla periferia. I luoghi di ritrovo, (sale e nightclub) erano davvero tanti, considerando anche le sale dei comuni della cintura torinese, da Moncalieri a Nichelino, da Rivoli a Orbassano, oltre a quelle dei vari circoli e associazioni.

Ad eccezione di quelle della periferia e dei dopolavoro più a “bon pat”, cioè a buon mercato, frequentate dai meno abbienti che vi si accalcavano quasi esclusivamente il sabato sera e la domenica pomeriggio, tutte le altre erano, salvo eccezioni, piuttosto trasversali, e in quanto tali raccoglievano un pubblico più o meno eterogeneo. A tale regola sfuggiva l’Eden di via Alberto Nota con il suo giardino estivo interno, dove di pomeriggio si tenevano i “tè studenteschi”, e le due sale Gay: quella estiva di corso Moncalieri era un ritrovo piuttosto snob per gente “in”, quella invernale di via Pomba era invece preferita da gente un po’ più avanti con gli anni.

Nella prima, però, c’era pure chi ballava “la polverosa”: cioè chi, per non pagare il biglietto, si muoveva al ritmo della musica nello stradino tra la sala da ballo e il Po alzando nuvole di polvere.

Gli uomini in cerca di stimoli più forti frequentavano di nascosto alcuni tabarin come il Columbia e il Perruquet di via Goito, oppure il Chatham di via Teofilo Rossi: le protagoniste erano procaci spoglierelliste le cui (per l’epoca) audaci performance trovavano un limite invalicabile nel perizoma argentato o dorato.

Tra i ritrovi danzanti che allora andavano per la maggiore un posto di primo piano se lo erano ritagliato La Rotonda, il Trocadero e il Castellino. Il primo, situato all’ingresso del Valentino e collegato a Torino Esposizioni, è stato per anni la ribalta preferita dal maestro Gaetano Gimelli, che nei fine settimana “lunghi” con la sua orchestra proponeva il boogie-woogie, il cha-cha-cha e lo swing ballabile. L’elegante ma popolare Trocadero di via Andrea Doria aveva il vantaggio, rispetto ad altre sale, di essere in pieno centro: vi si alternavano, esclusivamente nei fine settimana, vari gruppi che si cimentavano in tutti i generi in voga allora. Il Castellino di corso Vittorio Emanuele 44, invece, iniziava a “lavorare” a partire dal martedì: si faceva la coda per ascoltare la musica proposta dal maestro Bruno Canfora o da Enzo Ceragioli i quali, scritturati per un periodo di almeno tre-quattro mesi, allestivano orchestre di dieci-dodici elementi. Il Castellino era famoso per le veglie a tema: il sabato di volta in volta furoreggiavano i pasticceri, i droghieri o i salumieri.

Altri locali "storici" erano la Pagoda del Valentino, dove prima dei cantanti "moderni" Gianni Cucco e Maria Battiston si era a lungo esibito con la sua band il trombettista Nini Rosso, e l’Hollywood (poi Du Parc) di corso Regina Margherita in cui si sarebbero poi esibiti anche il Quartetto Cetra e Adriano Celentano.

Passiamo alla periferia. In borgo San Paolo (esattamente in via Cesana) c’era la Serenella, un ritrovo giovane e alla buona con orchestre però non di gran nome. In borgata Parella vi era il Fassio Café Chantant, vero e proprio cimitero degli elefanti per le ballerine di can-can: i giovani vi venivano ad assistere a quelle che scherzosamente chiamavano “le danze delle vene varicose”. Un certo seguito riscuotevano pure il Principe di via Principe d’Acaja, lo Chalet del Valentino, il Lutrario di via Stradella, la sala De Benedetti, situata sopra il teatro Carignano e, nella stagione estiva, la pista all’aperto dei Giardini Reali.

E ancora: lo Splendor di corso Lecce e il Fortino di via Cigna 45. Per non parlare del Faro di via San Massimo, inaugurato nel ’52, nel quale per un quinquennio si esibirono principalmente il “clarinettista d’oro” Hengel Gualdi e l’emergente Fred Buscaglione con i suoi Asternovas.

 

fonti:

https://www.lastampa.it/blogs/2008/11/14/news/i-divertimenti-e-le-vecchie-sale-br-da-ballo-prima-parte-1.37247729

 

Tutte le discoteche storiche di Torino

 

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Le discoteche di Torino erano una componente ineliminabile degli anni ’60 del divertimento. Facciamone un breve elenco.

Nel 1962 erano presenti:

Acapulco, Bagatelle Evaristo's club , Augusteo, Bruno, Caprice, Castellino, Centro Club, De Benedetti, Eden, Faro, Florida, Gay (Sala),  Gay (Villa), Gran Mago,  Hollywood (che diventerà in seguito Du Parc),  La Cicala, La Perla, La Serenella, Le Roi, Lido, Massaua, Monkey Club, Nirvana, Principe, San Giorgio al Valentino, Trocadero, Piscina del Sole, Columbia, Estoril Club, Moulin Rouge, Tavernetta, Whisky Notte

Nel 1963 furono aperte:

Abatjour, Anaconda, Apollo, Arlecchino, Chez Louis, Fortino, Gaudio, Holiday, Lido, Miroglio, Safari, Scotch Wisky, West End

Nel 1964 furono aperte:

Giardino Belle Arti, Club84, Los Amigos (già Miroglio)

Nel 1965 furono aperte:

Crazy Club, Las Vegas, Abadan

Nel 1966 furono aperte:

Piper, Voom Voom, Baby Night, The Asylum (la "Perla Danze" diventa "Beat Perla")

Nel 1968 furono aperte:

Adriano, Reposi, La Grotta, Lucciola

Nel 1969 furono aperte:

Al 2000, Swing Jazz Club, Mini Club, Le Rififi ("Augusteo" diviene "Shaker" e  "Las Vegas" diviene "Boccaccio")

Nel 1970 furono aperte:

Golden Boy, Mack 1, Rouge Noir, Kilt, Leri, Planetario Jet

 

fonti:

http://enrico48.e-monsite.com/pagine/storie-di-vita/le-sale-da-ballo-a-torino.html

 

I locali storici del Jazz a Torino

 

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Il Jazz a Torino e in Piemonte ha precedenti gloriosi. Bisogna ricordare infatti che a Torino, nel 1935, fu fondato il primo “Hot Club” italiano da un gruppo di appassionati di jazz ante litteram che si trovavano al Caffè Crimea dove il pioniere Alfredo Antonino metteva a disposizione degli amici esecuzioni tratte dalla sua ricca discoteca privata, e che nello stesso anno approdò in città la prima tournée di Louis Armstrong in Europa. Le parole dello stesso Antonino danno l’idea del fervore culturale della Torino di quel periodo: «Quella sera tutti i musicisti di Torino si erano trovati un cambio qualsiasi o avevano disertato la loro sala da ballo. La coda delle automobili davanti al teatro era incredibile. Louis ebbe un successo che ha del miracoloso. La maggior parte del pubblico certamente non lo capiva, ma nel subcosciente chiunque era preso dalla sensazione di trovarsi di fronte a un grande artista». Quella sera era presente in sala anche il critico e musicologo Massimo Mila, entusiasta della tromba di Armstrong e della novità dirompente dell’improvvisazione nel panorama musicale italiano. Poco dopo Mila fu arrestato per la seconda volta per attività antifascista, e con lui molti altri intellettuali del gruppo Giustizia e Libertà: Vittorio Foa, Augusto Monti, Giulio Einaudi, Giancarlo Pajetta, Leone Ginzburg. Con loro finì metaforicamente in prigione per molti anni, o quantomeno in libertà vigilata, anche il jazz, ritenuto dal regime un pericoloso veicolo di anticonformismo, un omaggio alla detestata cultura americana e, in definitiva, una poetica della libertà incompatibile con la censura, il grigiore e la xenofobia. Tanto che, dal 1938 in poi, nel periodo bellico, gli appassionati dovettero ricorrere a una specie di “carboneria jazzistica”, pena l’essere aggrediti malamente da manganellatori in camicia nera, come toccò una sera al Valentino a Fred Buscagliene, o essere banditi dalla radio di stato, l’EIAR, come successe al musicista Gorni Kramer per aver eseguito musiche sincopate durante una trasmissione. Ma, come un fiume carsico, il jazz non mancò mai di riapparire qua e là, a volte mascherandosi sotto apparenze italiche, per poi rinascere dopo la guerra, insieme alla scoperta della letteratura americana. Non si può non ricordare, a questo proposito, la lirica A solo, di saxofono, di Cesare Pavese, un omaggio del poeta al genere musicale da lui amato:

Tutta l’anima mia / rabbrividisce e trema e s’abbandona / al saxofono rauco. / È una donna in balia di un amante, una foglia / dentro il vento, un miracolo, / una musica anch’essa.

Da allora fiorirono in città locali che fecero storia, ben noti ai jazz fan: la Taverna Sobrero, il Circolo Torinese del Jazz, lo Swing Club, il Teatro degli Infernotti. E a Torino, dove ha cominciato a suonare da autodidatta il trombone in bande dixieland, si è formato il più grande musicista jazz italiano contemporaneo, Enrico Rava. Di questa ricca tradizione il JCT è un degno erede e piazza Valdo Fusi un ideale spazio metropolitano, tanto nel Giardino d’inverno come nella terrazza per i concerti estivi all’aperto, dove il palco è contiguo ai tavolini del caffè. Per le esecuzioni che richiedono ambienti più grandi, il JCT ha a disposizione una seconda sede all’Art Cafè dell’Hotel Méridien al Lingotto. Oltre alla stagione concertistica normale, tra festival e rassegne internazionali non c’è settimana che il jazz non offra al pubblico la sua rauca e struggente poesia. Buon ascolto!

 

La diffidenza piemontese verso il Meridione in due aneddoti spassosi

 

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un plenipotenziario terrorizzato

C’è una lettera di Luigi Carlo Farini, inviato da Cavour a Napoli come plenipotenziario, per andare un po’ a vedere quel Regno che il Piemonte non aveva cercato e che invece era costretto a prendersi per colpa della bravata garibaldina. Farina, dopo una settimana di permanenza, scrisse spaventatissimo al suo Presidente del Consiglio: «Eccellenza, questa è Affrica!» (con due effe, come allora usava).

luigi firpo rassicura i piemontesi: qui fa troppo freddo per ciondolare all’aperto, la città non diventerà una kasbah

Ai torinesi che temevano l'irreversibile, totale meridionalizzazione della città, rivolgeva parole rassicuranti Luigi Firpo che, eletto deputato, fece scandalo rifiutando di votare una legge a favore di Roma. Disse, chiaro e tondo, che per lui erano soldi sprecati, che ogni tentativo di migliorare anche solo l'aspetto esterno di una città irredimibile come quella finiva in sprechi, in lavori mai finiti, nel degrado, tra l'indifferenza, la cialtroneria, il vandalismo, l'odioso «nun me ne pò fregà dde meno».

«Tranquilli!» ripeteva Firpo ai timorosi piemontesi. «Tranquilli! Dal Sud ne potranno venire ancora tanti, ma è il clima che ci salverà dalla casbah all'araba, dal basso alla napoletana, dall'economia della "hostaria" alla trasteverina. Tranquilli: ci proteggerà San Freddo. La vita per la strada, le porte spalancate sulla cucina, il bucato steso in strada, magari il cesso all'aperto, da noi non sono praticabili: almeno da ottobre ad aprile, se non a maggio, dovranno starsene chiusi in casa, ci penserà il nostro clima a impedire quella vita per le strade che è la stigmata di ogni meridione. Il dover stare al coperto, con le finestre chiuse e la stufa accesa, spinge al lavoro. Al lavoro serio, quello per il quale non basta fare il minimo indispensabile per procurarsi qualche arancia, qualche fico d'India o una mozzarella, ma per cui occorre cibo calorico, che costa. Che, dunque, esige impegno.» Insomma, per questo custode della piemontesità, era il «generale Inverno» la difesa dei subalpini, contro l'invasore che premeva dal Sud della penisola.

 

fonti:

Vittorio Messori, Il mistero di Torino, versione ebook, posiz. 326,9, 399,5

 

La vivacità culturale di Torino negli anni ’60 e ‘70

 

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Il dinamismo che caratterizza l’economia torinese dalla fine della guerra ai primi anni Settanta contribuisce anche a stimolare la vita culturale: università, giornali, convegni rappresentano strumenti e ambiti di confronto, ma è soprattutto attorno a Giulio Einaudi e alla sua casa editrice che si costituisce un gruppo di intellettuali innovativi, aperti a influenze internazionali, attenti alle suggestioni della contemporaneità: Cesare Pavese, Italo Calvino, Primo Levi, Norberto Bobbio, Franco Venturi, Mario Soldati, Alessandro Galante Garrone non sono che i nomi più illustri di una stagione in cui la città ospita influenti scuole di pensiero filosofiche, storiche, letterarie. Mentre la Galleria civica d’Arte moderna diventa un riferimento nazionale organizzando mostre di grandi artisti contemporanei, Achille Dogliotti inaugura una scuola di chirurgia di alto livello, il Politecnico moltiplica il numero degli iscritti in stretta connessione con le esigenze del mercato del lavoro cittadino, associazioni come l’Unione Culturale animano il dibattito pubblico. Simbolo di questa stagione sono le celebrazioni di Italia ’61, che sul piano urbanistico comportano la rivisitazione dell’ingresso sud della città (sulla direttrice Moncalieri-Parco del Valentino) e sul piano degli eventi l’organizzazione della mostra per il centenario dell’unità: il Palazzo del Lavoro, il Palazzo a Vela, la Monorotaia, il Circarama, il museo dell’Automobile, i padiglioni delle regioni italiane propongono il passato risorgimentale del Paese, la sua pluralità culturale, ma soprattutto l’orgoglio di un presente industriale e tecnologico già proiettato verso il futuro. Le celebrazioni attraggono un pubblico di milioni di visitatori e pongono per molti mesi Torino al centro delle attenzioni nazionali (anche se le lasciano in eredità edifici espositivi monumentali, progettati senza prevederne la destinazione successiva).

 

fonti:

Gianni Oliva, Storia di Torino, pp. 269-288

 

Il Sessantotto

 

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L’allentamento delle tensioni etniche in città non conduce, comunque, a una nuova era di pace sociale e di stabilità politica. Al contrario, “Torino diventa ancora una volta un importante campo di battaglia in un contesto che vede l’impressionante crescita della militanza operaia e del radicalismo studentesco”. Termometro della temperatura in ebollizione sono già stati, nel 1962, gli scontri di luglio in piazza Statuto; nella loro durezza e nella spontaneità della loro dinamica, essi hanno manifestato l’irruzione sulla scena politica di una classe operaia nuova, esasperata dai ritmi della catena di montaggio, dalla durezza della disciplina di fabbrica, refrattaria al rispetto delle gerarchie sindacali, mossa da una rabbia combattiva poco conciliabile con i tatticismi e le prudenze del sindacalismo tradizionale.

Parallelamente a questa forza, nel febbraio 1967 esplode un altro soggetto, il Movimento studentesco, che nel febbraio occupa la sede della facoltà di Lettere a Palazzo Campana, riproponendo l’azione nel novembre successivo e servendo da modello per le analoghe proteste avvenute nei mesi successivi in molte università del Paese. “In linea con le esperienze di altri giovani occidentali, anche i giovani torinesi sperimentano una nuova stagione di aspettative crescenti, che alterano i comportamenti verso le autorità costituite, i consumi, la sessualità. Le motivazioni culturali si intrecciano con un nuovo idealismo politico che trae ispirazione dagli sviluppi di fenomeni internazionali come la guerra in Vietnam, la Rivoluzione culturale cinese, le imprese in America Latina di Che Guevara”. Questo nuovo radicalismo, che nella primavera 1968 trova stimolo nell’esperienza del “maggio francese”, è particolarmente marcato a Torino, dove lo sviluppo industriale ha imposto una cultura tecnocratica, gerarchica ed efficientistica. Nel 1968-69 il Movimento studentesco dell’università trova un terreno di incontro con gli attivisti operai della città, in lotta sui temi dei ritmi di produzione, dei salari, delle discriminazioni sul posto di lavoro. “L’irrequietezza degli stabilimenti industriali è cresciuta indipendentemente dagli avvenimenti universitari, ma i giovani estremisti aiutano a far crescere nei lavoratori un clima di insubordinazione verso tutte le autorità, incluse quelle del sindacato e del Partito comunista, e rafforzano la tendenza degli operai più giovani per l’azione diretta e le decisione collettive prese nelle assemblee di massa”67. L’alleanza tra studenti e lavoratori porta alla formazione di una “nuova sinistra incarnata da piccoli gruppi rivoluzionari, da Lotta Continua a Potere Operaio, che ambiscono a formare un nuova coscienza rivoluzionaria nel proletariato cittadino.

Nell’autunno 1969 lotte di fabbrica e manifestazioni studentesche si susseguono quasi quotidianamente in coincidenza con il rinnovo del contratto dei metalmeccanici, in un panorama cittadino dove i sindacati e i partiti tradizionali faticano a mantenere il controllo della situazione: è il cosiddetto “autunno caldo , fenomeno di mobilitazione radicale diffuso in tutti i centri industriali del Nord ma che ha il suo epicentro a Torino, città dove i metalmeccanici rappresentano oltre il 50% dei lavoratori; interruzioni del lavoro in fabbrica, occupazione delle Università e di molte scuole superiori, cortei che paralizzano il centro, dove convergono le manifestazioni operaie che partono dagli stabilimenti di Mirafiori e Lingotto e quelle degli studenti in sciopero che muovono dalle varie scuole e dalla nuova sede delle facoltà umanistiche, Palazzo Nuovo, inaugurato quell’anno. Nel suo fervore insieme caotico, velleitario e creativo, l’“autunno caldo” nasce dallo scollamento profondo tra le esigenze di rinnovamento indotte dalle trasformazioni economiche e sociali del miracolo economico” e l’immobilismo della politica nazionale, paralizzata nella gestione della quotidianità e incapace di strategie di lungo periodo.

Se da un lato segna il punto di maggior durezza dello scontro, l’autunno 1969 manifesta anche i limiti delle ambizioni rivoluzionarie e dell’alleanza tra studenti e operai: come è stata laboratorio di quell’alleanza, Torino è anche laboratorio del suo esaurimento. “Una nuova e più aggressiva coalizione delle maggiori federazioni sindacali riafferma l’autorità del sindacato in fabbrica e nella negoziazione con i vertici aziendali. Alla fine dell’anno, i principali leader ottengono un contratto nazionale che contiene aumenti salariali indifferenziati, le 40 ore lavorative, un periodo di ferie più lungo e spazio al diritto di assemblea in fabbrica. I gruppi rivoluzionari denunciano il contratto come tradimento, ma il loro punto di vista non è condiviso dalla maggior parte dei lavoratori che approvano l’accordo”68. La stagione si conclude così con un bilancio positivo in termine di conquiste sindacali e, nel contempo, con il radicamento dei gruppi politici della “nuova sinistra”, tanto radicali nel linguaggio e nelle piattaforme quanto semplicistici di fronte al problema della violenza.

 

fonti:

Gianni Oliva, Storia di Torino, pp. 269-288

 

Gli anni di piombo

 

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La nascita del terrorismo a Torino si colloca nell’autunno di tre anni dopo e non è casuale il vigore con cui prima le Brigate Rosse, poi Prima Linea con altri segmenti collaterali operino in città. A Torino si fronteggiano senza mediazione i due grandi blocchi economici e sociali, da una parte il più grande gruppo industriale europeo, dall’altra la più grande concentrazione operaia: i nuclei terroristici cercano di inserirsi come un cuneo per radicalizzare lo scontro. Il 26 novembre 1972 nove automobili di aderenti al sindacato neofascista Ci-snal vengono incendiate quasi contemporaneamente in punti diversi della città; nel 1973 vengono sequestrati prima il sindacalista Cisnal Bruno Labate, poi il direttore del personale Fiat Ettore Amerio. Il salto di qualità del terrorismo avviene nel gennaio 1977, quando viene ucciso un giovane brigadiere dell’ufficio politico della Questura, Giuseppe Ciotta: poi inizia un escalation che dura sino al 1980 e costa la vita, tra l’altro, al presidente dell’Ordine degli avvocati Fulvio Croce, al vicedirettore de’“La Stampa” Carlo Casalegno, alla guardia carceraria Giuseppe Lorusso, agli agenti di polizia Giovanni Cali e Francesco Sanna, al giudice Caccia. La reazione ferma e unitaria delle autorità locali, a cominciare dal sindaco comunista Diego Novelli eletto nel 1975, le iniziative di vigilanza della stessa popolazione (come il questionario proposto dalla circoscrizione Aurora-Rossini per segnalare ogni informazione utile), l’offensiva antiterroristica lanciata dal governo nazionale dopo l’assassinio di Aldo Moro, isolano sempre più Brigate Rosse e Prima Linea. Nell’inverno 1979-80 la cattura di Patrizio Peci, che collabora in cambio di una riduzione di pena, permette di smantellare l’organizzazione terroristica delle Brigate Rosse in città dopo cinque anni di emergenza: un altro pentito, Roberto Sandalo, rivela nomi e riferimenti di Prima Linea. Quando il terrorismo è sconfìtto, si possono calcolare i prezzi pagati dal torinese: 323 attentati, 26 morti, 48 feriti.

 

fonti:

Gianni Oliva, Storia di Torino, pp. 269-288

 

La nuova immigrazione

 

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la nuova immigrazione

Nel 1973 per la prima volta il saldo migratorio italiano, che era negativo (espatri maggiori di ingressi), diviene positivo; alla fine degli anni ’70 il flusso di stranieri diviene consistente, sia per la "politica delle porte aperte" praticata dall'Italia, sia per politiche più restrittive adottate da altri paesi. Nel 1981, il primo censimento Istat degli stranieri in Italia calcolava la presenza di 321.000 stranieri, di cui circa un terzo "stabili" e il rimanente "temporanei". Nel 1991 il numero di stranieri residenti era di fatto raddoppiato, passando a 625.000 unità. Negli anni novanta il saldo migratorio ha continuato a crescere e, dal 1993 (anno in cui per la prima volta il saldo naturale è diventato negativo), è diventato il solo responsabile della crescita della popolazione italiana.

Con l’allargamento dell’Unione Europea, che tra il 2004 e il 2013 registra l’ingresso di Ungheria, Polonia, Slovacchia, Lettonia, Estonia, Lituania, Repubblica Ceca, Slovenia, Romania, Bulgaria e Croazia al flusso proveniente da sud si aggiunge quello proveniente da est. Alla data del censimento della popolazione del 2001 risultavano presenti in Italia 1.334.889 stranieri, mentre le comunità maggiormente rappresentate erano quella marocchina (180.103 persone) e albanese (173.064). Nel 2005 gli stranieri erano 1.990.159, mentre le comunità albanese e marocchina contavano, rispettivamente 316.000 e 294.000 persone.

la reazione ostile degli ex immigrati alla immigrazione straniera

Una parte degli immigrati di prima generazione, largamente integrati nel tessuto sociale ed economico torinese, non ha visto di buon occhio la immigrazione extracomunitaria, specie in un periodo di contrazione economica e di disoccupazione che sta colpendo la metropoli piemontese con particolare forza: la storia si ripete e la nuova sfida dell’integrazione si gioca ora tra vecchi e nuovi migranti.

 

fonti:

Wikipedia, “Immigrazione in Italia”

 

 

 

 

 

LA TORINO ARALDICA E SIMBOLICA E DECORATIVA

 

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Una Torino che sembra uscita da un romanzo di Dan Brown: ecco la Torino dei simboli massonici e cattolici che si fronteggiano nell’intrico delle strade del centro.

 

I simboli della bandiera del Piemonte

 

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Lo stemma del Piemonte, che si trova sulla bandiera o drapo, come si dice in piemontese, è ricco di simboli e di storia.

La bandiera del Piemonte venne adottata la prima volta il 15 agosto 1424 da Amedeo VIII, detto il Pacifico, dapprima Conte di Savoia e poi il primo ad assumere il titolo di Duca di Savoia. Ispirato alla bandiera della Savoia, anch’essa composta da una croce bianca in campo rosso, ma senza altri componenti aggiuntivi, il vessillo che i Piemontesi chiamarono subito il “drapò”, fu originariamente destinato al figlio primogenito del duca, in occasione della concessione del titolo di Principe di Piemonte, appannaggio dell’erede al trono.

Composto da una croce bianca o argentata in campo rosso (detta anche Croce di San Giovanni Battista, con i colori esattamente opposti a quelli della Croce di San Giorgio), il drapò è contornato da un profilo azzurro (azzurro Savoja). La croce è sormontata dal caratteristico simbolo araldico, che contrassegna la primogenitura, detto “lambello”.

Lo Stemma ha forma quadrata, con croce d'argento in campo rosso spezzata da lambello azzurro a tre gocce. Di fatto è stato ripreso l'antico stemma che nel 1424 Amedeo VIII, primo duca di Savoia, stabilì per il Principe di Piemonte, titolo spettante all'erede del casato, apponendo il lambello (la più nobile delle brisure e spesso utilizzata quale segno di primogenitura) in capo allo stemma sabaudo. Le tre gocce del lambello ricordano i casati che hanno governato il Piemonte: Angiò, Savoia-Acaia, Savoia, e sono anche il simbolo della primogenitura, il segno dell’erede al trono.

I colori sono: il rosso, vale a dire il coraggio; il blu, vale a dire la stabilità e l’arancione (dal melograno ove gli spicchi sono tutti uguali ed uniti), che vuol significare “indivisione” e “uguaglianza”. L’azzurro è anche il colore della Vergine, che i Sabaudi poterono mettere sul loro stemma grazie alla partecipazione alla Battaglia di Lepanto. Pio V, Papa mariano e domenicano, affidò a Maria Santissima le armate ed i destini dell’Occidente e della Cristianità, minacciati dai musulmani. I reduci vittoriosi, che ritornando dalla guerra passarono per Loreto a ringraziare la Madonna. I forzati che erano stati messi ai banchi dei remi ottomani sbarcarono a Porto Recanati e salirono in processione alla Santa Casa, dove offrirono le loro catene alla Madonna; con esse furono costruite le cancellate poi poste agli altari delle cappelle. Lo stendardo della flotta fu donato alla chiesa di Maria Vergine a Gaeta, dove è tuttora conservato. Coloro che parteciparono all’impresa poterono da quel momento fregiarsi del colore azzurro, il colore della Vergine “Auxilium Christianorum”.

 

fonti:

https://www.corrispondenzaromana.it/la-madonna-del-rosario-e-la-battaglia-di-lepanto/

http://www.piemontetopnews.it/storia-della-bandiera-che-simboleggia-il-piemonte-il-drapo/

 

Simboli massonici o anticlericali a Torino

 

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i due geni alati di torino e il candelabro a sette braccia sulla mole

Secondo molti, l'Angelo della Luce posto in cima alla Mole Antonelliana sarebbe in realtà un genio alato che porta sul capo la stella massonica a cinque punte. Sta di fatto che è antica la fama sinistra del luogo dove, nella seconda metà dell'Ottocento, sarebbe sorta la piazza chiamata dello Statuto. In effetti, è in corrispondenza con la porta romana a ponente, quella che guardava verso il tramonto del sole, metafora di ogni vita che si spegne.

simboli massonici a piazza statuto

E' probabile che, a piazza costruita e sistemata, una certa aura ambigua le sia venuta anche dal fatto che l'Ottocento anticlericale ne fece un vero e proprio magazzino liberomuratorio. Non solo nel monumento al Fréjus, dove l'Angelo che trionfa sulla piramide e scrive sul marmo il nome degli ingegneri apostoli del Progresso è un gemello dell'Angelo - o «Genio Alato», come si preferiva dire, per non usare il termine della tradizione cristiana - che la stessa ideologia volle fosse issato sulla sommità della Mole Antonelliana.

Un emporio davvero massonico, questa piazza Statuto, nel monumento «grande», la piramide, e in quello «piccolo», l'obelisco al Meridiano di Torino, ma anche nella struttura dei palazzi. In effetti, non so quanti notino com'è insistente e prevalente in essi l'elemento del triangolo. Alcuni, giganteschi, concludono le facciate; altri sovrastano tutte le finestre del «piano nobile», quello riservato all'élite, quasi a indicare che i Fratelli abitano lì (tra loro, in effetti, c'era Edmondo De Amicis, inquilino del palazzo all'angolo con il corso Beccaria), mentre altri triangoli formano il tetto di tutte le mansarde. Sono elementi architettonici certamente non casuali, pensati e collocati (considera anche l'epoca della costruzione e il progetto fatto in Inghilterra, madre della Loggia delle Logge) per suggestione di una Libera Muratoria che celebrava allora la sua grande stagione di potere, politico e anche culturale. Insomma, pure questo, dando un tocco di occulto, di Superga fronteggia la Mole

la vittoria alata sul colle della maddalena

Torino, invece, nel suo posto più alto, prima ha messo un «genio alato» venuto in volo direttamente da una Loggia. Doveva essere, lo sanno tutti, la sinagoga degli ebrei della Capitale del nuovo Regno: volevano un edificio imponente per dare visibilità alla loro comunità, finalmente emancipata dallo Statuto del 1848. C'era certamente un desiderio di rivalsa, soprattutto verso il mondo cattolico, visto che ciò che quegli israeliti desideravano era una sinagoga più grande di ogni chiesa torinese e volevano che, addirittura, non terminasse in una guglia ma in una "menorah", un candelabro a sette braccia. E invece fu un genio con u na stella: che non è, ovviamente, la "Stella Maris" o la "Stella Matutina" delle litanie del rosario.

E non si consolino, i credenti, perché la città, in realtà, sarebbe dominata da Superga, che è un tempio in onore della Madonna delle Grazie (anche se non mi risulta che ne esista una devozione, non ho mai sentito un torinese, nemmeno tra i più pii, invocare Nostra Signora di Superga, né ho mai visto nessuno andarvi in pellegrinaggio). Comunque, se vogliamo essere precisi, è il Colle della Maddalena, non quello di Superga, il punto più alto della «montagna di Torino», come sino al Settecento chiamavano la collina. E su quel vertice, dunque sulla balza più elevata del territorio del comune, ecco la statua gigantesca di una divinità pagana, Nike, la Vittoria, con tanto di iscrizione dannunziana («Il nome breve, che nella Genesi diede la luce») che gioca un po' empiamente sulla assonanza biblica del nome Fiat. E la dea regge, a dominio della città, un grande faro che lancia un segnale non della religione del vangelo ma di quella della patria. Insomma, sull'edificio più alto e sulla collina più alta di Torino non stanno croci o madonne, bensì simboli o di laicisti o di nuovi pagani, gli adepti dei culti nazionalistici, certamente i più sanguinosi della storia, come hanno mostrato gli ultimi due secoli.

 

fonti:

Vittorio Messori, Il mistero di Torino, versione eBook, posiz. 480,2; 89,7

 

Il portone del diavolo

 

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È nel palazzo in via Venti Settembre sull’angolo con via Alfieri, attualmente sede di un istituto di credito. Era in origine il portone del Palazzo Trucchi di Levaldigi. Sul battacchio bronzeo della robusta porta è visibile un diavolo sogghignante. Il pesante uscio si collega a una delle leggende fiorite intorno al palazzo, come se in poche ore, in una sola notte, fosse stato sistemato sui cardini, quasi si trattasse d’una operazione diabolica da portare a termine di nascosto approfittando dell’oscurità.

 

fonti:

Renzo Rossotti, Guida insolita di Torino, p. 230

 

Il Santo Graal a Torino e la Gran Madre di Dio

 

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Sulla Chiesa della Gran Madre di Dio sono state formulate le interpretazioni più esoteriche della città ed infatti è proprio questo il luogo più avvolto nel mistero. La chiesa venne iniziata nel 1818 e conclusa nel 1831, per festeggiare il ritorno dei Savoia dopo l’invasione napoleonica e, secondo la tradizione, sorgerebbe in un punto dove si trovava un tempio antichissimo e misterioso.

La Gran Madre è una delle chiese più importanti di Torino; in special modo la cupola, che è una calotta a cassettoni in calcestruzzo, viene considerata una delle massime realizzazioni tecniche dell'architettura del periodo neoclassico nel Piemonte. A pianta circolare, per rinforzare il simbolico assioma con il divino, eretta su un asse ovest-est con ingresso a occidente e altare a oriente, la Gran Madre di Torino a vederla non si direbbe un edificio di culto cristiano, poichè assomiglia di più ad un tempietto greco-romano. Effettivamente ha analogia con il Pantheon di Roma, che pare abbia ispirato davvero il progettista, Ferdinando Bonsignore (Torino 1760 - 1849), architetto reale dal 1798.

Vista dall’interno la cupola viene interpretata come una coppa rovesciata, simbolo del santo Graal. Il santo Graal è la coppa in cui si dice abbia bevuto Gesù durante l’Ultima Cena e nella quale successivamente Giuseppe d’Arimatea ne ha raccolto il sangue durante la crocifissione.

Sul piazzale di fronte al sagrato della chiesa con la sua ampia scalinata, troviamo rispettivamente due statue femminili piuttosto criptiche, una a destra e l’altra a sinistra: la statua di sinistra rappresenta la Carità e tiene sollevata nella mano sinistra una coppa (simbolo appunto del Santo Graal). Questa figura guarda verso una direzione non precisa che, secondo molti studiosi di esoterismo, dovrebbe indicare il punto in cui è nascosta la misteriosa coppa.

La statua di destra invece rappresenta la Fede e ha una particolarità piuttosto strana: sul suo lato destro, in una posizione apparentemente secondaria, si intravede (rovesciata) una tiara papale. Secondo molti questo è il segno di una profezia di Nostradamus che prevedrebbe il futuro decadimento del potere ecclesiastico della Chiesa apostolica romana. Inoltre nella mano destra la figura regge una croce di legno mentre alla sua sinistra vi è un angelo inginocchiato che porge alla donna le Tavole dei comandamenti dati a Mosè sul monte Sinai.

Sul frontone del tempio, poi, si trova una monumentale dicitura: “ORDO POPULUSQUE TAURINUS OB ADVENTUM REGIS” ossia, dal latino, “La città ed i cittadini di Torino per il ritorno del Re”. Fu il latinista Michele Provana del Sabbione a concepire questa scritta. Secondo Arnò, grande personaggio torinese esperto di esoterismo, la frase farebbe riferimento al supremo ordine del toro, Ordo Taurinus, riallacciandosi così da un lato all’antica discendenza celtica-druidica, ma dall’altro anche a quello egizio dei sacerdoti del dio-toro Api.

Un’ulteriore curiosità sulla posizione astronomica di questa chiesa: a mezzogiorno in punto del 21 dicembre di ogni anno (data del solstizio d’inverno)  il sole appare esattamente sulla sommità del timpano del tempio.

Secondo gli esoteristi, la chiesa della Gran Madre fa parte di una triade sacra, segno della perfezione presente a Torino. Essa rappresenta il Santo Graal e, assieme alla Sacra Sindone ed al frammento della croce di Gesù, costituiscono i tre elementi che simboleggiano la Sacra Trinità.

Un altro dei motivi per cui viene considerato un punto di forte energia è la vicinanza al fiume (sorge sulla riva destra del Po), elemento considerato simbolo di vita da tempi ancestrali e collegato al culto della Grande Madre. Secondo gli esoteristi la dedicazione alla Gran Madre di Dio ricorda il culto della Grande Madre universale, diffuso nell’antichità. Si dice che esattamente qui dove sorge la chiesa della Gran Madre di Dio vi fosse un tempio 'pagano' dedicato proprio alla dea Iside; altri dicono che sulla collina che sorge alle spalle dell'edificio si fossero anticamente insediati i Taurinii, ceppo Celtico i cui sacerdoti, i Druidi, veneravano la natura, i boschi e la Madre Terra, e qui avrebbero innalzato un tempio appunto a Gaia

 

fonti:

http://www.lingueunito.org/torinomagica/chiesa-della-gran-madre-di-dio/

http://www.duepassinelmistero.com/Gran%20Madre.htm

 

Il Palazzo degli Stemmi

 

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Uno dei luoghi più suggestivi della Torino araldica è il Palazzo degli Stemmi. In mezzo all’eleganza dei palazzi del centro storico, lo si riconosce perché in corrispondenza delle arcate del porticato ha applicati degli stemmi araldici. Uno diverso dall’altro.

Al centro della lunga sequenza, sopra all’arcata in corrispondenza del portone di ingresso principale, si trova l’emblema di Casa Savoia, sorretto da statue allegoriche rappresentanti la carità avvolte in delicati e morbidi drappeggi.

Palazzo degli Stemmi è più o meno a metà di Via Po, sul lato sinistro della via andando verso il fiume. E’ infatti uno dei palazzi porticati della “passeggiata regale”.

Sembra strano crederlo, vedendo Torino come è adesso, ma tutta la zona intorno a Via Po –e Via Po stessa, che a suo tempo si chiamava Contrada di Po- fino alla fine del 1600 era al di fuori delle mura cittadine! Pensate che ai tempi di Emanuele Filiberto di Savoia, nel XVI secolo, dove ora si trova il Palazzo degli Stemmi si trovava un edificio destinato alla posta dei cavalli! Via Po è infatti sempre stata una direttrice importante per il collegamento che creava fra la città e il fiume e verso l’astigiano e il Monferrato.

Il palazzo venne edificato nel contesto del secondo ampliamento della città (1673), il cui progetto venne affidato all’architetto Amedeo di Castellamonte da parte di Vittorio Amedeo II, ma la storia di questo palazzo nasce molto, molto prima.

La peste che colpì Torino nel 1630 falcidiò la popolazione, riducendo gli abitanti da 11.000 a 3.000. Quando Carlo Emanuele II salì al trono, si trovò a gestire non poche questioni rilevanti, ed una di queste era il degrado e la povertà della popolazione. Stabilì quindi la fondazione dell’Ospizio di Carità, un ospedale per il ricovero degli infermi e dei mendicanti.

La sede dell’Ospizio di Carità cambiò più volte nell’arco degli anni, sulla base del mutare delle esigenze della città.

Al prospettarsi del nuovo ampliamento cittadino, volto al recupero e al risanamento di quella zona “fuori le mura” che era molto degradata, sorse l’idea di collocare l’Ospizio nella nuova area urbana di Contrada Po.

