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100 COSE DA SAPERE SU NUTRIZIONE, SALUTE, IGIENE E BELLEZZA

 

 

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INDICE

 

  Quali sono le cose importanti da sapere sulle ossa e la loro salute? Come posso prevenire l'osteoporosi? Cosa devo mangiare per rafforzare lo scheletro?

  I consigli di Franco Berrino (medico, epidemiologo, patologo, direttore del Dipartimento di Medicina Preventiva e Predittiva dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano) per prevenire l'osteoporosi.

  La vitamina D e il metabolismo del calcio. Quanto sole dobbiamo prendere?

  Le fonti migliori di vitamina K2 per le vostre ossa tra gli alimenti

  Ho la scoliosi: devo andare in palestra a fare ginnastica correttiva e continuare a frequentarla per tutta la vita?

  Come posso mantenermi in forma e rinforzare la mia schiena con 20 minuti al giorno di ginnastica con i piccoli pesi?

  Allarmi e allarmismi: una lista aggiornata

  Controinformazione: bufale che ci propinano riviste, industrie farmaceutiche e operatori sanitari

  Una maratona vegana di soli 20 giorni integrata con capsule di omega-3 per vedere se per voi il China Study funziona: i risultati potrebbero sbalordirvi, e darvi la spinta (senza esagerare né abbracciare il veganesimo) a fare qualche correzione alla vostra dieta abituale.

  Fibrillazione atriale e ictus ischemico. Nella sola Unione Europea si verificano più di un milione di casi di ictus ogni anno, e l'ictus è la seconda causa di morte a livello mondiale. E la fibrillazione atriale è una delle cause meno note di ictus.

  E' provato: l'alcol nell'adolescenza distrugge il cervello

  Quali consigli dà il libro La dieta della longevità di Valerio Longo?

  La dieta paleolitica e le malattie da civilizzazione spiegate dal famoso biologo Jared Diamond

  Lo sport allunga la vita?

  Marco Lanzetta, La dieta anti-artrosi

  Una super-dieta mediterranea (la dieta dell’isola di Creta): la Omega-Diet della dott.ssa Artemis Simopoulos

  Perché mangiamo i grassi sbagliati

  Le 6 tappe fatali nella genesi di un attacco cardiaco e come possiamo fare per evitarle

  Cibo per il pensiero: la sorprendente connessione tra grasso nella dieta, intelligenza, disordini mentali e umore.

  Le malattie autoimmuni e infiammatorie croniche e il ruolo preventivo e curativo degli antiossidanti e degli acidi grassi

  Stampante wireless per la vostra salute

  La temperatura notturna della stanza da letto

  Umidificatore ad ultrasuoni? Leggi prima qui

  Una valida alternativa all’acqua in bottiglia dei supermercati

  Alcol da pasticceria e ammoniaca: due detergenti straordinari, non tossici e poco usati

  Trucchi di magia: cuocere il riso integrale dedicando 180 secondi alla preparazione, poi andare a guardare la televisione in attesa di scodellarlo.

  Mantenete le stanze di malati, anziani o neonati a temperatura controllata utilizzando il termosifoncino elettrico e un gadget poco noto.

  Tapis roulant e palestra domestica

  Una piazza e mezza per un sonno più confortevole

  Un condizionatore d’aria per l’estate? Alla larga da quelli portatili, scegliete quelli split

  Kitchen Safe e i suoi fratelli: qualcosa che potrebbe interessarvi per tenere sotto controllo le vostre abitudini sbagliate

  Integratori alimentari: perché vi conviene assumere giornalmente e far assumere ai vostri bambini un integratore di vitamine e minerali e lasciar perdere chi vi dice che è inutile e persino dannoso.

  Cos'è la "restrizione calorica"? E' vero che recenti studi scientifici mostrano che può allungare la vita fino a 120 anni?

  Traduzione della voce “calorie restriction” da Wikipedia

  Leggere eccessivamente, come Giacomo Leopardi, rovina la vista? Cosa devo fare per preservare la vista?

  Qual è l'illuminazione ottimale per leggere? Leggere con la luce bassa fa male agli occhi?

  Qual è il miglior sistema di illuminazione per la casa e lo studio disponibile sul mercato?

  Gli occhi mi si arrossano per la lettura. Quali accorgimenti posso usare e quale medicinale utilizzare?

  E' preferibile acquistare il farmaco generico, oppure quello originale?

  Consumare soia? In che forma? In che quantità? Alcune cose che dovete sapere prima di prendere la vostra decisione.

  Il problema dei fattori antinutrizionali nei vegetali, in particolare il problema dei fitati. Occorre rinunciare ai cereali integrali e alla soia?

  Leggiamo su libri e riviste che ogni giorno assumiamo con frutta e verdura una micidiale quantità di pesticidi (prodotti contro parassiti ed insetti). Quali rischi corro? Devo passare ai prodotti biologici?

  Mangiare cibi "bio" è meglio? Dovrei passare al biologico?

  Gli alimenti biologici nutrono di più?

  Abbronzarsi è consigliabile? Cosa devo fare per mantenere la pelle del volto e delle mani senza le macchie dell'età?

  Dove trovo i grassi omega-3 che fanno bene per la salute?

  Come devo fare la spesa per risparmiare?

  Perché mi converrebbe acquistare farmaci via internet in Inghilterra?

  Come procurarsi vitamina C di qualità ad un costo cinque volte inferiore a quello della farmacia

  Un'aspirina al giorno toglie il cardiologo di torno ... e riduce della metà il rischio di tumori ereditari.

  Dopo i 50 anni è opportuno assumere una aspirina al giorno per migliorare la circolazione e prevenire infarto e ictus?

  Quali sono i rischi e le controindicazioni della assunzione regolare di una aspirina cardio da 75 mg al giorno?

  L'aspirina cardio è acquistabile solo su ricetta medica. Dove posso trovare una aspirina in compresse gastroresistenti, acquistabile liberamente?

  Di quanto andrebbe limitato il consumo di sale? Il sale fa male solo agli ipertesi o ha altre controindicazioni?

  Di quante proteine giornaliere abbiamo bisogno?

  E' meglio il Parmigiano o il Grana Padano?

  Cosa dice in sintesi il famoso China Study di cui ho sentito tanto parlare e discutere? Dove posso trovare online il testo italiano?

  Qual è la marca di the verde deteinato col metodo più naturale e meno nocivo per la salute?

  Le abitudini alimentari raccomandate dal New York Times per arrivare a 100 anni

  Se l’indice di massa corporea (IMC) della vostra obesità supera il valore di 30 potreste non riuscire più a perdere peso.

  Abbandonate la dieta a base di carne e sostituitela con una a base di pesce

  Quale pesce comprano per la propria famiglia i ricercatori dell’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione? Lasciate stare il pescespada e passate al pesce azzurro: un vero tesoro nutritivo ad un prezzo incredibilmente basso.

  Quali caratteristiche dovete cercare sull’etichetta di un olio di oliva allo scopo di effettuare il migliore acquisto?

  Uova arricchite con omega-3: fanno bene?

  Le virtù delle uova

  Quante uova posso mangiare a settimana? Troppe uova fanno male? E' vero che contengono colesterolo? C'è pericolo di salmonelle nelle uova?

  Cos'è la "frittata proteica" di uova, di cui parlano alcuni libri di dietologia? E' più sana?

  Quali sono le malattie a trasmissione sessuale meno note e più sottovalutate?

  Tè verde o tè nero?

  Partite per una vacanza in un paese tropicale? Ecco alcuni avvertimenti ed elementari regole di igiene.

  Raccomandazioni per l'igiene di tutti i giorni allo scopo di evitare il contagio da germi.

  Esiste un farmaco che mi consente di "smaltire" le calorie dovute ad una occasionale eccessiva ingestione di grassi?

  Qual è il miglior preparato per prevenire la caduta dei capelli?

  Cosa fa realmente la caffeina al nostro cervello?

  Perché è sconsigliabilissimo acquistare occhiali da sole di bassa qualità o, peggio ancora, da un venditore abusivo?

  Zucchero  e cervello.

  E se il nostro micio ospitasse un parassita che ci induce al suicidio?

  Ho l'herpes labiale. C'è un medicinale per farlo andar via?

  Alla larga dagli antiacidi pericolosi: usiamo il rimedio della nonna.

  Iperico contro la depressione? Ma stiamo attenti agli occhi.

  Un medicinale da portare sempre con sé, che vi salva la vita nel 60% dei casi di attacco cardiaco.

  Sgranocchiate le arachidi intere ma state alla larga dal burro di arachidi di qualità scadente: l’aflatossina è in agguato, e può contaminare anche mais, granaglie, soia, caffè, latte, e altri semi oleosi il cui processo di coltura, raccolta, stoccaggio e conservazione non sono stati effettuati correttamente.

  Il caffè fa male al cuore? Quali sono i danni del caffè?

  Devo mangiare uova da allevamenti a terra?

  Esiste un semplice elenco di consigli per dimagrire e rimanere magri?

  Esiste un buon blog di dietologia su internet che potrei guardare ?

  Cos'è che può danneggiare seriamente i denti, oltre gli zuccheri?

  Devo stare attento a non acquistare cibi provenienti da organismi geneticamente modificati?

  Esiste un elenco di cibi per i quali c'è un rischio maggiore di inquinamento?

  Oggi va di moda fare il "runner", persone che corrono da dieci a venti chilometri al giorno e dicono di stare benissimo. Fare molta attività fisica è consigliabile?

  Quanta attività fisica devo fare giornalmente per rimanere in buona salute?

  Qual è il miglior insaccato?

  Quali sono le migliori fonti di fibre?

  Cos'è la terapia delle "megativamine", proposta dal premio Nobel Linus Pauling?

  Cosa fare in caso di influenza? Come posso evitare di ammalarmi troppo spesso di malattie da raffreddamento? La vitamina C è efficace contro il raffreddore e l'influenza?

  Dove posso trovare tabelle che mi informino sul valore degli alimenti e sul loro contenuto calorico e vitaminico?

  La psicoterapia serve?

  Cosa sono gli "zuccheri semplici" e perché dovrei evitarli?

  Qual è la nutrizione migliore per il cervello?

  I 10 effetti negativi della pornografia sulla vostra psiche, il vostro matrimonio e la vostra vita sessuale

  I 18 effetti negativi del sesso fine a se stesso sulla vostra psiche, la vostra salute e la vostra vita di relazione.

  Quali sono le principali e più gravi malattie a trasmissione sessuale? Cosa posso fare per evitarle? Quali sono le vaccinazioni e gli accorgimenti più importanti?

  Fate trekking nei boschi? Attenti alle zecche e al temibile morbo di Lyme

  Non fissate troppo a lungo e troppo da vicino le telecamere di sorveglianza e i rivelatori dei sistemi di allarme.

  Perché l’allattamento al seno è assolutamente preferibile al latte artificiale.

  Mangiate carote ma vi state accorgendo di non trarne alcun beneficio? Ecco i due errori che vi impediscono di trarne vantaggio

  Mangiate tantissime arance? Fate attenzione, se siete predisposti ai calcoli renali.

  Assumete capsule di omega-3? Avete controllato se il prodotto è stato sottoposto a microfiltrazione?

  Quali sono i pericoli del pesce crudo o poco cotto?

  Cosa potrei fare per prevenire le emorroidi e le ernie addominali di cui soffre mio padre?

  In caso di urgenza, qual è la miglior sostanza spermicida e antivirale facilmente reperibile per un immediato utilizzo?

  Cosa sono i  grassi idrogenati? Perché devo evitarli a tutti i costi?

  Bere un succo di frutta è la cosa più stupida che possiate fare

  Tre noci al giorno: una abitudine straordinariamente salutare

  Mangiare poco o niente la mattina e mangiare solo qualche frutto o yoghurt fino al pasto serale danneggia il corpo? Un mito da sfatare. Parola di Umberto Veronesi.

  Abbandonate il dannosissimo cioccolato al latte e passate al cioccolato fondente o, meglio ancora, al cacao magro in polvere e ai semi di cacao ricchi di sorprendenti qualità antiossidanti e cardioprotettive.

  I benefici dei cereali integrali secondo Umberto Veronesi

  Gli straordinari benefici delle crucifere

  Se non vuoi diventate diabetico, ragiona come un diabetico.

  Quali controlli medici, poco consigliati, dovrei far fare ai miei figli?

  Quali sono i fattori di rischio cardiovascolare da tenere sotto controllo, e con quali misure?

  Cosa devo fare per prevenire il cancro?

  Qual è la frutta più vitaminica, e quella meno vitaminica?

  Digiunare, per dimagrire o per filosofia di vita, un giorno a settimana, è dannoso per la salute?

  Il digiuno fa bene: un articolo del ricercatore italiano Giuseppe Remuzzi

  Cos'è la "dieta del digiuno" proposta da Umberto Veronesi?

  Sintesi del libro La dieta del digiuno, di Umberto Veronesi

  Bacche e semi che sono considerati “superalimenti”

  Una cena urban style al ristorante

  Succo di pomodoro da bere: un alimento ottimo, ma quasi sconosciuto in italia

  Curcuma e curcumina fanno bene alla salute e al cervello

  Un'insalata con crescione selvatico? No, grazie!

  I benefici di aglio e cipolla

  Quale shampoo dolce per uso giornaliero potrei usare?

  Lana, pile, piumino: quale dei tre tiene più caldo?

  Da cosa è provocata la carie?

  Come dovrei fare l'igiene orale?

  Ci sono dentifrici e colluttori migliori di altri?

  Quali sono i benefici della vitamina C?

  Ci sono sostanze utili da assumere per tutelare la salute mentale?

  Devo evitare del tutto gli psicofarmaci? Devo curare la mia depressione con psicoterapia anziché con psicofarmaci? Quali sono i principali danni provocati dagli psicofarmaci? Esistono sostanze dannose per la salute mentale?

  La vista: un grande dono da preservare

  L'udito: un altro grande dono da preservare

  L'  epatite

  I calcoli: come evitarli

  I coaguli sanguigni possono danneggiare seriamente il vostro cervello

  I radicali liberi sono pericolosi per la salute? Come si formano?

  Il sesso intenso e regolare fa bene alla salute?

  Come ottenere un the deteinato “fatto in casa”?

  Quante volte al giorno fate la doccia col guanto di crine? Alcune cose che dovreste sapere.

  Il test per la fenilchetonuria: un esame indispensabile che può evitare che il cervello del neonato venga danneggiato irreparabilmente in pochissimo tempo da questo temibile difetto genetico nascosto.

  Come determinare se siete obesi o normopeso e i danni dell’obesità.

  Alcuni motivi per cui è irresponsabile imporre ai propri figli un’alimentazione vegana sin dalla nascita ed occorre invece attendere la fine dell’adolescenza

  Si possono aumentare le riserve di vitamina D dell’organismo anche con l’esposizione alle lampade UV dei solarium?

  Avete acquistato olio di germe di grano per le sue “straordinarie qualita”? Utilizzate olio di girasole anziché olio di oliva perché fa bene al cuore? Avete acquistato la famosa margarina di olio di girasole al posto del burro? Ecco qualcosa che dovreste sapere sulla ossidazione degli olii.

  Usate olio di oliva e non olio di semi per friggere il pesce

  Varietà e consumo equilibrato e moderato dei diversi alimenti: un principio fondamentale della dieta

  Quali sono i pericoli di una eccessiva acidità dei tessuti? Hanno ragione i fautori della "dieta alcalina"?

  Disinfettanti per le mani da usare e disinfettanti per le mani da evitare.

  Quali sono gli alimenti particolarmente sconsigliati da Umberto Veronesi, l'autore de La dieta del digiuno?

  Cosa devo pensare delle affermazioni che la carne di maiali magri (i cosiddetti "magroni") è perfettamente comparabile con quella bovina?

  Il glutine: un nemico per la nostra salute?

  Il dibattito sull'olio di pesce: medicina per il cervello o costoso placebo?

  Un nuovo e insospettabile alleato del nostro cervello: la gomma da masticare.

  Un trucco per ingannare il cervello e perdere peso.

  Grassi finti, rotoli di «ciccia» veri.

  Non riesci a dimagrire? Forse è tutta colpa del cervello.

  Perché al cervello non piacciono le bibite light

  Niente paura, la carne non fa male al cervello.

  I reali effetti dell' alcool sul cervello.

  Inconsapevolmente distratti per colpa dell' alcool.

  Ma in un uovo del fast food cosa c'è?

  Due Tylenol, e 1'angoscia esistenziale è solo un brutto ricordo.

  Una festa in casa per pochi intimi: voi e 37 milioni di carissimi amici.

  E se i farmaci ci fornissero una scusa per continuare a mangiare troppo e male?

  Attenti all'effetto placebo: truffe in agguato sullo scaffale della farmacia.

  Credete nell'uguaglianza? Allora non sapete resistere alla cioccolata.

  Un consiglio: non comprate le riviste di moda.

  Rilassati e spendaccioni

  Ho da sempre difficoltà digestive: posso fare qualcosa?

  Cos'è la celiachia? Perché, se ho difficoltà digestive persistenti dovrei fare un esame per l'intolleranza al glutine?

  Ci sono sostanze anti-invecchiamento?

  Un moderato consumo di vino è consigliabile?

  Come è possibile evitare o ritardare l'invecchiamento del cervello? Cos'è il paradosso del "pupazzo nel cervello"?

  Quali sono le malattie da temere di più nella vecchiaia?

  Perché tutti fanno la dieta Dukan? In cosa consiste?

  Quali sono i latticini che dovrei mangiare? Devo continuare ad assumere il latte anche da adulto?

  Ci sono alimenti di pessima qualità che devo evitare?

  Mangiare il fegato fa bene?

  Mangiare le alghe fa bene?

  Cosa devo fare se soffro di insonnia? Devo prendere sonniferi?

  Devo abbandonare la carne e diventare vegetariano? Cosa devo pensare dello stile vegano?

  La soia è un alimento che può sostituire la carne e il pesce? Il latte di soia può sostituire il latte vaccino per i bambini?

  Quali sono le migliori fonti di ferro? Esistono danni da eccessivo consumo di ferro?

  Quali sono i prodotti migliori contro le mialgie, i mal di testa, i mal di gola e simili?

  Esistono medicinali di uso comune che provocano effetti collaterali dannosi importanti?

  E' possibile migliorare la mia intelligenza e la mia memoria? Esistono delle tecniche apposite? Esistono delle sostanze che potenziano memoria e attenzione?

  Cosa devo fare per evitare osteoporosi e malattie legate alla decalcificazione?

  Nei panini, nei biscotti, nei crackers, e in altri alimenti ci sono grassi industriali nocivi? Li posso individuare leggendo le etichette nutrizionali?

  Non usate il talco

  Senilità e alzheimer

  Invecchiamento e sistema immunitario

  Il colesterolo e altri grassi dannosi

  Due persone su dieci, dopo i sessant'anni, divengono gravemente invalide per una emorragia cerebrale (ictus). Cosa posso fare per prevenirlo?

  Gli aromi naturali sono più sani degli aromi artificiali?

  Zucchero, melassa, miele. lo zucchero di canna è migliore dello zucchero raffinato?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quali sono le cose importanti da sapere sulle ossa e la loro salute? Come posso prevenire l'osteoporosi? Cosa devo mangiare per rafforzare lo scheletro?

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Consulta il documento Tutto ciò che c'è da sapere sul calcio e le vostre ossa, in questo sito www.learninsourges.altervista.org

Contiene tutto ciò che c'è da sapere sulle ossa e la loro salute, spiegato con chiarezza e completezza da Robert Heaney, uno dei maggiori esperti mondiali in materia.

 

 

I consigli di Franco Berrino (medico, epidemiologo, patologo, direttore del Dipartimento di Medicina Preventiva e Predittiva dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano) per prevenire l'osteoporosi.

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Ecco una serie di consigli tratti dal recente (2015) libro di Franco Berrino, Il cibo dell'uomo, edito per i tipi della Franco Angeli.

Nel leggere i suoi consigli dovete tenere presente che le sue posizioni sono strettamente vegetariane, e allineate con quelle del China Study: anche se alcuni di noi potrebbero dissentire circa le sue affermazioni sui latticini e sulle fonti alimentari di calcio, la maggior parte dei consigli è tuttavia di sicuro interesse.

 

 

L'osso è vivo, non è una massa inerte di fosfato di calcio, si distrugge e si ricostruisce continuamente, al ritmo di 2-5% per anno. Apparentemente semplici e banali, le nostre ossa hanno una struttura architettonica microscopica meravigliosamente complessa che ne farantisce solidità e leggerezza e anche flessibilità. L'architettura delle ossa si costruisce in risposta agli stimoli meccanici a cui le sottoponiamo. Le ossa degli arti inferiori sono irrobustite soprattutto dalla forza di gravità (il nostro peso), quelle degli arti superiori dal lavoro muscolare, le vertebre dai carichi che portiamo sulle spalle. La causa principale dell'osteoporosi è la vita sedentaria, conla debolezza muscolare che ne consegue. Per ogni mese che passiamo immobilizzati a letto perdiamo il 2% di massa ossea, come gli astronauti che vivono senza gravità.

L'attività delle cellule dell'osso, osteoclasti distruttori e osteoblsti costrutotri, è regolata da numerosi ormoni (ormoni sessuali, ormone della crscita, serotonina, calcitriolo, derivato dalla vitamina D, che aumenta l'assorbimento intetsinale del calcio e la sua deposizione nell'osso; paratormone, ipercalcemizzante, che diminuisce l'escrezione urinaria del calcio, aumenta il riassorbimento osseo e la sintesi di calcitriolo; calcitonina, prodotta dalla toroide, ipocalcemizzante e osteocostruttiva) e da varie sostanze che agiscono sulla differenziazione di osteoblasti e ostoclasti, molto studiate dall'industria interessta a produrre nuovi farmaci. Gli osteoblasti secernono le proteine che costituiscono la matrice dell'osso, che viene poi mineralizzata, e inibiscono l'attività degli osteoclasti attraverso la osteoprotegerina, una proteina la cui sintesi è stimolata dagli estrogeni. Gli ostroclasti degradano la matrice produendo una proteina distruttrice, la catepsina. Vair alimenti influenzano questi processi. A parte gli alimenti ricchi di calcio e di vitamina D, chi consuma quotidianamente cipolle aumenta significativamente la densita minerale delle sue ossa, cibi ricchi di vitamina K, come le verdure verdi e le alghe (vitamina K1) e i prodotti di soia fermentati (vitamina K2) sono associati a minor rischio di fratture, il silicio, di cui sono ricchi i cereali integrali e i fagioli, migliora la matrice dell'osso e ne facilita la mineralizzazoine. Una delle cause più importanti di osteoporosi pare essere l'eccesso di proteine nella dieta. L'osso cede sali di calcio in risposta alla produzione endogena di acidi conseguente al metabolismo delle proteine. Naturalmente il problema non sono le proteine di per sé ma il loro eccesso nella nostra alimentazione quotidiana. Nella coorte EPIC l'incidenza delle fratture del femore aumenta linearmente con il consumo di carne (verosimilmente per l'effetto acidificante delle proteine animali) e diminuisce linearmente con il consumo di verdure (verosimilmente per l'effetto  basificante delle verdure e la ricchezza di calcio di alcune verdure e di vitamina k delle verdure verdi) e non è influenzata né dal consumo di latte né dal consumo di formaggio, alimenti molti ricchi di calcio ma anche di proteine animali. Nella coorte di Framingham l'incidenza della frattura del femore era significativamente inferiorein chi aveva un consujmo elevato di vitamina C, che deriva da frutta e verdura. A livello mondiale l'incidenza di fratture ossee nei vari paesi è fortemente correlata al consumo di proteine animali stimato dalla FAO (r = +0,82) e inversamente correlata al rapporto tra proteine vegetali e animali (r=-0,84).

Le cellule ossee partecipano attivamente al controllo del metabolismo e all'omeostasi, non solo del calcio. L'osteocalcina prodotta dagli osteoblasti aumenta la sensibilità insulinica, la produzione di insulina da parte del pancreas e di adiponectina da parte delle cellule adipose. Il controllo della concentrazione del calcio nel snague è essenziale per il buon funzionamento del cuore e dei muscoli.

L'osteoporosi, la cui prevalenza aumenta drammaticamente ocnl'invecchiamento della popolazone, è un caso esemplare che illustra la deriva dell'industria farmaceutica, sempre più guidata dal profitto e dalla prospettiva di un mercato inesauribile. La nozione stessa di osteopenia (di preosteoporosi), ricalcata su quella di preipertensione, di prediabete, di preobesità, serve a ingigantire il mercato.L'importante è dare l'impressione che i tratamenti farmacologici, sempre più cari, siano più efficaci degli interventi naturali di attività fisica, esposizoine al sole e dieta che da un alto non faccia perdere calcio dalle ossa e dall'altro fornisca una dose sufficiente di calcio e di altre sostanze protettiva.

Il mercato della densitometria ossea è in continua crescita; molt donne in età menopausale si sottopongono a uesto esame ogni anno. È uno strano esame, ben poco affidabile, che si rapporta ad un valore di riferimento molto dubbio, la densità ossea media di donne o uomini giovani, ma la densità ossea dei giovani è diversa in diverse popolazioni, in diverse etnie, e varia molto con la'ttività fisica. Gli specialisti si sono accordati a definire osteoporosi quando la densità  ossea è inferiore di almeno 2,5 errori standard rispetto alla media giovanile (ma già tattano pe carenze inferiori) e osteopenia qunado il valori stanno fra -1 e -2,4. L'altro limite della densitometria è che un osso denso non è di per sé sinonimo di osso robusto. ALcuni trattamenti per l'osteoporosi possono rendere l'osso più denso alla MOC ma in realtà più fragile, ad esempio il fluoro (ora abbandonato) e si sospetta anche lo stronzio (tuttora molto spinto dalla pubblicità, ma probabilmente meno efficace e con più rischi della terapia standard con bifosfonati, anch'essi tuttavia non scevri da rischi). La densitometria non ci dice niente sull'altro importante aspetto dell'osteoporosi, la disorganizzazione della microarchitettura dell'osso. Tant'è che l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha proposto un uestiojnario per la valutazione del rischio di frattura (FRAX, Fracture Risk Assessment Tool) che calcola il rischio di frattura a 10 anni con un'affidabilità ben superiore al MOC. Include anche il valore densitometrico ma dà una discreta valutazione anche in sua assenza. Considerà età, sesso, peso, altezza, precedenti fratture, familiarità per fratture, artrite reumatoide, fumo, alcol, trattamenti cortisonici, altre malattie causa di osteoporosi (endocrine, gastrointestinali, ematologiche, trapianti d'organo). Il concetto di rischio di frttura è più pertinente di quello di osteoporosi. L'osteoporosi non è una maklattia; il fatto che quasi la metà delle donne in menopausa ne sia affetta indica che è una normale condizione fisiologica. Inoltre almeno la metà delle fratture in età anziana si verificano in persone non osteoporotiche. Altri fatttori di rischio importanti sono la sedentarietà, la debolezza muscolare che ne segue, i distrbi della visione o dell'equilibrio che facilitano le cadute. La questione del fabbisogno di calcio è particolarmente illustrativa della sociologia della medicina preventiva. I livelli di assunzione raccomandati sono progressivamente cresciuti da 4-500mg al giorno negli anni '40 fino a 1200 (1500 per le donne in menopausa) alla fine del secolo scorso. Più si raccomandava di aumentare ili calcio nella dieta più aumentava l'osteoporosi (verosimilmente soprattutto per la vita sedentaria e l'aumentato consumo di proteine animali). La somministrazione di integratori di calcio è di dubbia utilità. Lo studio WHI, che ha randomizzato 36.000 donne in età postmenopausale in un gruppo che assumeva calcio carbonato (un grammo al giorno) e vitamina D (400 Unità Internazionali) e in un gruppo che assumeva placebo per 7 anni, non ha riscontrato che una piccola differenza non statisticmaente significativa nell'incidenza di fratture (-4% nei primi sette anni, -5% in 11 anni), mentre ha riscontrato un aumento del 17% dei calcoli renali. Complessivamente, gli studi osservazionali e sperimentali su integratori di calcio non mostrano alcun beneficio sulle fratture. La supplementazione di sali di calcio, inoltre, determina unaumento del 20% circa del rischio di infarto del miocardio e di ictus cerebrale. Al contrario, studi sperimentali mostrano chel'integrazione con 7-800 UI di vitamina D (non con dosi inferiori) è associata a una riduzione di fratture di oltre il 20%.

Che far quindi per prevenire l'osteoporosi? E il suo aggravamento?

 

  Ridurre le proteine, soprattutto le proteine di origine animale (togliere carni, salumi, uova, latte, formaggi. Sì, meglio anche latte e formatti, ma anche i preparati proteici vegetali (seitan, tofu, carni di soia, da consumare solo in piccole porzioni), perché le proteine acidificano e per tamponare l'acidità l'osso cede sali di calcio.

  L'argomento è controverso, perché la carenza di proteine è associata a bassa densità ossea, ma la coorte delle infermiere americane mostra una chiara relazoine tra un consumo elevato di proteine e la frattura del polso.

  Ridurre il sale (che facilita l'eliminazione del calcio con le urine: il consumo elevato di sale è associato a ridotta densità ossea).

  Evitare le bevande zuccherate, sia cola che altre, anch'esse sono acidificanti. Le bevande di cola sono associate a perdita di calcio dalle ossa, verosomilmente per effetto del fosforo che contengono.

  Evitare lo zucchero (acidificante, associato a una maggiore eliminazione del calcio con l'urina).

  Aumentare il contenuto di calcio nella dieta:

-   Usare gomasio (10 cucchiaini colmi di sesamo tostato + 1 cucchiaino raso di sale tostato da far penetrare nei semi di sesamo lavorandolo con il pestello nel suribachi) al posto del sale per condire insalate, cereali, pasta.

-   Usare il sesamo in cucina (per pane, biscotti, salse)

-   Usare le mandorle, da sole, nei dolci,nella crema di riso.

-   Consumare legumi (specie soia, fagioli e ceci), cavoli, broccoli, alghe (kombu per ammollare i legumi, wakame per la zuppa di miso, hijiki, arame), erbe e semi aromatici (rosmarino, cumino), pesce (zuppa di pesce magro con carota e cipolla, senza sale in pentola a pressione per 45-60 minuti, filtrare e aggiungere qualche goccia di tamari o shoyu).

  Assicurarsi di assumere provitamina D nella dieta, che viene poi attivata dall'esposizione della pelle al sole e da ulteriori trasformazioni nel fegato e nel rene. La provitamina D3 è di provenienza animale: latticini, rosso d'uovo, fegato di pesce (olio di fegato di merluzzo nei mesi invernali). La provitamina D2 è di provenienza vegetale (ergosterolo che viene trasformato in ergo caociferolo dalle radiazioni ultraviolette): si trova nei funghi, in particolare nei funghi shiitake (lentinus edodes), e in oli di semi spremuti a freddo. Può essere indicato assumere 700-800 UI (unità internazionali) al giorno da integratori

  Non bere caffè né tè ai pasti e dopo pranzo (eccetto il kukicha, che praticamente non ha teina), perché la caffeina impedisce l'0assorbimento intestinale del calcio.

  Moderare il consumo di vitamina A (ne sono molto ricche il fegato e i latticini) e evitare gli integratori con vitamina A preformata (meglio assumerla sotto forma del suo precursore - il beta carotene - vegetale).

  Evitare integratori di calcio senza vitamina D, che possono aumentare il rischio di fratture e di infarto

  Consumare verdure verdi quotidianamente. Nella coorte dele infermiere americane chi mangia una porzione di verdure verdi ogni giorno dimezza il rischio di fratture dell'anca rispetto a chi me mangia solo una porzione alla settimana. Le coorti di Framingham e di EPIC confermano la protezione da vitamina K e da verdure. Non sono consigliati però gli spinaci, il cui elevato contenuto di acido ossalico si combina con il calcio e ne ostacola l'assorbimento.

  Consumare cipolle quotidianamente, meglio cotte. Studi recenti hanno dimostrato che favoriscono l'impiego del calcio per formare gli osteociti.

  Aumentare il consumo di verdure e in generale di cibi di provenienza vegetale. Più studi sulla relazione dello stile alimentare con l'incidenza di fratture hanno evidenziato protezione da uno stile caratterizzato da frutta, verdura e cereali integrali o, in oriente, frutta, verdura, noci, soia, alghe, funghi, e rischio da uno stile con patatine, carni, bevande zuccherate e dessert. Nello studio EPIC troviamo che l'incidenza di fratture dell'anca diminuisce con l'aumentare del punteggio di dieta mediterranea (-7% per ogni punto su un totale di 10 punti).

  Prendere sole: passeggiate quotidiane al sole con braccia e gambe scoperte, per le donne meglio usare la gonna che i pantaloni.

  Fare attività fisica:

-   passeggiate con lo zaino (meglio non correre per evitare traumi alle vertebre), specie in salita;

-   ginnastica con pesi o elastici, bicicletta, tennis, ballo (il nuovo fa bene in generale ma non serve per le ossa perché galleggiando non si esercita un peso sullo scheletro);

-   Meglio associare diverse attività per irrobustire i diversi distretti ossei.

  Non fumare: uno studio su gemelli identici ha mostrato che il gemello che fuma ha un rischio di fratture del 40% superiore a quello che non fuma.

 

 

La vitamina D e il metabolismo del calcio. Quanto sole dobbiamo prendere?

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Nonostante parte della vitamina D all’interno del nostro organismo possa provenire dal cibo, di solito otteniamo tutta quella che ci occorre esponendoci qualche ora alla settimana alla luce del sole. In realtà è la nostra facoltà di produrre la vitamina D che ci fa dire che non si tratta di una vitamina, ma di un ormone (ossia una sostanza prodotta in una parte del corpo che però funziona in un’altra). I raggi UV del sole sintetizzano la vitamina D a partire da un precursore chimico presente nella pelle. Se ci esponiamo sufficientemente alla luce del sole, otteniamo tutta la vitamina D di cui abbiamo bisogno; ovviamente la possiamo trovare anche nel latte arricchito, in certi oli di pesce e in determinati integratori alimentari. La vitamina D sintetizzata nella pelle arriva poi nel fegato, dove un enzima la converte in un metabolita della vitamina stessa, il cui compito principale consiste nel fungere da deposito corporeo di questa vitamina (depositandosi soprattutto nel fegato, ma anche nel grasso corporeo). Il passo successivo è quello decisivo: in caso di necessità, parte di questa vitamina. D depositata nel fegato viene trasportata ai reni, dove un altro enzima la converte in un metabolita superattivo della vitamina D, chiamato 1,25 D. Il ritmo al quale la forma di deposito della vitamina D viene convertita nell’1,25 D superattivo è una reazione cruciale all’interno di questa rete. E' il metabolita 1,25 D a compiere la maggior parte dell’importante lavoro svolto dalla vitamina D nel corpo umano. Questo 1,25 D superattivo è circa mille volte più attivo della vitamina D immagazzinata, e una volta prodotto sopravvive solo per 6-8 ore. La nostra riserva di vitamina D invece sopravvive per venti o più giorni. Questo dimostra un importante principio, tipico di questo genere di reti: l’attività di gran lunga maggiore, la durata di vita di gran lunga minore e le quantità molto inferiori del prodotto finale 1,25 D danno origine a un sistema molto reattivo in cui l’l,25 D può rapidamente adattare la propria attività minuto per minuto e microsecondo per microsecondo fintanto che c’è una riserva sufficiente di vitamina D da cui attingere. Nel giro di poco tempo possono verificarsi piccoli cambiamenti che fanno una grande differenza. Il rapporto fra la vitamina D immagazzinata e l’l,25 D superattivo è paragonabile al possesso di un grande serbatoio di gas naturale sotterrato in giardino (la riserva di vitamina D), di cui però si usa con ogni cautela solo una minuscola quantità per accendere il fornello della propria cucina. E' di fondamentale importanza che la quantità di gas (1,25 D) e il momento del suo arrivo al fornello siano accuratamente regolati, indipendentemente da quanto gas possa esserci nel serbatoio, poco o tanto. E' tuttavia utile mantenere una scorta adeguata nel nostro serbatoio, come è essenziale che in questa reazione l’enzima renale abbia per così dire un tocco delicato e sensibile, così da produrre la giusta quantità di 1,25 D al momento giusto per il suo importantissimo lavoro. Una delle funzioni più importanti svolte dalla vitamina D, principalmente me­ diante la sua trasformazione nell’1,25 D superattivo, consiste nel controllare lo sviluppo di una gran varietà di gravi malattie. Per questioni di semplicità, questo processo viene rappresentato schematicamente mostrando l’inibizione della conversione di tessuto sano in tessuto malato da parte dell’1,25 D. Fin qui possiamo vedere come un’adeguata esposizione alla luce del sole garantisca una riserva sufficiente di vitamina D, impedendo così che le cellule si ammalino. Questo lascia intendere che certe malattie possano essere più comuni dove il sole splende di meno, nei paesi più vicini ai poli. In realtà esistono le prove di questo fenomeno, e più precisamente possiamo dire che nell'emìsfero boreale le comunità che vivono più a nord tendono a soffrire maggiormente dì diabete di tipo 1, di sclerosi multipla, di artrite reumatoide, di osteoporosi, di cancro al seno, alla prostata e al colon, oltre che di altre malattie. Da ottant’anni i ricercatori sanno per esempio che la sclerosi multipla è in relazione con l’aumento di latitudine. Man mano che ci si allontana dall’equatore c’è un’enorme differenza nell’incidenza di sclerosi multipla, che è infatti cento volte più diffusa all’estremo nord che all’equatore. Analogamente, in Australia c’è meno luce solare e maggior incidenza di sclerosi multipla man mano che si va a sud (r = 91%). La SM è circa sette volte più diffusa nell’Australia del sud (43°S) che in quella del nord (19°S). La mancanza di sole non è comunque l’unico fattore collegato con queste malattie. Esiste un contesto più ampio e i primi elementi da notare sono il controllo e la coordinazione di queste reazioni collegate con la vitamina D. Il controllo avviene in diversi punti della rete ma, come già detto, è la trasformazione della riserva di vitamina D nell’1,25 D superattivo nei reni a essere particolarmente importante. Questo controllo è esercitato in misura considerevole da un’altra rete complessa di reazioni, nella quale entra in azione un ormone con funzioni “manageriali” prodotto dalla paratiroide, una ghiandola situata nel collo. Quando per esempio abbiamo bisogno di una maggiore quantità di 1,25 D, l’ormone paratiroideo stimola l’attività enzimatica renale a produrne di più. Quando c’è sufficiente 1,25 D, l’ormone paratiroideo rallenta l’attività enzimatica renale. Nel giro di secondi l’ormone paratiroideo gestisce la quantità di 1,25 D che dev’essere presente in ogni momento e in ogni parte dell’organismo. Questo ormone agisce anche da conduttore in svariati altri punti della rete: consapevole del ruolo di ciascun elemento della sua “orchestra”, coordina, controlla e armonizza queste reazioni come farebbe il direttore di un’orchestra sinfonica. In condizioni ottimali è sufficiente l’esposizione alla luce del sole per fornirci tutta la vitamina D di cui abbiamo bisogno per produrre l’importantissimo 1,25 D al momento giusto. Perfino le persone anziane, che non sono in grado di produrre la stessa quantità di vitamina D a partire dalla luce del sole, non devono preoccuparsi del fatto che ci sia abbastanza sole. Ma quant’è “abbastanza”? Se sapete quanto sole vi provoca un leggero arrossamento della pelle, un quarto di quella quantità due o tre volte alla settimana è più che sufficiente per soddisfare il vostro fabbisogno di vitamina D e farvene immagazzinare un po’ nel fegato e nel grasso corporeo. Se la pelle si arrossa dopo una mezz’oretta di esposizione al sole, allora dieci minuti tre volte alla settimana saranno sufficienti per ottenere vitamina D in abbondanza. Nel caso in cui non si stia abbastanza alla luce del sole, può essere utile assumere la vitamina D con l’alimentazione. Quasi tutta la vitamina D contenuta nella nostra dieta è stata aggiunta artificialmente ad alimenti quali il latte e i cereali da colazione. Insieme agli integratori vitaminici, questa quantità di vitamina D può essere piuttosto significativa e, in determinate circostanze, questa pratica si dimostra salutare. In questo schema, la luce del sole e l’ormone paratiroideo cooperano in perfetta coordinazione affinché il sistema funzioni senza intoppi, sia riempiendo il nostro serbatoio di vitamina D, sia aiutandoci a produrre di momento in momento l’esatta dose di 1,25 D di cui abbiamo bisogno. Se si deve scegliere se ottenere la vitamina D dalla luce solare o dal cibo, la prima opzione è di gran lunga la più sensata.

 

 

Ho la scoliosi: devo andare in palestra a fare ginnastica correttiva e continuare a frequentarla per tutta la vita?

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La ginnastica correttiva per la scoliosi non corregge proprio niente, se non il conto in banca del gestore della palestra, ritoccandolo al rialzo. In realtà la scoliosi ha fattori ereditari e cause che rimangono ancora in gran parte poco studiate, e ben poco possono su di essa la palestra e gli esercizi correttivi.

Questo è stato confidato a chi scrive da un bravissimo ortopedico, sovente consultato dai Tribunali per perizie sull'attività dei colleghi.

Non si equivochi quel che qui stiamo dicendo: andare in palestra a fare ginnastica per la schiena, per mantenerla tonica e prevenire le malattie della colonna vertebrale è un'ottima abitudine, ma andrebbe osservata da tutti. Coloro che sono affetti da scoliosi non dovrebbero fare cose diverse dal frequentare una normale palestra dove svolgere i normali esercizi per la schiena, senza le esagerazioni dei culturisti.

E' tra l'altro falso il pregiudizio che una colonna vertebrale curvata sia estremamente fragile, necessiti di manutenzione continua e non tolleri il sollevamento del minimo peso. In realtà, sin dalla età più tenera, il sistema osseo si adatta alla posizione anomala, sviluppando una resistenza sorprendente e una capacità di sollevare pesi ragionevoli pressoché equivalente a quella di un individuo normale.

 

 

Come posso mantenermi in forma e rinforzare la mia schiena con 20 minuti al giorno di ginnastica con i piccoli pesi?

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La ginnastica con manubri leggeri (1-2 kg) può sostituire completamente la palestra e mantenere il vostro fisico tonico e persino sviluppare la vostra muscolatura con non più di 20 minuti al giorno di esercizi.

Consulta il documento Mantenetevi in forma esercitandovi con i piccoli pesi in questo sito www.learningsources.altervista.org

Gli esercizi proposti sono quelli consigliati dall’esperto trainer americano Myatt Murphy.

 

 

Allarmi e allarmismi: una lista aggiornata

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Quella che segue è una lista – per ora incompleta – di allarmi medici lanciati recentemente su media, blog, forum e libri dedicati alla nutrizione e alla salute.

Molte notizie sono riportate solo per dovere di cronaca e senza commento, perché a giudizio di chi scrive non è ancora chiaro se si tratti di un reale allarme o di puro allarmismo.

Il pallino rosso segnala che si tratta di notizie su cui chi scrive non prende posizione.

  La Nutella Ferrero contiene come ingrediente l’olio di palma (visitare il sito ufficiale www.ferrero.it per credere: vi sono elencati gli ingredienti), che è un olio tropicale dannoso per la salute delle arterie.

  La dieta vegana, cioè vegetariana stretta senza prodotti animali, carne, pesce, latticini, crea carenze più o meno gravi di ferro, calcio, vitamina D, vitamina E, vitamina K, vitamine del gruppo B. Leggete in questo documento l'articolo: "Alcuni motivi per cui è irresponsabile imporre una dieta vegana ai propri bambini".

  Lo stearato di magnesio, un eccipiente usato in pressoché tutti i medicinali e gli integratori in compresse è dannoso la pelle, il fegato e il per il sistema immunitario (in alcuni studi l’acido stearico distrugge i linfociti T provocando il collasso della integrità della membrana cellulare), forma un film (sottile strato) lipidico che riduce notevolmente l’assorbimento intestinale delle vitamine contenute nella compressa; contiene acido stearico ricavato da oli pesantemente inquinati da pesticidi. Inoltre, in campioni di magnesio stearato sfuso destinato alle industrie farmaceutiche si sono trovate tracce di Bisfenolo, idrossido di calcio, e Irganox-10, composti tossici legati al suo ciclo produttivo e alla incompleta pulizia dei macchinari utilizzati.

  Il parassita della toxoplasmosi è facilmente trasmesso dai gatti al cervello dell’uomo mediante le loro feci, e recenti studi statistici, da approfondire, indicano che può influire sul comportamento umano.

  Anche chi consuma molti insaccati e carne poco cotta è a rischio toxoplasmosi, anche più di chi è a contatto con le feci di gatti

  L’anestesia totale, in soggetti di età superiore a 70 anni, può provocare una perdita più o meno marcata e irreversibile delle facoltà mentali. Una delle ipotesi che si sono avanzate è che l’anestetico rallenta la respirazione e il battito cardiaco, e quindi anche la circolazione sanguigna, provocando un deficit di ossigeno che danneggia le cellule cerebrali. Due parenti di chi scrive hanno subito rispettivamente una operazione alla prostata e una operazione all’anca in anestesia totale, e da quel momento hanno mostrato chiari segni di deterioramento mentale, tra cui difficoltà a riconoscere i parenti prossimi e incapacità di tenere la contabilità e gli affari di famiglia.

  Attenti: il morbo di Lyme è arrivato anche in Italia

Clicca qui per vedere l’articolo relativo.

  Mangiate tantissime arance? Fate attenzione se siete predisposto ai calcoli renali

Clicca qui per vedere l’articolo relativo.

  Un nuovo parassita dei pesci può contagiare l’uomo

Clicca qui per vedere l’articolo relativo

  L’iperico, un’erba i cui estratti sono usati per la cura naturale della depressione, potrebbe danneggiare la vista

Clicca qui per vedere l’articolo relativo

  L’aspirina potrebbe favorire lo sviluppo del glaucoma

  Molti antiacidi in commercio contengono alluminio, una pericolosissima neurotossina

  Gli hamburger di soia potrebbero contenere alti livelli di alluminio tossico, come residuo del processo di estrazione delle proteine della soia. La maggior parte degli hamburger di soia sono prodotti a partire dalle proteine isolate della soia. Mangiarli è come mangiare polvere proteica per culturisti, con quel che ne consegue per fegato e reni non perfettamente a posto. Inoltre le loro proteine sono degradate dal processo produttivo e di scarso valore biologico.

Clicca qui per vedere l’articolo sulla soia.

  L’aspartame utilizzato in tutte le bevande light è un potente cancerogeno. Ricercatori hanno rivisto gli studi che ne dimostrerebbero la innocuità e hanno trovato grossolani errori di interpretazione. In realtà gli animali di laboratorio sviluppavano tumori di dimensioni impressionanti.

  La vitamina C (acido ascorbico) in compresse masticabili può danneggiare i denti, perché l’acido ascorbico intacca lo smalto.

  I bifosfonati, i farmaci che vengono prescritti a soggetti a rischio di osteoporosi quando la somministrazione di vitamina D non si dimostra sufficiente, hanno effetti collaterali pesanti, tra cui il rischio di necrosi delle ossa della mascella con effetto sfigurante. Inoltre, anche se aumentano la densità ossea, sembra aumentino il rischio di fratture ossee (che è il pericolo maggiore in soggetti a rischio di osteoporosi)

  Assumere supplementi di calcio per prevenire o curare l’osteoporosi può aumentare il rischio di calcificazione delle arterie, a meno che il calcio non sia assunto insieme a dosi di vitamina K2

  Assumere supplementi di vitamina D potrebbe rivelarsi inutile. La vitamina D dovrebbe essere presa nella sua forma attiva, quella D3 e mai senza vitamina A.

  Il warfarin, un medicinale per abbassare la pressione, depaupera le riserve di vitamina K2 dell’organismo e può provocare in questo modo calcificazione delle arterie

  L’uso di Viagra, Cialis o Levitra può provocare in una percentuale di pazienti perdita parziale o totale dell’udito. In una minoranza di questi casi la perdita è stata immediata (dopo una sola assunzione) e irreversibile.

  Una dieta ricca di cereali integrali può provocare, a causa dei fitati, composti antinutrienti contenuti nei vegetali, malassorbimento di calcio, magnesio, zinco e altri importanti minerali

  Bere una quantità sproporzionata di acqua o the al giorno può depauperare l’organismo di potassio e altri sali minerali.

  Tutti i dentifrici in commercio contengono potenti acidi aggiunti per “sbiancare” i denti dal tartaro, che aggrediscono lo smalto facendo sì che soggetti che usano troppo spesso e male il dentifricio (principalmente sulla superficie laterale dei denti invece che sul colletto e sulla corona – la superficie orizzontale) rischiano di rimuovere lo smalto e rendere i propri denti marroni.

  Il fluoro contenuto nei dentifrici è un elemento chimico terribilmente tossico per il sistema immunitario umano. Utilizzate solo piccole quantità di dentifricio – quelle strettamente necessarie – e controllate che i vostri bambini si sciacquino accuratamente i denti al termine della pulizia e soprattutto che non inghiottano dentifricio durante la pulizia.

  Le piantagioni di tabacco vengono fertilizzate con concimi ricavati dal minerale di apatite, che è lievemente radioattivo. I fumatori accaniti si procurano in un anno radiazioni equivalenti a quelle di parecchie radiografie.

  Il consumo giornaliero di carne rossa può provocare ipertrofia prostatica e costringervi ad operarvi alla prostata entro i settant’anni. Questo perché è risultato praticamente impossibile stroncare la pratica degli allevatori di somministrare testosterone ai vitelli per aumentarne la massa muscolare e la velocità di crescita, malgrado la legislazione europea lo vieti. Negli USA e in paesi extraeuropei questa pratica non è neanche vietata. L’azione ipertrofizzante del testosterone sulla prostata è meno nota di quella cancerogena, ma non meno preoccupante.

  Le trote di allevamento e altri pesci allevati col sistema della piscicoltura sono pieni di antibiotici.

  La cuticola del riso integrale è un vero e proprio magnete per l'arsenico, e il consumo di tale alimento rischia di danneggiarvi seriamente.

  I latticini (e le proteine) decalcificano lo scheletro.

Il prof. Colin Campbell, autore del China Study, afferma nel suo famoso libro che l'assunzione di importanti quantità di latticini, come pure una dieta in cui le proteine siano superiori al 10%, soprattutto se di origine animale, può comportare decalcificazione dello scheletro perché, per mantenere il ph di sangue e tessuti entro un range molto stretto l'organismo interviene immediatamente e "scioglie" una parte delle ossa per ottenere carbonati che fanno da tampone all'eccessiva acidità.

Lo stesso afferma Franco Berrino, direttore dell'Istituto Milanese dei Tumori in suo recente libro, Il cibo dell'uomo.

  "La caseina del latte è il singolo fattore favorente del cancro più importante trovato sinora" (Colin Campbell). Ergo: niente latticini.

  La fibrillazione atriale è una causa poco conosciuta di ictus ischemico, il cui rischio, a causa di questo disturbo cardiaco, aumenta di cinque volte. La fibrillazione delle camere superiori del cuore (gli atri) ne provoca una insufficiente contrazione, che può provocare un ristagno di sangue nel cuore e la formazione di coaguli che possono arrivare fino al cervello, occludendo un'arteria cerebrale ristretta e procurando l'ictus.

Si stima che circa il 20% delle persone che soffrono di fibrillazione atriale abbia un ictus.

A partire da una certa età (60 anni) sono consigliabili esami (in particolare l'holter cardiaco: il monitoraggio per 24 ore dell'attività elettrica del cuore) per individuare la presenza di questo insidioso disturbo.

Vedi in questo documento l'articolo "Fibrillazione atriale e ictus ischemico".

  Recenti studi mostrano che la coca-cola, oltre a sciogliere lo smalto dei denti, provoca anche perdita di calcio dalle ossa. I due effetti (corrosione dello smalto e decalcificazione) sono verosimilmente legati all'acido fosforico, che è un ingrediente della bevanda.

  Non fumate: uno studio su gemelli identici ha mostrato che il gemello che fuma ha un rischio di fratture del 40% superiore a quello che non fuma.

 

 

to be continued

 

 

Controinformazione: bufale che vi propinano industrie farmaceutiche, riviste e operatori sanitari

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Non tutte le affermazioni in cui potreste imbattervi su media, blog e siti internet dedicati all'alimentazione o addirittura che potreste sentirvi dire da un operatore sanitario sono in realtà condivise da tutti. Ecco una lista di notizie sulle quali dovreste informarvi maggiormente o che dovreste guardare con sano scetticismo.

Molte notizie sono riportate solo per dovere di cronaca e senza commento, perché a giudizio di chi scrive non è ancora chiaro se le obiezioni alla loro validità siano solide oppure tendenziose: a questo scopo, il pallino rosso segnala che si tratta di notizie su cui chi scrive non prende posizione.

 

  "Mangiate tre porzioni di salmone a settimana per fare il pieno di grassi omega-3"

La maggior parte del salmone è di allevamento, e quindi non mangia il plancton, che è l'alimento da cui i pesci grassi traggono gli omega-3, quindi è estremamente povero di omega-3.

Inoltre, e per la gioia del vostro portafoglio, il pesce che contiene più omega-3 non è il salmone selvatico, che ne contiene solo 2,08 grammi ogni 100 grammi di prodotto, contro i ben 4,08 grammi delle sardine fresche e i 2,10 grammi delle aringhe fresche, che costano infinitamente meno. Al supermercato, saltate la scansia del salmone e prendete, se c'è, una confezione di aringa affumicata: stessa quantità di omega-3, prezzo ridotto di tre volte.

Infine, tre porzioni garantiscono solo pochi grammi di omega-3 a settimana, insufficienti in molti casi a produrre un qualsiasi beneficio e a bilanciare il rapporto sbilanciato con gli omega-6 che assumiamo da oli di semi, frutta secca e altre fonti alimentari. Se mangiate solo 3 porzioni di pesce a settimana, considerate la possibilità di integrare la vostra dieta con capsule di omega-3, che vi consentiranno di arrivare alla quantità di 1,5-2,5 grammi al giorno, da cui cominciano i benefici per il sistema circolatorio, il cervello e l'intero organismo.

  "I semi di Chia, i semi di canapa, le noci, sono straordinarie fonti vegetali di grassi omega-3"

Gli acidi grassi omega-3 da fonti vegetali (i tanto lodati semi di chia e di lino) non vengono trasformati dal corpo in modo efficiente in EPA e DHA, che sono la forma attiva e benefica di tali grassi: solo il 20% o meno degli acidi omega-3 assunti dai semi oleosi viene trasformata, senza contare l'enorme quantità di calorie che si assumono con questi semi: più di 500 calorie per etto. Meglio i grassi omega-3 del pesce.

  "Gli spinaci ed altre fonti vegetali sono ricchissimi di ferro e possono sostituire le fonti animali"

Il ferro più assimilabile è quello in forma "eme", cioè legato ad una molecola di globina (emoglobina), che si trova nel sangue e nei tessuti degli animali. L'assorbimento di ferro dai vegetali è ridottissimo, anche se, come raccomandano i vegani, assunti con vitamina C, che ne favorisce la metabolizzazione.

  "Il cioccolato, anche fondente, è estremamente grasso, e quindi fa aumentare il colesterolo"

Il cioccolato extrafondente contiene burro di cacao, che non è un grasso saturo, appartiene alla famiglia degli acidi stearici (quelli delle candele) e non viene metabolizzato dall'organismo.

Invece è vero che il cioccolato al latte è dannoso per le arterie, perché contiene i grassi del latte intero.

  "Il nuoto è il modo migliore per far sviluppare lo scheletro dei ragazzi, specie la colonna vertebrale"

Gli ortopedici più aggiornati vi diranno che il nuoto, essendo fatto in condizione di assenza di gravità, è il modo più lento per far rafforzare uno scheletro in crescita, e in particolare la colonna vertebrale.

Chi lo dice? Beh, tra gli altri Franco Berrino, medico, patologo, epidemiologo, già direttore del Dipartimento di Medicina Preventiva e Predittiva dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, che ha promosso lo sviluppo dei registri tumori in Italia e in Europa. A pagina 237 del suo recente libro (2015) Il cibo dell'uomo, parlando dell'attività fisica migliore per mantenere e sviluppare la densità del nostro scheletro consiglia "ginnastica con pesi o elastici, bicicletta, tennis, ballo" e termina dicendo: "il nuoto fa bene in generale ma non serve per le ossa, perché galleggiando non si esercita un peso sullo scheletro".

È vero che è stato dimostrato che l'attività fisica che fa muovere l'osso ne provoca comunque un rafforzamento, e nuotando intensivamente lo scheletro ne risulterà rafforzato, ma la NASA, per rimediare alla demineralizzazione dello scheletro degli astronauti che sono vissuti in assenza di gravità, utilizza una speciale pedana vibrante che crea sollecitazioni meccaniche per le ossa, specie della colonna vertebrale. Sono proprio le sollecitazioni meccaniche derivanti dalla pressione a spingere l'osso a rafforzarsi.

Fate fare ai vostri ragazzi delle escursioni in montagna, con un vestito leggero per prendere tanto sole e con uno zainetto di peso medio (sì, proprio il tanto aborrito zainetto, che fa venire la scoliosi!) e vedrete che il loro scheletro si svilupperà magnificamente. Da un milione di anni siamo cacciatori-raccoglitori, e camminare a lungo, magari con la preda sulle spalle, o portando il cibo e gli utensili durante gli spostamenti e le migrazioni, è stata la nostra principale occupazione sin da quando siamo diventati bipedi. Il nostro corpo è ingegnerizzato per camminare portando piccoli carichi, e ne ottiene grandi benefici.

E non scordatevi di mangiare cipolle: è stato provato che aumentano la mineralizzazione delle ossa!

  "Andare  a scuola con lo zainetto fa venire la scoliosi ai nostri ragazzi"

La scoliosi, come scritto più sopra in questo stesso articolo, ha principalmente fattori ereditari e di meccanica dello scheletro e dei tendini che sono largamente indipendenti dalla quantità di pesi che un individuo porta nell'infanzia e nell'adolescenza.

Come già detto in un altro punto di questo articolo, uno zainetto di medio peso e lunghe passeggiate, in realtà rafforzano lo scheletro più velocemente del nuoto!

  "Queste compresse a base di aglio non rovinano l'alito", oppure: "questo è un rimedio infallibile per evitare che l'alito puzzi di aglio dopo averlo assunto: mangiate questo o quello…"

Rassegnatevi: il principale e più benefico principio attivo dell'aglio è l'allicina, che viene espulsa dai polmoni attraverso la respirazione: non c'è modo di evitare che il vostro alito tradisca ciò che avete mangiato. Acquistate aglio dal fruttivendolo e non sprecate dei patrimoni in compresse inutili.

  "Lei ha la scoliosi: deve fare ginnastica correttiva intensiva per tutta la vita, altrimenti corre serissimi rischi; inoltre non deve sollevare mai alcun peso, neanche di qualche etto"

Vedi, in questo documento, l'articolo: Ho la scoliosi: devo andare in palestra a fare ginnastica correttiva? e regolatevi di conseguenza.

  "Questo preparato fornisce vitamina C naturale, perché è a base di estratti vegetali, ed è preferibile alla vitamina C di origine chimica"

Come rileva il biologo Dario Bressanini, che ha un ottimo blog di dietologia, la formula della vitamina C è sempre la stessa, sia che la si ricavi da un estratto vegetale, sia che la si produca con una sintesi chimica. Vi diranno che nell'estratto vegetale sono presenti componenti che ne favoriscono l'assorbimento e ne ottimizzano l'azione. Questo non è mai stato provato conclusivamente. Considerate poi che il prezzo delle compresse di vitamina C di sintesi è altissimo rispetto agli altri paesi europei: quello della della vitamina "naturale" è ancora superiore. Il preparato vegetale potrebbe poi non essere titolato: cioè non viene fatto un controllo per stabilire la quantità di vitamina C presente in un grammo di estratto.

  "Questo è un preparato antivirale a base di estratti naturali, che guarisce definitivamente dall'herpes labiale"

Dall'herpes labiale non si guarisce: il virus rimane annidato nello strato più superficiale della pelle per tutta la vita, come tutti i virus della famiglia dell'herpes (labiale, genitale ecc.). Quel che fa qualche medicinale è mitigare i sintomi, in modo che, passato il periodo di debolezza delle difese immunitarie che ha causato il riacutizzarsi dell'infezione, il virus ritorna quiescente.

Uno dei pochi preparati validi è quello a base di aciclovir. Non comprate sciocchezze erboristiche senza alcuna sperimentazione scientifica a supporto.

  "Questo preparato vegetale elimina i funghi alle unghie di mani e piedi"

Sarà. Ma il miglior preparato per eliminare le colonie fungine che possono essersi insinuate sotto le vostre unghie è "Trosyd" in preparazione ungueale, che contiene un potente agente chimico antimicotico.

  "I cibi biologici sono più ricchi di quelli non biologici. Occorre mangiare biologico per evitare di essere avvelenati da residui chimici di concimi e pesticidi"

Falso. Vedi in questo documento l'articolo: Mangiare cibi bio è meglio?

  "Più attività sportiva si fa, meglio si sta. Il runner, che corre per 10 chilometri al giorno o più, si mantiene in eccellente salute e si garantisce una vita longeva"

Non fraintendete. Fare sport, anche agonistico, è bello e appagante. Ma ricerche recenti rivelano che la quantità di attività fisica per mantenersi in buona salute è mezz'ora di camminata di buon passo al giorno, o dieci minuti di sforzo "cardio". Il 90% dei vantaggi si ottiene con queste attività. Sforzi ulteriori migliorano ben poco la situazione. Una attività sportiva troppo intensa accelera l'ossidazione dei tessuti, provoca stress all'organismo, eccessivo sforzo digestivo, può usurare articolazioni (anche se un moderato esercizio è necessario per mantenerle in buone condizioni). E non esistono studi conclusivi sull'effetto di una attività fisica intensa sulla longevità delle persone.