Era il 1682, Carlo Emanuele II era morto da vari anni e suo figlio Vittorio Amedeo II aveva preso pieno potere dopo la reggenza da parte della madre, la Madama Reale Maria Giovanna Battista. Le decisioni di Vittorio Amedeo riguardo il nuovo Ospizio furono argomento di discussioni e chiacchiericci in città, anche perché vennero interpellate le famiglie benestanti e agiate di Torino –prima ancora di quelle nobili- e venne domandato loro un contributo di generosità. In cambio, l’emblema della famiglia sarebbe stato posto sulla facciata del palazzo, sede del nuovo Ospizio, ad affacciarsi su quella che sarebbe diventata la “Via Regina” della città all’interno della nuova cinta muraria di Torino.

Vuoi per sincero amore verso la città, vuoi per la prospettiva del ricordo imperituro della propria famiglia, vuoi per un naturale istinto di orgoglio, in tanti risposero positivamente alla proposta, ed il risultato fu l’estendersi un poco per volta dell’opera.

La costruzione iniziò nel 1683 e gli indigenti vennero ricoverati nella struttura man mano che l’edificio si ampliava grazie alle donazioni. I lavori di costruzione si conclusero nel 1697, anche se –anche dopo quell’anno- l’edificio subì alcune trasformazioni.

Nel 1716 Vittorio Amedeo II, divenuto re in seguito alla guerra di successione spagnola, proibì la mendicità a Torino e diede ordine che tutti i poveri venissero ricoverati presso l’Ospizio di Carità. Venne stabilita la data del 7 aprile del 1717 come data ultima della mendicanza e dell’inaugurazione solenne del Regio Ospizio.

In quel 7 aprile, venne allestito un grande banchetto in Piazza Castello. Gli ospiti invitati erano gli 800 poveri della città di Torino, e le pietanze vennero servite dai paggi di corte mentre il re e la famiglia assistevano dalle finestre del Palazzo Reale.

La cosa fece non poco scalpore e suscitò le proteste dei gesuiti, i quali però dovettero moderare di netto il loro disappunto, dato che l’iniziativa era stata ampiamente appoggiata dalla borghesia e dalla nobiltà cittadina.

Oggi Palazzo degli Stemmi fa parte del complesso dell’Università di Torino e ne ospita alcuni uffici amministrativi. Una parte dell'edificio è invece adibita a residenza universitaria.

 

fonti:

http://www.atourinturin.com/2015/11/il-palazzo-degli-stemmi.html

 

La Vittoria alata, simbolo (pagano?) che veglia su Torino

 

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Il suo raggio di luce ha stuzzicato la fantasia di milioni di bambini, ma anche la storia del Faro in collina è ricca di particolari intriganti e degni di un romanzo

Qualche anno fa, quando le luci sulla collina erano molte meno, era frequente scorgere un fascio luminoso rivolto dall'alto verso la città. Molti bambini, nel corso degli anni, avranno sognato un Batman sabaudo (un Sabautman?) mandare il suo segnale e vegliare sulla tranquillità dei torinesi.

Ma bastava chiedere ai più grandi per ricevere una risposta tanto giusta quanto “deludente”: quel raggio di luce non era un segnale di supereroi o alieni, ma il faro della Vittoria Alata sul Bric della Maddalena.

La statua che contiene il faro e restaurata nel 2013, del resto, potrebbe tranquillamente fare bella figura in un fumetto, oppure anche in un romanzo o film alla Dan Brown: posta sulla cima più alta di Torino (715 m), sovrasta la città da quasi 90 anni, e la sua storia rivela numerosi dettagli intriganti.

Fu issata nel Parco della Rimembranza nel 1928: erano passati dieci anni dalla vittoria dell'Italia su Austria e Germania nella prima guerra mondiale. Tutto il parco risalente al 1923, come indica il suo nome, rappresenta un ricordo di quella guerra e dei soldati italiani caduti, a cui furono dedicati gli alberi piantati, e nella facciata del basamento in granito di 8 metri fu incisa l'epigrafe di un uomo simbolo della partecipazione alla guerra per riportare in Italia Trento e Trieste (e Fiume): Gabriele D'Annunzio.

La dedica del Vate è

“Alla pura memoria / all'alto esempio / dei mille e mille fratelli combattenti / che la vita donarono / per accrescere la luce della patria” fa quindi parte del tipico linguaggio epico dannunziano. Nelle parole successive c'è invece un riferimento preciso a Torino, quando vengono citati “gli operai di ogni opera / dal loro capo Giovanni Agnelli / adunati sotto il segno / di quella parola breve / che nella Genesi / fece la luce”.

La parola breve è Fiat, sigla di Fabbrica Italiana Automobili Torino ma anche parte dell'espressione biblica, contenuta all'inizio della Genesi e citata dal Vate al termine dell'epigrafe: “Fiat lux: et facta est lux nova”, ovvero “Venga la luce: e (nuova) luce fu”.

Il riferimento ad Agnelli e Fiat era in un certo senso obbligato: la statua celebrativa del decennale della vittoria bellica era stata commissionata al noto scultore Edoardo Rubino nel 1927 da Giovanni Agnelli, fondatore della Fiat e nonno dell'Avvocato. L'artista diede vita a una Vittoria Alata, che guarda in alto e sorregge una fiaccola che ospita il faro puntato sulla città. Per portarlo lassù fu trasportato di notte, con l'aiuto delle ferriere Fiat e sotto la sorveglianza dell'azienda di trasporti municipali, incaricati tra le altre cose di sollevare i cavi del tram al passaggio dei tre tronconi di monumento.

Per capire quanto importante fosse il valore simbolico di questa installazione, basti pensare che con i suoi 18,5 metri (basamento escluso) era all'epoca la più grande statua interamente in bronzo del mondo. Non solo: tre anni prima del Cristo Rey di Rio de Janeiro e molto prima di tante altre più recenti, all'epoca era una delle più alte statue del mondo dopo la Statua della Libertà. In Italia, a svettare con 22 metri è la Statua del Redentore di Maratea (1965), seguita dal Colosseo di San Carlo Borromeo ad Arona (1698, alta 20,7 m) e poi dal nostro faro cittadino.

Decennale della vittoria nella Grande guerra, Agnelli, Fiat, D'Annunzio, statua da record: gli elementi per un'inaugurazione solenne in grande stile c'erano tutti. La date prescelta era il 24 maggio, quella in cui nel 1915 “il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti”. Invece, proprio in quei giorni un grave lutto colpì la famiglia Agnelli; era morta a soli 38 anni Caterina detta Aniceta Agnelli: figlia del Senatore Giovanni, sorella di Edoardo e quindi zia di Gianni, Umberto, Clara e Susanna, moglie di Carlo Nasi.

A differenza del fratello minore Edoardo, morto nel 1935 in un incidente con l'idrovolante, non sono note le cause né la data precisa della prematura scomparsa di Aniceta Agnelli Nasi: a lei e a suo fratello furono dedicati pochi anni dopo due degli edifici più amati da generazioni di ragazzi torinesi, per altri motivi. Quel che si sa è che a causa di questo lutto la famiglia Agnelli annullò la cerimonia di inaugurazione della statua prevista per il 24 maggio 1928.

A livello ufficiale, la consegna della statua alla comunità avvenne la mattina del 4 giugno: nessun taglio del nastro, nessuna fotografia di rito o discorso davanti ad autorità, giornalisti e pubblico. A firmare il verbale di consegna l'ufficiale Carlo Charbonnet per il senatore Agnelli e Giorgio Scannagatta per la Città di Torino, insieme all'autore Edoardo Rubino, Giuseppe Debenedetti e Emilio Giay.

L'inizio in incognito di una storia che da allora ha scatenato le fantasie di milioni di bambini.

Alcuni vedono in quella statua un ennesimo episodio della “lotta dei simboli” che ha avuto luogo a Torino tra la prima metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Così scrive in proposito lo scrittore cattolico Vittorio Messori:

“Torino, invece, nel suo posto più alto, prima ha messo un «genio alato» venuto in volo direttamente da una Loggia; e, poi, una stella: che non è, ovviamente, la "Stella Maris" o la "Stella Matutina" delle litanie del rosario. E non si consolino, i credenti, perché la città, in realtà, sarebbe dominata da Superga, che è un tempio in onore della Madonna delle Grazie (anche se non mi risulta che ne esista una devozione, non ho mai sentito un torinese, nemmeno tra i più pii, invocare Nostra Signora di Superga, né ho mai visto nessuno andarvi in pellegrinaggio). Comunque, se vogliamo essere precisi, è il Colle della Maddalena, non quello di Superga, il punto più alto della «montagna di Torino», come sino al Settecento chiamavano la collina. E su quel vertice, dunque sulla balza più elevata del territorio del comune, ecco la statua gigantesca di una divinità pagana, Nike, la Vittoria, con tanto di iscrizione dannunziana («Il nome breve, che nella Genesi diede la luce») che gioca un po' empiamente sulla assonanza biblica del nome Fiat. E la dea regge, a dominio della città, un grande faro che lancia un segnale non della religione del vangelo ma di quella della patria. Insomma, sull'edificio più alto e sulla collina più alta di Torino non stanno croci o madonne, bensì simboli o di laicisti o di nuovi pagani, gli adepti dei culti nazionalistici, certamente i più sanguinosi della storia, come hanno mostrato gli ultimi due secoli.”

 

fonti:

http://www.torinotoday.it/cronaca/torino-monumenti-piu-alti-faro-vittoria-maddalena.html

 

I simboli massonici dell’architetto di corte Pelagio Palagi

 

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Se il barocco piemontese è, soprattutto, Guarini, il neoclassico, qui, è sotto il segno del bolognese Pelagio Palagi, che plasma gli interni di Palazzo Reale, imponendo il suo gusto a tutta l'aristocrazia piemontese; che disegna la splendida cancellata, degna di Versailles, che separa il Palazzo dalla piazza Castello; che proprio lì a fianco progetta, affresca, arreda la fascinosa Biblioteca Reale; che fonde il concitato, romantico monumento al Conte Verde davanti al municipio, uno degli angoli che, alla pari di piazza Carignano, sembrano più conformi all'anima profonda della città. Quella di Palagi, nella Torino di Carlo Alberto, è una sorta di dittatura estetica: ed è un'estetica imposta da uno delle mie parti. Fra l'altro, in una mostra recente dedicata agli artisti massonici (mostra insospettabile perché organizzata dallo stesso Grande Oriente) Palagi occupava grande spazio, come uno tra i più eminenti Fratelli, la cui opera sarebbe stata sempre pervasa dalla prospettiva delle Logge. Il catalogo della mostra notava, con un sorriso ironico, che l'artista era riuscito a gabbare le cattolicissime, sospettose autorità piemontesi che - prima di convocarlo a Torino per il servizio della Real Casa - gli chiesero conto delle voci insistenti che giravano su di lui. Ma Palagi assicurò di non essere mai stato (o di non essere più) massone: creduto sulla parola, fu accolto, e dovette divertirsi molto a riempire di simboli liberomuratori una delle corti considerate più codine e bigotte d'Europa e una città la cui devozione era esemplare.

 

fonti:

Vittorio Messori, Il mistero di Torino, versione eBook, posiz. 37,5

 

Il simbolo del toro: origini egizie di Torino?

 

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Discussa e assai complessa l’assunzione del toro, animale indomito, a simbolo della città, presente già in lontane monete. Si è a lungo dissertato se la città abbia preso il proprio nome per amore del toro, oppure se il nome abbia poi ispirato il simbolo. Il Viriglio affermò che nell’idioma dei Celti la radicale thor stava per altura, monte. Montanari erano i Taurasii o Taurisci e quando giunsero i Romani non fu difficile dare alla città il nome di Augusta Taurinorum, che sarebbe quindi la “città dei montanari”. Il suono di thor aveva una indubbia assonanza con toro e tauro. Il toro, con diverse raffigurazione araldiche, finì per rimanere nell’emblema della città. Secondo il già citato autore, «nell’assedio del 1640 le milizie torinesi portavano dipinta (Tesauro, Torino assediato e non soccorso) sugli stendardi la Sindone; in quello del 1706 inalberarono bandiera rossa divisa dalla bianca croce in quattro campi recanti, il primo lo stemma civico sormontato dalla corona comitale e dal motto Auxiliuni meum a Domino (già impresso in monete di Emanuele Filiberto) e gli altri tre il simbolico toro».

 

Duecento diavoli di pietra abitano Torino. O forse sono folletti?

 

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La presenza del demonio a Torino viene spesso evidenziata, soprattutto da coloro che sulla città hanno imbastito una sorta di leggenda nera metropolitana insistendo su luoghi particolarmente nefasti, parlando di triangoli bianchi o neri che s’intrecciano sul territorio torinese. Il diavolo, per costoro, affollerebbe l’architettura cittadina con un curioso gioco di mascheroni ghignanti i quali, per altro, trovano una loro precisa collocazione ornamentale, senza scomodare il maligno. Ne è stata tentata perfino l’enumerazione, una sorta di “censimento” diabolico: oltre duecento diavoli, con la con siderazione che il diavolo più urlante, con la bocca spalancata e il ghigno più feroce, è quello di corso Galileo Ferraris 18, ma anche quelli del centro storico, compresi quelli negli ornati di piazza San Carlo non sono da meno, senza contare il diavolo scolpito nel battacchio del portone di via Alfieri angolo via Venti Settembre, che rimane il più celebre. Perché mai tanti diavoli a Torino? La risposta potrebbe apparire deludente.

Più che di satanassi, infatti, si tratta di sarvan, ossia di personaggi fantastici di aspetto terrifico usati contro la malasorte, proprio per tenere lontani eventuali influssi negativi, quindi proprio l’opposto del demonio. Già nel periodo medievale tali raffigurazioni comparivano in portali, porte, cancelli. Sarvan è nome dato a gnomi, spiritelli, creature del piccolo popolo (v. anche Fate). Il termine è di origine dubbia. In piemontese vuol significare folletto, divinità dei campi, potremmo quasi dire trattarsi di termine per indicare un “servente”, un essere dei boschi, silvano, ma benefico, capace anche di dare una mano nei più pesanti lavori della campagna. In campo architettonico, quasi al termine della sua opera, il costruttore poneva uno di questi mascheroni come ornamento sotto i balconi, accanto alle cariatidi, sopra un portale. Un omone ghignante ma propizio che si è finito per scambiare con un diavolaccio, e l’equivoco sembra persistere, per cui Torino, colma di tali mascheroni, finisce con l’apparire popolata di diavoli, il sarvan, in effetti, è tutto l’opposto del diavolo.

 

Un genio alato di natura inquietante

 

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Secondo gli esoteristi, il baricentro dove si concentrano le energie negative a Torino si trova a Piazza Statuto. In epoca romana ospitò una grande necropoli e da sempre venne considerata un luogo in ombra, misterioso, tutt’altro che positivo. Al centro della piazza un monumento in pietra scura ricorda le vittime sul lavoro per la costruzione del primo vero tunnel sotto le Alpi ( se si escludono  i 75 metri del “buco di Viso”, che separano la valle Po da quella francese del Queyras ). Il monumento, la Fontana del Frejus, è sormontato da un genio alato che porta sul capo una stella a cinque punte ma, secondo la leggenda nera, si tratterebbe di ben altro e più inquietante personaggio: Lucifero, il “portatore di luce” , l’angelo ribelle caduto in disgrazia. La sua figura, rappresentata con le mani rivolte verso il basso, indicherebbe l’accesso segreto agli Inferi. Non a caso , proprio al centro della piazza, si trova  l’accesso che conduce al complesso sistema fognario (che all’altezza di piazza Statuto ha il suo snodo principale), da cui si accederebbe ai cunicoli che condurrebbero alle già citate grotte alchemiche.

Secondo alcuni studiosi di storia della massoneria, è possibile che il genio alato sia effettivamente lucifero, che nell’immaginario anticlericale rappresentava natura, ragione e progresso, come ad esempio nell’Inno a Satana di Giosuè Carducci. Anche Baudelaire dedicò a Satana una poesia dove lo vede come la figura di colui che è ingiustamente punito e protettore di coloro che subiscono ingiustizie a loro volta. Sempre intendendo la figura dell’angelo caduto da questo punto di vista, a Napoli sin dal 1838 si pubblicava ad esempio Il Lucifero, “Giornale scientifico, letterario, artistico, industriale”.

 

I Palazzi dei medaglioni e degli stemmi

 

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La tendenza a una visione sempre più orizzontale della città, in chi cammina e guarda unicamente davanti a sé oppure ai lati, e in chi guida l’auto e deve perciò badare alle indicazioni, magari alla ricerca di un parcheggio, impedisce di alzare lo sguardo verso l’alto, di puntare il naso all’insù. Così si finisce per non poter osservare particolari effetti architettonici, balconi, sopraportoni, lapidi (v.) e medaglioni. Non stupisce perciò che i torinesi non conoscano affatto il palazzo che in piazza Bodoni, sull’angolo con via Pomba, vorrebbe onorare al contempo Gian Battista Bodoni (1740-1813) e Giuseppe Pomba (1795-1876), il grande tipografo e incisore e il maestro grafico e valente editore. Del palazzo sul lato destro della piazza, osservando il Conservatorio Giuseppe Verdi, i torinesi conoscono poco. I più non si sono forse mai soffermati, con un’occhiata verso l’alto, ad ammirarne l’illustrazione storica, come si prospetta, con l’eleganza di un volume fitto di iconografie. I portici che conducono verso il cinema al fondo di via Pomba, recano sopra ogni arcata un medaglione rotondo in cotto con il ritratto di un illustre: omaggio a Pomba e ai grandi che egli onorò con la propria attività editoriale, pubblicandone, almeno per i letterati, le opere e, al contempo, un ricordo a Bodoni che con i suoi caratteri consentì il perfezionamento della stampa.

Stupisce la miscellanea nella scelta dei ritratti, alcuni un po’ scalfiti dall’usura del tempo. Sono cinquantadue contando anche quelli collocati verso la piazza: da Bogino, indicato come “statista”, si va alla “poetessa” Saluzzo, mentre il Barbaroux è qualificato come “legista”. Si vedono l’architetto Alfieri, il medico Buniva, il “teologo” cardinale Bona, Bidone, che ha il titolo curioso di “idraulico”.

Altri medaglioni incastonati in splendidi fregi in terracotta delle finestre, possono ammirarsi sulle finestre del palazzo posto all’angolo di Via Cernaia con Via Marconi.

Sotto i portici della Prefettura, ci si imbatte in un altorilievo nel muro(1923), è dedicato a Cristoforo Colombo; la particolarità è il "dito del viaggiatore" che sporge in avanti, come se indicasse la via da percorrere: "la rotta della fortuna". Molti torinesi, , in occasione di una prova importante (maturità, laurea, matrimonio), lo toccano ed è per questo che lo troverete decisamente lucido.

Nei Palazzi di Via Pomba si può vedere il medaglione della poetessa Diodata Saluzzo Roero.

Sopra i portici del Teatro Regio si può ammirare la nicchia di una antica statua, piuttosto malconcia.

In Via Piffetti 10 si può ammirare un grande e complesso fregio con rosette e foglie d’acanto.

In Via Meucci un bassorilievo di stile moderno mostra un misterioso personaggio alla William Blake che col mantello spiegato cavalca le correnti del vento.

In Via Bezzecca 12 sono iscritti nel fregio alla base del primo piano due medaglioni con l’effigie di due bimbi in abiti moderni.

In una nicchia muraria di Via Casteggio una candida statua di donna è stata “imprigionata” con una rete di sicurezza che sembra la voglia incarcerare.

In Corso Lanza 10 una figura femminile in stile Art Déco tiene nelle mani una ricca abbondanza di frutta: si tratta forse di una dea della fertilità o dell’abbondanza?

Nella nicchia di Corso moncalieri 79 la nicchia ospita una figura di donna che regge un panneggio che le copre le spalle lasciando vedere sul davanti le sue nudità.

Dei bellissimi fregi con fogliame stilizzato adornano le finestre di Palazzo Adorni in Via Governolo.

La facciata del palazzo in Via San Secondo 35 mostra medaglioni e cartigli incastonati artisticamente nei muri.

In Via Silvio Pellico 24 si può ammirare un fregio floreale che partendo dalle pareti dell’ultimo piano decora la parte inferiore del cornicione.

In Corso Duca degli Abruzzi 4, all’ultimo piano, si possono ammirare dei medaglioni dipinti al centro degli intricati fregi che decorano i muri.

Un grande bassorilievo parietale che raffigura una scena pastorale neoclassica occupa lo spazio tra due finestre in Corso Montevecchio 58. Altri spazi sono occupati da bassorilievi di ninfe danzanti e di centauri.

In Via della Cittadella - Via Perrone una intera parete di più piani è decorata con un particolarissimo fregio a mattonelle dislocate apparentemente a caso e recanti bassorilievi simbolici, al centro delle quali sporge una sorta di ali stilizzate in bronzo che si riuniscono come a formare la cornice di uno stemma.

 

Due enigmatiche statue con teste di cane in Via Milano 11 rivelano le tracce dell’Inquisizione

Il Sant’Uffizio giunse nel Medioevo, prendendo possesso dell’intero quartiere a ridosso della chiesa di San Domenico. I decreti emanati da Amedeo VIII dimostrano come l’Inquisizione influenzasse anche la giustizia dei Savoia: bestemmiare nella Torino medievale significava farsi perforare la lingua!

L’ordine dei Domenicani, che gestivano il Sant’Uffizio, aveva giurisdizione su tutto il Piemonte. Non dobbiamo dimenticare infatti che in queste terre non mancarono gli “eretici”. Dai Catari nel Biellese ai Valdesi nel Pinerolese.

La presenza degli inquisitori a Torino ha lasciato qualche traccia non solo nella loro chiesa, ma anche nel quartiere circostante. In via Milano 11 si possono notare statue con teste di cane sulla facciata dell’antico palazzo. Un chiaro simbolo dei Domini Canes, i cani del Signore, che proteggono la Fede dall’attacco dei lupi eretici.

 

Quando Torino adottò un elefante come mascotte.

 

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Anche l’elefante a Torino è stato piuttosto famoso. 11 primo arrivò a Torino nel 1774, per iniziativa di Pietro La Gagneur e Antonio Trevisani, guardalo come un fenomeno. Un cantastorie subito compose una ballala per l'elefante, cantala mentre l’animale veniva esposto, per la divulgazione delle scienze naturali, in un baraccone costruito apposta per lui in piazza Castello, a fianco di Palazzo Madama. La gente si metteva in coda per vederlo. Nel pomeriggio veniva portato a passeggio nei viali e alla Cittadella.

A poco a poco il pachiderma entrò come elemento esotico nel paesaggio di Torino. Lo ritrasse anche il conte Ignazio Sclopis del Borgo, che lasciò alcuni scorci della città, dando un contributo alla storia del costume.

Altro elefante che entusiasmò i torinesi fu Fritz. mantenuto nel serraglio del castello di Slupinigi, lo stesso in cui era vissuto un gruppo di simpatiche scimmiette che divertivano i torinesi in gita domenicale. Il viceré d’Egitto. Mohamed Alì, lo aveva donato a Carlo Felice di Savoia. Il pachiderma si ambientò subito grazie all'uomo che si prendeva cura di lui, Stefano Navarino.

Lo nutriva, gli faceva compiere passeggiate, e ogni mese si sobbarcava la faticaccia di lavarlo. Per un accidente improvviso, Stefano Navarino morì e l’elefante intristì, dando segni di irrequietezza.

Sentiva la mancanza della sua voce e rifiutava il cibo.

Un nuovo custode, Casimiro Carena, si occupò di lui, cercando di conquistarsene la simpatia, ma invano. L’animale voleva Navarino e non riusciva a fame a meno. In breve tempo impazzì incattivendosi. sino a che, furibondo, uccise il Carena. Lo considerarono allora pericoloso e si decise di sopprimerlo. Lo uccisero con acido carbonico nel novembre 1852. Pochi giorni dopo i resti di Fritz passarono al Museo Zoologico dell’università, che se ne servì per particolari ricerche, poi si provvide a farlo imbalsamare.

Un ricordo di Fritz che passeggia davanti alla palazzina di Stupinigi è rimasto in una incisione di Demetrio Festa.

 

Animali fantastici, angeli e gargoyles

 

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animali fantastici

Ricco il bestiario torinese nella storia, con animali realmente vissuti, che hanno avuto una rilevanza nell’immaginario collettivo della città, con animali dipinti in tele, fatti vivere in raffigurazioni scolpite nella pietra. Uno zoo surreale, di cui si parla a volte senza la possibilità di averlo visto, come succede per il leone a] numero 43 di via Garibaldi, casa con un cortile che va a immettere il viandante in piazza Arbarello: leone di pietra, del peso di circa quattro quintali, forse di origine ancora romana, ma altri lo dicono di altre epoche più vicine. 11 leone, compralo da un amatore di cimeli rilevanti, anche per la mole, fu asportato e il posto in cui appariva rintanato è stato colmato con pietre e terriccio. Più visibili i leoni che fregiano il Palazzo Faussone di Germagnano e i cani che, in via Milano, l’antica contrada d'Italia, compaiono a pochi passi dalla chiesa di San Domenico, legata al periodo dell’inquisizione. Si vuole che i cani siano simbolo di fedeltà all’uomo, come i domenicani verso la Chiesa, intendendo quasi domenicani come “cani del Signore’’.

Il toro, espressione allegorica della città, fa mostra di sé poco più in là, da altri muri. La commistione di tali animali si fa più evidente nel cosiddetto “quadrivio degli animali" proprio dove via Milano taglia via della Basilica, in una prospettiva antica, ricca di storia scolpita. E il bestiario continua in un alternarsi di teste animalesche sino all’imbocco verso la spianala di piazza della Repubblica.

Mancano quasi del tutto a Torino i draghi, tranne pochi casi con raffigurazioni su portali di edifici relativamente recenti. Draghi bizzarri, diabolici e rapaci, come spiccano accanto al portale di via Arsenale 21, già sede della Rai. e in corso Francia 23. nel palazzo costruito da Giovanbattista Carrera per la vittoria italiana nella prima guerra mondiale. Talvolta il leone diventa alato, come quello di San Marco, simbolo di Venezia, e assume in tal caso le sembianze di drago. Si può così vederlo annidato sulla facciala di via Principe Amedeo, al numero 32.

Quasi del tutto assenti, invece, nella simbologia architettonica torinese le chimere, le gargouìlles di cui sono ricche le maggiori cattedrali gotiche della Gran Bretagna, della Svizzera c della Francia, a cominciare da Notre-Dame di Parigi.

Servono, in pratica, come piccoli canali di scolo, per far sì che l’acqua piovana defluisca dai vari piani deiredificio ed evitare in tal modo infiltrazioni nel cemento o nel marmo del blocco architettonico. Frammisti a leoni, draghi, aquile e ad altri animali del fantastico, si trovano riuniti, quasi ammassati, nel palazzo di via Giacinto Collegno 44.

Aquile ad ali spiegate anche alla sommità del monumentale palazzo di via Palmieri 36. A breve distanza, sulla facciata del palazzo di via Vassalli Eandi 22, il drago non ha scampo al colpo mortale della lancia di san Giorgio. Il bassorilievo adorna la facciata della casa, ma non è troppo appariscente. La via discreta c l'altezza della composizione scultorea non ne rendono troppo visibili i particolari.

angeli

Carlo Alberto (via). Al primo piano del numero 31 di questa via, un edificio presenta come ornato una banda decorativa, costituita da angioletti festanti che si rincorrono, simili a cupidini.

Cavour (via). All’interno del numero 9, in fondo al caratteristico androne, si può ammirare un sopraporta insolito. Due angeli sorreggono una corona gentilizia. Quello di sinistra porta occhiali veri, ossia con le lenti di vetro, che lo rendono curiosamente simile al conte di Cavour come veniva spesso raffigurato da alcuni caricaturisti.

Ferraris Galileo (corso). Angeli femminei sono collocati come ornamento alla base dei lampioni, quasi sull’angolo di via Cemaia. presso il monumento a Pietro Micca. davanti alla Cittadella.

Madonna degli Angeli (chiesa). Il tempio, in via Carlo Alberto, più esattamente, nello slargo che prende il nome di piazzetta Madonna degli Angeli sull’angolo con via Cavour, ha. a metà altezza, un motivo ornamentale composto da teste d'angelo, alale, collocate in una banda orizzontale.

Mole Antonelliana. Sulla guglia della Mole (all’altezza di 165 metri) Alessandro Anlonelli (v.) pose un angelo dorato, a simboleggiare «il genio alato dell’augusta stirpe sabauda». L'angelo cadde al suolo, abbattuto da un violento temporale, nel 1904 e venne poi sostituito da una stella, anch’essa finita al suolo nel terribile tornado del 23 maggio 1953, che fece crollare gran parte della guglia della Mole. Con la ricostruzione del monumento si provvide a innalzare una nuova stella.

Nostra Signora del Suffragio (chiesa). In Borgo San Donalo, la chiesa ha il più alto campanile di Torino, 75 metri, didisegnalo e costruito da Francesco Faà di Bruno, docente di matematica e sacerdote, beatificato da Giovanni Paolo il nel 1988. Sulla sommità del campanile collocò la statua di rame dorato raffiguranle l'arcangelo san Michele, ad ali aperte, che sta per suonare la tromba. La statua, di Piero Zucchi, c alta cinque metri. Venne sistemata lassù il 23 settembre 1880, grazie a un solo manovale coadiuvato dalle ragazze del Ricovero di Santa Zita. L'arcangelo è rimasto al suo posto nonostante le numerose bombe che sono piovute intorno alla chiesa durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale.

Luigi Rolando (via). In questa strada l'edificio sull’angolo con piazza Cavour offre una elegante prospettiva di angeli in volo, al riparo dalla pioggia, sotto il grande balcone. Sono probabilmente gli angeli monumentali più belli fra quanti se ne contano a Torino.

Tomba di Francesco Tamagno. La tomba di questo celebre tenore, al cimitero generale di Torino, alta, candida, ben visibile anche daH’eslemo del camposanto, venne ornata nel 1912 dall’architetto Arcaini con un angelo che dopo poco tempo cadde, andando in rovina. In precedenza, con lo splendore della sua doratura, aveva attirato l’attenzione di ladri acrobati. L’angelo fu sostituito dal tripode di bronzo, che sormonta tuttora la tomba, con un effetto pagano alquanto lugubre.

il simbolo del toro

Il simbolo della città, il toro, campeggia in vari luoghi, ma è discreto, e non trabocca: bisogna individuarlo. Un toro a 3 teste è all’ingresso di Via XX Settembre, di fronte a Porta Nuova. Due teste di toro adornano il portone di Via Milano 13 (cort dij Canònich). Numerose teste di toro sorreggono i balconi del palazzo di Via Vico 2.

altre creature che popolano le facciate dei palazzi di torino

Sul portone di Via Milano 10 c’è un bellissimo bassorilievo della vergine con due frati oranti.

Due angeli e un mascherone angelico sovrastano le finestre del palazzo di Via Cavour, angolo Piazza Cavour.

In Via Milano si può ammirare lo stemma della storica Farmacia Anglesio, di Via Milano 11.

In Via Revel, angolo Corso Galileo Ferraris, sotto il cornicione del tetto si può ammirare un gruppo di maschere grottesche.

In Corso Matteotti 40 un drago in ferro battuto sembra spiccare il volo a lato di una finestra inferriata.

Altri draghi troviamo in Via Magenta 13 a sostegno di un tettuccio spiovente sopra la porta.

Un grande mascherone spalanca la sua bocca sopra una cornice della facciata in Via Revel, angolo Corso Galileo Ferraris.

Un serpente di rame sembra saettare in aria da sopra una gronda del parco di Villa Albegg.

Altri draghi sorvegliano l’ingresso di Corso Francia 23.

Nella cancellata di Palazzo Reale, capolavoro disegnato dall’architetto neoclassico Pelagio Pelagi, campeggia uno stupendo mascherone dorato.

Sotto i portici della Prefettura, ci si imbatte in un altorilievo nel muro(1923), è dedicato a Cristoforo Colombo; la particolarità è il "dito del viaggiatore" che sporge in avanti, come se indicasse la via da percorrere: "la rotta della fortuna". Molti torinesi, , in occasione di una prova importante (maturità, laurea, matrimonio), lo toccano ed è per questo che lo troverete decisamente lucido.

Sul portone di Via Bertolotti 7 il grande mascherone centrale sfoggia un ghigno decisamente satanico.

Leoni ruggiscono da sopra le finestre di Via Schina 5.

Delle cariatidi di stile classico sorreggono il fregio delle finestre dell’edificio di Via Schina 5.

In Via Palmieri 36 delle aquile di pietra sembrano spiccare il volo dal culmine del cornicione.

Ancora draghi: in un edificio bancario di Corso Fiume un portone è sovrastato da un grande medaglione con San Giorgio e il drago.

All’incrocio di Corso Lanza e Corso Moncalieri un enorme mastino di pietra troneggia in alto, tutto solo, appollaiato sul lato del cornicione di un tetto.

Nel giardino del Circolo Eridano, in Corso Moncalieri, la tatua di un tritone con il tridente si erge sopra una enorme conchiglia marmorea.

Nella Piazza di Maria Ausiliatrice una colonna al lato del portone esibisce un mascherone floreale.

Un mascherone allungato con volto vagamente da satiro ride sopra il portone di Via Diaz 5, mentre al numero 7 un altro esibisce gli occhi strabici.

In Corso Vinzaglio 5 troviamo una coppia di mascheroni, uno dei quali ride, mentre l’altro grugna.

Sulla facciata dell’Istituto Galileo Galilei Campeggia un bello stemma sabaudo

In Via Lanfranchi 7 c’è un bel bassorilievo marmoreo con dei puttini che giocano.

In Via San Francesco da Paola 25 un gruppo di 4 imponenti telamoni (cariatidi maschili) sorregge il terrazzo che sovrasta il portone di ingresso.

Tra gli stemmi del Palazzo degli Stemmi campeggia quello del Toro rampante, simbolo di Torino.

La Farmacia del Corso, in Corso Emanuele angolo via Saluzzo mostra sopra le finestre d’angolo quattro formidabili aquile di pietra che hanno sotto di sé quattro scudi bianchi con una croce rossa.

Sul portone di Piazza Carlina 19 uno squisito fregio floreale è sorretto da un raffinato stemma con dei fiori.

Un volto maschile enigmatico fa capolino sul portone di Des Ambrois 2

Il balcone del palazzo in Via Pietro Micca, angolo Via San Francesco d’Assisi è sorretto da due telamoni alati.

Sopra la finestra della casa in Via S. Giulia-Via Giulia di Barolo un’aquila spiega le sue ali.

I balconi che sovrastano le finestre del balcone del Palazzo in Via Massena 20 sono sorretti da eleganti cariatidi, mentre un volto di putto si può scorgere sopra una finestra dell’abbaino.

Due cariatidi sofferenti per lo sforzo sorreggono il balcone sopra l’ingresso di Via Campana 25.

Un ghigno satanico si può vedere su un mascherone che si ammira in Via Governolo.

Una figura diabolica sovrasta il portone di via San Secondo 54.

Dei mascherone all’interno dei fregi delle finestre sono visibili in Via San Secondo 54.

Un mascherone floreale che ricorda i dipinti di Arcimboldo si trova sopra una finestra, sempre nel palazzo di Via San Secondo 54.

Un mascherone diabolico fa capolino dal fregio di una finestra di Via San Secondo 35.

Un mascherone con un diadema di foglie e frutti si può vedere sopra il portone di Via Sacchi 26.

Due maschere che gridano sovrastano i lati del portone in Corso Re Umberto 88.

Due voluttuose cariatidi sorreggono un balcone del Palazzo di Corso Re Umberto 27, mentre dei putti si possono ammirare sul fregio dei balconi.

Tre mascheroni, di cui uno diabolico centrale, sovrastano il portone di Corso Montevecchio 58.

Due leoni araldici sostengono uno stemma nel timpano del tetto di una casa di Piazza Carlo Felice - lato sinistro ingresso in via Roma. Al lato sinistro invece il fregio mostra dei putti che giocano tra festoni di foglie e frutti.

gli animali misteriosi del cimitero monumentale

Sulle tombe del monumentale vengono spesso raffigurati animali simbolici: tartarughe, farfalle, civette, sfingi, serpenti che si mordono la coda e molti altri.

 

fonti:

Renzo Rossotti, Guida insolita di Torino, pp. 18 ss.

http://www.mepiemont.net/torino_naso.html

 

La presunta origine egizia di Torino: Eridano e Iside

 

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La leggenda affonda le origini nel XV secolo a.C. e narra la storia di Eridano, principe egiziano costretto ad abbandonare la terra natale a causa di contrasti avuti con la casta sacerdotale.

Insieme ad un folto gruppo di suoi seguaci, il principe compie un ampio giro nel Mediterraneo, toccando le coste greche e poi giungendo –lungo il Mare Tirreno- alle coste della Liguria, terra a cui dopo la sua conquista egli stesso dà questo nome in onore del proprio figlio Ligurio.

Eridano, prosegue dunque la sua avanzata oltrepassando gli Appennini verso nord, fino a raggiungere una estesa pianura lungo la quale scorre un grande fiume che gli ricorda il Nilo. Giunto nel punto in cui il Grande Fiume si fa tutt’uno con un altro più piccolo fiume, decide di stabilire il suo insediamento sotto l’emblema del Dio Api (divinità dalle fattezze d’un toro) e proseguire le proprie tradizioni nel culto della Dea Iside.

Il Grande Fiume che tanto l’aveva ispirato al suo arrivo, fu poi la causa della sua morte: fra i suoi flutti Eridano cadde con la sua biga durante una gara sulle sponde del fiume. Da questo episodio, al fiume venne dato il nome del principe egizio che fondò la città di Torino.

Il racconto della biga caduta nel fiume non vi ricorda il mito di Fetonte a cui vi ho accennato raccontandovi della Fontana dei

Eridano, è anche il nome con cui nell'antichità veniva chiamato appunto il Po.

La leggenda del principe egizio Eridano è stata tramandata nel tempo fino al XVII secolo, quando Filiberto Pingone, letterato nonché storiografo dei Savoia, la ufficializzò in modo definitivo.

Accadde quando durante gli scavi per la costruzione della Cittadella venne rinvenuto un frammento votivo dedicato ad Iside.

Di sicuro il culto Isideo nella Torino pre-cristiana esisteva ed era molto diffuso, e ad accrescerne la diffusione era anche la consuetudine dei legionari romani portare in terra patria usi e costumi delle terre conquistate. Nell’antichità culti differenti coesistevano più o meno liberamente gli uni con gli altri e riuscivano persino a fondersi, talvolta.