  "Questo preparato, a base di fosforo, aumenta la concentrazione e la prontezza intellettuale, favorisce la memorizzazione, ecc. ecc."

Lasciate il fosforo ai produttori di cerini e fiammiferi. Una cosa è la carenza di fosforo, che è molto rara in una dieta razionale, e che va curata. Un'altra un iperdosaggio di fosforo, che non ha nessun effetto.

  "Questo preparato contro la caduta dei capelli, la cui azione consiste nel rafforzare il bulbo pilifero e stimolare il fattore di ricrescita delle cellule del capello, ha una efficacia sperimentalmente provata". Oppure: "Questa prescrizione di vitamine (tipicamente: Rovigon) e minerali (tipicamente: zinco) rafforzerà i suoi capelli e ne eviterà la caduta". Oppure: "Questa lozione esfoliante, che si farà preparare in farmacia, rinnova il cuoio capelluto e rafforza i capelli". Oppure: "Tagliarsi i capelli a zero ne stimola la ricrescita; chi tiene i capelli lunghi li fa indebolire".

Tutto falso. Gli unici preparati efficaci contro la caduta di capelli degli uomini non sono quelli che rafforzano il capello o stimolano il fattore di ricrescita delle cellule, ma sono gli antiandrogeni, che contrastano l'azione del testosterone. Vedi in questo documento l'articolo Qual è il miglior preparato per prevenire la caduta dei capelli?

Ci sono ditte farmaceutiche e cosmetiche, anche di grande rinomanza, che hanno la sfacciataggine di inserire nella loro pubblicità dichiarazioni del tipo: "Effetto: miglioramento del 10% sperimentalmente provato(*)" con una nota in caratteri piccoli, contrassegnata dall'asterisco che dice: "basato su valutazioni soggettive dei soggetti dell'esperimento". Capito? Valutazioni soggettive! C'è di che rimanere allibiti.

Vitamine, sali minerali, esfolianti e quant'altro sono solo degli inutili placebo. La ragione per cui molti dermatologi prescrivono queste ricette anziché le cure ormonali è che sono restii a rivelare al paziente che una cura ormonale può provocare (ma solo in alcuni casi) calo della libido e (ma solo in rari casi) un principio di femminilizzazione (lieve ingrossamento dei pettorali, lieve aumento del'adipe in determinate zone). Questi aspetti della faccenda possono essere tranquillamente tenuti sotto controllo da un attento monitoraggio medico. Ma se vi preoccupano, non vi rimane che essere filosofi e accettare la caduta dei vostri capelli, senza farvi dissanguare da chi vi fa false promesse.

Radersi a zero né migliora né peggiora la situazione. Rivela solo a chi vi sta intorno che siete preoccupati per lo stato del vostro cuoio capelluto.

 

 

to be continued

 

 

Fate una maratona vegana di soli 20 giorni integrata da capsule di omega-3 per vedere se per voi funziona: i risultati potrebbero sbalordirvi, e darvi la spinta (senza esagerare né abbracciare il veganesimo) a fare qualche correzione alla vostra dieta abituale.

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La pratica è migliore della teoria. Perché continuare a leggere e a informarsi se poi non si passa all'azione?

Le polemiche sulle conclusioni che il prof. Colin Campbell ha tratto dal suo famoso China Study infuriano più che mai sul web. I suoi procedimenti di calcolo statistico sono messi in discussione. Il post di una una studentessa inglese appena ventitreenne, Denise Menger, che ha pubblicato una serie di critiche severe ai metodi di analisi dei dati del China Study è rapidamente diventato virale e ha infiammato il web nel 2010. Tra botta e risposta, ad oggi siamo ancora nel pieno delle discussioni: vedi il sito di Denise Menger, www.rawfoodsos.com . Senza considerare che quel che va bene per il fisico di uno di noi potrebbe non funzionare o non andar bene per il fisico di qualcun altro.

Cosa farebbe una persona di buon senso? Proverebbe la dieta vegana e confronterebbe le sue analisi (principalmente il profilo lipidico) prima e dopo.

Per quanto tempo? Chi scrive ha provato a fare una maratona, e vi dice che sono sufficienti venti giorni per osservare cambiamenti veramente notevoli - sempre, è chiaro, che al vostro fisico e alle vostre condizioni attuali si addica una tale dieta.

Quanto può essere difficile seguire una dieta vegana per venti giorni? Ricordate che qui non si parla di calorie e diete dimagranti: potete mangiare quanto volete (nei limiti del ragionevole).

Ecco il profilo lipidico di chi scrive prima della dieta:

 

Colesterolo totale: 190

Colesterolo HDL: 46

Colesterolo LDL : 129

Trigliceridi : 76

Rapporto LDL/HDL : 2,8

 

Ecco il profilo lipidico dopo venti giorni di completa dieta vegana integrata con capsule di omega-3 e tre tazze di the verde giornaliero:

 

Colesterolo totale: 154

Colesterolo HDL: 47

Colesterolo LDL : 96

Trigliceridi : 58

Rapporto LDL/HDL : 2,04

 

Alla dieta vegana sono state aggiunte, nei venti giorni in cui è stata praticata, 3 grammi di EPA+DHA al giorno (equivalenti a 12 capsule da 250 mg): ma voi potreste provare con 1-1,5 grammi (equivalenti a 4-6 capsule da 250 mg). Inoltre, sono state bevute tre tazze (3 bustine) di the verde al giorno e assunti tre cucchiaini di lecitina di soia al giorno.

La dieta vegana bandisce carne, latte, latticini, uova e ricava le sue proteine da soia, seitan, semi oleosi, cereali complementati con legumi.

Ecco l'elenco di alimenti che chi scrive ha utilizzato oltre la frutta e la verdura:

 

Patate

Legumi (ceci, lenticchie, piselli fagioli) complementati con cereali (riso integrale o pasta integrale)

Yoghurt di latte di soia

Tofu

Latte di soia

Tempeh (soia fermentata)

Lievito in polvere o compresse

Seitan (proteine del glutine del frumento)

Pane di segale integrale (ottimo quello prodotto da Pema per Loacker)

Semi oleosi ricchi di omega-6 (arachidi, girasole, mandorle)

Semi oleosi ricchi di omega-3 (semi di chia, semi di lino)

Semi oleosi con un contenuto bilanciato di omega-3 e omega-6 (noci, semi di canapa decorticati)

 

Ecco qualche esempio di piatti sostitutivi della carne:

 

Riso + Piselli lessati + tofu o tempeh + mandorle o arachidi

Zuppa di legumi e cereali (es. Zuppa del Casale Findus) + lievito in polvere + tofu o tempeh + semi di canapa o arachidi o semi di girasole

Noci + Pane di segale + Yoghurt di soia

 

Provare per credere.

 

 

Fibrillazione atriale e ictus ischemico. Nella sola Unione Europea si verificano più di un milione di casi di ictus ogni anno, e l'ictus è la seconda causa di morte a livello mondiale. E la fibrillazione atriale è una delle cause meno note di ictus.

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Cos’è la fibrillazione atriale (FA)?

La fibrillazione atriale (FA) è la forma più comune di aritmia ed è un problema legato alla frequenza del ritmo cardiaco. Durante un’aritmia il cuore può battere troppo velocemente, troppo lentamente o in maniera irregolare. La FA avviene se i segnali elettrici rapidi e caotici provocano la fibrillazione delle due camere superiori del cuore, gli atri.

Nella FA, il cuore non si contrae con la forza con la quale dovrebbe. Questo può provocare un ristagno di sangue nel cuore con conseguente formazione di coaguli. Quando questi coaguli di sangue si spostano possono avanzare fino al cervello, dove rischiano di rimanere intrappolati in un’arteria cerebrale ristretta, bloccando così la circolazione e provocando un ictus. La letteratura suggerisce che più del 90% dei coaguli di sangue responsabili dell’ictus nei pazienti affetti da FA viene generato in una sacca nella parte sinistra del cuore, chiamata auricola atriale sinistra (LAA).

La FA può essere di breve durata, con sintomi che compaiono e scompaiono ed è possibile che un episodio di FA si risolva senza alcun intervento. Tuttavia, questa patologia può essere persistente e necessitare di trattamento; talvolta è permanente e farmaci o altri trattamenti non possono ripristinare un ritmo cardiaco normale.

I fattori di rischio per la FA includono:

• Stress emodinamico (ossia, scompenso cardiaco o ipertensione)

• Ischemia atriale

• Infiammazione

• Cause respiratorie non cardiovascolari

• Uso di alcool e sostanze stupefacenti

• Disturbi endocrini (ossia, diabete)

• Disturbi neurologici

• Fattori genetici/età avanzata

Prevalenza e tassi di mortalità

La FA colpisce circa l’1,5-2% della popolazione generale mondiale. Oltre 6 milioni di Europei presentano questa forma di aritmia e si prevede che la sua prevalenza raddoppierà nei prossimi 50 anni con il progressivo invecchiamento della popolazione. Nel 2012 è stato stimato che, in Italia, sono circa 850mila le persone affette da FA.

La FA è fortemente correlata all’età e colpisce il 4% dei soggetti di età superiore ai 60 anni e l’8% delle persone di età superiore agli 80 (in Italia tale percentuale si attesta intorno al 9%).6 Lo studio Framingham, studio cardiovascolare a lungo termine, attualmente in corso, ha evidenziato che circa il 25% delle persone, di età pari o superiore ai 40 anni potrebbe sviluppare FA nel corso della vita.

La FA in sé costituisce una causa importante di mortalità, morbidità e compromissione della qualità della vita. La patologia è associata a un rischio di decesso 1,5-1,9 volte più elevato. in base ai dati dello studio Framingham, ciò è in parte dovuto alla forte correlazione tra FA ed eventi tromboembolici.

Che cos’è l’ictus?

L’ictus è un evento cerebro-vascolare, che provoca anomalie della funzionalità neurologica che persistono per più di 24 ore. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce l’ictus come una sindrome, che consiste in segni clinici di disturbi focali (o talvolta globali) della funzionalità cerebrale in rapida evoluzione. I sintomi persistono per 24 ore o più e possono portare al decesso, senza causa apparente diversa da una causa di origine vascolare.18 In caso di ictus, la sintomatologia più frequente comprende debolezza improvvisa o intorpidimento del viso, del braccio o della gamba, molto spesso localizzati in un lato del corpo; altri includono confusione, difficoltà di linguaggio o di comprensione del linguaggio, difficoltà a vedere con uno o entrambi gli occhi, difficoltà di deambulazione, capogiri, perdita di equilibrio o della coordinazione, mal di testa grave senza alcuna causa nota, svenimento o perdita di conoscenza. Se all’origine dell’ictus vi è un coagulo che ostruisce la circolazione del sangue al cervello, si parla di ictus ischemico, mentre se la causa scatenante è la rottura di un vaso sanguigno che impedisce la circolazione del sangue al cervello, si definisce ictus emorragico. Un attacco ischemico transitorio (TIA) è provocato da un coagulo temporaneo e i sintomi correlati solitamente spariscono del tutto entro 24 ore. Per i soggetti che hanno subito un TIA la probabilità di subire un ictus in futuro è molto elevata.

Prevalenza dell’ictus e tassi di mortalità

Secondo l’OMS, l’ictus è il disturbo cardiovascolare più frequente dopo la cardiopatia e colpisce 15 milioni di persone ogni anno in tutto il mondo. L’OMS stima che l’ictus sia la seconda causa di morte nel mondo; dei 15 milioni di soggetti che annualmente subiscono un ictus, 5 milioni muoiono e altri 5 sono resi permanentemente disabili dalla patologia. Nell’Unione Europea (UE) ogni anno si verificano circa un milione di ictus e circa il 25% degli uomini e il 20% delle donne di età pari almeno a 85 anni è a rischio di subire un ictus.19 Il numero totale di decessi per ictus nei 51 Paesi europei è attualmente stimato a 1.074.000 l’anno.

In Italia, si verificano circa 200mila nuovi casi di ictus ogni anno. Di questi, circa l’80% è rappresentato da nuovi episodi. La mortalità a 30 giorni dopo un ictus ischemico è pari al 20%, mentre quella a un anno è pari al 30% circa. La mortalità a 30 giorni dopo ’ictus emorragico è pari al 50%. Il tasso di prevalenza di ictus nella popolazione anziana (età 65-84 anni) italiana è del 6,5%, leggermente più alto negli uomini (7,4%) rispetto alle donne (5,9%).

Rischio di ictus correlato alla FA

La FA è un importante fattore di rischio e comporta un aumento del rischio di ictus di 5 volte rispetto alla popolazione generale. Complessivamente, si stima che la FA sia responsabile per circa il 15% di tutti gli ictus24 25 26 e per il 20% di tutti gli ictus ischemici.27 In Italia, sono 40mila le persone che soffrono della combinazione delle due patologie. Con l’invecchiamento della popolazione, il peso a livello globale dell’ictus correlato a FA continuerà ad aumentare. La prevalenza di ictus nei pazienti di età superiore ai 70 anni affetti da FA raddoppia con ciascuna decade. Inoltre, gli ictus correlati a FA sono associati ad esiti più gravi rispetto agli ictus non correlati a FA. A causa delle loro dimensioni, essi occludono un’arteria intracranica di dimensioni maggiori, escludendo dalla circolazione sanguigna una porzione più ampia del cervello. Sono solitamente collegati a livelli più elevati di morbidità e comportano costi elevati di ospedalizzazione, rispetto ad altre forme di ictus.

Ridurre il rischio di ictus nella fibrillazione atriale (FA)

Il trattamento della FA mira a ridurre i sintomi e il rischio di gravi complicanze ad essa associate, come l’ictus. La terapia di base per la riduzione del rischio di ictus correlato a FA è la terapia anticoagulante orale (OAC), con warfarin come standard di cura. Inoltre, gli approcci non farmacologici, come la chiusura dell’auricola atriale sinistra (LAA), offrono un’alternativa terapeutica, per esempio per i pazienti con FA non valvolare che necessitano di un trattamento per la possibile formazione di trombi nella LAA e che sono controindicati alla terapia con anticoagulanti orali. Questi interventi offrono una soluzione permanente ai pazienti con FA ed eliminano la necessità di assumere una terapia anticoagulante orale a vita.

Linee guida terapeutiche

Il percorso terapeutico più idoneo per la profilassi dell’ictus correlato a FA è definito da linee guida internazionali, europee e nazionali ed esistono inoltre diversi metodi per classificare il rischio di ictus. Lo schema più semplice di valutazione del rischio è l’indicatore CHADS2, che si basa su un sistema a punti, nel quale vengono assegnati due punti per anamnesi di ictus o TIA e un punto ciascuno a età superiore ai 75 anni, anamnesi di ipertensione, diabete o recente scompenso cardiaco. Le raccomandazioni terapeutiche si basano sul punteggio CHADS2 di un paziente. In aggiunta a questo parametro, le linee guida 2010 della Società Europea di Cardiologia (ESC) per la gestione della FA fanno riferimento al punteggio CHA2DS2-VASc. Tale punteggio include ulteriori fattori di rischio minori per l’ictus (quali l’età compresa tra i 65 e i 74 anni, il sesso femminile e la malattia vascolare) e completa il precedente sistema di classificazione.39 Inoltre, enfatizza l’età “superiore ai 75 anni” come importante fattore di rischio. Al fine di ridurre il rischio di ictus correlati a FA, la Società Europea di Cardiologia consiglia di avviare una terapia anticoagulante. Quando tale terapia viene usata e monitorata in modo appropriato, è molto efficace e riduce il rischio di ictus di circa due terzi. Tuttavia, i dati attuali indicano che la gestione della FA è ancora sub-ottimale e molti dei pazienti trattati con anticoagulanti non rientrano nel range terapeutico ottimale in maniera continuativa. Inoltre, una percentuale elevata di pazienti non viene trattata con anticoagulanti orali, la maggior parte dei quali ha più di 80 anni. Nell’agosto del 2012, la Società Europea di Cardiologia (ESC) ha annunciato l’inclusione della procedura di chiusura dell’auricola sinistra con dispositivo medico - come il WATCHMAN™ - all’interno delle proprie linee guida: “Guidelines for Management of Patients with Atrial Fibrillation”. Le nuove linee guida ESC raccomandano la procedura di chiusura della LAA in classe IIb, livello di evidenza B, per pazienti ad alto rischio di ictus e controindicati alla terapia anticoagulante a lungo termine, sulla base delle evidenze cliniche esistenti, come quelle provenienti dallo studio PROTECT AF.44 Già la versione precedente delle linee guida suggeriva che la chiusura della LAA avrebbe consentito una riduzione del numero di ictus in pazienti con FA.

Terapia anticoagulante

L’obiettivo della terapia anticoagulante è quello di ridurre il rischio di formazione o espansione di coaguli, attraverso la somministrazione di una bassa dose di farmaco anticoagulante. La terapia anticoagulante con warfarin (Coumadin™) è ampiamente considerata come lo standard terapeutico per la profilassi dell’ictus nei pazienti con FA ad alto rischio di ictus. Tuttavia, l’effetto terapeutico del warfarin è estremamente imprevedibile e può cambiare a causa di diversi fattori, quali le modifiche alla dieta o ai farmaci assunti in concomitanza. Di conseguenza, l’assunzione sicura ed efficace della terapia cronica con warfarin richiede un monitoraggio frequente. L’International Normalised Ratio (INR) misura il tempo di coagulazione del sangue e lo mette a confronto con un valore medio; la misurazione di questo valore è una fase importante per garantire una terapia anticoagulante ottimale. Il warfarin ha una finestra terapeutica ristretta e ciò può facilmente portare al sovradosaggio o al sottodosaggio nei pazienti, che sono così esposti al rischio di complicanze, principalmente di sanguinamento. Il sistema di segnalazione degli eventi avversi dell’FDA rilevati nei decenni del 1990 e 2000 indica che il warfarin è tra i primi 10 farmaci con il più alto numero di eventi avversi gravi correlati.

Negli ultimi anni, sono entrati in commercio nuovi anticoagulanti orali. Farmaci come apixaban, dabigatran o rivaroxaban possono essere utilizzati come alternativa al warfarin nella prevenzione dell’ictus in pazienti affetti da FA. Secondo la Società Europea di Cardiologia, i nuovi anticoagulanti orali, testati negli studi clinici finora condotti, hanno dimostrato la non-inferiorità rispetto al warfarin, offrendo una migliore efficacia, sicurezza e comodità per la maggioranza dei pazienti affetti da FA non valvolare. Sono necessari, però, ulteriori dati clinici prima di concludere che questi nuovi farmaci anticoagulanti possano sostituire il warfarin nei pazienti con FA. Pertanto, è fortemente raccomandata una rigorosa aderenza al trattamento e un attento monitoraggio, in quanto l’aderenza del paziente al trattamento e il rischio emorragico continuano a rappresentare sfide importanti per la riduzione del rischio di ictus in pazienti con FA.

Chiusura della LAA per la riduzione del rischio di ictus correlato a FA

La ricerca evidenzia che, in più del 90% dei pazienti con FA non valvolare, i coaguli di sangue che provocano l’ictus si sviluppano nell’auricola atriale sinistra (LAA). Al momento questi pazienti, essendo ad alto rischio di ictus, sono trattati con warfarin o con altri farmaci anticoagulanti. Tuttavia, chiudendo la fonte della formazione dei coaguli di sangue, si può ridurre il rischio di ictus ed eliminare la necessità di una terapia anticoagulante orale a lungo termine. La chiusura della LAA è una procedura minimamente invasiva che ha una durata di circa un’ora e offre un’opzione terapeutica permanente per la profilassi dell’ictus nei pazienti con FA non valvolare che necessitano di trattamento per la possibile formazione di trombi. Nel primo, vasto, studio randomizzato, PROTECT AF, è stato dimostrato che la chiusura della LAA con il dispositivo WATCHMAN™ rappresenta un’alternativa al warfarin. I dati clinici a lungo termine dello studio hanno dimostrato la superiorità della chiusura della LAA rispetto al warfarin nel ridurre il rischio di ictus in pazienti con FA non valvolare con un punteggio CHADS2 ≥1.58 Un secondo importante studio - lo studio ASAP (Aspirin And Plavix® ) - studio di fattibilità, non randomizzato, prospettico e multicentrico ha dimostrato una riduzione del 77% del rischio di ictus ischemico in pazienti affetti da FA, ad alto rischio e controindicati alla terapia con warfarin. La ricchezza di dati esistenti a supporto di WATCHMAN™ ha condotto, nell’agosto del 2012, all’approvazione in Europa per un uso più esteso del dispositivo, offrendo un trattamento alternativo ai pazienti affetti da FA, sia che siano tolleranti alla terapia anticoagulante orale sia che siano controindicati ad essa. Ciò consente di estendere i benefici della terapia con dispositivo ad una più vasta popolazione, in particolare a coloro che sono più soggetti di altri a un alto rischio di ictus. Un secondo studio clinico randomizzato, su larga scala, PREVAIL, conferma la sicurezza della procedura di impianto di WATCHMAN™ e ha dimostrato bassi tassi di complicanze sia tra i clinici che effettuano i primi impianti sia tra i clinici più esperti, e complicanze significativamente più basse rispetto alla fase iniziale dello studio PROTECT AF. Oltre ai risultati di efficacia e sicurezza, esistono dati clinici che sottolineano che la chiusura della LAA, effettuata con dispositivo WATCHMAN™, è complessivamente più efficace e meno costosa rispetto alla terapia farmacologica con warfarin, aspirina, clopidogrel e dabigatran, indipendentemente dal punteggio CHADS2 dei pazienti. Un’ulteriore analisi mostra una progressiva riduzione del rapporto incrementale di costo-efficacia (ICER) di chiusura della LAA vs. aspirina, al peggiorare delle condizioni dei pazienti, come dimostrato dall’aumento dei punteggi di CHADS2. Attualmente, tre dispositivi per la chiusura della LAA hanno la marcatura CE, tra cui WATCHMAN™, e vi sono altri dispositivi ancora in fase di sperimentazione clinica.

 

 

Le fonti migliori di vitamina K2 per le vostre ossa tra gli alimenti

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le fonti alimentari di vitamina k e in particolare di vitamina k2

La vitamina K è un nutriente essenziale per il corpo umano ma, piuttosto che essere un singolo composto, è formato da un gruppo di composti strutturalmente correlati. Questi composti sono tutti dotati della stessa molecola ad anello chinino alla loro estremità, che conferisce loro l´attività come vitamina K. Esse differiscono nelle loro catene laterali, con vitamina K1 avente una coda di quattro gruppi fitilici, mentre le code dei sottotipi della vitamina K2 sono formate da un numero variabile di gruppi di isoprenoidi.

 

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La vitamina K1 (fillochinone) è sempre di origine vegetale ed è la forma di vitamina K più conosciuta e studiata. E´ presente in alimenti vegetali ed il suo contenuto si trova dettagliato nei vari database nutrizionali. La vitamina K2 (menachinone) è meno conosciuta e studiata e si trova solo negli alimenti di origine animale ed anche negli alimenti fermentati. Il Menachinone-4 (MK-4), un sottotipo di menachinone prodotto da tessuti animali e il menachinone-7 (MK-7), che è presente nel fagiolo di soia fermentato (il natto), sono tra i menachinoni più studiati, ma una serie di altre forme di menachinone si trovano negli alimenti fermentati lattiero-caseari come il formaggio.

Il fegato è spesso consigliato come fonte di vitamina K2: il fegato di manzo, in particolare. Dalle tabelle allegate sembra che, nonostante il fegato di manzo contenga mk-4, in realtà non sia una fonte particolarmente buona. Tuttavia, la maggior parte degli studi non hanno testato i menachinoni a catena lunga, da mk-6 a mk-13, che sono prodotti dalla fermentazione batterica nello stomaco dei bovini e di fornisce, ai bovini stessi, una fonte facilmente assorbibile di vitamina K2. Quando assorbita dall’intestino, questi menachinoni, raggiungono il fegato dove poi sembrano rimanere. Questi possono essere visti come quantitativi irrisori anche se l’unico studio che li ha testati, ha trovato quantitativi di mk-11-12-13 piuttosto elevati. Mi piacerebbe vedere questo dato confermato, ma lo studio suggerisce che l´mk-4 non è il solo menachinone contenuto nel fegato di manzo. In effetti la quantità totale di vitamina K2 e dei vari manaquinoni contenuti nell fegato di manzo è incerta, in quanto solo uno studio minore ne ha misurati i quantitativi.

 

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I prodotti avicoli, compreso il fegato, sono in genere una buona fonte di vitamina K2 in forma di mk-4. Altre forme di vitamina K2 non sono disponibili, in quanto i polli hanno una capacità limitata per la produzione batterica di menachinoni nel loro intestino, in quanto la loro dieta è ricca in genere di vitamina K. Nella loro dieta naturale la vitamina K probabilmente è fornita dal fillochinone contenuto nelle foglie delle piante che mangiano che è convertito in mk-4 dal pollo. Tuttavia, l’alimentazione del pollame è invece di solito completata con un sacco di menadione, una forma sintetica della vitamina K (K3), che è prontamente convertito in mk-4, determinando elevati livelli di mk -4 in tutte le parti del pollo. Il menadione viene aggiunto perché i polli sono vulnerabili a carenze di vitamina K, soprattutto quando sono giovani, e l’aggiunta di menadione riduce il rischio di questa carenza in allevamenti di pollame intensivo. Questo mi porta a sospettare che gli alti livelli di mk-4 riportati nel fegato, carni e tuorli d’uovo di polli testati finora, sono molto probabilmente dovuti all´integrazione alimentare dai polli allevati industrialmente. è possibile pertanto che i polli tenuti a razzolare e liberi potranno avere livelli più bassi di mk-4 nella loro carne e uova. L´idea che mi sono fatto è che, a causa delle grandi quantità di batteri nelle viscere del ruminanti, di solito, questi, non richiedono forme supplementari di vitamina K nella loro dieta.

Di tutti i cibi di origine animale il foie gras, si distingue come la più ricca fonte di vitamina K2 in forma di mk-4. E´ incerto perché queste oche contengano tali quantitativi. Le oche si nutrono di piante verdi in misura maggiore di polli e, forse, sono solo più adatte a convertire il fillochinone in menachinone-4. Tuttavia, durante la produzione di foie gras, le oche sono alimentate con una dieta ricca di grano che non è una buona fonte di vitamina K. Sono incerto se la loro dieta sia integrata con menadione come per i polli.

 

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La vitamina K nei latticini è per lo più in forma di menachinone-4 che è prodotta nei tessuti della vacca da altre forme di vitamina nella loro dieta e per i loro batteri intestinali. Il filloquinone (K1) può trovarsi anche in piccole quantità e deve provenire dalla dieta delle mucche. Come il menachinone-4 è liposolubile e si concentra nei prodotti lattiero-caseari con un contenuto di grassi molto alto come il burro che ne contiene un maggiore quantitativo.

I vari tipi di natto analizzati contengono un contenuto di vitamina K2 in forma di mk-7 più alto di qualsiasi altro cibo. Di contro, i crauti (purtroppo industriali), sono stati testati da uno studio nei Paesi Bassi ed hanno mostrato quantità piuttosto piccole di una varietà di menachinone.

 

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I menachinoni trovati che sono presenti nel formaggio sono principalmente in forma mk-6 e mk-10 che sono i menachinoni prodotti dai batteri normalmente utilizzati per la produzione di formaggi. Ci sono anche piccole quantità di fillochinone e mk-4 che provengono dal latte di partenza utilizzato. La quantità e la miscela dei menachinoni nei prodotti caseari fermentati sembra variare parecchio tra prodotti diversi e all’interno dello stesso tipo di prodotto. Formaggi prodotti con Propionibacterium, come lo Jarlsberg, l´Emmental ed il Gouda hanno dimostrato di contenere tra i più alti valori di vitamina K in forma di menachinone-9. Tuttavia, i risultati qui mostrano che altri tipi di formaggi, tra cui formaggi molli ed il formaggio blu possono ugualmente contenere elevate quantità di vari menachinoni. L’effetto nutrizionale di questa forma di vitamina K per la salute umana hanno finora ricevuto scarsa attenzione.

 

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Sorprende il contenuto di menaquinone-9 dei latti fermentati con batteri mesofillici. Purtroppo lo studio che ho preso in esame non specificava con quali batteri mesofillici erano prodotti questi latti fermentati però specificando che la temperatura di fermentazione era inferiore rispetto alla fermentazione classica se ne deduceva che questi erano prodotti lattiero-caseari tipo kefir.

 

il ruolo della vitamina k

Per molti anni si è pensato che la funzione della vitamina K fosse esclusivamente legata ai processi di attivazione dei fattori della coagulazione. Tuttavia negli ultimi dieci anni ha assunto sempre più importanza la vitamina K2, in relazione al suo ruolo nell’ambito delle malattie cardiovascolari e dell’osteoporosi.

Esistono due forme di Vitamina K, K1 e K2, ed è importante conoscere le differenze tra loro: la Vitamina K1 (fillochinone) si trova nei vegetali verdi, va direttamente nel fegato ed aiuta a mantenere un corretto controllo della coagulazione sanguigna (è la vitamina che spesso viene data ai neonati alla nascita per aiutare a prevenire problemi emorragici, ma questa pratica è sotto osservazione per il forte sospetto che possa provocare in seguito problemi cognitivi nei bambini, NdT). 

La Vitamina K2 (menachinone, MK) è prodotta dai batteri, è presente in alte quantità nell’intestino, ma sfortunatamente è scarsamente assorbita e passa nelle feci. La troviamo direttamente nelle pareti dei vasi sanguigni, nelle ossa e nei tessuti, oltre che nel fegato. Si trova nei cibi fermentati, particolarmente nei formaggi e nel Natto, un cibo giapponese a base di semi di soia fermentati, che ne è la maggiore fonte.

Il calcio risulta essenziale per ogni cellula del corpo, svolgendo una serie di ruoli importanti, ma l’eccessiva calcificazione delle pareti delle arterie rappresenta un fattore di rischio cardiovascolare, poiché oltre ad aumentare la loro rigidità e fragilità, ostacola il normale flusso sanguigno da e verso il cuore. Recenti evidenze hanno mostrato inoltre che la calcificazione arteriosa a livello dei più importanti vasi sanguigni al di fuori del cervello, visibile nelle scansioni di risonanza magnetica (MRI), si associa a malattia vascolare cerebrale e può essere collegata a rischi futuri di demenza e ictus.

E’ noto da tempo che gli individui che presentano una carenza di calcio nello scheletro (cioè sono a rischio di osteoporosi o sono già osteoporotici) hanno una più elevata tendenza ad andare incontro alla malattia cardiovascolare per la presenza di calcificazioni a livello dei vasi arteriosi (coronarie, vasi cerebrali e renali). Al contrario, chi presenta più calcio a livello dello scheletro tende ad avere minori depositi calcifici nelle arterie e quindi minor rischio cardiovascolare.

Alla base di questo fenomeno, noto come “Paradosso del calcio”, esiste una non corretta utilizzazione da parte dell’organismo del minerale quotidianamente assunto con gli alimenti o con gli integratori.

Un tempo infatti, si credeva che la calcificazione fosse un processo irreversibile e un risultato dell’invecchiamento, ma oggi sappiamo che la giusta presenza di calcio a livello dei vasi e anche nello scheletro è legata, oltre che allo stesso calcio, anche alla Vitamina K2, in grado sia di evitare la calcificazione delle arterie e l’insorgenza dell’arteriosclerosi, sia di prevenire l’osteoporosi.

Vitamina K2: elemento essenziale per la salute cardiovascolare

La Vitamina K2 è una vitamina liposolubile non stoccata nell'organismo umano, e quindi deve essere introdotta regolarmente attraverso l'alimentazione. Svolge un fisiologico effetto protettivo contro la calcificazione delle pareti arteriose: recentemente infatti è stato dimostrato che attiva l’ MGP (proteina Gla della matrice vitamina K dipendente), che lega il calcio presente nelle pareti dei vasi attraverso un processo di carbossilazione.

E 'ormai noto che l'accumulo di calcio è un processo attivo, regolato e fortemente influenzato dalla Matrix Gla Protein (MGP), il più potente inibitore della calcificazione dei tessuti molli attualmente conosciuto, che lega il calcio ed evita che si depositi nelle pareti dei vasi, contribuendo quindi a mantenere le arterie elastiche e flessibili.

Per svolgere adeguatamente le proprie funzioni inibitorie l’MGP deve essere attivata dalla Vitamina K2 in una reazione di carbossilazione, e la carenza di questa Vitamina porta alla sintesi di specie inattive dell’ MGP, che non possono inibire la calcificazione.

Adulti sani in carenza di vitamina K producono questa proteina in forma inattiva per il 30%, in questo modo la protezione dalla calcificazione cardiovascolare è solo del 70% nella popolazione giovane e sana, mentre tende a decrescere con l’età.

Nei tessuti arteriosi sani si è osservata una concentrazione di Vitamina K 20-50 volte superiore a quella delle arterie malate.

Vitamina K2: benefici sulla salute delle ossa

La Vitamina K2 ha inoltre un ruolo chiave nell'omeostasi dell'osso, perché è necessaria per l’attivazione dell'osteocalcina, proteina fondamentale per la normale mineralizzazione ossea in grado di legare i cristalli di idrossiapatite (65% della struttura ossea) e di regolarne la crescita. La Vitamina K2 (MK-7) mostra una maggiore biodisponibilità intestinale rispetto alla Vitamina K1 e contribuisce anche a incrementare e migliorare la sintesi degli osteoblasti. Il meccanismo antifratturativo della Vitamina K2 si pone in alternativa a quelli dei farmaci oggi disponibili per la prevenzione e terapia dell'osteoporosi. Come dimostrano gli studi clinici, i farmaci tradizionali agiscono aumentando la densità (estrogeni, bisfosfonati) o il volume osseo (paratormone), ma non sono tuttavia in grado di incidere su altri parametri importanti, quali la qualità dell'osso neoformato.

Studi Clinici

Gli effetti benefici della vitamina K2 sono stati ampiamente documentati in anni di ricerca e  dalla comparazione tra Vita K1 e K2 è emerso che solo quest’ultima produce effetti positivi sulla salute. Ciò è coerente con quanto evidenziato da importanti studi, che hanno rilevato la superiorità in termini di benefici sulla salute della K2.

Fra tutti il Rotterdam Study è stato il primo a dimostrare che un’assunzione quotidiana di Vitamina K2, superiore a 32 mcg, riduce il rischio sia di calcificazioni arteriose, che di morte cardiovascolare, di ben il 50%, senza avere effetti collaterali.

Nel Prospect Study, dove 16000 persone sono state seguite per 10 anni, i ricercatori hanno osservato che ogni dose supplementare di 10 mcg di K2 nella dieta, ha permesso una riduzione del 9% del rischio di malattia coronarica, mentre la vitamina K1 non ha ottenuto gli stessi i risultati. 

 

 

E' provato: l'alcol nell'adolescenza distrugge il cervello

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Uno studio pubblicato recentemente sulla rivista Alcoholism: Clinical & Experimental Research esamina la correlazione tra l'esposizione ripetuta all'alcol durante l'adolescenza e i suoi effetti su apprendimento e memoria.

Lo studio, condotto dal Dipartimento di psichiatria e scienze comportamentali della Duke University Medical School, ha sottoposto all'alcol dei roditori in fase adolescente per esplorarne l'impatto cellulare e sinaptico risultante. Il problema è il seguente: durante l'adolescenza il cervello non si è ancora completamente sviluppato e l'esposizione ripetuta all'alcol durante quel periodo può, in parole povere, bruciare diverse connessioni cerebrali che potrebbero tornare utili più avanti nel corso della vita.

Ma a chi si riferiscono esattamente i ricercatori quando parlano di "adolescenti"? "Per la legge, una volta raggiunti i 18 anni si viene considerati adulti, ma il cervello continua a maturare fino ai 25 anni circa", ha spiegato l'autrice e ricercatrice Mary-Louise Risher. Evitare l'alcol per tutto quel tempo?

Ecco com'è andato l'esperimento. I ricercatori hanno esposto i giovani roditori a un livello di alcol tale da "stordire, ma non sedare". Anche senza essee esposti ulteriormente all'alcol in età adulta, gli animali sono risultati più "stupidi" delle loro controparti astemie. "L'esposizione ripetuta all'alcol […] ha causato cambiamenti a lungo termine nelle regioni del cervello che controllano l'apprendimento e la memoria", scrivono i ricercatori.

La memoria e le funzioni cognitive nei topi sottoposti all'esperimento sono peggiorate a causa di un'eccessiva attività di potenziamento a lungo termine, o LTP, una forma di plasticità sinaptica del cervello. In breve, le sinapsi dei ratti che avevano sbevazzato erano sature e gli animali sono diventati incapaci di apprendere.

Inoltre, aggiungono gli scienziati, dopo aver assorbito l'equivalente di troppi white russian per topi, nelle povere cavie si è verificato un vero e proprio cambiamento strutturale. Le spine dendritiche - minuscole protrusioni che partono dalle ramificazioni delle cellule cerebrali - non sono naturate a causa dell'esposizione precoce all'alcol. Insomma, avvertono i ricercatori, "durante l'esposizione all'alcol in fase adolescenziale accade qualcosa che cambia il modo in cui funzionano l'ippocampo e altre regioni del cervello" e quel qualcosa non è niente di buono.

 

 

Quali consigli dà il libro La dieta della longevità di Valerio Longo?

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La dieta paleolitica e le malattie da civilizzazione, spiegate dal famoso biologo Jared Diamond

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Jared Mason Diamond è un biologo, fisiologo e ornitologo statunitense., Ph.D. all'Università di Cambridge, nel Regno Unito. È noto a livello mondiale per il saggio Armi, acciaio e malattie, che ha venduto milioni di copie ed ha ricevuto il Premio Pulitzer per la saggistica. 

Nel suo recente e affascinante libro Il mondo fino a ieri: che cosa possiamo imparare dalla società tradizionali?, Diamond analizza l’organizzazione delle società primitive che sono sopravvissute fino al ventesimo secolo, e dedica un interessantissimo capitolo alle malattie da civilizzazione (diabete, ipertensione, infarto, ecc.), da cui queste società sono completamente esenti.

Ecco la traduzione italiana del capitolo:

 

sale, zucchero, grassi e pigrizia

 

Malattie non trasmissibili. Quanto sale assumiamo. Sale e pressione arteriosa. Cause dell’ipertensione. Fonti di sodio alimentari. Il diabete. Tipi di diabete. Geni, ambiente e diabete. Gli indiani pima e gli abitanti di Nauru. Il diabete in India. Vantaggi genetici contro il diabete. Perché gli europei soffrono meno di diabete? Il futuro delle malattie non trasmissibili.

Malattie non trasmissibili.

 

Quando nel 1964 iniziai a lavorare in Papua Nuova Guinea, la grande maggioranza dei guineani abitava ancora nei villaggi e seguiva uno stile di vita tradizionale, coltivando ciò che mangiava e consumando poco sale e pochi zuccheri. Gli alimenti base delle popolazioni degli altipiani erano le radici commestibili (patate dolci, taro e igname), che fornivano circa il 90 per cento dell’apporto calorico, mentre quello delle popolazioni dei bassipiani era l’amido granulare estratto dal cuore delle palme da sago. Chi disponeva di un po’ di denaro acquistava piccole quantità di cibo nei negozi, alimenti di lusso come i cracker, il pesce in scatola e un po’ di sale e di zucchero.

Fra le molte cose che mi sorprendevano nei guineani c’era la loro condizione fisica: tutti asciutti, muscolosi ed estremamente attivi, un po’ come i culturisti occidentali ma piú snelli. Quando non erano impegnati a trasportare qualcosa li vedevo trotterellare agilmente su e giú per ripidi sentieri di montagna, e quando erano oberati da carichi pesanti procedevano allo stesso passo che tenevo io libero da fardelli. Ricordo una donnina minuta, a occhio non doveva superare i 45 chili di peso, che marciava nel letto sassoso dei fiumi e su per le montagne con un sacco di riso da 30 chili appoggiato sulla schiena e assicurato con una cinghia intorno alla fronte. In quei primi anni laggiú non mi capitò mai di vedere un solo guineano obeso o anche semplicemente grasso.

Dal canto loro, i referti ospedalieri e gli esami a cui i medici curanti sottoponevano i pazienti confermavano almeno in parte l’evidente stato di buona salute. Le malattie non trasmissibili che oggi uccidono la maggioranza dei cittadini del Primo Mondo – diabete, ipertensione, ictus, infarti, arteriosclerosi, malattie cardiovascolari in generale e cancro – fra i guineani tradizionali delle aree rurali erano rare se non sconosciute, e questa assenza non era dovuta solo a un’aspettativa di vita piú breve, perché la si registrava anche fra soggetti che avevano abbondantemente superato i 60, 70 e 80 anni di età. Da un’indagine condotta nei primi anni Sessanta del Novecento, su 2000 ammissioni al Pronto Soccorso dell’ospedale di Port Moresby (capitale e prima città della Nuova Guinea) non risultava un solo caso di coronaropatia e soltanto quattro di ipertensione, tutti in pazienti di origini miste, non in guineani puri.

Ciò non significa che la Nuova Guinea tradizionale godesse di una salute utopicamente perfetta: tutt’altro. La durata della vita media era, ed è tuttora, inferiore alla nostra in Occidente e le malattie mortali, insieme agli incidenti e agli esiti da violenza, erano quelle da noi ormai debellate: malaria, parassitosi, malnutrizione e patologie secondarie che colpivano soggetti già indeboliti da cause primarie. In altre parole, nonostante abbiamo scambiato il nostro bagaglio di malattie tradizionali con uno nuovo di malattie moderne, noi occidentali godiamo comunque di una salute mediamente migliore e di un’aspettativa di vita piú lunga.

Già nel 1964, però, i nuovi killer che mietevano vittime nel Primo Mondo cominciavano a fare la loro comparsa anche in Nuova Guinea, per la precisione tra le popolazioni da piú tempo in contatto con i bianchi e che di questi avevano già adottato diete e stili di vita. Quel processo di occidentalizzazione conosce oggi un vero e proprio boom sia per quanto riguarda l’alimentazione, sia per quanto riguarda lo stile di vita e i problemi di salute di cui soffrono i guineani: decine di migliaia, forse anche centinaia di migliaia di essi, sono ormai diventati uomini d’affari, politici, piloti di linea e programmatori informatici, si procacciano cibo nei supermercati e nei ristoranti e fanno pochissimo esercizio fisico. Nelle città grandi e piccole e in molti ambienti occidentalizzati si incontrano cosí guineani obesi o sovrappeso, e uno dei maggiori tassi di prevalenza mondiale del diabete (ben il 37 per cento) è stato rilevato proprio fra i wanigela, prima popolazione guineana ad avere subíto su larga scala il processo di occidentalizzazione. L’infarto oggi colpisce molti abitanti delle zone urbane. Dal 1998 seguo un campo petrolifero guineano i cui dipendenti mangiano tre volte al giorno in una mensa a buffet, dove ciascuno è libero di servirsi da solo e su ogni tavolo ci sono saliera e zuccheriera: di fronte a una simile abbondanza quotidiana, chi è cresciuto in villaggi tradizionali esposti a imprevedibili oscillazioni nella disponibilità di cibo reagisce riempiendosi il piú possibile il piatto a ogni pasto e letteralmente inondando di sale e zucchero bistecche e bevande. La compagnia petrolifera si è cosí vista costretta a rivolgersi a dietologi locali per insegnare ai dipendenti l’importanza di un’alimentazione corretta; peccato che, a lungo andare, persino alcuni di essi comincino a sviluppare problemi di salute tipicamente occidentali.

I cambiamenti a cui ho assistito in Nuova Guinea non sono che un esempio dell’ondata epidemica di malattie non trasmissibili (NCD, Non-communicable Diseases) associate allo stile di vita occidentale che sta ormai investendo il mondo intero. Le NCD si distinguono dalle malattie infettive (trasmissibili) e parassitarie in quanto queste ultime sono causate da agenti infettivi (come batteri e virus) e da parassiti e si trasmettono di soggetto in soggetto attraverso la diffusione dell’agente patogeno. Una volta avvenuto il contagio, molte malattie infettive hanno tempi di manifestazione rapidi che, nel giro di qualche settimana, portano alla guarigione o alla morte della persona colpita. Le principali malattie non trasmissibili (cosí come quelle parassitarie e alcune infettive, tipo l’AIDS, la malaria e la tubercolosi) si sviluppano invece lentamente e persistono a livello cronico per anni o decenni, fino a produrre conseguenze esiziali, a essere curate o bloccate o, ancora, fino a che il paziente non muore per altre cause. Nell’ondata epidemica attuale rientrano svariate patologie cardiovascolari (infarti, ictus e malattia vascolare periferica), il comune diabete, alcune nefropatie e alcune forme di tumore, come quello allo stomaco, al seno e ai polmoni. La grande maggioranza dei miei lettori, come peraltro il 90 per cento di europei, americani e giapponesi, morirà di una di queste malattie non trasmissibili, mentre la maggioranza degli abitanti dei paesi a basso reddito muore di patologie trasmissibili.

Presso le società di piccola scala tradizionali le NCD hanno diffusione rara o nulla, e se l’esistenza di qualcuna era già attestata da antichi documenti, anche in Occidente hanno preso piede solo negli ultimi secoli. La relazione con l’attuale dilagare a macchia d’olio dello stile di vita occidentale è confermata dalla diffusione di queste malattie all’interno di quattro tipologie di popolazioni. Innanzitutto vi sono alcuni paesi arricchitisi di colpo e in tempi recenti – parliamo dell’Arabia Saudita e di altri produttori arabi di petrolio, oltre a un certo numero di nazioni isolane che hanno conosciuto un’improvvisa fortuna, come Nauru e Mauritius – dove la maggioranza dei cittadini «gode» oggi dello stile di vita occidentale e dove l’intera popolazione nazionale è ormai a rischio. (Gli otto paesi con una prevalenza del diabete superiore al 15 per cento, per esempio, appartengono tutti alle due categorie appena descritte). L’epidemia colpisce anche i cittadini di molte nazioni in via di sviluppo emigrati nel Primo Mondo, che dal vecchio stile di vita spartano sono bruscamente passati a quello occidentale, accusando il colpo molto piú dei connazionali rimasti a casa o di quelli residenti da piú tempo nei nuovi paesi d’arrivo. (In questo caso abbiamo gli esempi dei cinesi e degli indiani emigrati in Inghilterra, negli Stati Uniti, a Mauritius e verso altre destinazioni piú legate al benessere della Cina e dell’India, cosí come quello degli ebrei yemeniti e degli etiopi emigrati in Israele). L’ondata di NCD sta inoltre colpendo le città di molti fra gli stessi paesi in via di sviluppo, come Papua Nuova Guinea, la Cina e numerose nazioni africane, e i gruppi che, migrando dalle zone rurali a quelle urbane, finiscono per adottare stili di vita sedentari e per consumare piú cibi acquistati nei negozi. Infine, le malattie non trasmissibili coinvolgono specifici gruppi non europei che, senza emigrare, hanno comunque sposato lo stile di vita occidentale e si sono cosí aggiudicati il triste primato di alcuni fra i tassi di diabete e di altre NCD piú alti del mondo (e siamo cosí arrivati agli indiani nordamericani pima, ai wanigela guineani e a numerosi gruppi di aborigeni australiani).

Questi quattro esperimenti naturali dimostrano che, a prescindere dalle cause che la producono, l’adozione dello stile di vita occidentale a discapito di quello tradizionale porta a un’esplosione di malattie non trasmissibili. Ciò che invece gli esperimenti non ci dicono se non dopo un’analisi approfondita è quale sia il fattore scatenante o quali siano i fattori scatenanti dell’epidemia, perché lo stile di vita occidentale vede la convergenza di piú componenti: la scarsa attività fisica, l’alto apporto calorico, l’aumento ponderale e l’obesità, il fumo e il forte consumo di alcolici e di sale. La dieta si sposta in genere verso una minore assunzione di fibre e una maggiore assunzione di zuccheri semplici (soprattutto il fruttosio), di acidi grassi saturi e acidi grassi insaturi trans. Con l’occidentalizzazione, un popolo va incontro a tutti, o quasi, questi cambiamenti contemporaneamente: per questo è difficile identificare la responsabilità relativa dei singoli fattori nello scatenamento delle epidemie di malattie non trasmissibili. Per alcune di queste gli indizi sono chiari: il fumo è una delle principali cause del tumore ai polmoni, e una dieta ricca di sale è una delle principali cause dell’ipertensione e dell’ictus. Ma per le altre, ivi inclusi il diabete e varie patologie cardiovascolari, ancora non sappiamo quali siano i fattori concorrenti di maggior rilevanza.

Se oggi abbiamo qualche cognizione in questo campo, lo dobbiamo soprattutto al lavoro pionieristico di S. Boyd Eaton, Melvin Konner e Marjorie Shostak, autori che hanno raccolto dati e informazioni sulla nostra «dieta paleolitica» – vale a dire sulla dieta e lo stile di vita dei cacciatori-raccoglitori primitivi e moderni – e sulle differenze tra le principali patologie che affliggevano i nostri antenati e che affliggono le moderne popolazioni occidentalizzate. L’ipotesi di partenza era che le malattie non trasmissibili legate alla moderna civiltà dipendano da una discrepanza fra la costituzione genetica del nostro corpo, rimasto fondamentalmente adatto a una dieta e a uno stile di vita paleolitici, e la dieta e lo stile di vita correnti. Hanno cosí proposto una serie di test conoscitivi e suggerito alcune raccomandazioni dietetiche e generali per ridurre la nostra esposizione a nuove malattie «della civiltà»; i riferimenti al libro e agli articoli originali si trovano nella parte relativa a questo capitolo della sezione Letture consigliate.

In effetti l’esempio piú concreto che porto nel mio libro a proposito delle lezioni ricavabili dagli stili di vita tradizionali è forse proprio quello delle malattie non trasmissibili associate allo stile di vita occidentale: in linea di massima, le popolazioni tradizionali non sviluppano infatti le varie NCD appena citate, mentre la maggior parte delle popolazioni occidentalizzate morirà per i loro effetti. Naturalmente non sto auspicando il ritorno a uno stile di vita tradizionale tout court, né mi auguro il crollo dei nostri assetti statali o il ritorno di periodiche carestie, e nemmeno vorrei che ricominciassimo ad ammazzarci a vicenda, a praticare l’infanticidio e a combattere guerre religiose. Il nostro obiettivo è semmai individuare e fare tesoro di quei particolari ingredienti dello stile di vita tradizionale che possono proteggerci dalle NCD. E mentre aspettiamo la risposta definitiva da parte di scienziati e ricercatori, sarei pronto a scommettere che la ricetta vincente includa il basso apporto di sale tipico dell’alimentazione tradizionale e ne escluda invece l’altrettanto tipica mancanza di governo centrale. Alla luce dei fattori di rischio attualmente noti, decine di milioni di persone in tutto il mondo cercano già di condurre una vita piú sana. In questo capitolo mi soffermerò dunque soprattutto sulla diffusione di due malattie non trasmissibili, legate a un’eccessiva assunzione di sale e al diabete.

 

Quanto sale assumiamo.

 

Se per i chimici le sostanze che rientrano nella categoria dei «sali» sono moltissime, per la gente comune «sale» significa semplicemente cloruro di sodio. È il sale da cucina, quello di cui sentiamo il bisogno e con cui condiamo i nostri cibi, di cui facciamo uso eccessivo e per cui ci ammaliamo. Al giorno d’oggi il sale ci aspetta dentro una saliera su ogni tavola apparecchiata, si compra in negozio, costa poco ed è a nostra disposizione in quantità praticamente illimitate. A livello fisico, il problema principale riguarda la sua eliminazione, che avviene in misura abbondante attraverso le urine e il sudore. In tutto il mondo il consumo medio giornaliero di sale pro capite si aggira fra i 9 e i 12 grammi, il range è compreso tra i 6 e i 20 e i livelli piú alti in assoluto si registrano in Asia.

Il cloruro di sodio però non nasce sulla tavola e deve essere estratto in natura: provate dunque a immaginare come funzionavano le cose prima dell’avvento delle nostre saliere. Il fatto è che in passato il problema per l’uomo non era eliminare il sodio, ma assumerne abbastanza, perché la maggior parte dei vegetali ne contiene pochissimo, mentre tutti i fluidi extracellulari animali ne hanno bisogno in alte concentrazioni. Se gli animali carnivori soddisfano quindi facilmente il loro fabbisogno di sale cibandosi di animali erbivori ricchi di sodio extracellulare, questi ultimi stentano invece a procurarselo: perciò gli animali che vedete leccare golosamente il sale sono cervi e antilopi, e non tigri e leoni. I cacciatori-raccoglitori umani che consumavano molta carne, come gli inuit e i san, soddisfacevano a loro volta piú facilmente il fabbisogno quotidiano di sale, sebbene la perdita di sangue prezioso e di fluidi extracellulari conseguente ai metodi di macellazione e cottura riducesse l’assunzione giornaliera totale a 1 o 2 grammi. Fra le società tradizionali di cacciatori-raccoglitori e agricoltori che ancora oggi consumano invece piú vegetali e meno carne, quelle stanziate nelle zone costiere marine o nei pressi di depositi di sale interni hanno comunque facile accesso alle fonti di sodio. Il consumo di sale dei lau delle Salomone, per esempio, che vivono sulla costa e usano acqua salata per cucinare, si aggira intorno ai 10 grammi al giorno, cosí come fra i pastori nomadi qashqai dell’Iran, originari di un ambiente naturale ricco di depositi di sale di superficie.

Ma presso decine di altri gruppi monitorati di cacciatori-raccoglitori e agricoltori tradizionali i valori scendono sotto i 3 grammi giornalieri, e il record in negativo spetta agli yanomami del Brasile, che si cibano soprattutto di banane, povere di sodio, e ne eliminano una media di 50 milligrammi al giorno – circa un duecentesimo rispetto all’americano medio. Un solo Big Mac analizzato da «Consumer Reports» conteneva 1,5 grammi (cioè 1500 milligrammi) di sale, equivalenti al consumo mensile di un indio yanomami, mentre un barattolo di zuppa di pollo e noodle (2,8 grammi di sale) rappresenta quasi due mesi del consumo di sodio di uno yanomami. Ma forse il record assoluto spetta a un ristorante sino-americano di Los Angeles, nei pressi di casa mia: analizzato, un unico double pan-fried noodles combo dish (doppia porzione di tagliatelle all’uovo saltate in padella con verdure e servite con manzo, maiale, pollo e gamberetti) rivela di contenere una quantità di sale pari a quella di un anno e tre giorni di un indio yanomami.

Le popolazioni tradizionali sentono dunque un fortissimo bisogno di sale e fanno di tutto per ottenerlo. (Anche noi ne sentiamo il bisogno: provate a mangiare cibi freschi, non trattati e non salati anche solo per un giorno, e vedrete che meraviglia poter tornare a usarlo liberamente!) Gli abitanti degli altipiani orientali della Nuova Guinea con cui ho avuto modo di lavorare, la cui dieta consisteva per il 90 per cento di patate dolci a basso contenuto sodico, mi hanno raccontato quanto costava in termini di fatica procurarsi il sale fino a poche decine di anni fa, prima cioè che i bianchi lo portassero in negozio. Raccoglievano le foglie di particolari piante, le bruciavano, ne recuperavano le ceneri, le bagnavano in acqua per sciogliere i residui solidi e infine facevano evaporare l’acqua per ottenerne minime quantità di sale amaro. I dani dugum degli altipiani occidentali, invece, ricavavano il sale dalle uniche due pozze naturali salmastre della valle: vi immergevano un pezzo di corteccia spugnosa di banano e, quando questo aveva assorbito l’acqua, lo recuperavano e lo lasciavano asciugare al sole, lo bruciavano, ne innaffiavano la cenere con altra acqua e impastavano il composto cosí ottenuto in panetti da consumare o barattare. Dopo tanti sforzi per ritrovarsi alla fine con un pugno di sale amaro e impuro, non c’è da stupirsi che i guineani che mangiano in mense all’occidentale non resistano alla tentazione di salare come pazzi tutte le loro pietanze.

Con la nascita degli stati centralizzati, il sale divenne e ancora è un genere diffusissimo e prodotto su scala industriale a partire da essiccatoi per l’acqua salata, miniere e depositi di superficie. Oltre a impiegarlo come condimento, pare che circa 5000 anni fa i cinesi abbiano iniziato a usarlo come conservante invernale. Merluzzo e aringhe salate diventarono quindi capisaldi dell’alimentazione in Europa, e il sale si trasformò cosí nella merce preziosa piú tassata al mondo. I soldati romani venivano pagati in sale – da cui il termine «salario», che non ha dunque niente a che fare con la radice di «moneta» o «denaro» –, per il sale si sono combattute guerre e contro le tasse imposte sul sale sono scoppiate rivoluzioni. Il mahatma Gandhi uní gli indiani contro l’ingiustizia del dominio britannico marciando per un mese verso l’oceano e violando le leggi inglesi che impedivano di raccogliere un po’ di sale per sé usando l’acqua salata che arrivava sulla spiaggia e apparteneva a tutti, per poi rifiutarsi di pagare la tassa imposta da Sua Maestà.

La recente adozione di una dieta ad alto contenuto sodico da parte di metabolismi tradizionali tuttora prevalentemente adatti a diete iposodiche ha conferito all’assunzione di sale il ruolo di fattore di rischio nella maggioranza delle malattie non trasmissibili moderne. Molti degli effetti nocivi sono mediati dal ruolo che il sale gioca nell’innalzamento della pressione sanguigna, di cui parlerò fra poco. L’ipertensione, come anche viene chiamata, figura tra i principali fattori di rischio nelle malattie cardiovascolari in generale, nell’ictus, nell’insufficienza cardiaca, nelle coronaropatie e soprattutto negli infarti del miocardio, nonché nel diabete di tipo 2 e nelle nefropatie. L’eccessivo consumo di sale ha però effetti negativi che vanno al di là dell’ipertensione, poiché inspessisce e indurisce le arterie e induce l’aggregazione piastrinica e l’ipertrofia del ventricolo sinistro del cuore, tutte cose che concorrono all’aumento delle malattie cardiovascolari. Altri effetti indipendenti dall’ipertensione sono un maggior rischio di ictus e di tumore allo stomaco. Infine, l’assunzione di sale contribuisce in maniera indiretta ma significativa all’obesità (a sua volta un fattore di rischio in molte malattie non trasmissibili) in quanto aumenta la sete, che molti soddisfano consumando bevande zuccherine ipercaloriche.

 

Sale e pressione arteriosa.

 

Vorrei ora invitarvi a un piccolo corso accelerato su pressione sanguigna arteriosa e ipertensione per aiutarvi a capire meglio cosa accade quando il vostro medico vi sistema un bracciale gonfiabile intorno al braccio, pompa aria, si mette in ascolto, sgonfia il bracciale e sentenzia: «120 su 80». La pressione arteriosa viene espressa in unità di millimetri di mercurio: l’altezza a cui la pressione del vostro sangue spingerebbe una colonna verticale di mercurio nel caso, Dio non voglia, si ritrovasse improvvisamente collegata alle vostre arterie. Naturalmente la pressione cambia durante l’intero ciclo del battito cardiaco, innalzandosi a ogni contrazione del cuore e riscendendo quando il cuore si rilassa. Per questa ragione il medico prende nota di un primo e poi di un secondo numero (per esempio, 120 su 80 millimetri di mercurio), riferendosi rispettivamente al picco pressorio rilevato a ogni battito (e chiamato pressione sistolica) e al minimo rilevato fra i battiti (chiamato pressione diastolica). La pressione del sangue può inoltre variare a seconda della posizione in cui ci troviamo e del nostro grado di attività e ansia, quindi la si misura di preferenza da sdraiati e in stato di calma: in queste condizioni, 120 su 80 è la pressione media degli americani adulti. Ma tra una pressione normale e una pressione alta non esiste una linea di separazione netta: semplicemente, quanto piú avete la pressione alta, tanto piú rischiate di morire d’infarto, ictus, insufficienza renale o di rottura dell’aorta. In genere oltre i 140 su 90 si parla arbitrariamente di ipertensione, ma c’è chi a 50 anni muore di colpo apoplettico pur avendo la pressione piú bassa e chi, con una pressione piú alta, muore a 90 in perfetta salute in un incidente automobilistico.

Sulla breve distanza, la pressione sanguigna aumenta con l’aumentare dell’ansia e in concomitanza di sforzi energici. Sulla lunga invece aumenta in presenza di altri fattori, specie, per le ragioni già discusse, a causa di un eccesso di sale e, presso noi occidentali moderni ma non presso i popoli tradizionali, con l’età. La relazione fra consumo di sale e pressione arteriosa compare già citata oltre duemila anni fa nel testo di medicina Huangdi neijing suwen [Le domande semplici, tomo primo del Canone di Medicina Interna dell’Imperatore], dove si legge: «Perciò, introducendo grandi quantità di sale, il polso si irrigidisce e indurisce». Durante esperimenti recentemente condotti su scimpanzé – i nostri parenti animali piú stretti – in cattività, si è visto che con una dieta a base di Purina Monkey Chow e di 6-12 grammi di sale giornalieri (equivalente alla dieta occidentale degli umani moderni) la pressione arteriosa si manteneva intorno a un sano 120 su 50. Dopo un anno e sette mesi di dieta ad alto contenuto di sodio (fino a 25 grammi giornalieri), la pressione degli scimpanzé saliva invece a 155 su 60, dato equivalente a un’ipertensione umana, quanto meno a giudicare dal valore sistolico.

Per noi esseri umani è chiaro che l’assunzione di sale influenza i valori della pressione sanguigna, o che sicuramente lo fa ai due estremi di bassissimo e altissimo apporto di sodio. Negli anni 1980, il progetto internazionale INTERSALT utilizzò una metodologia uniforme per rilevare il rapporto fra assunzione di sale e valori pressori in 52 popolazioni di tutto il mondo. Quella che ho già detto detenere il record mondiale di dieta iposodica, cioè gli indios yanomami del Brasile, aveva anche i valori piú bassi: un sorprendente 96 su 61. Al secondo e terzo posto figuravano quindi gli indios brasiliani xingu e gli abitanti degli altipiani della Asaro Valley in Papua Nuova Guinea: 100 su 62 e 108 su 63 rispettivamente. Diversamente da quanto accade in America e negli altri paesi occidentalizzati, queste tre, piú altre decine di popolazioni tradizionali varie con diete iposodiche, non mostravano alcun aumento di pressione nemmeno con l’avanzare dell’età.

All’estremo opposto c’è il Giappone, dai medici soprannominato «terra dell’apoplessia» a causa dell’altissima incidenza di ictus fatali (prima causa di morte nel Paese del Sol levante e cinque volte piú frequenti che negli Stati Uniti), legati a ipertensione e a cibi notoriamente salati – fattori addirittura esasperati nella prefettura settentrionale di Akita, celebre per il riso saporito che gli agricoltori locali aromatizzano con il sale, consumano insieme alla salatissima zuppa di miso e alternano a stuzzichini sotto salamoia. Su 300 adulti di Akita studiati, non ce n’era uno che assumesse meno di 5 grammi di sale al giorno (quanto uno yanomami in tre mesi), il consumo medio era di 27 grammi e il soggetto piú ghiotto ne ingeriva ben 61 al giorno – quanto basta per far fuori in soli otto giorni il classico pacchetto di sale da mezzo chilo. In capo a ventiquattr’ore, il detentore di questo record negativo assumeva dunque tanto sale quanto l’indio yanomami medio ne assume in tre anni e tre mesi. La pressione media dei cinquantenni di Akita viaggiava intorno a 151 su 93: in pratica, l’ipertensione era la norma. Nessuna sorpresa, insomma, se i casi di morte per ictus erano piú che doppi rispetto alla media già alta del Giappone e se in alcuni centri della prefettura il 99 per cento della popolazione non arrivava a settant’anni.

Esiste dunque un legame incontrovertibile fra variazioni estreme nel consumo di sale e variazioni importanti nei valori pressori: una dieta molto povera di sodio si riflette in valori pressori molto bassi, mentre una dieta molto ricca si traduce in valori molto alti. Tuttavia, nessuno di noi seguirà mai una dieta estrema come quella di un indio yanomami o di un agricoltore della prefettura di Akita. Ci piacerebbe invece sapere se variazioni piú modeste, comprese fra i valori intermedi dei consumi mondiali, comportano effetti anche modesti sulla pressione sanguigna, ma per varie ragioni non sorprende che su questo punto esistano ancora pareri discordi. L’intervallo centrale comprende infatti solo una porzione ristretta di valori: delle 52 popolazioni oggetto dello studio INTERSALT, 48 (cioè tutte, tranne gli yanomami e le tre piú virtuose a seguire) si attestavano per esempio fra 6 e 14 grammi di assunzione giornaliera di sale. Presso la maggior parte delle popolazioni, la variazione individuale nel consumo di sale e nella pressione arteriosa è però ampia e tende a oscurare le differenze tra singoli popoli. L’entità stessa dell’assunzione è notoriamente difficile da rilevare in maniera uniforme e sistematica, a meno di non confinare per una settimana un’intera popolazione nel reparto malattie metaboliche di un ospedale e misurare i livelli di sodio presenti in tutti i cibi consumati e in tutte le urine prodotte: operazione ovviamente impossibile per gli indios yanomami della giungla, ma anche per la maggioranza di noi cittadini urbani occidentali. L’assunzione di sale viene quindi normalmente e individualmente valutata sulla base delle urine raccolte nell’arco delle ventiquattr’ore, ma questi valori sono soggetti a forti oscillazioni giornaliere, a seconda che la persona consumi un pasto regolare o un Big Mac o una zuppa di pollo e noodle in scatola.

Nonostante le incertezze, oltre agli esperimenti manipolativi un gran numero di esperimenti naturali (quali la variazione regionale, la migrazione e la variazione individuale) mi dice che le variazioni nel consumo di sodio giornaliero influiscono sulla pressione anche entro il range di normalità. Le popolazioni costiere di Terranova e delle Isole Salomone assumono piú sale di quelle delle zone interne, e il consumo è piú alto fra i nigeriani delle zone rurali vicine a laghi salati che fra i nigeriani di aree analoghe ma prive di laghi salati: in tutti questi casi, a un’assunzione di sodio maggiore corrisponde un aumento medio della pressione arteriosa. Quando i kenyoti o i cinesi delle campagne si trasferiscono in città, spesso il loro consumo di sale aumenta e cosí i valori della pressione. Viaggiando da sud a nord in Giappone si registra quasi un raddoppio dei livelli di sodio ingerito, fino ai picchi massimi della già citata prefettura settentrionale di Akita, e il trend della dieta si accompagna al parallelo aumento dei casi di ipertensione e di morte per ictus. Anche all’interno di una stessa città (Takayama), i casi di ipertensione e ictus aumentano con l’aumentare del consumo di sodio da parte dei singoli individui studiati.

Per quanto riguarda invece gli esperimenti manipolativi, un gruppo di americani sottoposti per 30 giorni a dieta (moderatamente) iposodica, uno di guineani tenuti per 10 giorni a dieta (moderatamente) ipersodica e uno di cinesi tenuti per 7 giorni a dieta (moderatamente) iposodica o ipersodica hanno sperimentato tutti un aumento o un abbassamento della pressione arteriosa in concomitanza con l’aumento o la diminuzione nel consumo di sale. In un sobborgo periferico della città olandese dell’Aia alcuni epidemiologi hanno condotto un esperimento di sei mesi su 476 neonati, quasi tutti allattati al seno: alle madri veniva chiesto di somministrare ai bambini, scelti a caso, degli integratori alimentari che si differenziavano per un fattore pari a 2,6 nel contenuto di sodio. Nel corso dei sei mesi, la pressione arteriosa dei neonati tenuti a regime lievemente piú salato è andata progressivamente aumentando rispetto a quella dei neonati a dieta lievemente iposodica, dopodiché l’intervento sperimentale si è concluso e per i successivi 15 anni i bambini hanno potuto mangiare quello che volevano. Cosa interessante, l’effetto di quei sei mesi di assunzione di sale nell’infanzia si è rivelato permanente: da adolescenti, quelli del primo gruppo avevano ancora valori pressori superiori a quelli del secondo (forse perché erano rimasti condizionati e continuavano a prediligere i cibi salati). Infine, in almeno quattro paesi noti per l’alto livello medio di consumo di sodio e il conseguente ed elevato tasso di mortalità per ictus – Cina, Finlandia, Giappone e Portogallo –, alcune campagne sulla salute pubblica durate anni o decenni hanno prodotto a livello locale o nazionale una diminuzione nei valori della pressione arteriosa e nel tasso di mortalità per ictus. Nel caso della Finlandia, per esempio, una campagna ventennale per la riduzione del consumo di sodio si è tradotta in un abbassamento dei valori pressori medi, in una parallela riduzione del 75-80 per cento dei decessi per coronaropatie e ictus e nell’aumento di 5 o 6 anni dell’aspettativa di vita dei finlandesi.

 

Cause dell’ipertensione.

 

Per affrontare il problema della pressione alta dobbiamo capire quali cause concorrono a scatenarla oltre a una dieta ricca di sale, e come mai non tutti coloro che usano molto sale ne soffrono. Perché alcuni di noi hanno valori tanto piú elevati di altri? Solo nel 5 per cento dei pazienti affetti da ipertensione si riesce infatti a individuare un’unica e chiara causa scatenante, come uno squilibrio ormonale o l’uso di contraccettivi orali; nel restante 95 per cento dei casi, invece, la causa non è affatto evidente e l’eufemismo con cui la medicina maschera la sua ignoranza è «ipertensione arteriosa essenziale».

Nell’ipertensione essenziale possiamo valutare il ruolo dei fattori genetici mettendo a confronto i valori pressori fra parenti piú o meno stretti. Prendendo a campione i membri di una stessa famiglia si osserva che i gemelli omozigoti, i quali condividono un identico corredo genetico, hanno una pressione arteriosa molto simile; la somiglianza diminuisce invece ma resta pur sempre significativa nel caso dei gemelli eterozigoti, dei fratelli e dei genitori di figli biologici, che condividono circa il 50 per cento del corredo genetico. Questa somiglianza si riduce ulteriormente nel caso di fratelli adottivi o dei genitori di figli adottivi, privi di legame genetico ma immersi nello stesso ambiente domestico. (Chi di voi abbia dimestichezza con la statistica e i coefficienti di correlazione, quello della pressione arteriosa è di 0,63 fra gemelli omozigoti, di 0,25 fra gemelli eterozigoti e fra genitori e figli biologici e di 0,05 tra fratelli adottivi e tra genitori e figli adottivi. Se il coefficiente fra gemelli omozigoti fosse pari a 1, significherebbe che la pressione arteriosa è praticamente determinata solo dai geni e che [dopo il concepimento] non è piú possibile intervenire in alcun modo su di essa). Evidentemente i geni influenzano molto i valori pressori, ma anche i fattori ambientali hanno il loro peso, dato che la pressione dei gemelli omozigoti è simile ma non identica.

Per mettere in prospettiva questi risultati, proviamo a confrontare l’ipertensione con una patologia genetica semplice come la malattia di Tay-Sachs, dovuta al difetto di un unico gene. Ogni paziente affetto da Tay-Sachs presenta dunque un problema sempre nello stesso gene, e tutti coloro che abbiano quel singolo gene difettoso sono certi di morire di questa malattia, indipendentemente dallo stile di vita e dall’ambiente. Per contrasto, l’ipertensione investe solitamente parecchi geni diversi, ciascuno dei quali, preso singolarmente, influisce in misura minima sulla pressione stessa: per questo pazienti diversi affetti da ipertensione devono la loro patologia a diverse combinazioni genetiche. Il fatto poi che un individuo geneticamente predisposto all’ipertensione sviluppi o meno dei sintomi dipende molto dallo stile di vita che conduce. L’ipertensione non è insomma una di quelle malattie poco comuni, omogenee e intellettualmente eleganti che i genetisti amano studiare, bensí, al pari di ulcera e diabete, si presenta come un insieme di sintomi prodotti da cause eterogenee, tutte riconducibili all’interazione fra agenti ambientali e predisposizione genetica.

Gli studi comparativi sull’incidenza dell’ipertensione in gruppi che vivono in condizioni diverse hanno identificato numerosi fattori di rischio di tipo ambientale o legati allo stile di vita. Oltre al consumo di sale, altri fattori importanti comprendono l’obesità, la mancanza di esercizio fisico, l’elevato consumo di alcol e di grassi saturi e un ridotto apporto di calcio. Questo dimostra che i pazienti affetti da ipertensione che modificano il loro stile di vita in modo da minimizzare questi fattori riescono spesso ad abbassare la pressione. Chi non conosce il mantra dei medici di base: «Ridurre sale, stress, colesterolo, grassi saturi e alcol, perdere peso, eliminare le sigarette e fare regolarmente esercizio fisico»?

Ma come funziona il legame fra sale e pressione arteriosa? In altre parole, quale meccanismo fisiologico fa sí che un aumentato apporto di sodio produca un innalzamento pressorio in molte persone, anche se non in tutte? Buona parte della spiegazione sta nell’espansione del volume dei fluidi extracellulari del corpo. Negli individui sani il sale in eccesso viene eliminato dai reni per mezzo delle urine, ma in quelli affetti da insufficienze a carico del sistema renale l’eliminazione non riesce a tenere il passo con un eventuale aumento nella sua assunzione: l’eccesso cosí risultante innesca una sensazione di sete che spinge a bere acqua, e ciò aumenta il volume del sangue. Di conseguenza il cuore pompa di piú e la pressione arteriosa sale, costringendo i reni a filtrare e a eliminare piú sodio e piú acqua. Si ripristina cosí l’equilibrio fra assunzione di sale ed escrezione di acqua e di sale, ma nel frattempo il corpo avrà incamerato una quantità maggiore sia dell’una sia dell’altro.

Per quale motivo l’aumento di pressione corrispondente all’aumento di sodio si verifica solo in alcune e non nella maggioranza delle persone? In fondo, pur consumando piú di 6 grammi di sale al giorno, quasi tutti riusciamo a conservare una pressione arteriosa «normale» (almeno dal punto di vista dei medici occidentali, non certo per gli standard degli yanomami). Il fatto è che una dieta ricca di sodio non porta automaticamente tutti all’ipertensione, ma solo qualcuno: e che cos’ha di diverso questo qualcuno?

I soggetti piú reattivi a livello pressorio all’assunzione di sale vengono definiti dai medici «sodio-sensibili». In generale, i soggetti ipertesi sensibili al sale sono circa il doppio dei soggetti normotesi (che hanno cioè valori pressori normali). Ciononostante, la maggior parte dei decessi dovuti a pressione alta non si verifica tra gli ipertesi, che per definizione hanno valori pressori decisamente elevati (superiori a 140 su 90), bensí fra normotesi con valori solo moderatamente elevati – e questo perché i normotesi sono di gran lunga piú numerosi degli ipertesi, e il maggior rischio individuale di mortalità negli ipertesi non controbilancia la forte preponderanza numerica dei normotesi. Quanto alla differenza fisiologica specifica fra normotesi e ipertesi, è ormai dimostrato che il problema primario di cui soffrono i secondi si annida da qualche parte nei reni. Se si trapianta sperimentalmente un rene da una cavia normotesa a una ipertesa, o da un donatore umano normoteso a un ricevente iperteso gravemente malato che si intende aiutare, la pressione arteriosa di quest’ultimo infatti precipita. Se, al contrario, si trapianta un rene da una cavia ipertesa a una normotesa, la pressione di quest’ultima si alza.

A ulteriore riprova del legame fra ipertensione e origine renale del disturbo, la maggior parte dei geni umani noti per la loro influenza sulla pressione arteriosa è addetta anche alla codifica delle proteine coinvolte nel processo di metabolizzazione del sale all’interno dei reni. Questi di fatto eliminano il sodio in due tappe: per prima cosa, un filtro chiamato glomerulo posto all’inizio di ciascun tubulo renale filtra il plasma sanguigno (contenente sale) nel tubulo stesso; dopodiché la maggior parte del sodio cosí filtrato viene riassorbito nel sangue per mezzo del segmento di tubulo situato dietro il glomerulo, e la quantità non riassorbita viene eliminata tramite le urine. Quando in uno dei due passaggi intervengono dei cambiamenti, si può avere un innalzamento della pressione arteriosa: gli anziani tendono a soffrirne in funzione di una diminuita filtrazione da parte del glomerulo, e gli ipertesi perché presentano elevati tassi di riassorbimento del sodio da parte del tubulo. In entrambi i casi – minor filtrazione o maggior riassorbimento – il risultato finale è un aumento del sodio e della ritenzione idrica, con pressione arteriosa piú elevata.

In genere i medici definiscono «difetto» l’alterato riassorbimento tubulare negli ipertesi, per questo li si sente dire frasi come: «I reni degli ipertesi presentano un difetto genetico nell’eliminazione del sodio». Ma ogni volta che sento parlare in termini di «difetto» di tratti apparentemente negativi che ricorrono con una certa frequenza in popolazioni numerose e antiche, come biologo evoluzionista mi scatta subito un campanello d’allarme. I geni che ostacolano fortemente la sopravvivenza, infatti, difficilmente si diffondono per piú generazioni, a meno che il loro effetto rete non ne aumenti in qualche modo la capacità di riprodursi e sopravvivere. La medicina umana ci fornisce ottimi esempi di geni apparentemente difettosi controbilanciati dai loro effetti riequilibranti: l’emoglobina falciforme, tanto per citarne uno, è prodotta da un gene mutante e tende a provocare l’anemia, cosa indubbiamente negativa; ma lo stesso gene fornisce anche una certa protezione nei confronti della malaria, ragion per cui nelle zone malariche dell’Africa e del Mediterraneo l’effetto rete diventa positivo. Per comprendere allora il motivo per cui, se non curati, gli ipertesi rischiano oggi di morire per ritenzione renale del sodio, dobbiamo domandarci in quali condizioni l’umanità potrebbe invece aver tratto beneficio da questo apparente difetto.

La risposta è semplice. Nelle condizioni di scarsa disponibilità di sale in cui la maggioranza degli esseri umani ha vissuto per la maggior parte della sua storia e fino alla recente invasione di saliere sulle nostre tavole, chi aveva reni efficienti nel trattenere il sodio aveva anche piú probabilità di sopravvivere all’inevitabile perdita di sale prodotta dal sudore o da un attacco di diarrea. Reni di questo tipo si sono trasformati in fattori negativi solo quando il sale è diventato costantemente disponibile, portando ai relativi e fatali problemi di ritenzione e ipertensione. Per questo la pressione arteriosa e la prevalenza dell’ipertensione sono schizzate cosí in alto in tante popolazioni di tutto il mondo, comprese quelle passate da stili di vita tradizionali e scarsa disponibilità di sale allo status di clienti di supermercati molto riforniti. E vale la pena di sottolineare anche il paradosso evolutivo: chi decine di migliaia di anni fa aveva antenati piú adatti a superare i problemi di deficit di sodio nelle savane africane, oggi si trova piú esposto al rischio di morire per strada a Los Angeles per problemi legati all’eccesso di sale.

 

Fonti di sodio alimentari.

 

Se a questo punto vi siete convinti che consumare meno sale sia meglio per la vostra salute, forse vi chiederete come procedere. In passato credevo di avere risolto il problema eliminando drasticamente l’abitudine di salare i cibi che mi ritrovavo nel piatto. In realtà non ero mai andato a misurare né quanto sale assumevo, né quanto ne eliminavo, ma ingenuamente ero sicuro che si trattasse di valori bassi. Peccato che ora mi renda conto che si sarebbero rivelati ben al di sopra di quelli degli yanomami, e forse non poi cosí inferiori a quelli dell’americano medio.

Il fatto è che, purtroppo, ho capito quali sono le fonti dietetiche da cui dipende la nostra effettiva assunzione di sodio. In Nord America e in Europa solo il 12 per cento dell’apporto viene dal sale che, in fase di preparazione o a tavola, aggiungiamo manualmente e consapevolmente alle pietanze, e dunque era solo quel 12 per cento che io avevo eroicamente eliminato. Un altro 12 per cento proviene dal sodio presente in natura nei cibi freschi. Sfortunatamente, però, il restante 75 per cento di apporto rimane occulto e ci arriva, aggiunto da altri, nei cibi confezionati che acquistiamo o nei piatti che consumiamo al ristorante. Il risultato è che gli americani e gli europei (me compreso) non hanno idea di quanto sale ingeriscono quotidianamente, a meno di non effettuare una raccolta delle urine nelle ventiquattr’ore. Astenersi dall’uso della saliera non basta affatto ad abbassare in maniera drastica l’assunzione di sale: dobbiamo anche imparare a selezionare ciò che compriamo e i ristoranti in cui mangiamo.

I cibi lavorati contengono quantità di sale straordinariamente superiori a quelle dei corrispondenti cibi non lavorati. Un chilo di salmone in scatola contiene per esempio 2,5 volte piú sodio di un chilo di salmone fresco cotto al vapore e non salato, e un chilo di quello affumicato comprato in negozio ne contiene addirittura 12 volte di piú. Il tipico cheeseburger con patatine fritte da fast food fornisce un apporto di 3 grammi di sodio (un terzo dell’apporto totale giornaliero di un americano), cioè 13 volte quello contenuto in un’analoga bistecca con patate fritte fatte in casa. Altri cibi lavorati ad altissimo apporto di sodio sono la carne in scatola, i formaggi lavorati e le noccioline tostate, e con mia grande sorpresa ho scoperto che la principale fonte dietetica di sodio negli Stati Uniti e in Inghilterra sono i prodotti a base di cereali – pane, altri prodotti da forno e cereali per la colazione – che in genere non associamo affatto all’idea di salato.

Ma come mai i produttori di cibi lavorati aggiungono tanto sale? Un motivo è che si tratta di un espediente a costo quasi zero per rendere gradevoli al gusto cibi di scarsa qualità. Un altro è che aumentando il contenuto di sale aumenta anche la quantità d’acqua legata nella carne, e cosí grazie a essa il prodotto finale arriva a pesare sulla bilancia un buon 20 per cento in piú: in altre parole, per lo stesso prezzo al chilo il macellaio ci avrà venduto in realtà meno carne (83 per cento) e piú acqua legata (17 per cento). Ma un terzo motivo è che il sale è una delle cause prime della sete: piú sale consumiamo, piú beviamo, e americani ed europei bevono soprattutto acqua in bottiglia e bibite, alcune delle quali commercializzate dalle stesse aziende che vendono gli snack salati e i cibi lavorati che scatenano la sete. Va infine notato che il gusto generale è ormai assuefatto e preferisce di gran lunga gli alimenti salati a quelli non salati.

Diverso invece è il quadro delle fonti di sodio principali in Asia orientale e meridionale e nella maggioranza dei paesi in via di sviluppo, dove la parte preponderante del sale ingerito non viene da cibi lavorati o dalle preparazioni dei ristoranti, bensí proprio dalla saliera di casa. In Cina, per esempio, il 72 per cento dell’aggiunta di sodio avviene in fase di cottura o a tavola, e un altro 8 per cento deriva dall’uso della salsa di soia. Anche in Giappone le fonti primarie sono la salsa di soia (20 per cento), la zuppa di miso (10 per cento), la verdura e la frutta saltate (10 per cento), il pesce fresco e salato (10 per cento) e il sale aggiunto nei ristoranti, nei fast food e a casa (10 per cento). Per questo in molti paesi asiatici il consumo giornaliero supera i 12 grammi. Nei paesi in via di sviluppo, invece, insieme al sale aggiunto in fase di cottura spicca quello contenuto in salse, condimenti e cibi conservati in salamoia.

In termini di costi medici e ospedalieri e di perdita del lavoro, l’elevata frequenza dei casi di ipertensione, di ictus e di altre patologie legate all’eccessivo consumo di sodio ha indotto alcuni paesi a condurre lunghe campagne di informazione pubblica, tranne a rendersi presto conto che senza la collaborazione dell’industria alimentare arrivare a un’effettiva riduzione del consumo di sale era impossibile. Questo processo ha gradualmente portato a un abbassamento del 10 o 20 per cento ogni anno o due del sale aggiunto, ancora troppo poco perché i singoli si accorgano dei benefici. In Inghilterra, Giappone, Finlandia e Portogallo queste campagne proseguono da circa venti-quarant’anni, con i già citati esiti sul piano del diminuito consumo di sodio, della riduzione dei costi a carico dei sistemi sanitari nazionali e dei miglioramenti dei dati statistici sullo stato di salute dei cittadini.

Noi abitanti dei paesi industriali siamo dunque ostaggi impotenti nelle mani delle aziende alimentari? Ed è davvero cosí poco ciò che possiamo fare per ridurre la nostra assunzione di sale e la nostra pressione arteriosa, a parte sperare in una campagna pubblica efficace contro il sodio? In realtà, oltre a quello di usare meno la saliera, c’è un passo fondamentale che dipende solo da noi compiere: osservare una dieta sana ricca di cibi freschi e povera di cibi lavorati, in altre parole consumare molta frutta e verdura, fibre, carboidrati complessi, latticini e formaggi non lavorati, cereali integrali, pollame, pesce (sí, anche i pesci grassi), oli vegetali e semi, ma povera di carni rosse, dolci, bevande zuccherate, burro, panna, colesterolo e grassi saturi. Durante alcuni esperimenti controllati condotti su volontari, questo regime alimentare – denominato DASH (Dietary Approaches to Stop Hypertension, «approccio dietetico contro l’ipertensione») – ha dimostrato di poter abbassare nettamente la pressione arteriosa.

Forse qualcuno di voi starà già pensando: «Mai e poi mai, una dieta insipida e priva di grassi mi toglie ogni piacere di mangiare, e questo solo per vivere dieci anni in piú! Meglio settanta di buona cucina e buon vino, che ottanta di gallette sciape e acqua del rubinetto!» In realtà il regime DASH si basa sulla dieta mediterranea, con il suo non indifferente 38 per cento di grassi e cosí detta perché di fatto è quella tradizionalmente seguita da italiani, spagnoli, greci e da molti francesi (i grassi della dieta mediterranea e DASH sono soprattutto i cosiddetti grassi monoinsaturi, cioè quelli che fanno bene alla salute). Stiamo parlando di popoli che non sopravvivono certo ad acqua e gallette, ma che possono vantare le migliori gastronomie della civiltà occidentale: gli italiani, che ogni giorno passano ore consumando i loro gloriosi piatti di pasta, e poi pane, formaggi, olio d’oliva e altre delizie, sono ancora fra i popoli piú magri del mondo occidentale. Noi americani, invece, che osserviamo regimi alimentari tutto fuorché mediterranei, abbiamo le circonferenze vita medie piú alte dell’Occidente: un terzo dei nostri cittadini adulti è obeso e un altro terzo di noi è «solo» sovrappeso, e in compenso non possiamo nemmeno consolarci all’idea che questo è il prezzo che stiamo pagando per i piaceri della cucina italiana. Anche noi, insomma, possiamo mangiare di gusto e mantenerci sani.

 

Il diabete.

 

Le diete occidentali sono ricche di zuccheri e di carboidrati raffinati che stanno al diabete come il sale sta all’ipertensione. Quando i miei due gemelli erano ancora troppo piccoli per avere acquisito abitudini alimentari corrette, per me e mia moglie portarli in un supermercato significava superare un percorso a ostacoli pieno di trappole zuccherine. Tra i cibi preferiti dai miei figli a colazione c’erano gli Apple Cinnamon Cheerios e i Fruit Loops, stando alle indicazioni dei produttori rispettivamente composti per l’85 e l’89 per cento da carboidrati, metà dei quali sotto forma di zuccheri. Le famose tartarughe Ninja dai superpoteri riportate sulle confezioni solleticavano nei bambini la voglia di mangiare piatti di pasta al formaggio preconfezionati come il Teenage Mutant Ninja Turtles Cheese Pasta Dinner, con il loro 81 per cento di carboidrati, e fra gli snack piú gettonati c’erano i Fruit Bears (92 per cento di carboidrati, 0 proteine) e i biscotti al cioccolato con crema alla vaniglia Teddy Graham’s Bearwich (71 per cento carboidrati), questi ultimi due contenenti, fra gli altri, anche sciroppo di mais e zucchero.

Tutti alimenti con apporto limitato o nullo di fibre che, se confrontati con la dieta a cui la nostra evoluzione ci ha resi piú adatti, si differenziavano enormemente per l’elevato contenuto di zucchero e di altri carboidrati (con valori compresi fra il 71 e il 95 per cento, anziché fra il 15 e il 55 per cento) e per l’apporto pressoché nullo di fibre e proteine. Se ho citato questi esempi non è certo perché costituivano un’anomalia, anzi, semmai proprio perché la loro composizione rappresentava invece l’offerta tipica. Intorno al 1700, negli Stati Uniti (allora una colonia) e in Inghilterra il consumo pro capite annuo di zucchero era di circa 2 chili, mentre oggi supera i 75, e un quarto dell’attuale popolazione americana arriva a 100. Da uno studio condotto in America fra gli studenti di terza media è emerso che il 40 per cento della loro dieta consisteva di zuccheri e carboidrati raffinati (che la digestione trasforma in zucchero). Considerato a questo punto che i nostri supermercati sono i percorsi a ostacoli di cui sopra, pronti a tentare piccoli e grandi, perché stupirsi se la causa di morte di molti miei lettori americani sarà una delle conseguenze del diabete, la malattia piú comune legata al metabolismo dei carboidrati? O se ci ritroviamo con i denti cariati, fenomeno rarissimo presso i !kung? Negli anni 1970 abitavo in Scozia, dove il consumo di dolciumi e caramelle era prodigioso, e già sentivo parlare di adolescenti che per colpa della carie avevano perso quasi tutti i denti.

La causa remota di molti danni legati al diabete è proprio l’alta concentrazione di glucosio nel sangue, che provoca un riversamento di questo zucchero nelle urine: da qui l’origine del nome completo di questa patologia, diabete mellito, cioè «scorrimento di miele». Di per sé il diabete non è contagioso né rapidamente fatale, ragion per cui non occupa le prime pagine dei giornali come magari fa l’AIDS; ciononostante, l’epidemia mondiale di diabete falcia piú dell’AIDS, aggredendo e riducendo lentamente la qualità di vita delle sue vittime. Poiché tutte le cellule del nostro corpo vengono a contatto con lo zucchero per mezzo del sangue, il diabete può infatti colpire il sistema afferente a quasi tutti gli organi. Negli Stati Uniti rappresenta per esempio la principale causa di cecità negli adulti, la seconda causa non traumatica di amputazioni del piede, la causa di un terzo dei casi di insufficienza renale, uno dei maggiori fattori di rischio d’infarto, ictus, malattia vascolare periferica e degenerazione nervosa, e una voce nella spesa sanitaria annuale di oltre un miliardo di dollari (pari al 15 per cento dei costi legati alla totalità delle patologie). Per dirla con Wilfrid Oakley: «L’uomo può essere padrone del proprio destino, ma è anche vittima della propria glicemia».

Nel 2010 è stato calcolato che nel mondo vi erano circa 300 milioni di diabetici, ma poiché sicuramente esistevano già casi non ancora diagnosticati, specie nei paesi in via di sviluppo poco monitorati dal punto di vista medico, probabilmente si trattava di una stima per difetto. Il tasso di crescita del numero dei diabetici si aggira intorno al 2,2 per cento annuo, circa il doppio del tasso mondiale di crescita della popolazione adulta: è dunque evidente che la prevalenza del diabete sta aumentando. Se le cose resteranno cosí e la popolazione mondiale continuerà ad aumentare, invecchiare e migrare dalle campagne alle città (con stile di vita sedentario associato e dunque maggiore esposizione al diabete), allora il numero di casi previsti nel 2030 sarà di 500 milioni e il diabete diventerà una delle malattie piú diffuse e uno dei problemi di salute pubblica piú grossi del mondo. Ma la prognosi potrebbe essere addirittura piú cupa, perché stanno aumentando anche altri fattori di rischio, in particolare la ricchezza e l’obesità nelle zone rurali. L’attuale picco di diffusione del diabete si registra infatti soprattutto nel Terzo Mondo, e in India e in Cina, i due paesi piú popolosi del mondo, l’epidemia non è che agli inizi. Un tempo considerato appannaggio quasi esclusivo dei ricchi europei e americani, nel 2010 il diabete ha dunque stabilito due nuovi record: oltre la metà delle vittime colpite è oggi asiatica, e i due paesi con il numero maggiore di casi sono appunto l’India e la Cina.

 

Tipi di diabete.

 

Che cosa accade quando consumiamo del glucosio o altri carboidrati contenenti zuccheri? Accade che, mentre lo zucchero viene assorbito dal nostro intestino, l’aumento della sua concentrazione nel sangue segnala al pancreas la necessità di rilasciare un ormone chiamato insulina. A sua volta questo ormone segnala al fegato che deve diminuire la produzione di glucosio e ai muscoli e alle cellule adipose che anche loro devono assorbire glucosio (per diminuirne la concentrazione a livello sanguigno), immagazzinandolo sotto forma di glicogeno o di grasso da utilizzare come fonte energetica negli intervalli tra i pasti. A scatenare il rilascio di insulina contribuiscono però altre sostanze nutrienti, come gli amminoacidi, e l’insulina ha effetti anche su componenti alimentari diversi dallo zucchero (per esempio come inibitore della scomposizione dei grassi).

Il normale corso degli eventi può allora risultare alterato da una molteplicità di fattori e il termine «diabete mellito» arriva a coprire un’ampia varietà di problematiche implicite, legate da una sintomatologia comune a sua volta derivante da livelli glicemici troppo elevati. Potremmo grossolanamente dividere queste problematiche in due gruppi di patologie: quelle del diabete mellito di tipo 2, non insulino-dipendente (noto anche come «diabete a esordio tardivo» o «senile»), e quelle del diabete di tipo 1, molto meno comune e insulino-dipendente (noto anche come «diabete giovanile»). Quest’ultimo è una malattia autoimmune in cui gli anticorpi del paziente distruggono le sue stesse cellule pancreatiche responsabili della secrezione dell’insulina. I diabetici di tipo 1 tendono a essere magri, e a non produrre e quindi a necessitare di quotidiane iniezioni di insulina. Molti di essi sono inoltre portatori di geni (particolari alleli cosiddetti HLA) che codificano come elementi del sistema immunitario. Il diabete di tipo 2 implica invece un’aumentata resistenza da parte delle cellule corporee all’insulina prodotta dal paziente e la loro conseguente incapacità di ricevere glucosio in misura normale. Finché il pancreas è in grado di reagire producendo piú insulina, la resistenza delle cellule può essere superata e il tasso di glucosio nel sangue resta nella norma, ma prima o poi il pancreas non ce la fa piú e smette di produrre abbastanza insulina per contrastare questa resistenza: il livello glicemico allora sale e il paziente sviluppa il diabete. Le persone affette da questo secondo tipo di diabete tendono a essere obese, ma ai primi stadi della malattia riescono spesso a tenere sotto controllo i sintomi stando a dieta, facendo esercizio e dimagrendo, senza dover ricorrere all’assunzione di pastiglie o a iniezioni di insulina.

Distinguere il diabete di tipo 1 da quello di tipo 2 può comunque essere difficile, in quanto il secondo tende ormai a presentarsi anche in soggetti adolescenti, mentre il primo può non manifestarsi fino all’età adulta. Inoltre, il diabete di tipo 2 (identificato in base alla resistenza all’insulina) è a sua volta associato a una molteplicità di geni diversi e si manifesta attraverso sintomi molto variabili. Nelle pagine seguenti mi concentrerò esclusivamente su quest’ultimo tipo, circa dieci volte piú comune dell’altro, e d’ora in avanti lo chiamerò semplicemente «diabete».

 

Geni, ambiente e diabete.

 

Oltre 2000 anni fa i medici indú, annotando episodi di «urina di miele», commentavano già che quei casi «passavano di generazione in generazione attraverso il seme» ed erano correlati a «diete imprudenti». I medici di oggi hanno riscoperto e riformulato quelle precisissime intuizioni dicendo che il diabete dipende da fattori sia genetici sia ambientali, e forse anche da fattori intrauterini che influirebbero sul feto nel corso della gravidanza. A dimostrazione del ruolo svolto dai geni basta citare il rischio decuplicato di contrarre il diabete da parte di chi ha un parente di primo grado che ne è già affetto (come un genitore o un fratello) rispetto a chi invece non ha parenti diabetici. Ma, al pari dell’ipertensione, il diabete non è una di quelle malattie genetiche semplici (come l’anemia falciforme) in cui il responsabile è sempre una mutazione nello stesso gene. Al contrario, per quanto riguarda il diabete sono state identificate decine e decine di fattori di suscettibilità genetica diversi, molti dei quali legati solo dalla caratteristica comune che una singola mutazione in uno qualsiasi di essi può tradursi in un elevato tasso glicemico nel sangue dovuto a resistenza all’insulina. (Ci tengo a ripetere che queste considerazioni valgono solo per il diabete di tipo 2, mentre quello di tipo 1 ha fattori di suscettibilità genetica diversi e specifici).

In aggiunta a questi, il diabete dipende poi da fattori ambientali e legati allo stile di vita. Anche se siete geneticamente predisposti al diabete, infatti, non è detto che necessariamente lo svilupperete, come avverrebbe invece se foste portatori di una coppia di geni della distrofia muscolare o della malattia di Tay-Sachs. Il rischio di sviluppare il diabete aumenta inoltre in base all’età e alla presenza di una madre o di parenti di primo grado già malati, tutte condizioni rispetto alle quali potete fare ben poco. Ma gli altri fattori predittivi del diabete sono invece controllabili, e fra questi in particolare l’eccesso ponderale, la mancanza di esercizio, una dieta ipercalorica e un eccessivo consumo di zuccheri e grassi. Quasi tutti i diabetici (sempre di tipo 2) possono ridurre la sintomatologia agendo proprio su questi fattori di rischio: il diabete colpisce per esempio da 5 a 10 volte di piú i soggetti obesi che non quelli normopeso, perciò non è raro che i pazienti recuperino un certo grado di salute mettendosi a dieta, facendo esercizio fisico e dimagrendo, e che questi stessi provvedimenti riescano a proteggere i soggetti predisposti dallo sviluppo della malattia.

Per chiarire in modo piú specifico il ruolo dei fattori ambientali nel diabete si possono citare molti tipi di esperimenti naturali, come quelli riportati all’inizio di questo capitolo a dimostrazione del legame esistente in generale fra stile di vita occidentale e malattie non trasmissibili: l’aumento a livello mondiale di tali fattori sta infatti alla base dell’attuale epidemia di diabete, e uno degli esperimenti naturali in questione vede la prevalenza del diabete crescere e decrescere in modo direttamente proporzionale al grado di benessere e allo stile di vita condotto dalla popolazione colpita. In Giappone i grafici relativi ai periodi di prevalenza del diabete e agli indicatori economici nazionali viaggiano a braccetto fin nelle minime variazioni annuali, e questo perché quando la gente ha piú disponibilità economiche mangia anche di piú e rischia maggiormente di sviluppare i sintomi della malattia. Analogamente, il diabete e i suoi sintomi conoscono un declino o scompaiono completamente nelle popolazioni che patiscono la fame, come nel caso dei diabetici francesi costretti a razionare il cibo durante l’assedio di Parigi del 1870-71. Gli aborigeni australiani che per un certo periodo hanno abbandonato la sedentarietà del nuovo stile di vita occidentale per tornare ai faticosissimi sistemi di procacciamento di cibo tradizionali hanno immediatamente visto regredire i sintomi del diabete, arrivando a perdere una media di 9 chili di peso nell’arco di sette settimane. Non dobbiamo infatti dimenticare che l’obesità è uno dei fattori di rischio principali del diabete. Anche i diabetici svedesi che per tre mesi hanno rinunciato alla loro dieta molto poco mediterranea (piú del 70 per cento dell’apporto calorico derivava dall’assunzione di zucchero, margarina, prodotti caseari, alcolici, olio e cereali) per adottare quella dei piú snelli italiani hanno registrato una riduzione della circonferenza vita e dei sintomi della malattia, e ancora meglio si sono sentiti e maggiore è stata la perdita ponderale in coloro che hanno adottato una «dieta paleolitica» sulla falsariga di quella dei cacciatori-raccoglitori.

Un altro esperimento naturale è quello che ha rilevato autentiche esplosioni di diabete presso i gruppi di emigrati che si erano emancipati da stili di vita decisamente spartani, adottando abitudini sedentarie e ipercaloriche grazie all’abbondanza di offerta alimentare nei supermercati. Prendiamo gli ebrei yemeniti aerotrasportati in Israele durante l’operazione Tappeto Volante del 1949-50, strappati al Medioevo e immersi dall’oggi al domani nella vita del XX secolo: al loro arrivo in Israele, praticamente il diabete non sapevano nemmeno cosa fosse, eppure nel giro di vent’anni il 13 per cento di essi si ammalò. Altri emigrati trovarono, insieme alla fortuna, il diabete: gli ebrei etiopi trapiantati in Israele, i messicani e i giapponesi negli Stati Uniti, i polinesiani in Nuova Zelanda, i cinesi a Mauritius e Singapore e gli indiani asiatici finiti a Mauritius, Singapore, nelle Fiji, in Sudafrica, negli Stati Uniti e in Inghilterra.

I paesi in via di sviluppo che negli ultimi anni si sono arricchiti e occidentalizzati hanno a loro volta sviluppato tassi di diabete piú alti. Al primo posto spiccano gli otto produttori di petrolio arabi e le nuove e abbienti isole-nazione oggi in testa alle tristi classifiche mondiali (tutti sopra il 15 per cento), ma anche i paesi latinoamericani e caraibici vedono ormai una prevalenza del diabete superiore al 5 per cento. Per quanto riguarda l’Estremo Oriente e l’Asia meridionale si parla di tassi ovunque superiori al 4 per cento, tranne nel caso di cinque dei paesi piú poveri, dove la prevalenza rimane attestata sull’1,6 per cento. Le elevate percentuali di diffusione del diabete nei paesi che vanno sviluppandosi piú rapidamente costituiscono inoltre un fenomeno recente: nel 1959 la prevalenza in India era ancora dell’1 per cento, mentre oggi è all’8 per cento. Di contro, la maggior parte dei paesi dell’Africa subsahariana è ancora povera e mostra tassi di prevalenza del diabete inferiori al 5 per cento.

Le medie nazionali celano tuttavia grosse differenze interne che costituiscono a loro volta degli esperimenti naturali. In tutto il mondo, infatti, il processo di urbanizzazione è associato a un minor esercizio fisico e a una maggiore disponibilità di cibo, all’obesità e al diabete. Le singole popolazioni urbane piú colpite dalla malattia comprendono i già citati wanigela della capitale di Papua Nuova Guinea (con una prevalenza del 37 per cento) e diversi gruppi urbani di aborigeni australiani (fino al 33 per cento), casi tanto piú interessanti in quanto fino al perdurare delle condizioni tradizionali il diabete era rimasto sconosciuto sia presso i guineani, sia presso gli australiani.

Lo stile di vita occidentale comporta insomma il rischio di ammalarsi di diabete, ma stiamo parlando di una patologia legata a svariati elementi correlati: quali contribuiscono dunque maggiormente al suo sviluppo? Se da un lato distinguere tra effetti delle influenze correlate non è facile, dall’altro pare che i tre fattori di rischio principali siano obesità e sedentarietà (su cui si può intervenire), e familiarità (a cui non si può porre rimedio). Un altro fattore di rischio non controllabile è il peso alla nascita. Se la composizione della dieta in parte agisce per mezzo della sua relazione con l’obesità, essa sembra però esercitare anche un certo grado di influenza indipendente: tra soggetti ugualmente affetti da obesità, quelli che osservano una dieta mediterranea paiono andare incontro a un rischio di sviluppare il diabete inferiore a coloro che hanno un consumo elevato di zuccheri, acidi grassi saturi, colesterolo e trigliceridi. La mancanza di esercizio fisico può a sua volta diventare una fonte di rischio in quanto fattore predisponente all’obesità, mentre il fumo, i processi infiammatori e l’elevato consumo di alcol sembrano rappresentare fattori di rischio indipendenti. In breve, il diabete di tipo 2 nasce da fattori genetici e forse anche intrauterini, successivamente «smascherati» da fattori legati allo stile di vita che producono i sintomi della malattia.

 

Gli indiani pima e gli abitanti di Nauru.

 

Le prove del ruolo che l’ambiente ha nello sviluppo del diabete sono tragicamente confermate dalla storia delle due popolazioni in assoluto piú colpite al mondo: gli indiani pima e gli abitanti dell’Isola di Nauru. Per oltre 2000 anni i pima sono riusciti a sopravvivere nei deserti dell’Arizona meridionale grazie a metodi di coltivazione basati su complessi sistemi irrigui, integrati da caccia e raccolta. Data la forte variabilità delle precipitazioni annue nelle zone desertiche, ogni cinque anni un raccolto andava perduto e per un po’ ciò li costringeva ad alimentarsi esclusivamente di cacciagione e vegetali selvatici, in particolare di jack rabbit (lepri americane) e di fagioli di mesquite. Molti dei loro vegetali selvatici preferiti avevano un alto contenuto di fibre ed erano poveri di grassi e a lento rilascio di glucosio, caratteristiche che li rendevano un’ottima dieta antidiabetica. Dopo questa lunga storia di periodiche ma brevi carestie, verso la fine del XIX secolo i pima dovettero affrontare una carestia di durata maggiore, allorché i coloni bianchi deviarono alla sorgente il corso dei fiumi da cui essi dipendevano per l’irrigazione dei campi: il risultato furono la perdita dei raccolti e la fame. Oggi i pima mangiano cibi comprati in negozio, e se all’inizio del 1900 gli osservatori riportavano solo rari casi di obesità e l’assenza pressoché totale del diabete, a partire dagli anni 1960 i pima obesi sono diventati la maggioranza, alcuni arrivano a pesare 140-150 chili e metà di essi supera il novantesimo percentile ponderale in rapporto all’altezza. Le donne pima consumano circa 3160 calorie giornaliere (50 per cento in piú della media statunitense), il 40 per cento delle quali è composto da grassi. I pima hanno inoltre conquistato la fama nella letteratura scientifica sul diabete, aggiudicandosi il record mondiale assoluto di frequenza della malattia: la metà dei pima ultratrentacinquenni e il 70 per cento di quelli compresi fra i 55 e i 64 anni di età sono diabetici, con tutti i tragici casi di cecità, amputazione degli arti e insufficienza renale che ne conseguono.

Il secondo esempio è quello di Nauru, piccola e remota isola del Pacifico tropicale colonizzata in tempi preistorici dai micronesiani. Nel 1888 Nauru fu annessa alla Germania, nel 1914 venne occupata dall’Australia e finalmente nel 1968 ottenne l’indipendenza, diventando la piú piccola repubblica del mondo. Purtroppo però Nauru vanta anche un macabro primato, in quanto sede tristemente istruttiva di un fenomeno pochissimo documentato: un’epidemia di una malattia genetica. Noi siamo abituati a epidemie di malattie infettive che esplodono quando la trasmissione dell’agente infettivo dilaga e vanno in remissione quando il numero delle vittime potenziali precipita, in seguito all’immunizzazione dei sopravvissuti e alla mortalità differenziale dei soggetti geneticamente suscettibili. Un’epidemia di tipo genetico esplode invece a causa di un aumento nei fattori di rischio ambientali e si placa quando il numero delle potenziali vittime suscettibili precipita (ma solo in seguito al decesso dei soggetti geneticamente piú esposti, non certo grazie all’immunità acquisita: non esiste immunizzazione possibile nei confronti del diabete).

Lo stile di vita tradizionale dei nauruani era basato sulla pesca e l’agricoltura e comportava frequenti carestie dovute alla siccità e alla povertà del terreno dell’isola. Ciononostante i primi visitatori europei notarono che gli abitanti erano floridi, che ammiravano le persone grosse e grasse e che sottoponevano bambine e ragazze a diete ingrassanti per farle crescere piú attraenti. Nel 1906 si scoprí che la maggior parte del sottosuolo dell’isola era composto da rocce con la piú alta concentrazione al mondo di fosfato, ingrediente fondamentale dei fertilizzanti, e nel 1922 la società che lo estraeva cominciò finalmente a pagare gli isolani per i diritti di sfruttamento minerario. Nel 1927 il benessere economico aveva dunque già spinto i nauruani a consumare in media la bellezza di mezzo chilo di zucchero al giorno e a lasciare che l’odiato lavoro in miniera fosse svolto solo da manodopera straniera.

Nel corso della Seconda guerra mondiale Nauru fu però occupata dalle forze militari giapponesi, che imposero i lavori forzati, ridussero le razioni alimentari a meno di tre etti di zucca al giorno e deportarono quasi tutta la popolazione a Truk, dove metà di essa morí d’inedia. Quando a guerra finita i sopravvissuti fecero ritorno a casa, riacquisirono i loro diritti di sfruttamento del fosfato, abbandonarono quasi del tutto l’agricoltura e ricominciarono a fare la spesa nei supermercati, riempiendo i carrelli di sacchi di zucchero e assumendo il doppio dell’apporto calorico giornaliero raccomandato. Diventarono inoltre sedentari e iniziarono a spostarsi per la loro piccola isola (circa due chilometri e mezzo di raggio) solo con veicoli a motore. Nel 1968, in seguito all’indipendenza, i diritti annuali pro capite sul fosfato arrivarono a qualcosa come 23000 dollari, trasformando i nauruani in una delle popolazioni piú ricche del mondo. Oggi detengono invece il primato assoluto di obesità e di ipertensione media delle isole del Pacifico e, a parità di altezza, il loro peso medio è una volta e mezzo quello degli australiani bianchi.

Sebbene i medici bianchi di Nauru fossero in grado di riconoscere il diabete e lo avessero diagnosticato in alcuni lavoratori non nauruani, il primo caso di nativo colpito da questa patologia venne registrato solo nel 1925 e il secondo nel 1934. A partire dal 1954, però, la prevalenza sull’isola ha conosciuto un vero e proprio picco e il diabete è diventato la prima causa di morte non accidentale: un terzo di tutti gli abitanti di Nauru sopra i 20 anni, due terzi di quelli sopra i 55 e il 70 per cento dei pochi che sopravvivono fino ai 70 sono oggi diabetici. Negli ultimi dieci anni il picco ha cominciato a calare, non perché siano diminuiti i fattori di rischio ambientali (obesità e sedentarietà sono diffuse quanto nel passato), ma probabilmente perché i soggetti geneticamente piú predisposti sono ormai morti. Se la mia interpretazione si dimostrasse corretta, grazie a questa epidemia che nell’arco di meno di quarant’anni ha colpito una popolazione intera Nauru diventerebbe l’esempio di selezione naturale umana piú rapido che conosca.

 

Il diabete in India.

 

La tabella 7 confronta in modo sintetico la prevalenza del diabete in alcune parti del mondo. È evidente che i valori medi nazionali presentano forti differenze, spaziando da ordini di grandezza minimi come l’1,6 per cento della Mongolia e del Ruanda fino al 19 per cento degli Emirati Arabi Uniti e al 31 per cento di Nauru; ma è anche evidente che dietro alle medie nazionali si celano differenze interne altrettanto grandi e legate ai diversi stili di vita, per cui – almeno nei paesi in via di sviluppo – le popolazioni agiate, occidentalizzate o inurbate tendono a presentare tassi di incidenza molto piú elevati di quelle povere, tradizionali o rurali.

L’India fornisce alcuni esempi perfetti di queste differenze subnazionali (a questo proposito ringrazio per le informazioni il professor Vishwanathan Mohan, della Diabetes Research Foundation di Madras). Nel 2010 la prevalenza media del diabete in India era dell’8 per cento, ma fino a poche decine di anni or sono da quelle parti si trattava di una patologia davvero molto rara. Da indagini condotte nel 1938 e nel 1954 in grandi città come Calcutta e Mumbai, oggi roccaforti del diabete, emergeva una prevalenza pari all’1 per cento o inferiore, e solo negli anni 1980 la percentuale ha cominciato a salire, dapprima lentamente e ora vertiginosamente, al punto che ormai l’India conta piú diabetici (oltre 40 milioni) di qualunque altra nazione al mondo. Fondamentalmente le ragioni sono le stesse che troviamo alla base dell’epidemia mondiale: urbanizzazione, innalzamento dello standard di vita, diffusione di alimenti dolci e salati a basso costo accessibili a tutti nelle città e aumento della sedentarietà, associata al tramonto di molti lavori manuali e all’avvento di computer, televisione e videogiochi che ogni giorno tengono i bambini (e gli adulti) letargicamente seduti per ore davanti agli schermi. Sebbene il ruolo specifico giocato dalla Tv in India non sia stato quantificato, uno studio australiano ha evidenziato che ogni singola ora trascorsa guardando la televisione è associata a un aumento del 18 per cento della mortalità per cause cardiovascolari (gran parte delle quali correlate al diabete), e questo anche dopo avere tenuto conto della presenza di altri fattori di rischio, quali i valori della circonferenza vita, il fumo, il consumo di alcolici e la dieta. Ma, notoriamente, il peso di questi fattori cresce con l’accrescersi dei tempi di permanenza davanti alla Tv, ragion per cui la percentuale reale dev’essere addirittura superiore a quella stimata.

All’interno di questo 8 per cento di prevalenza media nazionale c’è un ampio ventaglio di risultati associati ai diversi gruppi di indiani. All’estremo piú basso il tasso di prevalenza del diabete è solo dello 0,7 per cento, nei soggetti rurali non obesi e fisicamente attivi; si passa poi all’11 per cento nel caso degli indiani obesi e sedentari che abitano in città, per raggiungere un picco del 20 per cento nel distretto di Ernakulam di uno degli stati piú urbanizzati del paese: il Kerala. Una percentuale ancora superiore si attesta come secondo valore mondiale piú alto ed è il 24 per cento dell’Isola di Mauritius, nell’Oceano Indiano, dove una comunità di immigrati prevalentemente indiani si è avvicinata agli standard di vita occidentali piú rapidamente di qualunque altro gruppo del paese.

Tra i fattori predittivi del diabete legati allo stile di vita in India alcuni sono gli stessi che valgono anche per l’Occidente, mentre altri capovolgono del tutto le aspettative occidentali. Cosí come da noi, anche in India questa patologia è infatti associata all’obesità, all’ipertensione arteriosa e alla sedentarietà; ma i diabetologi europei e americani rimarranno alquanto stupiti nell’apprendere che la prevalenza è piú alta tra gli indiani benestanti e istruiti delle città che non tra gli abitanti delle campagne poveri e privi di istruzione: l’esatto opposto rispetto ai trend occidentali, benché esistano analogie con altri paesi in via di sviluppo, fra cui Cina, Bangladesh e Malaysia. È dunque piú facile che i pazienti indiani affetti da diabete siano laureati o diplomati, e piú difficile che siano analfabeti come molti non diabetici. Nel 2004 la prevalenza del diabete aveva raggiunto una media del 16 per cento nelle aree urbane dell’India e solo del 3 per cento in quelle rurali: il contrario che in Occidente. La possibile spiegazione di questi paradossi si lega a due aspetti dello stile di vita occidentale da noi molto piú diffusi, e da molto piú tempo, che non in India. In primo luogo, le società occidentali sono di gran lunga piú abbienti della società indiana, quindi anche le nostre popolazioni rurali possono permettersi di frequentare di piú i fast food, che espongono i consumatori al rischio di diabete. In secondo luogo, gli occidentali istruiti che accedono ai fast food e svolgono lavori sedentari hanno ormai sentito parlare spesso della nocività di queste diete e della necessità di fare esercizio fisico, mentre fra gli indiani istruiti questa consapevolezza deve ancora farsi strada: quasi il 25 per cento degli abitanti delle città indiane (la sottopopolazione a piú alto rischio) non sa nemmeno che cosa sia il diabete.

In India cosí come in Occidente questa patologia è in ultima analisi dovuta a livelli cronicamente elevati di glucosio nel sangue, e alcune delle sue conseguenze cliniche sono simili. Per altri versi, tuttavia, forse perché i fattori correlati allo stile di vita o i geni sono diversi, la malattia non si manifesta nello stesso modo. Mentre gli occidentali pensano al diabete di tipo 2 come a una patologia che insorge in età adulta, specie dopo i 50 anni, i diabetici indiani presentano sintomi anche a 30 o 40 e il momento dell’esordio, cosí come presso molte altre popolazioni, ha continuato a spostarsi verso il basso per tutto l’ultimo decennio. Tra i diciassettenni e diciottenni indiani il diabete a «esordio tardivo» (quello di tipo 2, o non insulino-dipendente) si manifesta piú spesso del diabete «giovanile» (o di tipo 1, insulino-dipendente). Mentre l’obesità costituisce un fattore di rischio per il diabete sia in India sia in Occidente, qui e in altri paesi asiatici il diabete si instaura a una soglia di obesità inferiore. Anche i sintomi differiscono: i pazienti indiani vanno meno soggetti di quelli occidentali a cecità e insufficienza renale secondarie, ma è piú probabile che vengano colpiti da coronaropatia in età relativamente giovane.

Sebbene attualmente gli indiani poveri abbiano meno probabilità di ammalarsi degli indiani ricchi, la rapida diffusione del cibo da fast food espone al rischio del diabete persino gli abitanti degli slum di New Dehli. Il dottor S. Sandeep, A. Ganesan e il professor Mohan della Madras Diabetes Research Foundation hanno cosí sintetizzato il quadro attuale: «Ciò induce a pensare che [in India] il diabete non sia piú una malattia delle classi ricche o agiate, ma che stia diventando un problema anche fra gli strati sociali a medio reddito e piú poveri. Gli studi hanno dimostrato che i soggetti diabetici poveri sono inoltre piú colpiti da complicazioni perché in genere non riescono ad accedere a cure di qualità».

 

Tabella 7. Prevalenza del diabete di tipo-2 nel mondo.

 

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I valori sulla destra del grafico si riferiscono alla prevalenza del diabete espressa in percentuale, cioè alla percentuale di popolazione colpita dal diabete di tipo 2. Si tratta della cosiddetta prevalenza standardizzata per età, che vado qui di seguito a definire. Poiché la prevalenza del tipo 2 in una data popolazione aumenta con l’età, sarebbe fuorviante confrontare valori grezzi di prevalenza tra due popolazioni diverse dal punto di vista della composizione anagrafica: anche se a una certa età la prevalenza fosse identica in entrambe le popolazioni studiate, ci si aspetterebbe infatti che i valori grezzi prima o poi finissero per differire in quanto prodotto della diversa distribuzione anagrafica (la prevalenza risulterebbe superiore fra la popolazione piú anziana). Per questa ragione si misura la prevalenza all’interno di una popolazione come una funzione dell’età, per poi calcolare la prevalenza per l’intera popolazione in base a una certa distribuzione anagrafica standardizzata.

Si noti la maggiore prevalenza fra le popolazioni ricche, occidentalizzate o urbane rispetto alle popolazioni povere, tradizionali o rurali di uno stesso paese. Si noti anche che le differenze nello stile di vita dànno origine a forti contrasti (oltre il 12%) fra le basse e le alte prevalenze in ciascun gruppo umano esaminato, tranne fra gli europei occidentali, dove, per ragioni ancora da discutere, secondo gli standard mondiali non si dà alcuna popolazione ad alta prevalenza. La tabella illustra inoltre l’aumento e il successivo crollo della prevalenza sull’Isola di Nauru, fenomeni dovuti prima al rapido processo di occidentalizzazione, quindi alla selezione naturale fra gli individui colpiti dal diabete.

 

Vantaggi genetici contro il diabete.

 

La forte componente genetica del diabete pone un interrogativo di natura evoluzionistica: perché una patologia tanto debilitante appare cosí diffusa presso un gran numero di popolazioni umane, là dove sarebbe stato legittimo aspettarsi che a poco a poco scomparisse, con l’eliminazione da parte della selezione naturale dei soggetti geneticamente predisposti e della loro prole?

Due sono le spiegazioni che possiamo subito scartare, applicabili invece ad altre malattie genetiche: le mutazioni ricorrenti e l’assenza di conseguenze selettive. Se il diabete fosse poco diffuso come la distrofia muscolare (circa 1 caso su 10000), la sua prevalenza sul piano genetico potrebbe spiegarsi come un semplice prodotto delle mutazioni ricorrenti: i bambini portatori di una nuova mutazione nascono alla stessa velocità con cui la malattia uccide i portatori delle mutazioni precedenti. Nessuna mutazione è tuttavia cosí frequente da presentarsi in veste nuova in una percentuale compresa fra il 3 e il 50 per cento di tutti i neonati, corrispondente alla prevalenza del diabete nelle società occidentali.

Inoltre, periodicamente i genetisti rispondono all’interrogativo evoluzionistico dichiarando che il diabete uccide solo i pazienti piú anziani, coloro cioè che si sono ormai lasciati alle spalle la vita riproduttiva, e tali decessi non dovrebbero dunque comportare svantaggi selettivi per i geni predisponenti al diabete. Per quanto diffuso, si tratta però di un argomento sbagliato per due ovvi motivi. Il primo è che, se fra gli europei il diabete di tipo 2 compare soprattutto negli ultracinquantenni, fra i nauruani, gli indiani e altri non europei colpisce soggetti in età riproduttiva tra i 20 e i 40 anni, specie le donne incinte, che partoriscono neonati a propria volta esposti a un rischio superiore di diventare diabetici. In Giappone, per esempio, nonostante l’aggettivo «senile» oggi ci sono piú bambini affetti dal diabete di tipo 2 che non da quello di tipo 1. Inoltre, come già visto al capitolo VI, diversamente dalle moderne società del Primo Mondo nelle società umane tradizionali nessun anziano è mai davvero «postriproduttivo» e ininfluente dal punto di vista della selezione, in quanto i nonni contribuiscono ancora in modo decisivo al procacciamento di cibo, al godimento di un certo status sociale e alla sopravvivenza di figli e nipoti.

Dobbiamo perciò ritenere che i geni che attualmente predispongono al diabete siano stati favoriti dalla selezione naturale prima che compissimo il nostro improvviso salto verso lo stile di vita occidentalizzato. Quei geni devono anzi essere stati favoriti e preservati dalla selezione naturale per decine di volte in maniera indipendente, poiché esistono decine di problematiche genetiche diverse già identificate che hanno per esito il diabete (di tipo 2). Quali vantaggi comportavano dunque per noi in passato i geni legati al diabete, e perché oggi si sono trasformati in problema?