Un’altra cosa che crea mistero e dà fondamento alla teoria della genesi egiziana di Torino è anche il Theatrum Sabaudiae, la raccolta di raffigurazioni delle proprietà dei Savoia, realizzata nel XVII secolo. Una delle sue tavole infatti riporta una scritta di notevole interesse, ossia “Aegyptiorum rex Eridanus – Eridani Fluviorum Regis – In Ripa urbem Aegyptio Tauro Cognomino – Inaugurat – Septe Seculis Ante Romam Condita”, che significa “Il re egizio Eridano inaugura sulle sponde del re dei fiumi, l’Eridano, la citta egizia chiamata ‘Del Toro’ sette secoli prima della fondazione di Roma”.

La scritta compare su un drappo sostenuto da due putti, mentre il resto della scena è composto da un uomo incoronato che svolge una mappa all’interno di una stella a dieci punte ed un personaggio dal corpo umano e dalla testa di toro appare come sdraiato al suolo. Una divinità dalle sembianze di toro, posta su un basamento, domina l’intera scena.

Quest’ultimo potrebbe essere una rappresentazione del dio egizio Api, divinità dal corpo taurino, posto nel dipinto per sottolineare ed enfatizzare il legame con la cultura dell’antico Egitto.

 

fonti:

http://www.atourinturin.com/2016/01/le-origini-egizie-della-citta-di-torino.html

 

Iside a Torino

 

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Iside, figlia di Geb e Nut e sorella del suo sposo Osiride è una delle divinità femminili più venerate dell'antico Egitto. Viene presentata come una madre amorevole e moglie devota e fa parte della triade divina Iside, Osiride, Horus. In epoca tolemaica il suo culto arriva fino in Grecia e successivamente si estende in modo massiccio nell'impero romano anche grazie a Cleopatra.

In realtà la prima menzione ufficiale di questo culto nella nostra penisola ci viene dato dallo storico Claudio Ennio (239 - 169 a.C.). Questa divinità gode in Italia di alterne fortune. Il culto di Iside si diffonde nel nord Italia, secondo alcuni storici, partendo da Aquileia, importantissimo snodo commerciale in cui arrivava la via Postumia che attraversava la Pianura Padana fino a Genova.

A Roma, nel Campo Marzio, sorgeva un Iseo, dapprima abbattuto e poi ricostruito sotto Domiziano. da questo tempo proviene la mensa Isiaca, una tavola in bronzo, ageminata in argento, rame e nigellum, che con grande probabilità ornava l'altare dell'Iseo Campense e che viene riscoperta con il Sacco di Roma del 1527, acquistata da Pietro Bembo ed arrivata nel 1630 nelle collezioni del Duca di Savoia Carlo Emanuele I.

Di sicuro il culto Isideo nella Torino pre-cristiana esisteva ed era molto diffuso, e ad accrescerne la diffusione era anche la consuetudine dei legionari romani portare in terra patria usi e costumi delle terre conquistate. Questo è confermato dai ritrovamenti archeologici.

Durante gli scavi per la costruzione della Cittadella venne rinvenuto un frammento votivo dedicato ad Iside, e presso l’antica colonia romana di Industria è stato rinvenuto un grande tempio di Iside. Visitando il sito archeologico si trovano resti di quartieri di abitazione, con la presenza di una domus e di botteghe artigiane. La strada principale, fiancheggiata da un porticato, conduce invece a quello che fu l'imponente tempo di Iside, grande struttura rettangolare con un ingresso a scalinata rivolto ad est. Durante gli scavi archeologici sono stati ritrovati importanti oggetti che testimoniano il culto di queste divinità: bronzetti di tori offerti come ex voto, un sistro, una figura di danzatrice, attingitoi per l'acqua ed altri oggetti.

Da qui si sono scatenate le illazioni degli appassionati del mistero, che hanno immaginato l’esistenza di un Tempio di Iside nel luogo dell’attuale Cittadella, mentre altri pensano che il tempio si trovasse sotto la Gran Madre, forse traendo spunto dal nome che è stato dato alla chiesa.

 

L’arte vetraria a Torino

 

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In Piemonte e a Torino l’arte del vetro artistico risale al tardo Medioevo. Le più importanti testimonianze di quel periodo, peraltro unici esemplari superstiti di un intero ciclo, sono due vetrate degli inizi del Cinquecento che raffigurano il donatore delle vetrate stesse, Pietro Barutelli di Grugliasco e sant’Antonio Abate, al cui fianco ricompare inginocchiato lo stesso Barutelli. Originariamente poste nella chiesa di San Pietro a Pianezza, oggi si possono ammirare al Museo Civico d’Arte Antica di Torino. Poco altro rimane in Piemonte di questa antica arte minore, che venne poi abbandonata per diversi secoli per rifiorire tra la fine dell’ottocento e l’inizio del Novecento con l’avvento dello stile Liberty che in Italia si affermò dopo l’Esposizione Universale di Torino del 1902. Nato inizialmente in Belgio con l’architetto Victor Horta, il Liberty, caratterizzato da forme naturalistiche e floreali, si diffuse velocemente in tutta Europa, assumendo denominazioni diverse e divenendo in breve la forma artistica espressiva della nuova borghesia in ascesa e permeando con la sua eleganza decorativa non solo gli elementi architettonici ma tutte le arti figurative.

A Torino, oltre agli evidenti segni lasciati nell’architettura, se ne trovano tracce nei fregi e negli ornamenti che decorano le facciate dei palazzi, oltre che negli arredi di botteghe e di locali pubblici come le farmacie e i caffè, mentre è più raro vedere vetrate di rilievo risalenti a quel periodo. Eppure all’inizio del Novecento a Torino l’arte vetraia aveva vissuto un momento di particolare splendore, dopo che nel 1899 vi era stata fondata quella che per alcuni decenni fu la più prestigiosa vetreria liberty italiana, la Albano & Macario. Dopo la prima guerra mondiale, con il mutare del gusto, che dalle linee sinuose del liberty si venne orientando verso una maggiore essenzialità delle composizioni, dalla Albano & Macario si staccarono gli artisti di maggior talento che aprirono laboratori in proprio, il più prestigioso dei quali fu il Laboratorio Janni, esponente di quel nuovo stile che prese il nome di Art Déco. Ed è proprio al laboratorio Janni che venne affidato, negli anni Trenta, il restauro delle due vetrate cinquecentesche di Pianezza.

Dell’una e dell’altra scuola sfortunatamente rimangono solo pochi esemplari che sono conservati nell’attuale Terrazza Solferino, un particolarissimo centro servizi ospitato in un palazzo di inizio Novecento collocato nel cuore della città nella omonima piazza. Nella dimora si possono ammirare le due vetrate del salone e una stupenda composizione naturalistica che alterna diversi tipi di vetro con lavori di intarsio e di pittura, tre esempi di squisito liberty, opere della Albano & Macario. Mentre del ciclo déco di Janni sono sopravvissute due vetrate, di cui di particolare valore è quella collocata nell’attuale ingresso: una grande composizione che rappresenta una fontana, considerata un’opera che emerge fra le più importanti dell’intera produzione Janni.

 

I soprannomi curiosi delle statue di Torino

 

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Il viaggiatore, che alla metà del XVIII secolo avesse desiderato fermarsi qualche giorno a Torino, si sarebbe potuto recare in piazza Castello dal libraio Gian Domenico Rameletti. Presso il suo negozio avrebbe potuto acquistare un utile supporto alla visita: la Guida de’ forestieri per la real città di Torino.

la prima “lonely planet” di torino

Questa prima guida turistica della città fu scritta da Tommaso Craveri nel 1753, in occasione dei trecento anni dal miracolo del Corpus Domini (6 giugno 1453). Era una guida necessaria, poiché la fama della capitale del Regno di Sardegna si era estesa così tanto da richiamare “forestieri di varie parti, che tosto giunti ne ricercano la descrizione per poter appagare la propria curiosità”. Il testo illustra le “cose più notabili” tra vie, piazze, palazzi e chiese. Insomma, la guida del Craveri è un’antenata delle attuali Lonely Planet, che si vedono in mano ai turisti che si aggirano per il capoluogo piemontese. Ma il visitatore del XXI secolo è assai più fortunato di quello settecentesco, perché può ammirare molte meraviglie in più. Tra queste figurano senza dubbio i monumenti pubblici, che non esistevano nella Torino barocca.

ingresso agli inferi

Se si escludono le colonne e gli archi celebrativi di epoca romana, si può dire che l’usanza di punteggiare le città con sculture dedicate ai personaggi illustri sia tutta ottocentesca. Infatti, fu proprio nel XIX secolo che Torino diventò “la città più monumentata d’Italia” (Vittoria Sincero). Qual è stato il primo monumento pubblico ad apparire sotto il cielo di Torino?

Se si eccettuano le statue posizionate nei Giardini del Palazzo Reale, questo primato è attribuibile alla guglia Beccaria, in piazza Statuto (da non confondersi con il più imponente monumento al traforo del Frejus, sito nella stessa piazza). Eretta durante l’occupazione napoleonica e subito soprannominata piramide dai torinesi, fu inaugurata nel 1808. La guglia è costituita da un obelisco di granito sormontato da un astrolabio sferico in bronzo. L’opera ricorda la misurazione del Gradus Taurinensis, il meridiano che attraversa il Piemonte da Andrade a Mondovì, effettuata tra 1760 e 1774 dal fisico e matematico Giovanni Battista Beccaria. Quest’ultimo scelse come base per i suoi calcoli lo stradone che da Rivoli conduce a Torino e ne fissò gli estremi con due lastre di marmo.

Con il trascorrere del tempo, la vegetazione ricoprì queste pietre, facendo perdere la memoria dei luoghi in cui si svolse l’episodio. Le due lastre furono riportate alla luce grazie all'iniziativa del generale napoleonico Sanson, direttore dei depositi di guerra, e alle indicazioni scritte lasciate dallo stesso Beccaria. Si decise così di segnalare i due punti con due obelischi gemelli: quello di Rivoli fu inaugurato l’8 ottobre, quello di Torino il 7 dicembre. Tuttavia, l’obelisco torinese non si trova nella posizione originaria, in quanto fu spostato per i lavori di rifacimento di piazza Statuto eseguiti intorno al 1871. Stando così i fatti, avrebbe cambiato posizione anche il supposto ingresso agli Inferi, che qualcuno asserisce trovarsi proprio sotto la guglia Beccaria! Attualmente, di infernale c’è solo la posizione della guglia Beccaria, che si innalza in mezzo al traffico cittadino protetto soltanto da qualche siepe.

cui dui c’a rusu davanti al municipio

Il 20 giugno 1837 i torinesi assistettero all'inaugurazione di un secondo monumento pubblico: la colonna della Consolata. Sormontata dalla statua in marmo della Madonna con il Bambino, la colonna venne eretta di fianco dell’omonimo santuario, in seguito al voto fatto il 30 agosto 1835 dalla città afflitta dall'epidemia di colera asiatico. Intanto, dopo la salita al trono del re Carlo Alberto di Savoia-Carignano nel 1831, le piazze di Torino iniziarono pian piano a popolarsi di tanti cittadini di pietra legati alla dinastia sabauda e all’epopea risorgimentale. Il posizionamento dei primissimi cittadini immobili fu voluto dallo stesso sovrano. Esempi della sua politica culturale, le opere avevano anche l’obiettivo di celebrare e di legittimare l’avvento di un regno che era passato in mano al ramo cadetto della casata con la morte senza eredi del re Carlo Felice.

Nel 1838 apparì per primo il duca Emanuele Filiberto in groppa al suo cavallo, al centro di piazza San Carlo Borromeo. Prima di diventare per tutti il caval ‘d bruns (cavallo di bronzo), l’opera dello scultore Carlo Marochetti era chiamata grande monumento. Seguirono nel 1847 i Dioscuri in cima alla cancellata delimitante la Piazzetta Reale e nel 1853 il conte Amedeo VI davanti al Municipio. Il conte verde è stato raffigurato da Pelagio Palagi intento a combattere contro un nemico, mentre un altro giace riverso ai suoi piedi. La foga della battaglia è tale da aver indotto i serafici torinesi ad additare il gruppo scultoreo con la frase cui dui c’a rüsu (quei due che litigano). Invece, i cittadini più affezionati alla sobrietà degli spazi pubblici lo hanno identificato come calamaio a causa della sua forma complessa.

il re dei paracarri

Contestualmente al calamaio di piazza Palazzo di Città, si lavorava in piazza Savoia (un tempo detta piazza Paesana) alla realizzazione del re dei paracarri, soprannome impietoso appioppato all’austero obelisco Siccardi. Inaugurato nel 1853, fu voluto a furor di popolo per festeggiare le leggi contro i privilegi ecclesiastici elaborate dal ministro di Grazia e Giustizia Giuseppe Siccardi e promulgate nel 1850. L’obelisco reca incisi i nomi degli oltre ottocento Comuni che appoggiarono l’iniziativa per l’esecuzione del monumento promossa dai giornali liberali, primo fra tutti la Gazzetta del Popolo.

Se qualche torinese del futuro andrà mai a scavare sotto questo monumento, rinverrà un piccolo tesoro. Infatti, il 17 giugno 1852, in occasione della collocazione della prima pietra, fu posizionata nello scavo delle fondamenta anche una scatola di latta. Al suo interno, il torinese del 3020 potrà trovare una copia delle leggi, i numeri 141 e 142/1850 della Gazzetta del Popolo con l’iniziativa della raccolta fondi per la realizzazione dell’opera, il documento con l’elenco dei Comuni sottoscrittori, polvere da sparo e monete, sacchetti con riso, cereali vari e grissini, nonché una bella bottiglia di vino.

l’alfiere censurato

Torino ha avuto anche un monumento che è stato censurato per un piccolo periodo. Si tratta dell’Alfiere dell’Esercito Sardo, sito in piazza Castello. Questo fantasma di bronzo si staglia con fierezza dando le spalle a Palazzo Madama, tenendo un grande tricolore in una mano e la spada nell'altra. L’opera venne realizzata dal celebre Vincenzo Vela su richiesta dei patrioti milanesi. Correva l’anno 1857 e Milano si trovava ancora sotto il dominio austriaco. Il dono di questa scultura alla città di Torino fu insieme un omaggio all'esercito sardo, simbolo della speranza di liberazione, e una coraggiosa sfida nei confronti dell’occupante, al quale “bastava un’apparenza di sospetto per venire a sevizie”. Il monumento fu inaugurato il 10 aprile 1859, poco prima dello scoppio della Seconda guerra d’indipendenza. Subito gli austriaci iniziarono a dichiarare provocatoria quella statua, affermando che presto l’avrebbero distrutta. “Per prudenza politica”, si decise allora di occultare l’iscrizione “I milanesi all’esercito sardo il dì 15 gennaio 1857” con una lastra di marmo nero, che fu scoperta soltanto l’8 giugno 1859, dopo la vittoriosa battaglia di Magenta. Nessun austriaco riuscì mai a scalfire questa statua.

il re senza pace

Non fu censurato, ma visse una vera e propria odissea, il monumento al re della Restaurazione, Vittorio Emanuele I, che si trova di fronte alla chiesa della Gran Madre di Dio. Anch'esso voluto dal re Carlo Alberto, fu realizzato da Giuseppe Gaggini per essere posizionato nella piazza antistante al Palazzo Ducale di Genova. La scultura giunse nel capoluogo ligure nel 1849, ma il momento non era dei più adatti alla collocazione di un’opera celebrante un monarca assoluto. La città era attraversata dai moti insurrezionali e così la scultura finì in un magazzino, dove rimase per vent'anni. Nel 1869, il nipote dello scultore scriveva al sindaco di Torino per chiedere che fine avesse fatto quella statua a cui il nonno si era dedicato con tanto impegno e che si era volatilizzata. La proposta era quella di ritrovarla per esibirla a Torino, patria adottiva del genovese Gaggini. Così avvenne: il 10 settembre 1869 Vittorio Emanuele I rientrava a Torino, non a cavallo come avvenne il 14 maggio 1804 dopo il Congresso di Vienna, ma su un treno proveniente da Genova. Re Vittorio Emanuele II donò il monumento alla città, che lo posizionò nel cortile di Palazzo Carignano. Lì il povero Vittorio Emanuele I fu parcheggiato per altri sedici anni, prima di essere collocato dove lo vediamo ora. Era il 1885 e il monumento trovava finalmente pace, ma in sordina. Non si tenne alcuna cerimonia d’inaugurazione per lui perché, a causa delle grandi spese sostenute per l’Esposizione Generale Italiana del 1884, il Comune non aveva più fondi a disposizione per celebrare un’opera ritenuta ormai anacronistica.

dal fermacarte al ferroviere

Nel 1873 grandi festeggiamenti si tennero invece per l’inaugurazione del monumento dedicato al conte Camillo Benso di Cavour. Il gruppo scultoreo fu scoperto alle 14 dell’8 novembre 1873, al centro di piazza Carlo Emanuele II. Sotto una pioggia battente, i presenti si trovarono di fronte un Cavour irriconoscibile, avvolto in una toga simile ad un sudario funebre, privo dei consueti occhialini e redingote. Avvinghiata a lui, una procace figura femminile con il seno al vento: l’allegoria dell’Italia, “una donna troppo discinta, troppo matrona, in atto non troppo dignitoso, che inginocchiata ai piedi del grand'uomo, gli offre la corona civica”. Andò anche peggio alle sculture intorno al basamento. Furono considerate di difficile comprensione, tanto che lo scultore Giovanni Duprè fu indotto a scrivere una lettera aperta per spiegare meglio il concetto alla base dell’opera. Opera che, beninteso, ebbe da subito il suo soprannome: fermacarte.

L’inaugurazione del monumento al Tessitore andò ad adombrare quella del monumento ad un’altra colonna del Risorgimento, Massimo D’Azeglio. Sempre sotto la pioggia, la cerimonia si svolse a mezzogiorno del 9 novembre 1873. Posizionato esattamente davanti alla stazione di Porta Nuova, in piazza Carlo Felice, il conte Max fu presto definito ferroviere, per lo sguardo attento con cui osservava i ritardatari affrettarsi ai binari per non perdere il treno. Inoltre, quello di Massimo D’Azeglio è stato uno dei monumenti sfrattati dalla posizione originaria: nel 1935 fu spostato nei giardini della piazza e l’anno successivo fu trasferito al parco del Valentino. Stessa sorte capitò ai monumenti di Quintino Sella e Galileo Ferraris, per citare solo i più noti. Il primo, opera di Cesare Reduzzi inaugurata nel 1894, si trovava inizialmente al centro del cortile del castello del Valentino. Prima di ospitare la facoltà di architettura, questa residenza sabauda fu sede della Scuola di Applicazione per Ingegneri, che ebbe tra i suoi fondatori e docenti proprio Quintino Sella. Per volontà del podestà di Torino nel 1932 la scultura, "male addicendosi alla grandiosità delle costruzioni del Castello del Valentino", fu rimossa dal cortile e posizionata a poca distanza nell’aiuola antistante l’ingresso.

una scienza troppo discinta

Un viaggio più lungo toccò a Galileo Ferraris, lo scopritore del campo magnetico rotante. Il suo monumento, eseguito da Luigi Contratti nel 1903, fu trasferito nel 1928 dalla centralissima piazza Castello ad un’aiuola del corso che porta il nome dello scienziato, alla convergenza con i corsi Montevecchio e Trieste. La causa dell’esilio? La scultura femminile raffigurante l’allegoria della scienza elettrotecnica, descritta da Enrico Thovez come “semplice modella in posa, troppo lontana dai bisogni espressivi di una figura allegorica”. Ma non fu tanto la povertà espressiva della statua il motivo dell’allontanamento da piazza Castello, quanto le sue nudità eccessivamente conturbanti. I benpensanti troppo turbati indussero l’autorità prefettizia a far sloggiare il monumento hot per spedirlo in un luogo più appartato. Oggi al posto occupato da Galileo Ferraris vediamo il monumento al duca Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta, detto il cappotto per il pastrano indossato dal Duca Invitto.

I monumenti pubblici sono parte integrante della nostra quotidianità. Li troviamo sempre al loro posto, attenti e discreti, anno dopo anno, secolo dopo secolo. Passiamo più volte al giorno accanto ad essi e quasi non li vediamo, impegnati nei nostri pensieri e con il naso immerso nello schermo dello smartphone. E pensare che ciascuno di loro custodisce una storia complessa e tanti interessanti aneddoti. Forse Tommaso Craveri li avrebbe inseriti volentieri nella sua guida del 1753, se avesse avuto modo di ammirarli e di conoscerli.

 

 

 

 

 

LA TORINO DELL’ARCHITETTURA E DELL’URBANISTICA

 

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Alcune peculiarità di Torino

 

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Torino è una città a cui i numeri non rendono giustizia. Sebbene il numero di abitanti dell’agglomerato urbano siano col tempo scesi da oltre 1.200.000 a 875 049 abitanti, l’area metropolitana di cui è il cuore conta ben due milioni di abitanti 2 milioni di abitanti su una superficie approssimativa di circa 2 300 km². E’ il quarto comune italiano per popolazione, il terzo complesso economico-produttivo del Paese e costituisce uno dei maggiori poli universitari, artistici, turistici, scientifici e culturali d'Italia.

Rispetto a città come Roma (2.884.395 abitanti su 1.287 km quadri) o Milano (1,352 milioni di abitanti su 181,57 km quadrati) Torino si presenta notevolmente più ampia, con i suoi 2.300 km quadrati, grazie ai suoi ampi viali e al fatto che è una città ricca di verde, una delle più verdi d’Europa.

Torino è anche la “città dei portici”, 18 chilometri di eleganti colonnati che consentono di fare una passeggiata ininterrotta al riparo dalle intemperie.

Torino ha anche, rispetto a città come Milano e Roma, una caratteristica unica: è una città “ideale”, progettata a partire da zero dalla vecchia città medioevale secondo il piano voluto dal Principe e dai suoi architetti. E prima ancora era stata disegnata secondo la volontà degli imperatori romani.

Torino è la città delle linee nette, delle strade dritte, che sopporta di malavoglia i borghi che ancora si intestardiscono a sopravvivere, con le loro vie strette, che danno sonni inquieti agli urbanisti, come Borgo San Donato. Sembra che queste linee di divisione proseguano anche oltre gli edifici, siano tracciate come tante linee di confine all’interno della città.

Torino è anche la città degli scorci panoramici. Il fondale di molte delle sue vie è la collina con il suo verde o le vette delle Alpi che la circondano.

Torino è una delle città più pulite d’Italia e i Torinesi sono attenti custodi di questa caratteristica. E’ sufficiente che un giorno sia saltata la nettezza delle vie e parte subito la lettera al giornale della città, la Stampa. E’ una città ordinata, la prima a mettere le targhe delle vie ad ogni angolo di strada.

Molti vecchi quartieri di Torino, pur essendo popolari, hanno il decoro delle case alto-borghesi, come nota De Amicis descrivendo Via Garibaldi, la ex Contrada di Dora Grossa: a Torino la stratificazione sociale prima del Dopoguerra non è solo e tanto orizzintale, quanto verticale: salendo dal primo piano al piano nobile, ai piani successivi, fino alle mansarde abitabili, caratteristiche di molti edifici torinesi, si assiste ad una progressiva discesa sociale: gli operai e i piccoli impiegati occupano il sommo degli edifici, mentre la nobiltà e la borghesia ricca sono ai primi piani.

Torino, inutile dirlo, è la città del Risorgimento e dei Savoia, e contiene molte memorie della storia patria.

Torino è la città dell’automobile per eccellenza, sede del primo Automobile Club e di più di venti case automobilistiche, tra cui Fiat e Lancia.

 

Autobiografia dei quartieri di Torino

 

I rioni storici di Torino

 

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Perché si chiamavano “borghi”? Perché erano dei villaggi o borghi fuori delle mura della città, che racchiudevano lo spazio delimitato a nord da Corso Regina Margherita e Corso San Maurizio, a ovest da Corso Inghilterra e Corso Principe Oddone, a sud da Corso Vittorio Emanuele II, a est dal fiume Po.

 

borgo dora

Borgo Dora (Borgh Dòira in piemontese) è un piccolo rione storico di Torino, situato nel quartiere Aurora, all'interno della Circoscrizione 7. Il rione si sviluppa a ridosso del centro storico cittadino, e precisamente a nord di corso Regina Margherita, in prossimità di Porta Palazzo, delimitato a nord dal fiume Dora Riparia, mentre a ovest termina con l'adiacente rione Valdocco.

Un tempo era noto come Borgo del Pallone (Borgh dël Balon), si tratta di un'area dalla forte identità storica, l'unica superstite delle quattro borgate che nascevano un tempo alle porte della città, nei rispettivi punti cardinali (il Borgo del Pallone rappresentava la borgata a nord delle mura).

In virtù di questa sua peculiarità, Borgo Dora potrebbe essere definito un quartiere a sé, annesso naturalmente al grande complesso mercatale e ricreativo di Porta Palazzo. Oggi rivalutato e riqualificato, rimane tuttavia un rione essenzialmente popolare.

 

borgo san donato

Durante il XVII e il XVIII secolo il Borgo e i suoi dintorni dimostrarono una spiccata vocazione agricola, grazie a un ottimo sistema di irrigazione che facilitava la coltivazione di orti. La sua posizione di tramite tra città ed esterno favorì lo sviluppo di scuderie con cavalli e carri. Accanto a queste attività molti artigiani si stabilirono nel borgo, "attratti" dallo scorrere del canale di Torino che forniva energia a basso costo.

Nella seconda metà del Settecento la vocazione agricola del borgo si trasforma in industriale, infatti nella zona compresa tra San Donato e il Borgo Dora sorgono la maggior parte delle concerie.

Con il trasferimento della capitale da Torino a Firenze il Governo d'Italia stanziò a favore di Torino una rendita annua di 300.000 Lire, che venne utilizzata per la costruzione di un nuovo canale per alimentare le industrie cittadine che si sviluppavano sempre più numerose.

Questi eventi portarono all'incremento dello sviluppo industriale del Borgo con l'installazione di una quindicina di fabbriche principalmente rivolte alla produzione di birra, cioccolato e alla concia delle pelli; tra le maggiori e più significative troviamo due birrifici, Metzger e Bosio-Caratsch (il primo ancora oggi visibile in Via San Donato 68, il secondo in C.so Principe Oddone 19 - ormai scomparso), e le fabbriche di cioccolato Caffarel (fondata nel 1818 in Via Carena) e la Michele Talmone (aperta nel 1850 dapprima in via Artisti e poi ingrandita nella fabbrica di via Balbis, con negozio nel centro città in via Lagrange), alla quale si aggiunse la Streglio e in seguito la fabbrica delle caramelle e pastiglie Leone, la Conceria Fiorio (in Via Durandi 13) e il Mulino del Martinetto, poi Feyles (in corso Tassoni 56).

Nel corso dei primi anni del Novecento il Borgo si popolò sempre più intensamente. Al termine della Prima Guerra Mondiale le industrie che risultavano presenti nel censimento del 1911 erano ancora tutte efficienti. Con la fine della Seconda Guerra Mondiale la maglia urbana del borgo favorì invece lo sviluppo abitativo di Borgo San Donato, allontanando quelle industrie che avevano saturato il loro lotto isolato e non potevano disporre degli ampliamenti necessari per la nuova organizzazione del lavoro.

 

la lotta dei pianificatori urbani contro san donato, “borgo anomalo”

 

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Ecco come Vittorio Messori descrive spassosamente la “anomalia” di Borgo San Donato che gli urbanisti cercarono invano di eliminare.

“Andammo, dunque, in quel quartiere che comincia da piazza Statuto e che ha il suo asse nell'anomala via di San Donato. Anomala, perché ai burocrati municipali - ossessionati dalla linea retta, dall'uniformità di altezza e, se possibile, di stile e di colore delle facciate delle case - mai riuscì di raddrizzarla e di disciplinarla. Era nata anarchica, fuori dalla cinta daziaria e dai suoi rigidi regolamenti edilizi. A metterla in riga non ci riuscirono neppure quando, molto tempo fa, fu coperto il canale attorno al quale si disponevano le casupole e le fabbrichette per sfruttarne la forza motrice o le acque. Com'è il caso della lavanderia modello installata dal beato Faà di Bruno con macchine a vapore da lui progettate e in cui lavoravano le ricoverate dei suoi istituti. Dovremo parlarne.

Così, la via San Donato ha continuato a disegnare una scandalosa curva nella scacchiera di una città dove, per dirla con Fogazzaro, le case sono come soldati impettiti sull'attenti in attesa di una parata: «Salute a te, o sacra città delle antiche speranze, che schieri le tue nitide case uniformi in ordine rigoroso di milizie...». Per finire con un alato: «Merita pur, coi rinnovati esempi, o seconda Madre della Patria nostra, che noi ti rendiamo il nome di Augusta!». Così, se ricordo bene, quell'"Inno a Torino" che ci facevano imparare a memoria (altra pratica esecrata, assieme al catechismo: eppure, quante ore solitarie nutrite dal riaffiorare di versi dal profondo dell'infanzia).

Il Borgo San Donato è stato alla fine esorcizzato, nella sua bizzarria inquietante per un'urbanistica che non tollera capricci, isolandolo tra i due perfetti rettifili di via Cibrario e di corso Regina Margherita e disegnando, secondo il solito, implacabile reticolo, le vie che si distaccano dall'asse indisciplinato.

Per giunta, alla vecchia via San Donato non basta lo scandalo della curva. In effetti, le costruzioni vi si affacciano con difformità di altezza e con diversità capricciosa di facciate, con colori discordi, in una sorta di bailamme popolaresco che è stato accentuato dalla immigrazione meridionale (e ora, suppongo, terzomondiale) che vi gestisce un suo vivace commercio e artigianato. Una fonte di imbarazzo, di disagio, questa anarchia, per quei vecchi torinesi per i quali l'ordine urbano, la regolarità della pianta cittadina sono effetto e al contempo causa dell'ordine personale e della disciplina di vita. O forse, come azzarda qualcuno, sono un modo per imbrigliare il timore che saltino le barriere ed erompano in superficie il caos e la follia che - siamo in tanti a sospettarlo - segretamente fermentano nelle viscere della città dal volto austero e rigoroso.

In un suo folgorante racconto dal titolo significativo ("Piano regolatore"), Mario Gromo narra di un impiegato del Municipio che, per tutta la vita, aveva utilizzato ogni momento libero per costruire il modello in legno di una Torino secondo il suo desiderio. Una città nella quale non solo ogni minima irregolarità era cancellata (a cominciare dalla pianta, ridotta a un rigoroso quadrato), ma dove anche i tre fiumi minori che attraversano il territorio urbano erano allineati all'impeccabile scacchiera, confluendo nel Po a distanza eguale e ad angolo retto. La stessa collina era livellata, così da disegnare un altopiano di altezza uniforme, predeterminata dai geometri dell'assessorato competente. [Messori] «Tutte le vie» dice Gromo «avevano adottato un tipo unico di casa, con portici a riquadri e con abbaini a pepaiola. Nei corsi, una sola specie di alberi, dai tronchi regolari e delle stesse dimensioni.»

C'è da soffrire, per gente così, andando da piazza Statuto verso il Martinetto. All'anomalia della strada che non rispetta la regola del rettifilo, al disordine dell'accozzaglia dei fabbricati, il Borgo San Donato aggiunge un tocco in più di bizzarria. Quasi a metà della via, si alza improvviso, come un grido di pietra, mattoni, ghisa. E' un campanile che, su una base quadrata di soli cinque metri di lato, sale sin quasi agli ottanta: l'equivalente di un grattacielo di venticinque piani. E' ancor oggi, dopo la Mole Antonelliana, il più alto edificio della città. Anzi, è il più alto in assoluto costruito in laterizi tradizionali, da quando (già negli anni Trenta) l'edificio di Antonelli fu tutto sorretto, all'interno, da uno scheletro di cemento armato e la guglia, spazzata via dall'uragano del 1953, fu ricostruita in acciaio.

 

borgo san paolo, ovvero “il borgo rosso”

Borgo San Paolo, il “borgo rosso” della resistenza antifascista, è il quartiere più latinoamericano di Torino. Partirete dalla libreria Belgravia per un breve viaggio nella letteratura dell’America Latina, per proseguire poi con la visita di associazioni e progetti dedicati ai giovani di seconda generazione e conoscere, presso la Chiesa di Gesù Adolescente, le celebrazioni del Señor de los Milagros. Per saperne di più.

Il borgo nacque nelle campagne sud-occidentali fuori dalle mura di Torino agli inizi dal XVII secolo[2], inizialmente terre di proprietà dei facoltosi conti liguri Olivero, presso la preesistente cascina Pareto, riedificata poi a villa-cascina Olivero (della quale oggi rimane la cascina detta Torassa su via Arbe 19, al confine col quartiere Santa Rita).

Nell’archivio storico dell’istituto Bancario San Paolo, di Torino, si conserva memoria di un edificio innalzato nel 1697 dalla Compagnia di San Paolo (destinata poi a trasformarsi nell’attuale istituto) per ospitare i confratelli della Compagnia «li quali come che da Dio chiamati ad una vita più ritirata e perfetta, non sono però in stato di ritirarsi in un chiostro, meno abbandonare totalmente di vista le proprie case ed interessi». Si trattava, insomma, di una sorta di convitto per laici conversi di nobile condizione che sorgeva appunto in una zona di aperta campagna, ad occidente della città. Di qui, secondo lo storico Mario Abrate, trovò origine il nome del borgo che venne costituendosi nei secoli successivi.

Il borgo, nel periodo tra le due guerre, fu sede di fermenti popolari, e disordini, come quelli esplosi nel 1917, in una delle crisi più gravi, quando in Borgo San Paolo, considerato “cittadella rossa”, venne data alle fiamme la chiesa di San Bernardino.

 

la cavallerizza

Un quartiere particolare, arroccato nel centro cittadino e poco conosciuto dai torinesi, raggiungibile da via Verdi 9 e da via Rossini. Tale complesso architettonico è detto “La Cavallerizza" poiché Casa Savoia vi allevava i propri cavalli d’alta scuola, un maneggio, dunque, inserito in un grandioso insieme barocco progettato nel 1674 da Amedeo Castellamonte e soltanto di recente recuperato con una intelligente ristrutturazione. Comprendeva, in origine, gli isolati intitolati a Santa Lucia e a San Guadenzio, come area riservata alla Casa Reale e al personale di Corte, a servizi sistemati da Francesco Baroncelli, Filippo Juvara e Benedetto Alfieri. Al maneggio apparteneva pure una rotonda ottagonale per le evoluzioni equestri, dalla quale si irradiavano stalle che ospitavano i cavalli. Pregevole l’acciottolato originale, rimasto pressoché intatto.

 

Le Vallette: un quartiere emblematico della Torino dell’immigrazione degli anni ‘60

 

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la realtà delle vallette

Nel 1961 Torino supera il milione di abitanti, l’espansione industriale e l’immigrazione generano distorsioni e problemi di fronte ai quali la città si trova impreparata: le abitazioni sono insufficienti e per rispondere all’emergenza abitativa vengono realizzati interventi di edilizia pubblica che prevedono la costruzione di interi quartieri periferici, autosufficienti sotto l’aspetto dei servizi, che avrebbero dato a Torino una ossatura policentrica.

Una linea d’intervento di questo tipo, per quartiere, muove da modelli nord-europei   introdotti dal Piano Fanfani, provvedimento statale di edilizia popolare del periodo, che prevede, da un lato, una effettiva autonomia dei singoli poli grazie alla disponibilità di servizi, dall’altro, un’unificazione e una possibilità di interazione garantita da un’efficiente rete di trasporti. Due prerogative, queste ultime, che vengono nella quasi totalità dei casi trascurate divenendo principali cause di degrado. Il processo di insediamento urbano che ha caratterizzato il capoluogo torinese in questo periodo porta alla formazione di quartieri disseminati alla periferia della città e abitati prevalentemente da lavoratori immigrati.

La carta topografica di Torino risulta costellata   da agglomerati residenziali con le suddette caratteristiche al cui interno emerge un’omogeneità di classe sociale (i livelli più bassi), di regione di provenienza (immigrati del Sud) e di marginalità sociale. Si può descrivere la dinamica interna a questi quartieri e il rapporto con il contesto urbano della popolazione in essi inseritasi, utilizzando la categoria sociologica di ghetto o area segregata, categoria che sarà ben presto utilizzata anche dalla stessa stampa cittadina e della cui formazione e diffusione si parlerà ampiamente nei capitoli seguenti.

La gestione degli interventi urbanistici di cui si parlerà è affidata al Ministero dei Lavori Pubblici che nel 1954 crea il Comitato per l’Edilizia Popolare (CEP) che, riunendo diversi enti costruttori avrebbe realizzato 26 nuovi quartieri in tutta Italia, tra questi, a Torino, il quartiere Le Vallette.

il quartiere premessa e promessa di autonomia

Nello sviluppo caotico e incontrollato della città, il 30 aprile del 1958, con la demolizione di una cascina che avrebbe poi dato il nome al quartiere, cominciano i lavori di edificazione delle Vallette, nella zona nordovest di Torino. Il quartiere delle Vallette è la seconda realizzazione CEP e il progetto si inserisce nell’ambito degli interventi INA Casa per l’edilizia popolare, prevedendo la realizzazione di 16.500 vani su una superficie di 71 ettari, divisa in 12 lotti su cui si alternano blocchi residenziali, servizi e verde pubblico.

La realizzazione del quartiere viene coordinata, come già anticipato, dalla Commissione per l’Edilizia Popolare (CEP) e appaltata dall’Istituto autonomo per le case popolari. Il piano particolareggiato nel 1957 viene affidato a Gino Levi Montalcini, coordinatore di un gruppo di grandi nomi dell’architettura torinese che pensava ad un quartiere urbanisticamente articolato ed esemplare, pieno di verde, con casette a schiera e torri moderne, che potesse soddisfare i bisogni di chi era sbarcato dai “treni del sole” e che potesse accogliere cordialmente i nuovi arrivati; il progetto giunge a definire perfino il dettaglio delle targhe stradali che avrebbero dovuto riportare nomi gentili: via dei Mughetti, delle Pervinche, delle Primule.

La frammentazione degli enti promotori (IACP, INA Casa, UNRRA Casa, INCIS e Ferrovie dello Stato) e degli architetti si riflette nella realizzazione e configurazione delle diverse aree (come è possibile notare in Fig. 18), ciascuna indipendente dalle altre per modi di finanziamento, piani di cantiere e scelte figurative. Il quartiere presenta una notevole eterogeneità   tra i vari lotti, esito dei differenti approcci al tema da parte di 45 progettisti coinvolti, suddivisi in nove gruppi.