Innanzitutto ricordiamoci che l’effetto rete dell’ormone insulina è quello di permetterci di conservare sotto forma di grasso il cibo ingerito ai pasti, e di evitare la scomposizione delle nostre riserve di grassi già accumulate. È a partire da qui che, trent’anni or sono, il genetista James Neel ipotizzò che il diabete derivasse da un «genotipo frugale» che rendeva i portatori particolarmente efficienti nell’immagazzinare il glucosio alimentare sotto forma di grasso. Poniamo che alcuni di noi reagiscano con un rapidissimo rilascio di insulina al minimo aumento del tasso glicemico nel sangue: grazie a questa risposta di tipo genetico, i possessori di un gene simile avrebbero la possibilità di sequestrare il glucosio alimentare in forma di grasso, senza lasciare il tempo alla concentrazione glicemica del sangue di tracimare nelle urine. Nei periodi di abbondanza, costoro utilizzerebbero dunque il cibo in maniera piú efficiente, depositando scorte di grasso, acquistando velocemente peso e diventando cosí piú resistenti in caso di futura carestia. Questi geni rappresenterebbero insomma un bel vantaggio nelle imprevedibili condizioni di carestia e abbondanza che caratterizzavano il tipo di vita tradizionale (tav. 26), ma nel mondo moderno, dove non si fa esercizio fisico, ci si procaccia il cibo solo nei supermercati e ogni giorno si consumano pasti ad alto apporto calorico (tav. 27), porterebbero invece all’obesità e al diabete. In un’epoca in cui tanti di noi si muovono pochissimo e assumono sistematicamente alimenti ad alto contenuto zuccherino, gene frugale significa disastro garantito: ci fa ingrassare, ma poiché non rischiamo periodiche carestie in cui bruciare le nostre riserve adipose, il pancreas continua a rilasciare insulina fino a non farcela piú, o finché i nostri muscoli e le nostre cellule grasse non diventano resistenti, e cosí ci ritroviamo con il diabete. Sulla scia di Arthur Koestler, Paul Zimmet parla dello stile di vita occidentale predisponente al diabete chiamandolo «coca-colonizzazione».

Nel Primo Mondo siamo ormai abituati a disporre di quantità di cibo certe in momenti altrettanto certi della giornata e questo ci impedisce di immaginare le fluttuazioni, spesso imprevedibili, tra i ricorrenti periodi di vacche magre e i rari periodi di vacche grasse che sino a poco tempo fa hanno accompagnato l’evoluzione umana, e in molte parti del mondo ancora lo fanno. Ma io mi sono imbattuto spesso in queste fluttuazioni mentre lavoravo sul campo con i guineani che ancora vivono di caccia e agricoltura, e a questo proposito vorrei ricordare un incidente memorabile. Avevo ingaggiato una decina di portatori per trasportare le mie pesanti attrezzature lungo un ripido sentiero verso un campo di montagna ed eravamo giunti a destinazione poco prima del tramonto, dopo un intero giorno di cammino. Altri portatori con i viveri avrebbero dovuto precederci sul posto, ma a causa di un malinteso non erano arrivati. A quel punto mi aspettavo di essere linciato dal primo gruppo esausto e affamato, invece gli uomini si misero a ridere e dissero: «Orait, i nogat kaikai, i samting nating, yumi slip nating, enap yumi kaikai tumora» («Okay, non abbiamo cibo, non è niente, dormiamo a pancia vuota e per mangiare aspettiamo domani»). Di contro, nelle occasioni in cui vengono macellati i maiali i miei amici guineani sono capaci di banchettare per diversi giorni di seguito: io stesso (un tempo giudicato dai miei amici un pozzo senza fondo) resto scioccato dalle quantità di cibo consumato, e c’è gente che finisce per sentirsi letteralmente male.

Questi aneddoti mostrano quanto l’uomo sia in grado di adattarsi alle oscillazioni fra i periodi di abbondanza e carestia che nel corso della nostra storia evolutiva si sono ripetuti spesso ma in modo irregolare. Nel capitolo VIII ho riassunto le ragioni della frequenza delle carestie nelle condizioni di vita tradizionale: penuria di cibo associata a variazioni quotidiane nell’esito della caccia, brevi ondate di maltempo, variazioni stagionali nell’abbondanza di cibo prevedibili nell’arco dell’anno e variazioni meteorologiche annuali non prevedibili, frequente incapacità parziale o totale di accantonare eccedenze alimentari e mancanza di governi centralizzati o di altri sistemi in grado di organizzare e integrare sulle lunghe distanze stoccaggio, trasporto e scambio delle scorte. La tabella 8 porta invece notizia di alcune grandi abbuffate in periodi in cui presso le società tradizionali il cibo non scarseggia.

In un contesto tradizionale di alternanza digiuno-abbuffata gli individui con un genotipo frugale godrebbero indubbiamente di un certo vantaggio, vista la loro capacità di immagazzinare scorte di grasso nei tempi di surplus alimentare, di bruciare meno calorie nei periodi bui e dunque di resistere meglio alla fame. Fino a poco tempo fa alla maggioranza dei nostri simili cose come i centri dietetici e la tipica paura dell’obesità dell’Occidente moderno sarebbero parse non solo ridicole, ma addirittura l’esatto contrario del buonsenso tradizionale. Un tempo i geni che oggi ci predispongono al diabete devono averci effettivamente aiutato a sopravvivere alle carestie, e allo stesso modo la passione per i cibi dolci, grassi e salati, oggi tanto facile da soddisfare al punto da esporci a diabete e ipertensione, in passato ci induceva a fare scorta di nutrienti rari e preziosi. Come nel caso dell’ipertensione, torno dunque a sottolineare il paradosso evolutivo: coloro i cui antenati decine di migliaia di anni fa sopravvivevano meglio alle carestie nelle savane africane sono gli stessi che oggi rischiano di piú di morire di diabete per la troppa abbondanza di cibo.

La modalità digiuno-abbuffata tradizionalmente condivisa da tutte le popolazioni umane si è insomma tradotta in una selezione naturale a favore del genotipo frugale che in quelle condizioni ci avvantaggiava enormemente, ma che in ragione della perenne abbondanza moderna ha finito con l’esporre praticamente l’intera umanità al rischio di diabete. Per quale motivo, allora, questa malattia colpisce cosí tanto proprio gli indiani pima e i nauruani? Credo la risposta sia perché in tempi molto recenti questi due popoli sono stati sottoposti a processi di selezione del genotipo frugale di un’intensità senza pari. All’inizio i pima andavano incontro a periodiche carestie esattamente come tutti gli altri nativi americani; alla fine del XIX secolo però, con il blocco delle irrigazioni e la perdita dei raccolti causati dall’intervento dei coloni bianchi, attraversarono un periodo particolarmente prolungato di fame e di selezione naturale. Dal punto di vista genetico i pima sopravvissuti erano dunque ancora piú adatti degli altri indiani a resistere al digiuno, grazie alla loro capacità di immagazzinare grasso in tempi di abbondanza. Per quanto riguarda invece i nauruani, dopo due violente ondate di selezione naturale a vantaggio dei geni frugali hanno subíto l’impatto altrettanto violento della coca-colonizzazione. Come altri abitanti delle isole del Pacifico, ma diversamente da quelli delle regioni continentali, i nauruani erano i discendenti di un popolo che si spostava da un’isola all’altra affrontando viaggi in piroga di parecchie settimane. Molte di queste interminabili navigazioni si concludevano con la morte per inedia di quasi tutti i passeggeri e a sopravvivere erano i piú grassi: per questo gli abitanti delle isole del Pacifico tendono in genere a una certa corpulenza. Ma durante la Seconda guerra mondiale i nauruani si sono distinti dalla maggioranza degli altri popoli isolani per l’altissimo numero di morti d’inedia, e probabilmente questo ha prodotto un’eredità genetica di suscettibilità al diabete ancora maggiore. Dopo il conflitto, il ritrovato benessere legato ai diritti di sfruttamento del fosfato e alla sovrabbondanza di cibo, piú la diminuita attività fisica, hanno cosí finito per tradursi in una straordinaria prevalenza dell’obesità.

Ad avvalorare la plausibilità dell’ipotesi dei geni frugali elaborata da Neel vi sono tre linee di evidenza umane e due modelli animali. I nauruani, gli indiani pima, gli afroamericani e gli aborigeni australiani non diabetici mostrano livelli di insulina postprandiale nel plasma (in risposta all’assunzione di glucosio per via orale) parecchie volte superiori a quelli degli europei. Gli abitanti degli altipiani guineani, gli aborigeni australiani, le tribú masai del Kenya e altri popoli che seguono stili di vita tradizionali presentano invece livelli glicemici molto inferiori a quelli dei bianchi americani. Quando abbiano a disposizione cibo in abbondanza, le popolazioni delle isole del Pacifico, i nativi americani e gli aborigeni australiani inclini al diabete mostrano maggiore propensione all’obesità degli europei: prima ingrassano, poi si ammalano di diabete. Quanto ai modelli animali, le cavie da laboratorio con geni predisponenti a obesità e diabete sopravvivono alla fame meglio dei normali topi, a riprova dell’utilità di quei geni in caso di carestia. Se tenuto artificialmente in regime di abbondanza alimentare come i «topi occidentali», lo Psammomys obesus israeliano, volgarmente detto «topo delle sabbie» e adatto a un ambiente desertico caratterizzato da frequenti penurie di cibo, sviluppa alti livelli di insulina, insulino-resistenza, obesità e diabete, tutti sintomi che scompaiono non appena l’offerta di cibo cala. La cavia da laboratorio e lo Psammomys obesus israeliano servono dunque da modelli sia per i benefici dei geni frugali e dell’immediato rilascio di insulina in condizioni di «vita da topi tradizionali», sia per le conseguenze negative che questi stessi geni comportano in condizioni di «vita da topi da supermercato».

 

Tabella 8. Esempi di abbuffate nei periodi di abbondanza.

Daniel Everett (Don’t Sleep, There Are Snakes, pp. 76-77): «A loro [gli indios pirahã sudamericani] piace molto mangiare. Quando al villaggio c’è cibo in abbondanza, lo consumano tutto... [Ma] se capita di saltare un pasto, o anche di non mangiare per un giorno intero, non si agitano affatto. Ho visto gente danzare per tre giorni di fila, facendo solo piccole pause [...] La prima volta che mettono piede in città i pirahã restano sempre sbalorditi dalle abitudini alimentari degli occidentali, soprattutto dal fatto che mangino tre volte al giorno. Il primo pasto fuori dal villaggio – carboidrati e proteine in quantità – viene quasi sempre divorato con ingordigia; il secondo in genere è uguale al primo, ma al terzo cominciano a mostrare una certa frustrazione. “Dobbiamo mangiare di nuovo?” chiedono spesso, sconcertati. Quella che è la loro abitudine, cioè dare fondo al cibo quando ce n’è, viene a confliggere con una disponibilità improvvisamente continua e inesauribile. Non è raro che, dopo un soggiorno di tre-sei settimane, un pirahã [che in origine pesava fra i 45 e i 55 chili] torni al villaggio con piú di dieci chili addosso e rotoli di ciccia sulla pancia e sulle cosce».

Allan Holmberg (Nomads of the Long Bow, p. 89): «Le quantità di cibo che in certe occasioni [gli indios sirionó della Bolivia] riescono a divorare sono impressionanti. Non è raro che quattro persone facciano fuori un pecari di trenta chili in una volta sola. Quando la carne abbonda, un singolo uomo riesce a ingollarne anche 15 chili nell’arco di una giornata. Un giorno ho visto con i miei occhi due uomini mangiarsi sei scimmie atele che andavano dai cinque ai sette chili l’una, e quella stessa sera li ho sentiti lamentarsi che avevano ancora un po’ fame».

Lidio Cipriani (The Andaman Islanders, p. 54): «Per gli onge [delle Isole Andamane, nell’Oceano Indiano] ripulirsi significa pitturarsi il corpo per tenere lontani gli spiriti maligni e togliersi di dosso, cosí dicevano, l’odore del grasso di maiale dopo le orge colossali che seguono a una caccia particolarmente fortunata, quando loro stessi arrivano a trovare eccessivo quel puzzo. Le orge alimentari, che procurano indigestioni di giorni e giorni, sono seguite da un istintivo cambio di dieta, che vira verso vegetali crudi o cotti. Fra il 1952 e il 1954 mi è capitato di presenziare a tre di questi solenni festini a base di maiale e miele e ho visto gli onge mangiare fin quasi a scoppiare; poi, quasi incapaci di muoversi, darsi a una grandiosa sessione di pittura purificatrice».

Ibid., p. 117: «Quando la marea si ritira, i banchi [di pesci simili a sardine] rimangono intrappolati nei reef che circondano le isole e gli onge abbandonano qualunque attività per andare di pozza in pozza con le piroghe e stiparle fino all’orlo. L’acqua pullula letteralmente di pesci e gli onge ne raccolgono finché non resta loro piú posto dove metterli. Da nessun’altra parte al mondo ho visto nulla di simile a questi stermini. Le sardine delle Andamane sono piuttosto grosse, alcune raggiungono e superano il chilo di peso [...] Uomini, donne e bambini si dànno affannosamente da fare immergendo in quella massa rigonfia le mani, che poi puzzano di pesce per giorni interi [...] Tutti cucinano e mangiano insieme, fino a non poterne (temporaneamente) piú, e il resto del bottino viene allora disposto su rastrelliere improvvisate, sotto le quali spira il fumo di un fuoco di legna verde. Dopo qualche giorno la scorta finisce e ricomincia la pesca, e le cose vanno avanti cosí per settimane, finché i grandi banchi non si lasciano le isole alle spalle».

 

Perché gli europei soffrono meno di diabete?

 

Un tempo i diabetologi indicavano i pima e i nauruani come palesi eccezioni di alta prevalenza del diabete, stagliate contro uno sfondo in cui la norma era rappresentata dalla scarsa prevalenza fra gli europei. I dati di questi ultimi decenni dimostrano tuttavia che la vera eccezione sono gli europei, a fronte dell’alta prevalenza generalizzata presso tutte le altre popolazioni occidentalizzate. I pima e i nauruani sono «soltanto» la punta piú elevata di una normalità di per sé alta – record a cui si stanno avvicinando anche diversi gruppi di guineani e di aborigeni australiani. Oggi sappiamo che a ogni grosso raggruppamento di popolazioni non europee ben studiate corrisponde qualche sottogruppo occidentalizzato in cui la prevalenza del diabete supera l’11 e di solito si attesta intorno al 15 per cento; parliamo di nativi americani, di nordafricani, africani neri subsahariani, di mediorientali, indiani, asiatici orientali, guineani, aborigeni australiani, micronesiani e polinesiani. Rispetto a questa norma, fra le popolazioni mondiali gli europei continentali e quelli emigrati in Australia, Canada, Nuova Zelanda e Stati Uniti rappresentano un fenomeno unico: i valori di tutti e 41 i tassi di prevalenza nazionali europei (tab. 7, prima riga) si situano tra il 2 e il 10 per cento, con una media soltanto del 6 per cento.

Davvero sorprendente, se si riflette che, sia in Europa sia all’estero, gli europei costituiscono la popolazione piú ricca e piú nutrita e sono i veri inventori dello stile di vita occidentale. Se infatti definiamo tale il nostro stile indolente, obeso e supermercato-dipendente è proprio perché si fece largo anzitutto fra gli europei e i bianchi americani, e solo adesso va diffondendosi in altri popoli. Come spiegare un simile paradosso? Perché gli europei contemporanei non hanno il tasso di diabete piú alto, anziché il piú basso?

A livello di pura ipotesi, molti esperti del campo mi hanno detto che forse gli europei tradizionali sono stati esposti a poche carestie e che quindi hanno subíto poca selezione dal punto di vista dei geni frugali. In realtà, però, la storia offre numerose testimonianze di carestie che hanno messo in ginocchio l’Europa in epoca medievale e rinascimentale, dunque anche lí avrebbe dovuto verificarsi questa selezione. Un’ipotesi piú promettente chiama invece in causa la storia alimentare europea postrinascimentale. Le devastanti e prolungate carestie che spazzavano l’Europa cosí come il resto del mondo si esaurirono nell’arco di due o tre secoli, fra il 1650 e il 1900, in momenti diversi a seconda delle zone ma partendo dall’Inghilterra e dai Paesi Bassi per poi continuare, verso la fine dell’Ottocento, con il Sud della Francia e dell’Italia. Tranne una famosa eccezione, a porre fine alle carestie europee fu la combinazione di quattro fattori: l’intervento sempre piú efficiente da parte degli stati, che in tempi rapidi ridistribuirono le eccedenze di grano nelle aree colpite; i trasporti alimentari sempre piú efficienti, via mare e soprattutto via terra; la sempre maggior diversificazione dell’agricoltura dopo il viaggio di Colombo del 1492, grazie all’arrivo in Europa di molti prodotti originari del Nuovo Mondo (come le patate e il mais); e, infine, un sistema agricolo basato non sull’irrigazione (come in molte altre aree popolose del mondo) bensí sulle precipitazioni, cosa che riduceva il rischio di improduttività agricola in aree troppo estese per essere soccorse con la spedizione di derrate alimentari.

La famosa eccezione al definitivo tramonto delle ondate di carestia europee fu ovviamente la grande carestia delle patate nell’Irlanda degli anni 1840. In realtà si trattò proprio dell’eccezione che confermava la regola, dimostrando che cosa poteva succedere persino in Europa se i primi tre fattori appena citati venivano meno. La carestia irlandese fu il risultato di una malattia che colpí una singola varietà di patate all’interno di un’economia agricola unica in Europa, poiché interamente affidata a quel tipo di raccolto. La carestia si abbatté dunque su un’isola (l’Irlanda) governata da uno stato di etnia diversa, stanziato su un’altra isola (l’Inghilterra) e destinato a diventare noto per l’inefficienza e la mancanza di motivazione nella sua risposta all’emergenza.

Sono stati proprio questi avvenimenti nella storia dell’alimentazione europea a farmi pensare quanto segue. Cosí come i moderni nauruani, svariati secoli prima dell’avvento della medicina moderna gli europei potrebbero essere incorsi in un’epidemia di diabete provocata da una nuova e costante disponibilità di cibo, epidemia che avrebbe eliminato i portatori del genotipo frugale piú esposti alla malattia e che sarebbe all’origine dell’attuale bassa prevalenza del diabete presso le popolazioni europee. Forse è da secoli che l’eliminazione di quei portatori continua: figli di madri diabetiche morti alla nascita, adulti diabetici che muoiono prima di altri adulti, e figli e nipoti di questi adulti diabetici che muoiono per trascuratezza o mancanza di sostegno materiale. In ogni caso, fra quell’ipotetica e occulta prima epidemia in Europa e le epidemie moderne ben documentate presso i nauruani e altre popolazioni contemporanee devono esserci notevoli differenze. In quelle moderne la disponibilità costante e abbondante di cibo si è verificata all’improvviso: nell’arco di un decennio a Nauru e di appena un mese nel caso degli ebrei yemeniti. I risultati si sono manifestati proprio sotto gli occhi dei moderni diabetologi come violente impennate della malattia, con picchi di prevalenza del 20-50 per cento. Si tratta quindi di valori destinati a calare rapidamente (come già osservato fra i nauruani), visto che i portatori di geni frugali sono stati eliminati dalla selezione naturale nel giro di una o due generazioni. Per contrasto, l’abbondanza di cibo in Europa fu un fenomeno lento e graduale, che si instaurò nell’arco di alcuni secoli. Il risultato potrebbe dunque essere stato un aumento quasi impercettibile della prevalenza del diabete fra il 1400 e il 1700, ben prima che dei diabetologi potessero registrarlo. Di fatto, pima, nauruani, wanigela, indiani istruiti e inurbati e i cittadini dei ricchi paesi arabi produttori di petrolio stanno comprimendo all’interno di un’unica generazione i cambiamenti nello stile di vita, e la conseguente impennata e caduta del diabete, che in Europa ebbe luogo nell’arco di molti secoli.

Una vittima di questa epidemia occulta di diabete in Europa potrebbe essere stato il compositore Johann Sebastian Bach (nato nel 1685 e morto nel 1750). Se la sua storia medica è troppo poco documentata per ammettere certezze circa le cause del suo decesso, la pesantezza del viso e delle mani nel suo unico ritratto autenticato (tav. 28), i racconti di come gli fosse peggiorata la vista in vecchiaia e l’ovvio deterioramento della sua calligrafia, probabilmente legato all’indebolimento degli occhi e / o a lesioni dei nervi, rientrano perfettamente nel quadro clinico del diabete. Ciò che è sicuro è che in Germania questa malattia esisteva già ai tempi di Bach e che veniva chiamata honigsüße Harnruhr («malattia dell’urina dolce»).

 

Il futuro delle malattie non trasmissibili.

 

In questo capitolo ho esaminato soltanto due fra le molte malattie non trasmissibili che a causa dello stile di vita occidentale stanno conoscendo una vera e propria impennata: l’ipertensione con le sue conseguenze e il diabete di tipo 2. Altre importanti NCD su cui purtroppo non potevo dilungarmi in questa sede, ma di cui parlano S. Boyd Eaton, Melvin Konner e Marjorie Shostak, sono le coronaropatie e altre patologie cardiache, l’arteriosclerosi, le affezioni vascolari periferiche, molte malattie renali, la gotta e numerose neoplasie, fra cui il tumore allo stomaco, ai polmoni, al seno e alla prostata. Dello stile di vita occidentale ho inoltre preso in esame solo alcuni fattori di rischio, in particolare il sale, lo zucchero, le diete ipercaloriche, l’obesità e la sedentarietà. Ho invece citato solo en passant altri fattori, come il fumo, il consumo elevato di alcolici, il colesterolo, i trigliceridi, i grassi saturi e gli acidi grassi trans.

Abbiamo visto che le NCD stanno diventando la causa principale di morte nelle società occidentalizzate, a cui la maggioranza dei miei lettori appartiene, e purtroppo di queste patologie non si muore all’improvviso, tra i 78 e gli 81 anni (questa l’aspettativa di vita media nelle longeve società occidentali), dopo un’esistenza spensierata e meravigliosa trascorsa in piena salute: le malattie non trasmissibili comportano un declino e un abbassamento della qualità della vita che, prima di uccidere, si trascina per anni e anni. Le stesse NCD però quasi non esistono nelle società tradizionali: quale prova migliore del fatto che queste società possono insegnarci moltissimo sul valore della vita e della morte? I termini della questione non si riducono tuttavia al semplice «vivere in modo tradizionale», e molti sono gli aspetti di quel genere di vita che giustamente non abbiamo alcuna intenzione di emulare: il periodico ripetersi di cicli di violenza, il rischio elevato di morire d’inedia e le speranze di vita brevi dovute alle malattie infettive. Ciò che dobbiamo fare è semmai capire quali componenti specifiche degli stili di vita tradizionali proteggono queste popolazioni dalle NCD. Alcune di esse sono già chiare (per esempio, l’esercizio fisico costante e il minore apporto di zucchero), mentre altre non lo sono affatto e per questo se ne discute ancora (per esempio, i livelli ottimali di assunzione dei grassi).

L’attuale epidemia di malattie non trasmissibili è comunque destinata a peggiorare ancora prima di poter cominciare a scemare, mentre purtroppo ha già raggiunto un picco fra i pima e i nauruani. Ora come ora i piú esposti sono i paesi popolosi dove gli standard di vita si stanno rapidamente innalzando: i ricchi paesi arabi produttori di petrolio in primis, seguiti dal Nord Africa e, a ruota, da Cina e India. Altre nazioni popolose in cui l’epidemia è già galoppante sono Bangladesh, Brasile, Egitto, Indonesia, Iran, Messico, Pakistan, Filippine, Russia, Sudafrica e Turchia, e fra i paesi meno popolosi ma già compromessi figurano l’intera America Latina e il Sudest asiatico, senza dimenticare che l’epidemia è agli esordi fra il miliardo scarso di abitanti dell’Africa subsahariana. Di fronte a una prospettiva del genere, difficile non deprimersi.

Ma non è detto che dobbiamo per forza perdere la battaglia contro le malattie non trasmissibili: siamo stati noi gli artefici dei nostri nuovi stili di vita, dunque è in nostro potere anche cambiarli. In parte ci aiuterà a farlo la biologia molecolare, che cercando di stabilire nessi fra particolari rischi e particolari geni punta a individuare per ciascuno di noi i rischi specifici a cui i nostri geni ci predispongono. Ma la società nel suo complesso non deve attendere né gli esiti di una ricerca, né l’invenzione di una pillola magica o delle patatine fritte ipocaloriche. Quali sono i cambiamenti in grado di ridurre molti rischi (anche se non tutti) per la maggioranza di noi lo sappiamo già: smettere di fumare, fare esercizio fisico regolare, limitare il consumo giornaliero di calorie, alcolici, sale e cibi salati, zucchero e bibite zuccherate, acidi grassi saturi e trans, cibi lavorati, burro, panna e carne rossa, e aumentare l’assunzione di fibre, frutta e verdura, calcio e carboidrati complessi. Un altro semplice cambiamento sta nel mangiare con calma: per quanto paradossale possa sembrare, se mangiamo velocemente finiamo per mangiare di piú e quindi per mettere su peso, perché la rapidità non consente il rilascio degli ormoni che inibiscono l’appetito. Gli italiani sono piú snelli non solo per merito della qualità della loro dieta, ma anche perché mangiano chiacchierando e prendendosela comoda. Tutti questi cambiamenti potrebbero risparmiare a miliardi di persone in tutto il mondo il destino già toccato in sorte a pima e nauruani.

È un consiglio talmente banale, che quasi mi imbarazza ripeterlo. Eppure vale sempre la pena di ribadire la verità, e cioè che ne sappiamo già abbastanza per poter essere speranzosi, anziché depressi. E la ripetizione serve solo a sottolineare ancora una volta che l’ipertensione, la dolce morte del diabete e altri micidiali killer del XX secolo sono qui per ammazzarci solo con il nostro permesso.

 

 

Lo sport allunga la vita?

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L’autore di questo documento sostiene in un altro paragrafo che, a suo parere, non sono necessari più di 30 minuti di passeggiata al giorno per acquisire il 90% dei benefici dell’attività fisica, e che una attività sportiva intensa non allunga la vita ed è forse controproducente (vedi in questo documento il paragraro: “Quanta attività fisica devo fare giornalmente per mantenermi in buona salute?”)

Ma, per dovere di obiettività, deve riportare una voce contraria: ecco una notizia riportata su yahoo il 26 dicembre 2016.

 

 

Il primo dato interessante è che di oltre 80mila persone analizzate meno della metà ha dichiarato di aver fatto regolarmente attività fisica tra il 1994 e il 2008. Solo il 44% del campione, infatti, si è dedicato allo sport con regolarità e, in quel periodo, sono morte 8.790 persone per varie cause e 1.909 per problemi cardiaci o ictus.

Tra gli sport più praticati c’è il tennis ed è anche quello che è risultato avere una maggior incidenza positiva sulla mortalità. Tra i tennisti, infatti, si è notata una riduzione del rischio di morte del 47 per cento rispetto a chi non pratica sport.

Il nuoto è uno sport completo ed è consigliato ai ragazzi. Vero, ma è anche uno sport che ti allunga la vita. Rispetto a chi non pratica sport, infatti, chi nuoto ha una riduzione della mortalità del 28% secondo la ricerca dell’Università di Oxford.

Viene abbinata a Jane Fonda, agli scaldamuscoli e agli anni ’80, ma la ginnastica aerobica è un’attività fisica molto salutare e secondo i dati raccolti dall’Università di Oxford riduce i rischi di mortalità del 27%.

Non tutti gli sport, però, abbattono i rischi di mortalità e ci allungano la vita. Tra il campione analizzato, infatti, l’incidenza della mortalità è diminuita in maniera poco consistente tra chi pratica calcio o rugby (-18%), ciclismo (-15%) e la corsa (-13%).

’analisi, poi, si è spostata sull’incidenza dell’attività fisica sulla mortalità causata da problemi cardiovascolari e ictus. Anche qui si confermano i dati sulla mortalità generale, ma è importante la crescita dell’incidenza del nuoto, con il 41% in meno di rischio di morte per malattie cardiovascolari.

Si conferma lo sport più salutare anche in questo caso il tennis, ma il rischio di morte per malattie cardiovascolari scende oltre il 50% per i tennisti, che si attestano su una riduzione del 56% della mortalità.

Se l’aerobica riduce del 36% il rischio di problemi cardiovascolari e la corsa sale a un comunque basso 19%, per calcio, rugby e ciclismo l’incidenza sulla mortalità scende ancor più che quella generale. Calciatori e rugbisti hanno una riduzione della mortalità per problemi cardiovascolari e ictus del 10%, mentre per i ciclisti la percentuale è solo del 7%.

La ricerca è sicuramente interessante, ma va contestualizzata. I dati, infatti, provengono da diverse ricerche e le statistiche non considerano tutte le variabili. Inoltre, gli intervistati non hanno specificato quanto praticano sport e, dunque, il dato va considerato solo come una panoramica sul rapporto tra sport e salute.

Quello, però, che si può notare dalla ricerca è come - probabilmente - più che l’attività fisica in sé (nella categoria tennis erano compresi badminton e squash, sport che richiedono un tipo di sforzo motorio diverso) va considerato il contesto sociale e culturale di chi pratica i diversi sport, con chi pratica tennis o nuoto che ha uno stile di vita più salutare e un’attenzione per la salute maggiore di chi gioca a calcio o rugby.

 

 

Marco Lanzetta, La dieta anti-artrosi

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Ecco alcune notizie utili sull’artrosi tratte dal recente libro di Marco Lanzetta, La dieta anti-artrosi. Il libro contiene anche una dieta-tipo, che qui non è riportata.

 

Al primo posto tra i nemici dell'artrosi è l'acido arachidonico, un acido grasso polinsaturo della serie degli omega-6 presente soprattutto nella carne, oltre che nelle uova nei formaggi, e sintetizzato anche dall'organismo a partire da un altro acido grasso, l'acido linoleico, a sua volta contenuto in particolare negli oli vegetali (girasole, sesamo, soia, mai sei). L'acido arachidonico è un precursore degli eicosanoidi (sostanze aventi atomi di carbonio), i quali vengono poi trasformati in prostaglandine della serie due e leucotrieni, che promuovono l'infiammazione aumentando la vasodilatazione (rossore), la permeabilità capillare (con fiori) e il dolore.

Un'azione contrastante benefica viene svolta dall'acido Alfa linolenico, un acido grasso della serie degli omega tre presente nell'olio di pesce, nell'olio di canapa, nell'olio di semi di lino, oltre che nel pesce azzurro nei semi di chia, di kiwi e di lino. Questo acido grasso favorisce la produzione di prostaglandine della serie uno e tre che svolgono un'azione antinfiammatoria. Quando l'apporto di acido alfa-linolenico e dei suoi derivati (EPA e DHA) è corretto, questi vengono incorporati in misura ottimale nei fosfolipidi di membrana, che sono componenti importanti della membrana delle cellule, a scapito dell'acido arachidonico. In presenza di uno stimolo flogistico la risposta infiammatoria in questo caso meno violenta.

Un'altra sostanza in parte negativa è un ormone prodotto dal pancreas, l'insulina. In pratica l'autore afferma che l'insulina promuove un aumento di metabolismo per trasformare gli zuccheri in grassi e questo produce sostanze di scarto tossiche e radicali liberi che si possono accumulare nelle articolazioni.

Le superfici delle articolazioni sono rivestite da uno strato sottile di cartilagine, un tessuto dotato di un'architettura fibrosa che non contiene nervi, arterie o vene, e nemmeno vasi linfatici ed è composto per il 75% di acqua e per il resto di collagene e di proteoglicani. La matrice organica di questa cartilagine è regolata dai condrociti, speciali cellule che producono una serie di sostanze che ne regolano la vita. I condrociti reagiscono e si attivano in conseguenza stress meccanici, instabilità dell'articolazione, fattori di crescita, presenza di citochine. In circostanze normali un danno della matrice è associato subito un aumento dell'attività di condrociti per rimpiazzare la parte degenerata (azione anabolica) e ad una diminuzione della loro capacità di rimuovere cartilagine (azione catabolica). In caso di artrosi, l'equilibrio tra sintesi degradazione della matrice si perde, si verifica un'esagerata azione di rimozione della cartilagine danneggiata, a fronte di una insufficiente attività di costruzione di quella nuova. La progressiva degradazione della cartilagine innesca un processo infiammatorio di tipo chimico, mediato sempre dai condrociti. Questi ultimi vengono attivati dalle citochine presenti nel liquido sinoviale, un liquido lubrificante prodotto da una membrana che riveste l'articolazione al suo interno, che bagna le superfici articolari. I condrociti, insieme alla membrana sinoviale, a questo punto rilasciano ulteriori citochine infiammatorie (chiamati interleuchine) e altre sostanze, le prostaglandine e radicali liberi. Tutti questi agenti contribuiscono alla morte dei condrociti. Nel tempo la distruzione della cartilagine si fa completa fino a danneggiare l'osso sottostante anche in modo molto importante. Il paziente va incontro ad una chirurgia protesica di sostituzione dell'articolazione malata.

Se, oltre a una grande quantità di cibi raffinati (farine bianche carboidrati raffinati) e si consuma anche carne e prodotti ricchi di grassi animali (burro, uova, formaggi), si può andare incontro a una situazione di insulino- resistenza, per un'alterazione permanente della membrana cellulare che ostacola il trasporto dello zucchero all'interno delle cellule. Il risultato è un aumento della glicemia, un viatico verso un diabete di tipo II.

Un altro nemico delle articolazioni è l'acidità, intesa come condizione generale del nostro organismo. Condivido la teoria diffusa secondo la quale molti stati patologici siano sostenuti anche da un grado di acidità persistente del nostro organismo. L'artrosi e l'artrite sono tra questi. Quando l'acidità si deposita all'interno delle articolazioni possiamo trovarci di fronte ad una forma di artropatia gottosa, per la formazione di cristalli di acido urico dovuti essenzialmente a una dieta ricca di purine (contenute in carni rosse, selvaggina, frutti di mare, superalcolici), ma anche in altre forme di artropatia si può presupporre che l'ambiente sia troppo acido.

Dobbiamo menzionare un'altra sostanza negativa per l'artrosi l'artrite, la solanina. Sebbene l'argomento sia controverso, esiste un'evidenza scientifica che lega il consumo dei vegetali ricchi di solanina ad un aumento della sintomatologia nei casi di artrosi e ancora di più nei casi di artrite reumatoide. Non si intende certo criminalizzare il pomodoro e vegetali di questa categoria, ma ridurre l'apporto dietetico di solanina non può che giovare soprattutto negli individui particolarmente sensibili.

Il pesce va mangiato solo 2-3 volte a settimana non deve eccedere con le proteine.

Bisogna riequilibrare il rapporto tra acidi grassi omega sei e acidi grassi omega tre portandolo ad una proporzione di quattro ad uno.

Le carni rosse sono ricche di purine, che possono portare all'accumulo di cristalli di acido urico nelle articolazioni.

I 10 peggior alimenti per l'artrosi sono: carne, zucchero, sale, latte e latticini, solanacee, tuorlo d'uovo, farine raffinate, superalcolici, agrumi.

I 10 migliori alimenti per l'artrosi sono: avena, farine e cereali integrali, riso integrale, legumi, pesce azzurro, soia, verdura biologica, frutta di stagione, alghe, spezie.

Le bevande gli integratori anti artrosi sono: tè verde, acqua, vino rosso, integratori specifici messi a punto dall'autore e dalla sua équipe (pagina 32).

Chi soffre di artrosi dovrebbe limitare al massimo grassi saturi e colesterolo.

La carne, essendo ricca di acido arachidonico, fornisce attraverso questo acido grasso della categoria degli omega-6 un prezioso sostegno alla produzione di prostaglandine e leucotrieni pro infiammatori

Lo zucchero alza i tassi di insulina, promuovendo un circolo vizioso che ha un impatto assai negativo sulla salute delle articolazioni.

Oltre a indurire la parete delle arterie il sale produce anche una dispersione del calcio dalle ossa.

Si pensa comunemente che calcio e vitamina D siano contenuti nel latte nei suoi derivati in misura importante quasi esclusiva, me realtà non è così. Innanzitutto il processo di pastorizzazione del latte dei formaggi distrugge quasi del tutto le componenti benefiche del latte, comprese le vitamine, i batteri utili come il lactobacillus acidophilus, gli enzimi e proteine.

L'albume dell'uovo è del tutto privo di colesterolo e contiene molte proteine ma non va consumato crudo perché contiene l'avidina (che impedisce l'assorbimento delle vitamina H), la quale viene inattivata con la cottura.

Le farine non integrali sono ricche di carboidrati raffinati, i quali portano un rapido innalzamento del livello di zucchero nel sangue subito dopo l'ingestione e quindi al rilascio di insulina.

Gli agrumi vanno eliminati da chi soffre di artrosi perché sono troppo acidi e portano a una esacerbazione dei sintomi dolorosi

Una dieta antinfiammatoria non può prescindere dall'avena, sotto forma di farina, fiocchi, crusca. Per la prima colazione è la cosa ideale. Essendo particolarmente ricca di fibre solubili e insolubili svolge una funzione di pulizia di miglioramento del transito intestinale e pur essendo un carboidrato, grazie al suo basso indice glicemico non porta picchi insulinici. Poca acidità, alta digeribilità, una certa capacità di abbassare i valori di colesterolo. Fra tutti i cereali contiene la più alta percentuale di proteine (16%), qualitativamente simili a quelle della soglia, e per questo motivo può quindi sostituire le proteine animali della carne, del latte e delle uova.

Esempi di cibi integrali da includere nella nostra alimentazione quotidiana sono il pane di segale integrale, i biscotti di aver integrali, tutte le farine integrali per la preparazione casalinga di pane e pasta, il bulgur (frumento integrale frantumato), l'orzo perlato che spesso i seitan, glutine puro ottenuto dal germe del grano.

Il riso rappresenta una fonte inesauribile di proprietà benefiche. Il riso integrale è perfetto per contrastare uno stato infiammatorio artrosico. Per il 75% è composto di carboidrati, è ricco di svariati minerali, ma soprattutto di ferro fosforo, nonché di vitamina B1 e B3. Per la sua capacità di rilasciare lentamente il carico di carboidrati, permette di avviare una gestione più lente più regolare, mantenendo stabili tassi di insulina nel sangue ed evitando di conseguenza accelerazioni metaboliche che sono in diretta relazione con gli stati infiammatori.

Il tè verde contiene in abbondanza e i fenoli, principali killer dei radicali liberi, la migliore azione antiossidante si ritrova nel tè bancha e nel tè kukicha.

Lo zenzero a un'azione inibitoria sulla produzione dei leucotrieni, sostanze che intervengono nella catena infiammatoria. Inoltre, attraverso i salicilati riduce la produzione di alcune prostaglandine, anch'esse responsabili del fenomeno infiammatori articolare.

La curcumina, contenuta al 2-6% nella curcuma ha un forte effetto antiossidante protettivo per le articolazioni.

Il salice viene utilizzato a scopo medicinale. L'estratto della corteccia viene utilizzato per ovviare in modo naturale ai problemi legati all'artrite all'infiammazione quindi non solo aspirina, ma corteccia di salice.

Il grasso corporeo in eccesso, oltre a rappresentare un fattore di rischio per il peso che le articolazioni devono sostenere, aumenta, come abbiamo visto in precedenza, la sintesi di citochine pro infiammatorie, tra cui le interleuchine "cattive". Queste ultime, a loro volta, stimolano gli adipociti (le cellule del grasso) a produrre dei neuropeptidi, tra i quali la sostanza P, implicata nella modulazione del dolore. Una interleuchina specifica stimola invece la produzione epatica di proteina C reattiva che presenta quindi valori elevati sia in caso di obesità che nell'artrosi.

 

 

Una super-dieta mediterranea (la dieta dell’isola di Creta): la Omega-Diet della dott.ssa Artemis Simopoulos

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Potete trovare in questo sito la traduzione completa del libro The Omega Diet di Artemis Simopoulos (clicca sul link)

Quella che segue è la presentazione della dieta contenuta nel primo capitolo.

Solo un’avvertenza: Artemis Simopoulos propone l’olio di canola come alternativa all’olio di oliva. Sebbene molte delle notizie allarmistiche sull’olio di canola vengano dalla propaganda vegana e anti-ogm (chi ha letto gli articoli di questo documento sa come la pensa l’autore in merito: che sono preoccupazioni infondate al 99%; in particolare, se fosse vero che l’olio di canola fosse così tossico sarebbe stato da tempo ritirato dal commercio sommerso da una montagna di cause per risarcimento), tuttavia è vero che è un olio non testato per un sufficiente periodo di tempo sugli esseri umani, e normalmente estratto con procedimenti industriali ad alta pressione e con solventi chimici, perché la resa dell’estrazione a bassa temperatura e senza solventi è troppo bassa, e quindi l’acquirente non ha modo di sapere se acquista un prodotto già adulterato e ossidato. L’olio di canola è stato impiegato nel Lyon Diet Heart Study solo per tre anni, un periodo troppo limitato per danneggiare i pazienti.

Noi raccomandiamo di lasciar stare l’olio di canola e di utilizzare l’alternativa presentata dall’autrice: olio di oliva e supplementi di omega-3 o consumo di pesce grasso.

 

una nuova dieta

 

In anni recenti la ricerca medica ha scosso molte delle nostre nozioni semplicistiche riguardo la dieta. Per esempio le idee popolari che "il grasso fa ingrassare" e che il grasso animale è "cattivo" e che gli oli vegetali sono "buoni" sono stati contestate da nuovi eccitanti scoperte riguardo i grassi che ci hanno aiutato a combattere i disturbi metabolici e a promuovere una salute ottimale. Allo stesso modo la nozione ingenua che i supplementi vitaminici possano rimpiazzare frutta e verdura è stata abbandonata in favore di un nuovo apprezzamento per il tesoro di nutrienti che questi cibi integrali contengono, inclusi gli antiossidanti che non sono vitamine, i folati, e le componenti anticancro chiamate "fitochimici". Questo libro traduce queste nuove scoperte in un piano dietologico semplice, delizioso che aumenterà enormemente le vostre possibilità di vivere una vita lunga, in forma e salutare.

Una delle principali conclusioni a cui si è giunti in base alle scoperte dei laboratori medici è che non dovete privarvi dei grassi per perdere peso o per godere una migliore salute. Molte delle diete che producono una perdita di peso e le cosiddette "diete salutari" buttano via il grasso buono con grasso cattivo, lasciandovi con cibo deprivato. Molte poche persone sono capaci di resistere a una simile dieta, e ne risulta un senso di frustrazione e fallimento. L’Omega Plan, il rivoluzionario piano dietrologico che viene presentato in in questo libro rimpiazza i grassi dannosi con quelli benefici, consentendovi di mangiare dal 30 al 35% delle vostre calorie provenienti da grassi - assolutamente senza nessun senso di colpa. Di fatto vi inciterò a mangiare una quantità maggiore di certi tipi di grasso. E tuttavia gli studi mostrano che anche senza questo apporto supplementare voi sarete in salute migliore che se vi sottoponeste a un'allucinante successione di insalate condite con poco olio, formaggio e senza grassi, gallette di riso, vegetali bolliti, petti di pollo senza pelle bolliti nel brodo.

E non guadagnerete peso. Di fatto, come scoprirete nei capitoli successivi quando voi combinerete l'Omega Plan con un programma esercizi regolari voi aumenterete le vostre possibilità di essere in forma e magri. Se avete una grande quantità di peso da perdere (10 libbre o più), questo libro vi può aiutare a farlo alla stessa maniera. Il capitolo 13 presenta due versioni dietetiche dell'Omega Plan - un programma "brucia grassi veloce" e uno più moderato di perdita di peso. Entrambi contengono la stessa generosa percentuale di grassi che la dieta regolare. Oggi, voi potete cominciare a perdere fino a due libbre in una settimana mentre approfittate di tutti i benefici per la salute del programma regolare.

 

nuove scoperte riguardo gli acidi grassi

 

La nostra nuova rivalutazione dei grassi proviene dallo studio dei loro blocchi molecolari - "acidi grassi". Quando versate il vostro olio vegetale, sembra una sostanza uniforme, ma a livello submicroscopico è composto da sei o più differenti tipi di acidi grassi. Nuovi studi mostrano che particolari acidi grassi possono avere notevoli effetti sulla vostra salute. Alcuni promuovono il cancro; altri lo bloccano. Altri aumentano il vostro rischio di attacchi cardiaci e di ictus; altri lo riducono. Alcuni sono accumulati come grasso corporeo; altri sono bruciati velocemente come carburante. Alcuni sono legati alla depressione e altri problemi mentali. Alcuni sostengono il benessere emozionale. La maniera in cui un dato grasso influenza la vostra salute dipende dalla sua miscela unica di acidi grassi.

Sfortunatamente la tipica dieta occidentale è carica di acidi grassi che sono legati ad alcuni dei nostri peggiori problemi di salute, mentre è decisamente mancante di alcuni acidi grassi che sono essenziali per la nostra salute ottimale. Anche se siete ben informato riguardo la nutrizione e molto attento riguardo a ciò che mangiate, potreste stare ancora nutrendo il vostro corpo con la proporzione sbagliata gli acidi grassi. Molti dei medici, ricercatori, e perfino dietisti che hanno partecipato alle mie conferenze scoprono che stavano mangiando la stessa proporzione sbilanciata di grassi che il grande pubblico.

 

i grassi cattivi e i grassi buoni

 

Un tipo di grasso - il grasso saturo - ha confermato la sua reputazione di essere un grasso "cattivo". Presenti nella carne, nei latticini, e in alcuni oli tropicali, i grassi saturi aumentano il vostro rischio di disturbi delle arterie coronariche, diabete obesità. Recentemente è stato identificato un altro colpevole – gli "acidi grassi trans", molecole create dall'uomo che sono prodotte durante l'idrogenazione di oli vegetali. Nuovi studi mostrano che gli acidi grassi trans possono essere perfino peggiori per il vostro sistema cardiovascolare che gli acidi grassi saturi e possono aumentare anche il rischio di cancro al seno. Sostituire il burro con la margarina non era poi un'idea così buona dopotutto.

Alcuni acidi grassi tuttavia, sono effettivamente buoni per la vostra salute. Acidi grassi monoinsaturi, del tipo che si ritrova nell'olio di oliva e di canola, aiutano a proteggere il vostro sistema cardiovascolare. Essi riducono perfino il rischio di certi disordini metabolici come la "resistenza l'insulina" e il diabete, e sono legati a una minor incidenza del cancro. Queste buone notizie stanno cominciando a raggiungere il grande pubblico, come risultato di un'accresciuta popolarità dell'olio di canola e dell'olio di oliva.

Ma alcune delle ricerche più significative riguardo gli acidi grassi sono rimaste confinate alla letteratura medica. In particolare, poche persone conoscono i benefici che vengono dal mangiare la corretta proporzione di acidi grassi essenziali, chiamati EFA. Gli EFA sono acidi grassi che sono necessari per la crescita normale e lo sviluppo e non possono essere prodotti dal vostro corpo; dovete ottenerli alla vostra dieta. Ci sono due famiglie di EFA: omega-6 e omega-3. Gli omega-6 sono più abbondanti nei comuni oli vegetali, come nell'olio di mais, di cartamo, di semi di canapa, e di girasole. Gli acidi omega-3 si trovano principalmente nei prodotti del mare, nei vegetali a foglia verde, nel pesce, nell'olio di canola e nelle noci. Una scoperta critica è che il vostro corpo funziona meglio quando la vostra dieta contiene una proporzione bilanciata di EFA, tuttavia la tipica dieta occidentale contiene approssimativamente da 14 a 20 volte più omega-6 che omega-3.

Questo squilibrio è legato dalla ricerca attuale a una lunga lista di disturbi seri che includono: attacco cardiaco, ictus cancro, obesità, resistenza all'insulina, diabete, asma, artrite, lupus, depressione, schizofrenia, iperattività da deficit di attenzione, depressione post parto, Alzheimer.

Per apprendere di più riguardo gli EFA, i ricercatori hanno allevato animali di laboratorio con diete simili alle nostre che hanno un'alta percentuale di omega-6 e una bassa percentuale di omega-3. Invariabilmente, gli animali ne hanno sofferto. Quando sono state impiantate loro cellule cancerose, per esempio, i loro tumori sono cresciuti più velocemente, più ampiamente, e più invasivamente. Quando è stato loro concesso pieno accesso al cibo, gli animali hanno guadagnato peso e sviluppato un disturbo metabolico comune chiamato resistenza insulinica. Quando sono stati somministrati ad essi test psicologici e mentali hanno avuto difficoltà a trovare la via fuori dai labirinti, hanno dimostrato una maggiore propensione a comportamenti erratici e autodistruttivi, una minore propensione e curiosità ad esplorare spazi aperti. Le prove che presenterò in questo libro suggeriscono con forza che mangiare una proporzione squilibrata di acidi grassi essenziali sta causando gli stessi disastri anche nei corpi degli esseri umani.

L'Omega Plan nutre il vostro corpo con una miscela idealee di EFA e altri nutrienti chiave, consentendo a ogni cellula e sistema del vostro corpo di funzionare più efficacemente. Se avete un serio problema di salute, fare questi semplici cambiamenti può attenuare i vostri sintomi, consentirvi di diminuire i medicinali, o perfino salvare la vostra vita.

 

qual è la storia dell'omega plan?

 

Sebbene l'Omega Plan è confortato dalle ricerche mediche più recenti, ha le sue radici remote. In verità, è basato sulla tradizionale dieta dell'isola greca di Creta, una dieta che è rimasta virtualmente immutata per 4000 anni fino ai tempi moderni. La dieta dell'isola di Creta attirò l'attenzione della comunità medica negli anni 60, quando un importante studio della durata di 15 anni mostrò che gli uomini dell'isola di Creta erano i più sani tutti gli altri 12.000 uomini tenuti sotto controllo in sette altri differenti paesi - Grecia, Italia, Paesi Bassi, Finlandia, Jugoslavia, Giappone, Stati Uniti

La differenza di salute tra gli uomini di Creta e il resto era rilevante. Paragonati agli americani per esempio avevano la metà del rischio di cancro e 1/20 della mortalità per disturbi coronarici. Comparati ai giapponesi avevano la metà del tasso di mortalità - anche se la dieta di Creta era una dieta con il 40% di grassi che conteneva tre volte tanto grasso di quella giapponese. Sorprendentemente, gli uomini di Creta avevano anche un tasso di mortalità che era la metà degli uomini italiani, anche se entrambi i gruppi mangiavano diete mediterranee che erano ricche di olio d'oliva, legumi, frutti e vegetali. C'era qualcosa di unico nella dieta dell'isola di Creta, ma a quel tempo ricerca scientifica non era capace di individuarlo.

 

l'elemento mancante

 

Due decenni dopo io fui in grado di fornire uno degli elementi mancanti: la dieta tradizionale dell'isola di Creta aveva un rapporto ideale di EFA. Ebbi l’intuizione mentre stavo indagando il contenuto di acidi grassi omega-3 delle piante selvatiche. Come avevo sospettato trovai che certe piante selvatiche contengono molti più grassi omega-3 delle piante coltivate. Questa scoperta mi ha aiutato a gettare nuova luce sulla dieta di Creta perché il popolo dell'isola di Creta mangia grandi quantità di piante selvatiche, inclusa la portulaca, la pianta che era il soggetto di uno dei miei studi. Forse questo tesoro nascosto di acidi grassi omega-3 era una delle ragioni per la loro superba salute.

I miei sospetti furono confermati da uno studio fondamentale condotto poco dopo da due colleghi francesi, Serge Renaud e Michel de Lorgeril. In uno studio attentamente concepito conosciuto come Lyon Diet Heart Study, Serge Renaud e Michel de Lorgeril somministrarono a 302 sopravvissuti a un attacco cardiaco una dieta tradizionale "prudente" raccomandata dall'American Heart Association. A un altro simile gruppo venne somministrata una versione leggermente modificata della dieta dell'isola di Creta. Questa nuova dieta era basata sull'olio di canola e sull'olio d'oliva, e aveva una proporzione di omega-6 e omega 3 di 4 contro 1, molto più bassa della dieta dell'American Heart Association e delle diete tradizionali occidentali. La dieta aveva anche meno carne rossa e meno affettati, ma aveva una quantità maggiore di pesce, cereali integrali, frutta e verdura. In totale conteneva il 35% di grasso laddove la dieta dell'American heart Association raccomandava il 30%.

I risultati di questo studio fecero epoca nella ricerca medica. Appena quattro mesi dopo l'inizio del test clinico, i ricercatori scoprirono che c'era una diminuzione significativa di decessi nel gruppo con la dieta dell'isola di Creta rispetto al gruppo con la dieta dell'American Heart Association. Questo in sé è notevolissimo, perché nessun'altra dieta per malati cardiaci e nessun altro farmaco avevano mostrato benefici per la vita dei pazienti prima di almeno sei mesi. L'indice di sopravvivenza dei due gruppi aumentò per ogni mese che passava. Quando i pazienti giunsero a essere seguiti per due anni, lo studio fu bruscamente interrotto perché la nuova dieta si era dimostrata talmente superiore che non sarebbe stato etico continuare la ricerca e far morire membri del gruppo con la dieta tradizionale che potevano essere salvati. Comparati a quelli con la dieta dell'American Heart Association, i pazienti della dieta di Creta avevano un rischio del 76% più basso di morire di disturbi cardiovascolari o di soffrire di arresto cardiaco, attacco cardiaco o ictus! Incredibilmente, la nuova dieta si era dimostrata più efficace nel salvare vite che qualsiasi altra dieta, farmaco, tecnica chirurgica, programma di vita o qualsiasi combinazione di questi elementi. Questi risultati furono considerati talmente importanti da essere pubblicati contemporaneamente in tre prestigiose riviste mediche, The Lancet, The American Journal of Clinical Nutrition, e il Journal of the American College of Cardiology.

L'Omega Plan vi fornisce lo stesso equilibrio di acidi grassi essenziali e di altri nutrienti che è stato provato così benefico contro gli attacchi cardiaci dei pazienti francesi, consentendovi di beneficiare di queste straordinarie ricerche salvavita per la prima volta in assoluto. Udite tanto spesso notizia di un promettente studio medico, solo per scoprire successivamente che non potete trarne vantaggio perché "maggiore ricerca necessita di essere fatta". Non è così con il Lyon Heart Study questo libro vi consente di cominciare a trarre beneficio da questa stupefacente ricerca già sin dal vostro prossimo viaggio al supermercato.

Ma l'Omega Plan è molto di più che una dieta per il cuore. Gli studi hanno dimostrato che questo nuovo programma vi renderà meno vulnerabile a disturbi infiammatori e autoimmuni. Il vostro rischio di cancro potrebbe diminuire del 50%. Potreste essere meno a rischio di disturbi psichici come depressione e Alzheimer. Quando mangiato una dieta che contiene la giusta proporzione di grassi e di altri nutrienti essenziali ogni sistema del vostro corpo funzionerà in modo più normale.

 

l'omega plan è delizioso e facile da seguire

 

L'Omega Plan è un programma molto semplice da seguire. A differenza di altre diete popolari, non dovete deprivarvi del grasso, sforzarvi di mangiare quantità anormalmente alte di proteine, o controllare che ogni boccone di cibo si conformi a una rigida proporzione di grassi carboidrati e proteine. In verità, molto del "lavoro" della dieta ha luogo nel supermercato. Se voi riempirete il vostro carrello con saggezza sarete già sulla strada per soddisfare i sette principi guida di questa dieta.

Il cambiamento più importante che farete è di mangiare una proporzione più sana di grassi. Una combinazione di olio di oliva e di olio di canola diventerà il vostro olio primario. Altrettanto importante sarà supplementare la vostra dieta con cibi ricchi di acidi grassi omega-3 mentre limitate il vostro introito di acidi grassi omega-6, grassi saturi e acidi grassi trans. Questi cambiamenti sono più facili da fare di quanto vi aspettiate. Semplicemente usando l'olio di canola come vostro olio principale per esempio, soddisfarete molti di questi requisiti dietetici. Potrebbe esservi stato detto che l'olio di canola è ricco di acidi grassi monoinsaturi, ma è anche una fonte poco nota di acidi grassi omega-3. Il fatto che abbia una scarsa percentuale di acidi grassi saturi, acidi grassi trans e acidi grassi omega-6 rispetto a molti altri oli lo rende uno dei cibi più salutari nella vostra cucina.

Un altro cambio che farete è mangiare più frutta, verdura, legumi. Le linee guida attuali del dipartimento USA dell'agricoltura (USDA) raccomandano che si mangino cinque o più porzioni di questi cibi salutari ogni giorno. Nell'Omega Plan ne mangerete sette o più porzioni ogni giorno ricevendo un maggior apporto di vitamine, fibre, minerali, antiossidanti e sostanze benefiche della salute chiamate "fitochimici".

 

le sette linee-guida dell'omega plan

 

1. Mangiate cibi ricchi di acidi grassi omega-3 come pesci grassi (salmone, tonno, trota, aringa, maccarello), noci, olio di canola, semi di lino, e vegetali a foglia verde. Oppure, se preferite, assumete supplementi di omega-3.

2. Utilizzate oli monoinsaturi come l'olio di oliva e l'olio di canola come vostri grassi principali.

3. Mangiate sette o più porzioni di frutta e verdura ogni giorno.

4. Mangiate più proteine vegetali, inclusi piselli, fagioli e noci.

5. Evitate grassi saturi scegliendo la carne magra rispetto a quella grassa (se mangiate carne) e latticini magri rispetto ai latticini grassi.

6. Evitate oli che hanno un'alta percentuale di acidi grassi omega-6, incluso l'olio di girasole, l'olio di mais, l'olio di cartamo, l'olio di soia, l'olio di semi di canapa.

7. Riducete il vostro introito di acidi grassi trans eliminando margarine, pasticceria commerciale, cibi fritti nel grasso e molti snack preparati.

 

evidenze mediche per l'omega plan

 

Comprensibilmente il pubblico è diventato diffidente riguardo libri che proclamano di rivelare il reale segreto per la salute e la forma fisica, specialmente dal momento che i consigli sono tanto contraddittori. Un anno viene dichiarato che la soluzione definitiva e togliere tutto il grasso visibile dalla vostra dieta. L'anno successivo il nuovo "rivoluzionario" programma raccomanda un'alta quantità di proteine. Ma proprio quando state per andare al supermercato per attuarlo, qualcuno vi dice che dovreste mangiare una particolare proporzione di grassi proteine e carboidrati. Ciò che genera ancora più confusione è il fatto che tutte queste diete si dichiarano basate sulle "ultime scoperte scientifiche".

Che sicurezza avete che l'Omega Plan non è un'altra dieta da affamatori? Fortunatamente ci sono dei modi in cui potete giudicare la validità di questo programma, o di qualsiasi altra dieta. La domanda più importante da porre è se una dieta è stata provata in uno studio medico di grandi dimensioni. Se l'unica "prova" di una dieta è un piccolo studio non pubblicato o se è la testimonianza di un gruppo selezionato di clienti o, peggio ancora, le affermazioni entusiastiche di una celebrità ("Ho fatto questa dieta per tre settimane e ora mi sento benissimo!") allora non avete nessuna garanzia che questa dieta funzioni per voi.

L'Omega Plan supera questa prova, perché, come ho spiegato, le sue proprietà protettive della salute del cuore sono state attentamente testate nel Lion Diet Heart Study. Questo studio era un "trial clinico randomizzato" - il sistema aureo degli studi medici. In tale studio una nuova terapia è confrontata con un placebo, o con una forma di cura comunemente accettata. Il termine "randomizzato" significa che i pazienti sono assegnati a sorte ai differenti gruppi di studio, il che impedisce ai ricercatori di corrompere i risultati dello studio destinando i pazienti più sani a una particolare delle cure. Una precauzione aggiuntiva del Lyon Diet Heart Study è che era "cieco". Questo significa che i medici che valutarono i risultati non conoscevano se un determinato paziente aveva seguito la dieta dell'isola di Creta o la dieta dell'American Heart Association, il che li aiutava a valutare i risultati più obiettivamente.

Ma nessuna dieta, non importa per quanto ampiamente sia stata testata, vi può dare garanzie per il miglioramento della vostra salute a meno che non abbia retto la prova del tempo. La letteratura medica è piena di esempi di diete e di farmaci che sono stati benefici negli studi a breve termine ma si sono rivelati dannosi a lungo termine. L'Omega Plan supera anche questo test finale. Basata sulla tradizionale dieta dell'isola di Creta, essa è cambiata ben poco dai tempi di Ippocrate. In pratica è stata testata "sul campo" nelle cucine di generazioni di uno dei popoli più sani del mondo. Ma come scoprirete nel capitolo tre, questa dieta ha radici ancora più remote nella storia. La proporzione di EFA che contiene è simile a quella trovata in piante selvatiche e nella selvaggina, il tipo di cibo che era mangiato dai primi esseri umani negli ultimi 6.000.000 di anni di evoluzione. Per questa ragione la dieta è ideale per il nostro patrimonio genetico. Sostanzialmente, l'Omega Plan fornisce ai nostri corpi il cibo che essi si "aspettano" di ricevere.

 

domande sull’omega plan

 

Domanda: Che ruolo gioca l'esercizio fisico nel programma?

Risposta: Questo libro si occupa principalmente di dieta ma l’esercizio è altrettanto vitale per la vostra salute. Di fatto un regolare esercizio fisico migliora la vostra salute allo stesso modo che l'Omega Plan, inclusa una riduzione del vostro rischio di cancro, obesità, diabete e disturbi cardiaci. Quando combinerete questa nuova dieta con l'esercizio fisico avrete una combinazione imbattibile. Vi suggerisco assolutamente di esercitarvi per 45 minuti o più ogni giorno.

Domanda: Sono un vegano. Funzionerà l'Omega Plan con me?

Risposta: Come vegetariano siete fortunato perché probabilmente state seguendo molte delle linee guida dietetiche dell'Omega Plan. Per esempio è probabile che la vostra dieta abbia pochi grassi saturi e colesterolo e contenga generose porzioni di frutta e verdura. Dovete semplicemente avere cura di aggiungere più acidi grassi omega-3 alla vostra dieta, comunque, perché la tipica dieta vegetariana è troppo ricca di grassi omega-6 e povera di grassi omega-3.

Domanda: Sono diabetico. L'Omega Plan è una buona dieta per me?

Risposta: Si. Parecchi studi mostrano che la combinazione di grassi di questa dieta migliora i livelli dei grassi, lo zucchero nel sangue e la sensibilità all'insulina. Pertanto la dieta non è semplicemente sicura per voi ma anche altamente raccomandata. Naturalmente dovrete sempre sentire il vostro medico.

Domanda: Sto assumendo una quantità di medicinali per il cuore. Se seguo la dieta religiosamente posso smettere di prenderli?

Risposta: Solo sentendo il vostro dottore. Gli uomini e le donne che hanno preso parte al Lyon Heart Study erano sopravvissuti attacchi cardiaci e assumevano un certo numero di medicinali e continuarono a prenderli durante lo studio. Se la vostra salute cardiovascolare migliora notevolmente, tuttavia, chiedete al vostro dottore se è possibile diminuire medicinali. Ma solo con l'approvazione del vostro medico.

Domanda: Ho sentito che il cibo proveniente dal mare una buona fonte di omega-3 ma non sono molto amante del pesce. Devo mangiare pesce in questa dieta?

Risposta: Il nocciolo della questione è che voi dovete aumentare il vostro introito di acidi grassi omega-3, ma come apprenderete più avanti nel libro, potete ottenere questi nutrienti vitali in un certo numero di modi, inclusa l'assunzione di supplementi, oppure usando olio di canola come vostro olio principale, o aggiungendo semi di lino o olio di semi di lino alla vostra dieta, o mangiando più noci, legumi e vegetali a foglia verde. (In molte aree del paese è anche possibile comprare uova che sono state arricchite con acidi grassi omega-3)

Domanda: Posso bere vino?

Risposta: Potete bere vino. In Grecia la gente beve vino nella maggior parte dei pasti. Il Lyon Heart Study è stato condotto in Francia, un paese di amanti del vino. Di modo che un moderato consumo di alcol è consentito - persino incoraggiato. Se volete potete bere uno o due bicchieri di vino al giorno preferibilmente ai pasti.

Domanda: Ho necessità di perdere peso ma incontro parecchie difficoltà a farlo. Posso ottenere i benefici dell'Omega Plan anche se rimango al mio presente peso?

Risposta: A differenza delle altre diete della salute, l'Omega Plan non richiede che voi perdiate peso. I pazienti nel Lyon Heart da stati non avevano restrizioni riguardo la quantità di cibo che mangiavano a parte evitare grassi "cattivi". Nella media il loro peso era rimasto lo stesso e tuttavia avevano ottenuto benefici per la salute senza precedenti. Se voi siete considerevolmente sovrappeso, tuttavia, avrete benefici addizionali se perdete diversi chili. Tra gli altri vantaggi avrete un migliore aspetto, maggiore energia; allevierete lo stress delle vostre articolazioni; abbasserete la vostra pressione, i trigliceridi, il colesterolo, e rischio di diabete. Le versioni della dieta concepite per perdere peso contengono la stessa percentuale generosa di grassi che la versione regolare che renderà la vostra dieta molto più godibile.

Domanda: mi piacerebbe che il mio partner mi segua nella dieta ma non penso che otterrò questa cooperazione.

Risposta: L'Omega Plan dovrebbe diventare una pratica di tutta la famiglia. Ma se incontrate resistenza, potrete ottenere grossi risultati lavorando dietro le scene. Per esempio potreste cambiare il tipo di grassi che usate nella vostra cottura, senza che nessuno se ne accorga. Potete aggiungere più verdure alle minestre e alle carni. Potete servire frutta per dessert. Apprenderete altre strategie nei prossimi capitoli.

 

 

Perché mangiamo i grassi sbagliati

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Una delle scoperte più importanti degli anni recenti è che mangiare una percentuale bilanciata di EFA riporta la vostra dieta in sintonia con la vostra genetica e vi aiuta a ottenere una salute ottimale. Gli esseri umani o pre-umani sono esistiti su questo pianeta per 4.000.000 gli anni e per il 99% di questo tempo sono stati cacciatori-raccoglitori. Durante questo lungo periodo di evoluzione i geni umani si sono adattati alla proporzione di EFA che si trovavano nelle piante selvatiche e nella selvaggina. Secondo l'esperto nel campo della nutrizione evoluzionistica della Emory University, Boyd Eaton, "I principi dell'adattamento evoluzionistico suggeriscono che se uno schema dietetico è stato mantenuto per 2.000.000 di anni, deve essere per forza ottimale".

I grassi mangiati dai primi uomini sono ottimali anche per noi perché i nostri geni sono virtualmente identici ai loro. Anche se la nostra linea evolutiva si è differenziata da quella degli scimpanzé più di 4.000.000 di anni fa, per esempio, c'è solo l'1,6% di differenza fra i geni umani e quelli dello scimpanzé. Ogni differenza tra il nostro presente patrimonio genetico e quello degli umani che vivevano durante il paleolitico, da 40.000 a 15.000 anni fa è ritenuta assolutamente trascurabile. Questo significa che quando ci sediamo a fare pranzo il nostro corpo dell'età della pietra si aspetta di essere nutrito con gli stessi tipi e le stesse percentuali di grasso che ha nutrito i nostri antenati che abitavano le caverne. Quando noi mangiamo patatine fritte con grassi parzialmente idrogenati invece di piante selvatiche, o ingurgitiamo un hamburger carico di grassi con la maionese invece di carne di un animale magro lasciato pascolare all'aperto, i nostri corpi risentono del colpo.

 

nuovi grassi e vecchi geni

 

Una delle ragioni per cui i nostri corpi sono così strettamente sensibili al tipo di grasso alla nostra dieta è che gli EFA possono "parlare" ai nostri geni, mandandogli dei chiari messaggi di produrre una quantità maggiore o minore di certe proteine vitali. Per esempio, un recente studio ha mostrato che gli oli con un'alta percentuale di acidi grassi omega-6 manda ai geni un messaggio di produrre un tipo di proteina cancerogena chiamata "ras p21". Per contro gli acidi grassi omega-3 rendono questa proteina inattiva probabilmente riducendo il rischio di cancro. Altri studi hanno mostrato che gli acidi grassi omega-3 mandano messaggi cardiaci protettivi ai nostri geni istruendoli a produrre una minore quantità di un enzima che è essenziale per la produzione di grasso. Come risultato avete livelli più bassi di trigliceridi nel vostro sangue, ciò che riduce il vostro rischio di disturbo cardiovascolare.

Chiaramente se volete combattere questi disturbi e godere di una salute ottimale, dovete mangiare una proporzione di EFA che mandi ai vostri geni dei messaggi che li incitano a un'attività anticancro e pro-cuore. La percentuale che manda questi benefici messaggi, come hanno mostrato degli studi, è una percentuale di omega-6 rispetto agli omega-3 che è meno di quattro a uno. Non per coincidenza, è simile alla percentuale che si trova nella nostra dieta evoluzionistica. Tuttavia oggi, quando andiamo a fare le provviste nel supermercato è probabile che portiamo a casa cibi che contengono da 14 a 20 volte più omega-6 che omega-3, sconvolgendo così un equilibrio critico che è stato mantenuto per milioni di anni e ponendoci in una situazione di aumentato rischio per praticamente tutti i disturbi chiamati "malattie da civilizzazione".

 

esaminando il menu paleolitico

 

In che modo sappiamo quali tipi di grassi erano mangiati dai nostri primi antenati? I ricercatori hanno cercato risposte a questa domanda usando una varietà di strategie, incluso lo studio dei dipinti delle caverne, degli strumenti di cottura, degli strumenti da caccia, delle conchiglie, delle ossa, dei semi, e dei residui fossilizzati di cibo. Con una tecnologia molto avanzata sono stati perfino in grado di analizzare le tracce di colesterolo trovate nelle ossa fossilizzate e nei denti dei primi umani - la prima evidenza diretta del tipo di grassi che mangiavano. Questa informazione è stata completata con una accurata analisi delle diete delle tribù di cacciatori-raccoglitori che sono sopravvissute fino al 20º secolo inoltrato. Oggi gli etnobiologi hanno stabilito il contenuto nutrizionale di più di 320 piante selvatiche e selvaggina mangiate dai popoli primitivi.

Una delle conclusioni che è stata tratta da tutto questo lavoro è che i primi esseri umani ottenevano molto del loro nutrimento da pesce e carne, frutta e verdura, - solamente due di ciò che noi oggi consideriamo "i quattro gruppi della piramide alimentare". È stato calcolato che si mangiavano tre volte più frutta e verdura di quanto ne facciamo oggi e quantità molto maggiori di carne e pesce. Gli altri due gruppi di alimenti della piramide dietetica, cereali e pane da un lato e latticini dall’altro, giocavano ruoli minori nella dieta paleolitica. Prodotti a base di cereali erano praticamente inesistenti fino alla rivoluzione agricola perché i cereali selvatici erano troppo piccoli e troppo dispersi per essere mieituti. I prodotti dei latticini erano sconosciuti fino alla domesticazione degli animali, approssimativamente 10.000 anni fa. Secondo Boyd Eaton "gli americani considerano il pane e il latte come la quintessenza del cibo naturale. Questa è comprensibile, visto che i nutrizionisti hanno indicato i cereali e i latticini come due dei quattro gruppi ‘essenziali’ di cibo. Però, dal punto di vista della biologia umana geneticamente determinata, questi cibi sono dei nuovi arrivati".

Il fatto che i nostri antenati mangiavano più verdure e meno cereali di quanto noi facciamo oggi aiuta a spiegare la grande differenza nel nostro consumo di EFA. Attraverso analisi sofisticate abbiamo imparato che gli EFA non sono distribuiti uniformemente nel regno vegetale. Gli acidi grassi omega-3 sono concentrati nelle foglie verdi delle piante (e pochi semi e noci, come semi di lino semi di colza e ravizzone e noci), mentre gli acidi grassi omega-6 sono molto più concentrati negli altri nei semi e nei cereali, che sono gli ultimi arrivati della nostra dieta. Il nostro basarci attuale su prodotti di cereali, pane, cracker, dolci, e il nostro introito minimo di cibi verdi è una delle ragioni per cui noi siamo così pesantemente saturati di acidi omega-6 ed efficienti di grassi omega-3.

 

le lezioni apprese dalla portulaca

 

La portulaca è stata usata dalle società tradizionali per trattare molti dei problemi della salute che stavano mostrando risposte positive agli acidi grassi omega-3, inclusa l'infiammazione, i problemi cardiaci, i disordini di stomaco, il dolore la febbre. Per esempio, Teofrasto (372 - 287 a.C.), il padre della botanica, raccomandava la portulaca come rimedio contro i problemi cardiaci, lo scorbuto, il mal di gola, il mal di orecchie, il gonfiore alle giunture, la pelle secca. In un continente differente, gli indiani del Nord America usavano il tè di portulaca per alleviare i dolori di gola che l'infiammazione. Tribù dall'Africa tropicale dell'ovest usavano la portulaca tonico cardiaco e unguento per bolle e bruciature. Nel Punjab e nel Kashmir, i semi di portulaca erano raccomandati contro le infiammazioni dello stomaco e le ulcere intestinali.

Non poteva essere una coincidenza, che la portulaca avesse le proprietà salutari che ora venivano attribuite agli acidi grassi omega-3. Di fatto, la portulaca è ricchissima di acidi grassi omega-3. 100 g contengono 400 mg di acido grasso omega-3 chiamato alfa-linolenico, 15 volte più della lattuga in commercio. Come beneficio aggiuntivo, è ricca di antiossidanti. Una porzione fornisce la quantità giornaliera di vitamina e e un ammontare significativo di vitamina C, betacarotene e glutatione.

Una delle implicazioni è che la portulaca e simili piante selvatiche dovettero contribuire a fornire un notevole ammontare di acido alfa-linolenico e di antiossidanti nella dieta dei primi umani. La portulaca, in particolare, è molto diffusa. È considerata una delle 8 più comuni piante selvatiche del mondo, e fu anche una delle prime piante coltivate dai primi umani: semi di portulaca sono stati trovati in una caverna in Grecia che era stata abbandonata dai suoi abitatori 16.000 anni fa.

Noi sappiamo oggi che la portulaca non è la sola ad essere una miniera di acidi grassi omega-3. Quantità apprezzabili di acido alfa-linolenico sono state trovate in molti vegetali a foglia verde scuro, funghi, felci, legumi e in molte erbe e spezie come mostarda, finocchietto, cumino e fieno greco. Ma mano che la ricerca continuerà è probabile che la lista continuerà a crescere.

 

ciò che i polli amano mangiare

 

I polli che razzolano all’aperto seguono la loro dieta naturale di erbe verdi, insetti, vermi. Questa è la loro dieta giusta, ed essi beccano il granturco solamente perché noi li costringiamo a farlo. Non è un caso che essi hanno una predilezione per la portulaca. I test di laboratorio mostrarono che le uova da polli allevati all'aperto contenevano 20 volte più acidi grassi omega-3 che non le uova standard del supermarket. La percentuale di omega-6 omega-3 era di uno a uno, mentre nelle uova del supermercato la percentuale era di 20 a uno.

Queste osservazioni riguardo le uova di pollo valgono anche per la carne degli animali allevati all'aperto. Tutti gli animali allevati al pascolo avevano carni molto più ricche di acidi grassi omega-3 rispetto agli animali confinati in gabbie e nutriti con diete artificiali a base di cereali. Per esempio, un ricercatore, Michael Crawford, ha trovato che nelle carni di un bufalo selvatico che è libero di nutrirsi nel suo habitat naturale si ritrova un decimo del grasso totale, la metà del grasso saturo e sei volte più grassi omega-3 rispetta animali allevati in cattività.

Dunque gli esseri umani, che mangiassero pesci, piante o animali terrestri, si nutrivano di acidi grassi omega-3. Oggi noi consumiamo solo una frazione di questo nutriente essenziale. Le statistiche mostrano che 1/4 della popolazione di Stati Uniti non mangia pesce. Al contempo mangiamo solo 1/3 dei vegetali a foglia verde dei nostri antenati e le uova e la carne che mangiamo vengono da animali le cui diete sono artificialmente basse quanto ad acidi grassi omega-3. Si è calcolato che stiamo mangiando 1/10 dell'ammontare di acidi grassi omega-3 che sono normali per il nostro ordinario funzionamento. Quello che è più allarmante, è che un 20% della popolazione ha livelli di omega-3 così bassi che non possono essere rilevati dalle analisi. L'ammonizione a mangiare "diete bilanciate" non ha senso quando il nostro cibo è stato spogliato di uno dei suoi più essenziali nutrienti.

 

piantare i semi della distruzione

 

Nella stessa misura in cui la nostra dieta manca di acidi grassi omega-3, è sovraccaricata di acidi grassi omega-6. La ragione principale di questo diluvio è la nostra crescente tendenza ad affidarci a oli vegetali come quello di mais, di girasole, di cartamo, di semi di canapa, oli che non sono mai stati presenti nella nostra dieta evoluzionistica. Questi oli non erano usati dalle società tradizionali perché erano troppo difficili da estrarre. L'olio di mais è un esempio particolarmente buono. Se voi prendete i semi di un centinaio di pannocchie e macinate con una macina di pietra, ottenete un liquido lattiginoso che ha solamente dall'uno al 3% di grasso, e che fornisce al massimo cinque cucchiai da tavola di olio di mais. Non era pratico per i nostri antenati utilizzare l'olio di mais fino all'invenzione di sofisticati frantoi che potevano processare tonnellate di mais in breve tempo, strizzando fuori ogni goccia di olio attraverso la combinazione di alta temperatura pressione idraulica e solventi chimici.

Il nostro uso di oli vegetali ha avuto un'escalation durante gli anni 60 e 70 - dovuta in larga parte a un'aggressiva campagna per abbassare il colesterolo. Un'importante scoperta medica durante quegli anni fu che una dieta che aveva un'alta percentuale di grassi saturi aumentava il colesterolo, e questo aumentato livello di colesterolo era legato con un alto livello di disturbi delle arterie coronariche. Logicamente, i cardiologi cominciarono a prescrivere diete con basso livello di colesterolo. Una delle loro scoperte fu che aggiungendo oli vegetali come olio di mais alla dieta si produceva una lieve diminuzione nei livelli di colesterolo. A quel tempo, la dieta ideale per i cardiopatici sembrava essere una dieta con una bassa percentuale di grassi saturi e un'alta percentuale di oli polinsaturi omega-6.

Migliaia di volontari negli Stati Uniti in Europa furono arruolati in studi concepiti per testare queste nuove idee. Molti di questi studi erano a breve termine, concepiti per rilevare cambiamenti nel livello di colesterolo, così non davano alcuna indicazione se queste diete effettivamente salvavano la vita. Quei pochi studi che durarono per un tempo abbastanza lungo da produrre statistiche di mortalità affidabili dettero risultati deludenti. Per esempio una dieta con olio di mais testata in Inghilterra nel 1965 in effetti incrementò il rischio di morire per disturbo cardiaco. I ricercatori scrissero testualmente: "Date le circostanze di questa ricerca, l'olio di mais non può essere raccomandato come un trattamento per i disturbi cardiaci. È improbabile che sia benefico e probabilmente è dannoso". Altre diete basate su oli omega-6 abbassavano il rischio di morti cardiache ma incrementavano il tasso di mortalità per altre cause, in particolare per cancro, violenza e suicidio. Il risultato netto era zero. Peggio ancora, uno studio che ebbe luogo in un ospedale per veterani di Los Angeles negli anni 70 mostrò che un gruppo di uomini con una dieta con alti livelli di oli omega-6 avevano il doppio delle morti per cancro di quelli con una dieta tradizionale. Questo costituì il primo grande studio a mostrare un legame tra gli acidi grassi omega-6 e il cancro documento.

Sebbene questi risultati negativi fossero pubblicati nella letteratura medica, non raggiunsero la stampa popolare. Questa mancanza di consapevolezza del pubblico, accoppiata con politiche economiche permissive, concessero ai produttori di cibo di creare e vendere qualsiasi tipo di olio essi volessero. Era altamente vantaggioso vendere più oli omega-6, perché, a quel tempo, questi oli erano poco usati, erano sottoprodotti della nutrizione animale e dell'industria del cotone. Potevano essere venduti al grande pubblico come "cibo sano". Una campagna pubblicitaria generosamente finanziata fu messa in piedi per ungere le ruote. Un annuncio pubblicitario di quegli anni era apparso il 1 settembre 1979 in un'edizione del National Geographic l'annuncio a piena pagina mostrava un uomo sorridente di mezz'età che sedeva alla propria tavola. Sua moglie, vestita con i panni della casalinga, presenta un bel piatto di insalata. L'annuncio dice: "stasera Mrs. Flynn inizia a 'polinsaturare' suo marito, con il decisivo aiuto di Mazola".

Per un pubblico che non era pienamente informato annunci come questo erano altamente persuasivi. Da un giorno all'altro, milioni di persone passarono dal burro alle margarina e di mais, dal lardo ai prodotti sostitutivi a base di grassi vegetali e dal grasso contenuto nel bacon ai grassi polinsaturi nel 1972 una statistica rivelò che nove persone su 10 che avevano scelto gli oli vegetali avevano fatto a causa di avvisi pubblicitari o di articoli sui mass - media, e senza aver minimamente consultato il proprio medico.

Dagli anni 60, il nostro consumo di acidi grassi omega-6 è più che raddoppiato rendendo gli americani il secondo più grande gruppo di consumatori di acidi grassi omega-6, superati solo dagli israeliani. Come apprenderete in capitoli successivi, sta progressivamente diventando sempre più evidente che questa propensione per gli acidi grassi omega-6 sta contribuendo ai nostri tassi elevati di cancro, depressione, obesità, resistenza all'insulina, allergie, disturbi autoimmune diabete

 

per favore, passami gli acidi grassi trans

 

Gli americani ignoravano che insieme agli oli alle margarina e di acidi grassi polinsaturi sarebbero arrivati anche gli acidi grassi trans. L'olio vegetale liquido presenta per i produttori un certo numero di problemi. Ad esempio l'olio di mais non si spalma bene sul pane, e non produce alimenti cotti al forno con una crosta croccante, ed è anche molto sensibile all'ossidazione da parte della luce, dell'aria, e del calore, specialmente dopo che il processo di raffinazione lo ha privato di tutti i suoi naturali antiossidanti e fitochimici. L'idrogenazione era la risposta al problema. Attraverso la moderna alchimia l'olio vegetale può essere riscaldato, esposto a un catalizzatore metallico di nickel o rame e trasformato in un grasso più plastico che è meno deperibile. Questo grasso può allora essere aggiunto ai cibi pronti, consentendo loro di essere trasportati in tutte le condizioni di tempo - anche con un tempo caratterizzato da temperatura elevata e umidità elevata, e di rimanere sugli scaffali dei negozi per mesi. Intorno al 1979 il pubblico americano stava consumando non meno di 10 miliardi di libbre di grasso e olio all’anno, del quale 60% era idrogenato.

Il processo di idrogenazione ha un numero di conseguenze negative. Un fatto raramente discusso e che riduce il contenuto di acidi grassi essenziali, sia di omega-6 che di omega-3. L'olio di soia non trattato, per esempio, contiene all'incirca l'8,5% di acidi grassi omega-3. Quando è parzialmente idrogenato il suo contenuto di acidi grassi omega-3 scende al 3%. Un altro aspetto negativo dell'idrogenazione è che essa riplasma i legami molecolari degli acidi grassi trasformandoli in molecole simili, chiamate "acidi grassi trans". Gli acidi grassi trans si comportano in modo molto simile ai grassi saturi, tra l'altro aumentano il vostro colesterolo LDL (cattivo). Ma sono anche più distruttivi dei grassi saturi perché abbassano anche il colesterolo HDL (buono), spingendo ciascuno di questi due grassi nel sangue nella direzione sbagliata. Per rendere le cose peggiori, essi sostituiscono gli EFA nelle membrane cellulari, interferiscono con loro metabolismo, e usurpano alcuni degli enzimi necessari per creare e sostanze simili agli ormoni chiamati eicosanoidi che sono coinvolte in molti aspetti della fisiologia umana.

Oggi, gli americani consumano da cinque a 10% del loro calorie sotto forma di acidi grassi trans. Gli studi hanno mostrato che quantità maggiori del 5% possono avere conseguenze negative per la salute. È pericolosamente facile raggiungere questo livello perché ogni prodotto che ha le parole "parzialmente idrogenato" sull'etichetta contiene acidi grassi trans. Questi includono molti tipi di margarina, grassi da cucina, formaggio artificiale, patatine fritte, prodotti da forno commerciali, snack e cracker. Potete raggiungere questo livello del 5% semplicemente mangiando una brioche per breakfast, una piccola quantità di patatine a pranzo e un cucchiaino da tè in margarina a pranzo e cena e due biscotti per dessert.

L'attuale mania anti-grasso ha causato la rovina finale nel nostro consumo di grassi. A causa di una paura irrazionale del grasso, le persone stanno invitando oli sani, noci, pesci grassi, stupidamente privandosi delle poche fonti rimanenti gli acidi grassi omega-3. I venditori di pesce sono stati veloci nell'approfittare del trend. Molto del tonno che si vende attualmente sui mercati ha una percentuale di grasso molto bassa, non superiore a 0,75 g ogni 100 gr. di prodotto. Il risultato è che per ottenere la vostra razione di acidi grassi omega-3 ora dovete mangiare cinque scatolette di tonno invece di una. Un altro prodotto che ha fatto il suo debutto è il salmone "fat-free". Ovviamente è anche "omega-3-free". Mangiare questo tipo di salmone ha lo stesso senso che mangiare delle carote che siano state private del betacarotene e della vitamina C.

Dove stiamo andando? C'è una tale ricchezza di evidenza che si è gradualmente accumulata riguardo l'importanza del consumare un rapporto equilibrato di EFA e di limitare l'introito di grassi saturi e acidi grassi trans che io credo che le sette linee-guida dell'Omega Plan rimpiazzeranno alla fine le nostre linee-guida correnti. Ancora più importante, la gente troverà facile seguire le nuove linee guida perché l'opinione pubblica sarà forzata dall'industria del cibo a prendere consapevolezza dell'importanza di mangiare grassi sani. Nel 21º secolo potrete comprare in un negozio o un supermercato carne e uova da animali allevati con diete arricchite con omega-3. Sarete in grado di acquistare maionese, condimento per l'insalata e snack che sono fatti con olio di canola; semi di lino e prodotti a base di semi di lino saranno inclusi molti tipi di prodotti da forno. Per aiutarvi a selezionare i cibi più sani le etichette nutrizionali includeranno informazioni intorno gli EFA e agli acidi grassi trans.

Finché non sarà arrivato quel giorno tuttavia siete voi che dovete prendere l'iniziativa. Dovete evitare prodotti che contengono grassi poco sani e darvi da fare per trovare quelli che contengono grassi che migliorano la salute. La parte terza di questo libro vi dà tutti i consigli e gli appoggi necessari per apportare questi cambiamenti salvavita.

 

un corso accelerato sugli acidi grassi

 

●  Gli acidi grassi sono le componenti molecolari di grassi e oli ma differiscono l'uno dall'altro nel numero di atomi di carbonio e nella posizione e natura dei loro legami molecolari.

●  Ci sono tre categorie di acidi grassi: saturi, monoinsaturi e polinsaturi.

●  Gli acidi grassi polinsaturi sono ulteriormente suddivisi in omega-3 e omega-6. Questi acidi grassi sono chiamati "essenziali" perché sono essenziali per la normale crescita e lo sviluppo e non possono essere prodotti dal vostro corpo. Devono provenire dalla dieta.

●  Gli acidi grassi omega-3 includono l'acido alfa-linolenico (LNA), l'acido eicosapentaenoico (EPA), e l'acido docosaexaenoico (DHA). La famiglia di acidi grassi omega-6 include l'acido linoleico (LA), l'acido gamma-linolenico (GLA), e l'acido arachidonico (AA)

●  Gli acidi omega-3 e gli omega-6 sono convertiti in sostanze simili ad ormoni chiamate eicosanoidi, che possono avere una profonda influenza sulla vostra salute. Gli eicosanoidi prodotti a partire dagli omega-3 e dagli omega-6 hanno funzioni opposte. Per questa ragione potete influenzare notevolmente la vostra salute semplicemente scegliendo un tipo di olio vegetale rispetto a un altro.

●  Molti disturbi cronici sono caratterizzati da una super-produzione di eicosanoidi a partire da acidi grassi omega-6. Quando bilanciate il vostro introito di acidi grassi omega-6 omega-3 ottenete un rischio molto più basso di disturbi infiammatori e di altro tipo.

 

 

Le 6 tappe fatali nella genesi di un attacco cardiaco e come possiamo fare per evitarle

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Di tutte le cause più comuni di morte prematura - attacco cardiaco, ictus, cancro, incidenti, diabete, malattie infettive - la probabilità più grande è che voi morirete di un attacco cardiaco o di un ictus. Questo è vero che voi siate un maschio o una femmina. Le persone tendono a pensare che i disturbi cardiovascolari sono una malattia maschile perché i sintomi si mostrano 10 anni prima negli uomini, ma le donne recuperano il terreno perduto dopo la menopausa. Di fatto, su base annuale, muoiono più donne che uomini. Cinque volte più donne muoiono di attacco cardiaco che di cancro alla mammella. Quale che sia il vostro sesso, seguire l'Omega Plan è uno dei passi più importanti che voi potete fare per salvaguardare la vostra salute.

Perché l’Omega Plan e così superiore alle altre diete per il cuore? La risposta è che si rivolge a bersagli multipli. Molte diete per il cuore hanno un unico scopo primario - abbassare i livelli di colesterolo. Ma abbassare i vostri livelli di colesterolo e solo una delle tante maniere per proteggere il vostro cuore, e sorprendentemente, potrebbe essere non la più importante se tutti gli adulti si dedicassero a una dieta che abbassa il colesterolo per il resto della loro vita aspettativa di vita negli Stati Uniti incrementerebbe di soli tre mesi per le donne ed i quattro mesi per gli uomini. Per la protezione più completa avete bisogno di ridurre anche altri fattori di rischio.

Per esempio un fattore di rischio di importanza critica e il vostro livello sanguigno di omocisteina, un aminoacido che può danneggiare le pareti delle vostre arterie coronariche. Alti livelli di omocisteina sono stati ritenuti responsabili fino al 30% degli attacchi di cuore e di ictus nei maschi americani. Potete ridurre i vostri livelli di omocisteina incrementando il vostro introito di acido folico, una vitamina che si trova nella frutta, nei vegetali a foglia verde e nei legumi. Il pesce, un altro componente chiave del piano, anch’esso abbassa i livelli di omocisteina.

È opportuno anche innalzare i livelli dei vostri antiossidanti, la riduzione del rischio di coaguli sanguigni e un aiuto per normalizzare la vostra pressione sanguigna e il battito cardiaco.

Ecco di seguito i sei passi nella genesi di un attacco cardiaco, dalla prima microscopica lesione alle vostre arterie coronariche al battito finale del cuore. Mano a mano che descriverò questa mortale progressione saranno evidenziati tutti i modi in cui una dieta corretta, con un apporto adeguato di antiossidanti e di acidi grassi omega-3 può bloccarla.

 

passo 1: una piccola lesione alle pareti delle arterie coronariche

 

Per molte persone, il dolore che annuncia un attacco di cuore sembra venire dal nulla. Un minuto prima stavano allacciando le scarpe o spalando la neve, il minuto successivo sono presi dalla morsa di un dolore lancinante; è come se un minuto prima fossero perfettamente sani, e il minuto dopo stessero bussando alla porta della morte. Potreste non rendervi conto che virtualmente tutto quanto questo prolungato dramma ha luogo nelle vostre arterie coronariche, non nel vostro cuore. Le vostre arterie coronariche sono i grandi vasi che provvedono il sangue per il vostro muscolo cardiaco famelico d'ossigeno. Sebbene il vostro cuore sia pieno di sangue, trae tutto il suo nutrimento dal sangue che fluisce attraverso queste arterie vitali. Se diventano bloccate, il vostro muscolo cardiaco diviene affamato l'ossigeno, e si scatena un attacco.

Il primo segno in assoluto di una malattia alle arterie coronariche è un piccolo danno al rivestimento delle pareti della vostra arteria. Alcuni danni sono inevitabili perché causati dal flusso del sangue attraverso questi vasi. Degli studi hanno dimostrato che anche persone di vent'anni mostrano segni di questo tipo di abrasione. Ma alcuni danni possono essere prevenuti, come quelli causati da una pressione alta. Quando avete una pressione alta il sangue fluisce attraverso i vostri vasi con più forza, come attraverso un tubo da giardino che collegate ad una bocca d’acqua ad alta pressione. Più alta è la vostra pressione sanguigna, più grande il danno potenziale per le vostre arterie e più grande rischio di attacco di cuore e di ictus. Una persona con pressione diastolica sopra 105 ha due volte il rischio normale di eventi coronarici e quattro volte il rischio di ictus

 

capire la lettura dei vostri valori della pressione

 

La vostra pressione è espressa da due numeri, per esempio "145/92". Il numero più alto, chiamata (pressione sistolica) è la pressione arteriosa mentre il muscolo del vostro cuore si sta contraendo. Il numero più basso, la "pressione diastolica" è la pressione quando il vostro cuore è a riposo tra due battiti.  Questi numeri sono espressi in termini di millimetri di mercurio.

La pressione normale è intorno a 120/80. L'ipertensione è comunemente definita come valori di pressione superiori a 140/90.

La buona notizia è che potete abbassare la vostra pressione sanguigna semplicemente scegliendo un certo tipo di olio per il vostro condimento piuttosto che un altro. L’olio d'oliva e oli omega-3 sono stati sperimentalmente accreditati dell'abbassamento della pressione del sangue. Per esempio degli studi hanno mostrato che prendendo giornalmente supplementi di olio di pesce che contengono anche solo 3 g di EPA e DHA, può abbassare la vostra pressione sistolica di cinque punti e la vostra pressione diastolica di tre punti. Un cambiamento anche di questa modesta entità potrebbe ridurre il numero di americani definiti "ipertesi" del 40%! L'acido alfa-linolenico (l'acido grasso omega-3 che si trova nell'olio di canola, nell'olio di noci e nell'olio di semi di lino) può passare anch’esso la vostra pressione sanguigna. Un incremento dell'1% nei livelli sanguigni di acido alfa-linolenico è collegato a una riduzione di 5 mm nella pressione del sangue.

Perfino l'olio d'oliva potrebbe aiutare a mantenere la vostra pressione bassa. In uno studio del 1996,16 donne con una pressione moderatamente alta passarono l'olio d'oliva per un mese. In media la loro pressione sanguigna scese da 161/94 a 151/85, una caduta di quasi 10 punti sia nella pressione diastolica che in quella sistolica.

Come abbassano gli acidi grassi omega-3 la vostra pressione sanguigna?

Il nostro fegato scinde i grassi della vostra dieta in acidi grassi individuali. Questi acidi grassi sono poi convertiti in sostanze simili ad ormoni chiamati eicosanoidi. Gli oli ricchi di omega-6 sono convertiti in un tipo di eicosanoidi chiamato tromboxano A2, che è un potente costrittore delle vostre arterie. Le arterie ristrette forzano il vostro cuore a lavorare più duramente per far circolare il sangue attraverso il vostro corpo, contribuendo a un'alta pressione del sangue. Oli ricchi di acidi grassi omega-3 al contrario sono convertiti in un eicosanoide affine chiamato tromboxano A3, che ha solo una frazione del potenziale vasocostrittore dell'altra sostanza.

Inoltre, nuovi studi mostrano che gli acidi grassi omega-3 possono aumentare la produzione di un'importante sostanza chimica chiamata ossido nitrico, che rilassa le vostre arterie. In uno studio recente uomini a cui stati dati supplementi di pesce avevano un incremento del 43% nella produzione di ossido nitrico.

 

passo 2: ridurre il vostro rischio di infiammazione arteriosa

 

Una volta che un’arteria diventa danneggiata, attrae l'attenzione della squadra di riparazione del corpo, incluse le piastrine e i globuli bianchi del sangue. Queste sostanze promuovono la guarigione, ma possono anche causare coagulazione e infiammazione. Prevenire l'infiammazione cronica si ritiene oggi che sia altrettanto efficace nell'abbassare il vostro rischio di attacco cardiaco e di ictus rispetto quanto ridurre i livelli di colesterolo LDL. Uno studio pubblicato nel 1997 nel New England Journal of Medicine ha rivelato che gli uomini con i più alti livelli di infiammazione erano tre volte più soggetti ad avere attacchi cardiaci e due volte ictus rispetto a uomini con i livelli più bassi.

Il fatto che l'aspirina aiuti a ridurre l'infiammazione potrebbe essere una delle ragioni per cui è così protettiva nei confronti di attacchi cardiaci. Sappiamo oggi che gli acidi grassi omega-3 hanno proprietà antinfiammatorie simili. Di fatto, funzionano quasi nella stessa maniera di un'aspirina, sebbene, a differenza dell'aspirina non danneggino il sensibile rivestimento dello stomaco. Questa è una delle ragioni per cui il pesce è un cibo così amico del cuore. In uno studio del 1996 uomini che mangiavano pesce grasso su base regolare avevano il 42% di probabilità in meno di morire di attacco di cuore rispetto a uomini che non mangiavano pesce.

 

passo 3. l'invasione del colesterolo

 

Il terzo passo nel processo che dura decenni per arrivare un attacco cardiaco è la graduale accumulazione di una placca nelle vostre arterie. In passato, gli sforzi per prevenire quest'accumulo di colesterolo si sono concentrati nell'abbassare i livelli di colesterolo LDL, il colesterolo cattivo che invade le arterie. Ora che abbiamo maggiori conoscenze riguardo i disturbi cardiovascolari, la strategia è diventata più sofisticata ed efficace. Una scoperta importante è stato il fatto che il colesterolo LDL è trasportato nelle vostre arterie attraverso speciali globuli bianchi chiamati macrofagi. Ma prima che macrofagi inglobino il colesterolo, il colesterolo deve essere danneggiato da un processo distruttivo chiamato ossidazione. Se voi mantenete il vostro colesterolo LDL al riparo dall'ossidazione, dunque, non sarà preso dai macrofagi e trasportato sulle pareti delle vostre arterie.

Una dieta sana rallenta l'ossidazione del vostro colesterolo LDL in due maniere chiave. Anzitutto nutre il vostro corpo con oli monoinsaturi come l'olio d'oliva, che sono naturalmente resistenti all'ossidazione. In secondo luogo, aumenta il vostro apporto di frutta e vegetali, aumentando i vostri livelli di antiossidanti. Gli studi hanno mostrato che più antiossidanti sono nel vostro flusso sanguigno più basso è il rischio di morire da disturbi cardiovascolari.

 

passo 4. l'accumulo della placca

 

Ora stiamo per arrivare al quarto passo nella genesi di un attacco cardiaco. In questo quarto critico passo, quantità significative di colesterolo ossidato hanno cominciato a prendere la via delle vostre arterie. Avere piccole quantità di placche causa poco danno. Di fatto, le autopsie mostrano che anche bambini di tre anni hanno i "fatty streaks", cioè delle strie di grasso nelle loro arterie, il primo segno visibile dell'invasione del colesterolo. Il danno consiste nell'avere un deposito così ampio da restringere a bloccare l'arteria coronarica. Più colesterolo LDL avete nel vostro flusso sanguigno, maggiore è la quantità a disposizione per l'ossidazione, e più grandi sono la possibilità che questo evento accada.

Un colesterolo al di sotto di 200 è considerato normale. Se il vostro colesterolo arriva a 250 avete due volte il rischio di un attacco coronarico. Se arriva a 300 il vostro rischio raddoppia di nuovo. Se arriva a 350 e oltre avete otto volte il normale rischio di avere arterie malate e ristrette.

Fortunatamente, il vostro corpo a un meccanismo interno per tenere i vostri livelli di LDL a bada - uno squadrone di colesterolo HDL. Il colesterolo HDL ha la forma di un pallone da football sgonfiato. Quando circola nel vostro flusso sanguigno rastrella il colesterolo LDL, riempiendosi gradualmente. Poi trasporta il colesterolo LDL al nostro fegato, dove esso è captato da particolari recettori LDL sulle vostre cellule epatiche, trascinato dentro le cellule e degradato in sostanze meno dannose. Più colesterolo HDL avete nella vostra squadra di cellule, meno colesterolo ossidato LDL avete nelle vostre arterie.

 

il vantaggio dell'olio d'oliva

 

L'olio d'oliva vi dà un vantaggio ulteriore: contiene una sostanza chiamata "squalene" che abbassa il colesterolo. In uno studio recente, pazienti che hanno assunto supplementi di squalene per cinque mesi hanno avuto una diminuzione del 22% nel loro colesterolo LDL.

Una delle ragioni per cui la dieta mediterranea è così protettiva contro disturbi cardiaci è che è basata su oli monoinsaturi, oli che è stato provato abbassano il vostro colesterolo LDL mentre mantengono o addirittura aumentano il vostro colesterolo HDL, il meglio in entrambe le facce della medaglia. Nessun altro grasso ha quest'effetto. I grassi saturi, è noto da lungo tempo, aumentano il vostro colesterolo LDL. Gli acidi grassi trans aumentano il vostro colesterolo LDL e allo stesso tempo abbassano il vostro colesterolo HDL, spingendo entrambi questi grassi nella direzione sbagliata. Una ricerca di un gruppo di ricercatori di Boston ha trovato che persone con i più alti livelli di acidi grassi trans nella loro dieta hanno due volte e mezza il rischio di attacco cardiaco rispetto a coloro che ne mangiano un ammontare più basso. Gli oli omega-6 abbassano il vostro colesterolo LDL, ma al tempo stesso possono anche abbassare il vostro colesterolo protettivo HDL.

Sorprendentemente, voi potete anche squilibrare il colesterolo del vostro corpo mangiando una dieta a basso tenore di grasso ad alto tenore di carboidrati. Esattamente come gli omega-6, questo tipo di dieta abbassa il vostro colesterolo LDL e vostro colesterolo HDL, gettando via il bambino con l'acqua sporca. Questo è un altro esempio ancora di come la nostra attuale mania anti-grassi sia sbagliata. Invece di mangiare cibi a basso tenore di grassi o completamente magri, noi ci dobbiamo concentrare sul mangiare una moderata quantità di grassi buoni per la salute.

 

che cosa vi dice il vostro livello di colesterolo rispetto al vostro rischio di attacco cardiovascolare.

 

Un predittore affidabile del vostro rischio di attacco cardiaco è il rapporto fra il vostro colesterolo totale e il vostro colesterolo HDL. Più basso è questo rapporto meglio è. Se, per esempio il vostro colesterolo totale è 200 e il vostro colesterolo HDL è 50, il vostro rapporto e 200/50, ovvero 4, che è nella media. Idealmente sarebbe necessario avere un numero pari a 3,5 o più basso.

 

passo 5. il blocco dell'arteria coronarica

 

Supponiamo che tutto sia andato male e ora siete nel quinto passo di questo fosco dramma. A causa del fumo, dell'età, della genetica, di una dieta malsana, di uno stile di vita sedentario, o, più probabilmente, di qualche combinazione di questi fattori, le vostre arterie coronariche sono diventate così intasate di placca che stanno togliendo sangue alla provvista nutritiva del vostro cuore. Un processo mortale che è cominciato decenni prima ha raggiunto adesso la massa critica. Tutto quello che è necessario per un effettivo attacco cardiaco è che un coagulo si chiuda un'arteria già ristretta, bloccando il flusso sanguigno.

Tipicamente, un'arteria diventa bloccata a seguito della brusca rottura di una grossa area della placca. Un deposito di placca è più probabile che si rompa se è grande, cronicamente infiammato, e separato dal flusso sanguigno solo da un piccolo rivestimento di tessuto. Una volta che la placca esplode, spande i suoi detriti nel flusso del sangue e scatena la formazione di coaguli sanguigni. In pochi secondi, un coagulo e altri detriti possono essere portati nella corrente sanguigna e incunearsi in un'arteria coronarica. Un'area importante del vostro cuore è improvvisamente privata di sangue ossigenato e causa un attacco cardiaco potenzialmente mortale.

Come potete ben immaginare, uno degli obiettivi principali della prevenzione degli attacchi cardiaci e dell'ictus è impedire che i coaguli sanguigni blocchi non arteria critica. Questa è la ragione per cui le persone ad alto rischio assumono aspirina o agenti di fluidificazione ancora più potenti. Una scoperta fondamentale fatto all'inizio degli anni 70 e che gli acidi grassi omega-3 rallentano anche la formazione di coaguli sanguigni. Dobbiamo questa scoperta a due ricercatori danesi, H.O. Bang e Jorn Dyerberg, che furono affascinati dalla tradizionale dieta eschimese - sufficientemente affascinati di fatto da condurre una spedizione su slitta di 20 uomini nella Groenlandia del Nord. Bang e Dyerberg osservarono che gli eschimesi che mangiavano loro dieta tradizionale di pesce e mammiferi marini avevano un tasso estremamente basso di morte per accidenti cardiaci. Di fatto, quando analizzarono 10 anni di dati sanitari presso un ospedale della Groenlandia che serviva 2000 persone, non trovarono un singolo caso di morte causato da attacco cardiaco. Alla fine, Bang e Dyerberg furono in grado di dimostrare che una delle principali ragioni della salute cardiaca degli eschimesi era che la loro dieta aveva un alto tasso di acidi grassi omega-3, che, tra gli altri benefici, rallentavano la formazione dei coaguli sanguigni. Quando Bang e Dyerberg pubblicarono le loro scoperte, fecero la seguente profezia: " noi crediamo che mangiare più acidi grassi omega-3 possa essere efficace nella prevenzione dei disturbi cardiovascolari esattamente come l'uso su larga scala di medicinali".

 

in che modo gli acidi grassi omega-3 impediscono ai coaguli sanguigni di formarsi?

 

Un coagulo sanguigno può essere paragonato alla produzione di cartapesta. La "colla" è fornita dalle vostre piastrine, e i fogli di giornale sono forniti da "fibrinogeno" lunghe catene di proteine che si intrecciano con le piastrine e altri elementi creando un trombo o un coagulo. Una recente ricerca ha mostrato che persone con alti livelli di fibrinogeno hanno un rischio cinque volte maggiore di attacco cardiaco, di attacco cardiaco ricorrente e di morte prematura.

Gli oli omega-3 impediscono a coaguli indesiderati di formarsi in due maniere. Anzitutto, rendono le vostre piastrine meno "collose", rendendo meno probabile che si aggreghino insieme. In secondo luogo, diminuiscono la produzione di fibrinogeno. Il risultato finale è un rischio notevolmente ridotto di attacco cardiaco.

 

passo 6. un battito cardiaco caotico

 

Gli attacchi cardiaci sono eventi traumatici, ma non sono sempre letali: avete tre probabilità su cinque di sopravvivere. Che voi viviate o meno dipende in largo grado da come il vostro cuore risponde al trauma. Se comincia a battere in modo incontrollabile, una reazione purtroppo comune chiamata "aritmia maligna" o "aritmia ventricolare", le vostre possibilità di sopravvivenza sono scarse. Un cuore che si contrae selvaggiamente, non funziona più come una pompa efficace, bloccando la circolazione nel vostro intero corpo, non solo nel vostro cuore. Di tutti i vostri organi, il vostro cervello è il più vulnerabile alla mancanza di sangue. Se il flusso del sangue il vostro cervello è bloccato per meno di quattro minuti il probabile risultato è un severo danno cerebrale alla morte.

Il fatto che gli acidi grassi omega-3 prevengano l'aritmia è stato mostrato per la prima volta agli studi su animali condotti negli anni ‘80. In uno di questi esperimenti, otto animali di laboratorio sono stati soggetti a condizioni che mimano un attacco cardiaco. Tutti gli otto animali svilupparono prontamente delle aritmie che li avrebbero uccisi se l'esperimento fosse continuato. L'esperimento fu ripetuto ancora una volta usando un differente gruppo di animali a cui era stata dato un infuso di olio di pesce appena 60 minuti prima del test. Gli acidi grassi omega-3 abolirono completamente l'aritmia in sette animali su otto, mentre l’ottavo animale ebbe un evento di modesta gravità non letale.

Poiché gli acidi grassi omega-3 hanno il potenziale di bloccare tutti e sei i passi che portano a un attacco cardiaco, inclusi i due passi più pericolosi, il blocco finale dell'arteria coronarica e l'aritmia, essi possono salvare le vite delle persone con un avanzato stato di deterioramento coronarico. Ci sono prove dal Lyon Diet Heart Study e anche da un'influente studio inglese conosciuto come il Diet and Reinfarction Trial (DART). I partecipanti allo studio DART del 1989 erano 2000 uomini che si stavano riprendendo da recenti attacchi cardiaci. Essi vennero distribuiti tra tre differenti diete: 1) una dieta ricca di fibre; 2) una dieta con una percentuale bassa di grassi saturi e relativamente ricca di olio omega-6 (la dieta standard è per i malati di cuore); 3) una dieta ricca di acidi grassi omega-3 sia da pesci grassi sia da supplementi di omega-3. Relativamente agli altri due gruppi, i pazienti che avevano arricchito la loro dieta con acidi grassi omega-3 avevano un tasso di mortalità più basso del 29%, che a quel tempo rappresentava la più grande riduzione di mortalità per qualsiasi dieta per malati cardiaci.

Una dieta che fornisca una ricca provvista di antiossidanti naturali, acidi grassi monoinsaturi e acidi grassi omega-3, accoppiata con bassi livelli di grassi saturi, omega-6 e acidi grassi trans, è la prescrizione ideale per la salute del cuore.

Nello schema sottostante viene mostrata all'azione positiva o negativa dei vari tipi di grassi:

 

grassi saturi

Fonti: carne grassa, burro, uova, formaggio, latte intero

HDL: non lo bassa e potrebbe alzarlo

LDL: aumenta

Pressione del sangue: potrebbe aumentare

Rischio di coaguli sanguigni: potrebbe aumentare

Ossidazione del colesterolo LDL: invariata

 

grassi trans:

Fonti: margarina, grassi da cucina, cibi fritti nel grasso, pasticceria commerciale, snack

HDL: diminuisce

LDL: aumenta

Pressione: effetto sconosciuto

Rischio di coaguli sanguigni: invariato

Ossidazione LDL: effetto sconosciuto

 

oli omega-6:

Fonti: oli ricchi di acidi grassi omega-6, incluso l'olio di mais, di cartamo e di girasole.

HDL: diminuisce

LDL: diminuisce

Pressione del sangue: può aumentare

Rischio di coaguli sanguigni: può aumentare

Ossidazione LDL: aumenta

 

acidi grassi monoinsaturi

Fonti: olio di oliva, olio di canola, olio di girasole "high oleic", olio di cartamo "high oleic"

HDL: può aumentare

LDL: diminuisce

Pressione sanguigna: può diminuire

Rischio di coaguli sanguigni: invariato

Ossidazione LDL: diminuisce

 

acidi grassi omega-3

Fonti: olio di pesce, olio di canola, olio di semi di lino.

HDL: può aumentare

LDL: può diminuire uomo aumentare lievemente

Pressione sanguigna: diminuisce

Ossidazione LDL: invariata

 

 

Cibo per il pensiero: la sorprendente connessione tra grasso nella dieta, intelligenza, disordini mentali e umore.

 

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questo articolo in sintesi

 

●  I tipi di grasso nella vostra dieta potrebbero influenzare la vostra memoria, il vostro umore, la risposta allo stress e le capacità di apprendimento.

●  Il vostro cervello contiene un'alta percentuale di grasso. Si tratta di grasso "strutturale" il tipo che aiuta a formare le vostre membrane cellulari e gioca un ruolo vitale del funzionamento delle cellule cerebrali. Il vostro cervello è insolitamente ricco dell'acido grasso omega-3 DHA.

●  Il latte umano contiene DHA, ma negli Stati Uniti e in altri paesi le formule del latte per l'infanzia non lo contengono. I bimbi allattati al seno ottengono punteggi più alti in molti tipi di test standard rispetto a quelli nutriti con il latte per l'infanzia. Il DHA ha migliorato funzionamento del cervello in bambini, adulti e anziani.

●  La depressione è collegata a bassi livelli ematici di DHA.

●  L'alcol depaupera il cervello di DHA. Tra il 16 e il 50% degli alcolisti soffrono di depressione, come pure il 70% degli alcolisti cronici e grandi bevitori.

●  Se una donna incinta non dispone di sufficienti oli omega-3 nella sua dieta, il feto la priverà degli acidi grassi dei suoi tessuti. Se una donna ha altri bambini oltre il primo e non rimpiazza gli EFA perduti, avrà livelli sempre più bassi di DHA per ogni figlio successivo. Una mancanza di DHA è stata collegata alla depressione post parto

●  I test del sangue mostrano che i bambini con "sindrome da deficit di attenzione e iperattività" o ADHD hanno livelli anormalmente bassi di acidi grassi omega-3. Questo è legato a sfoghi emozionali, impulsività, disturbi del sonno e incapacità a concentrarsi.

●  Un certo numero di studi ha mostrato che i criminali adulti violenti hanno livelli insolitamente bassi di acidi grassi omega-3.

●  Le persone arrabbiate e ostili hanno più probabilità di avere attacchi di cuore. Una mancanza di acidi grassi omega-3 potrebbe essere alla base sia dei problemi di umore e dei problemi cardiaci.

●  Gli schizofrenici in generale hanno livelli anormalmente bassi di DHA. In uno studio su piccola scala, supplementi di omega-3 hanno alleviato un certo numero di sintomi chiave.

 

Una delle nuove scoperte più affascinanti riguardo il grasso, è che è inestricabilmente legato col vostro stato mentale. Il tipo di maionese che mettete nel vostro sandwich e il tipo di condimento che versate sulla vostra insalata potrebbero influenzare i vostri umori, il vostro livello dello stress, impulsività, i sentimenti riguardo gli altri - perfino la vostra capacità di apprendere.

Una delle ragioni per cui il grasso ha un effetto così profondo sulla vostra mente e il vostro umore è che il nostro cervello è largamente composto di grasso. Dal 50 60% della sua materia solida è grasso. Inoltre, il grasso del vostro cervello non è un grasso "di deposito", il tipo che vi portate in giro intorno al vostro giro vita e alle vostre cosce come riserva contro la carestia, ma grasso "strutturale", il tipo che forma le membrane delle vostre cellule e svolge un ruolo vitale nel funzionamento delle stesse cellule.

Un'altra caratteristica unica del cervello è che i vostri neuroni, le cellule che trasmettono i messaggi chimici, sono insolitamente ricchi di acidi omega-3. C'è cinque volte più DHA nei vostri neuroni che nei vostri globuli rossi. Se state mangiando una tipica dieta occidentale con deficienza di DHA e altri acidi grassi omega-3, state privando il vostro cervello di un componente critico, il che potrebbe danneggiare la vostra capacità di apprendere e ricordare. Uno dei primi studi animali che ha mostrato un legame tra il grasso l'intelligenza fu pubblicato nel 1975. In questo esperimento, un gruppo di ratti fu allevato con una dieta di olio di cartamo, un olio che un'alta percentuale di acidi grassi omega-6 e ha solamente tracce di acidi grassi omega-3. Un altro gruppo fu allevato con una dieta che conteneva un'apprezzabile ammontare di acido alfa-linolenico. Quando i ratti sono stati messi alla prova in un semplice labirinto, quelli allevati con l'olio di cartamo facevano la scelta esatta solamente nel 60% dei casi, in confronto al 90% di successo dei ratti la cui dieta conteneva un adeguato ammontare di acidi grassi omega-3.

Un secondo gruppo di ricercatori ha condotto un test in una situazione di vita o di morte. Una colonia di topi è stata divisa in gruppi e allevata con diete che erano rispettivamente ad alto e basso tenore di acidi grassi omega-3. Durante un esperimento, gli animali vennero piazzati in una cisterna d'acqua che aveva uno spazio sicuro - una piccola piattaforma sommersa proprio al di sotto della superficie dell'acqua. I ricercatori cronometrarono quanto tempo impiegava ciascun topo per raggiungere la piattaforma, poi ripeterono il test nei giorni successivi. Coerentemente, i topi con la dieta arricchita di omega-3 raggiungevano la piattaforma in meno tempo dei topi la cui dieta aveva un basso tenore di questo nutriente. Il secondo giorno, per esempio, i topi con la dieta arricchita con omega-3 raggiunsero la salvezza in un tempo medio di 42 secondi, mentre i topi con la dieta senza omega-3 si dibatterono in acqua per 81 secondi.

 

cibo per il cervello

 

Gli acidi grassi omega-3 aiutano gli esseri umani ad apprendere e a ricordare? Alcune prove dalle nursery suggeriscono che potrebbe essere così. Il latte umano contiene DHA, ma le formule del latte per l'infanzia non lo contengono. La legge non impone ancora ai produttori statunitensi di aggiungere questo ingrediente ai loro prodotti. Come risultato, i bambini allattati al seno hanno più DHA nei loro cervelli e nelle loro retine che i bambini non nutriti col latte materno. I bambini allattati al seno hanno anche una migliore acutezza visiva rispetto ai bambini allattati con latte per l'infanzia e, anni più tardi, realizzano punteggi più alti nei test standard di lettura, interpretazione visuale, completamento di frasi, abilità non verbali e matematica. La performance superiore di bambini allattati al seno potrebbe essere dovuta a un qualsiasi numero di fattori, comunque, incluso il fatto che le donne che allattano i propri bambini al seno appartengono a una classe socioeconomica più elevata. Ma attenti studi mostrano che il DHA gioca un ruolo chiave nello sviluppo cognitivo. Il ricercatore Ricardo Uauy ha confrontato il cervello e la funzione visuale di tre gruppi di bambini: bambini allattati al seno; bambini nutriti con una formula standard carente di omega-3; e bambini nutriti con la stessa formula arricchita con olio di pesce. Un test che usa misura il "potenziale visuale evocato", che è il modo in cui il cervello risponde a una serie di schemi in bianco e nero che si succedono sul monitor. Ha trovato che i bambini allattati al seno e quelli la cui dieta è stata supplementata con olio di pesce hanno punteggi simili, mentre quelli a cui è stata data la formula standard è per la nutrizione dell'infanzia hanno punteggi significativamente più bassi.

I bimbi prematuri a cui sono stati dati supplementi di omega-3 solo per alcuni mesi hanno ottenuto migliori risultati nei test di intelligenza un anno dopo. In uno studio condotto presso il Department of Pediatrics  dell'Università del Tennessee, a neonati prematuri è stata somministrata una formula standard per l'infanzia mentre ad altri una formula arricchita con DHA. Due mesi dopo la nascita, tutti i bambini sono tornati a una nutrizione standard, carente di DHA. A un anno di età, ai bimbi venne somministrato il Fagan Test of Infant Intelligence. I risultati hanno mostrato che i bambini a cui era stato dato DHA processavano le informazioni più rapidamente di quelli nutriti con la formula standard. I ricercatori hanno notato che "poiché la supplementazione era stata interrotta al secondo mese e gli effetti si vedevano dopo un anno, questo studio dimostra per la prima volta che un periodo relativamente breve di supplementazione con DHA può produrre effetti significativi sulla successiva attenzione visuale”.

 

intelligenza e allattamento al seno

 

Maggiore è il tempo in cui i bambini sono allattati, più DHA si accumula nei loro cervelli. Gli studi hanno mostrato che i neonati allattati al seno per almeno quattro mesi ottengono nei test di visione risultati altrettanto buoni di quelli che sono stati allattati al seno per tutta l'infanzia. I bimbi allattati per un periodo di tempo più breve hanno punteggi più bassi. Secondo un gruppo di ricercatori, "i dati indicano un bisogno di un rifornimento continuo di acidi grassi omega-3 dal latte materno per almeno i primi quattro mesi di vita".

Ci sono anche nuovi dati affascinanti sui bimbi in età scolare. Recentemente i ricercatori della Purdue University hanno misurato il livello di acidi grassi essenziali di un centinaio di bambini di età tra i sei e i 12 anni. Hanno trovato che i bambini con i più alti livelli di acidi grassi omega-3 avevano i minori problemi di apprendimento.

Esistono nuove prove che l'assunzione di supplementi di omega-3 potrebbe migliorare anche le capacità mentali degli adulti. Un certo tipo di onda cerebrale chiamato "p300" è legato all'apprendimento e alla memoria. Più alta è la frequenza, più efficientemente sta funzionando il cervello. La frequenza declina con l'età ed è notevolmente più bassa in persone affette da demenza. Per vedere se gli acidi grassi omega-3 influenzano questo particolare tipo di funzione cerebrale, 26 volontari adulti normali furono collegate agli elettrodi e fu loro somministrato un test che determinava la frequenza delle loro onde p300. Immediatamente dopo il test, furono loro somministrati supplementi o di DHA o di EPA (due acidi grassi omega-3). Due ore più tardi, le loro onde cerebrali vennero misurate ancora. Questa volta, la frequenza dell'onda p300 era significativamente più veloce nelle persone a cui era stato somministrato DHA. I ricercatori affermano che "il DHA, dunque sembra essere un farmaco emozionante che può migliorare funzionamento del cervello… in persone sane"

 

il legame tra acidi grassi omega tre e apprendimento

 

È stata proposta una nuova teoria per spiegare come gli acidi grassi omega-3 potrebbero migliorare l'abilità di apprendere. Il processo di apprendimento e di ricordo coinvolge la trasmissione di varie sostanze chimiche da una terminazione nervosa all'altra. Queste sostanze chimiche sono conservate in piccoli contenitori chiamati "vescicole sinaptiche". Più alto è il numero di vescicole sinaptiche in una terminazione nervosa, più alta è la quantità di sostanze chimiche che può essere trasmessa.

In uno studio sulle abilità di apprendimento, dei ratti vennero allevati con una dieta carente di grassi omega-3 pure con una dieta nutrizionalmente completa. Inizialmente, entrambi i gruppi di ratti avevano lo stesso numero di vescicole sinaptiche. Dopo un programma di apprendimento durato un mese, comunque, i ratti con la dieta arricchita di omega-3 avevano un numero considerevolmente superiore di vescicole sinaptiche nelle loro terminazioni nervose e riuscivano decisamente meglio nei test. Questo studio suggerisce che ci potrebbe essere una connessione diretta tra l'ammontare di acidi grassi omega-3 nella vostra dieta, il numero di vescicole sinaptiche nei vostri neuroni, e la vostra abilità di apprendere.

Supplementare la vostra dieta con DHA (uno dei costituenti principali dell'olio di pesce) potrebbe anche ridurre il vostro rischio di demenza. Ernst Schaefer, della Tufts University ha scoperto che la quantità di DHA nel vostro sangue all'età di 65 anni è un possibile predittore del fatto che voi possiate diventare o meno demente in tarda età. Schaefer ha determinato l'ammontare di DHA nel plasma di 1137 adulti sani di età più avanzata. Nei successivi nove anni, 64 di questi soggetti avevano sviluppato demenza. Quelli che avevano i livelli più bassi di DHA all'inizio dello studio avevano una probabilità più alta del 60% di divenire dementi. Le scoperte di Schaefer vanno a confermare uno studio olandese che ha riguardato 55 uomini anziani. In questo studio, i ricercatori hanno trovato che gli uomini che mangiavano più pesce erano quelli che avevano la minor probabilità di divenire dementi, mentre quelli le cui diete avevano un alto rapporto di acidi grassi omega-6 erano quelli con la maggiore probabilità di sviluppare demenza.