Le aspettative sono alte fin da principio: la stessa stampa millantava e riponeva una significativa fiducia nelle possibilità innovative che sarebbero potute derivare da un intervento urbanistico di tale portata. La Gazzetta del Popolo ad una settimana dalla consegna dei primi 100 alloggi del quartiere, il 18 novembre del 1961 scriveva:

«Tutto il complesso [potrà] ospitare 10 mila persone: una piccola città autonoma a sei chilometri in linea d’aria da piazza Castello […] il solo collegamento con Torino per i suoi abitanti dovrebbe essere costituito da motivi di lavoro. Una cittadina, per di più, costruita secondo i canoni che siamo abituati a vedere nei progetti delle città del futuro: un centro abitato in mezzo ad una distesa di campi […] la nuova città satellite […] avrà due scuole materne, tre elementari, una scuola media e di avviamento […] avrà un centro economicocommerciale che comprenderà grandi magazzini, i negozi, il mercato coperto, l’ambulatorio, le agenzie degli istituti di credito, il commissariato di P.S., il cinemateatro e le delegazioni comunali […] Tutti questi edifici di uso comune si affacceranno sulla piazza centrale sotto alla quale sarà ricavata una grande autorimessa […] e infine il centro sociale.»

Nonostante l’iniziale entusiasmo, non tardano a presentarsi le polemiche e tra gli esperti e i meno esperti iniziano a sorgere una serie di dubbi. Tra questi la scelta discutibile e discussa di edificare in aree distanti dal centro città, correlata al rischio di erigere quella che si temeva potesse diventare un’unità separata ed isolata dal resto del tessuto urbano.

A questa prima critica si rispose con la giustificazione del basso prezzo dei terreni agricoli e con la concezione di sviluppo sociale cui il modello di quartiere satellite rimanda. Si ritiene infatti, alla fine degli anni ’50, che gli insediamenti autosufficienti e territorialmente separati abbiano ed avrebbero, così anche nel caso specifico delle Vallette, favorito uno stile di vita completamente nuovo dando i natali a comunità più coese, fondate sulla solidarietà di vicinato.

Questo, come gli altri nuovi quartieri, costituivano dunque un modello esemplare. Soprattutto secondo le posizioni progressiste moderate del periodo: il mix di famiglie con diversa estrazione sociale, avrebbe favorito la solidarietà tra classi differenti che trovavano punto d’incontro nelle abitudini, nel modo di abitare e in una struttura familiare di stampo cattolico tradizionalista. Il progetto dei moderati non poteva realizzarsi per caso e autonomamente pertanto si assiste, nell’assegnazione degli alloggi, ad una selezione che privilegiava la famiglia convenzionale   rispetto ad altre tipologie familiari (come i single) che tendevano invece ad essere escluse. Anche la propaganda del periodo faceva leva sullo spirito e su idee tipiche della sinistra della DC descrivendo il piano Fanfani come un atto di “carità cristiana”, di privazione di quei lavoratori che con un prelievo giornaliero pari al “costo di una sigaretta” avrebbero garantito, con l’inaugurazione del quartiere, il “miglioramento di chi sta peggio senza tuttavia livellare le classi”.

i primi anni (1961-67) - inaugurazione e prime impressioni

Gli anni ’60, primi anni di vita delle Vallette, possono essere definiti come gli anni in cui si assiste ad una prima profonda differenziazione sociale nella composizione della popolazione del quartiere e gli anni in cui le carenze strutturali e dei servizi, per prime, evidenziano lo scalino tra progetto (quartiere modello di autonomia) e realtà.

Nel novembre del 1961 vengono inaugurate le Vallette: sono consegnate le chiavi dei primi palazzi dello IACP su viale dei Mughetti.

Questi rispondono all’iniziale funzione di strutture alberghiere in occasione di Italia ’61, celebrazione del Centenario dell’Unità d’Italia   mentre, per quanto riguarda le altre porzioni CEP, si raggiunge poi il completamento delle assegnazioni degli alloggi soltanto al termine deI sei anni successivi. I primi articoli dei quotidiani più diffusi a Torino presentano il complesso come quartiere modello in cui a «grandi e moderni edifici» corrisponde un «affitto modesto».

Tutti i nuovi edifici vengono predisposti per avere diversi comfort tra cui allacciamento elettrico, riscaldamento e servizi igienici interni, tutti presenti soltanto nelle abitazioni di più recente costruzione31. Le aspettative e la fiducia sono consistenti, tuttavia bisogna anche dire che questi primi anni di esistenza del quartiere sono anche quelli in cui si delinea e trova terreno fertile il cosiddetto mito negativo delle Vallette. Un mito oltretutto per nulla infondato: nonostante gli iniziali propositi si ripetono infatti gli errori già commessi in altri quartieri con l’aggravante, per le Vallette, che nascono come unità separata dalla città, di una carenza di servizi ancor più sfavorevole a causa dell’isolamento33. Nel quartiere le strutture di urbanizzazione primaria sono insufficienti, vi è un’unica linea di trasporto pubblico e i grandi complessi previsti per il pubblico (Centro Sociale, uffici, biblioteca, ambulatorio, autorimesse) non sono stati completati.

Le nuove abitazioni rappresentano sicuramente un punto a favore per il quartiere, una prospettiva di miglioramento se si mettono a paragone la celebratissima modernità degli appartamenti con la moltitudine delle varie carenze e problemi.

Una grande difficoltà però deriva poi dalla percezione della vita all’interno delle abitazioni e del quartiere. Il trasferimento non è vissuto da tutti allo stesso modo: per coloro i quali è recente il disagio dell’immigrazione, l’assegnazione significa vedersi riconosciuto, forse per la prima volta, il diritto alla cittadinanza (e questo mette facilmente in secondo piano le carenze esistenti), ma, al contrario, per i torinesi e per gli immigrati già integrati, un quartiere periferico, sprovvisto di servizi e identificato come quartiere di «meridionali» risulta una condizione decisamente denigrante.

Non bisogna poi dimenticare, in questa situazione, la contemporanea e inarrestabile avanzata della nube nera del mito negativo delle Vallette che offusca l’opinione dei non-residenti dando al quartiere i contorni di una realtà in preda al degrado sociale e alla criminalità. I residenti, consapevoli di questa cattiva fama sempre più diffusa, mascherano un’appartenenza, quella al loro quartiere, della quale tuttavia non tutti provano vergogna:

«Negli anni ’60 fino alla metà degli anni ’70, a parte che a quel tempo molto dei vallettari ridicevano: “Andiamo a Torino” e qualcuno diceva: “Andiamo in centro” come se le Vallette fosse un paese … […] se tu in quel periodo dicevi di abitare alle Vallette intorno a te si faceva il vuoto. Allora quando ti chiedevano dove abitavi: “Abito a Lucento”. Ma lo dicevi con fatica perché eri quasi orgoglioso di venire dalle Vallette, capisci? Ma dicevi Lucento se no la gente cominciava a guardarti male. […] Mi ricordo che a quell’epoca c’era ancora Stampa Sera, è durato fino agli anni ’80 mi sembra, e mi ricordo certi episodi rispetto alle Vallette…quando succedeva qualcosa di brutto, titolo in prima pagina: “Alle Vallette ecc…ecc…” […] Poi c’era l’episodio dell’immondizia, io ero piccolo stavo giocando a pallone dove adesso c’è l’oratorio prima era un prato… arriva un cronista e un fotografo de La Stampa prendono dei ragazzini che giocavano nel prato a fianco…lì c’era solo prato: “Vi diamo un sacchetto di caramelle se vi mettete lì in mezzo all’immondizia e fate finta di gocare”. E loro 7, 8 anni: “Sì! Sì..!”. Il giorno dopo su La Stampa: “Degrado delle Vallette”. Cioè in un posto dove veramente c’erano prati dappertutto, dove ogni giorno potevi scegliere un prato diverso per andare a giocare a pallone, chi era quel cretino che andava a giocare in mezzo all’immondizia? [ride]» (Rodolfo, classe 1949).

i primi anni (1961-67) - modello urbanistico e ideale sociale, fallimento o fortuna?

Il progetto delle Vallette non vuole solo essere un esemplare modello urbanistico, ma anche rappresentare, dare forma e vita ad un ideale sociale realizzabile grazie all’isolamento territoriale e ad infrastrutture collettive. I limiti sono evidenti e, come anticipato, l’autosufficienza fallisce e i servizi che avrebbero dovuto favorire la socializzazione non vengono realizzati o completati. Se il fallimento istituzionale nelle promesse fatte è evidente, tuttavia non è così scontato sostenere lo stesso sotto l’aspetto sociale. Certe carenze possono favorire il formarsi di relazioni comunitarie: in un quartiere senza servizi è indispensabile disporre dell’aiuto del vicinato che trova compattezza nella sua eterogenea composizione, unito da un’identità condivisa, quella di vallettari. Un’identità certamente non radicata profondamente nella tradizione (nasce dopo le assegnazioni) e velatamente dispregiativa (soprattutto nell’immaginario collettivo), ma comune denominatore delle forme di aggregazione che trovano i loro spazi privilegiati sui pianerottoli, nei cortili e nei bar, rispettivamente per donne, bambini e uomini. Altro luogo privilegiato e formalmente riconosciuto per l’incontro è sicuramente la parrocchia, Santa Famiglia di Nazaret, al centro del quartiere, unica a disporre di spazi per il tempo libero come il cinema, l’oratorio e un campo da calcio.

Questi luoghi di condivisione e incontro favoriscono il dialogo e proprio grazie ad un aumento di dialogo e all’interrelazione crescente iniziano anche a diffondersi i primi pensieri e necessità comuni. Aderire ad un Comitato cittadino si presenta come una proposta allettante e utile per dar voce alle proteste in merito alla mancata costruzione di sevizi, al desiderio di trasferimento in caseggiati con soluzioni monofamiliare. I principali desideri di molti vallettari diventano alloggi tranquilli, terrazzi isolati che evitino l’inconveniente delle intrusioni, minore controllo da parte del vicinato e migliori condizioni privacy. Quest’ultima è una condizione non ancora sentita quanto oggi, ma il cui rispetto inizia ad essere significativo, un metro di misurazione dell’accettabilità della convivenza e della rispetto del contesto familiare oltre che un discrimine piuttosto netto tra condizioni di vita cittadine e “di paese”.

«Mia madre diceva: “Io mi devo comprare la casa in centro” [ride]. Lei se ne voleva andare via…noi le dicevamo: “Ma mamma stai bene qui, nel quartiere dove conosci, dove siamo cresciuti e non è come in centro dove non hai nemmeno…qui è bello, in centro d’estate si muore di caldo”. Ma lei è rimasta della sua. idea Lei lo vedeva come se fosse il paese […] le sembrava di essere ancora al paese, di non essere mai emigrata. Si è trovata come se fosse giù…e poi era proprio come se fosse un paese chiuso.» (Patrizia, classe 1961)

Gli ultimi aspetti che possono ancora essere presi in considerazione, in quanto peculiarità del periodo storico in analisi, sono i distinti ruoli ed occupazioni dei componenti delle famiglie che vivono in maniera più intensa e diretta il quartiere: donne, giovani e bambini. I “capifamiglia”, lavoratori operai per lo più, trascorrono la maggior parte della loro giornata sul posto di lavoro tornando solo la sera a casa, nel loro quartiere di residenza, regno dei giochi dei più piccoli e delle faccende delle donne casalinghe. Negli anni ’60 le Vallette sono un quartiere vivace, strade e cortili sono sempre affollati soprattutto dai più giovani e, nonostante fosse chiaro fin dalle prime assegnazioni, che il quartiere sarebbe stato popolato da un gran numero di bambini e ragazzi, viste le agevolazioni e i posti prioritari per le famiglie numerose , risultano carenti le strutture aggregative, sportive e culturali necessarie per il loro intrattenimento. Questa situazione crea inizialmente alcune problematiche relative al controllo genitoriale, spesso solo la madre è presente a casa, e in merito al timore per sicurezza dei più giovani. Problemi che si risolvono ben presto tra i prati e i cortili di cui è ricco il quartiere, teatro di giochi autonomi e indipendenti che tuttavia non saranno visti di buon occhio nell’opinione generale divenendo motivo di critica a quei modelli educativi che, la stessa Stampa, definisce «poco civili», tipicamente «meridionali» e distanti dal concetto di educazione.37

gli anni 1966-1974

All’inizio degli anni ’70 alcune delle esigenze evidenziate in precedenza non trovano ancora risposta; tuttavia cominciano a trovare spazio e forma alcune iniziative autonome da parte della popolazione che iniziando ad organizzarsi cerca di supplire ai deficit istituzionali in merito all’assistenza e al’integrazione sociale.

Sono questi gli anni del primo fermento politico proveniente dal basso e delle prime organizzazioni ed iniziative cittadine. Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, sotto la spinta del movimento studentesco e operaio si afferma un nuovo clima culturale che coinvolge tutti gli ambiti della società: dalla dimensione privata alla sfera pubblica. Sono ridefinite le relazioni sociali che non sono più intese come determinate univocamente dall’alto in basso, ma come il risultato di un più ampio coinvolgimento di nuove soggettività, prima scarsamente riconosciute: i giovani e le donne.

Si assiste, a Torino, all’aggravarsi della situazione di squilibrio causato dal boom economico e dalla conseguente ripresa dello sviluppo industriale e crescita dell’immigrazione. Una situazione, questa, che obbliga il Comune ad affrontare le situazioni critiche delle periferie cresciute troppo in fretta e senza regole, tra le quali si annoverano le Vallette. Un campanello d’allarme piuttosto consistente sono state le denunce dei giornali locali in merito alle mancanze del quartiere che, se non immediatamente capaci di attirare l’attenzione delle istituzioni hanno tuttavia risvegliato una forte volontà della popolazione, che, per risolvere i problemi della zona, organizza iniziative di volontariato sociale o si impegna politicamente con la creazione di comitati di quartiere: nel 1968 (dopo i tentativi di rinnovamento intrapresi dal PCI già nel ’62) viene annunciata la costituzione di un Comitato promotore per il Consiglio di Quartiere a cui la popolazione è chiamata ad aderire.40 Nel 1969 vengono organizzate in ogni sottozona le elezioni per nominare i rappresentanti del nascente Comitato unitario il cui primo scopo è quello di risolvere le carenze e i disservizi, ma anche i «pregiudizi che ancora sussistono e che indicano le Vallette come un rifugio della malavita, mentre invece è un quartiere abitato da gente onesta e operosa». Il comitato è uno tra gli esempi delle modalità con cui il Comune si propone di decentrare il proprio potere e favorire la partecipazione dei cittadini di modo da rispondere più facilmente alle problematiche della città. Il fermento politico alle Vallette va crescendo e viene canalizzato nelle proteste contro gli insufficienti interventi di manutenzione degli stabili da parte dello IACP.

Queste proteste, rese ufficiali nel 1972 con la creazione del Comitato spontaneo di via delle Pervinche che se ne fece portavoce, trovano risposta nella disponibilità dell’Istituto il quale lascia in gestione i caseggiati agli inquilini tramite un loro amministratore privato. Questa proposta si scontra con l’opposizione fatta dal Comitato quest’ultimo resta fermo nella convinzione che l’abitazione di edilizia pubblica non debba essere una merce da acquistare privatamente, ma una risorsa per l’intera collettività, come «il servizio sanitario e l’istruzione obbligatoria», garanzia del «diritto alla casa».42

Il Comitato non demorde e la sua tenacia viene ricompensata dopo alcuni mesi, quando lo IACP riconosce la fondatezza delle richieste fatte.

Questa vittoria rimarca la capacità autorganizzativa degli organi promotori che, se inizialmente venne sfruttata per rispondere alle esigenze dei residenti, con il tempo subisce una trasformazione divenendo sempre più egemonizzata dai gruppi di sinistra, lontana e incomprensibile alla cittadinanza.

«Avevano fatto un presidio dove raccoglievamo firme per non pagare la luce elettrica. Quella lì, poi, non l’ho mai capita, […] soldi ne giravano pochi, diciamo, eh…però di non pagare la luce elettrica, non vedevo il motivo» (Alvaro, classe 1929)

Le proteste dei comitati in ogni caso, tralasciando le strumentalizzazioni politiche, ebbero anche dei risvolti positivi: garantiscono la realizzazione da parte dell’Amministrazione comunale di una parte dei servizi mancanti come il distaccamento medico dell’ufficio di igiene, un’area verde per i giochi dei bambini e nuove linee di trasporto pubblico come il 62 e il 75.45.

Il potenziamento dei servizi non si esaurisce con la realizzazione di infrastrutture di prima necessità, ma comprende iniziative di carattere culturale finalizzate a favorire lo sviluppo sociale e le opportunità di aggregazione.46 Tra queste sono significative, per portata e per singolarità, quelle legate all’ambito dell’intrattenimento teatrale (Vedi Fig. 35- attività scolastiche teatrali) che vedono le Vallette, quartiere eletto, nel 1969, dal Teatro Stabile per la cura e la messa in scena di alcune sue rappresentazioni svoltesi all’interno del Cupolone in via dei Mughetti.

Quest’ultimo, nel marzo del 1973 fu distrutto da un incendio: andarono in fumo insieme alla copertura in materiale plastico che diveniva translucida se illuminata anche i laboratori teatrali per i bambini delle scuole medie Quasimodo e Orione, le assemblee dei residenti e le rappresentazioni strettamente legate ai problemi del quartiere.48 Dopo l’incendio le iniziative e gli investimenti a favore dello spettacolo e dell’intrattenimento non vengono rinnovate per un lungo periodo, la tradizione torinese legata allo spettacolo, che aveva un polo attivo nella circoscrizione 5 (La FERT, stabilimento cinemattografico fondato negli anni ‘20), alle Vallette viene temporaneamente accantonata (il cupolone viene smantellato e sostituito da uffici delle Poste  e saranno poi successivamente le sedi parrocchiali con diverse iniziative, seppur inizialmente sporadiche e disgregate, a farla rinascere. Altro ambito nel quale si concentrano gli interventi del Comune è poi quello dell’istruzione con il potenziamento dell’edilizia scolastica. In un’area che, come si è già detto, registra un’alta incidenza giovanile, le strutture scolastiche risultano insufficienti costringendo, le classi a frequentazioni in doppio turno. L’impegno delle istituzioni approda nel 1970 nell’inaugurazione del primo asilo nido in via delle Primule49 e nella chiusura, nel 1972, della raffineria Best Oil 50 (Vedi Fig. 38 - Best Oil vista dalla finestra della sig. Siciliano) sulla cui area di giacitura sorgono le scuole elementari Di Nanni e Fratelli Cervi e la scuola media Levi dove vengono oltretutto adottati innovativi modelli pedagogici.

Alle difficoltà degli anni ’60, che vedevano Le Vallette caratterizzarsi per dispersione, ritardi scolastici e bassissime percentuali di studenti promossi, gli anni ’70 portano consiglio e rimedio grazie all’introduzione del tempo pieno: momento per laboratori e corsi di recupero che soddisfa le esigenze dei genitori lavoratori e che riduce i gap e le differenze sociali. Le carenze però sembrano inesauribili e, nonostante gli interventi, irrisolvibili, la popolazione residente alle Vallette aumenta e nel 1970 vengono iniziati i lavori per la costruzione di nuovi caseggiati di edilizia pubblica (le Case bianche). Questi edifici però, non ancora ultimati, vengono occupati da famiglie senza tetto, una condizione, quest’ultima, piuttosto comune negli anni ’70 tra gli abitanti di una Torino in cui l’offerta abitativa è insufficiente, l’immigrazione è in aumento e gli interventi di edilizia popolare sono minimi. I nuovi caseggiati, dopo essere stati liberati dalle forze dell’ordine (Vedi Fig. 39 sgombero delle case occupate), vengono assegnati, non più ad un utenza socialmente eterogenea come in passato, ma esclusivamente a nuclei indigenti, favorendo così la concentrazione di casi sociali problematici e , qundi, l’emarginazione. Le amministrazioni cittadine non eccellono nelle scelte fatte e i pregiudizi negativi ritornano con maggiore intensità.

gli anni 1975-1981

E’ proprio dalla metà degli anni ’70 che prendono avvio le tendenze che interesseranno poi i decenni successivi: graduale invecchiamento della popolazione residente, riduzione del numero dei nuovi nati, rallentamento del ricambio generazionale. Questa situazione è certamente condizionata dalle modalità di assegnazione degli alloggi di edilizia popolare, che sono poi la quasi totalità di quelli del quartiere. Alle assegnazioni si ha accesso solo tramite graduatoria e la residenza resta per tutta la vita ai primi assegnatari: i giovani delle Vallette, non trovando alloggio nel quartiere, per costruirsi una propria famiglia sono costretti a trasferirsi in altre zone. In aggiunta ai mutamenti demografici bisogna considerare che sono questi gli anni della fine dell’espansione economica, della crisi petrolifera e di un aumento della disoccupazione, che registra una consistente incidenza in quartieri operai come le Vallette dove, nel 1981, si raggiunge il 4% di popolazione senza lavoro contro 1.5% della media cittadina.

La crisi dell’occupazione riguarda principalmente i giovani, cui non è più garantita una carriera lavorativa nemmeno dal diploma. Questa condizione spinge soprattutto le famigli con maggiori difficoltà a rinunciare o far rinunciare i propri figli a percorsi di scolarizzazione prolungati.

«Ho finito le medie e poi volevo continuare ma mio padre e mia madre non hanno voluto perché si erano appena diplomati i miei due fratelli più grandi ed erano disoccupati. Mia madre: ”No, no assolutamente…a lavorare. […] Un anno sono stata a casa…è stato l’anno sabbatico [ride] il mattino facevo le pulizie e il pomeriggio sotto, sotto a far niente. A passarlo un po’ così e l’anno dopo a 15 anni sono andata a lavorare» (Patrizia, classe 1961)

Con questa situazione poi le politiche di supporto ai giovani sono scarse, è vigente soltanto la legge 285 del 1977 sull’occupazione giovanile che tuttavia è scarsamente integrata in politiche di più ampio respiro e dunque limitatamente influente.

Le condizioni precarie danno vita ad un generale sentimento di sfiducia e frustrazione. Come risposta a quest’ultimo, la più negativa che si possa individuare nelle tendenze del periodo, è la diffusione dell’uso di sostanze stupefacenti e della tossicodipendenza.54 Dalla metà degli anni ’60 accanto alle droghe leggere inizia a diffondersi il consumo di eroina55, il cui spaccio trova casa principalmente nelle periferie: qui il problema non sembra essere ancora fronteggiato da autorità ed istituzioni che in questi anni considerano ancora il fenomeno della tossicodipendenza, non come una questione sociale, ma piuttosto come un problema privato delle singole famiglie.

«L’avvento della tossicodipendenza ecc. allora negli anni '60 se tu volevi farti dovevi andare a cercare la roba perché la trovavi solo in certe zone, negli anni 70 in avanti la roba è arrivata sotto casa. E in un posto come le Vallette c’era di tutto, non solo lo spacciatore ma c’era il grossista, lo spacciatore che era anche tossico e il consumatore. Scendevi e nei muretti sotto casa trovavi la roba [...] e tanti ragazzi ci sono rimasti, ci sono state molte overdose. [...] Diciamo che è cominciato verso la fine degli anni 70 anche perché non solo alle Vallette ma in tutta Torino la roba veniva da te. Fino ai primi anni ’60 eri tu che dovevi andare a cercartela perché la trovavi solo in alcuni punti di Torino, in centro, dopo il mercato si è allargato» (Rodolfo, classe 1954)

In una situazione in cui i disservizi e le mancanze non sono ancora state colmate, le amministrazioni decidono nel 1975 di collocare alle Vallette il carcere, che, intitolato con il nome del quartiere, diviene simbolo del senso di abbandono ed emblema della scarsa considerazione in cui le istituzioni tengono questa porzione di città.

La generale sfiducia sembra prendere il sopravvento e tutto ciò che in precedenza è stato descritto come risorsa sembra assumere una veste sempre più negativa: la strada, scenario della ricca rete di rapporti sociali tra residenti diventa ora un luogo insidioso per le minacce della criminalità e dell’eroina, i grandi spazi aperti per il gioco dei più piccoli si fanno deserti e quella comunità che sembrava finalmente potersi dire tale, accomunata finalmente dal senso di appartenenza ad un quartiere che non doveva più nascondersi, ora si fa nuovamente diffidente e slegata.

cambiamenti

La crisi economica e il protagonismo dei movimenti operai e studenteschi  suscitano una condivisa richiesta di cambiamento politico che porta alla sconfìtta delle giunte di centro e centrosinistra, le quali, dopo 24 anni alla guida della città, lasciano il posto ad un’amministrazione di sinistra. Quest’ultima, a partire dal 1975, concentra il proprio operato sulla riqualificazione delle periferie e, mentre da un lato si impegna nel risolvere gli squilibri della città cercando collaborazione con l’industria, dall’altro sembra incapace di promuovere quei provvedimenti necessari per il rilancio dell’economia e per l’arginamento della crisi sociale.58

I principali provvedimenti intrapresi sono rivolti ai giovani e si concentrano nella sfera del tempo libero, ma sono insufficienti per porre rimedio al disagio giovanile che resta particolarmente intaccato dalla crisi lavorativa.

Le azioni deH'amministrazione comunale probabilmente risultano poco efficaci a causa della limitata possibilità che hanno gli interventi di una scala così piccola; politiche di sostegno di scala nazionale per l’occupazione e un welfare di carattere statale certamente avrebbero potuto avere un’incidenza nettamente maggiore. Iniziano a sorgere nuovi servizi, un po’ tardivamente però, perciò spesso limitatamente sfruttati o accolti negativamente: nel 1978 viene aperto un Centro d’Incontro e successivamente un Consultorio. Questi diventano teatro della presa di coscienza delle donne del quartiere che iniziano ad ampliare la loro partecipazione alle iniziative del quartiere e ad allargare la loro autonomia personale.

la situazione attuale

Oggi non viene dimenticata la fama passata del quartiere Vallette che, nell’immaginario comune, rimane un quartiere periferico con una storia travagliata, tuttavia assume una maggiore rilevanza la sua vocazione e funzione residenziale. Quest’ultima ha, negli anni, acquisito infatti maggior valore e qualità grazie all’introduzione, graduale e sempre più attenta, di quei servizi di cui fino a tempi più recenti il quartiere era carente. La consistente espansione della città di Torino poi libera le Vallette dal passato isolamento inglobando completamente il quartiere nel fitto tessuto urbano.

Le polemiche e i problemi in ogni caso non mancano tutt’ora: il quartiere fu interessato e poi acceso dalle proteste per la realizzazione della discarica Barricalla, completata nell’88 ai confini con la frazione Savonera di Collegno. A queste proteste si aggiunse, nel 2012 quella relativa alla costruzione dell’adiacente nuova centrale elettrica e di teleriscaldamento Iren. La nuova infrastruttura non ebbe poi gli effetti negativi temuti e anzi diede avvio nell’estate 2014 alla demolizione della vecchia centrale di Strada Pianezza  e ad una riqualificazione dell’area con l’inaugurazione nel 2016 di un ampio parco pubblico, Parco Vallette  tra via Pianezza e strada delle Primule (13mila metri quadrati).

La zona come si vedrà in maniera più approfondita nel capitolo 6 a pagina 64 non è interessata negli ultimi anni da particolari trasformazioni fisico-urbanistiche dell’esistente, sennonché, in quanto periferica, resta adatta all’installazione di grandi strutture. E’ grazie a questa peculiarità che si assiste,da alcuni anni, all’approvazione e messa in cantiere di alcuni lavori per grandi opere (PalaStampa poi MazdaPalace e, prima della dismissione PalaTorino; Arena Rock e recentemente, l’Area12 e le opere Juventus con lo stadio e il J-Museum), tra questi, il più mastodontico e rilevante, è la sostituzione dello Stadio delle Alpi (1990) con lo Juventus Stadium (2011).

Questo intervento, come appena detto, è uno dei pochi, non soltanto per numero, ma anche per rilevanza ed entità, ad interessare l’area, si ritiene pertanto opportuno seguirne le fasi di trasformazione in maniera un poco più dettagliata. Sulla stessa giacenza si sono susseguiti stadi con nomi e strutture differenti: lo Stadio delle Alpi e lo Juventus Stadium. Fino ai Mondiali del 1990 città d Torino possedeva un solo stadio, quello Comunale. Per l’appena citata occasione fu però progettato dallo studio Hutter lo Stadio delle Alpi, stadio innovativo che garantiva a ciascuna delle due squadre cittadine uno stadio dedicato. Questa dicotomia si interruppe quando lo Stadio Comunale fu riconosciuto, con perizia ufficiale, inagibile e quindi chiuso: rimane un solo stadio a garantire gli spettacoli del Torino e della Juventus, ravvivando, seppur sporadicamente (due volte al mese), la periferia nord-ovest della città. La situazione non resta invariata, la perizia di inagibilità viene riconosciuta nel suo errore e lo Stadio Comunale viene riaperto in occasione delle Olimpiadi Invernali del 2006. Nel 2003 la Juventus intanto ha acquistato dal Comune il diritto di superficie sull’area per 99 anni: nel 2006 lo stadio viene chiuso alle attività sportive e nel 2008 la società bianconera presenta il progetto per l’abbattimento dell’impianto (terminato nel marzo 2009) e la costruzione nella stessa area di una nuova struttura multifunzionale di sua proprietà che prevede, oltre alle strutture sportive e e la cittadella di cui sotto, il nuovocentro commerciale Area12 a servizio del complesso. Con l’inaugurazione dell’8 settembre 2011 nasce così lo Juventus Stadium, ufficialmente Allianz Stadium, il cui progetto prevedeva, oltre alla costruzione di un nuovo stadio, la realizzazione di una vera e propria “cittadella bianconera” nella zona della Continassa,  con museo, centro medico e sede societaria.

La cittadella è ancora in fase di completamento e prevede lo sviluppo di sei insediamenti. Il primo, la nuova sede, è stato completato nell’estate del 2017, le altre opere ancora da realizzare invece sono: il JTC (Juventus Training Center), nuovo centro di allenamento della Prima Squadra dove avrà sede anche il Centro Media; il J Hotel; la WINS – World International School, il Concept Store. Completano poi l’insediamento, una Centrale Energetica e le opere di urbanizzazione a servizio dell’area.

 

fonti:

Elena Cardino, Vallette (tesi di laurea Politecnico)

 

La vecchia contrada dei coriatori a Torino

 

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la contrada dei coriatori a torino

Quanto fosse importante la presenza di concerie nella città di Torino, lo testimonia il fatto che esistesse la contrada dei Coriatori - che andava dalla piazzetta BonelIi (oggi piazza Lagrange) alla contrada di San Filippo (via Maria Vittoria) - ed una Corporazione denominata Università dei Coriatori sotto la Protezione di Sant'Orso. Secondo gli studi fatti da Erberto Durio (discendente di Secondo Durio, fondatore dell'omonima conceria nel 1853) questa Università risaliva al 1600 come riportato nel documento contenente i “Capitoli e Privilegi concessi dalla gloriosa memoria di Carlo Emanuele III e confermati da Madama Reale Giovanna Battista all'Università dei Coriatori della presente Città di Torino”.

Nell'area corrispondente oggi a Borgo San Donato, si trovava la cosiddetta conceria del Martinetto; nel 1608 era stato concesso in enfiteusi perpetua a

“Messer Giò Batta Merlino di Torino […] il luoco gierbo [prato incolto], et sitto in detta Città ove si dice al Martinetto ò sia alla Valdoch, di giornate tre e mezzo alla misura di Torino […] e la faccoltà e licenza di poter construrre o far construerre sopra li sitti et rippa d’essa Città che sono poco distante, et al quanto al de’ sopra del Mollino del Martinetto un artificcio et ingegno per poter camossar [scamosciare] le pelli con facoltà anche di prevalersi e servirsi per essa, et servitio di detto.

gianduiotti al posto del cuoio

Sempre in quell'area si trovava la conceria Watzembourn: una Statistica della Popolazione della Città di Torino del 1801 censisce in località "brüsacör", o “Bruciacuore”, nella regione di Valdocco, la famiglia di Filippo Giacomo Watzembourn, originario di Luserna San Giovanni, oltre a 12 “lavoranti”, impiegati nella conceria di pelli di sua proprietà, che sorge nel medesimo luogo. Watzembourn, che aveva acquistato un edificio preesistente per trasformarlo in conceria, nel 1805 ottiene

“la permissione di costrurre e tener un edificio in sito suo proprio, e d’apporre una ruota a davanojra [il termine mutuato dalla lavorazione tessile definisce uno strumento girevole munito di tavolette parallele all'asse], e fare le opere necessarie onde renderlo girante […] e ciò all’oggetto di far valere la sua fabbrica di coriatore ed affaitore di pelli […] e per dare movimento ad un bottale ed ad una pesta da rusca a taglietti. (Archivio Storico Città di Torino, Ragionerie, IV, 1817).”

La pesta da rusca serviva a frantumare le galle e la corteccia per ricavare il tannino utilizzato nelle operazioni di concia. L’edificio venne poi affittato da Giovanni Martino Bianchini, un mastro cioccolataio di origine svizzera, che intorno al 1820 vi installa una macchina di sua invenzione per la produzione del cioccolato: nasce la fabbrica di cioccolata Landò. A Bianchini subentra, intorno al 1830, Paolo Caffarel. Cacao al posto del tannino, gianduiotti al posto del cuoio.

lungo il canale della fucina

A breve distanza dalla Watzembourn, si trovava la conceria Martinolo, mentre nel 1838 viene presentato da parte del geometra Pietro Briai il disegno per un nuovo fabbricato da adibire a conceria per la concia di pelli di capra e montone (nell'attuale via Durandi 13). L'edificio, con un'elegante facciata in stile neoclassico, era imponente con i suoi tre piani ed avrebbe ospitato la conceria di Domenico Fiorio.

I fratelli Calcagno Antonio e Vincenzo esercitavano in borgo Dora fin dal 1805, in un edificio posto lungo il canale della Fucina (derivazione del canale dei Molassi nei pressi del cimitero di San Pietro in Vincoli; alimentava la fucina da ferro municipale, il filatoio Pinardi e altre attività). Secondo una statistica del 1823, su 56 concerie dell'area torinese, la loro era la più grande ed aveva ben 36 addetti contro una media del settore di circa 4. Riuscivano a lavorare più di 6.000 pelli l'anno ed erano rinomati per la produzione di cuoio da suola. Alla scadenza del contratto d’affitto fecero richiesta di trasferire la conceria in un edificio di loro proprietà sulla sponda sinistra del canale dei Molassi, di fronte ai filatoi Pinardi e Galleani. L’amministrazione comunale acconsentì a questo dichiarandosi “sempre intenta a promuovere l’industriosità dei torinesi”. Si può dire che con la conceria Calcagno inizi la fase industriale della conceria che vedrà il proprio sviluppo di lì a poco con l'invenzione del bottale: l'inizio di una nuova fase e di una nuova storia.

 

Origine dei nomi dei quartieri di Torino

 

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Aurora

Compresa tra corso Regina, corso Novara, corso Principe Oddone e la Dora, questa zona prossima al centro include i rioni Borgo Dora, Borgo Rossini e Valdocco. Fin dall'epoca romana e poi nel Medioevo, questa zona era ricca di mulini e opifici, di concerie e riserve per le granaglie.

Il nome del quartiere Aurora deriva da un'antica cascina, detta appunto “cascina l'Aurora”, trasformata nel 1869 in un opificio, mentre nel 1984 l'architetto Aldo Rossi ha ridisegnato tutto l'edificio che oggi si chiama Casa Aurora.

Barca

Situato nella periferia nord est di Torino, il quartiere Barca si trova alla confluenza tra il Po e lo Stura di Lanzo. I due fiumi sono state risorse storiche importanti per gli abitanti, soprattutto per le attività contadine. E l'unione dei due fiumi è l'elemento che dà il nome al borgo: fino al 1884, quando fu costruito il ponte ferroviario Amedeo VIII sulla Stura, l'unico modo per attraversare i fiumi e arrivare a San Mauro e Settimo era appunto una barca.

Barriera di Milano

Quartiere popoloso e popolare della parte nord di Torino, Barriera di Milano nasce ufficialmente nel 1853. La Barriera che dà il nome al quartiere era quella di piazza Crispi, ed era la più a nord di Torino. Alla barriera della piazza si accedeva da corso Vercelli, all'epoca Strada Reale d'Italia, e fu chiamata di Milano perché da lì si arrivava dal capoluogo lombardo.

Bertolla

Questo quartiere si trova nella parte nordest della città, vicino al quartiere Barca con cui spesso viene assimilato e da cui lo separa Strada San Mauro. Anche Bertolla si trova alla confluenza tra Po e Stura, in particolare qui si trova il cosiddetto “Isolone di Bertolla”, ricatvato con un canale artificiale realizzato nel 1953 e oggi compreso nella riserva naturale del

Parco del Po.

Il nome Bertolla è un “prediale”, ovvero deriva dal nome degli antichi proprietari terrieri di questa zona, che con tutta probabilità avevano un cognome molto diffuso a Torino e in Piemonte, ovvero Bertola.

Borgata Lesna

Questa borgata si trova nella parte nordovest della città, vicino al quartiere di Pozzo Strada del quale fino agli inizi del '900 era un sobborgo. Ma la presenza di abitanti di questa zona attraversata da via Monginevro risale al '600, quando qui vi erano diverse cascine e terreni agricoli. Ed è proprio a un edificio di una famiglia che il quartiere deve il suo nome: precisamente a Villa Lesna, costruita nella prima metà del XVII secolo da una famiglia di proprietari terrieri e industriali lanieri originari di Biella, i conti di Lessolo. Nel rifugio sotto Villa Lesna (o semplicemente il Lesna) trovò riparo la popolazione dopo il bombardamento del 9 dicembre 1942, che causò ingenti danni a strade, palazzi e centri militari.

Borgo Po

Il nome di questo quartiere si spiega bene da solo: è ovviamente dedicato al Po, che segna il confine ovest di un borgo precollinare che da Madonna del Pilone arriva a Cavoretto, passando dal Monte dei Cappuccini. Ciò che è interessante è che il Po non era solo il confine di questa lunga striscia di Torino con in mezzo corso Moncalieri: prima di diventare il quartiere di pregio che è oggi, infatti, Borgo Po è stato per secoli un quartiere popolare abitato da molti pescatori e lavandaie, che dal Grande Fiume trovavano sostentamento e lavoro.