Dare a pazienti anziani supplementi di omega-3 migliora il loro stato mentale? Forse sì. In uno studio pilota condotto in Giappone, 18 pazienti anziani tra i 57 e 94 anni, con chiari segni di demenza ricevettero da 700 a 1400 mg di DHA ogni giorno per sei mesi. Il 70% di coloro che avevano un tipo di demenza causato da insufficiente irrorazione cerebrale (demenza cerebro-vascolare) mostrarono segni significativi di miglioramento. Allo stesso tempo, tutti i pazienti con Alzheimer risultarono "lievemente migliorati". Sebbene la reazione fosse più modesta nei pazienti con Alzheimer, i ricercatori notarono che una vasta gamma di sintomi era migliorata, compreso l'umore, la deambulazione, e la capacità di sostenere una conversazione. Il gruppo di ricercatori ha concluso che "questi risultati suggeriscono che un olio ricco di DHA è utile per il miglioramento della prevenzione sia dei disturbi cardiovascolari sia della demenza e dell'Alzheimer".

 

la vostra dieta vi deprime?

 

Due ricercatori dei National Institutes of Health, Joseph Hibbeln e Norman Salem, hanno trascorso anni a esplorare la connessione tra EFA e depressione. Una delle scoperte che ha dato lo spunto per la loro ricerca è il fatto che le persone che mangiano molto pesce hanno bassi tassi di depressione. In Giappone, Taiwan e Hong Kong, per esempio, il consumo di pesce è alto e la percentuale di depressione bassa. I giapponesi sono un esempio che colpisce. La dieta tradizionale giapponese contiene 15 volte più omega-3 della dieta americana. Attenti studi mostrano che i giapponesi hanno solamente un decimo del tasso di depressione degli americani. La differenza è ancora più pronunciata tra le vecchie generazioni. Approssimativamente il 44% degli anziani americani hanno sintomi di depressione, in confronto al solo 2% degli anziani giapponesi. Le percentuali più basse di depressione in Giappone si trovano nei villaggi di pescatori. Nel 1995, un team di psichiatri ha intervistato tutti i vecchi abitanti che vivevano in una comunità giapponese di pescatori, e non ha trovato un singolo caso di depressione clinica.

L'equilibrio degli EFA nella dieta sembra anch'esso influenzare la gravità della depressione. Pazienti psichiatrici australiani il cui sangue aveva un contenuto relativamente alto di omega-6 e basso di omega-3 avevano più probabilità di essere gravemente depressi di quelli con un rapporto più bilanciato.

Hibbeln e Salem suggeriscono che l'epidemia di depressione negli Stati Uniti potrebbe essere collegata alla nostra dieta sempre più squilibrata. Nei cinquant'anni passati, abbiamo assistito a un deciso incremento della percentuale di depressione. Le persone nate dopo il 1945 hanno 20 volte la probabilità di avere episodi di depressione che quelle nate prima del 1934. Per di più, la depressione sta interessando persone in fasi più precoci della vita. Si stima che 500.000 bambini in età scolare stiano prendendo attualmente antidepressivi. Negli anni dell'adolescenza, questo alto tasso di depressione si traduce in un numero tragicamente alto di suicidi e tentati suicidi. La percentuale di suicidi giovanili è aumentata tre volte dal 1960, divenendo la terza principale causa di morte tra gli adolescenti.

 

mangia pesce, stai felice

 

Hibbeln e i suoi colleghi stanno attualmente conducendo uno studio per vedere se supplementi di omega-3 possono alleviare la depressione. Ad un gruppo di pazienti depressi sono somministrati placebo oppure 2 g di DHA al giorno. Durante il corso dello studio sono attentamente monitorati i cambiamenti di umore e nei livelli di serotonina.

Mentre attendiamo i risultati di questo e di altri studi noi possiamo ottenere qualche spiraglio di informazione da dottori che hanno già trattato di pazienti con acidi grassi omega-3, incluso il dottor Robert Burdon, che praticava più di trecento anni fa. Il trattamento standard di Burdon contro la depressione consisteva nel somministrare ai suoi pazienti una dieta a basso tenore di altri tipi di grasso ma ricca di olio di pesce. Se un paziente era gravemente depresso, Burdon raccomandava una dieta di due settimane a base di cervella bovine. Le cervella bovine, risulta, sono un eccellente fonte di DHA.

In Italia i ricercatori stanno continuando la lunga tradizione di trattare i pazienti depressi con un estratto di cervella bovine chiamato "fosfatidilserina". In uno studio pilota, 10 donne anziane depresse ricevettero l'estratto per 30 giorni. Alla fine dello studio, le donne erano meno depresse, più socievoli, meno ansiose, meno irritabili, si ottenevano migliori risultati nei test della memoria a lungo termine. Salem suggerisce che l'ingrediente attivo di questo nuovo antidepressivo sia il DHA. "Il 40% del peso della fosfatidilserina è composto di DHA" afferma, "gli studi italiani potrebbero essere in realtà un test degli effetti di miglioramento dell'umore degli acidi grassi omega-3".

Uno dei primi medici americani a trattare i pazienti con gli acidi grassi omega tre è Donald O. Rudin, che è stato direttore del del Dipartimento di biologia molecolare del Pennsylvania Psychiatric Institute. All'inizio degli anni 80, ha condotto l'esperimento non controllata in cui ha dato olio di semi di lino a 44 persone con disordini mentali. L'olio di semi di lino è una fonte concentrata di LNA. La dose variava da due a sei cucchiai da tavola il giorno. Incredibilmente, riferisce che entro due ore dall'assunzione del supplemento, "l'umore migliora e la depressione si dissipa" in alcuni pazienti. Una delle sue pazienti cronicamente depresse aveva avuto accentuati sbalzi d'umore in pochi giorni. "Tre giorni dopo aver iniziato con sei cucchiai di olio di semi di lino giornalmente, aveva sviluppato un accentuato senso di aumento dell'energia fisica e un'esuberanza notevole". La donna affermò che prendere l'olio di semi di lino "le dava il solo sentimento di pura gioia che avesse conosciuto nella vita". Entro un periodo da sei a otto settimane, la maggioranza dei suoi pazienti dormiva meglio, aveva più energia, e si sentiva meno ansioso e depresso. Quando i pazienti passarono supplementi di omega-6 o venivano privati del tutto di supplementi, i loro sintomi si ripresentavano. Rudin ha scoperto che l'olio di semi di lino ha un effetto di miglioramento dell'umore così accentuato in certi pazienti che a grandi dosi li rende maniacali, con fuga di pensieri, insonnia e sentimenti di grandezza. La riduzione delle dosi, riferisce, li riporta a un umore normale.

Casi clinici come questi sono affascinanti, ma non sono considerati prova scientifica. Sebbene Hibbeln ritenga che c'è una ragionevole possibilità che gli acidi grassi omega-3 possano effettivamente alleviare la depressione, ammonisce a non saltare le conclusioni. "Come dottore, non posso raccomandare che tutti prendano omega-3 come trattamento di qualsiasi disturbo mentale. Non è stato fatto un sufficiente numero di studi per provare la loro efficacia. Le prove finora ottenute sono suggestive e provocanti, ma sono lungi dall'essere conclusive. Non c'è alcun danno nel prendere questi supplementi - ma la faccenda è come quella dell'efficacia della crusca d'avena: tutti saltano alle conclusioni prima che sappiamo qualcosa di vero. In pochi anni saremmo in una posizione molto migliore per emettere giudizi”.

Ciò detto, egli ha arricchito la sua dieta di omega-3, come praticamente tutti i ricercatori del ramo. "Mangio moltissimo pesce" riferisce.

 

alcolismo

 

L'alcolismo e la depressione vanno a braccetto. Tra i 16 il 50% di tutti gli alcolisti soffrono di depressione, e la percentuale si eleva al 70% negli alcolisti cronici e grandi bevitori. Data la relazione tra la sbronza e cattivo umore, è significativo che l'alcol sia una delle poche sostanze che depaupera il cervello di DHA. "Il vostro cervello è riluttante a separarsi dal DHA", secondo il ricercatore del NIH Salem. "Viene tenacemente trattenuto, anche quando non vestiamo ottenendo dalla dieta. Possiamo dare ai ratti diete a basso contenuto di grassi anche per un anno, che è la metà della loro vita, ed essi possiederanno lo stesso ammontare di DHA nei loro cervelli di quando l'esperimento è cominciato". Ma date loro un singolo drink alcolico, ha scoperto, e i loro cervelli perderanno il DHA nel giro di ore. Lo stesso è vero per i gatti. "Noi abbiamo dato ai gatti piccolo drink alcolico al giorno", riferisce, ed essi hanno perso una quantità significativa di DHA sia dai loro cervelli che dalle loro retine". In un altro esperimento, scimmie Rhesus hanno avuto libero accesso all'alcol per un periodo di tre anni. Sebbene le scimmie fossero più moderate nel loro bere che molti esseri umani, i loro cervelli furono tuttavia depauperati del DHA.

Salem  è un altro dei ricercatori il cui lavoro nel campo degli EFA lo ha spinto a cambiare la sua dieta. "Ho aumentato la mia assunzione di omega-3, scegliendo tra il pesce e pollame quando posso. Sto anche lontano dagli omega-6. Non uso olio di mais o di cartamo, per esempio".

 

la depressione post parto.

 

Subito dopo la nascita del bimbo, le donne presentano un rischio sei volte aumentato di seri disordini mentali, un rischio che rimane alto per i successivi due anni. I cambiamenti ormonali e lo stress del ruolo di genitori, sono due possibili cause, e una terza potrebbe essere una deficienza di omega-3.

Gli acidi grassi omega tre sono essenziali per lo sviluppo del cervello del bambino non ancora nato, specialmente durante gli ultimi tre mesi di gestazione, quando il volume del suo cervello aumenta di tre volte. Se la madre non riesce a ottenere una sufficiente quantità di questi nutrienti nella sua dieta, il feto la priverà di ciò che essa ha immagazzinato nei suoi tessuti, incluso suo cervello. I test di laboratorio mostrano che le nuove madri hanno la metà del livello ematico normale degli omega-3. Diversi decenni fa, era una pratica comune per le donne di assumere olio di fegato di merluzzo durante la gestazione. Le donne che nutrono al seno i loro bambini hanno livelli di DHA ancora più bassi, perché stanno continuando a far fronte ai bisogni del bimbo di acidi grassi omega-3. Se una donna non rifornisce la propria riserva di questi elementi essenziali dopo la nascita di un bambino, avrà livelli sempre più bassi con ciascun figlio successivo. Alcuni suggeriscono che questa sia la ragione per cui i primogeniti hanno punteggi più alti ai test di intelligenza. Finora, si era attribuita la ben documentata superiorità mentale dei primogeniti al fatto che passano più tempo in un rapporto individuale col genitore. È stato ora suggerito che le loro maggiori abilità cognitive possono essere anche dovute a un più generoso apporto di DHA materno.

Finora, nessuno ha condotto uno studio per vedere se gli acidi grassi omega-3 possono ridurre il rischio di depressione post parto. Tuttavia, il fatto che questi nutrienti siano essenziali per lo sviluppo del feto è una ragione sufficiente perché le donne incinte si debbano assicurare un'adeguata provvista di questo nutriente. Un gruppo di ricercatori della Mayo Clinic vanno ancora più in là, e raccomanda che le donne equilibrino la loro dieta prima del concepimento: "l'apparato mentale della generazione in arrivo è sviluppato nel grembo. Il tempo per iniziare la supplementazione è prima della concezione. Un cervello normale non può essere fabbricato senza un'adeguata provvista di acidi grassi omega-3, e potrebbero non presentarsi opportunità successive per riparare agli effetti di una deficienza di acidi grassi omega-3, una volta che il sistema nervoso stato formato".

 

non si tratta di cattivi comportamenti.

 

Una delle conseguenze di crescere con una deficienza di acidi grassi omega-3 potrebbe essere un rischio più alto della "sindrome da deficit di attenzione e iperattività" o ADHD. A cinque scolari su 100 è diagnosticata la ADHD, e questo lo rende il più comune di tutti i problemi comportamentali dell'infanzia. In anni recenti, questo disordine è stato diagnosticato anche a centinaia di migliaia di adulti. I sintomi includono iperattività, impulsività, difficoltà di concentrazione e pianificazione. I bambini con ADHD sono quelli che vengono continuamente esortati a "calmarsi e fare attenzione!" e a "pensare prima di agire!" Il trattamento accreditato consiste nel somministrare loro dei farmaci stimolanti come il Ritalin, ma forse un giorno sarà prescritto pesce a pranzo.

I ricercatori hanno trovato un collegamento tra gli acidi grassi e la ADHD, quando hanno scoperto che i ragazzi con ADHD hanno livelli significativamente più bassi sia di EPA e di DHA di quelli che non presentano questo disordine. I ragazzi col comportamento più anormale hanno i livelli più bassi di DHA. In particolare hanno una maggiore probabilità di essere iperattivi, impulsivi, ansiosi, inclini a sfoghi emozionali, e disturbati da disordini del sonno, inclusa la difficoltà di andare a dormire e di alzarsi dal letto la mattina. Uno studio pilota sta venendo condotto alla Purdue University per vedere se supplementi di omega-3 possono alleviare alcuni di questi sintomi fastidiosi.

 

comportamento impulsivo e violento.

 

Una deficienza di acidi grassi omega-3 è anche stata collegata con un comportamento adulto anormale, inclusa impulsività e aggressione. I test del sangue di un gruppo di criminali violenti hanno mostrato che avevano livelli più bassi di DHA rispetto alle persone senza una storia di violenza. Un fenomeno simile è stato osservato nei primati. Nutrire scimmie maschio con una dieta un'alta proporzione di omega-6 rispetto agli omega-3 (33:1) ha avuto come risultato un aumento delle sberle, delle baruffe, delle spinte e dei morsi.

Attualmente esiste la prova che dando a persone normali acidi grassi omega-3 può aiutare a ridurre quella ostilità attenuata che proviene dagli stress della vita quotidiana. Un gruppo di ricercatori giapponesi ha dato placebo oppure omega-3 a un gruppo di studenti universitari. Lo studio è iniziato a metà delle vacanze estive, un periodo di basso stress, ed è proseguito attraverso la settimana massacrante degli esami finali. Durante la settimana degli esami, gli studenti che avevano ricevuto placebo avevano punteggi più alti nei testi di ostilità, mentre quelli che prendevano supplementi di omega-3 superarono il periodo degli esami con l'atteggiamento di benevolenza verso gli altri inalterato.

I supplementi gli omega-3 possono anche alleviare alcune manifestazioni fisiche dello stress mentale. Un gruppo di uomini ipertesi è stato collegato a un equipaggiamento per monitorare la pressione del sangue e poi soggetto a un test stressante di matematica e abilità verbali. Come ci si aspettava, tutti gli uomini hanno risposto alla sfida mentale con un brusco aumento della pressione del sangue. Per le successive due settimane, gli uomini ricevettero placebo o supplementi giornalieri di olio di semi di lino (60 ml, approssimativamente quattro cucchiai da tavola). Alla fine di questo periodo, gli uomini furono testati nuovamente. Questa volta, quelli che avevano preso l'olio di semi di lino avevano un aumento della pressione sanguigna notevolmente più basso. Come risultato positivo inaspettato, avevano anche i livelli più bassi di trigliceridi, colesterolo totale, LDL, ma livelli più alti di HDL, il colesterolo buono.

 

il cuore ostile

 

Un certo numero di anni fa si pensava che i disturbi cardiaci fossero più comuni nelle persone con comportamento del cosiddetto di "tipo-A" - competitività, perfezionismo, impazienza, senso di urgenza, ostilità. Attualmente si ritiene che solo l'ostilità - il cosiddetto comportamento di "tipo-H" sia un fattore che contribuisce a disturbi cardiaci. In una statistica recente, studenti di medicina che avevano alti punteggi nella scala di ostilità mostrarono di avere una probabilità sette volte maggiore di morire entro i cinquant'anni di età rispetto ai loro compagni di classe più pacifici. La differenza di longevità era dovuta largamente a un'aumentata incidenza di attacchi cardiaci.

Le persone depresse hanno anch'esse una maggiore probabilità di soffrire di attacchi cardiaci. Di fatto, una persona che ha sperimentato almeno un serio bisogno di depressione, a quattro volte il rischio normale. Cercando di spiegare la connessione tra ostilità, depressione e disturbi coronarici, alcuni ricercatori hanno suggerito che gli ormoni dello stress che sono prodotte durante la depressione o la rabbia, sono la fonte ultima del problema. Altri hanno proposto che le persone ostili e depresse hanno una maggiore probabilità di darsi a comportamenti autodistruttivi come bere, fumare e trascurare di assumere medicinali per il cuore. Ora è stata proposta una terza spiegazione. In un articolo recente, Hibbeln e Salem hanno suggerito che una deficienza di acidi grassi omega-3 possa essere alla base tutte e tre le condizioni - disturbi coronarici, ostilità e depressione. È possibile che i disturbi dell'umore non siano la causa di disturbi cardiaci, in altre parole, ma possano provenire dalla stessa deficienza di acidi grassi omega-3.

 

rendere la vita più tollerabile agli schizofrenici.

 

La schizofrenia è un devastante disordine mentale che tende a colpire nella prima età adulta. Nuovi farmaci antipsicotici hanno aiutato gli schizofrenici ad ottenere un funzionamento sociale minimo, ma non sono riusciti ad alleviare del tutto i gravi sintomi. Recentemente, tre gruppi indipendenti di ricercatori hanno trovato che gli schizofrenici hanno livelli anormalmente bassi di DHA.  stimolato da queste scoperte, un quarto gruppo di ricercatori ha trattato 20 pazienti schizofrenici con olio di pesce. La terapia era ben tollerata e ha alleviato entrambi i tipi di sintomi comunemente notati negli schizofrenici: "sintomi positivi" come illusioni o allucinazioni, e "sintomi negativi"  come  ritiro sociale e mancanza di emozioni. Alcuni pazienti hanno avuto anche una remissione dei movimenti anormali involontari chiamati "discinesia tardiva", che sono un effetto collaterale comune del prolungato trattamento con psicofarmaci. Gli investigatori hanno concluso gli acidi grassi omega tre presentano "nuove ed eccitanti possibilità terapeutiche".

Queste indagini sulla relazione tra EFA e cervello hanno aperto una nuova promettente area di ricerca. A questo stadio, si tratta più di promesse che di prove. Tuttavia i dati sono sufficientemente indicativi da far sì che sarebbe saggio per chiunque voglia avere il massimo delle performance mentali e godere pienamente la vita arricchire la propria dieta con i grassi giusti.

 

 

Le malattie autoimmuni e infiammatorie croniche e il ruolo preventivo degli acidi grassi e degli antiossidanti

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questo articolo in sintesi

 

●  Le malattia infiammatoria dei comuni sono legate a un sistema immunitario iperattivo

●  Gli attuali trattamenti per bloccare l'infiammazione includono farmaci steroidei, aspirina, ibuprofene e altri farmaci non steroidei. Tutti questi farmaci possono avere seri effetti collaterali.

●  Aggiungere omega-3 alla vostra dieta può ridurre la produzione da parte del vostro corpo di un certo numero di sostanze pro infiammatorie, inclusa interleuchina-1 e LTB4, che sono legati con una lunga lista di malattie autoimmune infiammatorie.

●  Diminuendo l'introito di grassi omega-6 mentre si aumenta l'introito di acidi grassi omega-3 può abbassare il rischio o la gravità di un certo numero di malattie infiammatorie autoimmuni, che includono l'artrite reumatoide, l'asma, Alzheimer, il disturbo ostruttivo cronico polmonare, morbo di Crohn, colite ulcerosa, nefropatia IgA, lupus, dismenorrea, psoriasi, osteoporosi, gengivite.

 

La gente spende milioni di dollari ogni anno per vitamine, erbe, ormoni che promettono di dare una spinta positiva al loro sistema immunitario. Ciò di cui probabilmente non si rendono conto è che molti problemi di salute sono causati da un sistema immunitario iperattivo o che va nella direzione sbagliata, non da un sistema immunitario pigro, e questo include condizioni disparate come allergie, asma, diabete, arteriosclerosi, artrite reumatoide, morbo di Crohn, lupus, sclerosi multipla, Parkinson, Alzheimer, fuoco di Sant'Antonio, psoriasi, bronchite e colite. Chiaramente la soluzione non è tanto di avere un sistema immunitario forte, ma un sistema immunitario "intelligente" - che sappia quando attaccare cosa attaccare e quando invece trattenersi. Mangiare una quantità equilibrata di acidi grassi vi aiuterà a ottenere proprio questo.

 

cosa ci insegnano gli eschimesi.

 

Ricercatori medici sapevano da tempo che gli omega-6 possono provocare infiammazione. Quando mangiamo oli che hanno un alto contenuto di questi EFA, il vostro corpo aumenta la produzione di un certo numero di sostanze che possono causare febbre, dolore, irritazione gonfiore. Queste sostanze giocano un ruolo chiave in molti disturbi: artrite reumatoide, borsite, colite, dermatite, gengivite, e bronchite, tutte parole che finiscono per "ite". In uno sforzo di bloccare queste sintomatologie le persone ricorrono a farmaci anti-infiammatori non steroidei come l'aspirina, l'ibuprofene o ai più potenti anti-infiammatori steroidei.

Potrebbe essere possibile ottenere beneficio da un rimedio più sicuro e più naturale - gli acidi grassi omega-3. Si aveva poca consapevolezza che gli acidi grassi omega-3 potevano moderare un sistema immunitario iperattivo fino agli anni 70, quando i ricercatori cominciarono a esplorare la salute degli eschimesi della Groenlandia. Un'osservazione chiave fu che gli eschimesi erano raramente interessati da disordini del sistema immunitario come il diabete e l'asma. La loro dieta a base di cibo proveniente dal mare, con la sua ricchezza di acidi grassi omega-3, si riteneva fosse una delle ragioni di questo. Questa teoria ha stimolato un certo numero di analisi dei dati statistici, che alla fine hanno rivelato che le popolazioni con un alto introito di pesce avevano un minore rischio di artrite, asma, enfisema, bronchite, disturbo di Crohn, sclerosi multipla e psoriasi.

Oggi, ricercatori medici hanno fatto un passo ulteriore e stanno cominciando a trattare i disordini del sistema immunitario con supplementi di omega-3. I risultati sono stati incoraggianti - in alcuni casi hanno salvato la vita. Queste sono notizie veramente importanti, poiché i medicinali usati per trattare le malattie relative al sistema immunitario hanno seri effetti collaterali. I farmaci steroidei per esempio possono aumentare il rischio di infezione e aumentare la pressione, la glicemia, influenzare il vostro umore, danneggiare il vostro sonno, causare la ritenzione di fluidi. Chi usa con frequenza anti-infiammatori non steroidei ha tre volte più probabilità di avere eventi gastrointestinali negativi, come sanguinamento, perforazione o altri eventi che possono portare alla ospedalizzazione o alla morte. La terapia a base di raggi ultravioletti comunemente usata per trattare la psoriasi rende le persone più vulnerabili al melanoma, un tipo mortale di cancro della pelle. Giudicando dalle scoperte che leggerete in questo capitolo, mangiare una proporzione più bilanciata di acidi grassi essenziali consentirà molte persone di ridurre il loro ricorso a queste terapie e in certi casi di eliminarle totalmente.

 

spegnere il fuoco dell'infiammazione cronica

 

L’infiammazione è stata descritta per la prima volta da Ippocrate come una condizione caratterizzata da rossore, calore, dolore e gonfiore. Poiché l'infiammazione coinvolge tutti questi sintomi le persone la trovano un'eventualità estremamente sgradevole. Ma in realtà è una parte necessaria del processo di guarigione. Supponiamo che abbiate un taglio nel vostro dito che è diventato infetto. Senza che ve ne rendiate conto le cellule del sistema immunitario che si trovano nei dintorni rilevano la presenza di batteri e rilasciano sostanze chiamate istamine che aumentano il flusso sanguigno verso il vostro dito facendo rilassare i capillari. Tutto ciò che voi vedete è che il vostro dito sta cominciando a diventare molle e più caldo. Man mano che i capillari si espandono, diventano più permeabili, il che consente ai globuli bianchi di penetrare le pareti e di migrare nel sito dell'infezione. Insieme ai globuli bianchi c'è anche un fluido chiaro che inonda la zona infettata e diluisce tutte le sostanze dannose. Non appena i globuli bianchi arrivano sulla scena, essi fagocitano e poi distruggono i batteri colpendoli con delle molecole dannose chiamate radicali liberi. Nel loro zelo, continuano ad assorbire sempre più batteri finché diventano così gonfi che esplodano. Il risultante fluido cellulare si mescola al fluido chiaro diventando la sostanza viscosa conosciuta come "pus". Una volta che l'invasione batterica è sconfitta, il gonfiore sparisce, il vostro dito si raffredda e la vita ritorna normale. Grazie alla risposta infiammatoria, un'infezione che potrebbe essersi diffusa per tutto il nostro corpo è stata messa in quarantena ed è stata eliminata.

In alcune persone e sotto certe circostanze tuttavia l'infiammazione può diventare più un problema che una cura. Per esempio troppi globuli bianchi si possono occupare in un'area infettata generando così tanti radicali liberi che il tessuto sano viene danneggiato. Oppure i globuli bianchi possono rimanere attivi anche molto tempo dopo che il nemico è stato sconfitto, causando infiammazione cronica. Oppure il vostro sistema immunitario può iperreagire di fronte a sostanze relativamente innocue come acari, polline, scaglie di pelle di gatto, gravandovi di tutte le sofferenze dell'infiammazione senza alcun beneficio.

Entro un certo grado, la vulnerabilità a disturbi infiammatori è ereditaria. Gli afro-americani, per esempio, sono più portati alle allergie e alle infiammazioni croniche. È stato proposto che il loro sistema immunitario diventi iperattivo perché è concepito per combattere i batteri parassiti che sono più prevalenti in Africa.

Noi sappiamo ora che gli omega-3 possono mettere freni un sistema immunitario che è andato fuori controllo. Un modo in cui fanno ciò è rallentando il reclutamento di globuli bianchi. Quando un'area del vostro corpo diviene infettata, i globuli bianchi antibatterici necessitano di essere diretti verso l'area. Per mostrare la via, il vostro corpo produce un "aroma" chimico che crea una sorta di pista. Gli acidi grassi omega-3 possono rendere questa traccia meno attraente, riducendo il numero di globuli bianchi che si recano sulla scena.

 

in che modo gli omega-3 rallentano il reclutamento di globuli bianchi?

 

Una sostanza chiave il corpo usa per reclutare globuli bianchi è chiamata leucotriene B4 (LTB4). L'LTB4 è prodotto dall'acido arachidonico. Più acido arachidonico c'è nel vostro corpo più grande è la produzione di LTB4. Gli acidi grassi omega-3 sono trasformati in una sostanza collegata chiamata "leucotriene B5" (LTB5). Anch'essa può attrarre globuli bianchi, ma è 30 volte meno efficace. Se voi mangiate più omega-3 e meno omega-6, dunque, rimpiazzate una sostanza che è una forte reclutatrice di globuli bianchi con una che lo è meno, riducendo il vostro rischio di infiammazione cronica.

Gli acidi grassi omega-3 possono bloccare l'infiammazione anche in un altro modo, mandando un messaggio ai vostri geni di diminuire la produzione di un'importante proteina di segnalazione chiamata interleuchina-1. Una sovrapproduzione di interleuchina-1 è coinvolta in un gran numero di disturbi: arteriosclerosi, artrite reumatoide, sclerosi multipla, asma, diabete di tipo I, psoriasi, disturbo polmonare ostruttivo cronico, AIDS, Alzheimer, allergie, colite ulcerosa, morbo di Crohn. Integrare la vostra dieta con omega-3 può abbassare il vostro livello di interleuchina-1 anche del 50%, un grado di soppressione simile a quello di alcuni antinfiammatori steroidei.

 

disturbi autoimmuni

 

Avere un disturbo autoimmune può essere paragonato a essere attaccato da un missile mal guidato. Invece di assaltare il nemico, il vostro sistema immunitario si è girato di 360° e ha cominciato a distruggere le vostre cellule sane. Il tipo di disturbo che si sviluppa dipende dal tipo di cellule che sono assediate. Se il vostro sistema immunitario attacca le guaine che circondano i vostri neuroni, per esempio, sviluppato una sclerosi multipla. Se distrugge le cellule che producono insulina nel nostro pancreas sviluppate il diabete di tipo I; se prende d'assalto la cartilagine e le ossa delle vostre articolazioni, diventate artritico.

Il colpevole di molti disturbi autoimmuni è un tipo di cellula bianca conosciuta come “cellula T auto-reattiva”. Le normali cellule T sono tra le più importanti cellule del vostro sistema immunitario che sono programmate per passare immediatamente all'attacco di un obiettivo molto specifico. Una cellula T potrebbe essere creata per attaccare il virus dell'antipolio; un'altra per attaccare l'epatite B; un'altra per il virus dell'AIDS e così via. Ciascuna dei vostri miliardi di cellule T ha il suo proprio obiettivo. Non appena una cellula T riconosce il suo obiettivo, è messa in moto una complessa catena di eventi che trasforma una cellula in centinaia di migliaia di cloni. Entro diverse ore c'è un battaglione di cellule T pronte per dare battaglia.

Sfortunatamente alcune delle vostre cellule T sono preprogrammate per attaccare le vostre cellule sane. Questo è vero in tutti gli individui, perfino nei bambini sani. A meno che queste cellule fuori controllo non siano eliminate, possono causare disordini autoimmuni. Il lavoro di eliminarle e assegnato alla ghiandola del timo. Le cellule T filtrano continuamente attraverso il timo, e a quelle che hanno il potenziale di distruggere le cellule sane viene dato l'ordine di autodistruzione. Questa salvaguardia essenziale manca nelle persone con disturbi autoimmuni. Le cellule auto-reattive entrano nel timo e vengono fuori intatte. Un’importante nuova scoperta è che gli omega-3 possono aumentare il ritmo di distruzione delle cellule T auto-reattive.

Nelle pagine che seguono descriverò un certo numero di disturbi che possono essere prevenuti o alleviati mangiando un mix più naturale di acidi grassi essenziali. Ci sono reali possibilità che quest'informazione possa esservi di aiuto.

 

artrite reumatoide

 

Ci sono due tipi artrite - osteoartrite e artrite reumatoide. L'osteoartrite è causata dalla consunzione delle vostre articolazioni man mano che invecchiate. L'artrite reumatoide è un disturbo infiammatorio cronico che danneggia il tessuto connettivo le ossa in tutto il vostro corpo, specialmente le vostre articolazioni.

L'artrite reumatoide affligge più di 6 milioni di americani, tre volte più donne che uomini, con molte persone che mostrano i primi segni della malattia già nell'età di mezzo. Il problema sottostante è che sistema immunitario crea anticorpi che attaccano un’importante proteina (IgG). Quando gli anticorpi attaccano la proteina, si formano grossi complessi che causano una reazione di ipersensitività, che produce l'infiammazione cronica. Per un certo numero di ragioni, l’infiammazione colpisce le articolazioni. L'aspirina e altri farmaci da banco sono le principali risorse per la terapia dell'artrite reumatoide, che alleviano il dolore l'infiammazione. In casi gravi sono necessari dei farmaci che sopprimono il sistema immunitario.

Più di una dozzina di studi negli ultimi 10 anni ha mostrato che gli omega-3 possono aiutare ad alleviare alcuni dei sintomi dell'artrite, inclusa la rigidità mattutina, la sensazione di spossatezza, il dolore e il numero delle articolazioni infiammate. Alcune persone hanno preso supplementi di omega-3 e sono state capaci di eliminare del tutto i medicamenti tradizionali. Per esempio, uno studio del 1995 ha mostrato che pazienti con artrite che prendevano dei medicinali standard contro l'infiammazione ricevettero supplementi di omega-3. Dopo diversi mesi, i farmaci antinfiammatori furono rimpiazzati con placebo. Significativo numero di pazienti fu in grado di proseguire senza i medicamenti senza sperimentare un riaccendersi del disturbo.

Gli acidi grassi omega-3 possono anche essere usati come trattamento topico contro l'infiammazione. L'olio di semi di lino è stato usato come antinfiammatorio per gli animali per centinaia se non migliaia d'anni. Di fatto la parola "linimento" deriva dalla parola "semi di lino". L'olio di semi di lino è anche una sostanza importante nella medicina popolare. Nella medicina del Vecchio Continente, venivano applicate delle poltiglie di semi di lino e olio di semi di lino riscaldate per dare sollievo a muscoli contratti o stirati i segni mantenevano il calore e l'olio aiutava a ridurre l'infiammazione.

Recentemente ricercatori australiani hanno riportato un grande successo nel trattare pazienti con artrite con un linimento fatto da quattro parti di olio di lino e una parte di alcol.

 

l’asma

 

40 milioni di bambini americani soffrono di asma, il doppio che negli anni 80. L'asma può essere di vari gradi, da un blando ansimare fino al collasso respiratorio. 5000 persone muoiono di asma ogni anno. Un recente esame dei dati medici ha mostrato che i bambini che mangiano pesci grassi hanno meno probabilità di sviluppare l'asma rispetto ai bambini che non mangiano pesci o solamente pesci magri. Uno studio di un largo numero di adulti ha mostrato che quelli che mangiano pesci almeno una volta a settimana hanno una migliore funzionalità polmonare rispetto agli altri.

Altrettanto incoraggiante è il fatto che i supplementi di omega-3 possono aiutare a ridurre i sintomi di asma in alcune persone. In uno studio durato un anno, gli asmatici che hanno preso 1 g di omega-3 al giorno avevano un miglioramento più grande nella capacità polmonare di quelli che prendevano placebo. Studi di durata minore hanno mostrato un effetto scarso o nullo, tuttavia, suggerendo che i nutrienti devono essere presi per un certo ammontare di tempo prima che diventino efficaci

 

come gli omega-3 aiutano a combattere l'asma

 

Quando le persone sperimentano un attacco d'asma, il loro corpo produce il triplo di una sostanza infiammatoria chiamata leucotriene B4 (LTB4). I farmaci steroidei bloccano la produzione di LTB4. Gli acidi grassi omega-3 anch'essi la bloccano, ma in base a un differente meccanismo. Questi acidi grassi essenziali fanno sì che il sistema immunitario produca meno LTB4 e una quantità maggiore di un leucotriene antagonista chiamato LTB5. Maggiore è la quantità di LTB5 che è prodotta, meno grave e l'attacco asmatico.

Un avvertimento: ci sono indicazioni che alte dosi di omega-3 possono causare un lieve declino nella capacità polmonare di alcuni asmatici. Consultate il vostro dottore prima di assumerli.

 

l’alzheimer

 

Sebbene poche persone se ne rendono conto, l'Alzheimer è, in parte, un disturbo infiammatorio. Le autopsie mostrano che il cervello dei pazienti malati di Alzheimer contiene quantità insolitamente alte di un elemento pro-infiammatorio chiamato interleuchina-1 B (IL-1B). E l'IL-1B è più concentrato nelle aree del cervello che sono gravemente danneggiate dalla malattia. Un altro indizio che è coinvolta l'infiammazione è che i farmaci antinfiammatori hanno mostrato di incrementare le performance mentali e l'umore dei malati di Alzheimer. Ci sono ulteriori prove che i medicinali antinfiammatori possono aiutare a prevenire il disturbo o a ritardare la sua apparizione: in uno studio su gemelli anziani, il gemello che assumeva più sostanze antinfiammatorie aveva un rischio più basso di sviluppare l'Alzheimer.

Mangiare una miscela bilanciata di acidi grassi fornisce un grado simile di protezione. Ricercatori olandesi hanno analizzato le abitudini alimentari di 900 anziani e hanno trovato che coloro le cui diete avevano un contenuto più alto di acido linoleico avevano la probabilità più alta di demenza. Contemporaneamente, quelli che mangiavano più pesce avevano le migliori funzioni mentali. Diminuendo il vostro introito di acido linoleico e integrando la vostra dieta con pesce o altre fonti di omega-3 potete contribuire a mantenere le vostre abilità cognitive man mano che invecchiate.

 

disturbo polmonare ostruttivo cronico (copd)

 

COPD è un termine che comprende tre gravi disturbi di respirazione - enfisema, bronchite cronica e asma. 17 milioni di americani soffrono di COPD, il che lo rende il più comune di tutti i disturbi polmonari cronici. Le statistiche mostrano che una persona ha una maggiore probabilità di sviluppare COPD se fuma, ha allergie, o soffre di infezioni respiratorie ricorrenti. Il fumo è di gran lunga il più grosso fattore di rischio. Inalare fumo di sigaretta, sia attivo che passivo, danneggia i vostri canali respiratori in vari modi, incluso l'interferire con l'azione di strutture ciliate che foderano i vostri passaggi respiratori. Oppure produce infiammazione, aumenta la produzione di muco. Sintomi del COPD tipicamente appaiono nella mezza età. Segni premonitori comuni sono una ridotta resistenza all'esercizio fisico, una tosse con catarro, e una voce roca. I sintomi peggiorano man mano che la malattia progredisce e possono condurre a disabilità, respirazione deficiente, perfino la morte.

Per esplorare simile relazione tra acidi grassi essenziali e COPD, un gruppo internazionale di ricercatori ha esaminato la dieta di 8.960 fumatori o ex fumatori. Ha trovato che più alta è la percentuale di pesce nella dieta della persona più basso è il rischio di COPD. Le persone che mangiavano la quantità maggiore di pesce avevano una probabilità inferiore del 40% di avere una bronchite cronica e del 60% di avere enfisema. I ricercatori notarono che "sebbene molti dei benefici antinfiammatori dei grassi omega-3 sono stati dimostrati con supplementi dietetici che forniscono dosi molto più alte rispetto alla media, incrementi molto piccoli dell'assunzione di questi acidi grassi possono avere effetti benefici." Mangiare pesce 2-3 volte a settimana, in altre parole, vi garantisce una minore probabilità di avere gravi disturbi polmonari - perfino se voi fumate. Un ricercatore si è spinto a dire che "i supplementi di oli di pesce e un forte consumo di pesce possono essere considerati protettivi rispetto alla COPD rispetto a qualsiasi altra singola misura".

 

morbo di crohn

 

Il disturbo di Crohn è una dolorosa infiammazione del tratto gastrointestinale, ed è più comune in persone di età tra 20 e i quarant'anni. I suoi sintomi includono dolore (principalmente nel quadrante destro inferiore, ed è questa la ragione per cui può essere confuso con l'appendicite), crampi, mollezza, perdita di peso, depressione, nausea, febbre, sanguinamento diarrea. In casi gravi, sezioni dell'intestino sono rimosse.

Come molti disordini autoimmuni, il disturbo di Crohn è caratterizzato da fasi acute e periodi di remissione. In uno studio clinico randomizzato, i supplementi omega-3 sono stati dati a pazienti che erano nella fase di remissione, ma che avevano un alto rischio di ricaduta. Non furono dati farmaci aggiuntivi. Alla fine dell'anno, il 59% dei pazienti che prendevano i supplementi di olio di pesce, erano ancora in fase di quiescenza, di fronte al 26% di quelli che prendevano il placebo.

I farmaci comunemente usati per il trattamento del morbo di Crohn possono avere seri effetti collaterali, incluso un danno alla rigenerazione del midollo osseo, disturbi metabolici ossei, ritardi della crescita e aumentato rischio di cancro. Questo è particolarmente grave dato il fatto che questo disturbo tende a colpire persone in età giovanile o di mezza età che devono prendere i medicinali per decenni. È altamente incoraggiante che il semplice mangiare più pesce grasso o assumere omega-3 potrebbe ridurre la dose o anche la necessità di questi farmaci.

 

colite ulcerosa

 

Molte persone confondono la colite ulcerosa col morbo di Crohn, ma sono condizioni differenti. La colite ulcerosa è una infiammazione cronica dell’intestino crasso. La gravità va da una lieve infiammazione localizzata a un colon perforato e a una infezione fatale del rivestimento della cavità addominale. Il disturbo si verifica principalmente in giovani donne ed è più diffuso in persone con antenati ebrei.

In uno studio condotto dai ricercatori di un ospedale di St. Louis, 18 pazienti con colite ulcerosa in fase acuta sono stati trattati con supplementi di omega-3 o alternativamente con un placebo. I supplementi omega-3 hanno consentito ai pazienti di ridurre della metà l'assunzione di medicinali. Il gruppo che consumava placebo, durante questo stesso periodo ha dovuto aumentare la dose di medicinali.

 

la gengivite

 

La gengivite è infiammazione delle gengive, caratterizzata da rossore rigonfiamento, sanguinamento e ritrazione della gengiva dal dente. Se l’infiammazione si intensifica può progredire arrivando uno stadio più grave, la periodontite, che può condurre alla perdita di osso e di dente.

Ricercatori francesi hanno mostrato che gli omega-3 possono ridurre l'infiammazione e la gravità della gengivite. In uno studio alquanto inconsueto, 36 volontari sani sono stati divisi in due gruppi. Metà dei volontari assumevano olio di oliva e gli altri supplementi omega-3.  Entrambi i gruppi ebbero la direttiva di praticare un'igiene orale intensiva per un periodo di due settimane. Per le successive tre settimane fu richiesto loro di smettere di lavarsi i denti e di usare il filo interdentale, ponendo le precondizioni per la gengivite. I segni di gengivite furono molto meno evidenti nel gruppo che assumeva supplementi di omega-3, mostrando una volta ancora come questi nutrienti possono essere altamente protettivi contro l'infiammazione, dovunque si verifichi.

 

nefropatia iga

 

Il disturbo potenzialmente mortale con questo strano nome è più comune in persone dai quarant'anni in poi, specialmente ipertesi. La nefropatia IgA è un disordine degli elementi filtranti principali dei reni, i glomeruli. La malattia può essere mortale. Cinque anni dopo la diagnosi, dal 20 al 40% dei pazienti muoiono.

Attualmente, non c'è cura efficace per la nefropatia IgA, sebbene molti medicinali siano stati testati, inclusi i farmaci steroidei, gli anticoagulanti, e gli antiaggreganti piastrinici. Ciò rende ancora più sorprendente il fatto che supplementi omega-3 si sono dimostrati in grado di ridurre la gravità della malattia e perfino di salvare vite. In un recente studio condotto presso la Mayo Clinic, 110 pazienti con nefropatia IgA sono stati assegnati a caso o a placebo o alte dosi di omega-3 (12 g al giorno). Quattro anni dopo attente misurazioni hanno mostrato che i pazienti che prendevano olio di pesce avevano una migliore funzionalità renale rispetto a quelli che non lo prendevano. Ancora più importante, solo il 10% di essi erano morti o avevano sviluppato la malattia terminale, confrontati al 40% di quelli del gruppo placebo. A causa di questa notevole differenza nella sopravvivenza, i ricercatori credono che di pesce abbia recato beneficio ai pazienti in un certo numero di modi oltre che a ridurre l'infiammazione. Sospettano anche che potrebbe aver incrementato il flusso sanguigno attraverso i reni, riducendo il rischio di coaguli, e abbassando il rischio di attacco cardiaco e ictus.

 

lupus eritematoso sistemico

 

Il lupus eritematoso sistemico è una malattia autoimmune e può variare come gravità da una lieve eruzione cutanea a una aggressione fatale del cervello, dei reni e di altri organi. La tipica dieta americana col suo surplus di omega-6 può peggiorare il lupus. Per vedere se abbassare l'introito di questo nutriente potrebbe essere benefico, ricercatori svedesi hanno consigliato a 19 pazienti di smettere di mangiare oli con omega-6 e di rimpiazzarli con grasso saturo. Alla fine dell'anno il numero di pazienti con casi attivi era caduto da 11 a 3. Altrettanto importante, molti dei pazienti furono in grado di ridurre la dose degli antinfiammatori steroidei.

La prima indicazione che aggiungere omega-3 alla dieta può aiutare a controllare il lupus è venuta da studi sugli animali. In uno studio rivelatore, topi con una condizione simile a quella del lupus assumevano olio di pesce o grasso bovino. L'85% dei topi nutriti con olio di pesce erano ancora vivi a 19 mesi di età, in confronto al solo 2% di quelli nutriti con grasso bovino.

Due studi pilota hanno mostrato che le pillole di olio di pesce possono aiutare gli esseri umani allo stesso modo. In uno studio, pazienti con un lupus attivo ricevettero placebo o in alternativa 20 g di olio di pesce al giorno. Mentre prendevano i supplementi di omega-3, l’82% fu giudicato come nettamente migliorato. Quando vennero trasferiti alla dieta placebo, solo il 28% mostrò un qualche beneficio. In uno studio condotto in India, una dose giornaliera molto più piccola di omega-3 (300 mg di EPA più DHA) fu data a 10 pazienti con una diagnosi di lupus. Tutti a 10 pazienti beneficiarono di una fase di remissione, alcuni per la lunghezza di tre anni. Erano in remissione ancora al tempo in cui lo studio fu scritto. È notevole che fossero capaci di interrompere l'assunzione di tutti gli altri farmaci e non ebbero nessun effetto negativo dagli acidi grassi omega-3.

 

dolori mestruali (dismenorrea)

 

I crampi dolorosi che alcune donne sperimentano prima e durante le mestruazioni sono legati una sovrapproduzione di un agente antinfiammatorio chiamato prostaglandina E2 o PGE2. L'aspirina e farmaci simili mandano in cortocircuito la produzione di PGE2, che è una delle ragioni per cui alleviano i dolori mestruali. Anche l’olio di pesce blocca il PGE2, di modo che non è sorprendente che le donne che mangiano pesce su base regolare hanno minori probabilità di essere disturbate da crampi. Aggiungere acidi grassi omega-3 alla dieta si è rivelato efficace come terapia. 48 giovani donne che soffrivano di crampi mestruali ricevettero dei placebo oppure delle piccole dosi giornaliere di EPA e DHA (1,8 g). Dopo due mesi di trattamento le giovani donne che prendevano le pillole di olio di pesce avevano significativamente meno dolore di quelle che prendevano placebo.

 

la psoriasi

 

La psoriasi è una cronica infiammazione della pelle con delle chiazze rosse rilevate e scagliose. La condizione può causare dolore, prurito e depressione. Come molte malattie autoimmuni infiammatorie, la psoriasi ha delle fasi acute e delle fasi di remissione, viene attivata dallo stress, dagli ormoni, da cambiamenti di tempo (specialmente una discesa della temperatura), e da vari fattori sconosciuti.

La causa alla base della psoriasi è l'incontrollata crescita cellulare. Il ciclo di vita di una cellula sana della pelle è di circa 28 giorni. Sono necessari 14 di questi giorni perché la cellula si sviluppi pienamente e si sposti dal livello più basso livello più elevato della cute. Altri 14 giorni sono necessari perché la cellula muoia e venga dislocata. La cellula di una pelle con la psoriasi ha un ciclo di vita molto più accelerato, emigra alla superficie in soli quattro giorni. Questo non è un tempo sufficiente perché essa maturi e dunque ha un'apparenza anormale. A causa della rapida crescita, le cellule affollano la superficie e formano uno spesso è scaglioso strato superiore.

Non esiste nessuna cura permanente per la psoriasi. Per alleviare il dolore e il prurito e aiutare ad ammorbidire le scaglie, la pelle viene esposta al sole o alla luce di una lampada artificiale e trattata con petrolio o linimenti a base di catrame. Ma c'è una nuova preoccupazione riguardo l'uso dei raggi ultravioletti da parte di pazienti che si sottopongono un elevato numero di trattamenti perché hanno nove volte il rischio normale di sviluppare un melanoma, un cancro della pelle che può risultare mortale.

Diversi studi hanno mostrato che supplementi omega-3 possono portare sollievo alla psoriasi. In uno studio in doppio cieco, le persone con psoriasi attiva ricevettero dosi giornaliere di EPA oppure placebo. Quando vennero esaminati due mesi più tardi, i pazienti che prendevano gli omega-3 avevano meno prurito, meno scaglie e meno rossore, e l'area interessata era diventata più piccola. Applicare acidi grassi omega-3 direttamente sulla pelle potrebbe essere altrettanto giovevole. In un piccolo studio, olio di pesce è stato aggiunto alla gelatina di petrolio (l'unguento aveva il 10% di olio di pesce) e applicata sulla pelle. 8 su 11 pazienti hanno mostrato netti miglioramenti.

 

l’osteoporosi

 

Per tutta la vita, le ossa sono sottoposte all'azione di due differenti tipi di cellule - osteoblasti, che le ricostruiscono, e osteoclasti, che le rendono meno dense - e più fragili. L'osteoporosi - letteralmente "ossa porose" - affligge decine di milioni di americani, e produce nel breve e nel lungo termine disabilità e miliardi di dollari di spese mediche.

C'è un'evidenza sempre crescente dagli studi sugli animali che seguire una dieta come l'Omega Plan che è ricca di antiossidanti e di acidi grassi omega-3 potrebbe aiutare a mantenere la densità ossea. Gli antiossidanti aiutano a proteggere le ossa e la cartilagine dal danno dei radicali liberi, gli acidi grassi omega-3 abbassano la produzione di PGE2, LTB4 e altre interleuchine infiammatorie, che sono fattori che è noto producono la perdita di osso (o "riassorbimento"). Deve essere svolto ancora parecchio lavoro in questo campo, ma ci sono prove preliminari che le persone la cui dieta è relativamente ricca di acidi grassi omega-3 e bassa in omega-6 hanno una percentuale più bassa di osteoporosi anche se consumano meno dell'apporto ottimale di calcio.

Nel diagramma sottostante è riassunto il ruolo degli acidi grassi nelle infiammazioni.

 

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Da questo grafico si può vedere che sia l'acido arachidonico che l'EPA interagiscono con le stesse due famiglie di enzimi, la famiglia delle lipoxigenasi e delle ciclo-ossigenasi. Quando l'acido arachidonico interagisce con questi enzimi, forma elementi infiammatori, in particolare la prostaglandina E2 (PGE2), e il leucotriene B4 (LTB4). Questi due elementi sono collegati a una varietà di disordini infiammatori e del sistema immunitario, che includono quelli mostrati nell'illustrazione.

Quando l'EPA interagisce con questi stessi enzimi, comunque, forma elementi strettamente correlati ma meno infiammatori -  PGE3 e LTB5. In tal modo, una dieta come quella dell'Omega Plan, che ha una bassa percentuale di omega-6 e una relativamente alta percentuale di omega-3 rimpiazza gli eicosanoidi infiammatori con eicosanoidi meno infiammatori, diminuendo il rischio di infiammazione cronica.

 

 

Stampante wireless per la vostra salute.

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Se dovete acquistare una nuova stampante e avete una rete Wi-Fi domestica, la cosa migliore che possiate fare acquistarne una wireless: potrete piazzarla dove volete e stamperà perfettamente qualsiasi documento dal computer posto sulla vostra scrivania.

Questo è particolarmente importante se volete acquistare stampanti laser con toner che potrebbe essere tossico e che andrebbero poste in una stanza diversa da quella in cui lavorate.

Quanto costa una stampante wireless?

Assolutamente quanto una stampante normale: esistono stampanti wireless inkjet della Epson del costo di 70 €.

 

 

La temperatura notturna della stanza da letto.

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Espongo qui un'opinione personalissima: le malattie da raffreddamento e le influenze si prendono nella camera da letto, e precisamente nelle ore più fredde della notte, quando il riscaldamento centrale è disattivato e una persona inavvertitamente si scopre.

Ci sono comunque alcuni dati oggettivi che vale la pena di considerare: il calore si può trasmettere per convezione, per irraggiamento e per conduzione. Quando una persona si trova in una stanza, c'è un continuo scambio di radiazioni infrarosse tra il suo corpo e le pareti (sempre più fredde) della stanza, secondo la legge fisica che vuole che i due corpi posti a contatto termico uniformano la loro temperatura.

Durante la notte, quindi, le pareti funzionano da radiatori freddi che assorbono calore da qualsiasi superficie non sia adeguatamente protetta.

Ma non basta: pochi sanno che l'apparato respiratorio patisce ugualmente una stanza molto fredda, anche se la persona è ben coperta. Il celebre professor Nicola Pende affermava negli anni Sessanta che un barbone che dorme per strada, per quanto sia messo dentro 10 sacchi a pelo, è come se praticamente dormisse nudo, perché l'aria fredda che entra nei bronchi gli provoca lo stesso danno che se fosse senza alcuna protezione termica.

Chi scrive non ha preso un'influenza negli ultimi 25 anni, e ritiene che questo sia dovuto al fatto che durante la notte mantiene la temperatura della stanza costantemente a 19°. A voi ponderare questo consiglio ed eventualmente seguirlo.

 

 

Umidificatore a ultrasuoni? Leggi prima qui.

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Volete il top per la climatizzazione della vostra stanza, e avete intenzione di acquistare un umidificatore a ultrasuoni? Il sottoscritto ha provato ad acquistare un umidificatore a ultrasuoni dotato di igrostato. Le sue osservazioni sono le seguenti:

1) poiché l'umidificatore a ultrasuoni produce un vapore freddo, se non lo si pone ad un'altezza di almeno 2 m, una sorta di pioggerellina cade a terra e tutto intorno ad esso, facendo una pozza. Questo a differenza degli umidificatori a vapore riscaldato, che si solleva in aria.

2) Il sottoscritto ha posto l'umidificatore a ultrasuoni in una stanza con termosifone senza vaschetta, e ha notato, utilizzando un igrometro, che l'umidità della stanza non cambiava granché.

Alla fine della storia, l'umidificatore è stato regalato ad un amico e sono ricomparse le vaschette.

 

 

Una valida alternativa all’acqua in bottiglia dei supermercati

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Oggi, in molti quartieri delle grandi città, è possibile trovare un'alternativa intelligente ai pacchi pesantissimi di bottiglie d'acqua caricati settimanalmente sul retro della vostra auto.

Esistono dei punti di erogazione di acqua minerale, esattamente come quelli che dispensano latte fresco, che consentono di abbattere drasticamente i costi e, se si trovano vicino casa vostra, costituiscono una strepitosa alternativa alle visite al supermercato.

 

 

Alcool da pasticceria e ammoniaca: due detersivi straordinari, ecologici e poco usati.

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Acquistate ancora i flaconi di alcol denaturato dal colore rosato e dall'odore terribile, che non va via che dopo ore, dal corpo o dai mobili?

Allora non sapete che esiste un'alternativa ecologica molto meno puzzolente, anche se quanto costosa: una bottiglia di alcol da pasticceria puro a 90°, costa circa 18 €, ma è un disinfettante-pulente straordinario da utilizzare per la vostra casa ecologica.

L'unico neo dell'alcol come liquido di pulizia è che non elimina le piccole incrostazioni di sporco, anzi le rende più dure, perché sottrae loro l'acqua.

Usate quindi l'alcol alternandolo con l'ammoniaca, che è un'altra sostanza assolutamente naturale, che evapora completamente, e che è un'alternativa perfetta ed estremamente economica a prodotti spray per la pulizia dannosi per la salute perché lasciano depositi chimici e vapori tossici.

 

 

Trucchi di magia: cuocere il riso integrale dedicando 180 secondi alla preparazione, poi andare a guardare la televisione in attesa di scodellarlo.

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Chi scrive, per ragioni di tempo, aveva sempre dovuto fare a meno del risotto, che, soprattutto se integrale, richiede un lunghissimo tempo di preparazione e un rimestare continuo in una pentola metallica.

Eppure il riso è uno degli alimenti più sani e più raccomandati, migliore ancora della pasta. Una dieta di riso e di pesce si ritrova spesso tra i popoli più longevi della terra.

Ecco come alla fine sono riuscito a cucinare il riso in pochissimo tempo: è necessaria una scodella di ceramica pyrex di piccole dimensioni che possa essere inserita all'interno di una pentola a pressione con due dita d'acqua.

Nella pyrex ponete la quantità di riso (ad esempio 70 g) con non più di due dita d'acqua (l'esperienza vi insegnerà a regolarvi).

Chiudete la pentola a pressione, accendete il fornello, e quando arriva il sibilo del vapore, abbassate la fiamma e regolate il timer a 35-45 minuti.

Dopodiché andate a guardare la televisione o dedicatevi i vostri hobby domestici: quando il timer da cucina suonerà il vostro riso sarà perfettamente cotto, morbido e non avrà niente da invidiare ad una laboriosa cottura in pentola.

 

 

Mantenete le stanze di malati, anziani o neonati a temperatura controllata utilizzando il termosifoncino elettrico e un gadget poco noto.

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Il termosifoncino elettrico è una risorsa eccezionale per riscaldare stanze fredde dove c’è un neonato, una persona anziana o un malato o dove si abbia bisogno di una temperatura più alta e confortevole rispetto al resto della casa.

Sarebbe una risorsa eccezionale, ma non lo è. Perché?

Per tre ragioni, due effettive e una solo immaginata: a) perché il suo termostato vi costringe a continui accendi-spegni per aggiustare la temperatura; b) perché il suo termostato non offre un sufficiente risparmio energetico; c) perché consuma troppa energia elettrica (questa è la ragione immaginaria).

Il termostato dei termosifoncini elettrici serve unicamente a regolare la loro temperatura, e non la temperatura della stanza. Il risultato è, che se non si interviene a spegnerlo, la temperatura della stanza sale costantemente, malgrado il termostato.

Occorre quindi collegare il termosifoncino ad una presa elettrica gestita da un termostato ambientale. Questo fa sì che il termosifoncino rimanga acceso solo il tempo indispensabile per raggiungere la temperatura programmata della stanza, e consente di realizzare dei notevolissimi risparmi di energia elettrica.

Fino a poco tempo fa non si trovavano in commercio dispositivi del genere. Chi scrive ne ha realizzato uno nel proprio laboratorio hobbistico di elettronica.

Ma recentemente un'azienda tedesca ha messo in commercio un apparecchio composto da due parti: un termostato wireless da piazzare sul tavolo, e una unità ricevente dotata di presa elettrica per il termosifoncino, che viene acceso o spento per regolare perfettamente la temperatura. Il prodotto si chiama oneConcept, e viene venduto su amazon.it a 70 euro (vedi foto).

 

 

Chi scrive l'ha acquistato e può garantire che funziona perfettamente.

Se siete preoccupati per il consumo elettrico del termosifoncino, potete accoppiare a questo dispositivo un misuratore di consumo elettrico, che visualizza i kilowattora e costa all'incirca 14 € (vedi foto).

 

 

In questo modo potete fare i calcoli di quante ore e di quanti gradi di riscaldamento supplementare potete permettervi.

Comunque non siamo ai livelli allarmistici di chi afferma che il riscaldamento elettrico manda in rovina: io ho scoperto che riscaldare per 24 intere ore una stanza col termosifoncino aggiungendo 3 gradi alla temperatura dei termosifoni ha un costo che non supera i 40 € al mese.

 

 

Tapis roulant e palestra domestica

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Volete migliorare la vostra salute e avete deciso di fare dell'esercizio fisico giornaliero? Vi si aprono molteplici opzioni, una delle quali, ormai molto pubblicizzata, è il tapis-roulant.

Chi scrive ha acquistato il top della gamma, un prodotto Technogym dotato di cardiofrequenzimetro che regola la velocità del tappeto in modo da mantenere costanti battiti cardiaci, e può portare la sua inclinazione fino a 30°, in modo da simulare una camminata in salita e aumentare le calorie bruciate.

È stata una spesa utile? Francamente non saprei.

Intanto, ho dovuto installare un ventilatore vicino al tappeto rotante, perché, se una persona correre all'esterno, un vento della velocità di 4 km/h raffredda suo corpo, mentre se corre all'interno praticamente schiatta di sudore.

Sono arrivato alla conclusione che uscire per una corsa mattutina o serale sarebbe stata la stessa cosa.

Però sto meditando di acquistare una "palestra domestica", sempre della Technogym, costituita da un unico attrezzo "all in one", che consente di far esercitare tutti i dipartimenti corporei.

Questo, secondo me, è un acquisto veramente utile anche se alquanto costoso (3000 € circa).

Nel frattempo, il sottoscritto ha acquistato dei piccoli pesi è un libro di ginnastica con piccoli pesi, oltre che una panca, che gli consentono, con poca spesa, di mantenere in forma e tonica tutta la muscolatura corporea.

A voi la scelta.

 

 

Una piazza e mezza per un sonno più confortevole

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Se siete un single o un separato in casa, non fate l'errore di dormire da un letto a una piazza e di privarvi il lusso assoluto del letto da una piazza e mezzo: la qualità del sonno è incomparabilmente superiore.

Provare per credere.

 

 

Un condizionatore d’aria per l’estate? Alla larga da quelli portatili: scegliete quelli split.

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Avete deciso che non intendete passare l'estate a sciogliervi come un ghiacciolo in un appartamento troppo caldo?

Fate benissimo, ma state attenti a una trappola micidiale: i condizionatori d'aria portatili, monoblocco, che si installano all'interno della stanza e sono collegati all'esterno con un tubo.

Chi scrive ha fatto a suo tempo l'errore di acquistare un condizionatore del genere: sono sempre in funzione, non si spengono mai e il rumore di sottofondo della ventola, pur con ogni accorgimento tecnologico, è continuo e fastidiosissimo.

Il sottoscritto si è rivolto alla ditta fabbricante per sapere perché non era possibile spegnere il condizionatore neanche quando la temperatura della stanza raggiungeva il livello desiderato.

La risposta è stata che i condizionatori portatili devono continuamente far girare le ventole, anche quando il gruppo refrigerante si spegne, perché altrimenti i componenti freddi dell'apparecchio produrrebbero fiumi di condensa che allargherebbe il pavimento.

Morale della favola: gli unici condizionatori da prendere in considerazione sono quelli "split", composti da due parti: la ventola e sistema di raffreddamento, che sono le parti più rumorose, all'esterno, e l'unità per convogliare l'aria fredda posta all'interno e silenziosissima. Uomo avvisato mezzo salvato.

 

 

Kitchen Safe e i suoi fratelli: qualcosa che potrebbe interessarvi per tenere sotto controllo le vostre abitudini sbagliate

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È recentemente comparso sul mercato nei paesi anglosassoni un prodotto chiamato "Kitchen Safe": si tratta di contenitori da cucina di plastica opaca o trasparente di varie misure col coperchio "temporizzato".

Cosa significa?

Significa che una volta impostata l'ora di apertura, il contenitore si blocca e non si aprirà più fino a quell’ora, a meno di manometterlo, con una perdita di diverse decine di euro (il prodotto, su amazon.it viene venduto ad un costo stratosferico, ma su Amazon.co.uk viene venduto alla cifra ragionevole di 30-80 €).

 

 

Che tipo di consumatori acquista questo prodotto? Esso viene pubblicizzato come un sistema per mettere al sicuro dalla nostra fame eccessiva dolciumi o altri alimenti caloricamente "pericolosi". Ma molti utenti hanno dichiarato di utilizzarlo per "bloccare" l'uso del telefonino da parte dei familiari.

Un altro prodotto del genere, di prossima immissione sul mercato, si chiama "distractagone", ed è una vera e propria mini cassaforte grande quanto una cassettina di sicurezza, dove mettere il telefonino che non sarà possibile riprendere prima dell'orario fissato di apertura.

 

 

In contemporanea con Kitchen Safe è stata immesso sul mercato, e può essere acquistato anche su amazon.it, una mini cassaforte temporizzata, delle misure di 31x20x20 cm., prodotta dalla ditta Time Locking Safe, di cui può essere impostato il tempo di apertura.

 

 

Sino ad oggi le casseforti temporizzate erano solo quelli di grandi dimensioni e dal costo proibitivo. Questa mini cassaforte non è esattamente economica (costa circa 200 €), ma i consumatori che l'hanno utilizzata se ne sono dichiarati completamente soddisfatti.

 

 

Integratori alimentari: perché vi conviene assumere giornalmente un integratore di vitamine e minerali e lasciar perdere chi vi dice che è inutile e persino dannoso.

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Chiariamo subito una questione che potrebbe costituire una remora alla assunzione di integratori per molte persone: assumere integratori multivitaminici e multiminerali è perfettamente sicuro e non fa alcun danno alla salute. Le notizie terroristiche sull’eccesso tossico di consumo di vitamina A sono assolutamente infondate, perché la dose tossica è stratosferica, ben al disopra di quella contenuta in un integratore. Vedi quanto si dice in proposito nell’articolo di questo documento “Gli occhi mi si arrossano per la lettura. Quali accorgimenti posso usare e quale medicinale utilizzare?”.

Sgombriamo il campo da un’altra idea assolutamente idiota: le vitamine contenute in frutta, verdura e altri alimenti della dieta sarebbero più “naturali” di quelle prodotte dalle industrie farmaceutiche e contenute negli integratori. Il bravissimo biologo e ricercatore Dario Bressanini, nel suo ottimo e seguitissimo blog La scienza in cucina si fa beffe di questa creduloneria: la formula della vitamina C, come pure di tutte le altre, in natura, è sempre e esattamente la stessa, sia che si tratti di una compressa di vitamine che di un frutto.

Un altro argomento spesso usato contro gli integratori è che negli alimenti naturali le vitamine agirebbero in sinergia con altre sostanze contenute nelle piante o nelle carni animali in modo da produrre effetti benefici per la salute laddove le vitamine, da sole, non funzionerebbero. Ma questa è una pura ipotesi scientifica, che è stata avanzata dai ricercatori per spiegare la mancanza di effetti delle compresse di vitamine nei confronti di alcune patologie (vedi qui sotto). Niente è stato provato al riguardo. Chiunque sia minimamente smaliziato e abbia osservato la classe medica, sa che i medici, per lanciare mode o propagandare le loro cure, più spesso fanno affermazioni verosimili, ma non vere (nel senso di definitivamente provate: prendiamo per tutte la recentissima dieta dei gruppi sanguigni o la cronodieta, basate su ipotesi brillanti ma non ancora provate): qualsiasi scienziato degno di tale nome potrebbe citarvi statistiche del fatto che il 50% delle tesi verosimili, per quanto brillanti e argomentate si dimostra poi errato alla prova dei fatti, cioè della sperimentazione.

Per scoraggiare il consumo di integratori, viene citato spessissimo uno studio epidemiologico scandinavo degli anni ’90, che ha confrontato due gruppi di persone, uno che utilizzava integratori di varie vitamine ritenute preventive del cancro e del sistema cardiocircolatorio, uno che non le assumeva, e non ha trovato sostanziali differenze. Ma questo non vuol dire: a) che gli integratori siano dannosi; b) che le vitamine non esplichino un numero di funzioni, nel corpo umano, infinitamente superiori a quelle di prevenzione dei rischi cardiovascolari e anticancro – ad esempio molti le trovano efficaci per aumentare i livelli di energia e recuperare più velocemente la fatica o come cura di bellezza – per cui il dibattito deve considerarsi aperto e ancora molti altri studi dovranno essere fatti prima di dimostrare conclusivamente che gli integratori sono del tutto inutili.

A dispetto di questi dati il numero di persone che assumono integratori è in continuo aumento e il mercato mondiale degli integratori fattura ormai miliardi di dollari: tutta gente che sbaglia? Molte di queste persone lo fanno come autoprescrizione, ma ad altre è stato consigliato da medici. Possibile che migliaia di medici sbaglino?

Il vostro medico, che vi sconsiglia di assumere compresse di vitamine, ha controllato attentamente la vostra dieta, e quella dei vostri figli per stabilire se è realmente bilanciata, prima di emettere il verdetto inappellabile: “niente integratori vitaminici”? Probabilmente no, perché non ne ha tempo. Quello che fa in realtà è raccomandare di consumare una dieta ricca e vitaminica, cosa che naturalmente, la gente non fa. Esattamente come non segue i consigli per non ingrassare o quelli per mantenere la salute cardiovascolare. E quindi si ritorna al punto di partenza: l’integrazione vitaminica e minerale in questi casi è necessaria.

Ciò detto, passiamo alla questione della utilità, e chiariamo subito un’altra faccenda: il fatto che il vostro medico di famiglia sconsigli l’assunzione di integratori (e secondo chi scrive è assolutamente da biasimare, specie se il consiglo riguarda bambini), non ha in realtà alcun reale valore, per un semplice motivo: che il 50% dei medici e dei ricercatori oggi consiglia di assumere regolarmente integratori, mentre l’altro 50% lo considera del tutto inutile. Siete semplicemente capitato con un medico che sta dall’altra parte della barricata. La morale è che dovete farvi un’idea da soli. E forse quello che leggerete qui vi aiuterà.

Ecco una serie di argomenti importanti a favore del consumo regolare di integratori vitaminici.

  Oggi neanche medici che raccomandano diete naturali e vegetariane con alimenti integrali, come ad esempio Umberto Veronesi, sottoscrivono l’affermazione che in determinati periodi, come quello della crescita o in vecchiaia, gli integratori siano inutili. E’ risaputo che i bambini e gli adolescenti hanno bisogno di importanti quantità di vitamine, tra cui la D, e che gli anziani hanno una maggiore difficoltà nell’assorbimento di vitamine.

  Chi pratica un’attività fisica impegnativa o sportiva ha senz’altro bisogno di integrare il suo fabbisogno di vitamine.

  Oggi può facilmente capitare che si viva in condizioni che aumentano il consumo di vitamine. Ecco un elenco di abitudini molto diffuse che “bruciano” o consumano più vitamine:

-   Fumare

-   Assumere molti zuccheri semplici

-   Vivere in zone inquinate da smog o da altri agenti chimici rilasciati dalle fabbriche

-   Svolgere un’attività fisica o sportiva impegnativa o frequentare palestre

-   Arraffare di fretta tramezzini, cioccolate, succhi di frutta depauperati per riempire lo stomaco e tornare al lavoro o allo studio che i ritmi accelerati della società odierna ci impongono

  Una dieta realmente “ricca e varia” nutrizionalmente, che potrebbe evitare il consumo di vitamine è in realtà molto costosa: dovrebbe includere carne o meglio pesce, latticini e olii di qualità, verdure e frutta fresca in quantità e molto altro. Per ragioni economiche molte persone, che non hanno a disposizione diverse centinaia di euro al mese da spendere per il vitto di una sola persona vivono al disotto di questo standard, e beneficerebbero pertanto di una integrazione vitaminica e minerale.

  I processi industriali di preparazione dei cibi (riscaldamento, raffinazione, pastorizzazione, aggiunta di additivi) ne depauperano fortemente il contenuto vitaminico

  Uno dei pregiudizi più diffusi è che le vitamine siano necessarie alle popolazioni dei paesi sottosviluppati, dove la gente stenta a sopravvivere e l'alimentazione è poco variata o scarsa. Ebbene, non c'è niente di più inesatto. Vero è che nei paesi del Terzo Mondo ancora non sono state debellate malattie come il beriberi, la pellagra, lo scorbuto o l'anemia grave. Tutte patologie mortali dovute a carenze prolungate di vitamine. Ma è altrettanto vero che, nei Paesi industrializzati, sempre di più i ricercatori rilevano in laboratorio e fuori di esso, direttamente sui pazienti, forme di carenze subcliniche, in percentuali cospicue di popolazione. Sono da ricondurre a queste carenze subcliniche che alla lunga creeran­no certamente qualcosa di più di un fastidio fisico, tutte quelle forme che ognuno di noi considera "normali", perché ormai diffuse nella stragrande maggioranza della popolazione.

  Nessuno pensa di essere malato perche ha di sera le caviglie gonfie o perché prende l'influenza due o tre volte l'anno. E invece ciò vuoI dire che siamo già vittime di un sistema immunitario che funziona male oppure di una "cattiva" circolazione. Esistono “indicatori” clinici di carenze vitaminiche che noi giornalmente trascuriamo.

  È vero che abbiamo a disposizione l'indispensabile per mangiare e che cuciniamo come vogliamo i nostri cibi, ma è vero che beviamo alcool, fumiamo,. prendiamo caffè, viviamo sotto stress, passiamo molte ore della gìomata in zone inquinate, in mezzo al traffico e ai suoi gas venefici, che siamo costretti a subire forme di radioattivi­tà prima sconosciute, che mangiamo, volenti o nolenti con una quantità di additi_vi .chimici da fare impazzire qualsiasi laborato­no, ingerendo dosi di grassi, zuccheri e farine raffinate impensabili per I nostri nonni. E quando diciamo di non farsi illusioni sulla quantità di vitamine che effettivamente riusciamo a prendere dalI alimentazione quotidiana, diciamo una cosa ormai conferma­ta dai maggiori studiosi di scienza dell'alimentazione.

La forma degli alimenti non corrisponde più alloro contenuto: un arancia staccata dall'albero un mese prima di arrivare sulla nostra tavola, ad esempio, non ha quel contenuto di vitamine che servirebbe. In genere, chi è consapevole di fare una vita non rispondente alle esigenze del proprio organismo, prende vitamine e mmerah la mattma come forma di assicurazione contro le malattie. I pionieri della ricerca hanno aperto la strada alla sperimentazione in positivo: vitamine non più e non solo per evitare grandi carenze, ma vitamine per migliorare lo stato di salute individuale. La conseguenza diretta è che ognuno di noi dovrebbe essere in grado di stabilire un preciso programma di integratori alimentari alla luce delle proprie esigenze nel periodo che attraversa e per i problemi fisici che deve affrontare.

  Molti di noi, privi di adeguate conoscenze nutrizionali (e si tratta del 99% della popolazione) si orientano verso diete ricche di prodotti praticamente privi di vitamine, perché le industrie li rendono artificialmente più appetitosi per il palato. Si tratta delle cosiddette “calorie nude”: una zolletta di zucchero o un etto di farina di pane bianco contengono praticamente solo carboidrati e nessuna vitamina o minerale utile.

Lo stesso vale per le patatine, per quasi tutti i prodotti da forno industriali e per moltissimi altri alimenti. In queste condizioni,

  Le autorità USA sono decisamente e da sempre orientate per l’integrazione vitaminica: folati nelle farine che potrebbero essere consumati dalle future madri, latte vitaminizzato, ecc. Negli USA le autorità sono consapevoli che nelle zone povere o comunque con dieta non esattamente ricca le carenze vitaminiche possono pregiudicare lo sviluppo cognitivo dei bambini. Ecco in proposito la straordinaria testimonianza di uno scienziato come Carl Sagan, che ringrazia i programmi governativi per diffondere l’uso dei complementi vitaminici, perché la sua intelligenza è in parte dovuta anche a questo:

 

Ann Druyan e io veniamo da famiglie che conobbero una grande povertà. I nostri genitori erano però appassionati alla lettura. Una nostra nonna imparò a leggere perché suo padre, un contadino che produceva quanto bastava per sopravvivere, vendette una volta un sacco di cipolle a un insegnante itine­rante. Lei cominciò a leggere a non smise più. I nostri genitori avevano una grande igiene personale, e la teoria dell' origine delle malattie a opera di microrganismi fu loro insegnata con grande insistenza dalle scuole pubbliche di New Y ork. Essi se­guirono le prescrizioni sull' alimentazione dei bambini racco­mandate dal ministero americano dell' Agricoltura come se fos­sero discese direttamente dal Monte Sinai. TI libro del nostro governo sulla salute dei bambini posseduto dalla mia famiglia era stato riparato ripetutamente con nastro adesivo in quanto le pagine si staccavano in conseguenza di un uso assiduo. Gli angoli delle pagine erano strappati. I consigli più importanti erano sottolineati. Il libro veniva consultato ogni volta che c'e­rano problemi di salute. Per un po' di tempo i miei genitori ri­nunciarono a fumare - uno dei pochi piaceri a loro accessibili negli anni della Depressione - cosÌ che i loro figli potessero avere vitamine e integratori minerali. lo, e come me Ann, fummo molto fortunati.

Ricerche recenti mostrano che molti bambini che non hanno abbastanza da mangiare finiscono con l'avere una ca­pacità diminuita di capire e imparare (« menomazione cogni­tiva»). Non c'è bisogno che i bambini muoiano di fame per­ché accada questo. Persino una modesta denutrizione - come quella comune presso gli americani poveri - può avere tale effetto. Questo effetto della denutrizione può verificarsi sia prima della nascita (se la madre non mangia abbastanza du­rante la gestazione), sia nella prima infanzia sia nell'infanzia in generale. Quando non c'è abbastanza cibo, il corpo deve decidere come investire le limitate risorse disponibili. Prima di tutto viene la sopravvivenza, in secondo luogo la crescita. In questa difficile scelta su chi salvare, il corpo sembra obbli­gato a mettere l'apprendimento all'ultimo posto. E meglio es­sere stupidi e vivi, pensa, che intelligenti e morti.

Invece di mostrare entusiasmo, gusto per l'apprendimento _ come la maggior parte dei bambini sani -, i bambini sottonu­triti si annoiano, diventano apatici, non hanno reazioni. La de­nutrizione grave della gestante conduce a un minore peso alla nascita e, nelle forme più estreme, a un cervello di peso mi­nore. Ma anche un bambino che sembri perfettamente sano ma che abbia, per esempio, carenza di ferro, soffre di un calo immediato della capacità di concentrazione. L'anemia ferro­priva potrebbe essere presente in un quarto di tutti i bambini appartenenti a famiglie a basso reddito in America; essa me­noma la capacità di attenzione e la memoria del bambino, e le sue conseguenze possono continuare a farsi sentire fino al­l'età adulta.

Oggi sappiamo che quella che un tempo veniva considerata una denutrizione relativamente lieve è potenzialmente as­sociata a menomazioni della capacità cognitiva destinate a du­rare per tutta la vita. I bambini che hanno sofferto di denutri­zione anche per un tempo relativamente breve hanno una mi­nore capacità di apprendimento. E milioni di bambini ameri­cani soffrono la fame tutte le settimane. Anche il saturnismo, ossia un'intossicazione cronica da piombo, che è endemico nei centri urbani, causa gravi deficit dell' apprendimento. Se­condo molti criteri, la diffusione della povertà in America è an­data crescendo costantemente a partire dall'inizio degli anni Ottanta. Quasi un quarto dei bambini americani vivono oggi in povertà; questo è il tasso di povertà infantile più alto nel mondo industrializzato. Secondo una stima, fra il 1980, e il 1985 sono morti per malattie prevenìbili, per denutrizione e

per altre conseguenze di una grave povertà un numero di bam­bini superiore a quello delle perdite americane in tutta la guerra del Vietnam.

Alcuni programmi saggiamente istituiti a livello federale o di singolo stato in America si occupano della denutrizione. Lo Special Supplemental Food Program for Women, Infants and Children (WIC), che si propone di integrare l'alimenta­zione carente di donne, neonati e bambini poveri, i pro­grammi per la prima colazione e i pasti scolastici, e il Sum­mer Food Service Program, che distribuisce cibi nei mesi estivi, funzionano bene, anche se non raggiungono tutte le persone bisognose. Un Paese cosÌ ricco come gli Stati Uniti dovrebbe essere in grado di fornire abbastanza cibo a tutti i suoi bambini.

Si possono correggere alcuni effetti deleteri della denutri­zione; la terapia per l'integrazione del ferro, per esempio, può eliminare alcune conseguenze dell'anemia ferropriva. Non tutti i danni, però, sono reversibili. La dislessia - una varietà di di­sturbi che menomano la capacità di leggere - può influire sul 15 per cento di noi, ricchi e poveri in ugual misura. Le sue cause (che potrebbero essere biologiche, psicologiche o am­bientali) sono spesso indeterminate. Oggi però esistono me­todi per aiutare molti bambini affetti da dislessia a imparare a leggere.

 

  Alberto Fidanza, titolare della cattedra di Fisiologia dell'Università La Sapienza di Roma e presidente del Centro Internazionale di Vitaminologia fa presente che recenti ricerche hanno innanzuutto messo in evidenza che le vitamine, per la loro azione protettiva e terapeutica, sono in grado di curare e prevenire alcune delle malattie oggi più largamente diffuse quali l'arteriosclerosi, le malattie dismetaboliche e i tumo­ri.

Vitamine in alte dosi possono curare patologie senza o quasi controindicazioni (bastano cautele elementari) e senza effetti collaterali gravi; sono tra i pochi strumenti identificati (su cui esistono prove di laboratorio) utili a prevenire efficacemente le malattie; sono sostanze nutritive orga­niche che ottimizzano le nostre condizioni di salute con la prospettiva di allungare al massimo l'arco di vita individuale; sono gli elementi che ci garantiscono di posticipare i processi degenerativi della vecchiaia; sono in grado di vivacizzare le nostre reazioni immunitarie, biochimiche, intellettive; sono tra le poche sostanze capaci di correggere problemi metabolici o degenerativi dell'età. E soprattutto danno la possibilità a ognuno di noi di scrutare all'interno del proprio organismo, rettificando gli acciac­chi, i malanni, prima di aver bisogno dell'intervento urgente di un medico. Le vitamine curano l'organismo prima che si "guasti", evitando che i danni diventino irreparabili e alimentando in noi la sensazione di avere le risorse dei vent'anni.

  In secondo luogo, dice ancora questo ricercatore, è ormai riconosciuto che proprio l'alimentazio­ne dei paesi ricchi è responsabile di forme subcliniche di carenza di vitamine in strati sempre più larghi della popolazione, mentre sino a poco tempo fa si pensava che ciò non si dovesse verificare. Si ha la certezza anzi che proprio questi stati di ipovitaminosi siano responsabili di una minore difesa di fronte agli agenti patogeni e di una minore efficienza fisica e psichi ca dell'individuo. Tanto è vero che sempre più frequentemente in molti Paesi ad alto tenore di vita si lanciano appelli in favore di un'alimentazione povera di grassi, ricca di verdure e di frutta, con continuo riferimento alle vitamine da assumere quotidianamente.

I metodi moderni di analisi consentono oggi di dosare le vitamine nel sangue e proprio questi metodi, afferma il prof. Fidanza, associati alle inchie­ste sull'alimentazione, hanno rilevato che le giovani generazioni e i soggetti a rischio di ipovitaminosi come gli anziani e le gestanti, saranno sempre più esposti a malattie che potrebbero essere prevenute se si attuasse una sistematica integrazione vitaminica, con assunzione di una equilibrata e ben dosata quantità di tutte le vitamine.

  È difficile determinare il reale fabbisogno quotidiano di vitamine. In realtà è più un’arte che una scienza. Gli stessi medici hanno cambiato più volte, nel corso dei decenni le raccomandazioni sulla RDA (Recommended Daily Allowance, dose raccomandata giornaliera) e comunque tra di loro continuano a non essere tutti d’accordo – ci sono coloro che ritengono che le dosi siano più alte e coloro che ritengono che vadano ribassate. Alcuni risultati sono stati acquisiti, ma riguardano i fabbisogni medi e minimi, mentre per quelli ottimali si è ancora lontani dall’aver raggiunto una conoscenza adeguata. Esistono fabbisognì "medi" che sono stati identificati e che vengono aggìornatì periodicamente. Per soddisfare le nostre necessità nutritive si sa, ad esempio, che avremmo bisogno di 60 milligrammi di vitamina C al giorno. Questa quantità è stata stabilita, secondo calcoli fatti in genere sulla media di differenti gruppi di popolazione, su quella che dovrebbe essere un'ipotetica buona salute. Ma nessuno stabi­lisce se il nostro organismo, il meccanismo metabolico, le abitudi­ni alimentari, le condizioni di vita, aumentano il nostro fabbisogno di acido ascorbico. In altre parole andare sotto la soglia dei 60 milligrammi al giorno di vitamina C significa aprire le porte allo scorbuto, ma non vuol dire che con 60 milligrammi al giorno noi ci sentiremo al massimo delle nostre possibilità. Chi può calcolare quanti nitriti o nitrati abbiamo ingerito nella giornata, quanti coloranti, quanti conservanti considerati dal nostro organismo tossici? Chi può dire in quale bagno batterico siamo vissuti nelle ventiquattro ore, con quanti fumatori al nostro fianco o in quale mqumamento da monossido di carbonio per i tubi di scappamento delle auto?

Ecco perché diversi ricercatori, tra cui un premio Nobel come Linus Pauling, che si è sempre battuto per la diffusione alcune vitamine e alcuni minerali sono consigliati ben sopra il livello indicato dai fabbisogni "medi". Ciò non per curare qualche malattia, ma semplicemente per prevenirla e farci star bene.

  La domanda più frequente è: se mangio bene, correttamente, perché avrei bisogno di vitamine? Perché il "correttamente" è parola tutta da spiegare e da verificare.

Le nostre buone intenzioni non possono modificare né l'ambien­te che ci circonda, né l'aria che respiriamo, né il tipo di lavoro che facciamo, né il traffico in cui siamo immersi certamente per alcune ore al giorno. E se anche tutti questi fattori non ci fossero, se anche avessimo la forza di vivere in campagna o in un piccolo centro, con uno stile di vita più tranquillo, il "correttamente" non si verifiche­rebbe mai per quel che riguarda strettamente l'alimentazione. Per ~ motivo semplice: la società industriale del dopoguerra ha Impostato i suoi migliori affari proprio nel campo dell'alimenta­zione e per quanto noi possiamo fare di tutto per scoraggiare l'acquisto, nostro e di altri, di un certo tipo di prodotto in scatola o immerso nei conservanti, non possiamo pensare di essere al di fuori di questo mercato.

Noi ingeriamo merende e merendine, scatole dì biscotti che hanno date di scadenze a distanze di mesi (ma come mai se fate un dolce in casa dopo una settimana di frigorifero lo dovete buttare e una scatola di biscotti nel negozio del vostro droghiere si conservano tanto?), scatolame, insaccati, tutti. inesorabilmente con additivi: prodotti già precucinati e congelati, gli stessi surgelati, oli di semi "lavati" con derivati dalla benzina nel migliore del casi, paste alimentari raffinate con sistemi industriali di decorticamento, conservanti di vario tipo, coloranti, dolci con burro scadente e zucchero bianco, dolcificanti presi in dosi massicce ogni giorno.

C'è da congratularsi con il nostro organismo: noi riusciamo a sopravvivere. E, cosa forse assai più grave dell'inqui.namento atmosferico di cui ora tanto si parla, abbiamo motìvo di pensare che il controllo su ciò che mangiamo sia fatto con cnteri che tengono conto solo del danno immediato che un determinato prodotto può provocare su di noi quasi fosse stricnina: ma non di quello che succede alla bìochìmica molecolare con l’andare del tempo e con l'uso costante di certe sostanze.

E ancora, immaginiamo una società supercontrollata, in cui effettivamente ciò che ognuno di noi compra sia selezlonato e debba rispondere a certi criteri di coltura (ad esempìo senza l’uso di concimi chimici o diserbanti o altre sostanze tossiche), In cui il terreno non sia supersfruttato e possa dare alle nostre verdure tutti i minerali che servono. Ebbene anche in queste condizioni noi non potremmo mangiare "correttamente". Lo stoccaggìo nei magazzi­ni, l'esposizione prolungata al sole, quella nel reparti refrigerati dei supermercati sotto luce artificiale, lo stesso calore della cottura farà perdere la stragrande maggioranza delle s.ostanze nutrìtìve che servirebbero a proteggerei. Questa situazione collegata al nostro sistema di vita, rende l'assunzione delle vitamine in via preventiva assolutamente ìndispensabile propri~ come comple­mento di ciò che mangiamo o, meglio, non mangiamo.

Oggi dovremmo stare meglio, perché la nostra alimentazione è senz'altro più ricca e varia, senza contare che la razionalizzazione di certi processi porta ad alimenti più integri, se ci si passa il termine, e quindi all'origine più "vitaminìzzatì", Ma non è così. Basta una distribuzione complessa, come quella che avviene in tutti i Paesi industriali, perché al consumatore arrivino le spoglie di un alimento depauperato di tutto ciò che poteva essere vitale.

Prendiamo la frutta. La vitamina C, riportano gli studi di Fidanza, contenuta in un'arancia, diminuisce drasticamente dopo poco tempo e si può valutare che l'acido ascorbico di una mela che arrivi sulla vostra tavola dopo due mesi (non è neanche tanto) si riduca di due terzi. Potreste pensare di assumere la vitamina C dalla verdura, ma qui va ancora peggio, perché bastano pochi giorni per ridurla a zero. A questo punto molti di voi possono ritenere che sia la luce artificiale a procurare danni. Non è vero. Quella del sole non è da meno. L'équipe del Centro Internazionale di Vitaminologia, guidata dal professor Alberto Fidanza ha misurato quanta vitamina B2 (riboflavina) si perde nel latte esposto al sole. Immaginiamo di vivere in campagna e di prendere il latte direttamente dalla mucca. Se il latte resta esposto alla luce del sole per due ore, il 90 per cento di vitamina B2 si perde, ma se il tempo è nuvoloso la quantità di vitamina si dimezza e, se il cielo è coperto, solo il 30 per cento di B2 sarà distrutto. Se noi siamo accorti, portiamo il latte subito in una stanza con poca luce, ma anche in questo caso nel giro di una giornata il latte perde il 30 per cento di vitamina B2.

Si potrebbe obiettare che C e B2 sono due vitamine molto delicate. Non è così. La maggioranza delle vitamine idrosolubili sono inesorabilmente danneggiate dal calore e dalla cottura.

Scrive Fidanza: "Durante le normali operazioni di cottura, quali la preparazione casalinga dei vegetali, della frutta e dei cereali freschi, si può andare incontro a perdite vitaminiche che si aggirano, in media, attorno al 75 per cento ma che possono talora raggiungere anche il 100 per cento. In particolare vengono distrut­te dalla cottura le vitamine idrosolubili, quali la tiamina, la riboflavina e la vitamina C". Quest'ultima si perde anche se usiamo la pentola a pressione (che pure per altri versi è tra i sistemi più "sani" di cucinare) o a vapore e diventa totale con qualsiasi tipo di bollitura.

Esistono però vitamine più resistenti. La vitamina A è certamen­te tra queste. Se cuciniamo a vapore, la perdita di questa vitamina è risibile, ma bisogna stare attenti, perché, se friggiamo, la perdita diventa ingente. Più cuociamo i nostri alimenti e più distruggiamo vitamine. Se prendiamo un alimento stoccato in magazzino dopo la raccolta (ma come facciamo a saperlo?) partiamo da una perdita del 35 per cento di vitamina A e da una riduzione del 20 per cento di betacarotene. Se poi prendiamo una margarina e la mettiamo in una pentola, allora dobbiamo sapere che la A si riduce del 16 per cento, se siamo sui 100 gradi centigradi per 30 minuti, del 70 per cento se la temperatura arriva a 160 gradi, del 100 per cento se la margarina resta in padella per un' ora. Se friggiamo, la A scompare dopo IO minuti.

Il betacarotene è più stabile, ma nonostante la maggiore stabili­tà, sopra i 180 gradi centigradi in lO minuti tende a svanire.

La vitamina C si perde nelle patate messe a bollire già sbucciate; se poi si friggono la perdita aumenta di un ulteriore 30-50 per cento. Friggere fa male anche alle vitamine. Quasi la metà di B6 e di acido pantotenico scompare dagli alimenti cotti, mentre il pane che compriamo ha una diminuzione del 20 per cento di tiamina e del 30 per cento di acido folico. Quanto poi a lavare i vegetali in acqua abbondante, lasciandoli a bagno fino alla cottura, è bene sapere che è un'abitudine pessima, perché minerali e vitamine idrosolubili passano direttamente nel lavandino.

Fin qui siamo "colpevoli" solamente di cucinare male o di friggere. Ma la parte del leone, in questa sciagurata opera di depauperamento, la fanno le tecniche moderne di demolizione dei cibi. Noi mangiamo pasta e pane bianchi. Ebbene ricordiamo che abbiamo eliminato ingenti quantità di vitamine indispensabili alla nostra salute e che i minerali, più resistenti, sono ridotti in questa percentuale: lo zinco del 78 per cento, il cromo del 98 per cento, il manganese dell'86 per cento. Al bar non possiamo certo chiedere un cucchiaino di zucchero grezzo o di melassa. E allora impariamo che stiamo usando una sostanza che ha quasi niente di vitamine e 1'88 per cento in meno di zinco, il 95 per cento in meno di cromo, 1'89 per cento in meno di manganese. Aquesto punto si potrebbe supporre che la farina bianca conservi per intero, comunque, qualche minerale. Ebbene no. Il calcio se ne va al 60 per cento, il fosforo al 70, il magnesio all'84 per cento, il ferro all'86 per cento e il selenio durante la raffinazione si perde al 15 per cento.

Ognuno di noi conta sulle dita di una mano le persone che usano il riso integrale non brillato. Il motivo è anche in questo caso da ricercare nei tempi convulsi nei quali siamo costretti a vivere e che ci spingono a cucinare sempre più in fretta. Ma il riso bianco che noi usiamo non ha quasi nulla e perde gli stessi minerali fino al 90 per cento.

Se tutto questo accade con elementi stabili e "robusti", come i minerali, potete immaginare il danno prodotto alle vitamine dalle tecniche industriali dei cibi. Essiccamento, inscatolamento, sbian­camento delle verdure, significano la distruzione di sostanze vitali per la nostra salute. Lo sbiancamento costituisce un danno che non possiamo valutare. Fidanza spiega (Le vitamine nella dietetica e nella terapia) che lo sbiancamento a vapore ad esempio degli spinaci per la durata di due minuti provoca una perdita di tiamina, riboflavina, vitamina C e niacina entro il 12 per cento, mentre se i minuti sono tre-quattro e lo sbiancamento viene fatto per immer­sione, la vitamina C scompare fino al 36 per cento. Se l'immersione dura 45 minuti, scompare al 94 per cento. Naturalmente nessuno di noi potrà mai chiedere al fruttivendolo come è stata trattata la verdura che sta comprando ma proprio la più bella a vedersi potrebbe essere la più sprovvista di vitamine.

I prodotti inscatolati vengono prima sterilizzati. E a questo punto già sappiamo quanto sia importante la temperatura per rendercì conto che nella migliore delle ipotesi mangiamo il simulacro dell'alimento d'origine. Meglio le tecniche di disidrata­zione. Questo procedimento di per sé non provocherebbe gravi danni se i prodotti disidratati non fossero già stati in precedenza "trattati" e "stoccatì". Anche il processo di surgelazione sarebbe un buon procedimento di conservazione dei cibi se tutto avvenisse secondo determinate regole, cosa più difficile di quello che pensia­mo. Spesso lo stesso meccanismo di surgelazione, il tragitto, la distribuzione, l'arrivo in casa, il nostro disordine provocano il processo, sia pure accennato, di scongelamento e ricongelamento che danneggia le molecole degli alimenti e provocano la fuoriusci­ta degli enzimi. Inoltre è da ricordare che tutto deve essere conservato a bassissime temperature, perché sotto i 18 gradi il contenuto vitaminico si mantiene inalterato, mentre a temperatu­re superiori ai 9 gradi si perde in grande quantità. Si può comunque dire che a volte, più del processo di congelamento, fanno male agli alimenti l'esposizione alla luce del supermercato e l'ossigeno imprigionato nei contenitori sigillati.

  Non vi siete accorti che le industrie ormai stanno mettendo vitamine in moltissimi cibi, dal latte agli alimenti per neonati, ai biscotti e a molto altro? Questa è una chiara prova che i cibi che consumiamo sono depauperati e necessitano di una integrazione.

  Oggi tutti i sistemi di essiccazione avvengono ad alta temperatura: l’industria non ha tempo di lasciare che il the secchi naturalmente nei magazzini, né che i pomodorini secchi si disidatrino naturalmente esposti al sole, né che la pasta riposi e perda umidità. Come risultato, abbiamo cibi “precotti” dove le vitamine sono state parzialmente distrutte.

  A questo panorama catastrofico vanno aggiunti altri due sistemi "moderni" di conservazione dei cibi: i preconfezionati e surgelati e I'ìnfinìta varietà di additivi chimici. Esistono ormai tabelle redatte da solerti ricercatori (Testolin, Simonetti, Porrini, Ciappellano, Il contenuto vitaminico negli alimenti pronti, rivista di Vitaminologia di Fidanza) che potreste anche portarvi al supermercato quando andate a fare la spesa. Ma sappiate che state comprando acqua fresca dal punto di vista del valore nutritivo e che l'elenco è sconsolante. Possiamo fare qualche esempio. La vitamina A quan­do avrete messo a scaldare il vostro alimento pronto, sarà andata perduta nell'ordine del 70 per cento. Bisogna ricordare che in questi casi un alimento subisce prima una cottura per una quantità non precisata di minuti, poi una refrigerazione, quindi ancora un processo di riscaldamento. In genere il calo vitaminico complessivo rispecchia quello della vitamina A (che pure è tra le resistenti), tranne il betacarotene che subisce perdite inferiori, attorno al 40 per cento. Come dicevamo, sugli alimenti pronti all'uso esistono rilevamenti dettagliati, sempre che abbiate la pazienza di fare acquisti tabella alla mano e l'accuratezza di non lascire gli alimenti già riscaldati nel frigorifero per un considere­vole numero di giorni, perché in questo caso la situazione può persino peggiorare.

Quanto agli additivi chimici e ai conservanti, diciamo che siamo immersi letteralmente in sostanze chimiche di tutti i tipi e di tutti gli effetti. Negli USA i libri che hanno più successo sono i manuali per orientarsi tra additivi e conservanti, in modo che ognuno possa rendersi edotto di quanti veleni sta ingoiando. Ogni tanto, qualche additivo viene messo al bando perché capace di essere mutageno, di provocare effetti cancerogeni. Ma si può dire che la stragrande maggioranza di quelli in circolazione ha scarse verifiche sui tempi lunghi e spesso viene tollerata anche quando è provatamente dannosa: come nel caso dei nitrati che vengono usati quali stabilizzanti del colore (ma una volta i prosciutti non diventavano neri con l’esposizione all’aria?) e conservanti degli insaccati. Nel caso dei nitriti e dei nitrati di sodio, ci troviamo di fronte a sostanze dichiaratamente nocive, eppure tollerate e diffuse in moltissimi alimenti che possono essere usati quotidianamente. Basti pensare che i nitriti formano nel nostro intestino le nitrosammine, sostanze altamente cancerogene.

  Vale la pena aggiungere due parole ancora sui minerali, sia perché tuttì sostengono, e a ragione, che almeno i minerali sono resistenti alle varie demolizioni che impongono i procedimenti industriali del cibi, sia perché non abbiamo fatto cenno al sistema di coltura moderna, se non per dire che sulla carta dovrebbe essere meglio di quello di una volta: nel senso di "più razionale".

Ma vogliamo riportare le opinioni di Anna Powar, docente in Nutrizione all'U­niversità della California: "Il danno più grave all'alimentazione del dopoguerra è indotto dalla perdita dei minerali-traccia. Una pianta fertilizzata con i comuni trifasici non assimila minerali tracca perché il terreno è impoverito. Senza contare che le colture intensive spesso non lasciano alla terra il tempo di ricaricarsi. Tanto è vero. che l’agricoltura intensiva produce verdure e frutta povera di minerali traccia. Quali le conseguenze? Possiamo fare alcuni esempi: il diabete e In grande aumento e secondo alcuni è da imputare alla carenza di cromo; i disturbi della pelle possono essere riconducìbili a carenze di zinco; la pressione alta afflgge molta gente, ma ciò può essere dovuto alla mancanza di potassio nel cibo e a un eccessivo uso di sodio; e ancora: l'aterosclerosi il cancro sono tutte malattie correlate a una mancanza di selenio e manganese, utile a produrre interferone, importante difesa dell'or­ganismo".

Secondo la Powar, l'assunzione che noi facciamo dei minerali importanti per la nostra salute è da tutti i punti di vista assoluta­mente insufficiente. Tra gli elementi dannosi, perché distruggono i minerali, anche lei pone gli agenti chelanti che vengono usati nella preparazione industriale dei cibi. Inoltre i minerali che resistono nelle verdure potrebbero non essere biodisponibili e quindi non assimilabili dall'organismo. La nostra alimentazione spesso non consente di "legare il minerale a certi amminoacidi che devono essere consumati entro un' ora per una giusta assimilazione dei metalli". A tutte queste difficoltà, la Powar aggiunge quella gamma infinita di disturbi intestinali, dalle diarree alle costipa­zioni croniche, che affligge l'umanità proprio in base all'alimenta­zione "moderna". Tutto questo rende ancora più difficile l'assimi­lazione dei minerali.

In definitiva la morale è questa. L'alimentazione del dopoguer­ra, a partire dalla metà degli anni Cinquanta, ha portato molte complicazioni al nostro organismo e ha certamente favorito una riduzione delle capacità immunitarie. A parte alcum gusti che ci sono stati imposti, resta il fatto che nessuno di noi è fuori da una certa organizzazione di vita e che l'alimentazione, povera di vitamine e di minerali, è parte consistente dei ritmi moderni. In queste condizioni, rettificare certe abitudini e saper come fare a prevenire malattie significa dare un impulso verso l' evoluzione del genere umano. Nel Terzo Mondo si soffre ancora di malattie clìnìcamente definite da carenze vitaminiche. noi rischiamo di vivere con carenze subcliniche, non per questo meno insidiose. Saper usare le vitamine e rettificare l'alimentazione significa, tra l'altro, ritardare i processi di invecchiamento.

La perdita costante di vitamine nell'alimentazione induce a pensare che abbiamo bisogno di aggiungere ogni giorno "corretti­vi" che ripristinino efficacemente almeno parte di quello che non riusciamo a prendere con i cibi. Già le industrie alimentari, consapevoli di aver spogliato i prodotti di sostanze organiche e inorganiche, si preoccupano di introdurre "aggiunte di vitamine". Ma per quanto un alimento sia di qualità e per quanto un'industria sia piena di ottime intenzioni, nessuna "aggiunta" ci compenserà di ciò che è stato tolto. Perché in natura quell'alimento non sarà fatto solo da grassi, proteine, carboidrati e vitamine, ma da un complesso di elementi infinitesimali (a cominciare dai minerali) che non verranno reintegrati. Quindi le "aggiunte" riportate sulle etichette dei prodotti solo in teoria ci forniscono quel che ci dovrebbe servire. In pratica si tratta di un'affermazione di buona volontà, e non di una compensazione. In genere è difficile persino che si riesca ad annullare la nocività di alcuni conservanti utilizzati dalle stesse industrie.

Quanto abbiamo detto sull'alimentazione significa che non esiste una categoria di persone esenti dalla necessità di fare riferimento quotidiano agli integra tori alimentari.

Molti medici, anche i più illuminati, sostengono che le vitamine sono indispensabili a chi ha un fabbisogno accresciuto. Queste persone sono: i bambini nell'infanzia e nell'adolescenza, le donne incinte, le nutrici che allattano e gli anziani. Su questo ormai concordano tutti. Ma fin qui siamo soltanto alla definizione di "categorie a rischio", per così dire. Si tratta di persone che senza un consistente apporto di vitamine e minerali andrebbero incontro a patologie gravi nell'arco di pochissimo tempo. Siamo sempre nella logica di curare il malato quando è già costretto a letto. Il problema che bisogna affrontare e che sarà l'obiettivo della medicina del futuro è quello di non far insorgere le malattie, di prevenirle, di allontanare le degenerazioni dell'età e lo spettro di morire dopo lunghe e spaventose degenze.

Secondo la convinzione di una schiera sempre più numerosa di scienziati e nutrizionisti, le vitamine, assunte quotidianamente e con tutte le cautele che via via spiegheremo, potrebbero far ottenere sia un allungamento del life span, dell'arco di sopravvivenza, sia un miglioramento della qualità della vita attraverso un'ottimizzazione del sistema immunitario e una vivacizzazione dei processi metabolici. Ciò non ci esime dall'impegnarci nella battaglia per il risanamento dell'ambiente in cui viviamo, dell'aria che respiriamo e per indurre le industrie alimentari a scendere a patti con la nostra salute. Questo è per tutti un impegno irrinunciabile.

Alberto Fidanza, presidente del Centro Internazionale di Vitaminologia e professore di Fisiologia Generale all'Università di Roma, ha scritto nel 1983 (Le vitamine nella dietetica e nella terapia): "Negli ultimi anni le ricerche in campo vitaminologico hanno messo in evidenza un nuovo ruolo terapeutico delle vitamine: quello protettivo. Le vitamine infatti proteggono le cellule e i sistemi biologici dall'azione lesiva degli agenti chimici e fisici. La sempre più larga ìntroduzione m terapia di molecole di sintesi, l'immissione nell'ambiente di sostanze tossiche e l'uso crescente di additivi alimentari, coloranti e conservanti determinano un maggiore inquinamento interno par­ticolarmente dannoso per il protoplasma cellulare. Inoltre nell'or­ganismo si accumulano, a causa delle errate abitudini alimentari: metaboliti intermedi che alterano considerevolmente gli equilibri biochimici e che sono uno degli elementi determinanti delle malattie metaboliche e degenerative. Fondamentalmente l'azione protettiva delle vitamine consiste o nell'attivare le funzioni fisio­logiche oppure nel potenziare e mantenere mtegre le difese organiche"

Aggiungiamo un altro buon motivo che induce a una campagna di massa per educare tutti all'uso delle vitamine: questa società è mantenuta dal mito della giovinezza e comunque dal mito di “essere in forma”. Viene isolato chi è malato e non è più sufficiente a se stesso, chi diventa un peso, perché ha bisogno di aiuto costante. Vengono aborrite certe forme di patologie che sono caatteristiche della vecchiaia: non si tratta solo delle rughe, ma del processi dì senescenza acuti che investono tutti i tessuti che rendono incontinenti, che rallentano i processi metabolici anche quelli cerebrali, che fanno sentire vittime gli anziani e li lasciano in compagnia della propria fine.

Ma questa è una società che avrà un numero sempre maggiore di vecchi, perche la scienza medica fa progressi costanti e tende a far sopravvivere tutti. Già, ma in quali condizioni? Quanto limita la propria esistenza quotidiana il sapere di essere un "malato croni­co", di dover far ricorso sempre a determinati farmaci, di non poter guanre, di aver imboccato una strada senza ritorno? E quanto costa tutto questo alla comunità? E quanto tutti noi siamo in grado dì fare, per dare il nostro contributo agli altri?

È importante insegnare a non invecchiare, a evitare le forme di senescenza che condizionano oltre qualsiasi misura. "Non è mai troppo presto per smettere di invecchiare", è scritto in alcuni studi medici americani. E ancora: "L'età non è tossica". Tutto vero, ma solo a certe condizioni. Una di queste è quella di regolare l'alimentazione. e di imparare a "leggere" le necessità del proprio organismo, utilizzando le risorse che ci sono in natura, compreso il remtegro di vitamine e minerali.

In. tutta la Comunità Europea sono in circolazione gli integra tori alimentari, alcuni derivati diret­tamente dai prodotti naturali, altri di sintesi. Grosso modo da tutte le case produttrici sono utilizzate alcune vitamine che hanno scarse controindicazioni e alcuni minerali dei quali si conosce il sicuro effettto. Sulle etichette normalmente c'è anche un "suggeri­mento” indicativo delle quantità da prendere quotidianamente.

Non si può parlare di prescrizioni, che spetterebbero comunque ai medici, ma di indicazioni generiche. Questi suggerimenti ricalca­no circa venti anni di sperimentazione e sono riassunti e spiegati in questo libro. Leggete un buon libro sulle vitamine per sapere quali sono le differenze, quali funzioni hanno e per chi potrebbero essere indicati. Naturalmente nessuno può considerare integratori alimentari quelli che contengono alcune vitamine, come la K ad esempio, che vanno prese con molte cautele e solo dietro stretto consiglio medico. La vitamina K, che il lettore troverà in questo libro, sovrintende alla coagulazione del sangue e va da sé che potrebbe creare problemi cardiovascolari se presa in modo non controllato. Esula quindi da quelle integrazioni alimen­tari che possono essere prese ogni giorno.

Lo stesso criterio vale per alcuni minerali che sono ancora allo studio presso i laboratori. Si sa, ad esempio, che il vanadio potrebbe essere utile a prevenire malattie di cuore, ma il fabbiso­gno individuale non è stato ancora stabilito e quindi i complessì di minerali non prevedono né il vanadio né altre sostanze inorgani­che sulle quali la ricerca scientifica è, si può dire, agli inizi.

Cominciamo dalle unità di misura. Le misure con cui si valuta l'attività delle vitamine possono essere di tre tipi: Unità Interna­zionali, sistema metrico e sistema farmaceutico. Si può prendere l'esempio della vitamina A e del betacarotene. La prima è misurata in Unità Internazionali (daremo conto sia del fabbisogno sia delle necessità in casi particolari), il secondo in microgrammi. Questa la proporzione: una U.I. di retinolo equivale a 0,6 microgrammi di betacarotene. Sempre più frequentemente però si legge sulla boccetta scura del betacarotene non già, la misura in microgram­mi, ma la quantità di U.I. di vitamina \. che il betacarotene induce nell'organismo. Le altre vitamine misurate in U.I. sono la E e la D.

Poi ci sono le misure metriche. Le vitamine e i minerali si misurano in milligrammi (un millesimo di grammo) oppure in microgrammi (un milionesimo di grammo) se il fabbisogno è in dosi infinitesimali. In uno stesso prodotto, un complesso B ad esempio, possiamo trovare alcune vitamine B misurate in milli­grammi e altre come la B12 o l'acido folico misurate in microgram­mi. Anche quando leggete sulla boccetta "B50" o "B100", state tranquilli che queste regole sono già rispettate: 50 milligrammi saranno ad esempio di B1, ma di B12 saranno al massimo solo 50 microgrammi.

Facciamo un'ultima osservazione sulle dosi. Normalmente sulla confezione, oltre alla quantità di vitamine contenute in una singola compressa, è indicata la data di scadenza (importantissima, come la conservazione della confezione, per evitare di assumere pastiglie inutili), e la RDA (fabbisogno quotidiano). Cercate poi di assumere le vitamine da confezioni non in prossimità della data di scadenza.

 

 

Cos'è la "restrizione calorica"? E' vero che recenti studi scientifici mostrano che può allungare la vita fino a 120 anni?

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Vedi anche, in questo documento, l’articolo “Traduzione della voce calorie restriction da Wikipedia”. La voce di Wikipedia sulla restrizione calorica, non disponibile in italiano, è una delle migliori sull’argomento.

Le principali cause di morte in occidente sono il tumore al polmone e le malattie cardiovascolari.

Il fumo, la riduzione dell'attività fisica, una alimentazione troppo ricca di calorie totali, di grassi animali e carboidrati sono i nemici della longevità.

La restrizione calorica tende ad eliminare l'eccesso di calorie che danneggia il nostro corpo.

Il dottor Edward Masoro, dell'Università del Texas, ha provato a dimezzare l'alimentazione quotidiana di un gruppo di ratti del suo laboratorio e si è accorto che la vita media degli animali si allungava sensibilmente rispetto a quelli delle altre gabbie che continuavano a mangiare come prima. Non solo: dopo due anni, età già venerabile per un roditore, i ratti con restrizione alimentare erano più attivi e più pronti all'apprendimento nei confronti degli altri. Dunque il loro cervello si manteneva più giovane.

Numerosi altri studi sono seguiti, e nel 1998 Scientific American pubblicava i risultati impressionanti di esperimenti condotti su animali del più vario tipo: insetti, uccelli, rettili, piccoli mammiferi. Essi mostravano tutti che una riduzione dal 20 al 40% delle calorie assunte giornalmente non solo allungava la vita media delle cavie, ma allungava anche la vita massima. Nei piccoli roditori (topi e cavie) esso allungava la vita da tre a quattro anni (un terzo in più).

Le ragioni per cui questo avvenga sono poco chiare. Per produrre l'energia che muove il corpo le cellule utilizzano glucosio che viene "bruciato" nei mitocondri, piccoli organi di ciascuna cellula. La combustione del glucosio avviene mediante l'ossigeno, e in tal modo si creano dei radicali liberi: ioni positivi di ossigeno, che danneggiano i tessuti. Una minore quantità di cibo rallenta la combustione e quindi la produzione di radicali liberi.

Da 8 anni sono in corso almeno due esperimenti pilota con due colonie di macacus rhesus, una piccola scimmia che vive fino a trent'anni.

Ci si aspettava una conferma dei risultati ottenuti con i mammiferi più piccoli, ma i risultati sono alquanto controversi: alcuni studi indicherebbero che i parametri fisiologici (glicemia, colesterolo ecc.) dei macachi soggetti a restrizione siano migliori che nel gruppo che viene cibato normalmente, ma altri parametri, come la mortalità, sono identici. I sostenitori dell'efficacia della restrizione calorica (si possono vedere i loro interventi sui numerosi siti internet dedicati all'argomento) sostengono che sono state utilizzate scimmie procreate da madri non in buona salute e allevate in un ambiente poco salubre (gabbie strette, poca igiene). Il dibattito per ora prosegue.

Nel frattempo, sempre più persone decidono di attuare la restrizione calorica. Sono numerosissimi i siti in cui si scambiano opinioni, consigli e pubblicano le analisi che mostrano i loro parametri fisiologici

Non esistono protocolli ufficiali, redatti dalla comunità scientifica per la restrizione calorica nell'uomo, per cui si tratta largamente di un "fai da te", o dei consigli di singoli medici (che l'aspirante dovrebbe sempre interpellare). La restrizione dovrebbe essere iniziata non prima che una persona abbia raggiunto il pieno sviluppo fisiologico cibandosi in modo normale (23-25 anni); dovrebbero essere assunti integratori vitaminici e forse anche proteici. Necessita un monitoraggio periodico dei parametri fisiologici, perché pare che il limite di restrizione calorica oltre il quale invece che vantaggio si avrebbe danno sia piuttosto variabile e non facilmente fissabile. Comunque tutti dovrebbero farsi monitorare da un medico.

 

Ecco la ricetta per la restrizione calorica fornita dal celebre cardiologo statunitense Isadore Rosenfeld:

Negli esperi­menti di ,laboratorio è stato osservato che la vita degli animali da laboratorio. può essere prolungata mantenendo basso il loro peso e riducendo il consumo totale di proteine. Risulta insomma che me­no proteine ha a disposizione la cellula, minori sono le probabilità che essa traligni e trasmetta informazioni genetiche negative o comunque si comporti in modo non positivo. Viene cosi suggerito a tutti noi, indipendentemente dall'età (non è mai infatti troppo tardi per approfittare di questa dieta), di ridurre in modo sostanziale, ma graduale, le nostre calorie nell'arco di cinque anni fino a portarle al sessanta per cento del consumo normale. La dieta deve contenere tutti gli elementi e gli amminoacidi essenziali. Le proteine devono essere consumate in quantità sufficiente durante l'infanzia per per­mettere una crescita normale e, in gravidanza, per nutrire il feto, ma in seguìto le quantità devono venire progressivamente ridotte. Cosi quando arriviamo a metà della vita adulta dovremmo mangia­re soprattutto carboidrati con poche proteine e pochi grassi. Si reputa che questa dieta povera di calorie, di grassi e di protei­ne e ricca di carboidrati sia soprattutto utile perché genera un mi­nor numero di radicali liberi « dannosi ».

Anche per mantenere attivo il sistema immunitario con l'avanzare dell'età e per impedire che sviluppi una tendenza autoimmune gli scienziati ritengono che modificando la dieta, e soprattutto riducendo le proteine, e fornendo specifiche in­tegrazioni di quelle sostanze di cui il corpo è carente, sia possibile controbattere entrambe queste tendenze e proteggere l'organismo durante la fase di invecchiamento. Sulla base di queste teorie sembrerebbe quindi ragionevole che tutti cercassero di perdere peso, di consumare meno grassi e meno proteine (il che significa ridurre .la quantità di carne e pesce) per concentrarsi sui carboidrati e aggiungere quel tanto di vìtamìne e di minerali che serve per non presentare carenze in tal senso.

 

 

 

Traduzione della voce “calorie restriction” da Wikipedia

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definizione

Restrizione calorica (CR) è un regime dietetico che è basato su un basso consumo di calorie. "Basso" si intende riferito al consumo calorico del soggetto prima della restrizione o al consumo medio di un soggetto di corporatura simile. La restrizione calorica senza malnutrizione si è dimostrata per una notevole varietà di specie, tra cui pesci, lieviti, roditori, cani, efficace nel rallentare il processo biologico di invecchiamento, permettendo di ottenere più a lungo una forma fisica giovanile e un incremento sia della durata media che della durata massima della vita. Tuttavia l’effetto estensivo della durata della vita della restrizione calorica non appare essere universale.

Negli esseri umani gli effetti sulla salute a lungo termine di una moderata restrizione calorica con sufficienti nutrienti non sono ancora conosciuti.

Sono stati effettuati due studi sui primati (scimmie rhesus). Uno, iniziato nel 1987 presso il National Institute of Aging, ha pubblicato risultati provvisori nell’agosto 2012 che mostravano che la CR dà benefici perr la salute di questi animali ma non mostravano un aumento della vita media. I dati sulla durata massima della vita non sono ancora disponibili, dato che lo studio è ancora in corso. Un secondo studio dell’Università del Wisconsin è iniziato nel 1989 e ha pubblicato nel 2009 i dati preliminari riguardanti la lunghezza della vita degli animali e i risultati finali nel 2014. Lo studio mostra che i primati sottoposti a CR hanno una probabilità di morire per disturbi legati all’età del 36,4% in confronto al gruppo di controllo senza CR e ha un tasso di mortalità praticamente dimezzato (56,2%) rispetto a cause di morte di qualsiasi tipo.

 

effetti negativi della malnutrizione

La malnutrizione può provocare seri effetti negativi, come è stato mostrato dal Minnesota Starvation Experiment. Lo studio è stato condotto durante la Seconda Guerra mondiale su un gruppo di uomini magri, che ridussero del 45% per sei mesi l’introito calorico totale e adottarono i carboidrati per il 90% della loro dieta. Come ci si aspettava, la denutrizione provocò aggiustamenti metabolici che possono essere considerati positivi (diminuzione del grasso corporeo, diminuzione della pressione, miglioramento del profilo lipidico, bassa concentrazione serica di ormone tiroideo T3, diminuzione della frequenza cardiaca a riposo e diminuzione del metabolismo basale), ma causò anche un’ampia gamma di effetti negativi, come anemia, edema delle estremità inferiori, diminuzione del tessuto muscolare, debolezza, deficit neurologici, vertigini, irritabilità, letargia e depressione.

perdite muscolo-scheletriche

Studi a breve termine sugli esseri umani riportano perdita di massa muscolare e di forza muscolare e riduzione della densità ossea.

Gli autori di un riesame del 2007 della letteratura scientifica sulla CR ammonirono che “anche una moderata restrizione calorica potrebbe essere dannosa in particolari gruppi di pazienti, come persone magre, che hanno un minimo ammontare di grasso corporeo”.

body mass index (bmi) più basso del normale e mortalità

Le diete CR tipicamente conducono ad una riduzione del peso corporeo, ma la riduzione del peso corporeo può provenire anche da altre cause e non è necessariamente salutare. In alcuni studi un basso peso corporeo è stato associato ad una più elevata mortalità, in particolare in pazienti di mezza età avanzata o anziani. Un basso peso corporeo negli anziani può essere provocato da condizioni patologiche associate all’invecchiamento e predispongono ad una mortalità più alta,come ad esempio da cancro, da disordini ostruttivi cronici dei polmoni, da depressione, oppure a cachessia (perdita di peso, riduzione muscolare e perdita di appetito) e sarcopenia (perdita di massa, struttura e funzione muscolare). Uno dei più famosi di tali studi, quello del Center for Disease Control and Prevention ha trovato legami tra un BMI inferiore a 18 nelle donne e una aumentata mortaltà da cause diverse dal cancro e dai disturbi cardiovascolari. Gli autori tennero conto dell’effetto di fattori congiunti (fumo, ignoranza di precedenti disturbi); altri ricercatori contestarono che tali aggiustamenti erano inadeguati. Epidemiologi dell’American Cancer Society, dell’American Heart Association, dell’Harvard School of Public Health e di altre organizzazioni hanno sollevato specifiche obiezioni metodologiche su questo studio del CDC e hanno presentato altri insiemi di dati. La preoccupazione principale era che lo studio del CDC non teneva adeguatamente conto di perdite di peso dovute a serie patologie come cancro e disturbi cardiaci e non era in grado di tenere adeguatamente conto degli effetti del fumo sul peso. Secondo queste critiche lo studio sovrastimava i rischi della magrezza e sottostimava i rischi dell’obesità.

Questi studi epidemiologici non riguardano specificamente la CR, perché il peso corporeo può essere influenzato da molti altri fattori oltre che la restrizione calorica. Perdipiù, è stato affermato che la qualità delle diete di individui con basso BMI è difficile da valutare, e potrebbe mancare di nutrienti importanti per la longevità. Le diete a basso tenore calorico raramente forniscono gli alti livelli di assunzione di nutrienti che sono una caratteristica necessaria della restrizione calorica anti-invecchiamento. Parimenti, gli individui con basso peso corporeo negli studi citati non seguono diete definibili CR, perché essi hanno fissato arbitrariamente il proprio introito calorico anziché ridurlo rispetto ad un livello precedente.

scatenamento di disordini alimentari

In coloro che già soffrono di bulimia-anoressia la restrizione calorica può causare episodi di bulimia, ma non sembra porre altrimenti alcun rischio.

individui giovani e donne incinte

La restrizione calorica a lungo termine ad un livello sufficiente a rallentare il processo di invecchiamento è generalmente sconsigliata ai bambini, agli adolescenti e ai giovani adulti (approssimativamente sotto i 21 anni), perché questo tipo di dieta può interferire con la crescita del fisico, come è stato osservato in animali di laboratorio. Oltre a ciò, sviluppi mentali e cambiamenti fisici nel cervello hanno luogo nella tarda adolescenza e all’inizio dell’età adulta, che potrebbero essere influenzati negativamente da una restrizione calorica severa. Le donne incinte e quelle che tentano di essere fecondate sono consigliate di non intraprendere la restrizione calorica, perché il basso BMI è legato a disfunzioni ovulatorie e madri sottopeso sono maggiormente soggette a parto prematuro

altri possibili effetti negativi

Si è notato che le persone che perdono peso con una dieta CR mostrano un aumentata sensibilità al freddo, irregolarità mestruali e perfino infertilità e modificazioni ormonali.