Borgo Vittoria

Situato nella parte nord di Torino, tra Villaretto, Rebaudengo, Barriera di Milano, San Donato e Madonna di Campagna, è un quartiere che anticamente era coperto di boschi e terreni agricoli; dal Seicento comparvero case e cascinali come la Fossata, ma è nel 1706 che nasce ufficialmente Borgo Vittoria. Nella parte su di questo quartiere, infatti, quell'anno furono combattute diverse battaglie durante l'Assedio di Torino, che nel maggio 1706 vide contrapposte le truppe sabaude (con le forze del Savoia alla corte degli Asburgo, il Principe Eugenio) e quelle franco-spagnole, che alla fine furono respinte. All'esterno di Chiesa della Salute, costruita nel 1880, una cripta ancora conserva l'ossario dei caduti in quell'assedio.

Campidoglio

Compreso tra San Donato e Parella, è oggi un quartiere residenziale. Tuttavia, il suo nome deriva da un antico fondo terriero. Come nel caso di Bertolla, quindi si tratta di un “prediale”, ovvero di un fondo che nel XII secolo apparteneva a una famiglia che ha dato il nome all'intera zona: in questo caso il prediale era costituito dai “campi di Doglio”, dal nome dei proprietari. Nessun riferimento, quindi all'omonimo colle di Roma.

Cavoretto

Dal 1806 al 1889 Cavoretto è stato un Comune autonomo, con un proprio sindaco, fino ad essere inclusa nel Comune di Torino. Il suo territorio comprende gran parte della collina torinese, incluso quello che è forse il simbolo di Cavoretto, il Parco Europa affacciato sulla parte sud della città. Ed è proprio la posizione geografica a determinare il nome di Cavoretto, abitata dal XII secolo da una nobile famiglia, i “signori di Cavoretto”. L'origine del nome è legata infatti alla sua posizione elevata affacciata sulla pianura, come per la rocca di Cavour o il castello di Cavorro a Costigliole d'Asti. In questo caso un “cavoretto”, ovvero una piccola collinetta.

Cenisia

Situato nella zona centro occidentale della città, il quartiere Cenisia era nel Settecento un quartiere periferico dove sorgevano diverse cascine. Storicamente rappresentava l'approdo all'antica Porta Segusina (o Decumana) nell'impianto romano della città, da occidente: da questo quartiere partiva una strada che arrivava al Moncenisio (“monte delle ceneri”, da un antico incendio boschivo) e da cui deriva il nome di borgata Cenisia.

Cit Turin

Si trova adiacente a Cenisia, ed è compreso tra corso Inghilterra, corso Vittorio, corso Francia è corso Ferrucci, perimetro che ne fa il più piccolo quartiere di Torino. Ma non è per questo che si chiama “piccolo Torino” (al maschile). In realtà, questo piccolo quartiere residenziale con un volto ottocentesco era un borgo a sé stante appena fuori le mura antiche di Torino, e secondo un progetto urbanistico settecentesco era del tutto autosufficiente rispetto al centro: in pratica, appunto, un piccolo borgo di Torino fuori Torino.

Crocetta

Subito a sud del centro, tra via Sacchi/corso Turati e corso IV Novembre si trova il quartiere della Crocetta, residenziale di prestigio fin dalle origini che risalgono al Seicento, quando si sviluppò intorno alla Chiesa della Crocetta da cui prende il nome il quartiere. La chiesa è dedicata alla Beata Vergine delle Grazie, ma da sempre i torinesi la chiamano Crocetta per la piccola croce rossa e azzurra che era sugli abiti dei padri trinitari, a lungo titolari dell'edificio.

Falchera

Collocata all'estremo nord di Torino, al confine con Settimo e Mappano, a ridosso di autostrada e linea ferroviaria per Milano, la Falchera è stata a lungo un quartiere isolato dal resto della città. Suddiviso in Borgo Vecchio, Falchera Vecchia e Falchera Nuova, questa zona era già abitata nel Quattrocento, quando sorsero le prime grandi cascine: una di queste, della famiglia Falchero, diede il nome a tutto l'antico borgo.

Filadelfia

Il nome del borgo Filadelfia, a sud di Torino vicino al Lingotto, ha a che fare con lo stadio Filadelfia: è dal 2003 che la zona degli ex Mercati Generali si chiama così come lo stadio del Grande Torino. Che a sua volta si chiama così per via Filadelfia: è uno dei quartieri più recenti di Torino, sviluppatosi nel primo '900. Il nome della via è un omaggio alla città americana di Philadelphia, prima capitale degli Usa come Torino lo è dell'Italia.

Lingotto

Questa zona nell'estrema periferia sud della città era nel '400 un latifondo rurale al confine tra Torino e Moncalieri: ed è proprio dalla città moncalierese che arrivava la famiglia Lingotto, proprietari della cascina che ha dato il nome al quartiere. Melchiorre Lingotto fu l'ultimo della casata e fu sindaco di Moncalieri fino al 1559.

Lucento

Si trova nella periferia nordovest della città, e comprende il Parco della Pellerina, il più grande della città (vedi i 5 parchi più grandi). Secondo una leggenda, il nome Lucento deriva dallo scintillio delle baionette dei soldati durante l'assedio del 1706 alla nostra città, ma molto probabilmente il nome deriva da tal Guglielmo da Lucento che nel 1227 aveva qui un fondo. Il nome deriva quindi da un “prediale”, come Bertolla e Campidoglio.

Madonna del Pilone

Posto al confine nordorientale della città, in zona precollinare e collinare, questo borgo ha una storia raccontata dallo storico ottocentesco Luigi Cibrario in “Storia di Torino”. Il pilone di cui si parla era una nicchia in cui era custodita un'immagine della Vergine. Il 29 aprile 1644 una donna di nome Margherita Molar si recò al mulino lì vicino con la figlia di undici anni, che a un certo punto scivolò e finì tra le pale del mulino. Mentre la gente accorsa tentava di salvarla ma disperava di vederla viva, alla madre parve di vedere la Madonna che l'aiutava e poco dopo la bambina emerse dalle acque. I fedeli vi fecero quindi erigere una cappella in ricordo del miracolo, poi divenne una chiesa grazie alle donazioni di nobili e reali che vi si appellavano per avere figli.

Madonna di Campagna

Si trova nella periferia nordovest di Torino, e confina anche con Lucento. Un tempo la denominazione in latino di “Campania Taurini” indicava tutta la zona rurale a ovest della città, compresi i territori di Pianezza e Rivoli. Nei pressi dell'attuale Chiesa, secondo notizie storiche c'era nel Trecento un capitello votivo dedicato alla Madonna. Nel 1567 i cappuccini vi stabilirono il loro convento provinciale, mentre nel 1657 Madama Cristina aiutò i padri ad ampliare la costruzione della chiesa. Qui si combattè poi una cruenta battaglia dell'assedio di Torino del 1706, vinta dai torinesi contro i francesi il 7 settembre.

Mirafiori

Oggi è suddiviso in due quartieri distinti, Mirafiori Nord e Sud, ma la storia, soprattutto del nome, è la stessa. La parte a ovest fu nel Duecento abitata da alcuni monaci benedettini cistercensi, qualche decennio dopo fu eretta la fortificazione del Drosso, al confine con Beinasco. Il nome Mirafiori deriva dal Castello di Miraflores (o Millefiori), di cui oggi restano solo le fondamenta: fu fatto costruire nel 1580 sulle rive del Sangone, sui resti di una villa detta La Pellegrina, rivenduta ai Savoia. Il castello, con tanto di giardini fioriti, fu un dono di Carlo Emanuele I alla moglie Caterina d'Asburgo e di Spagna (per questo il nome in spagnolo), nel 1585. Il declino della tenuta iniziò nel '600, quando i Savoia si trasferirono a Venaria, e finì nell'Ottocento, con l'abbandono di Bela Rosin e la costruzione del mausoleo a lei dedicato alla sua morte.

Nizza Millefonti

La storia di questo quartiere nella periferia sud di Torino inizia nel Seicento, con l'ampliamento della città oltre la barriera doganale che c'era dove ora sorge piazza Carducci, e che all'epoca prendeva il nome dalla via che dal centro di Torino portava alla strada per la costa francese: “Barriera Nizza”. Nella zona vi erano dei piccoli mulini sul Po, da cui le Molinette, e in tempi remoti anche moltissime sorgenti sotterranee connesse al fiume: le mille fonti, appunto.

Parella

Situato nella periferia ovest della città, borgata Parella ha una storia che risale al Medioevo. Tra le cascine della zona ce n'era una costruita per la famiglia Conterno ma nel '400 acquistata e ampliata da dei nobili canavesani, i marchesi San Martino di Parella. Della Cascina Parella, passata poi ai Savoia e infine ai Mergozzo, resta solo l'arco di ingresso, il resto è stato demolito negli anni Sessanta, ma nel 1556 qui dimorò anche Nostradamus.

Pozzo Strada

Questo borgo si trova nella periferia ovest della città, al confine con Grugliasco. Nonostante la sua posizione periferica, la storia di Pozzostrada è molto antica: già nel 930 un documento ufficiale parlava di una strada che congiungeva la Porta Segusina della città con Grugliasco e Rivoli e che passava da questa zona, dove sorgevano alcune case, un pilone con un'immagine sacra e un pozzo. Nel XII secolo furono poi trovati altri due pozzi a rafforzare il nome di Puteum Stratae.

Ed è del 1104 la leggenda del cieco di Briançon che qui ebbe una visione dalla Madonna che gli indicava dove trovare un'immagine sacra nei sotterranei della chiesa di Sant'Andrea, oggi il Santuario della Consolata.

Rebaudengo

Situato nella parte nord di Torino, vicino a Barriera di Milano e Borgata Vittoria, il quartiere Rebaudengo ha una storia piuttosto recente per quanto riguarda il suo nome, o meglio cognome. Il suo centro nevralgico e spirituale, oltre che sociale, è l'oratorio salesiano che si trova in corso Vercelli: fu costruito tra 1929 e 1934 su progetto dell'architetto salesiano Giulio Valotti e finanziato quasi interamente da un senatore del Regno d'Italia, il conte Eugenio Rebaudengo, cattolico sociale nato a Torino nel 1862 e parlamentare per tre legislature, prima di morire nel 1944 a Guarene, proprio dove cinquant'anni dopo è nata la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. In questo borgo restano ancora le tracce dell'antica cinta daziaria cittadina del 1912.

Regio Parco

Posto a nord est del centro città, è un quartiere “operaio” con un nome nobile. Oggi qui si trova il Parco della Colletta, tra i più grandi di Torino, ma fu nel XVI secolo che Emanuele Filiberto acquistò dei terreni boschivi alla confluenza di Dora e Stura nel Po. Vi fece realizzare anche un castello, detto Viboccone o Palazzo delle delizie, distrutto dai francesi durante l'assedio di Torino del 1706: qui sono poi sorte le Regie Manifatture Tabacchi, già nel corso del XVIII secolo, mentre parte dell'area del regio Parco fu adibita nel 1829 a quello che oggi è il cimitero monumentale.

San Donato

Questo borgo si trova a nordovest del centro città. Abitato fin dal Medioevo da famiglie di soldati e mercanti, fu chiamato per secoli borgo del martinetto, per i pistoni attivati dai canali d'acqua derivati nel quartiere. È dal 1835 che ha preso il suo nome dall'antica chiesa dedicata a Donato d'Arezzo, distrutta nel 1536 durante un assedio francese e ricostruita nel 1855 con il nome di Immacolata Concezione e San Donato.

San Paolo

Nel Novecento borgo San Paolo è stato uno dei simboli della storia operaia di Torino. Ma la storia di questo quartiere a ovest della città risale a molto prima. Nel Seicento, i proprietari delle terre erano i conti liguri Olivero, che nel 1699 cedettero un'area nel nord est del quartiere ai gesuiti per costruirvi una casa di preghiera. Il progetto fu sostenuto a livello economico dalla Compagnia delle opere pie di San Paolo, sorta di antenata dell'istituto bancario. L'identità industriale del quartiere prese corpo a fine Ottocento.

San Salvario

Oggi è uno dei borghi più frequentati dai torinesi, soprattutto per i locali che ne animano la vita notturna. Ma storicamente San Salvario è stato un quartiere “periferico”, quando la città era molto più piccola. Abitato fin dalla tarda epoca romana, nel Seicento è qui che Madama Cristina fece erigere una chiesa per la residenza di campagna del Parco del Valentino. La chiesa, dedicata a Cristo, era nota appunto come “San Salvatore di Campagna” o “San Solutore”. La pronuncia piemontese ne ha modificato il nome fino alla versione appunto di Salvario, o Salvari in dialetto.

Santa Rita

Questo quartiere nella parte sud ovest della città è stata per secoli una zona agricola ricca di poderi e cascine. Nell'Ottocento piazza Santa Rita divenne sede della Barriera di Orbassano nella cinta daziaria, ma il nome del quartiere risale al Novecento. Nel 1916 un giovane prete impegnato nella guerra dimorò nella scuola Mazzini. Dopo il conflitto fu ordinato prete nella chiesa di san Secondo, ma si impegnò per la realizzazione di una nuova chiesa nel quartiere divenuto ormai popoloso. Grazie anche all'aiuto della Compagnia di Santa Rita, fu edif

Sassi

Quella che oggi chiamiamo Borgata Rosa-Sassi, a nord est della città, ha un'origine molto antica. A differenza della pianura, infatti, la zona collinare era abitata già in epoca remota. Qui sorgevano feudi e contadi, dediti soprattutto alla viticoltura e alle vigne. Tra le ville e cascine più importanti una era quella del Monasterolium (Mongreno), l'altra era la cosiddetta villa (o vicus) Saxiarum, residenza dei conti di Sassi nella valle anticamente detta “Saxea”.

Vallette

Situato nella periferia nordovest di Torino, le Vallette sono un quartiere la cui storia è strettamente legata a quella del vicino borgo Lucento. Nella storia rurale di questa zona, sorgeva l'insediamento della famiglia patrizia di origine romana dei d'Aviglia, fin dal tardo Medioevo. La villa si trovava sull'antica strada ad Valletas: fu abbandonata e ricostruita in un altro punto nel 1634, già con il nome di “Le Vallette”.

Vanchiglia

A due passi dal centro di Torino, Vanchiglia è uno dei borghi più ricchi di storia di tutta la città. Abitato fin dal Medioevo, l'etimologia del suo nome è legata ad appellativi storici come Wanchillia, Val Quilia, Vinquilla o Vinchilla. L'etimologia del nome è incerta, ma le quattro ipotesi principali riguardano tutte il suo aspetto geomorfologico. Potrebbe derivare dal salice “vench”, molto abbondante storicamente nella zona (e quindi un insieme di vench forma una vanchiglia). Oppure dai giunchi presenti nella valle, o dalla fanghiglia che ricopriva il terreno. C'è anche l'ipotesi derivata dalla voce latina “vallis aculia” cioè appuntita, per l'area alla confluenza tra Po e Dora. Infine, un'ipotesi rimanda il toponimo a un'origine germanica, dal termine wald che significa bosco.

Villaretto

Questo borgo si trova nella periferia settentrionale di Torino, al confine con Borgaro. La sua posizione isolata oltre lo Stura ne ha consentito la conservazione nei secoli del patrimonio architettonico originario: il nome del quartiere rimanda infatti alla sua natura di piccola villa, ovvero di piccolo borgo rurale.

 

“Glielo diamo noi il Medioevo a Torino”: la nascita del Borgo medievale.

 

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Torino è una città in cui l’architettura medievale spicca per la sua assenza: si salta direttamente dal periodo romano al periodo barocco, con pochi rari esempi di edifici di epoca intermedia. E’ forse per questo che in occasione della esposizione universale

È sorto per caso, quasi per capriccio, lungo il Po, come risultato d’una discussione in un ritrovo del centro, la sera dell’8 maggio 1882. Attorno a un tavolo sedevano De Amicis, Giacosa. Carnerana, D'Ovidio,Teja, Arnulfi e altri illustri personaggi. Scegliere alcune epoche caratteristiche, magari lontane tra loro, diversissime per espressione artistica, ed esternarle tutte insieme in un’opera architettonica: ecco che cosa proponevano gli uomini raccolti quella sera nella saletta d’un caffè torinese. De Amicis incalzava: «Ma quali epoche allora?», e Giacosa ribatteva: «Scegliamo piuttosto un’epoca sola, una su cui possiamo trovarci tutti d’accordo e che possa interessare l’intero Piemonte, come ha detto bene D'Andrade». E Alfredo D’Andrade, che poco prima aveva soverchiato tutti con la sua voce parlando di Corot e di Rayer, assentiva. Qualcuno trasse di tasca pochi fogli e vennero abbozzati schizzi e progetti sul singolare quartiere che avrebbe riecheggiato fedelmente l'epoca prescelta all’unanimità: il Medioevo. Così nacque, quasi per una scommessa, il Borgo Medievale.

 

Le fasi dell’espansione urbanistica di Torino fino all’Ottocento

 

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il primo e il secondo ampliamento

La città che Emanuele Filiberto trova nel 1563, anno in cui Torino diviene capitale dei suoi territori, non è più grande della città romana, la «città quadrata». Al castello, eretto da Amedeo VIII, ai bastioni aggiunti da suo figlio Ludovico e alla nuova cinta realizzata dai francesi nel 1538, il duca aggiunge la Cittadella e tre altri bastioni, ma nulla muta nella sua forma urbana. Le prime trasformazioni del tessuto medioevale sono volute da Carlo Emanuele I su disegno di Ascanio Vitozzi (piazza del Castello porticato, 1606, contrada Nuova, ora via Roma, 1612, contrada Nuova, ora via Palazzo di Città, 1619), in seguito verranno rese regolari la contrada di Porta Palazzo e relativa piazza, oggi via Milano e piazza della Repubblica, e la contrada Susina, oggi via Corte d’Appello (Filippo Juvarra, 1729). Il processo di riplasmazione delle preesistenze medioevali si conclude con la ricostruzione (1736) della contrada di Dora Grossa, oggi via Garibaldi, e della piazza del Palazzo di Città (1756) su progetti di Benedetto Alfieri.

Il primo ampliamento, giocato sull’asse della contrada Nuova (via Roma), che viene proseguito, e sulla piazza Reale (oggi San Carlo) realizzata in un secondo tempo (1638) sul sedime della vecchia cinta ormai inutile, vede una trama urbana molto diversa dalle strette vie medioevali che nella città antica avevano disgregato il tessuto di origine romana. Ampie strade ortogonali definiscono vasti isolati in cui si insediano numerosi conventi (i Filippini, gli Agostiniani Scalzi di San Carlo, le Carmelitane di Santa Cristina, le Convertite, la Visitazione...), importanti palazzi nobiliari (Solaro del Borgo, Gonteri di Cavaglià, Beggiami, Ferrerò d’Ormea...), nuclei commerciali (le botteghe della contrada Nuova).

Il secondo ampliamento della città, solcato dalla contrada di Po, preesistente e orientata verso il ponte sul fiume, con andamento obliquo rispetto alla maglia degli isolati, prevedeva come baricentro una piazza ottagonale. Realizzata in forma quadrangolare, l’odierna piazza Carlo Emanuele II, venne destinata al mercato del vino, mentre il cuore commerciale del quartiere si collocava lungo via Po. In questa nuova parte di città trovarono spazio - come si è già sottolineato - le grandi istituzioni assistenziali, il ghetto ebraico e numerosi conventi, ma anche una fitta rete di palazzi sede di grandi famiglie nobiliari: Roero di Guarene, Coardi di Carpeneto, Dal Pozzo della Cisterna, Birago di Borgaro, Morozzo della Rocca.

L’area da piazza San Giovanni a piazza Carlina comprende il primo ampliamento della città (1620) e gran parte del secondo (1673), definendo una zona della città dove si segnala la fittissima presenza di grandi residenze nobiliari realizzate fra il XVII e il XVIII secolo, a cui si aggiunge qualche intervento successivo in zone non edificate o in sostituzione di preesistenze.

il terzo ampliamento

Il terzo ampliamento di Torino, nel segno della città-fortezza, ormai destinata a diventare capitale di un Regno, prende le mosse nel 1702 con la costruzione della cinta bastionata fuori Porta Susina e Porta Palazzo. Nel 1712 il disegno per la trama degli isolati è già pronto, l’area viene strutturata intorno alla piazza Susina, oggi piazza Savoia, in cui si intersecano ortogonalmente la via della Consolata e la contrada Susina. Numerosi interventi qualificano questa parte di città creata ex novo: i Quartieri Militari, la chiesa del Carmine e il palazzo Martini di Cigola per mano di Filippo Juvarra, il palazzo Saluzzo Paesana su progetto di Gian Giacomo Plantery.

il quarto ampliamento

Con l'abbattimento dei bastioni ordinato da Napoleone si posero le basi per lo sviluppo edilizio verso il fiume e la realizzazione dell’odierna piazza Vittorio Veneto, progettata nel 1825 in luogo della grande esedra alberata, lascito, con il ponte, del dominio francese. Con l’abbattimento dei bastioni e il tracciamento dei viali secondo il piano del 1817, venne resa possibile la costruzione dell’area compresa fra la città barocca e il Viale del Re, l’odierno corso Vittorio Emanuele IL Alla realizzazione della parte nord di piazza Carlo Felice (Gaetano Lombardi, 1822) seguì la lottizzazione a ville e palazzine lungo il viale, spesso arretrate e precedute da un giardino, secondo una configurazione purtroppo oggi perduta a causa del successivo sviluppo edilizio. Nell’area retrostante, accidentata per via dei dislivelli creati dagli antichi bastioni, venne decretata la costruzione del Giardino dei Ripari, sotto la cui promenade alberata passava via Accademia Albertina. Nella strada, all’epoca detta per questo motivo via dell’Arco, si trovavano, fra l’altro, gli stallaggi per i cavalli da posta. Ridotto poi dalle ulteriori lottizzazioni all’aiuola Balbo e all’area di piazza Cavour, il giardino rimase cuore di uno dei quartieri più eleganti della città, costruito negli anni trenta e quaranta dell’800. I palazzi, di volumi contenuti e improntati a chiari stilemi neoclassici, furono commissionati soprattutto dalla borghesia fatta di ingegneri, architetti, medici, impresari. Nel quartiere venne decisa anche la costruzione di un teatro e di una chiesa. Quest’ultima fu realizzata dal Sada nel 1844, con toni che ci riportano alle grandi capitali neoclassiche del Nordeuropa, mentre il teatro (oggi cinema Nazionale), originariamente previsto in piazza Maria Teresa, venne edificato nel 1847, con la capacità di 2000 posti, al fondo di via Pomba.

il quinto ampliamento

La decisione di demolire la Cittadella filibertiana e di rendere edificabili i terreni da trecento anni dedicati alla difesa della città venne presa alla metà del XIX secolo. Il piano urbanistico dell’area, proposto nel 1853 da Carlo Promis, prevedeva un grande sistema di portici a collegamento di piazza Statuto e corso Vittorio Emanuele II attraverso corso San Martino, via Cernaia, piazza Solferino e corso Re Umberto I. La realizzazione, sancita dal piano Pecco del 1837, tralasciò parte del sistema di portici, ma sancì il viale alberato come elemento interno alla città (il corso Vinzaglio, ad esempio) e non soltanto di perimetro. L’ampliamento è caratterizzato anche da nuovi giardini (quelli della Cittadella, Lamarmora e di piazza Arbarello, in cui vennero lasciati alcuni piccoli tasselli delle alberate preesistenti) e dalla linea ferroviaria per Milano con la stazione di Porta Susa. A sud dell’area della cittadella, definita dagli attuali corsi Matteotti, Re Umberto I, Stati Uniti e Vinzaglio, giaceva dal 1847 la grande spianata della piazza d’Armi, impedimento alla prosecuzione del Viale del Re. Il suo spostamento, avvenuto nel 1872 nella zona antistante l’attuale Politecnico, rese quindi edificabilc una grande porzione di terreni. Teatro di sperimentazione dell’Eclettismo, come era già avvenuto nell’ampliamento della ex Cittadella, l’area a cavallo del Viale del Re vide sorgere ville e palazzine nel lato sud, e grandi palazzate porticato sul lato nord.

La parte di città a ovest della ferrovia per Milano, accolse, a partire dagli anni ’6o dell’800, i grandi servizi urbani: le Carceri Nuove (1862), il Mattatoio civico (1866), il Mercato del bestiame (1870), le caserme Lamarmora, Sani e Pugnani, l’officina delle strade Ferrate (1884). Il piano urbanistico per la zona vicina, rivolta a corso Francia, venne steso nel 1868, ma l’edificazione fu per gran parte successiva, a cavallo tra ’8oo e ’goo, dando luogo a numerosi e importanti esempi del Liberty italiano.

 

L’età romana e il Medioevo a Torino

 

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Un conto è avere qualche reminescenza scolastica su una certa Augusta Taurinorum, un conto è rendersi davvero conto che questa città non è nata moderna, ma lo è diventata. La percezione comunemente diffusa è infatti quella che nella storia otto e novecentesca, che ha visto il Risorgimento, l’Unità d’Italia, e poi la FIAT e la città industriale con i suoi conflitti politici e sociali, si riassuma gran parte dello spirito di Torino. Anche la storia sabauda sta spesso sullo sfondo della memoria collettiva, per i suoi caratteri tutto sommato poco italiani. Ma Augusta Taurinorum è esistita davvero. Intorno al 27 a.C. Roma aveva bisogno di dare un’organizzazione amministrativa e logistica a un territorio situato ai piedi dei valichi alpini per farne un avamposto verso le Gallie. Costruì dunque un accampamento fortificato su un preesistente insediamento sulle rive del Po.

Che cosa resta di questa colonizzazione? Certamente rimpianto ortogonale a scacchiera tagliato a croce da due arterie principali: il cardo e il decumano. Il cardo corrisponde alla via Porte Palatine, il decumano all’asse di via Garibaldi. Il perimetro dell’accampamento era delimitato dalle attuali vie Giulio a nord, Consolata e corso Siccardi a ovest, Cernaia, Santa Teresa e Maria Vittoria a sud e Accademia delle Scienze, piazza Castello e i Giardini Reali a est. Ed ecco le Porte Palatine, la porta principalis destra della cinta romana da cui usciva la strada che portava in Lomellina e al Ticino (altre due torri romane sono incorporate nella facciata di palazzo Madama, e costituivano l’antica porta decumana). È il resto più imponente, di recente liberato dall’invadenza dei parcheggi e restituito a una sua doverosa dignità, da cui partono ampi tratti delle mura di cinta che spariscono per affiorare in altre zone, ad esempio nel perimetro della chiesa della Consolata. Nei pressi delle Porte Palatine si trovano le rovine del teatro del I secolo, ampliato nel II e III secolo d.C. fino a raggiungere ragguardevoli dimensioni, complessità progettuale, ricercatezza tecnica e una capienza di circa 3500 posti. Continuando nella ricerca delle tracce più antiche, e limitandosi a quelle effettivamente visibili, per quanto residuali, si troveranno un frammento decorativo a palmette e un’iscrizione votiva che sembrano attestare il culto di Iside nella zona allora extraurbana del Mastio della Cittadella; tratti di un muro largo 97 cm in opus listatum all’interno del cortile del Burro, dentro Palazzo di Città; frammenti di statue bronzee, ritenuti resti di un monumento equestre; un sepolcreto nella zona di Porta Susa, scoperto proprio mentre si gettavano le fondamenta della stazione (1854-1855), con alcune anfore cinerarie contenenti ceramica figulina, vetri, oggetti in bronzo, ferro e avorio, monete imperiali; un frammento di stele marmorea della prima metà del I secolo recuperato in piazza Castello nel 1925 e attualmente conservato a Palazzo Madama che presenta una lupa che allatta i gemelli nel contesto di un paesaggio roccioso. Non si tratta, con ogni evidenza, di pezzi pregiati, ma di semplici tasselli utili a ritessere la trama di un passato storico che si presenta discontinuo e frammentario almeno fino al XIV secolo.

Anche i resti medievali non abbondano: poco è rimasto del Medioevo nell’architettura di Torino. La ristrutturazione della città voluta da Emanuele Filiberto spazzò via la vecchia città medievale per sostituirla con una città rinascimentale-barocca.

Tra le cose più interessanti c’è un mosaico acromo di epoca romanica ritrovato nella chiesa di San Salvatore, ora protetto da una piramide di vetro ai piedi del campanile del Duomo. Al centro del mosaico si trova l’immagine della fortuna, raffigurata nell’atto di far girare una ruota che determina le sorti dell’uomo. La ruota è circondata da una serie di cerchi contenenti animali vari, a loro volta cinti dal gran cerchio ondulato dell’oceano, punteggiato da isole, mentre ai quattro angoli del quadrato esterno soffiano i venti. L’unico esempio di architettura gotica in città è la trecentesca chiesa di San Domenico, nella via omonima, con il suo ciclo di affreschi nella cappella delle Grazie posta al di sotto del campanile e una bellissima Annunciazione. Andando in giro nelle vie intorno al municipio, si vedono occhieggiare qua e là bifore incastonate nelle case più antiche, ma niente di più. E anche dei secoli XV e XVI, se si eccettuano la facciata del Duomo e il bel palazzo affrescato Scaglia di Verrua in via Stampatori, è rimasto ben poco.

Un intrigante complesso di cortili in origine medievali si trova nell’isolato intitolato a Sant’Ottavio, nel cuore della Torino più antica, costituito per circa un quarto dal palazzo Vailesa di Martirana, e per il resto da edilizia residenziale storica di minor prestigio. Questa porzione dell’isolato è stata completamente ristrutturata negli anni 1983-85 dall’ufficio Tecnico dei Lavori Pubblici del Comune di Torino, con il coordinamento dell’architetto F. Novara. Il recupero, oltre a portare gli edifici - di origine tardomedioevale con successive trasformazioni in epoca barocca - agli standard abitativi attuali, ha valorizzato il sistema di percorsi interni fra cortile e cortile, attraverso passaggi e porticati, ricercando un nuovo contatto fra il tessuto interno dell’area e la strada.

Un altro edificio medievale è la Casa del Senato. La casa si trova tra piazza delle Erbe e il Duomo, nel cuore medievale della città. Dell'impianto dell'edificio, di quattro piani fuori terra, restano alcuni elementi litici di reimpiego romani nei pressi dell'ingresso, e, all'ultimo piano, finestre con elementi in cotto, databili tra il secolo XIV e il secolo XVI.

Gli elementi decorativi e architettonici furono riportati alla luce alla fine del secolo XIX da Riccardo Brayda, nell'ambito del progetto di riscoperta di antichità cittadine. Lo stesso Brayda supponeva che la casa fosse stata sede della Vicaria (ufficio con funzioni giudiziarie) dopo che era stata abbandonata l'antica sede degli uffici, situati all'interno del castello di Porta Fibellona, diventato ormai luogo di residenza della corte e non più fortezza. I rilievi e gli scavi eseguiti da Brayda indicano che l'edificio probabilmente era anche dotato di una torre merlata. La facciata in trompe d’oeil con una edicola della vergine è molto particolare.

Cosa succedeva a Torino in quei secoli? Che cosa andava maturando, se da questa penuria ha potuto svilupparsi, nel secolo XVII, l’improvvisa fioritura barocca che ha impreziosito la città portandola all’onor del mondo?

«Tutto questo tratto di paese, poco fa bellissimo, è ridotto a tali termini che non si conosce più quale sia stato. Incolto, senza gente per le città, senza uomini e senza animali per le ville, imboschito tutto e selvatico. Non si vedono case, che il più furono abbruciate; della maggior parte dei castelli appaiono i muri soltanto; degli abitanti chi è morto di peste o di fame, chi di ferro, chi fuggì altrove, volendo piuttosto mendicare il pane fuori di casa che in essa sopportare travagli peggiori della morte». Così un ambasciatore veneziano descriveva lo stato del Ducato Sabaudo intorno alla metà del Cinquecento. Era un periodo estremamente turbolento e tragico, nel quale il Piemonte fu al limite di una annessione non dichiarata alla Francia. Il momento di svolta si colloca simbolicamente al momento del passaggio della capitale del ducato da Chambéry a Torino e il deus ex machina ha il volto di Emanuele Filiberto detto “Testa di Ferro” (1528-1580), vincitore sui francesi a San Quintino nel 1557. Politica ed eserciti a parte, meno appariscenti ma fondamentali segnali del risveglio civile e culturale, quali la riapertura dell’università a Torino nel 1566 e l’adozione della lingua italiana negli atti pubblici, indicavano che l’accampamento romano di frontiera, il borgo medievale inselvatichito stava muovendo i primi passi lungo la strada che l’avrebbe portato, tre secoli dopo, a diventare la futura capitale d’Italia.

 

La nascita di Torino capitale sabauda e l’architettura barocca

 

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Il progetto di una nuova capitale

Divenuta nel 1563 capitale del Ducato di Savoia, Torino – fino allora racchiusa all'interno dell'antico castrum romano – con Carlo Emanuele I (1580-1630) conobbe il suo primo ampliamento urbanistico. Per circa tre generazioni l’attività edilizia fu soprattutto in mano agli architetti Ascanio Vittozzi, Carlo di Castellamonte e suo figlio Amedeo, fino a Guarino Guarini, Filippo Juvarra, Benedetto Alfieri e Bernardo Antonio Vittone.

Il modello architettonico, urbanistico e territoriale che nel periodo barocco caratterizza Torino quale capitale europea, si fonda sui nuovi modelli spaziali dell`Assolutismo, che diedero in Europa le città-capitali come inedite strutture di comunicazione e di segni, con marcata presenza di valori simbolici. In questo senso sono importanti per il Piemonte sabaudo non soltanto le realizzazioni, ma anche il lucido "progetto di comunicazione" costituito dall`impresa editoriale del Theatrum Sabaudiae (1682).

Il periodo Barocco appare dunque caratterizzato, anche in Piemonte, da una forte integrazione tra politica, architettura, urbanistica, arte e retorica di corte, e trova nelle chiese di protezione ducale e regia, nelle congregazioni religiose, nelle residenze auliche della corte, dal Palazzo Reale alla corona di delizie extraurbana, negli esiti urbanistici delle vie e delle piazze porticate progettate a specchio del Potere sovrano, nei palazzi nobiliari e nelle vigne collinari, il filo conduttore che contraddistingue una società colta ed evoluta, capace di coniugare architettura e arte.

Il Seicento

Del primo ampliamento di Torino venne incaricato Ascanio Vitozzi (1539-1615) con la sistemazione di Piazza Castello, intorno alla quale si svilupparono i nuovi quartieri della città; i lavori furono portati avanti da Carlo di Castellamonte (1560-1641), che dal 1621 continuò lo sviluppo verso sud dell'abitato secondo un sistema di assi tra loro ortogonali. Al medesimo architetto si deve la formazione della vasta Piazza San Carlo (Piazza Reale), uno spazio derivato dalla place royale francese, con ai lati della direttrice principale due chiese gemelle.

Amedeo di Castellamonte (1610-1683), figlio di Carlo, pianificò lo sviluppo della città verso est. Nel 1673 fu iniziata la realizzazione di una strada per unire piazza Castello alla Porta di Po; lungo la via vennero eretti palazzi porticati dal disegno uniforme, mentre verso il fiume la strada fu conclusa con un'esedra, simbolico riferimento all'apertura della città verso il territorio circostante.

Guarino Guarini (1624-1683) portò a termine la Cappella della Sacra Sindone, iniziata proprio dal Castellamonte sul retro del Duomo. Tra il 1668 ed il 1680, costruì la chiesa di San Lorenzo.

Le straordinarie invenzioni del Guarini trovarono applicazione anche ai temi dell'architettura civile: suo Palazzo Carignano, basato su una pianta a U, che presenta una monumentale facciata convessa, sporgente su entrambi i lati dell'edificio.

Il Settecento

Nel 1714 Filippo Juvarra, divenuto Primo Architetto Reale di Vittorio Amedeo II - re di Sicilia e dal 1722 di Sardegna – venne chiamato a Torino per un grandioso progetto di riqualificazione urbana per la capitale del nuovo regno. Moltissime furono le opere di quegli anni: la facciata della chiesa di Santa Cristina (1715), la Basilica di Superga (1716-1731), uno dei suoi capolavori, costruita per un voto del re, le chiese di San Filippo Neri e del Carmine (quarto decennio del secolo) e una serie di grandiosi progetti, a pianta centrale e longitudinale, per un nuovo Duomo.

Tra gli edifici civili si ricordano i grandiosi disegni per una corona di delitie che circonda la capitale, tra cui il castello di Rivoli (1718), che avrebbe dovuto dominare un imponente giardino fatto di terrazze su più livelli; la Palazzina di caccia di Stupinigi (1727), dall’impianto ovale che si espande a croce di Sant’Andrea verso i giardini, e la reggia di Venaria Reale, con la Grande Galleria e la chiesa di Sant'Uberto.

Risale al 1718 invece la facciata di Palazzo Madama, frammento di un ambizioso programma di rinnovamento monumentale del centro antico della città.

Continuatori dell'architettura di Juvarra furono Bernardo Antonio Vittone, che ne continuò la linea barocca, contaminandone lo stile con quello di Guarini, e Benedetto Alfieri, che ne seguì le istanze classicistiche.

 

fonti:

Renzo Rossotti, Guida insolita di Torino

 

La Grande Galleria di Piazza Castello

 

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La manica di collegamento tra il Castello di Torino (Palazzo Madama) e l’antico Palazzo del vescovo (abbattuto per edificare Palazzo Reale) era originariamente costituita da un piano terreno porticato e da un primo piano coperto, e serviva da passaggio sicuro tra le due principali sedi del potere cittadino. Quando Emanuele Filiberto (1528-1580) trasferì la capitale del ducato da Chambéry a Torino (1563) e fissò la sua residenza nel palazzo vescovile, questo ambiente divenne parte integrante della dimora del duca.

Il primo vero intervento di decorazione della galleria venne commissionato, dal 1587, dal duca Carlo Emanuele I (1562-1630) al pittore Giovanni Caracca (l’olandese Jan Kraeck attivo alla corte sabauda dal 1568 al 1607). Il sovrano affidò un successivo e più ambizioso progetto di allestimento al pittore Federico Zuccari (1539-1609). L’artista elaborò per la volta una complessa rappresentazione di quarantotto costellazioni e per le pareti una sequenza di monumentali ritratti equestri della dinastia. Questo progetto però venne realizzato solo nella parte relativa alle immagini celesti della volta che vennero dipinte da Guglielmo Caccia detto il Moncalvo (1568 ca.-1625). I dipinti che dovevano illustrare la genealogia sabauda vennero invece confinati nella parte alta delle pareti, per lasciare spazio nella parte inferiore ad armadiature che dovevano accogliere la ricca collezione di libri e oggetti del sovrano: la manica assunse così una duplice funzione di biblioteca e di museo.

La galleria fu distrutta da un incendio nel 1659; successivamente venne ricostruita per essere definitivamente demolita nel 1801 in epoca francese.

La collezione di libri e oggetti rari raccolta dal duca Carlo Emanuele I di Savoia (1562-1630) venne ordinata, secondo l’uso delle principali corti europee, nella Grande Galleria. Per sistemare degnamente la sua collezione il duca fece modificare il progetto di allestimento, incentrato sulla celebrazione della dinastia sabauda, ideato dal pittore Federico Zuccari, e fece sistemare intorno al 1607 nella galleria undici armadiature per lato. Ogni mobile era tripartito e contrassegnato da un cartiglio che indicava la disciplina alla quale erano riconducibili gli oggetti che vi erano ospitati. La lettura dell’inventario della biblioteca ducale, compilato nel 1659 dal protomedico e bibliotecario Giulio Torrini, può aiutare ancora oggi a ricostruire idealmente gli interessi collezionistici del sovrano che miravano ambiziosamente a racchiudere in questo luogo l’intero “teatro del mondo” e spaziavano dai bronzi dell’antichità classica agli strumenti tecnici e scientifici e alle curiosità naturalistiche. Le collezioni sono state disperse a causa delle successive trasformazioni della Galleria e dalla sua definitiva demolizione nel 1801. È però ancora possibile riconoscere nei musei e nelle biblioteche torinesi alcuni oggetti che vi erano conservati, come i celebri volumi di antiquaria di Pirro Ligorio (oggi Torino, Archivio di Stato).

Nel 1659 un grave incendio la distrusse quasi completamente. Fu parzialmente ricostruite, ma Napoleone la smantellò definitivamente

 

L’architettura neoclassica

 

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Nel corso dell’Ottocento Torino assume nuove funzioni, diventa centro amministrativo e di servizi, polo commerciale e cuore dei cambiamenti che porteranno a moti, riforme e unità del Paese. Un rinnovamento che si manifesta con evidenza nel disegno degli ampliamenti urbani e nelle nuove architetture, pubbliche e private.

Le trasformazioni di cui è protagonista Torino durante il dominio francese (1800-1814) e il successivo ritorno dei Savoia interessano molteplici aspetti: dall’assetto territoriale alle innovazioni politiche, economiche, culturali e architettoniche. I mutamenti urbanistici traggono origine dalla demolizione della cinta muraria e dei bastioni, e nella creazione di grandi viali alberati e di ampie piazze, nuovo teatro dei commerci e della vita pubblica. Piazza Vittorio Emanuele I (poi Vittorio Veneto, realizzata tra il 1825 e il 1830), viale del Re, Borgo Nuovo, Borgo Vanchiglia e, nel tempo, gli isolati più eccentrici, assumono un aspetto che sottolinea il nuovo ruolo della capitale del regno. Anche lo stesso rientro del re, simbolicamente, avviene proprio attraverso il ponte sul Po appena costruito (1808-1814).

La scala architettonica è quella maggiormente investita dal ritorno all’antico. Uno stile “neoclassico”, quindi, simbolo di ordine e rigore, ma anche di maestosità e “bellezza” che si traduce in archi, colonnati, lesene su fronti architettonici alti e uniformi, spesso sovrastati da timpani o frontoni: edifici pubblici (il Regio Manicomio, 1828-1837, e il primo nucleo del cimitero monumentale, 1828) e privati, ma anche religiosi (Tempio della Gran Madre di Dio, 1818-1831, vero simbolo del Neoclassicismo a Torino, e il pronao della chiesa di San Filippo Neri, completato da Talucchi secondo i disegni juvarriani nel 1891). Protagonista della fase tardo-neoclassica a Torino e anello di congiunzione con l’architettura dell’Eclettismo è Alessandro Antonelli (1798-1888), che opera principalmente in Borgo Nuovo e in Vanchiglia, legando il proprio nome, soprattutto, alla realizzazione della propria abitazione (1846-1850), della casa Scaccabarozzi (la “fetta di polenta”, 1840-1881), e della Mole (1862-1888).

Il neoclassico, a Torino, è sotto il segno del bolognese Pelagio Palagi. Quella di Palagi, nella Torino di Carlo Alberto, è una sorta di dittatura estetica: plasma gli interni di Palazzo Reale, imponendo il suo gusto a tutta l'aristocrazia piemontese; disegna la splendida cancellata, degna di Versailles, che separa il Palazzo dalla piazza Castello; proprio lì a fianco progetta, affresca, arreda la fascinosa Biblioteca Reale; fonde il concitato, romantico monumento al Conte Verde davanti al municipio, uno degli angoli che, alla pari di piazza Carignano, sembrano più conformi all'anima profonda della città.

 

fonti:

http://www.museotorino.it/view/s/c6b496fd9d3c4fcd86172e90e7b6a705

Vittorio Messori, Il mistero di Torino, versione eBook, posiz. 39,5 ss.

 

L’architettura industriale

 

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Il Lingotto Fiat

 

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Vedi il relativo articolo nella sezione “L’architettura contemporanea a Torino”

 

Lo straordinario tetto del Lingotto

 

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Per molti anni il cuore produttivo della FIAT è stato questo enorme edificio dallo stile razionalista, la prima vera catena di montaggio taylorista della città, nel quale sono state assemblate vetture storiche come la Topolino e la Balilla fino alla Lancia Delta, sogno proibito del tamarro anni ’80. Ora è un (ennesimo) centro commerciale, ma i suoi piani alti sono stati adibiti a pinacoteca di opere donate alla città dagli Agnelli, 23 capolavori di artisti come Balla, Canova, Picasso e Canaletto.

Se le opere d’arte non ti impressionano, esci e meravigliati della pista – con tanto di curve paraboliche – sul tetto dell’edificio, a suo tempo utilizzata per collaudare le auto FIAT assemblate ai piani bassi (la catena di montaggio si sviluppava dal basso verso l’alto). Se neppure questo ti sembra rubricabile tra i luoghi insoliti di Torino, goditi almeno la vista sull’arco alpino a 360°

 

Il Villaggio Leumann

 

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Sono in molti i torinesi che provano una certa curiosità. Per molti è una curiosità nata da qualche parte negli anni ’70, da ragazzini, passando in auto con i nostri genitori lungo Corso Francia. La periferia torinese, che non era in quegli anni particolarmente attraente o piacevole, lasciava improvvisamente posto a qualcosa che pareva uscito da un libro di fiabe, da un romanzo d’avventura, da un cartone animato Disney. Un villaggio di case dall’aspetto esotico, un cancello fiancheggiato da due torri dal tetto aguzzo, una sorta di castello, una piccola città nella grande città.

Cos’era mai quel posto? Come ci erano arrivate lì quelle case, quel frammento di bellezza insolita nel grigiore della periferia? Ce lo siamo domandati in tanti.

“Fuori era il vento della borgata Leumann, / nella bottiglia vuota si allungava / il riverbero della candela. / Veloci andavano gli aghi dei telai / Nel panno chilometrico, splendevano / I grandi vetri dei reparti notturni: / le operaie uscivano tardi/ uomini le attendevano ad ombrelli”.

(Giovanni Arpino, “Borgata Leumann”)

la rivoluzione industriale

Nel 1865 la capitale del neonato Regno d’Italia venne trasferita da Torino a Firenze. Fu, per la ormai ex-capitale, un evento traumatico non solo sul piano dell’orgoglio cittadino, ma anche sul piano meramente economico. Per arginare l’emorragia di capitali, il Comune di Torino, così come i comuni dell’area circostante, tentarono di attirare imprese e industrie, offrendo terreni edificabili a prezzi estremamente bassi. Con un certo ritardo, la rivoluzione industriale stava finalmente accelerando anche in Italia, e Torino, orfana degli uffici del governo del regno, si apprestava a diventare il principale polo produttivo della nazione.

Fra le industrie interessate a sviluppare uno stabilimento nell’area torinese c’è anche la Leumann & Figli di Voghera. L’azienda vogherese esiste da oltre vent’anni, da quando Isacco Leumann, ex operaio di origini svizzere dell’industria tessile “Fratelli Tettamanzi”, ha rilevato quell’azienda e i suoi 105 operai.

Ciò che Torino e Collegno offrono alla Leumann & Figli non è solo un terreno a costi minimi. L’area lungo Corso Francia garantisce l’accesso ad abbondanti risorse idriche — indispensabili per l’industria tessile, e la prossimità alla linea ferroviaria e alla nuova tramvia Torino-Rivoli. Torino garantisce poi un ampio bacino di operai. L’amministrazione cittadina appare inoltre più interessata a dare supporto allo sviluppo industriale rispetto a Voghera, dove la Leumann & Figli, coi suoi 500 operai, viene in generale ignorata dalle istituzioni e vista con ostilità da una parte della popolazione.

uno svizzero “illuminato” a collegno

Nel 1875 Isacco Leumann e suo figlio Napoleone trasferiscono perciò l’attività e l’azienda a Torino. Il progetto del nuovo stabilimento include fin da subito una serie di strutture di supporto: un ambulatorio medico, un lavatoio, un refettorio, un asilo infantile. I Leumann rappresentano infatti un esempio di quella imprenditorialità “illuminata” che caratterizza lo sviluppo industriale tanto in Italia quanto in Europa, e che contrasta il cliché dickensiano (spesso purtroppo confermato dai fatti) dell’industria amorale e rapace.

Nel 1887, alla morte del padre, Napoleone Leumann assume il controllo della società. Per venire incontro alle necessità dei suoi operai avvia la costruzione di quello che verrà conosciuto dai torinesi come “Villaggio Leumann”: un centro abitativo autonomo, contiguo agli impianti dell’azienda e affacciato su Corso Francia, in corrispondenza della tranvia extraurbana. Esteso su un’area di 60.000 metri quadrati, oltre alle abitazioni per gli operai e gli impiegati, per lo più villette con piano terra e primo piano con relativo giardino e orto, il villaggio comprende un Convitto per le Operaie gestito da suore, l’edificio dei bagni, un teatro, un ambulatorio medico, un ufficio postale, la Stazionetta del treno, un albergo, un asilo nido, una scuola materna ed elementare, la chiesa di Santa Elisabetta, un circolo per gli impiegati ed uno spaccio alimentare. Il progetto degli edifici, in stile liberty, viene affidato all’architetto Pietro Fenoglio. È curioso notare che la realizzazione di una chiesa in stile liberty venne considerata all’epoca un gesto inopportuno poiché “ostentava forme troppo frivole”.

oltre la crisi

Nel 1972 il cotonificio della Leumann & Figli subisce pesantemente le conseguenze della crisi del settore tessile e viene messo in vendita con tutte le strutture annesse (ma continuerà la sua attività fino al 2007). Il complesso del villaggio viene acquistato dal Comune di Collegno che negli anni successivi ne avvia la riqualificazione nel quadro di sviluppo dell’edilizia popolare. L’opera di ristrutturazione vide tra l’altro il ritorno della recinzione metallica attorno al villaggio che era stata requisita dal governo fascista durante la Seconda Guerra Mondiale.

Oggi le abitazioni sono ancora utilizzate come tali e gli edifici che ospitavano servizi hanno ancora una funzione pubblica: il Convitto delle Operaie è ora sede della Biblioteca Civica, nell’albergo si trovano due comunità alloggio e una scuola di canto, la Stazionetta, che ha svolto un servizio di informazioni culturali, sociali e turistiche fino al 2012 è attualmente utilizzata da più associazioni del territorio. Il locale dei bagni ospita il centro anziani, nell’ex spaccio alimentare è sorto un laboratorio di arti tessili, il circolo ricreativo degli impiegati è diventato sede dell’Associazione Amici della Scuola Leumann e in un’abitazione a lato del laboratorio dal 2009 è stata istituita la Casa Museo. L’ufficio postale e la chiesa mantengono invece la funzione originaria. La scuola ospita ai piani superiori cinque classi elementari, mentre il piano terra è diventato il centro di interpretazione dell’Ecomuseo Villaggio Leumann che fa parte della rete ecomuseale del progetto Cultura materiale della Città metropolitana di Torino.

In questo modo il villaggio immaginato da Napoleone Leumann e dall’architetto Fenoglio è ancora oggi vivo e vissuto, ma al contempo rimane a testimonianza di un’epoca e di una visione particolare dell’attività imprenditoriale. Nella visione di Napoleone Leumann, l’azienda è una comunità, e come tale deve avere i suoi spazi e le sue strutture. Spazi e strutture che devono sposare funzione ed estetica, entrambi elementi centrali nel garantire la qualità della vita degli operai. Elementi che portarono Napoleone Leumann ad essere considerato un industriale “socialista”, e non gli risparmiarono accuse di “paternalismo” nei confronti dei suoi dipendenti, ma che devono forse di più alla cultura protestante della famiglia Leumann che non a una specifica ideologia politica.

Come osserva Carla Gütermann, studiosa della storia del Villaggio:

All’invito Reale a prendere la cittadinanza italiana, convertirsi alla religione cattolica (lui era protestante), ottenere il titolo nobiliare e la nomina a senatore a vita, egli ringraziando rifiutò.

Napoleone Leumann proseguì nella sua attività filantropica fondando la Società Torinese per le Abitazioni Popolari, e creando a proprie spese una serie di strutture per l’accoglienza e il supporto di malati ed indigenti, dalla Casa del Sole di Rivoli, nata per arginare il dilagare della tubercolosi, alla colonia marina di Loano.

“Fu si può dire precursore e realizzatore di una politica sociale modernissima, quando il collaborazionismo delle classi era un mito. Ebbe nella sua vita un solo culto: quello del lavoro associato alla beneficenza”.

(Dal necrologio per la morte di Napoleone Leumann)

il villaggio operaio di oggi

Il Villaggio Operaio Leumann è oggi meta di visite di studenti delle scuole primarie e secondarie, di studenti universitari che scelgono questa realtà per realizzare le loro tesi e di adulti provenienti da tutta Italia e dall’estero. L’Associazione Amici della Scuola Leumann organizza periodicamente manifestazioni culturali e aggregative allo scopo di valorizzare il Villaggio e gestisce le visite guidate. L’evento più importante, che si svolge nel quarto fine settimana di settembre, è “Filo lungo filo, un nodo si farà” nato per mantenere la memoria della tessitura e che vede la partecipazione di artigiani e artisti del tessile provenienti da tutta Italia e dall’estero.

 

fonti:

https://rivistasavej.it/il-villaggio-leumann-6697dddd8542

 

Gli edifici di Italia ‘61

 

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Vedi i relativi articoli nella sezione “L’architettura contemporanea a Torino”

 

L’architettura del ferro

Ancora l’epoca medievale ci ha dato un altro elemento fondamentale per il commercio, attraverso l’edificazione di tettoie impiantate nella piazza principale. Una necessità che derivava dall’aumento degli scambi commerciali, offrendo loro, al di là dei semplici portici, un riparo più funzionale, anche se di limitate dimensioni e non certo sufficiente a coprire tutte le merci e le persone che convergevano al mercato settimanale. Sono certamente queste strutture, oggi, il segno più forte dell’esistenza di un antico mercanteggiare. La loro architettura si è integrata nel contesto urbano, con presenze che in molti casi sono anche plurime, pur nella realtà di un piccolo paese. Non solo una, ma anche due o più tettoie, dislocate strategicamente nell’ambito di ogni piazza esistente, testimoniano il ruolo che il mercato locale ha avuto nel tempo. Molte volte ciascuna di esse era dedicata ad una merce specifica, come già captava per certe vie o piazze, di solito con connotazioni particolari, come nel caso di quelle utilizzate per il commercio del bestiame.

Il tempo, poi, le ha modificate, cancellate, fatte risorgere in altro luogo riutilizzate per scopi ben diversi da quell, commerciali, a mano a mano che procedeva l’esnan sione urbanistica. L uso dei materiali ed il disegno architettonico L a P chiara espressione di ogni epoca. Mai eccessivamente eleganti, come d'altronde è giusto che fosse, ma sempre apprezzate per uno stile ogni volta originale ed armonico. Più o meno massicce, hanno sempre accompagnato la vita quotidiana della comunità circostante, diventando un punto di riferimento per appuntamenti di vario genere, non solo commerciali.

Il nome piemontese di queste strutture, al di là dei vari cambiamenti, e comunque rimasto sempre lo stesso: ala. Lo troviamo nei documenti storici fin dal Medioevo, e tale è rimasto per secoli, almeno fino all’ottocento, quando si inizia a sostituirlo con «tettoia». La parola ala, però, che tra l’altro trova termini simili anche in altre lingue, ha un altro fascino, e rimanda subito il pensiero ad un ala d uccello sospesa nell aria, così come sospesa sembra essere la presenza di questa copertura quasi sempre aperta sui quattro lati. Una caratteristica, questa, che oltre ad alleggerire i costi di costruzione e l’impatto visivo, consente la facilità di percepire subito ciò che contiene, contribuendo a calamitare la curiosità verso quello che capita al suo interno, attirando ancora più gente nel giorno di mercato.

Il mattone dei pilastri, o la pietra, ripresa anche nella copertura con larghe lastre, furono per molti secoli i materiali fondamentali, sostituiti poi, verso la fine del XIX secolo, da ferro, ghisa o acciaio che fosse. L’ebbrezza dell’uso di questo metallo, che si sbizzarrì in varie tipologie di elementi architettonici, fece inventare anche un nuovo modo di costruire.

Parallelamente alle nuove tettoie in ferro dei mercati, sorsero in tutta l’Europa, nella seconda metà dell’ottocento, altre imponenti strutture. Erano le grandi serre per le delicate piante tropicali, che iniziavano ad essere introdotte nei giardini nell’epoca vittoriana inglese, le stazioni per le nuove ferrovie, i padiglioni delle esposizioni universali.

E poi il culmine di tutto, la Tour Eiffel di Parigi, città dove scoccò la prima scintilla della contagiosa diffusione delle coperture metalliche, con il grande centro commerciale Les Halles, che venne poi ripreso non solo in Europa, ma anche in altre parti del mondo. A meno di un secolo dalla rivoluzione industriale, il ferro diventò pertanto il simbolo di nuove ingegnerie, che sembravano senza confini. Una nuova tendenza dell’architettura, che circa cento anni dopo, verso gli ultimi decenni del Novecento, verrà adottata anche per molti edifici di vario genere, unendo al metallo ogni tipo di altro materiale, mattoni, cemento, pietra, legno, vetro.

Facendo un confronto tra le antiche tettoie in muratura e quelle più moderne in ferro, di fine Ottocento e inizio Novecento, la struttura metallica, pur essendo decisamente più ampia, appare però più leggera. Il disegno, che ricorda una tenda, e che risulta meno massiccio di quanto derivava dalla realizzazione in mattoni, sembra quasi sottolineare il temporaneo e periodico comparire del mercato. Non è comunque un caso se questo periodo vide sorgere molte nuove coperture, in quanto c era la necessità di fare commercio di grandi quantità di frutta e verdura, che nelle città si iniziava a consumare in misura sempre maggiore. Nei principali centri abitati, pertanto, assieme ad un allargamento urbanistico, risultò immancabile, solitamente nei nuovi spazi edificati, la grande tettoia, circondata da esercizi produttivi o altri punti di vendita. La strategica importanza del mercato si spostò quindi verso queste nascenti aree urbane, che allora erano periferie, mentre oggi sono ancora centrali rispetto alla continua dilatazione della città.

Anche il Piemonte partecipò al nuovo orientamento architettonico ottocentesco, trovando proprio nel mercato il suo impiego più diffuso, con nuove e ampie coperture che sorgevano in molte città, affiancandosi ad altre già esistenti o sostituendole. Il loro stile, decisamente moderno per l’epoca, ricordava quello delle pensiline delle stazioni ferroviarie, che si andavano diffondendo ovunque insieme ai crescenti collegamenti con le strade ferrate. In provincia di Cuneo ne vennero realizzate diverse, come quelle di Saluzzo (1879), Bra (1892), Santo Stefano Belbo (1902), e quelle della città di Cuneo: una tettoia per il Foro Boario (1903) ed un’altra per il mercato della verdura, del 1934, in sostituzione di una precedente, sempre in ferro, progettata nel 1911. Della costruzione di queste strutture si occuparono varie ditte e tra queste le più operative furono le Officine Nazionali di Savigliano, il cui lavoro più importante fu la tettoia del mercato torinese di Porta Palazzo, del 1916.

La moda del ferro, però, non durò che lo spazio di pochi decenni, e già all’inizio del Novecento venne affiancata, e poi superata, da un nuovo materiale edilizio, il cemento armato. Un’eleganza più massiccia, con arditi alti pilastri e archi quasi impossibili, fu la nuova sfida architettonica del XX secolo. Un’architettura più razionale, ma che lasciò il segno di notevoli intelligenze progettuali, non solo limitate alle semplici tettoie del mercato, ma a più avveniristiche strutture, come il Lingotto e, verso la meta del secolo, gli edifici di Torino Esposizioni. La nuova tecnica fu ben usata in spazi coperti torinesi, come in quello di piazza Madama Cristina, o negli ampi Mercati Generali oppure in quello di Cuneo, mentre in città più piccole, o in molti paesi i risultati furono purtroppo anonimi e deludenti.

Oggi vengono ancora realizzate nuove coperture, affidandosi ad idee moderne che ove e possibile, riprendono le secolari tradizioni architettoniche locali. Ben fortunate, anche se rare, sono le città che hanno saputo conservare testimonianze di vari secoli nelle loro tettoie, e che nel passato hanno mantenuto le antiche coperture medievali, affiancandole con altre a mano a mano che se ne presentava l'esigenza. Alcune di quelle vecchie, visto il declino o la scomparsa del mercato su una superficie diventata troppo stretta, si è deciso di riconvertirle in centri di manifestazioni o altre iniziative. Si sono così creati spazi collettivi per incontri, feste, concerti e tutto quello che può accogliere al coperto un buon numero di persone senza tanti problemi di sicurezza, dal momento che sono aperti lateralmente.

 

L’architettura fascista

 

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Le «opere del Regime» furono, a Torino, funzionali e grandiose: l'ospedale delle Molinette, i mercati generali, alcuni ponti sui fiumi, l'Istituto Elettrotecnico Nazionale (l'imponente e un po' misterioso palazzo su corso D'Azeglio), il riordino delle ferrovie (quindici chilometri in trincea, non più rasoterra, con i paralizzanti passaggi a livello), il Palazzo della Moda, l'isolamento della Porta Palatina, il Collegio universitario in via Galliari, l'imponente sottopasso del Lingotto, la grande colonia elioterapica sul colle, dove Gualino aveva iniziato la sua casa-museo, lo stadio, non a caso il solo dedicato a Mussolini in quanto all'epoca il più capiente d'Italia, oltre che il più elegante, con la svettante torre della Maratona e il contorno dei grandi impianti sportivi, tra cui le belle piscine, coperte e scoperte.

 

La Torre Littoria, via Giovanni Battista Viotti

 

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Vedi articolo sulla Torre Littoria nella sezione “Architettura contemporanea a Torino”

 

Il rifacimento del centro di Torino e di Via Roma

 

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La via, che collega la Stazione Ferroviaria di Porta Nuova alle Piazze San Carlo e Castello, ha subito una importante mutazione nella sua storia. La Via Nuova o Contrada Nuova come venne battezzata alla sua apertura, sul finire del XVI secolo, venne realizzata dall’architetto umbro Ascanio Vittozzi, per volontà del duca Carlo Emanuele I di Savoia: misurava a quel tempo circa dieci metri di larghezza.

Fino ai primi decenni del XIX secolo, la strada terminava all’incrocio dell’attuale via Antonio Gramsci: fu Carlo Felice di Savoia a ordinarne l’espansione negli ultimi due isolati attuali, con un decreto che la prolungava sino a Piazza Carlo Felice.

Venne per questa ragione ideato un progetto di ristrutturazione. Il progetto si rivelò ambizioso fin dal principio e di realizzazione piuttosto complessa.

Prevedeva una radicale ristrutturazione non della sola via, ma di gran parte del quartiere centrale circostante. Vennero presentate numerose proposte, molte delle quali considerate troppo “futuristiche”, e si optò per una soluzione che ben si accordasse con la struttura esistente.

La prima fase dell’intervento risale al 1931 e riguarda la sezione che collega piazza San Carlo a piazza Castello. La via venne modificata, con la costruzione di edifici in stile eclettico con portici, pavimentati da marmi policromi di esclusiva provenienza italiana. Questa prima tratta venne aperta al pubblico il 28 ottobre del 1933.

Insolita, ma di grande effetto, fu la scelta di pavimentare il fondo stradale di questo primo tratto con una sorta di pavé di cubetti in legno, per conferire ulteriore pregio alla via. Nel dopoguerra, a seguito dei danni causati dai bombardamenti del 1944, la pavimentazione venne rimossa e sostituita da un’uniforme lastricatura in pietra.

La realizzazione della seconda sezione che collega piazza San Carlo a piazza Carlo Felice (e quindi alla Stazione di Porta Nuova) venne coordinata dell’architetto Marcello Piacentini ed è caratterizzata dai dettami dell’architettura razionalista. Numerosi furono gli edifici preesistenti abbattuti per la realizzazione del progetto nell’area del quadrilatero composto da via XX Settembre, via Lagrange, via Giolitti e via Andrea Doria. Qui vennero realizzati nuovi isolati ad impianto reticolare, con austeri edifici in chiaro stile razionalista, come l’imponente Albergo Principi di Piemonte e l’ex Hotel Nazionale nell’attuale Piazza CLN.

L'atmosfera da grande città non solo elegante ma pure moderna ricevette una pennellata ulteriore quando fu trasformata in parcheggio pubblico sotterraneo - ovviamente, il primo di Torino - la galleria sotterranea che, riedificando la via, era stata prevista come primo tratto per la ferrovia metropolitana. Un ambiente affascinante (con, fra l'altro, i resti, ritrovati casualmente, della fognatura romana) al quale si accedeva, per i pedoni, dalla piazzetta delle due fontane - il Po e la Dora - dietro le chiese gemelle di piazza San Carlo. Questi spazi sotterranei erano di proprietà comunale e per anni, prima della trasformazione in parcheggio, furono utilizzati per le manifestazioni più eterogenee.

Con la seconda sezione di Via Roma fu completato e connesso l’articolato percorso di portici della città.

Un vero record per Torino: con 18 chilometri di portici, di cui 12,5 km continui e connessi, la città sabauda conquista il primato di possedere la più ampia zona pedonale d’Europa. Lastricati in con stili diversi, dalla pietra grigia di via Po al marmo di via Roma, i portici torinesi sono un caso urbanistico, architettonico, estetico e socio-economico unico.

Tra i pur molti sventramenti e le molte ricostruzioni permesse o favorite dal fascismo, nessuna è stata più radicale, più estesa - e con maggiori pretese di lusso unito all'eleganza - di quella che, negli anni Trenta, rifece buona parte del centro di Torino. L'equivalente milanese, il corso del Littorio, ora Matteotti, che unisce San Babila a piazza Meda, non è che un'imitazione in scala ridotta e, in fondo, impoverita. I portici sono brevi, non così imponenti, e su un lato solo della strada e tutti ci passano in fretta, nessuno ci va apposta a vedere e a farsi vedere. Un'operazione unica, sia per le dimensioni, sia per i tempi ristretti in cui fu eseguita, sia per la riuscita.

Sin troppo riuscita. A tal punto che nessuno si azzardava sotto i portici di via Roma se non era vestito in modo giudicato adeguato a quell'ambiente scintillante. E, cioè, giacca e cravatta per gli uomini, mise elegante e sobria, tipo tailleur, per le donne. La via era sentita davvero, da tutti, come il salotto buono, a tal punto che era vietato il transito ai mezzi considerati poco «dignitosi»: i carretti a mano, allora ancora numerosi, e anche le biciclette che non erano, come adesso, lo sfizio elegante di chi ha un paio di automobili in garage, ma il mezzo povero di chi non poteva permettersi altro.

 

L’architettura Liberty

 

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Detto anche Floreale, o stile nuovo, rappresenta la tendenza a liberarsi degli stili d’accatto che si susseguirono all’ultima affermazione stilistica detta dell’impero e a creare uno stile tutto nuovo. Il nome viene da una fabbrica britannica che produceva mobili, stoffe e parati. Il floreale, che toccò il culmine nelle grandi Esposizioni di Parigi del 1900 e di Torino nel 1902, ha lasciato nel l’architettura torinese tracce profonde e apprezzabili, dando un tocco di grazia a quartieri ancora oggi indicati come eleganti. Inconfondibili esempi di Liberty sono nella Casa Menzio (Hotel Eden) in via Donizetti 22; nel Villino Raby, in corso Francia 8; nella Casa Fiorio Rigat, in via Cibrario 15; nella casa Fiorio Nizza, in via Bertola 20; nella Casa Fenoglio, in via Principi d’Acaja 11; in casa Tasca, in via Beaumont 3; nella Palazzina Favelli, in via Petrarca 14; nella Palazzina Giuliano, in via Gatti 17; nella Palazzina Conte, in via Piffetti 12. Un gioiello di Liberty è reperibile presso la collina, a Villa Scott, in corso Giovanni Lanza 57.1 personaggi che a Torino illustrarono questo stile, considerato ancora oggi elitario, furono soprattutto Pietro Fenoglio, Gottardo Gussoni e Amato Riccio. Agli elementi architettonici tipici di questo stile si associano spesso magnifiche policromie di vetri che il tempo non è riuscito ad appannare.

Non tutti sanno che Torino, città rinomata per i suoi regali tratti barocchi, è anche la capitale italiana del Liberty, stile derivato dall’Art Nouveau francese. La diffusione del Liberty nella città sabauda è riconducibile alla stagione artistica della belle époque sviluppatasi degli ultimi anni dell’800 e conclusasi nei primi due decenni del ‘900.

Il Liberty in Italia e soprattutto a Torino coinvolse varie discipline artistiche tra cui le arti applicate, ma in particolar modo l’architettura. Quest’ultima, a Torino, risentì notevolmente dell’influenza della scuola parigina e di quella belga facendo della città sabauda una dei maggiori esempi di questa corrente, tanto da essere definita appunto “capitale italiana del Liberty”.

Se avete un occhio particolarmente attento per i dettagli architettonici o se semplicemente amate guardarvi intorno quando passeggiate per la città, avrete sicuramente notato numerose testimonianze dello stile Liberty nel capoluogo piemontese. E, se volete completare questo tour tra decorazioni floreali, graziose vetrate policrome e dettagli preziosi, ecco alcuni degli edifici Liberty assolutamente da non perdere a Torino.

Casa Fenoglio – La Fleur

(Via Principi d’Acaja 11) Questo è sicuramente uno degli edifici Liberty più importanti di Torino e di tutta Italia. Progettata dall’ingegner Pietro Fenoglio e abitata successivamente dall’imprenditore francese La Fleur (da qui il nome di Casa Fenoglio – La Fleur), la bellissima casa colpisce immediatamente l’occhio per i deliziosi fregi floreali che ricoprono la facciata, i balconi lavorati in ferro battuto e la splendida vetrata policroma.

Villa Scott

(Corso Giovanni Lanza 57) Sulla collina torinese si trova Villa Scott, famosa oggi anche per essere stata la location scelta da Dario Argento per girare parte di Profondo Rosso. Realizzata anche questa dall’ingegner Pietro Fenoglio, Villa Scott è sicuramente uno delle più belle costruzioni Liberty di Torino con il suo trionfo di logge, bovindi (finestre ad arco), vetrate e decorazioni floreali e con la sua elegante e sinuosa scalinata d’ingresso. A differenza di Casa Fenoglio – La Fleur, questo edificio risente dell’influenza architettonica sabauda mostrandosi come un delizioso mix tra Liberty e Neobarocco.

Palazzo della Vittoria – Casa dei Draghi

(Corso Francia 23)

Un affascinante mix tra Neogotico alla francese e Liberty torinese è invece Palazzo della Vittoria, noto anche come Casa dei Draghi o Casa Carrera, che si trova nel quartiere di Cit Turin. Progettata dall’ingegner Gottardo Gussoni, l’edificio di cinque piani, è un trionfo di dettagli riconducibili ai due stili. Di particolare rilievo sono i due draghi alati posizionati ai lati del portone d’ingresso da cui appunto la casa ha preso il soprannome.

Portone del Melograno

(Via Argentero 4) In zona San Salvario si trova invece questo bellissimo portone d’ingresso che i torinesi hanno soprannominato “Portone del Melograno”. Decorato con due alberi di melograno realizzati in ferro battuto e ricchi di foglioline verdi e frutti rossi inseriti in una cornice a coda di pavone in stile floreale, questo portone è uno degli esempi più belli del Liberty torinese. Assolutamente da vedere!

Villino Raby

(Corso Francia 6) Nel quartiere di San Donato sorge un altro edificio in stile Liberty progettato sempre dall’ingegner Pietro Fenoglio. Si tratta del Villino Raby, chiamato anche Palazzina Raby, un perfetto esempio di commistione dello stile Liberty belga e di quello francese. Da notare il bovindo centrale, il cancello con la decorazione originale in ferro battuto oltre ovviamente agli altri dettagli decorativi che arricchiscono tutto il palazzo.

Casa Florio

(Via S. Francesco 17) Costruita nel 1902, questa dimora situata tra via San Francesco e via Bertola fu una delle tre «case da pigione» commissionate dai fratelli Daniele e Sereno Florio agli ingegneri Arnaldo Riccio e Giuseppe Velati-Bellini. L’edificio è una delle manifestazioni più precoci del Liberty torinese che si ispirò direttamente alle soluzioni grafiche presentate durante l’Esposizione Universale svoltasi proprio a Torino quello stesso anno.

Palazzo Bellia

(Via Pietro Micca 4) Palazzo Bellia è uno degli edifici simbolo delle prime sperimentazioni architettoniche che tendono verso lo stile Liberty. Costruito tra il 1892 ed il 1898 su progetto dell’architetto Carlo Ceppi, il palazzo presenta un largo uso di decorazioni in litocemento ed un ampio portico sottostante con archi trilobati sostenuti da colonne con capitelli antropomorfi. Non mancano poi altre caratteristiche del Liberty torinese come le decorazioni floreali, le finestre ad arco e le tipiche bow-windows (quelle che in italiano prendono il nome di bovindi).

Palazzo Ceriana Mayneri

(Corso Stati Uniti 27) Il palazzo è la sede del celebre Circolo della Stampa (da non confondere con l’omonimo palazzo, sempre opera di Carlo Ceppi, ubicato in piazza Solferino) fu costruito dall’architetto Ceppi, tra il 1884 e il 1887, sul terreno che nel 1884 il conte Ludovico Ceriana Mayneri. Nella dimora, in cui si fondono elementi compositivi barocchi rielaborati dal geniale eclettismo ottocentesco del suo autore, si può intravedere quel “moderno stile” che in quegli anni iniziava a diffondersi e che sarebbe infine sfociato nel Liberty torinese.

Villaggio Leumann

(Collegno) Alle porte di Torino, nel comune di Collegno, si trova questo particolarissimo villaggio costruito alla fine dell’Ottocento per volere di Napoleone Leumann, importante imprenditore di origine svizzera, per i lavoratori del suo Cotonificio. Il progetto fu affidato da Leumann proprio a Pietro Fenoglio che lo progettò in stile Liberty. Al suo interno oggi troverete una stazione d’epoca (la Torino – Rivoli), la Chiesa di Santa Elisabetta in stile eclettico, la vecchia scuola elementare e tanti altri edifici storici in stile Liberty. Un bellissimo villaggio con una bellissima storia nata da un imprenditore illuminato come Napoleone Leumann.

La Fontana dei Dodici Mesi

(Viale Matteo Maria Boiardo) All’interno del Parco del Valentino di Torino si trova la Fontana dei 12 Mesi, unico esempio rimasto del progetto architettonico fatto per l’Esposizione Nazionale del 1898 in occasione dei 50 anni dello Statuto Albertino. Progettata da Calo Ceppi, la fontana è un misto tra lo stile Liberty ed il rococò e ricalca per alcune cose la fontana di Villa della Regina.

 

L’architettura contemporanea a Torino

 

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palazzo del ghiaccio (corso tazzoli)

Realizzato per gli allenamenti delle Olimpiadi invernali del 2006, è oggi il polo cittadino per il pattinaggio su ghiaccio, di fianco all'immenso recinto degli stabilimenti di Fiat Mirafiori. Il nuovo impianto si affaccia su corso Tazzoli con una lunga galleria vetrata, il volume si appoggia a un alto muro curvo in mattoni rossi che separa il corpo vetrato da un blocco opaco, che ospita la pista, le tribune e gli spazi accessori. Affiancata al palazzo del ghiaccio, la pista di allenamento é un volume ipogeo che emerge dal terreno e piega ad ala uno spigolo del soprastante giardino, con una parete in vetrocemento che fornisce luce diffusa allo spazio interno.

 

complesso residenziale la betulla (moncalieri)

Case unifamiliari a gradoni di Lenti e Zuccotti, 1969.

Il progetto del 1965/1969 é di Maria Carla Lenti, Giovanni Maria e Gian Pio Zuccotti con Giuseppe Giordanino. La realizzazione è del 1968/1971.

In un parco indiviso di 29.839 metri quadrati a forte pendenza sono posati nove gruppi di tre abitazioni unifamiliari sovrapposte, tutte con accesso in piano al verde, per 16.300 metri cubi. Il complesso comprende ventotto alloggi per una superficie di 4.947 metri quadrati, trentasei box, una portineria.

Alcune sistemazioni interne, decise dai soci anche se poi guidate dagli Architetti, rompono del tutto con le abitudini tradizionali piemontesi. Queste sistemazioni sono rese possibili da un'altra caratteristica importante: il fatto di avere due soli pilastri all'interno del rettangolo murario di ogni alloggio e le finestre che si possono disporre liberamente sul perimetro.

Ogni alloggio, che può aprirsi verso almeno tre orientamenti e che verso almeno due di essi ha diretto contatto con il terreno circostante, ha l'atrio d'ingresso al piano inferiore comunicante con il piano principale mediante una scala interna, ciò consente di diminuire di un piano il percorso sulle scale esterne e di distribuire l'alloggio partendo dal suo nucleo centrale.

L'invariante tipologica fondamentale degli edifici è, come già accennato, la disposizione degli alloggi, orientati tutti perpendicolarmente alle curve di livello e sovrapposti a gradinata; ciò consente un forte grado di privacy (ingresso singolo per ogni alloggio, spazi all'aperto indipendenti), mediato però da possibili occasioni di vita comunitaria.

L'organizzazione urbanistica e la tipologia edilizia adottata tendono a realizzare un inserimento dell'intero nucleo, inteso quale complesso unitario, nel paesaggio naturale esistente in stretta aderenza con la conformazione del terreno e con la disposizione naturale delle zone boschive, in opposizione al frazionamento sia ambientale sia edilizio consueto nelle lottizzazioni collinari e risultante dall'applicazione pedissequa delle norme edilizie vigenti.

 

quartiere la falchera

La Falchera (Farchera in piemontese) è un quartiere della Circoscrizione 6 di Torino, situato nell'estrema periferia nord della città. Per consuetudine locale, la zona viene suddivisa in tre borgate (Borgo Vecchio, Falchera Vecchia e Falchera Nuova), che da strada provinciale di Cuorgnè si sviluppano in direzione est.

Il progetto nasce per far fronte all'emergenza abitativa del dopoguerra, in parte dovuta al forte flusso migratorio attratto dallo sviluppo industriale. Con Falchera si situano all'estremo nord della città 6.000 nuovi abitanti, in prossimità delle aree industriali Snia Viscosa e Fiat. In modo analogo alcuni anni dopo si sviluppa a sud della città Mirafiori che nel pieno sviluppo accoglierà 12.000 abitanti.

La fascia irrigua intorno a Torino è terra fertile utilizzata da secoli, e organizzata dal ‘600 a tutto il ‘900 in grandi appezzamenti facenti capo a fattorie complesse, con grandi costruzioni intorno a corti aperte. Edifici e lottizzazioni costituiscono segni geometrici nel paesaggio con filari, canali ed edifici ben organizzati rispetto ai percorsi e agli spazi aperti limitrofi, sistemati a corte e a giardino. E' un modello che suggerisce al gruppo Astengo la tipologia di impianto che caratterizza il disegno del nuovo quartiere.

Il nucleo centrale del quartiere è impostato su una piazza triangolare e porticata di oltre 14.000 m2, intorno a cui sono concentrati i sevizi di quartiere, articolata in quattro parti, ciascuna con identità, usi e caratteri architettonici diversi.

Nel 1950 la Gestione Ina casa affida il progetto urbanistico (e le regole per quelli edilizi) ad un gruppo di progettisti (S. Molli Boffa, M. Passanti, N. Renacco, A. Rizzotti) con G. Astengo come capogruppo. Secondo il piano si urbanizzano 30 ettari con residenze per 1.446 alloggi e 6.000 abitanti. Gli edifici, mediamente di lunghezza 60-70m, e 3 piani di altezza, sono poligoni ad angolo convesso prevalentemente affacciati a sud e formanti ampie zone interne a verde, (che occupa circa il 70% dell'intera superficie).  Sulla grande piazza centrale si affacciano tutti i servizi (scuole, edifici pubblici, chiesa).

Un intervento di riqualificazione, definito con la partecipazione degli abitanti nell'ambito del concorso "Cento piazze per Torino", si realizza nel 2004. Il progetto degli arch Maffioletti e Sordina ha previsto una piazza pedonale, dedicata all'incontro e alla socialità dei residenti, articolata in quattro parti ciascuna con identità, usi e caratteri architettonici diversi. Recentemente la piazza è stata nuovamente oggetto di riqualificazioni dovute al degrado e al vandalismo.

Il progetto Laghetti Falchera prevede il recupero e la riqualificazione ambientale di un'area degradata dalle attività estrattive al bordo del quartiere, che si estende per più di 45 ettari. Sono previste quattro tipologie di intervento per ottenere diverse sistemazioni del contesto non costruito: parco spondale, parco urbano attrezzato, parco estensivo e parco agricolo, con percorsi didattici, orti urbani, aree di sosta e zone attrezzate. La riqualificazione, per un costo complessivo di € 5.600.000, deve essere realizzata entro il 2017, (gli orti sono attivabili per la primavera 2016).

 

mau – museo di arte urbana campidoglio

 

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Museo che ha come scopo il dar vita ad un insediamento artistico permanente all'aperto collocato all'interno di un grande centro metropolitano. Nel 2000 il MAU si costituisce in autonoma Associazione. 

 

ex sellerie – arsenale militare di torino

 

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E’ un esempio di recupero funzionale di un edificio di fine Ottocento, l’edificio Ex Sellerie, che apparteneva all’area dell’Arsenale militare di Borgo Dora, che ospita un laboratorio di restauro e un asilo nido.

L'edificio originario era una costruzione di fine Ottocento di due piani in muratura portante con mattoni pieni, intonacati e orizzontamenti con volte a vela su archi ribassati.

Si è scelto di installare una cortina in lamiera forata di lega rame-zinco-titanio sovrapposta in modo indipendente alla facciata; questa pelle doveva avvolgere l'edificio come un velo ambiguo che da una parte occulta la complessità e il disordine architettonico determinato dalla precedente struttura a capanna, riducendola ad una serie di volumi sovrapposti omogenei, dall'altra realizza la trasparenza e il disvelamento attorno a qualcosa che non si vuole esibire ma solo intravedere.

L'edificio è così avvolto da un nuovo involucro che dall'interno permette di vedere la città con nuove e diverse trasparenze. Le forme scelte per l'involucro, oltre a permettere l'occultazione del tetto a capanna che non dialogava con nessuna delle tipologie limitrofe esistenti, ha la funzione di schermare gli impianti di captazione solare posti sul tetto.

L'edificio avvolto dalla cortina risulta espressivo, comunicando una grande austerità, una rinuncia palese a qualsiasi elemento architettonico accessorio, e omogeneizza il tutto in forme il più possibile minimali per non interferire con il disegno urbano e con l'edificio di architettura razionalista confinante nel lato nord e con le caratteristiche formali dei capannoni industriali di fine Ottocento presenti al lato opposto della facciata su strada.

Il rivestimento funge anche da parete ventilata per diminuire i costi di condizionamento e di schermatura per ridurre i livelli di rumore esterni alla facciata, oltre alla proprietà di non degradarsi nel tempo e di non avere necessità di manutenzione.

Il progetto prevede la realizzazione di attrezzature di interesse comune, quali una scuola di restauro ai piani terra e primo con una superficie 3240 mq, e un asilo nido al secondo piano con una superficie di 1392 mq; mentre al piano soppalco trova posto una residenza collettiva destinata all'Associazione Sermig che gestirà la scuola di restauro e l'asilo nido.

L'area di pertinenza del nido presenta terrazzi pavimentati e coperti, favorevolmente orientati e protetti dal vento, per un soggiorno all'aperto e come continuazione degli spazi interni a uso dei bambini. Gli spazi interni sono semplici e sobri, privi di decorazioni superflue in linea con la filosofia e la storia dell'Associazione Ser.Mi.G.

Il progetto ha impiegato tecnologie basate sull'utilizzo di materiali naturali biocompatibili unitamente a impianti a basso consumo alimentati da fonti energetiche rinnovabili.

 

campus luigi einaudi, lungo dora siena 100/a

 

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In un'area paleoindustriale dismessa, alle porte della zona urbana centrale, dotato delle più moderne tecnologie è considerato tra i dieci edifici universitari più spettacolari al mondo, un intervento firmato Norman Foster.

Il Campus Luigi Einaudi si trova all'interno dell'ex area industriale Italgas, lungo le rive del fiume Dora, non lontano da uno dei più importanti simboli della città: la Mole Antonelliana.

L'area fa parte di una zona industriale in cui erano collocati gli enormi gasometri dell'Italgas.

Il nuovo complesso è comprensivo di sette fabbricati, immersi nel verde, all'interno dei quali sono stati distribuiti gli spazi adibiti alle due Facoltà. Il corpo di fabbrica è interamente avvolto da una facciata trasparente e da volumi ondulati e voluttuosi in estrema armonia con il paesaggio collinare con cui si confronta nel fronte est. Tutti i volumi si affacciano su una grande piazza centrale circolare e sono stati concepiti per essere percepiti come un unico grande edificio, particolarmente impattante al suo ingresso. Le facciate sono composte da lastre vetrate che seguono il profilo curvilineo dell'intero edificio.

L'incarico della progettazione del polo universitario è stato affidato al noto architetto britannico Norma Foster, un personaggio di spicco nel panorama dell'architettura contemporanea. E' considerato uno dei portavoce più rappresentativi dell'architettura Higt-Tech e promotore dell'idea secondo cui il progetto costruito è prima di tutto un'opera d'arte organizzata tecnicamente.

Le grandi strutture dei vecchi gasometri dell'Italgas sono stati richiamati nella forma e nelle dimensioni nel progetto della grande piazza circolare all'interno del Campus, dove il grande invaso che si crea nello spazio costruito risulta estremamente evocativo e di spettacolare risultato.

L'edificio concepito dallo studio Foster&Partner ha elaborato un progetto estremamente innovativo dal punto di vista della sostenibilità ambientale, del solar design e dell'applicazione di strategie bioclimatiche. Particolare attenzione è stata rivolta alle problematiche del risparmio energetico, al fine di eludere l'uso di apparati tecnologici inefficaci.

All'interno del complesso universitario si snodano flessuosamente aiuole verdi intervallate da percorsi pavimentati e da una scenografica alberatura che offrono nel complesso un percorso naturale e di grande respiro. Queste aree confluiscono nella grande piazza centrale circolare, luogo privilegiato di incontro e di sosta per gli studenti.

I sette volumi architettonici di cui si compone il complesso universitario sono sormontati da una copertura unica, elemento simbolico-funzionale dell'edificio - che richiama le curve morbide delle facciate. La struttura reticolare composta da arconi e travi sorregge la copertura vera e propria, realizzata con un materiale di fibra di vetro traslucido rivestito di teflon.

L'area copre 45mila mq di superficie e 14mila mq di aree verdi. Sono state realizzate 70 aule fruibili da circa 8 mila studenti. Il Campus dispone anche di laboratori sia informatici che linguistici, di una biblioteca interdirpartimentale dedicata a Norberto Bobbio, di sale studio e di lettura, di una caffetteria e di ampi spazi comuni, una residenza universitaria e di una mensa che si trova poco distante.

L'organizzazione e la distribuzione degli ambienti interni, caratterizzati da condizioni di comfort e abitabilità, è stata concepita per dare ampio spazio alla luce (le aule sono attraversate da una luce zenitale) e particolare enfasi a spazi grandiosi e ben comunicanti.

Il campus oltre alle ordinarie attività didattiche è anche sede di convegni, meeting e incontri internazionali e nazionali, di mostre e incontri culturali.

 

palazzo dei lavori pubblici, piazza s. giovanni 5

Il Palazzo per gli uffici tecnici comunali prende il posto di un edificio barocco del Castellamonte, abbattuto negli anni precedenti la II Guerra mondiale, senza particolari ragioni se non la volontà di segnare con opere di regime i luoghi simbolici della città (come avviene in quegli anni per la torre Littoria che si affaccia su piazza Castello).

Il Palazzo originario (Palazzo Richelmy) venne disegnato per definire ordinatamente il fronte della piazza del Duomo, altrimenti slabbrata dal bordo di un'edilizia disordinata che riempie sin dall'epoca romana le insule più vicine alle mura. Il Palazzo occupa lo spazio di un'insula della città romana, nell'area antistante il Duomo. Si trova nel recinto dell'area archeologica più rappresentativa della città, in vista del Theatrum, le mura e la Porta Palatina.

Opera di Carlo da Castellamonte, definisce il fronte della Piazza S.Giovanni dal 1662 al 1936, quando viene viene abbattuto per far posto ad un nuovo edificio, che verrà realizzato solo negli anni ’50, su progetto di Passanti (con Perona e Garbaccio ).

L'edificio è citato tra gli esempi dell'architettura razionalista torinese. Il porticato al piano terreno riprende quello del palazzo preesistente ma senza riuscire a qualificare la facciata con una nobiltà richiesta dal contesto particolare in cui si trova.

Da molti torinesi il palazzo viene considerato uno ”scempio”, anche per l'ingombro rispetto agli scorci e alle visuali che puntano ai monumenti importanti che lo circondano: dal campanile, alla facciata del Duomo completato dalla Sindone, fino ai resti archeologici delle porte Palatine. La nuova costruzione è sempre stata malsopportata, finendo per essere nominato il "Palazzaccio".

 

officine grandi riparazioni, corso castelfidardo 22

 

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Si tratta di un caso esemplare di archeologia industriale riutilizzato per attività espositive e culturali. Gli spazi, concepiti per essere polifunzionali su un’area complessiva di circa 9.000 metri quadri (200 metri di lunghezza), ospitano mostre, spettacoli, concerti, eventi di teatro, danza e persino esperienze di realtà virtuale immersiva, in una vera e propria digital gallery.

Oggi le OGR, prese tra il Nuovo Politecnico (che ha occupato le altre Officine Ferroviarie dell'ambito), il Tribunale, il grattacielo Unicredit e Porta Susa, costituiscono un elemento fondamentale della Spina centrale della città, prodotto della rigenerazione urbana costituitasi intorno al tracciato della ferrovia storica interrata. Le officine vorrebbero configurarsi come una piazza urbana coperta che abbia la funzione di attrattore di diversi progetti che coesistono in un unico luogo multifunzionale. Funzioni commerciali, culturali e sociali convivono in un unico luogo di aggregazione.

Durante la II° guerra mondiale, le OGR subiscono tre bombardamenti; gravissimi i danni: la maggior parte dei padiglioni e dei magazzini viene distrutta.

Le OGR coprono oltre 20 mila metri quadri, disposti secondo una pianta “ad H”. I due corpi principali sono suddivisi all’interno da due file di pilastri in ghisa, che creano uno spettacolare impianto a navata. L'obiettivo dell'intervento è stato di mantenere intatta l'identità del complesso. Le officine erano un luogo freddo e i rumori erano assordanti e la via più semplice per ovviare al problema sarebbe stato creare nuove strutture e posizionare impianti monster, ciò avrebbe significato però andare contro l'obiettivo principale. La soluzione è stata un pavimento che riscalda l'ambiente e al tempo stesso può sopportare il peso dei camion che dovranno passare per montare concerti e spettacoli; sotto terra pochi metri quadrati sono rimasti liberi.

L'inaugurazione della prima parte dell'opera di recupero, si è svolta il 30 settembre 2017 con il Big Bang, primo appuntamento in programma che ha visto tra gli ospiti Giorgio Moroder, Elisa, Ghali, Omar Souleyman e Chemical Brothers.

 

torre littoria, via giovan battista viotti

 

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L'edificio fu progettato dall'architetto de Villa e dall'ingegnere Bernocco nel 1933, con l'intento di introdurvi la sede del Partito Nazionale Fascista. In realtà fu fin da subito proprietà della Reale Mutua Assicurazioni.

L'edificio rappresenta un esempio di architettura razionalista, e sorge in un isolato che all'epoca era fulcro di interventi per il riassetto urbanistico del primo tratto di via Roma.

Per l'epoca in cui fu costruita, la struttura rappresenta un'innovazione tecnologica e all'avanguardia, essendo caratterizzata da materiali quali vetrocemento, clinker e linoleum.

Torre Littoria fu anche il primo edificio italiano ad essere stato realizzato con struttura portante metallica elettrosaldata, tipica dei grattacieli.

L'edificio si compone di un corpo basso di 9 piani, sovrastato dal corpo della torre.

Nel lato nord, affacciato su piazza Castello la torre si unisce all'antico edificio vitozziano con i portici.

I prospetti laterali del corpo più basso, in via Giambattista Viotti e via Cesare Battisti, formano un angolo smussato, e mantengono gli stessi elementi caratteristici della torre, evidenziando un andamento orizzontale scandito dalle modanature di intonaco chiaro alternate alle finestre, “contenute” entro le campiture a fasce in laterizio rosso.

 

hotel nh torino santo stefano, via porta palatina 19

Una straordinaria localizzazione centrale per un hotel firmato Isola e Fusari, che ricostruisce una porzione di insula romana sull'asse della Porta Palatina, segnalando la propia presenza con una torre angolare d'invenzione.

L'hotel prende il nome dall'isolato “Santo Stefano”, che partecipa a ricostruire dopo i disastri dei bombardamenti. Si tratta del bordo delle insule romane ancora costruite che si affaccia sull'area "speciale" del Verde archeologico (tra le Porte palatine e il Teatro romano) e dei segni svettanti del Duomo-Sindone, a due passi dal Municipio e dal grande mercato di Piazza Repubblica.

Il nuovo edificio viene realizzato ricostruendo i fronti di un isolato distrutto per metà dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, ancora in stato di abbandono nel 2000

Aimaro Isola, Roberto Gabetti e Franco Fusari costituiscono l'accorpamento di architetti che ha realizzato l'Hotel Santo Stefano tra il 2004 e il 2006. Un complesso di 8.000 mq su cui sono distribuite 125 stanze, un ristorane e una sala congressi. Il progetto dei tre architetti va inteso come un intervento di riqualificazione di un'area storica che si pone in continuità con il passato attraverso una delicata operazione di reinterpretazione dell'esistente nel rispetto dei suoi tracciati storici.

Il progetto per l'Hotel Santo Stefano, categoria quattro stelle, ha previsto la costruzione di un nuovo corpo di fabbrica di cinque piani fuori terra e un piano mansardo su via Porta Palatina; mentre su via delle Basilica sono stati previsti quattro piani fuori terra e un mansardato per un totale di 125 camere. Oltre al servizio alberghiero l'edificio accoglie anche un centro benessere, un hammam, un ristorante e un centro congressi. A livello interrato, distribuito su quattro livelli, è stato realizzato anche un parcheggio sotterraneo di 500 posti macchina, presenza preziosa vista l'alta densità abitativa del quartiere a vocazione prevalentemente residenziale e commerciale.

La grande Hall all'ingresso che ospita il vano scale, con la sua proiezione fortemente verticale, produce un impatto scenico molto suggestivo, anche per la scelta dei colori e di un arredo che richiamano lontanamente ambientazioni medio-orientali.

Nel disegno, ma ancor di più nella sua realizzazione, è evidente la volontà dei progettisti di rievocare alcuni elementi architettonici delle passato per dare un segno di continuità e al tempo stesso di rinnovamento. A partire dal filo di fabbrica che ripercorre le linee costruttive dell'antico tracciato, anche se profondamente alterate nel tempo dalle numerose trasformazioni.

Anche nei materiali o nelle proporzioni, talvolta nelle finiture o in alcuni elementi strutturali, l'intenzione di “citare” il passato si palesa, in particolare, attraverso alcuni inserimenti nei balconi, nelle cornici e nei serramenti.

 

porta susa, stazione fs di torino

 

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Dal 2012 Porta Susa è diventata la porta d'accesso a Torino per chi viaggia con i treni ad alta velocità. Una galleria coperta, lunga oltre 400 metri, oltre a dare accesso ai binari collega finalmente due parti della città da sempre divise dal trincerone della ferrovia.

Inaugurata nel 1856 è stata la storica stazione ferroviaria prima della linea Torino- Novara, in seguito della Torino-Milano. Collocata all'ingresso ovest è stata realizzata su progetto dell'eclettico architetto Carlo Promis (n. 1856). La posizione fu concepita secondo un piano strategico che vedeva la stazione su un asse perpendicolare nord-est che permetteva il collegamento tra piazza Statuto e l'asse via Cernaia - via Pietro Micca che conduceva direttamente al cuore della città, in piazza Castello, ed ha rappresentato un importante tassello dello sviluppo urbanistico della città ed un importante scalo merci. Viene soppressa nel 2009, in concomitanza con l'avvio dei lavori per la Nuova Stazione di Porta Susa e del suo nuovo tracciato sotterraneo.

Il progetto della nuova stazione è stato affidato ad un partenariato tra lo Studio Arep (Jean Marie Duthilleul) con Silvio D'Ascia per la parte francese (architetto napoletano di origine ma francese di adozione), e all'architetto Agostino Magnaghi per quella italiana.

La riqualificazione della vecchia stazione di Porta Susa ha visto un significativo investimento, 79 milioni di euro, ed è stata realizzata secondo i principi dell'architettura bioclimatica e delle più moderne tecnologie. Sono stati utilizzati: 3.000 tonnellate di acciaio su 37.000 mq di superficie complessiva, di cui 8.000 destinate a servizi tecnici e 7.700 ad uso commerciale. Le aree pedonali occupano 13.000 mq e 4 sono i passaggi pedonali sopraelevati

Il fabbricato della stazione ricalca volontariamente, reinterpretandole in chiave contemporanea, le tipiche gallerie in vetro del XIX secolo, strutture caratteristiche delle grandi hall ferroviarie dell'ottocento.

Il corpo interno, caratterizzato da ampi spazi vetrati in cui filtra un'intensa luce naturale che si combina con quella artificiale, è particolarmente maestoso e restituisce l'idea di uno spazio imponente e slanciato, come una cattedrale sotterranea che si estende flessuosa per i suoi 385 metri di lunghezza e 30 di larghezza.

La galleria in cristallo è sostenuta da 106 arconi in acciaio, ognuno diverso dall'altro per dimensione, e modulata ogni 100 metri da assi trasversali collocati sul prolungamento dell'asse principale. L'interno è organizzato secondo spazi in vetro e acciaio posizionati su un basamento in cemento di due livelli utilizzato per i locali tecnici e i parcheggi.

L'impianto fotovoltaico della Stazione, che elegge Porta Susa a prima stazione italiana a energia solare, si estende su una superficie di 6 mila metri quadrati e ha previsto l'impiego di oltre 3000 pannelli fotovoltaici che rivestono la galleria per 385 metri.

Un layout particolarmente innovativo e futuristico ha caratterizzato il progetto architettonico della stazione. Una struttura tubolare in alluminio e acciaio combinati con il vetro s'insinua sotto il piano stradale per 21 metri ove sono collocate le banchine dei binari. La struttura si articola secondo quattro spazi a cui corrispondono funzioni diverse: trasporto ferroviario, trasporto integrato (metropolitana, parcheggi, collegamento con i bus), servizi per i viaggiatori (biglietterie e sale d'attesa) e servizi e attività commerciali e culturali. La copertura vetrata di 15.000 metri quadrati è interamente costituita da vetri fotovoltaici integrati con la struttura portante per una produzione di energia di 680 mila kilowattora all'anno. Il ricambio d'aria della galleria è assicurato da moti convettivi naturali d'aria che risalgono dai livelli più bassi.

Nonostante sia stata indetta una gara internazionale per l'edificazione di una torre alta 120 m. a ridosso della nuova stazione ferroviaria, il progetto oggi non ha trovato nessuna realizzazione. Il grattacielo, in stretto collegamento con la stazione stessa, avrebbe dovuto accogliere un hotel, un centro direzionale, attività ricettive e commerciali. Come “Continuazione verticale” della stazione avrebbe dovuto portare anche la firma di Arep, D'Ascia e Magnaghi, lo stesso accorpamento che ha realizzato la stazione.

 

grattacielo intesa san paolo, corso inghilterra 3

 

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L'edificio più alto, ecosostenibile e green della città, su progetto di Renzo Piano, è diventato simbolo controverso di un rinnovamento del panorama urbano, inserendosi con autorevolezza nello storico skyline lineare, da cui svettava solitaria la Mole Antonelliana.

Nato per forte volontà dell'ex presidente del consiglio di gestione del gruppo bancario Enrico Salza quando ancora la banca torinese e quella milanese erano due entità separate ed egli era a capo del Sanpaolo IMI, il progetto fu presentato al Comune di Torino nel mese di novembre 2007. In seguito a divergenze interne alla giunta e discussioni riguardanti l'altezza dell'edificio in relazione alla sua vicinanza al centro storico della città, il progetto fu modificato portando l'altezza definitiva da circa 200 a 167,25 m: 25 centimetri in meno rispetto alla costruzione più alta della città e simbolo della medesima, la Mole Antonelliana.

Il progetto, modificando inevitabilmente lo skyline cittadino, scatenò contrasti, polemiche, proteste e fu uno degli argomenti che ha diviso per lungo tempo la città: nacquero associazioni come "No Grat", dallo slogan "Non grattiamo il cielo di Torino", e quasi si arrivò al referendum popolare.

La sua area è di circa 160 × 45 m compresa tra corso Inghilterra, corso Vittorio Emanuele II, via Cavalli e il parco pubblico Nicola Grosa.

Avrebbe dovuto fare coppia con il previsto grattacielo FS del complesso della nuova stazione di Porta Susa, dall'altro lato di corso Inghilterra, la cui realizzazione è stata più volte rimandata.

L'edificio conta 38 piani fuori terra e 6 interrati, per una superficie complessiva di 68.000 metri quadri, e, oltre ad uffici, comprende anche un auditorium ed una serra bioclimatica, situata all'ultimo piano. Il progetto di Piano riserva un'importanza particolare alla sostenibilità, ad esempio attraverso l'uso di acqua di falda per il raffreddamento estivo, l'utilizzo di pannelli fotovoltaici sulla facciata sud ed un sistema motorizzato di lamelle per il controllo dell'illuminazione naturale.[5] Il grattacielo ha ottenuto la certificazione energetica per la classe A.

Nel 2015 il Green Building Council gli ha conferito la certificazione LEED Platinum, risultando il grattacielo europeo più ecologico e tra i primi dieci al mondo nella categoria New Constructions.[7]

Nel 2016 l'importante sito specializzato Archdaily.com l'ha premiato come Building of the Year della categoria "Uffici".

Nell'autunno del 2010 è stato eseguito il getto della mega-fondazione monolitica, dello spessore di circa cinque metri, per un volume di calcestruzzo (gettato in sole 84 ore no-stop) di oltre 12.500 m³. Questo costituisce ancor oggi il record italiano dei getti massivi in calcestruzzo realizzati senza soluzione di continuità.

A marzo 2013 il cantiere impiegava circa 200 lavoratori, di cui circa 140 operai, 90 stranieri e 50 italiani. Il progetto iniziale prevedeva una spesa di 235 milioni di euro e doveva esser inaugurato nel 2011, ma i costi aumentarono oltre i 300 milioni di euro.

L'inaugurazione ufficiale dell'edificio è avvenuta il 10 aprile 2015[12], mentre quella del ristorante al trentacinquesimo piano - il più alto in Italia - si è svolta il 25 maggio 2016.

 

fondazione merz

Inaugurata nel 2005, ospita il fondo di opere di Mario Merz con lo scopo di conservarlo, tutelarlo, renderlo accessibile e comprensibile al pubblico.

Sostiene la ricerca sull'arte contemporanea e promuove iniziative culturali. La Fondazione alterna mostre dedicate a Mario e Marisa Merz come momenti di riflessione e studio a dei grandi progetti site-specific di artisti nazionali e internazionali invitati a confrontarsi con lo spazio della Fondazione e con il suo contenuto, senza tralasciare la ricerca sulle nuove generazioni per cui sono regolarmente organizzati eventi espositivi.

 

molecular biotechnolgy center, via nizza 52

Nel 2000 l’Università degli Studi decide di costruire la Scuola universitaria interfacoltà per le Biotecnologie sull’area precedentemente occupata dalla Facoltà di Medicina Veterinaria, spostata nel polo scientifico di Grugliasco. Inadatta alle esigenze funzionali della Scuola, la vecchia sede viene sostituita da un nuovo edificio che ospita l'intera filiera didattica-ricerca-incubazione di imprese. L’ateneo decide di avvalersi della procedura del project financing, che prevede una gara comprensiva di progettazione, costruzione e gestione del manufatto: fatto innovativo in ambito universitario, che ha permesso contrazione di tempi e qualità costruttiva. L’intervento progettato dall’architetto Luciano Pia consiste in una nuova struttura organizzata intorno a quattro corti, che corrispondono ai quattro cortili dei fabbricati rurali ottocenteschi sui quali era stata costruita la Facoltà di Veterinaria. Le funzioni insediate (didattica, ricerca, amministrazione e servizi) sono collocate in aree omogenee, nei nuovi manufatti a due e tre piani e, parzialmente, nelle strutture preesistenti conservate e restaurate. L’accesso principale al complesso avviene da via Nizza; attraverso un ampio cortile si accede all’atrio, filtro tra la zona destinata alla didattica e i laboratori di ricerca. Questi sono organizzati intorno a un giardino d’inverno. Al piano interrato trovano posto parcheggi e locali tecnici di servizio. Tra gli edifici torinesi di maggiore fortuna presso la critica internazionale, la Scuola di Biotecnologie è un utile esempio di buona architettura universitaria, dal carattere rigoroso espresso dai suoi massicci volumi stereometrici in calcestruzzo a vista che proteggono la piazza alberata interna, percepibile tramite l’ampia vetrata su via Nizza.

 

25 verde,via chiabrera 25

 

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E’ un progetto iconico di Luciano Pia noto come “le case sugli alberi”.  E’ un edificio residenziale costituito da 63 unità unifamiliari, pensate come “case sugli alberi”. Nel 2013 ha vinto il premio “Architetture Rivelate”, istituito dalla Fondazione dell'Architettura - Ordine degli Architetti della Provincia di Torino.

“normalmente – dice Luciano Pia – gli architetti immaginano un progetto, lo disegnano, lo fanno realizzare e poi negli spazi lasciati liberi dalla costruzione vengono piantati alcuni alberi che col tempo, in qualche modo, cresceranno. Io ho voluto fare esattamente il contrario; prima sono stati progettati i giardini, gli alberi e gli arbusti e poi, nello spazio lasciato libero dagli alberi, sono state progettate le unità abitative. Non è una casa con degli alberi, ma un territorio naturale (verde) abitato”.

Le sfide per costruire il “25 Verde” sono state molte, tra cui la manutenzione degli alberi dell’edificio. I grandi vasi che contengono alberi alti sui terrazzi ai vari piani hanno un diametro tra i 2 e i 4 metri, ed un peso che può raggiungere le 15 tonnellate Il design del fabbricato aiuta a conservare energia in diversi modi. Attraverso l'uso del verde si mitigano gli sbalzi di temperatura, le foglie proteggono dal sole d'estate, creando una fresca ombra e lasciano passare i raggi in inverno, per riscaldare naturalmente gli ambienti interni. Le grandi vetrate a piena parete delle unità abitative che si affacciano sui terrazzi, permetto l'ingresso della luce naturale all'interno delle case e non c'è bisogno di accendere la luce per illuminare gli ambienti nelle ore diurne. Il verde del giardino interno, crea un microclima che sensibilmente si differenzia dal resto della città circostante; meno caldo in estate e meno freddo in inverno di circa 5°C: è un risultato sensibile importante.

La superficie dei terrazzi e dei giardini privati è circa il 50% della superficie interna abitabile. Anche questo è piaciuto molto agli abitanti che possono godere dello spazio esterno in tutte le stagioni.

Il disegno interno e l'organizzazione spaziale delle camere è stato lasciato agli utilizzatori ed ai loro consulenti arredatori. Ognuno ha potuto progettare la propria casa, da zero.

I residenti hanno un ruolo attivo nella gestione del verde di copertura, che è loro privato, legato all'unità dell'ultimo piano. Tutto il resto del verde è condominiale, gestito in modo unitario dal giardiniere che ha in carico la gestione la manutenzione e la cura dell'insieme delle specie vegetali. La gestione e la “proprietà condominiale del verde” è stata d'altronde anche una richiesta della Città di Torino che ha dato il permesso di costruire. Siccome il verde è parte integrante della costruzione - è la costruzione essa stessa - ha la stessa importanza dei muri e dei pilastri e per spostare o sostituire un albero bisogna ottenere il permesso dal Comune di Torino, proprio come per spostare un muro”

 

casa hollywood, corso regina margherita 104/106

Se pensate che passando sotto Casa Hollywood a Torino possiate incontrare Brad Pitt o Scarlett Johansson che vanno a ritirare la posta in vestaglia, mi spiace comunicarvi che vi sbagliate di grosso! Purtroppo per noi tutti la vera Hollywood continua a trovarsi a Los Angeles e non c'è speranza che si sposti da noi. Comunque sia, questo non vi deve fermare dal visitare Casa Hollywood dall'esterno!

Nonostante l'edificio non farà comparire magicamente un attore famoso davanti all'ingresso, il nome non è del tutto fuori luogo. Infatti, l'edificio nasce in un lotto a cavallo tra corso Regina Margherita e via Fiocchetto ove nel 1841 era stato costruito il Piccolo Teatro Popolare di Torino. Quest'ultimo fu ristrutturato nella metà degli anni '40 del '900, a seguito di gravi danneggiamenti provocati dai bombardamenti della II Guerra Mondiale, trasformandolo in cinematografo e ospitando, inoltre, due sale da ballo, una sulla copertura per la stagione estiva e una nel piano interrato per la stagione invernale. Inizialmente nel cinema venivano proiettate pellicole di seconda visione e successivamente quelle a luci rosse! Nel 2008 terminò definitivamente la sua attività.

Due anni più tardi prende in mano l'edificio l'architetto Luciano Pia, di cui abbiamo già parlato per il progetto di 25 Verde e l'edificio di Via Calandra, per trasformarlo in residenziale.

Particolare della facciata sud con le serre bioclimaticheIl progetto per la ristrutturazione ha previsto la quasi totale demolizione dell'edificio esistente con la sola eccezione della facciata originaria e una parte del teatro su via Fiocchetto che è stata restaurata e rifunzionalizzata a residenza. Il resto dell'edificio si presenta decisamente moderno: il cemento e il vetro sono i materiali principali e subito il fabbricato si distingue dal resto degli edifici per le particolari forme irregolari.

La facciata principale si affaccia su Corso Regina Margherita, decisamente più trafficata di via Fiocchetto, quindi fonte di rumore e inquinamento. Questi due elementi sono diventati le linee guida per tutta la progettazione insieme a un fattore positivo quale la splendida vista sui Giardini Reali, la Mole Antonelliana e le Alpi.

Per risolvere il problema del traffico i primi piani sono stati portati a 12 metri di altezza lasciando il piano terra libero e luminoso, decorato con giardini. La facciata è caratterizzata da serre bioclimatiche esposte a sud, ma per evitare il surriscaldamento estivo è stato creato un sistema a doppia pelle ventilata antistante le serre (ovvero una doppia vetrata con un'intercapedine all'interno della quale l'aria passa portando l'aria calda verso l'alto grazie all'effetto camino). Inoltre sono stati installati dei frangisole fissi e mobili per la protezione solare. Grazie a questo sistema il rumore non interferisce con la quiete degli appartamenti e la vista sul panorama circostante viene preservata.

A nord la facciata è composta da una massa più compatta e spessa per garantire l'isolamento termico e aperture irregolari forniscono la luce necessaria per illuminare le zone notte.

Infine sulla copertura è presente un giardino pensile.

I due edifici, il vecchio teatro ottocentesco e il nuovo fabbricato moderno, sono uniti da due passerelle e dal cortile interno. Due stili completamente diversi, due facce della stessa medaglia che coesistono nello stesso lotto di terreno.

 

pala alpitur (palasport olimpico o pala isozaki), corso sebastopoli 123

 

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Il Palasport Olimpico, anche chiamato Pala Alpitour (per esigenze commerciali) o Pala Isozaki (dal nome del progettista, il giapponese Arata Isozaki) è uno degli esiti più interessanti, per la qualità dell'architettura e per l' "impatto positivo" sul tessuto urbano, tra gli interventi per i Giochi Olimpici Invernali di Torino 2006. Il progetto è stato firmato dal celebre architetto giapponese Arata Isozaki, insieme al torinese Pier Paolo Maggiora. Inizialmente pensato per le gare di hockey su ghiaccio è stato riconvertito in spazio per eventi musicali e sportivi. Oggi vanta il primato di essere l'arena indoor più grande d'Italia, con una capienza complessiva di oltre 15.000 spettatori.

Situato ai margini dell'area meridionale della città tra via Filadelfia e corso Sebastopoli occupa una vasta area che comprende lo Stadio Comunale e l'antistante piazza d'Armi. Grazie ai lavori per le Olimpiadi invernali questo quartiere del 2006 ha beneficiato di un'intensa riqualificazione urbana.

La sua forma si deve all’attenzione del progettista nei riguardi della conformazione della città, riproponendo lo stesso schema anche nel progetto di Piazza d'Armi, la quale presenta le stesse proporzioni dell’edificio.

Restaurata in occasione dei Giochi Olimpici del 2006, la torre svetta nella piazza antistante il Palaisozaki. Alta quaranta metri un tempo ospitava il serbatoio di compensazione dell'acqua e costituiva un vero e proprio ingresso monumentale al complesso in cui era presente anche lo Stadio Comunale, originariamente intitolato a Mussolini.

Arata Isozaki è architetto pluripremiato, di fama mondiale e autore di progetti importanti in tutto il mondo, ne conta più di 300 progetti, ha vinto il concorso guidano un gruppo composto dallo Studio ARCHA S.P.A. di Torino, Arup Italia s.r.l. di Miano, ing. Giuseppe Amaro, arch. Marco Brizio.

L'edificio si presenta esternamente come un grande parallelepipedo sospeso da terra, con una base di 183 m per 100. Si sviluppa su 4 livelli, di cui 2 interrati (arriva fino a 7,5 metri sotto terra) e due esterni di 12 metri di altezza. Offre più di 12.000 posti a sedere e dunque supera in capienza il palasport del Forum di Assago. Il design esterno, volutamente di rottura ma di semplice lettura, presenta caratteri architettonici quasi futuristici che lo integrano al paesaggio urbano circostante con cui dialoga tramite un rivestimento in acciaio inox che poggia su un basamento in vetro altro 5 metri che crea un effetto di sospensione e trasparenza.

Le tribune, realizzate secondo tre tipologie differenti, permettono il pieno sfruttamento dell'edificio. Nell'anello inferiore, tra il livello -7.50m e 0.00m, sono retrattili e la loro movimentazione e il riposizionamento verticale avvengono tramite appositi macchinari che permettono il sollevamento del solaio mobile costruito in fase post-olimpica. Le tribune del secondo ordine vanno da quota 0.00m a +12.00m mentre quelle lungo i lati lunghi sono fisse.

La filosofia del “far continuare a vivere” le architetture è un tema molto caro all'architetto A. Isozaki. In particolare il principio di flessibilità è stato il pensiero-guida di tutto il progetto che ha seguito un filo conduttore teso a far vivere l'edificio anche dopo l'evento. L'architetto stesso afferma di aver perseguito in particolare proprio questo obiettivo, quello del post-olimpiadi, come prioritario, ragione per la quale ha curato molto l'acustica e gli aspetti tecnici dello spazio affinché potesse mutare di funzione con molta facilità. Isozaki stesso afferma: “Quando ho concepito il progetto, pensavo già al ‘dopo Olimpiadi', più che alle Olimpiadi vere e proprie”.

 

villaggio olimpico, via giordano bruno

Il Villaggio per atleti realizzato in occasione dei Giochi Olimpici Invernali del 2006 sorge sull'area occupata fino al 2001 dai Mercati ortofrutticoli all'ingrosso (MOI), costruiti nel 1932 (progetto di Umberto Cuzzi). Il masterplan per i giochi, elaborato da Otto Steidle, interessa 90.000 mq., in parte recuperando  le strutture originali del mercato e destinandole a servizii; per gli atleti si sono realizzati 750 alloggi. Il complesso, realizzato in tutta fretta su progetto di Camerana, è oggi in parte già degradato, sottoutilizzato e fonte di proteste e di alti costi di recupero. La passerella pedonale che, scavalcando la ferrovia conduce al Lingotto, costituisce uno dei landmark più citati dei Giochi.

 

ex ospedale militare riberi, corso 4 novembre 66

Ospedale militare gravitante sulla nuova piazza d’armi, costruito fra il 1903 e il 1913 in stile liberty. Il complesso venne realizzato con una struttura architettonica a padiglioni, tipica degli ospedali costruiti in questo periodo; tipologia scelta per consentire un’adeguata illuminazione e ventilazione dei vari ambienti. Dopo la riqualificazione, è ora sede del Campus Riberi e del Dipartimento Militare di Medicina Legale.

L’Ospedale Militare Riberi, è all’interno del quartiere Santa Rita, delimitato dai corsi IV Novembre, via Barletta, corso Orbassano e via Caprera, ma il quartiere ha avvertito per un secolo solo la presenza di un muro, risultando l'intero complesso inaccessibile se non ai militari.

Una volta concluse le Olimpiadi, la struttura è stata restituita all’Esercito che ha apportato altri interventi al fine di creare il Campus Militare “Riberi” con lo scopo di ospitare alcuni militari in servizio a Torino.

La struttura è formata dal Dipartimento Militare di Medicina Legale (DMML) “Riberi”, il poliambulatorio funzionale e la farmacia.

 

facoltà di economia e csi piemonte

L'intervento sull'Istituto di Riposo per la Vecchiaia recupera all'uso pubblico il monumentale edificio costruito fra il 1881 e il 1887 da Crescentino Caselli. Il progetto prevede l'insediamento della Facoltà di Economia e di centri di calcolo. Il primo intervento, anni ottanta, é stato guidato dalla volontà di riportare l'edificio allo stato strutturale d'origine, eliminando ogni elemento aggiuntivo. L'esigenza di riaccorpare in un'unica sede le attività di Economia ha dato origine al successivo progetto, che interessa il cortile tra la manica centrale e la prima a nord.

 

recupero ex stabilimento carpano, via nizza 230 (Eataly)

 

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Quando, abbandonate le attività produttive, la FIAT ha deciso di fare del Lingotto un nuovo centro polifunzionale, l'intera area circostante ha subito profondi cambiamenti. Per esempio, sul suo lato settentrionale, il grande stabilimento automobilistico confinava con la Carpano, storica casa produttrice del vermouth torinese.

Trasferita l'attività produttiva a Milano, l'amministratore delegato dell'epoca Armando Mandelli, aveva intenzione di valorizzare la struttura, sviluppatasi lungo l'intero XX secolo. Mandelli ha perso poi la vita in un incidente aereo, ma il suo progetto di valorizzazione è andato avanti. All'inizio del XXI secolo, lo Studio Negozio Blu Architetti Associati ha iniziato a esplorare la possibilità di trasformare lo storico complesso in una sorta di polo del gusto. Poi, nel 2003, il Comune di Torino ha dato il via alla trasformazione dell'area in un Parco tematico Enogastronomico; il nuovo Piano Particolareggiato del Lingotto ha previsto, oltre alla creazione della nuova via, tra il Lingotto e la Carpano, anche la realizzazione di una grande piazza pubblica pedonale. Nel 2004, la realizzazione del Parco Enogastronomico, destinato ad attività culturali, di vendita e di degustazione di prodotti alimentari, viene assegnata a Eataly, attraverso un bando pubblico.

All'interno dell'ex Carpano, trovano spazio oggi non solo Eataly, con le sue attività didattiche e di consumo e i suoi uffici, ma anche il Museo Carpano, una sala conferenze e una foresteria. Il Museo si trova al piano superiore e se passate da Eataly, merita una visita, per la bella storia che racconta e per i numerosi oggetti per la produzione del vermouth che conserva e illustra.

Spiega l’architetto Ambrosini: "Abbiamo riorientato il complesso, trasformando il lungo muro cieco nella facciata principale di Eataly, una sorta di soglia tra piazza pubblica e piazza privata. Abbiamo aperto la parete con la vetrata dell'ingresso e due grandi vetrate, leggermente aggettanti, che identificano due degli spazi interni più importanti, il Museo e la Sala Conferenze; il colore scelto è stato il rosso mattone, che richiama i laterizi del complesso". I percorsi interni dell'antica Carpano sono stati trasformati nell'asse principale di Eataly, intorno al quale si sviluppano le attività siano il mercato, la biblioteca, i ristoranti e le isole tematiche del piano terra o il Museo, la foresteria o gli uffici, al piano superiore. "Le due corti e le vie che le collegavano sono state coperte con vetrate luminose, accompagnate dagli impianti a vista; impianti che sono a vista anche nel resto della ristrutturazione. Su quest'asse distributivo si trova il mercato, con le sue bancarelle e i suoi chioschi, e si affacciano le varie isole tematiche di Eataly: la carne, il pesce, i formaggi, la pasta, che offrono sia l'acquisto che la consumazione di questi prodotti; le isole si trovano in quelli che furono i laboratori della Carpano e ricordano un po' questa funzione, in fondo. Nei cortili abbiamo ricreato come delle piccole piazze, luoghi di socializzazione con bar, caffetterie e tavolini".

 

il lingotto fiat

 

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Opera monumentale, elemento inconfondibile del panorama urbano torinese, esempio di architettura moderna, è tra le prime fabbriche automobilistiche italiane di impostazione scientifica del lavoro. Luogo cruciale della storia produttiva torinese incarna la testimonianza di un passato industriale determinante per l'identità della città: è stato il primo stabilimento di produzione della fabbrica automobilistica FIAT, oggi convertito a centro polifunzionale.

L'area del Lingotto è un complesso di edifici collocato tra via Nizza e un ramo del passante ferroviario all'interno del quartiere Nizza Millefonti. Il complesso, molto ampio ed esteso, va dal 230 al 294 di via Nizza.

E' con un nuovo sistema produttivo improntato alla parcellizzazione delle operazioni che la FIAT compie il rivoluzionario balzo tecnologico e organizzativo che la porta da officina e fabbrica. Prevedeva in un unico edificio tutte le produzioni automobilistiche primarie e accessorie.

L'autore della grande ed innovativa fabbrica automobilistica FIAT è l'ingegnere Mattè Trucco, per l'epoca un vero precursore dell'utilizzo del cemento armato, che introdusse in Italia un'idea tutta americana: quello del modello industriale americano di stampo taylorista, attraverso operazioni produttive parcellizzate. In realtà l'idea primigenia nacque inseguito ad alcuni viaggi che Giovanni Agnelli fece in America in cui conobbe più a fondo il sistema e i principi di produzione di Henry Ford, e che sfociò nel sogno di fare di Torino la nuova Detroit italiana. In un documento si parla del nascente Lingotto come di “un nuovo stabilimento, uso americano”, intendendo con questo un uso lineare e sequenziale delle lavorazioni, ricalcando il sistema tayloristico nel processo di produzione e introducendo un nuovo schema di relazione tra operai e officina.

In questa fabbrica sono state prodotte molte vetture: 80 modelli di automobili e 35 tipi di motore di aereo, insieme ad altri veicoli commerciali e furgoni. Alcuni modelli hanno segnato la storia dell'automobile italiana, delle vere e proprie icone dell'industria automobilistica, come la Balilla del 1932, un'utilitaria a basso costo, o la Topolino del 1936, l'utilitaria più piccola al mondo.

L'edificio originario dei primi del novecento, ancora oggi presente, è opera dell'architetto Giacomo Mattè Trucco e copriva, nel suo complesso, 400.000 mq. Le officine, il cuore pulsante dell'area, sono state costruite in cemento armato e corrono lungo la ferrovia per 600 metri. L'area si sviluppava principalmente su due corpi di fabbrica: le Nuove Officine e l'Officina di Smistamento, rispettivamente riconvertite la prima a Centro Congressi e Auditorium, la seconda a spazio fieristico. Il corpo principale, quello delle Nuove Officine, si componeva di due grandi blocchi principali lunghi 507 m e larghi 24 m, per 27 m di altezza. Realizzato su una maglia uniforme di pilastri in cemento armato, presenta un impianto longitudinale a cinque piani, a doppia manica e con corti chiuse, collegato tramite 5 traverse trasversali. Tutti i corpi di fabbrica rispecchiano uno stie architettonico prettamente funzionalista, a celebrazione del sistema fordista e taylorista.

La parte nord del corpo di fabbrica centrale ospita oggi il Camplus, una residenza universitaria per studenti, realizzata seguendo uno stile contemporaneo e funzionale, dispone di camere doppie e loft di 60 mq, e può arrivare ad accogliere fino a 100 studenti. Il Camplus mette a disposizione anche ampi spazi comuni tra cui ampie aree relax e un'arena-auditorium. La grande vetrata tipica dell'ex fabbrica offre una spettacolare vista panoramica sulla collina, le Alpi e il fiume Po.

Con l'avvicinarsi dei conflitti della seconda guerra mondiale, nel 1939 parte delle attività vengono spostate nella nuova sede di Mirafiori per il rischio di attacchi aerei. Durante la guerra, infatti, lo stabilimento fu bombardato più volte, sia dagli inglesi che dagli americani, perché considerato un bersaglio strategico per interrompere la consistente produzione di guerra. In seguito a causa della crisi dei primi anni '80 lo stabilimento fu costretto a deindustrializzarsi fino ad esaurire la sua attività nel 1982, quando cessò definitivamente.

 

ampliamento del museo dell’automobile, corso unità d’italia 40

Il nuovo progetto recupera l'edificio esistente (progettato da Amedeo Albertini alla fine degli anni cinquanta) spezzando la simmetria dei percorsi esterni in favore di un più forte rapporto con il largo Unità d'Italia. La nuova ala museale si integra al corpo esistente abbracciandone il fianco con una pelle in vetro trattato con diversi gradi di trasparenza, rinnovando cosi' l'immagine dell'edificio e conferendo continuità ai due prospetti urbani.

 

oval olimpic arena, via giacomo matté trucco 80

 

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Si tratta di un innovativo contenitore di eventi, versatile e flessibile: realizzato per le Olimpiadi del 2006, quando ospitò le gare di pattinaggio.

Oggi è riconosciuto come attrezzatura multifunzionale di grande prestigio, in grado di ospitare eventi sportivi, spettacoli, concerti, fiere, esposizioni e mostre. Nonostante sia considerato una espansione funzionale degli spazi espositivi del Lingotto va comunque annoverato tra opere architettoniche contemporanee di magiore interesse.

La struttura sorge sull'area dismessa della Fiat Avio, nel complesso di Lingotto Fiere vicino al palazzo della Regione.

Alessandro Zoppini, autore del progetto con John Barrow e lo studio britannico Buro Happold, ha saputo realizzare un contenitore non dedicato al solo utilizzo occasionale del pattinaggio olimpico, A questo proposito afferma: “Il disegno dell'Oval nasce dalla sintesi di tre esigenze: realizzare un impianto sportivo adeguato ai Giochi Olimpici, dotare la città di un fabbricato atto a ospitare manifestazioni fieristiche, contribuire alla riqualificazione della zona”.

L’edificio guarda al Lingotto tramite un'ampia vetrata parzialmente curva. Si estende su un grande spazio libero da pilastri di 20.000 mq suddiviso in tre grandi aree modulari e indipendenti tra loro. Al suo interno è presente una pista di 400 m di lunghezza per 12, 5 di larghezza. Il grande spazio unico ha una grande capienza che può arrivare a contenere fino a 8.500 spettatori. Una parte degli spazi è dedicata ad uffici, sale stampa e sale conferenze.

Semplicità, chiarezza e funzionalità sono i concetti cui è ispirata l'architettura dell'Oval: una maglia semplice nella quale si inseriscono tre corpi emergenti che servono come accessi separati per i differenti fruitori dell'impianto e consentono la suddivisione dello spazio in tre sotto-sale. Si tratta di un'opera dai numeri imponenti: ha una luce di cento metri, un'enormità. Il sistema strutturale è composto di sei travi principali di 95 metri e una serie di travi secondarie che danno il senso spaziale delle vecchie stazioni ferroviarie.

Dopo i Giochi, come già previsto in fase di progettazione preliminare, l'edificio è stato riconvertito come spazio multifunzionale, espositivo e suddivisibile in tre sale, utilizzabile in congiunzione con l'adiacente Lingotto Fiere. Tra i vari eventi che ha ospitato: Terra Madre, il Salone del Gusto,Restructura e, sin dall'inizio , Artissima.

L'illuminazione dello spazio dell'Oval rispetta altissimi livelli standard (TOBO – Torino Olympic Broadcasting Organization) che sono stati richiesti sia per le gare olimpiche sia per le riprese televisive effettuate. In una struttura asimmetrica (il tetto/soffitto è in pendenza) comporta molte difficoltà ad ottenere l'illuminazione uniforme richiesta, con particolari schermature per evitare un fastidioso riflesso dalla pista ghiacciata.

 

grattacielo della regione, area ex fiat avio

 

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La trasformazione degli ex stabilimenti aeronautici del gruppo Fiat interessa una superficie di oltre 315.000 mq tra Lingotto, linea ferroviaria e via Nizza. Al centro dell'ipotesi di realizzazione di un complesso di interventi destinati a residenza e attività terziarie, spicca la torre per uffici della Regione Piemonte.

Il grattacielo della Regione Piemonte è un edificio istituzionale di Torino, i cui lavori di costruzione sono iniziati il 30 novembre 2011, destinato a diventare la futura sede unica della Regione ad eccezione del Consiglio regionale, che resterà nella sede aulica di Palazzo Lascaris. Progettato da Massimiliano Fuksas e presentato alla Giunta regionale nel corso di un'audizione pubblica tenutasi a Torino il 22 novembre 2007, l'opera realizzata prevede 42 piani, di cui 41 a uso civile e l'ultimo da adibire a bosco pensile.

Il terreno individuato per la costruzione dell'edificio è rappresentato da un'area già utilizzata dall'ex Fiat Avio nel quartiere torinese di Nizza Millefonti, poco distante dal polo fieristico del Lingotto. Il grattacielo, servito dalla stazione metropolitana di Italia '61, sarà inoltre collegato con la stazione metropolitana del Lingotto tramite una passerella ciclopedonale, ad oggi in fase di costruzione.

 

italia ‘61

 

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L'esposizione per il Centenario dell'Unità d'Italia del 1961 portò, dal punto di vista architettonico, al disegno di un nuovo paesaggio rappresentativo dell'idea di progresso tecnologico felice e sostenibile.

Italia '61 è concepita come un parco di oltre 50 ettari, sul bordo del fiume, in cui si situano gli edifici monumentali che hanno ospitato l'esposizione. Un asse viario preesistente, oggi Corso Unità d’Italia, è servito allora come dorsale principale per la visita.

La fascia fluviale, lo sfondo della collina e il disegno dei grandi edifici espositivi caratterizzano un paesaggio particolare, di città utopica, che oggi si percepisce come porta di Torino. L'area scelta per l'esposizione costituisce il primo piano del panorama godibile dal Parco Europa, situato sulla collina a est della città. Nel 1961 il belvedere del Parco è stato collegato all'Esposizione con una “ovovia” (poi demolita), sistema a fune innovativo per l'epoca, utilizzato per gli impianti sciistici.

Prima del 1960 l'area di Italia '61 non era urbanizzata: il Piano regolatore del 1913 disegna per l'area un grande parco urbano, mentre il PRG 1959 individua l'area come un “cuneo verde” di intervallo tra aree produttive e residenziali.

I lavori iniziarono con la distruzione dei baraccamenti lungo Corso Polonia (attuale Corso Unità d'Italia) per la realizzazione dei padiglioni. Il cantiere di Italia '61 è monitorato quotidianamente per celebrare il Progresso nazionale ben leggibile nella capacità di organizzazione tecnica raggiunta dalla città industriale. I notiziari riportano l'avanzamento lavori enfatizzando i metri cubi costruititi, le ore lavorative, il numero di operai impiegati.

L'Esposizione richiamò più di quattro milioni di visitatori provenienti da tutto il mondo. Le attrazioni principali furono la monorotaia ALWEG, il Circarama, sistema di proiezione cinematografica a 360 gradi della Walt Disney e la funivia.

Walt Disney, il papa' dei cartoni animati e del "Circarama" e' stato a Torino, il 7 settembre 1961, per assistere alla proiezione di "Italia 61", il film in Circarama realizzato dalla Disney per conto della FIAT.

Il punto di vista del lago con monorotaia e padiglioni dalle geometrie inedite costituisce l'immagine più rappresentativa dell'esposizione, che si vuole caratterizzare per la modernità “avveniristica” delle forme oltre che delle tecnologie.

La monorotaia area a sistema Alweg assicurava il transito dei visitatori all'interno dell'area espositiva. Il percorso si sviluppava dal Giardino Corpo Italiano di Liberazione fino ai pressi del Museo dell’Automobile.

Oggi rimane la struttura portante in c.a. con campate da 20 m e la Stazione Nord trasformata nel 2006 nella "Stazione Regina - la Casa dell UGI (Unione Genitori Italiani)".

A fine esposizione le grandi strutture espositive non trovano funzioni alternative. Eliminati i padiglioni temporanei (come il Circarama) gli unici edifici a trovare da subito una riconversione sono i padiglioni delle Regioni, sebbene fossero gli unici pensati per essere smantellati. Con le Olimpiadi di Torino 2006 il Palavela diventa la sede delle gare di pattinaggio artistico.

Il sito dell'esposizione non si presenta come un recinto separato ma come un pezzo di città dall'impianto moderno e innovativo, di grande respiro e in forte connessione con il verde dei parchi e della fascia del Po.

 

fonti:

https://rivistasavej.it/cantiere-italia-61-3f4e4c25e494

 

il monumento all’autiere

Collocato davanti al Museo dell'Automobile nel 1961 è opera all'architetto Renato Costa e dallo scultore Goffredo Verginelli con la collaborazione, per la parte strutturale, dell'ingegnere Renato Giannini.

 

palazzo vela

 

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Il Palazzo Vela è una delle icone di Italia '61 tornata a nuova vita con le Olimpiadi 2006. Attrae i fotografi non solo per la forma provocatoriamente “moderna”, ma anche per la posizione al bordo del laghetto attraversato dalla monorotaia. E' il punto focale di un paesaggio innovativo in linea con lo stile dell'Esposizione, di esaltazione del progresso e della tecnica.

L'edificio più rappresentativo di Italia '61 è situato in posizione centrale, circondato da altri padiglioni e dagli allestimenti del parco. Si presenta “di tre quarti”  lungo la strada oggi trafficata e asse centrale dell'Esposizione in modo da rendere immediatamente comprensibile la particolarità della forma esagonale.

Pensato sin dall'inizio come “Palazzo delle Mostre”, con un progetto di Annibale e Giorgio Rigotti del 1957, era destinato inizialmente ad estensione del Salone mercato dell'Abbigliamento (SAMIA) sino ad allora ospitato nel Palazzo delle Esposizioni.

Nel febbraio 1959 è bandito un appalto-concorso per la costruzione della sola cupola. La soluzione vincente è quella proposta dalla ditta  Guerrini di Torino su progetto e calcolo di Franco Levi e Nicolas Esquillan. Si prevede una volta autoportante in calcestruzzo precompresso a doppia calotta con tre soli punti di appoggio e chiusure verticali vetrate.

L'edificio doveva consentire una grande flessibilità per una pluralità di utilizzi possibili (espositivi, sportivi etc). La soluzione scelta è una volta a pianta circolare di 130 m di diametro priva di appoggi interni. La copertura è un guscio autoportante in cemento armato a pianta esagonale inscritto in un cerchio di 150m di diametro. Alla forma definitiva i progettisti arrivano per approssimazioni successive. Un terreno poco compatto e con composizione stratigrafica molto variabile impone la riduzione al minimo dei punti di fondazione e induce al virtuosismo strutturale dei tre appoggi.

La struttura progettata fa riferimento ad altre esperienze internazionali: ad esempio il Kresge Auditorium di Eero Saarinen per il M.I.T (1953, pianta triangolare con volta a vela su ottavo di sfera ) e il Centre des nouvelles industries et technologies (CNIT) di Parigi (1958, pianta triangolare con cupola a doppia lamina nervata). Per il CNIT l'ingegnere calcolatore è Esqullan, che collabora anche per il Palavela.

Durante l'esposizione del 1961 il Palavela ospita la mostra “Moda stile costume”. L'allestimento, affidato e concepito in 4 mesi da Cavallari Murat, Gabetti, Isola e Raineri, è stato concepito per colpire e attirare il visitare fin dall'esterno. Il vasto spazio interno suddiviso da velari e stoffe è visibile nella sua interezza solo attraverso un belvedere posto a 7 metri d'altezza. Unico spazio costruito il “Teatro dei Mille” e il suo foyer.

Nel 1983 ospita una grande mostra su Calder curata da Carandente e allestita da Piano. Le grandi vetrate vengono oscurate con  pannelli che, oltre a risolvere il problema del surriscaldamento, permettono di focalizzare l'attenzione sugli oggetti.

Dopo Italia ‘61 l'edificio viene utilizzato prima come sede del Museo storico dell'areonautica militare e poi per grandi mostre o eventi: la grande vela diventa la sede dell'esposizione di molte discipline per la manifestazione “Sportuomo Torino 1980” promossa dal Comune di Torino.

Per le Olimpiadi invernali del 2006 si allestisce sotto la volta uno stadio, con una ristrutturazione curata da Gae Aulenti in cui, smantellate le vetrate, si inserisce un nuovo volume al suo interno (progetto di Gae Aulenti). Il nuovo stadio, tutt'ora in funzione, ospita per le Olimpiadi le specialità di Pattinaggio artistico e Short Track.

 

padiglione del ministero del lavoro

Posto tra il Palavela e il Palazzo del Lavoro, sulle rive del laghetto traversato dalla monorotaia, anche se piccolo rispetto ai vicini monumentali, l'edificio si distingue per la forma cilindrica, oggi ben inserita nel verde del Parco. Da via Ventimiglia l'edificio è ben leggibile, emergendo in particolare il restyling dell'involucro.

Realizzato per Italia '61 come padiglione del Ministero del Lavoro e degli istituti previdenziali, ha ospitato nell'occasione una mostra retrospettiva sulle conquiste sindacali nel periodo unitario.

 

campus onu

I padiglioni delle Regioni di Italia ’61 sono situati nella fascia tra Corso Unità d'Italia e il Po, in un'area di circa 15 ettari con andamento irregolare dato dai declivi delle sponde. L'ambito, tuttora utilizzato nel suo insieme, costituisce un comparto a se stante, recintato e separato dal traffico.

Il luogo è di notevole qualità paesaggistica. Gli edifici, variati ma unitari per stile e materiali,costituiscono un'alternanza di quinte inquadranti squarci di collina, boschi e tratti di fiume. Le pensiline che collegano gli edifici sono immerse nel verde degli alberi ad alto fusto residui dell'impianto a parco realizzato per Italia '61.

In occasione di Italia '61, la Mostra delle Regioni, fu organizzata secondo un impianto proposto da Renacco, che disegna una sorta di urbanizzazione da città-giardino. I Padiglioni, di diversi autori, obbediscono a regole compositive comuni, sono inseriti su una maglia quadrata e sono disposti in modo da ricordare nella sagoma complessiva la penisola italiana,

In pianta la riproduzione dell'Italia

Secondo le intenzioni del progetto complessivo la Mostra offriva ai visitatori una passeggiata “dal Trentino alla Sicilia in una successione di interni che tendono ad attenuarsi fino a sfumare in esterni riproducenti, per quanto possibile, i paesaggi propri di ogni singola regione ed intesi a sottolinearne sia le caratteristiche naturali, sia il tema di esposizione”. Un “Padiglione Unitario” è dedicato alla narrazione dei “Primi cento anni di unità”.

La Mostra, curata da Mario Soldati,  rappresentava il vero spirito dell'intera iniziativa di Italia '61. Ogni padiglione era dedicato ad una regione che disponeva di un team di architetti per l'allestimento del tema designato. Nell'immagine il padiglione Veneto dal tema “il senso del colore e il governo delle acque” allestito da Carlo Scarpa.

Adattandosi all'andamento del terreno i progettisti, Carboni, Casati e Renacco, elaborano un sistema modulare a maglia quadrata con strutture leggere e prefabbricate in metallo e tamponamenti in vetro. Il sistema consente varie soluzioni, anche a due piani, in cui al piano terreno sono disposti i servizi, al primo piano le mostre.

Casati risolve il Padiglione unitario con un progetto razionalista classico, che rispetta la logica di impianto comune di tutti i padiglioni ma esalta la leggerezza della copertura, vetrando a tutta altezza le pareti principali.

Oltre alla disposizione dei padiglioni anche la scenografia attorno ad essi è pensata con elementi caratterizzanti gli ambienti tipici delle regioni: gli abeti intorno alle regioni alpine, i laghetti artificiali su cui si specchiano Veneto e Lombardia. U

Dal 1964 nei padiglioni trova sede il Centro Internazionale di Formazione, agenzia delle Nazioni Unite realizzata con il concorso dello Stato italiano.

Le destinazioni d'uso dei padiglioni nell'assetto dato al campus per la formazione internazionale. I diversi edifici sono riaccorpati in cinque gruppi in relazione ai continenti: America, Africa, Asia, Europa e Oceania.

Gli edifici sono stati oggetto di un importante intervento di ristrutturazione in occasione delle Olimpiadi di Torino 2006, quando hanno ospitato uno dei Villaggi Media.In questa occasione alcuni dei padiglioni sono stati sopraelevati tentando di ricostruire l'unità architettonica del complesso originario.

 

palazzo del lavoro

Il Palazzo del Lavoro è il più importante edificio per l'esposizione di Italia '61, straordinario per le dimensioni e per la tecnologia costruttiva, su progetto di Pierluigi Nervi, cardine di un piano urbanistico molto semplice ed efficace anche sul lungo periodo: edifici speciali separati da spazi verdi lungo un grande percorso rettilineo.

Situato al fondo del comprensorio espositivo, il Palazzo del Lavoro è stato lo scenario delle cartoline più memorabili di Italia '61, rappresentando contemporaneamente l'innovazione tecnologica e la potenza del progresso produttivo su cui era fondata la manifestazione.

In modo in parte imprevisto dai progettisti dell'esposizione, il Palazzo è diventato il landmark d'ingresso a Torino da Sud, un'immagine stabile che da oltre 50 anni costituisce un segno identitario per centinaia di migliaia di city user.

Il cantiere dura un anno. La sua organizzazione innovativa assicura un'esecuzione celere e perfetta: ogni 10 giorni si realizza uno dei 16 pilastri, nel frattempo le travi della copertura sono pronte, realizzate in officina e trasportate in cantiere nonostante le dimensioni gigantesche. Ferma la direzione complessiva di Nervi, per i lavori metallici ci si affida al Servizio

Il Palazzo del Lavoro continua in forme razionaliste gli archetipi delle costruzioni espositive con grande esibizione di ferro, vetro, luce: materiali della modernità sin dal Cryistal Palace del 1851o dal Palais des Machines del 1889.

"Mai tanti protagonisti tutti insieme... Gronchi e Signora, Fanfani e Signora (la prima), Merzagora e Signora, Pella e Signora, Colombo, l'Ambasciatore Arpesani e l'Ambasciatrice, forse Andreotti (qui la memoria mi tradisce) tutti in scuro e le Signore con cappellini stile Regina Elisabetta, scesa anche lei alcuni giorni dopo a Italia '61 in giallo smagliante".

Il Palazzo dopo il 1961 ospita il Centro di Assistenza Tecnica ai Paesi di Sviluppo a cui poi si aggiunge la facoltà di Economia e alcuni sportelli amministrativi. Per le Olimpiadi 2006 si 'impacchetta' l'edificio in tricolore per evitare una costosa manutenzione. Si susseguono ipotesi irrealizzate: nel 2005 Museo Egizio, dal 2009 una galleria commerciale che porta il Comune a varianti urbanistiche poi non approvate.

 

Le baraccopoli di Torino

 

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la baraccopoli di corso polonia

Fin dai primi anni del dopoguerra lungo le sponde dei corsi d’acqua che bagnano alcune aree della periferia torinese (Colletta, Pellerina, Basse di Stura, Bertolla), sorgono baraccamenti abusivi, emblema dell’emergenza abitativa che investe una città nella quale tra il 1953 e il 1965 il numero di abitanti aumenta sensibilmente. Tra i maggiori simboli di tale disordine abitativo vi sono i baraccamenti di corso Polonia, un “paese di assicelle, mattoni e lamiere tenuto insieme da spago e fil di ferro”, all’interno del quale, nel marzo 1955, vivono 115 nuclei familiari, pari a 460 persone. Si tratta, nella gran parte dei casi, di immigrati provenienti dalle regioni dell’Italia meridionale e dal Veneto, cui si aggiunge una cospicua quota di profughi giuliano-dalmati che non hanno trovato spazio tra i padiglioni delle Casermette di Borgo San Paolo, oppure arrivati in città in cerca di lavoro, dopo essere fuoriusciti dai centri di raccolta. L’applicazione della legge 640 del 9 agosto 1954 che prevede l’abbattimento delle abitazioni malsane e l’inizio dei lavori per le costruzioni di Italia 61, convincono il Comune a demolire, nel novembre 1956, gli insediamenti di corso Polonia trasferendo i residenti (165 famiglie) nei padiglioni delle Casermette Sud di Borgo San Paolo e, da qui, nei 152 alloggi di edilizia popolari del lotto SB1, noti come le case dei baraccati, edificati nel Villaggio di Santa Caterina a Lucento.

la baraccopoli del platz

La baraccopoli del Platz l’hanno scoperta abitando lì vicino, nella periferia nord di Torino, a poche centinaia di metri dal fiume Stura.

“Con mio fratello abbiamo abitato per tanti anni lì vicino, io ci abito ancora”, racconta Gianluca De Serio, nel 2011 regista insieme al fratello Massimiliano del film Sette opere di misericordia e oggi del documentario I ricordi del fiume, presentato fuori concorso all’ultimo Festival del cinema di Venezia. “Ci passavamo davanti tutti i giorni per andare verso il centro e vedevamo famiglie intere che si spostavano da lì lungo il fiume, per prendere l’acqua o la benzina, con i materassi, gli elettrodomestici, i carretti pieni di rifiuti pescati nei bidoni. Ci chiedevamo come fosse lì dentro. Che cosa ci fosse innanzitutto. Ci incuriosiva perché è un luogo che abbiamo visto crescere. Prima era un piccolo insediamento di poche baracche, poi nel giro di dieci anni si è ingrandito fino a diventare una città labirinto”.

Qualche anno fa, insieme ad alcuni amici appassionati di cinema, i De Serio hanno fondato un luogo ancora più vicino al Platz che si chiama il Piccolo Cinema Società di Mutuo Soccorso Cinematografico, e aiutando alcune associazioni di volontariato finalmente sono riusciti a entrare e a conoscere qualche famiglia, decidendo di girare lì un paio di scene di Sette opere di misericordia.

Il Platz adesso non esiste quasi più, smantellato nel febbraio del 2015 insieme ai suoi abitanti, rimandati in parte in Romania, in parte finiti in alloggi di fortuna, o trasferiti in case nuove. Alla notizia dello smantellamento, i fratelli De Serio hanno deciso di farne un documentario.

“Il vero protagonista del film è un luogo geografico”, dice ancora Gianluca, “che si nutre di uomini, di donne, di bambini, di vecchi. Una specie di mostro urbano che si è nutrito per anni dei lori ricordi, nascosto alla nostra vista dalla boscaglia che divide la strada dalla baraccopoli. Girando il film è come se ci fossimo immersi nella pancia di questo mostro, o nella testa, nella sua memoria”.

fonti:

http://www.museotorino.it/view/s/ff3010a173a04aa89c823e0da12430fb

http://www.minimaetmoralia.it/wp/i-ricordi-del-fiume/

 

La Mole Antonelliana e la sua storia

 

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La Mole antonelliana ha diverse caratteristiche strane e insolite. A parte lo stile indefinibile e personalissimo, e l’altezza (167,50 metri), c’è il fatto che è costruta tutta in mattoni ed è in effetti l’edificio in laterizi tradizionali più alto del mondo (primato che ha però perso quando negli anni ’30 l’edificio di Antonelli fu tutto sorretto, all'interno, da uno scheletro di cemento armato e la guglia, spazzata via dall'uragano del 1953, fu ricostruita in acciaio). Altra caratteristica curiosa è che non ha spazio prospettico orizzontale: si innalza come un edificio qualsiasi, circondata non da una piazza ma dalle vie adiacenti. Il turista non la vede, dalle vie vicine, tra gli alti edifici che la pressano da vicino e la occultano.

I Torinesi sono gelosi della loro mole e delle altre opere del loro estroso architetto, come la “Fetta di polenta”, un edificio a pianta trapezoidale-triangolare molto stretta (16mX5mX54cm), costituito da 9 piani, di cui 2 sotterranei, collegati da una piccola scala a forbice in pietra. Nel lato di 54 cm, per ottimizzare al massimo lo spazio, Antonelli decise di porre la canna fumaria. L’altezza complessiva dello stabile è invece di 24 metri. I primi tre piani furono ultimati nel 1840, mentre i successivi tre furono aggiunti nel 1881.

Doveva essere la sinagoga degli ebrei che volevano porre sulla guglia non un angelo ma una menorah un candelabro a 7 braccia.

Antonelli accettò volentieri l'incarico, anzi lo sollecitò, perché aveva la sua "arrière-pensée": approfittare dell'occasione, sino al punto di presentare ai committenti finti progetti, più modesti e meno dispendiosi, per costruire finalmente l'edificio che aveva in mente, che doveva sintetizzare in modo spettacolare le sue idee architettoniche. La progressiva scoperta del doppio gioco dell'Antonelli, costosissimo per i committenti, e il trasferimento della Capitale, indussero la comunità ebraica a ritirarsi e a costruirsi la sinagoga «moresca» nella attuale piazzetta Primo Levi.

Il Municipio torinese dell'epoca aveva pochi soldi, tanto che negò a Faà di Bruno un orologio per la sua torre in Borgo San Donato, ma Antonelli si fece eleggere assessore all’edilizia e fece votare la prosecuzione dei lavori, a costo di enormi spese.

Il Comune comprò dagli ebrei l'enorme cantiere interrotto e poi continuò a pagare, imperterrito, le spese che ogni anno aumentavano, per l'ossessione di Antonelli di andare sempre più in alto. La motivazione ufficiale era la creazione di una sede per il Museo nazionale del Risorgimento, ma  dopo poco tempo, il Museo se ne andò dove tuttora è, a Palazzo Carignano. Da qui, l'ipotesi avanzata da chi ha approfondito la vicenda: inutile sul piano pratico, la Mole era preziosa sul piano simbolico per imporsi visivamente sui luoghi di culto cattolici, con il suo «Genio Alato», con tanto di pentacolo iniziatico, di stella a cinque punte.

Una caratteristica curiosa della Mole Antonelliana è illustrata da Vittorio Messori: “Quale altra città avrebbe eretto un simile monumento allineandolo rigorosamente, come una banale casa d'affitto, al rettifilo di una strada qualunque, un'anonima traversa come via Montebello? Se passi sotto i portici di via Po, della Mole non ti accorgi. Puoi addirittura non notarla se, in macchina, ci passi sotto. Tutto ciò che vedi sono solo delle colonne che potrebbero essere la facciata di una chiesa neoclassica, come quella di San Massimo. Davanti, non ha neanche una piazzetta, l'equivalente di un sagrato che ti permetta di vederla, seppure di scorcio. La sola possibilità che hai è metterti a naso per aria sul marciapiede antistante. Per renderti conto di quale colosso sia, di quanto sia smisurata la sua altezza, di quanto sia singolare la sua forma, devi andare al belvedere del Monte dei Cappuccini. Il clamoroso, lo strano, l'inedito, dunque, ma ligio alle norme dei regolamenti edilizi. Pensa a questo edificio inaudito (un'architettura unica nel panorama europeo, sia per stile - indefinibile, personalissimo - che per tecnica costruttiva) all'incrocio tra due di quei corsi vastissimi di cui la città non manca. O, che so, per stare dalle mie parti, piazzalo al fondo di piazza Statuto, dove c'è via Cibrario. O, sull'esempio della Gran Madre, al di là di un ponte sul Po, per esempio in corso Crimea. Ne uscirebbe uno scenario urbano strepitoso. Ma, forse, è proprio quello che si voleva evitare. Anche lo straordinario, qui, deve rispettare le regole. Rivoluzionari, visionari, ma con i documenti concessi e vidimati dalle Competenti Autorità. E non è una battuta: i capi di una delle pochissime rivolte torinesi, quella del 1821, non si accordarono con l'erede al trono prima di insorgere?”

 

Il campanile di Faà di Bruno

 

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Nel pieno corso della “guerra dei simboli”, degli architetti cattolici contro gli architetti anticlericali, il beato Francesco Faà di Bruno costruì una chiesa di cui diresse i lavori giorno per giorno, come una sorta di sfida alle leggi della fisica, come un capolavoro di ingegneria, per dimostrare che i credenti, per giunta intransigenti come lui, non erano affatto inferiori agli anticlericali quanto a modernità e abilità tecnica.

Alla sommità del vertiginoso campanile, che ha l'aspetto di una matita gigantesca, la cuspide è sormontata dalla statua in bronzo di un San Michele Arcangelo di cinque metri che, con la tromba, annuncia ai torinesi la fine del mondo, l'Apocalisse, e la convocazione al giudizio universale. Come diceva una voce tramandata dai vecchi del quartiere, succede talvolta che un certo vento, soffiando dentro quella tromba, ne tragga suoni inquietanti, quasi avvertimenti escatologici. O, più prosaicamente, un avviso di tempesta imminente, tanto che gli ambulanti, nel mercato della non lontana piazza Barcellona, udendo quel suono smontano i loro banchi.