 

i meccanismi di azione della restrizione calorica

Sebbene ci sia stata una ricerca sulla CR da almeno 70 anni, il meccanismo di azione della CR è ancora poco compreso. Alcune spiegazioni includono la riduzione della core body temperature (la temperatura in condizioni di operatività normale delle strutture interne di un organismo, come il fegato, in contrapposto alla temperatura dei tessuti periferici), la riduzione della divisione cellulare, bassi livelli di metabolismo, ridotta produzione di radicali liberi, ridotto danno del DNA, maggiore resistenza a tossine o altri fattori ambientali che potrebbero provocare stress all’organismo.

abbassamento della temperatura

La restrizione calorica abbassa la core body temperature, un fenomeno che si ritiene essere una risposta adattiva allo scopo di ridurre il consumo energetico quando la disponibilità di nutrimento è limitata. L’abbassamento della temperatura può prolungare la durata della vita in animali a sangue freddo. Tra gli animali a sangue caldo, sono stati prodotti con l’ingegneria genetica dei ceppi di topi di laboratorio con una ridotta temperatura corporea, e questi animali mostrano un aumento della durata della vita, indipendentemente dalla restrizione calorica.

aumentata resistenza a tossine e fattori di stress per l’organismo (ormesi)

Alcune ricerche hanno indicato l’ormesi come spiegazione degli effetti della CR. Southam ed Ehrlich (1943) hanno riferito che un estratto di corteccia che era conosciuto come inibitore della crescita di funghi, somministrato a basse concentrazioni ne stimolava la crescita. Essi coniarono il termine “ormesi” per descrivere questa azione positiva che si ottiene dalla risposta di un organismo a stressori biologici di bassa intensità. L’ipotesi mico-ormetica della CR propone l’ipotesi che la dieta promuova un moderato livello di stresso nell’organismo che attiva una risposta difensiva che aiuta a proteggerlo nei confronti delle cause di invecchiamento. In altre parole, la restrizione calorica pone l’organismo in uno stato difensivo in modo che possa sopravvivere alle avversità, ottenendo una salute migliorata e una vita più lunga. Questo passaggio ad uno stato difensivo potrebbe essere controllato da specifici geni della longevità.

ormesi mitocondriale

L’ormesi mitocondriale era un concetto di pura speculazione fino al 2007, quando i lavori del gruppo di Michael Ristow su un piccolo verme denominato Caenorhabditis elegans hanno suggerito che la restrizione del metabolismo del glucosio estende la durata della vita principalmente aumentando lo stresso ossidativo con l’effetto di stimolare l’organismo ad ottenere alla fine una maggiore resistenza ad ulteriori stress di tale genere. Questa è probabilmente la prima evidenza sperimentale circa la ormesi come causa dell’allungamento della durata della vita in organismi sottoposti a restrizione calorica.

Sebbene l’invecchiamento può essere concettualizzato come accumulo di danno, tra cui cellulare, le indicazioni più recenti sul fatto che i radicali liberi contribuiscono al sistema di segnali intracellulari ha reso l’equazione “radicali liberi = danni cellulari” più problematica di quanto era comunemente ritenuto in passato. Era già stata proposta in passato l’ipotesi che i radicali liberi possono indurre una risposta endogena che culmina in adattamenti più efficaci che proteggono contro radicali esogeni (e forse da altri componenti tossici). La recente evidenza sperimentale suggerisce fortemente che le cose stanno così e che una simile induzione di produzione di radicali endogeni estende la vita del modello di organismo utilizzato e mitormeticamente esercita effetti di allungamento della vita e di miglioramento della salute. Uno stress mitocondriale subletale con un concomitante aumento stechiometrico di tipi di ossigeno reattivo può accelerare molte delle benefiche alterazioni nella fisiologia della cellula prodotte dalla restrizione calorica.

evoluzione

E’ stato recentemente sostenuto che durante gli anni di carestia potrebbe essere evoluzionistamente desiderabile per un organismo evitare la riproduzione e settare a livelli più alti meccanismi enzimatici di riparazione e protezione per cercare di assicurare che l’organismo sia idoneo alla riproduzione in anni successivi. Questa argomentazione sembra essee supportata da recenti studi sulla fisiologia degli ormoni. Uno studio su topi maschi ha riscontrato che la CR femminilizza l’espressione dei geni e che molti dei geni più significativi che vengono cambiati sono connessi all’invecchiamento, ai segnali ormonali e al ciclo e all’apoptasi cellulare collegata alla proteina p53 soppressiva dei tumori. Lo studio concludeva che gli effetti di estensione della vita della CR possono sorgere in parte da uno spostamento dell’espressione genetica verso un profilo più tipico di individui femmina. Una prolungata e severa CR abbassa il livello sierico e libero del testosterone mentre al contempo aumenta le concentrazioni dell’ormone sessuale che lega la globulina (SHBG) negli esseri umani: questi effetti sono indipendenti dall’adiposità.

L’abbassamento della concentrazione di insulina e di sostanze legate all’insulina, come il fattore della crescita insulino-simile-1 e l’ormone della crescita sono state dimostrate responsabili dell’attivazione ad un livello più alto dei meccanismi di autofagia, meccanismi implicati nella degradazione cellulare di componenti cellulari non necessari o disfunzionali attraverso l’azione dei liposomi. Nei casi di estrema carenza di cibo la degradazione di componenti cellulari promuove la sopravvivenza della cellula mantenendo adeguati livelli di energia. Ma la CR influenza molti altri indicatori della salute ed è ancora incerto se l’insulina sia l’effetto principale. E’ stato dimostrato che la CR aumenta i livelli di DHEA nei primati, ma non ha mostrato incrementi in primati post-pubescenti. La misura in cui queste scoperte si possano applicare all’uomo è ancora sotto indagine.

cromatina e pha-4

Evidenze sperimentali suggeriscono che gli effetti della CR sono legati strettamente alla funzione della cromatina. Uno studio condotto dal Salk Institute for Biological Studies e pubblicato su Nature nel marzo 2007 ha stabilito che il gene PHA-4 è il responsabile della longevità causata dalla CR negli ascaridi, e che per gli umani “ci si aspetta risultati simili”.

radicali liberi e glicazione

Due importanti spiegazioni dell’invecchiamento che coinvolgono la CR sono la teoria dei radicali liberi e la teoria della glicazione. Quando dispongono di alti livelli di energia i mitocondri non operano in modo molto efficiente, e generano una maggiore quantità di superossido. Con la CR l’energia è conservata e c’è una minore produzione di radicali liberi. Un organismo CR ha meno grasso e richiede meno energia per supportare il peso, il che significa anche che non ha bisogno di molto glucosio in circolo.

Meno glucosio in circolo significa minore glicazione delle proteine e meno grassi da ossidare nel circolo sanguigno che possano causare depositi che conducono ad ateriosclerosi. I diabetici di tipo 2 sono persone con insensibilità all’insulina causata da una esposizione a lungo termine ad alti livelli di glucosio. Il diabete di tipo 2 e il diabete non controllato di tipo 1 sono “acceleratori dell’invecchiamento” a causa degli effetti citati. Ci potrebbe essere anche un continuum dalla CR alla sindrome metabolica.

ridotto danno del dna

La restrizione calorica riduce la produzione di tipi di ossigeno reattivo (ROS). ROS causa diversi tipi di danni al DNA, che includono la 8-idrossi-2-deossiguanonosina (8-OHdG). Il livello di 8-OHdG è spesso usato come indicatore del livello generale di danno ossidativo del DNA.

Sohal e altri hanno osservato che la CR diminuisce i danni rivelati dal 8-OHdG nel DNA del topo nella muscolatura, nel cervello, nei muscoli, nel fegato e nei reni. Il livello di 8-OHdG in questi organi in topi di 15 mesi erano ridotti in media dell’81% rispetto ai topi senza restrizioni dietetiche. Kaneko e altri hanno osservato che nei ratti la CR ritarda la comparsa legata all’età di 8-OHdG nel DNA del nucleo di cervello, cuore, fegato e reni. Il livello di 8-OHdG in questi organi, nei ratti di 30 mesi in media era il 65% del livello di ratti nutriti senza restrizioni dietetiche. Hamilton e altri hanno trovato che la CR in topi e ratti riduceva i livelli di 8-OHdG legati all’età. In ratti di 24-26 mesi il livello di 8-OHdG nel DNA di cuore, cervello, fegato e reni era il 71% rispetto ai roditori nutriti con una dieta senza restrizioni.

Così, nei roditori, la CR rallenta l’invecchiamento, diminuisce la produzione di ROS e riduce l’accumulazione di danno ossidativo al DNA in molti organi. Questi risultati ricollegano il ridotto danno ossidativo del DNA al rallentamento dell’invecchiamento. La corposa massa di osservazioni circa il fatto che la CR riduce il danno ossidativo del DNA sembra appoggiare l’affermazione di Holmes e altri che il danno ossidativo del DNA è una delle principali cause di invecchiamento.

meccanismo mediato della sirtuina

Il Sir2 (“silent information regulator 2”) è una sirtuina, scoperta nelle cellule dei lieviti del pane che è stato ipotizzato sopprima l’instabilità del DNA. Nei mammiferi Sir2 è conosciuta come SIRT1. David Sinclair, della Harvard Medical School a Boston è il principale sostenitore che il gene Sir2 potrebbe essere responsabile dell’effetto della restrizione calorica nei mammiferi proteggendo le cellule che altrimenti morirebbero sotto stress. E’ stato suggerito che una dieta CR che richieda meno dicotinamideadenindinucleotide (NAD) da metabolizzare può consentire a SIRT1 di essere più attiva nei suoi processi che estendono la durata della vita. In un articolo del giugno 2004 su Nature è stato mostrato che SIRT1 provoca il rilascio di grasso dalle cellule che lo accumulano.

Le sirtuine, in particolare Sir2 (trovata nei lieviti) è stata chiamata in causa per l’invecchiamento dei lieviti. Omologhi della Sir2 sono stati trovati in un vasto spettro di organismi, dai batteri agli esseri umani. Il lievito ha tre geni SIR (SIR2, SIR3, SIR4) che sono responsabili dell’inattivazione di corrispondenti loci genetici, di telomeri e di rDNA. Sebbene per l’inattivazione dei loci e dei telomeri siano richiesti tutti e tre i tipi di SIR, solo SIR2 sembra essere implicata nell’inattivazione del rDNA. Perdipiù, i geni legati al SIR2 regolano anche la formazione di alcune forme specializzate di sopravvivenza, come la forma di spora dei lieviti e le larve in stato di stasi della Caenorhabditis elegans. Uno studio sui lieviti condotto da Kaeberlin e altri (1999) ha trovato che la distruzione di SIR2 diminuisce la durata della vita, mentre copie addizionali la allungano. Tutti questi studi implicano un ruolo della SIR2 nella sopravvivenza e nella longevità.

In molti studi di CR si sostiene che la SIR2 fa da mediatrice per gli effetti sulla longevità della restrizione calorica per diverse ragioni. Per prima cosa, la CR in lieviti senza SIR2 non aumenta la longevità; anche organismi con ceppi mutanti di SIR2 non hanno tratto benificio dalla CR. In secondo luogo, la restrizione calorica aumenta l’attività della SIR2 in vivo. Il meccanismo attraverso il quale la SIR2 è regolata dalla restrizione calorica è ancora dibattuto. Due ipotesi sono rappresentate rispettivamente dal meccanismo del coenzima NADH (dicotinamideadenindinucleotide) e dal NAD Salvage Pathway Mechanism. Secondo la prima ipotesi la restrizione calorica causa un aumento della respirazione che a sua volta causa una riduzione dei livello di NADH, che fa aumentare i livelli di SIR2, di cui il NADH è un inibitore competitivo. E’ stato anche dimostrato che una superespressione di NAD-idrogenasi aumenta la longevità e bloccando la catena di trasporto elettronica bloccava la longevità collegata alla CR. Il NAD Salvage Pathway Mechanism si basa sullo studio di Anderson e colleghi con cui hanno mostrato che la CR causa una regolazione al rialzo di PCN1 (un enzima responsabile della sintesi del NAD a partire dal nicotinamide e dal ADP-ribosio) che diminuisce i livello di nicotinamide che a loro volta regolano al rialzo il SIR2 e in tal modo aumentano la durata della vita. Sebbene questi due modelli non siano mutuamente esclusivi, non è stato condotto alcun esperimento per stabilirne il collegamento.

farmaci cr-mimetici

Il lavoro sui meccanismi della CR ha acceso le speranze di sintetizzare in futuro farmaci per aumentare la durata della vita umana simulando gli effetti della restrizione calorica. In particolare, il gran numero di geni e vie metaboliche che si è riscontrato regolano le azioni della CR in organismi modello rappresentano stimolanti obiettivi per lo sviluppo di farmaci che simulano i benefici della CR senza i suoi effetti collaterali. Comunque, il biologo del MIT Leonard Guarente ha ammonito che “la somministrazione di farmaci non può essere un sostituto di uno stile di vita sano. La gente sarà comunque obbligata ad andare in palestra”.

Alcuni tentativi sono già stati intrapresi, e molti si sono concentrati su una classe di proteine chiamate sirtuine. Il resveratrolo è stato indicato come attivatore delle SIRT1 ed estende la durata della vita dei lieviti, dei vermi nematodi, del moscerino della frutta, dei pesci vertebrati e dei topi che consumano una dieta molto calorica. Però il resveratrolo non estende la durata della vita nel topo normale e gli effetti sui nematodi e sul moscerino della frutta sono stati contestati.

Ci sono studi che mostrano che il resveratrolo potrebbe non funzionare tramite la SIRT1, ma attraverso altre sostanze bersaglio.

 

storia della restrizione calorica

La prima persona che promosse la restrizione calorica per aumentare la durata della vita fu Luigi Cornaro, un nobile veneziano del 1500 che adottò una dieta con restrizione calorica all’età di 35 anni per rimediare alla sua salute cagionevole. La sua dieta restrittiva curò tutti i suoi distirbi in meno di un anno ed egli giunse all’età di 102 anni. Il suo libro, Discorsi della vita sobria descrive il suo regime, che è centrato nel “principio di quantificazione” che limita il cibo a 350 grammi giornalieri di cibo (incluso pane, uova, tuorlo, carne e cena) e 414 millilitri di vino. Il libro ebbe un grande successo e promosse una revisione delle idee sull’età avanzata. Ai tempi del Rinascimento venivano enfatizzati gli aspetti negativi di questa fase della vita. Il metodo di Cornaro offriva per la prima volta la possibilità non solo di una vita lunga, ma anche degna di essere vissuta in modo soddisfacente.

Nel 1934, Mary Crowell e Clive McCay della Cornell University osservarono che i ratti di laboratorio sottoposti a una forte riduzione di calorie mantenendo al contempo adeguati livelli di micronutrienti mostravano una durata di vita doppia di quella che ci sarebbe potuta aspettare. Queste scoperte furono approfondite in una serie di esperimenti con topi condotti da Roy Walford e dal suo studente Richard Weindruch. Nel 1986 Weindruch riferì che la restrizione delle calorie dei topi di laboratorio aumentava proporzionalmente la durata della loro vita rispetto a topi nutriti con una dieta normale. I topi sottoposti a restrizione calorica mantenevano un aspetto e livelli di attività giovanili più a lungo e ritardo nella comparsa di disturbi legati all'età. Il risultato dei numerosi esperimenti di Walford e Weindruch furono sintetizzati nel loro libro Il ritardo dell'invecchiamento e della malattia mediante restrizione calorica (1988).

Queste scoperte sono state accettate ed estese a tutta una serie di altri animali. I ricercatori stanno indagando la possibilità di correlazioni fisiologiche tra primati umani e non umani. Nel frattempo molte persone hanno iniziato a praticare la restrizione calorica in qualche forma.

Attualmente ci sono due studi a controllo randomizzato in corso sugli effetti della CR sui primati non umani: il Wisconsin National Primate Research Center Monkey Study e il National Institute of Aging Monkey Study. Nel 1989 scienziati dell'università del Wisconsin iniziarono uno studio che riguardava 46 maschi adulti e 30 femmine di scimmia rhesus. Lo studio del National Institute of Aging, iniziato nel 1987, riguarda 60 maschi e 60 femmine di scimmia rhesus. Le scimmie sono state assegnate a caso, secondo una proporzione 1:1 ad una dieta CR o ad una dieta di controllo normale. I risultati sono stati pubblicati periodicamente.

Un gruppo di scienziati dell'Università di Washington a St. Louis ha studiato gli effetti fisiologici, metabolici e molecolari a lungo termine della CR in un gruppo di adulti sani e non grassi, uomini e donne.

Nel maggio del 2007 uno studio clinico multicentrico chiamato CALERIE (Comprehensive Assessment of the Long-term Effects of Reducing Energy Intake) è stato iniziato allo scopo di esaminare l'effetto di due anni di restrizione calorica continuata del 25% su: a) ritardo dell'invecchiamento mostrato da indicatori; b) protezione da processi morbosi legati all'età. Sono stati reclutati 220 volontari in buona salute in tre centri (Tufts University, Pennington Biomedical Research Center, Washington University School of Medicine).

Uno studio dell'UCSF chiamato CRONA è iniziato nel dicembre del 2010 e ha studiato 28 praticanti di lunga data la restrizione calorica per alcuni mesi. Lo studio è stato completato il 20 Settembre del 2011. Al 20 Agosto 2012 i risultati non erano ancora stati pubblicati.

 

sommario delle ricerche

mosche comuni

Un gruppo di esperimenti mostra che la CR non produce benefici per la mosca comune. Gli autori ipotizzano che gli asseriti benefici della CR potrebbero derivare dal fatto che una dieta che contiene più calorie può incrementare la proliferazione di batteri o perché il tipo di dieta ad alto tenore calorico usato in esperimenti passati ha una consistenza appiccicosa, una composizione generale o una consistenza che riducono la longevità.

Ad un certo punto alcuni ricercatori hanno sostenuto che alcuni degli effetti della CR erano artefatti, perché gli organismi utilizzati negli studi di laboratorio ricevono diete altamente caloriche non fisiologiche. Quindi gli studi sulla CR illustrerebbero semplicemente la disponibilità di cibo di un ambiente naturale. Comunque, molti studi attuali sulla CR limitano gli animali di controllo del 10-20% rispetto a quella che sarebbe la loro scelta libera, per evitare che gli studi siani inquinati dagli effetti dell’obesità. Inoltre, alcuni studiosi hanno notato che “almeno in qualche caso i topi di laboratorio sottoposti a CR hanno mostrato cessazione del ciclo degli estrogeni. Poiché tutte i gruppi esistenti di topi allo stato selvatico devono riprodursi per non perire, presumibilmente essi mangiano di più rispetto ai topi sottoposti a CR, quantomeno per una parte dell’anno”. Uno studio che si proponeva di determinare l’introito, la spesa e il saldo energetico di topi selvatici, topi liberi di nutrirsi in laboratorio e topi sottoposti a CR ha concluso che “gli esperimenti con CR di fatto limitano il consumo di energia oltre quello tipico dei topi non in cattività. Dunque l’effetto di ritardare l’invecchiamento osservato con la CR non è dovuto all’eliminazione di presunti effetti negativi della superalimentazione”.

primati

Sono stati condotti parecchi studi sulla restrizione calorica su primati diversi dall’uomo. Uno ha riscontrato effetti positivi sulla durata della vita e su patologie legate all’invecchiamento. Un altro ha trovato riduzione di parecchie patologie legate all’età ma nessuna differenza nella durata media della vita; la durata massima della vita non è ancora stata riportata, perché lo studio sta ancora proseguendo. Una ipotesi è che il patrimonio genetico degli animali e la qualità del cibo sia più imprtante della quantità.

roditori

Settant’anni fa C. M. McCay e colleghi scoprirono che riducendo l’ammontare calorico somministrato ai roditori si raddoppiava quasi la loro vita. L’estensione variava in relazione alle specie, ma in media mostrava un aumento del 30-40% sia nei topi che nei ratti. CR preserva un certo numero di parametri strutturali e funzionali nei roditori che invecchiano. Studi su topi femmina hanno mostrato che il recettore-alfa degli estrogeni declina nella fase immediatamente precedente l’invecchiamento nell’area post-oculare dell’ipotalamo. Le femmine di topo nutrite con CR durante quasi tutta la loro vita mantenevano livelli più alti di questo recettore rispetto alle femmine di controllo. D’altra parte, in un recente riesame relativo a 41 ceppi di topi da laboratorio, una restrizione calorica del 40% diminuiva la durata della vita in un numero maggiore di ceppi rispetto a quelli in cui la aumentava. Questo suggerisce che gli effetti della restrizione calorica possono essere modificati dal background genetico e/o da altri fattori e che la relazione tra CR e longevità nei topi potrebbe dimostrarsi più complessa di quanto sinora apparso.

Gli studi sulle femmine di topo hanno mostrato che sia il nucleo sopraottico (SON) che il nucleo paraventricolare (PVN) perdono almeno un terzo di immunoreattività durante il normale processo di invecchiamento. I topi anziani sottoposti a CR perdono un numero maggiore di cellule IGF-1R non-immunoreattive mentre mantengono praticamente lo stesso numero di cellule IGF-1R immunoreattive in confronto ai topi non soggetti a CR. Di conseguenza a questo numero superiore di cellule immunoreattive, i topi CR mostrano una maggiore sensibilità ipotalamica alle cellule IGF-1.

lieviti

I funghi sono molto facili da manipolare in laboratorio e molti progressi importanti nella comprensione dei meccanismi di invecchiamento sono stati fatti per mezzo loro. Molti studi sono stati intrapresi, sia nei confronti di lieviti che si riproducono mediante scissione cellulare che di quelli che si riproducono per gemmazione per analizzazre il meccanismo cellulare che sta dietro all’aumento di longevità dovuto alla restrizione calorica.

La CR è spesso chiamata anche “dietary restriction” perché gli stessi effetti sulla durata della vita possono essere ottenuti semplicemente cambiando la natura dei nutrienti senza cambiare l’introito calorico. Dati forniti da Guarente, Kennedy, Jaziwinski, Kaeberlein, Longo, Shadel, Nyström, Piper e altri mostrano che le manipolazioni genetiche delle vie metaboliche relative alla segnalazione dei nutrienti possono imitare gli effetti della restrizione calorica. In alcuni casi la restrizione calorica richiede la respirazione mitocondriale per aumentare la longevità (invecchiamento cronologico) e in altri casi no (invecchiamento replicativo). I segnali riguardanti i nutrienti, nei lieviti, controllano la difesa dallo stress, le funzioni mitocondriali, Sir2 e altre funzioni. Queste funzioni sono tutte note per regolare il processo di invecchiamento. I geni implicati in questo meccanismo sono TOR, PKA, SCH9, MSN2/4, RIM15, SIR2, ecc. La risposta dei lieviti alla CR può essere modulata dal background genetico. Quindi, mentre alcuni ceppi rispondono alla CR con un aumento della durata della vita, altri questa viene abbreviata.

caenorhabditis elegans

Recenti studi sul Caenorhabiditis elegans, un verme nematode trasparente hanno mostrato che una restrizione del metabolismo del glucosio aumenta la durata della vita principalmente aumentando lo stresso ossidativo così che si ottiene una aumentata risposta a tale stress, secondo un processo chiamato (mito)ormesi.

esseri umani

Sono stati intrapresi studi per esaminare gli effetti di una CR con adeguato apporto di nutrienti negli esseri umani; tuttavia gli effetti a lungo termine sono sconosciuti.

biomarcatori del rischio cardiovascolare

Un riesame degli studi sugli effetti della CR sull’invecchiamento del cuore e del sistema vascolare ha concluso che “i dati dagli studi condotti su esseri umani e su animali mostrano che, oltre l’implementazione di diete più sane e di esercizio regolare, interventi come la restrizione calorica con adeguata nutrizione (CR) può avere benefici addizionali su parecchi fattori metabolici e molecolari che modulano l’invecchiamento cardiovascolare (come l’irrigidimento del cuore e delle arterie e la variabilità del ritmo cardiaco)”. Studi su persone che praticano una rigorosa dieta CR a lungo termine mostrano che i loro fattori di rischio di aterosclerosi sono sostanzialmente migliorati, in accordo con gli studi sui roditori e i primati di laboratorio. I fattori di rischio come la proteina c-reattiva, i trigliceridi sierici, le lipoproteine LDL e HDL, la pressione e i livelli di glucosio a digiuno sono notevolmente più favorevoli rispetto a persone che consumano le normali diete occidentali e comparabili o migliori di quelli ottenuti da coloro che si dedicano alla pratica di lungo termine di esercizi di resistenza. Effetti simili si sono riscontrati durante un esperimento nell’habitat Biosphere 2 e in soggetti del Minnesota Starvation Experiment durante la Seconda Guerra mondiale. La funzione cardiaca diastolica era migliore in soggetti che avevano praticato restrizione calorica per 3-15 anni rispetto a soggetti in salute del gruppo di controllo della stessa età e sesso. I soggetti hanno una minore rigidità ventricolare e meno perdita viscosa di reflusso diastolico, ed entrambe le cose sono coerenti con una minore fibrosi miocardica. Questi effetti, in combinazione con altri benefici della CR come la protezione contro obesità, diabete, ipertensione e cancro, suggeriscono che CR può avere un rilevante effetto sulla durata della salute, della vita e sulla qualità della vita degli esseri umani.

biomarcatori del rischio di cancro

La pratica della CR a lungo termine riduce parecchi fattori ormonali e metabolici che sono stati associati con un aumento di rischio di alcuni dei più comuni tipi di cancro nei paesi sviluppati, in accordo con simili modifiche nei roditori e nei primati, nei cui confronti gli studi mostrano un effetto protettivo della CR contro la morbilità neoplasica e la mortalità. Queste modifiche includono livelli più bassi di grasso totale e addominale, di insulina circolante, di testosterone, di estradiolo e di citochine ad effetto infiammatorio legate al cancro. La pratica della CR a lungo termine riduce anche i livelli sierici del fattore-1 di crescita insulino-simile negli esseri umani ed incrementa i livelli di IGFBP-3; comunque, a differenza che nei roditori, questo effetto può essere bloccato se le proteine nella dieta non vengono ridotte alla assunzione ufficialmente raccomandata dal Dietary Reference Intake.

 

raccomandazioni

livelli di attività

La restrizione calorica preserva il tessuto muscolare in primati non umani e nei roditori. I meccanismi coinvolti includono riduzione dei processi di apoptosi delle cellule e di infiammazione; protezione o adattamento nei confronti di anomalie mitocondriali legate all’età; conservazione della funzionalità delle cellule staminali muscolari. Il tessuto muscolare cresce con la stimolazione, ed è stato ipotizzato che gli animali soggetti a CR facessero esercizio fisico in quantità superiore a quella dei loro simili con un regime calorico più alto, forse perché durante la CR gli animali entrano in modalità di ricerca cibo. Gli studi mostrano che i livelli di attività sono simili per animali di entrambi i gruppi di età giovane, mentre gli animali soggetti a CR sono più attivi nella mezza età e oltre, grazie ad un effetto protettivo contro il declino dell’attività osservato in tali fasce di età.

esercizio fisico

L’esercizio fisico è stato dimostrato efficace nell’incrementare la salute e la durata della vita e diminuire l’incidenza di parecchie patologie, ma solo in confronto a gruppi di controllo costituiti da persone sedentarie e obese, non nei confronti di gruppi di persone sedentarie che praticavano CR. In esperimenti su animali che confrontavano i benefici della CR con quelli dell’esercizio fisico, gli animali sottoposti a CR vivevano molto più a lungo di quelli sottoposti ad esercizio fisico. Si ritiene che la restrizione calorica sia incompatibile con una attività agonistica, perché non apporterebbe sufficienti livelli di energia e di aminoacidi.

l’età per iniziare la restrizione calorica

Esiste una qualche evidenza che suggerisce che che i benefici della CR nei ratti si limitano al primo periodo della loro vita. Uno studio su ratti che sono stati (gradualmente) sottoposti ad una dieta CR a 18 mesi non ha mostrato alcun aumento della durata della vita rispetto al gruppo di controllo. Questa opinione è contestata da Spindler, Dhahbi e colleghi che hanno mostrato che nella tarda età adulta una severa CR era in grado di invertire parzialmente o completamente le alterazioni legate all’età del fegato, del cervello, delle proteine del cuore, e che topi posti in CR a 18 mesi mostravano aumenti della durata di vita. Lo studio sulle scimmie rhesus del Wisconsin ha mostrato un aumento nel tasso di sopravvivenza e una diminuzione delle patologie dell’età grazie alla CR anche se lo studio era iniziato con scimmie adulte.

diversità degli organismi

Una obiezione all’adozione della CR come stile di vita da parte di esseri umani risiede nel fatto che i meccanismi della longevità sono molto complessi e che potrebbero non funzionare con una specie come la nostra, che ha una durata di vita superiore a quella di molte altre. Tuttavia, parecchi dei cambiamenti fisiologici osservati negli animali con la più lunga durata di vita soggetti a CR si sono osservati anche in esseri umani, e questo potrebbe voler dire che i dati degli esperimenti sugli animali potrebbero valere anche per l’uomo.

comportamenti stereotipati

Alcune osservazioni hanno riportato un aumento di comportamenti stereotipati in animali sottoposti a CR. Ad esempio le scimmie mostravano un aumento di comportamenti come il leccare, il succhiare e il dondolarsi.

aggressività

Un regime di CR può portare ad aumento di aggressività degli animali.

 

 

Leggere eccessivamente, come Giacomo Leopardi, danneggia la vista? Cosa devo fare per preservare la vista?

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Giacomo Leopardi non morì o danneggiò la sua vista per lo "studio matto e disperatissimo", ma perché a Napoli, in piena epidemia di colera, si fermò ad un chiosco a comperare un sorbetto. Quello fu effettivamente un gesto suicida.

Gli oculisti dicono che potete leggere quanto volete, anche 16 ore al giorno, e non ne avrete alcun danno.

Il mal di testa e lo sfarfallio della vista che potrebbero sopraggiungere non sono indicatori di un danno all'occhio, ma di un affaticamento dei centri della visione del cervello, che sono costretti ad un superlavoro: niente che una buona notte di sonno non rimetta in sesto. Il bruciore agli occhi è effettivamente un indice di affaticamento dell'occhio stesso, ma a parte il fastidio non è indice di alcuna lesione o danno: è come aver corso molto e sentire le gambe far male. Se però il bruciore sopravviene dopo poco tempo e diventa normale, allora è indice di qualche patologia che andrebbe individuata.

Ecco alcuni consigli per preservare la vista (senza alcuna pretesa di completezza):

Utilizzate occhiali da sole. Il buco dell'ozono ha aumentato la radiazione ultravioletta che può danneggiare la retina, specie in persone con iridi chiare, di tipo nordico, che sono meno protette da essa

Il succo di mirtillo o le capsule di estratto secco di mirtillo hanno un effetto protettivo nei confronti della porpora retinica e della microcircolazione degli occhi (non usare il succo di frutta pieno di zucchero, ma il succo di mirtillo concentrato e non zuccherato o i mirtilli surgelati che si possono trovare in alcuni supermercati)

Colui che scrive ha sempre preferito la luce bassa o soffusa alla luce piena della lampada sul foglio, e a distanza di molti anni ha mantenuto una vista buona. Lavorare con la luce più bassa possibile affatica forse un po' di più gli occhi ma è un eccellente modo per mantenerli integri.

Evitate di prendere sul serio gli "esercizi per migliorare la vista" e "sconfiggere la miopia": accettate la vostra miopia e non perdete centinaia di ore della vostra vita dietro a chimere

Zuccheri e diabete danneggiano la vista ed occorre vigilanza

Andate da studi oculistici che possiedano tutti gli strumenti più all'avanguardia. Difficilmente un piccolo studio oculistico avrà le apparecchiature computerizzate, che costano centinaia di migliaia di euro, per un esame computerizzato del campo visivo, una misurazione della pressione della retina e altri esami sofisticati che possono diagnosticare per tempo eventuali malattie

Il consiglio, per tutti è comunque: spendete di più e recatevi da un luminare, almeno una volta, e sottoponetegli i risultati dei vari esami. Saltate i medici di medio livello o quelli di cui semplicemente "si parla bene"

 

 

Qual è l'illuminazione ottimale per leggere? Leggere con la luce bassa fa male agli occhi?

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La luce non è tutta uguale. Ecco un elenco di vari tipi di luce che può essere utilizzata per la lettura:

Luce solare: senz'altro la migliore!

Lampadina ad incandescenza trasparente: è una luce "calda" (ha una buona percentuale di radiazioni vicine al rosso), che sfarfalla al ritmo di 50 cicli al minuto dinanzi al nostro occhio (con l'alimentazione domestica a corrente alternata della casa, infatti, la lampadina si accende e spegne 50 volte al secondo, anche se noi non ce ne accorgiamo), ma pare che questo micro-sfarfallio non danneggi l'occhio.

Lampadine ad incandescenza azzurre: hanno il vetro azzurro, e sono prodotte specificamente per la lettura, perché l'occhio trova la luce più riposante, e in tal modo si ritarda il bruciore e la lacrimazione della lettura protratta

Alogene di grande potenza (da 300 W in su): le alogene producono raggi ultravioletti che danneggiano l'occhio, ma questi vengono bloccati dalla piastrina di vetro che viene messa sopra l'elemento a incandescenza; oppure questo elemento viene racchiuso in un bulbo di vetro che blocca gli ultravioletti. E' una luce che è alimentata da corrente alternata, e quindi ha micro-sfarfallii. Normalmente ha una tonalità un po' meno calda della luce delle lampadine a incandescenza. Non è possibile mettere un filtro blu alle alogene, perché la luce è talmente intensa che non esiste vetro blu che possa resistervi a lungo

Alogene di bassa potenza (i tipici faretti, da 20 a 100W): sono alimentate da corrente continua di trasformatore e non presentano micro-sfarfallii.

Led: esistono led a luce calda e led a luce fredda. Sono alimentati dalla corrente continua di un trasformatore, consumano pochissimo, non hanno controindicazioni, ma per ora sono molto costosi: una lampadina equivalente ad una da 60 W costa 20 euro

Leggere con la luce bassa, come preferiscono alcuni, non fa male agli occhi, affatica solo un po' di più i centri della vista nel cervello, e potreste avere un lieve mal di testa.

Leggere con la luce più bassa compatibile con il vostro comfort è una regola che alcuni di coloro che leggono moltissimo ritengono utile. I cercatori di uova di tartaruga dei paesi tropicali sviluppano una cecità precoce dovuta al riflesso della sabbia bianca. 8-10 ore di riflesso di un foglio bianco non danneggiano certamente a quel livello l'occhio, tranne che provocare un maggior utilizzo di vitamina A, che viene "consumata" in gran quantità per la lettura. Tuttavia queste persone pensano che si debba evitare di leggere a luce altissima.

Utilizzare per ore una lampada che getti una luce violenta sulla pagina, con l'idea che "una buona illuminazione è necessaria per la lettura" sia eccessivo. Preferisce la luce soffusa di una alogena.

 

 

Qual è il miglior sistema di illuminazione per la casa e lo studio disponibile sul mercato?

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Il miglior sistema di illuminazione attualmente disponibile è il sistema hue della Philips. Esso consiste in lampade led, ciascuna in grado di produrre 12 milioni di colori diversi, comandabili singolarmente tramite una app scaricabile gratuitamente sul vostro telefonino e attraverso il router della vostra rete domestica wi-fi.

Ciascuna lampadina hue ha una luminosità corrispondente a quella di una lampada a incandescenza da 60 watt.

L'app hue può controllare fino a 50 lampade. Può essere generata qualsiasi tipo di luce: dalla luce fredda, adatta allo studio, alla luce calda, adatta al salotto, alla luce azzurra adatta alla stanza da letto.

Tra i vantaggi delle lampadine led, oltre il bassissimo consumo (un decimo di quelle ad incandescenza) e la durata assai superiore a quella delle lampade a incandescenza (ben 18.000 ore in media), c'è il fatto di avere una luce priva di raggi infrarossi o ultravioletti, che potrebbero danneggiare o dare fastidio all'occhio.

Il livello di luminosità di ogni lampadina è regolabile come con un dimmer, sempre tramite telefonino. Questa è una caratteristica molto importante, perché la maggior parte delle lampadine led in commercio non è dimmabile. Quelle poche che sono dichiarate dimmabili in realtà non accettano tutti i dimmer in commercio - o meglio sono compatibili solo con quelli dichiarati dai costruttori. E anche con un dimmer compatibile, spesso il cambio di luminosità avviene a scatti ed è poco controllabile, mentre con una lampadina Hue è perfettamente fluido e completamente controllabile.

Lo Starter Kit hue costa 100 € e comprende due lampadine e il bridge da collegare ad un ingresso USB del vostro router wi-fi. Ogni lampadina costa 50 €.

Tra le funzionalità più interessanti c'è quella delle "scene": una volta selezionato un gruppo di lampadine e impostato il tono e la luminosità di ciascuna, questa combinazione può venir registrata nel telefonino come una "scena", richiamabile a piacere.

E' anche possibile fotografare una luce che ci piace particolarmente (ad es. quella di un cielo terso o la luce uniforme fuori della finestra con un tempo chiaro ma nuvoloso) e registrarla come scena: il sistema hue riprodurrà ogni volta fedelmente la tonalità originale.

Sono acquistabili a parte gli interruttori Tap hue, dotati di quattro pulsanti, a ciascuno dei quali può venir abbinata una scena. Questi interruttori non necessitano di fili di collegamento per l'alimentazione, perché sono autoalimentati dal movimento di pressione del dito che genera elettricità con un sistema piezoelettrico, e possono essere avvitati o incollati ovunque.

Numerosissime altre possibilità sono disponibili collegandosi al sito Hue della Philips.

Esistono diverse altre app di terze parti a pagamento (qualche euro) che ampliano le possibilità del sistema Hue con altre funzionalità.

Unico accorgimento: i telefonini con sistema Windows Phone non sono in grado di scaricare correttamente l'app, che funziona invece perfettamente con Android.

 

 

Gli occhi mi si arrossano per la lettura. Quali accorgimenti posso usare e quale medicinale utilizzare?

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Quando si legge, la retina umana "consuma" vitamina A come fosse un carburante. L'assunzione di compresse di Rovigon (vitamina A + E) quando si comincia a notare un bruciore o quando si prevede una lunga giornata di lettura o sotto luci violente come quelle dei neon degli esercizi commerciali può ridurre sensibilmente il bruciore. In queste compresse la vitamina A lavora in sinergia con la E, che ne migliora gli effetti.

Tenete solo presente che una singola compressa di Rovigon contiene una quantità elevatissima di vitamina A: 30.000 U.I. (la dose raccomandata giornaliera non supera le 3.000 U.I.) e che l'organismo è capace di immagazzinarla per più giorni nel fegato, e regolatevi circa il numero di compresse settimanali da assumere. Se leggiamo molto la dose può essere aumentata fino a 5.000-8.000 UI al giorno. A queste dosi non dovreste preoccuparvi dell’ipervitaminosi tossica, perché questa sopravviene solo con dosaggi molto alti (sopra le 30.000 UI al giorno) protratti per lunghi periodi (8 mesi e oltre). Uno studiosi di Cambridge ha affermato che “dosi di 20.000 UI dovrebbero essere innocue anche per periodi indeterminati". Ad ogni modo, potete sperimentare l’alternanza tra 5-6 giorni di somministrazione intensiva, seguiti da 5-6 giorni di somministrazione normale o sospensione per consentire all’organismo di riequilibrarsi. Basta comunque sospendere per 72 ore la vitamina A per eliminare qualsiasi eccesso che si fosse accumulato nel fegato. La vitamina A può essere vantaggiosamente associata alla vitamina E e allo zinco, che aiuta il fegato a veicolare la vitamina.

Se dovete lavorare a lungo ogni giorno, leggendo o davanti allo schermo del computer, evitate di aggiungere a questo stress visivo uno stress aggiuntivo quando uscite di casa: d’estate utilizzate sempre occhiali da sole; gli occhiali sono utilissimi anche per evitare il vento e le correnti d’aria di mezzi pubblici ecc. che possono irritare o arrossare gli occhi. Non mettete al massimo per lungo tempo il riscaldamento dell’auto. Non aggiungete lo stress della televisione a quello dello studio, perché guardare molto la TV, secondo alcuni medici, brucerebbe più vitamina A.

Ricordate che la vitamina A viene distrutta, oltre che da certe luci artificiali (vedi più avanti), dall’alcool, dal guardare molto la TV, dagli antiacidi per lo stomaco, dagli anticoagulanti, dall’aspirina, dai barbiturici, da alcuni farmaci contro il colesterolo, come la colestermina.

Abbassate la luce ambiente: l’ideale sono le veneziane, ma si può andare anche oltre: se non siete claustrofobici, quando i vostri occhi sono veramente stanchi, provate a chiudere gli scuri e mettere una illuminazione fredda.

Non utilizzate la luce diretta, ma la luce morbida e diffusa di una lampada posta sulla parete o su un supporto a 2 metri di altezza o sopra un mobile alto, schermata per evitare che la luce diretta vi colpisca gli occhi.

Il tuorlo d'uovo è uno straordinario coadiuvante, perché apporta sostanze nutritive utili all'occhio, a cominciare dalla vitamina A. Sono noti i casi di persone che sono guarite da semi-cecità con una dieta ricca di tuorlo d'uovo.

Secondo numerosi studi, un uovo al giorno può prevenire la degenerazione maculare a causa dell’alto contenuto di carotenoidi, in particolare luteina e zeaxantina. Questi due nutrienti risultano essere particolarmente assimilabili dal nostro organismo soprattutto dalle uova. Altri studi hanno rivelato che le persone che mangiano uova ogni giorno riducono il loro rischio di sviluppare cataratta, soprattutto a causa di luteina e zeaxantina.

Un tuorlo d’uovo al giorno vi sembra eccessivo? Sentite qua:

-   L’Harvard School of Public Health considera sicuro, nel caso di persone diabetiche o con problemi di cuore un consumo di non più di tre tuorli d’uovo a settimana.

-   Le raccomandazioni dell’American Heart Association riguardo il colesterolo in persone sane sono di non più di un tuorlo e mezzo al giorno.

-   Studi recenti sull’andamento del colesterolo di persone sane che consumavano da uno a tre tuorli d’uovo al giorno non hanno mostrato un significativo impatto sui livelli di colesterolo. I ricercatori hanno concluso che fino a tre tuorli al giorno non provocano alcun danno all’organismo.

-   Studi recenti rivelano che è il consumo di grassi saturi quello che ha il maggiore impatto sul livello ematico di colesterolo, più che l’assunzione di colesterolo. E un uovo – fatto poco noto – ha pochissimi grassi saturi: un uovo grande ha appena 1,6 grammi di grassi saturi, una quantità paragonabile a poco più di 100 grammi di latte parzialmente scremato. Tanto per fare il paragone, un cucchiaio di burro ha 7 grammi di grassi saturi.

Ne possiamo concludere che un tuorlo al giorno di uovo piccolo, per una persona sana è perfettamente sicuro, e nel caso si abbiano problemi di salute, tre tuorli a settimana sono una quantità che non darà alcun problema.

Capsule con estratto secco di mirtillo, o mirtilli surgelati (si trovano facilmente nei supermercati: quelli freschi costano troppo) o succo di mirtillo aiutano a migliorare la microcircolazione nella retina e a mantenere gli occhi sani. Inoltre, la vitamina A  e il succo di mirtillo, che veniva fatto bere ai piloti della Seconda Guerra Mondiale per migliorare la visione notturna, partecipano alla rigenerazione della porpora retinica, recettore della luce per la visione a bassa intensità luminosa. La porpora retinica è un pigmento fotosensibile (rodopsina), che si trova nei bastoncelli della retina, che ha la caratteristica di decomporsi con una luce a bassa intensità, generando un impulso nervoso. In questo modo potrete abbassare la luce con cui studiate, ed aumentare ancora il tempo di lavoro prima che soprggiunga arrossamento e stanchezza oculare.

Le piante forniscono un precursore di vitamina A che si chiama betacarotene. Mangiare diverse porzioni a settimana di ortaggi giallo-arancioni (zucca, carota, ecc.) aiuta ad apportare provitamina A.

Gli occhi, con l'età, perdono una parte della funzionalità di umidificazione. A questo proposito, più efficienti dei colliri sono le cosiddette "lacrime artificiali", delle gocce che creano una pellicola che protegge l'occhio più a lungo di un normale collirio. Un ottimo prodotto, che viene da un marchio come Novartis, è "Gen Teal", che è disponibile anche nella formulazione con acido ialuronico (Gen Teal HA).

Il tipo e l’intensità della luce con cui si lavora sono tra i fattori più importanti da tenere sotto controllo per evitare l’arrossamento degli occhi. Certe luci artificiali bruciano più vitamina A. Se avete una fonte luminosa ricca di infrarossi (come le lampadine domestiche) e ultravioletti gli occhi si affaticheranno e lacrimeranno dopo pochissimo tempo, molto più velocemente che con una luce appositamente studiata.

Una luce lievemente azzurrina, non solo farà irritare gli occhi molto meno della luce calda e ricca di infrarossi delle normale lampadine, ma secondo alcuni studi pare che incrementi anche la concentrazione. Tanto è vero che recentemente la Philips ha messo in commercio una lampada che produce questa illuminazione per lo studio, la Philips GoLITE BLU Energy Light (la potete trovare su Amazon).

Anche l’uso di un dimmer è indispensabile, per aggiustare la luce al grado di stanchezza degli occhi.

Un sistema completo da questo punto di vista e ancora più avanzato è il sistema hue Philips (no, non ricevo soldi per pubblicizzare i prodotti Philips!), anch’esso illustrato in questo documento (clicca sul link).

Ricordate infine che se dovete leggere per diverse ore, la raccomandazione che usualmente si sente: "per leggere è necessaria una buona illuminazione" non va assolutamente interpretata nel senso di una illuminazione intensa: per evitare arrossamenti e lacrimazioni dovete tenere l'illuminazione alquanto bassa, al minimo indispensabile per leggere senza sforzo. Una illuminazione violenta su un foglio bianco per diverse ore al giorno, non solo provoca bruciori e irritazioni, ma può a lungo andare danneggiare l'occhio: ne sanno qualosa i raccoglitori di uova di tartaruga dei paesi tropicali, che diventano ciechi per il continuo riverbero della spiaggia bianca sulle loro retine.

La sera, se state di fronte ad un monitor, abbassate al minimo la sua luminosità e, per evitare affaticamento nervoso, se non dovete consultare documenti che avete sul tavolo, abbassate col dimmer la luce ambiente, in modo da ridurre ulteriormente la quantità di illuminazione (inutile) che l’occhio riceve. Questo, di abbassare la luce ambiente mentre si lavora col monitor è un consiglio che molti sottovalutano, ma che in realtà consente di lavorare per ore davanti allo schermo senza risentire fatica o arrossamento.

Anche l’uso di lenti da vista scurite (non sto parlando di lenti semplicemente antiriflesso, che pure sono utili) da mettere al posto di quelle chiare verso la fine della giornata di lavoro al computer, può allungare i tempi di affaticamento dell’occhio.

 

 

E' preferibile acquistare il farmaco generico, oppure quello originale?

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Acquistare farmaci generici è decisamente sconsigliabile per varie ragioni: a) gli standard di efficacia terapeutica a cui devono soddisfare sono ridotti rispetto agli originali; b) gli eccipienti sono di dubbia qualità; c) la sperimentazione clinica, essendo farmaci a basso costo, è fatta in modo insufficiente; d) si sono addirittura verificati casi di generici che non bloccano le crisi epilettiche mentre il farmaco originale lo fa. A buon intenditor poche parole.

 

 

Consumare soia? In che forma? In che quantità? Alcune cose che dovete sapere prima di prendere la vostra decisione.

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riassunto dell’articolo: la soia è un potente allergene, e inoltre contiene fitati, che limitano l’assorbimento di importanti minerali, e isoflavoni, che hanno potenti effetti ormonali ancora poco chiari. la soia non fermentata (tofu, latte di soia) contiene troppi fitati e il suo consumo va limitato a due porzioni a settimana, cercando se possibile di cuocerla e accompagnarla con altre fonti proteiche e minerali. esistono anche altre strategie per  inattivare i fitati (vedi).

la soia fermentata (tempeh, natto) e la “carne di soia” ottenuta da proteine di soia isolate industrialmente sono prive di fitati, ma hanno ancora gli isoflavoni: data l’incertezza sui loro effetti sull’organismo, anche questi alimenti vanno consumati nella misura di non più di tre porzioni a settimana. la soia non può e non deve diventare la base della vostra dieta e tantomeno di quella dei vostri bambini.

le proteine della “carne di soia” sono denaturate e di basso valore biologico, inoltre occorre controllare attentamente l’etichetta di questo prodotto perché non vi compaia la dicitura “grassi vegetali” (si tratta di oli tropicali dannosi). qualche medico ha denunciato il rischio che il processo industriale di isolamento delle proteine della carne di soia rilasci alte quantità di alluminio (che è una potente neurotossina e induce alzheimer e demenza senile), nitriti e lisinoalanina (una tossina dannosa) nel prodotto commercializzato a cui viene pure addizionato glutammato sodico.

ricordate comunque che secondo il china study, non necessitano proteine per più del 10% delle calorie giornaliere consumate, quindi consumare troppe proteine di soia è quantomeno inutile.

deve astenersi precauzionalmente dal consumo di soia chi ha disfunzioni della tiroide, anemia, rischi ereditari di cancro al seno.

la soia va assolutamente integrata con altre fonti di proteine, siano esse animali (ottimo il pesce o l’albume d’uovo) o vegetali (semi, seitan, legumi complementati con pasta).

e’ consigliabile acquistare prodotti da soia biologica, non tanto perché non ogm, ma perché la soia ogm può contenere residui molto pericolosi di pesticidi.

 

  La soia è un potente allergene: controllate se il consumo di soia genera flatulenze, problemi intestinali o astenia, e in tal caso astenetevi decisamente

Mentre gli orientali, Cinesi e Giapponesi in testa, sono da millenni assuefatti al consumo di soia, questo alimento rappresenta per gli occidentali una novità assoluta, e, come è capitato per altri alimenti di recente immissione, come i kiwi, esso può dare problemi di intolleranza.

  La soia eccessivamente manipolata (hamburger, hot-dog, gelati alla soia e simili) non apporta i danni derivanti dai fitati (ridotto assorbimento di minerali), ma neanche alcun beneficio alla vostra salute, in quanto le proteine sono denaturate. Inoltre il procedimento di estrazione delle proteine non inattiva gli isoflavoni, i cui effetti sulla salute sono estremamente controversi. Va quindi applicata la regola del consumo con moderazione (non più di 3 porzioni a settimana).

La maggior parte degli alimenti trasformati a base di soia venduti come sostituti della carne, sono fatti con proteine ​​di soia isolate e trasformate, spesso con l'aggiunta di monodigliceridi degli acidi grassi e altre sostanze che li rendono più palatabili. Chi diventa vegano spesso consumando questi alimenti cerca di non privarsi dei piaceri della tavola di cui godeva in passsato, e inizia a consumare formaggio di soia, panna di soia, hamburger di soia, hot dog di soia, gelato di soia, yogurt di soia.

L’esano è un composto impiegato da alcune industrie per separare la componente oleosa da quella proteica nei fagioli di soia. Le proteine vengono poi utilizzate per produrre “carni” vegetali e altri prodotti basati su isolati proteici. L’esano è potenzialmente pericoloso sia per i lavoratori che per l’ambiente, ma non ci sono evidenze di pericolosità per i consumatori e l’Unione Europea pone dei limiti di 30 mg/kg (30 ppm) come residuo massimo nei prodotti di soia. Comunque, qualora si consumino isolati proteici, come forma cautelare sarebbe preferibile scegliere aziende biologiche, che prediligono processi meccanici come l’estrusione ad alte temperature o i trattamenti a vapore.

Ma con queste manipolazioni vengono perse tutte le qualità positive ascritte alla soia: funzione protettiva dei tumori, abbassamento del colesterolo totale e del colesterolo LDL “cattivo”, aumento del colesterolo HDL “buono”, riduzione dei trigliceridi. Ecco cosa dice in proposito Umberto Veronesi nel suo libro La dieta del digiuno:

 

La soia dovrebbe far parte della nostra alimentazione in modo regolare perché ha tante virtù benefiche. Ma non sto parlando di alimenti di altro tipo cui siano state aggiunte le proteine della soia: al contrario, i benefici si hanno grazie al consumo di soia non trattata con troppe procedure che ne eliminano quasi le virtù. I fagioli della soia, insomma.

 

Nell’espressione “fagioli della soia”, come spiega successivamente l’illustre oncologo, si intendono ricompresi prodotti come tofu e latte di soia, a cui potremmo sicuramente aggiungere miso, tempeh e natto, tutti alimenti ricavati da millenni con procedimenti rigorosamente naturali senza alcuna separazione chimica delle proteine della soia.

  La soia eccessivamente manipolata (hamburger, hot-dog, gelati alla soia e simili) potrebbe contenere comunque sostanze nocive, la cui presenza va attentamente controllata. Anche le intolleranze andrebbero controllate, perché le proteine isolate sono più allergeniche.

Ecco il procedimento di produzione delle proteine isolate di soia che sono l’ingrediente base della cosiddetta “carne di soia”, come riportato dai medici Sally Fallon e Mary Enig, nel quadro di un articolo fortemente critico sul consumo di soia:

L’isolato di proteine di soia, o proteine isolate della soia (SPI) è un prodotto industriale ottenuto a partire dagli scarti della produzione di olio di soia, che contengono proteine sgrassate. Essi vengono dapprima mescolati con una soluzione alcalina per eliminare le fibre, poi precipitati e separati utilizzando un lavaggio acido e finalmente neutralizzati in una soluzione alcalina. Il lavaggio acido in serbatoi di alluminio introduce alti livelli di alluminio nel prodotto finale. Il prodotto finale è essiccato con il metodo spray ad alta temperatura per produrre polvere di proteine. A questo processo può seguire un processo di estrusione ad alta temperatura e ad alta pressione delle proteine isolate di soia per ottenere un prodotto chiamato TVP (proteine tissutali vegetali). Questo processo ad alta temperatura rimuove la maggior parte degli inibitori della tripsina presenti nella soia, ma non tutti. La percentuale di inibitori della tripsina presente nel prodotto finale può variare di cinque volte. Nei ratti di laboratorio persino queste proteine producono un livello di crescita più basso rispetto agli animali del gruppo di controllo). Il procedimento ad alta temperatura denatura gli aminoacidi delle proteine, rendendoli largamente inutilizzabili dall’organismo. E’ questa la ragione per cui gli animali nutriti con le proteine della soia necessitano un supplemento di lisina per la crescita normale. Durante il processo di essiccazione spray si formano nitriti, potenti sostanze cancerogene, e una tossina chiamata lisinoalanina si forma durante i processi di alcalinizzazione. Numerosi aromi artificiali, tra cui il glutammato monosodico, sono aggiunti alle proteine isolate di soia per mascherare il loro forte e sgradevole sapore di fagiolo crudo. Esperimenti di laboratorio hanno mostrato che la nutrizione con SPI aumenta il fabbisogno di vitamine E, K, D, B12 e crea sintomi da deficienza di calcio, magnesio, manganese, molibdeno, rame, ferro e zinco. Gli animali di laboratorio mostravano ipertrofia di tiroide e pancreas e un incremento dei depositi di acidi grassi nel fegato.

Come si vede, uno dei pericoli è la possibile presenza di alluminio, una temibile neurotossina che può provocare demenza senile e Alzheimer.

Un altro pericolo è la presenza di “oli tropicali” (olio di palma, di cocco, di palmisti, di miristica), che sono terribilmente aterogeni. Quando leggete “oli vegetali” tra gli ingredienti, siete praticamente certi che si tratti di tali olii, che costituiscono l’80% di quelli impiegati dall’industria alimentare. Dal 2014 dovrebbe comunque entrare in vigore la normativa europea che impone di dichiarare il tipo specifico di olio utilizzato.

L’olio di cocco, che si può trovare in una nota marca di gelati “vegetariani” a base di soia, è il meno dannoso degli oli tropicali, perché è quasi neutro rispetto ai lipidi plasmatici (ma non del tutto). Si tratta comunque di un alimento controverso, perché contiene acido miristico (13-18%) e acido palmitico (8-10%), che sono fortemente aterogeni. La scelta se assumerlo è lasciata al consumatore.

Sia l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) che l’Aha (American heart association), così come le maggiori entità legiferanti in ambito di sicurezza degli alimenti, si sono pronunciate, consigliando, come detto, un consumo limitato di tutti questi oli, principalmente per l’alta percentuale di grassi saturi e la conseguente tendenza a alzare i livelli di colesterolo e aumentare così il rischio di patologia cardiovascolare.

Un altro pericolo è la possibile presenza di grassi idrogenati.

  Una valida alternativa o variazione alle proteine vegetali della soia è il seitan, composto dalle proteine vegetali del grano e di altri cereali. Anche mangiare insieme soia e albume d’uovo ben cotto può apportare grandi quantità di proteine.

Il seitan è un alimento altamente proteico ricavato dal glutine del grano tenero o da altri cereali, un vero e proprio concentrato, alternativo alle altre fonti proteiche. Secondo la ricetta tradizionale, il seitan si ottiene estraendo il glutine dalla farina di frumento, successivamente lo si impasta e lo si lessa in acqua insaporita con salsa di soia, alga kombu e altri aromi. Di aspetto simile alla carne, il suo sapore è invece più delicato e la sua consistenza più morbida, anche se spesso quest’ultima varia da un tipo di seitan all’altro.

Quanto al valore proteico dell’albume d’uovo, consultate in questo documento l’articolo sulle virtù delle uova.

  I prodotti tradizionali a base di soia (tofu, tempeh, latte di soia, natto, yoghurt), anche se più “naturali” dei prodotti industriali manipolati chimicamente (hamburger, hot-dog, gelati) non devono comunque diventare la base della vostra dieta: la soia è un alimento ancora controverso, e qui più che mai va applicata la regola base di una alimentazione razionale: variare gli alimenti ed assumerli con misura; inserire la soia nel quadro di una dieta bilanciata che comprenda carne o pesce o comunque altre fonti di proteine. I prodotti con soia non fermentata (tofu e latte di soia) non dovrebbero essere assunti più di due volte a settimana. Complessivamente le assunzioni di prodotti derivanti dalla soia non sovrebbe superare le 4 porzioni a settimana.

La cosa più sorprendente della soia non sono le sue (supposte) virtù alimentari, ma il fatto che ancor oggi, a distanza di vent’anni dalla sua immissione su larga scala nel mercato (inizio anni ’90) il dibattito sui benefici, ma soprattutto sugli effetti negativi del suo consumo infuria ancora con estrema asprezza, esattamente come venti anni prima.

Ecco un elenco di presunte qualità negative della soia:

   La soia contiene fitati, un antinutriente che impedisce l’assimilazione di minerali come calcio, magnesio, rame, ferro e zinco.

L’acido fitico, presente nella crusca o nella cuticola di tutti i semi, inclusi i cereali e la soia, è una sostanza che può bloccare l’assorbimento di minerali essenziali, come calcio, magnesio, rame, ferro, e specialmente zinco, nel tratto intestinale. La soia contiene percentuali di fitati nettamente superiori a quelle di altri legumi e dei cereali. La massima concentrazione si ha nel fagiolo di soia e nella farina di soia.

   La soia favorisce il cancro

Sebbene studi epidemiologici abbiano dimostrato che i giapponesi, che consumano fino a 30 volte più soia degli americani, abbiano una più bassa incidenza di cancro al seno, all’utero e alla prostata, essi hanno però una incidenza più alta di altri tipi di cancro, in particolare dell’esofago e del fegato. Gli asiatici hanno anche una maggiore incidenza di cancro alla tiroide.

I fitoestrogeni della soia comportano un più elevato rischio di cancro al seno per le donne in menopausa e di cancro al pancreas negli animali di laboratorio.

   La soia provoca deficienze nel funzionamento della tiroide

Gli isoflavoni della soia possono inibire la perossidasi tiroidea (enzima coinvolto nella sintesi degli ormoni tiroidei), e provocare ipotiroidismo, anche cronico e sono documentati casi di gozzo negli infanti alimentati con latte di soia. Negli USA, quando ad una persona viene diagnosticato ipotiroidismo, la prima raccomandazione è smettere di consumare soia.

   Gli isoflavoni della soia danneggiano il meccanismo di funzionamento di numerosi ormoni dell’organismo, turbando profondamente il suo equilibrio ormonale

100 grammi di proteine di soia forniscono una quantità di isoflavoni corrispondenti al contenuto di una pillola anticoncezionale.

Particolarmente impressionante è la testimonianza della giornalista Marian Burros che racconta che quando stava scrivendo il suo articolo sulla soia, tutti e diciotto gli scienziati intervistati si sono rifiutati di sottoscrivere l’affermazione che assumere isoflavoni non comporta alcun rischio.

   La soia provoca perdita della libido e femminilizzazione negli uomini e diminuisce la funzione spermatica.

Recentemente sono stati segnalati negli USA due casi di ginecomastia e disfunzione erettile che sono cessate interrompendo il consumo di soia. Una pubblicazione epidemiologica del 2008 ha trovato che gli uomini in una clinica di fertilità avevano minori concentrazioni di sperma se consumavano maggiori quantità di soia. Sono in corso studi sulla possibilità che gli isoflavoni contenuti nella soia alterino la produzione di testosterone negli uomini: gli isoflavoni sono dei composti che si legano ai recettori degli estrogeni, ii principali ormoni sessuali femminili, e per questo sono studiati ed utilizzati da anni per bilanciare gli ormoni delle donne in menopausa. I risultati degli esperimenti sembrano negativi, gli isoflavoni sembrano modulare la produzione di estrogeni nelle donne in menopausa, ma non alterare la produzione di testosterone e quindi la fertilità nei maschi adulti, ma gli studi sono appena iniziati, volete fare parte delle cavie che tra qualche decina di anni ci riveleranno gli effetti reali della soia non fermentata sulla salute umana?

   La soia provoca danni allo sviluppo di neonati e bambini di entrambi i sessi e malformazioni del feto

L’inibizione dell’assorbimento di minerali provoca malnutrizione. Intolleranze non diagnosticate possono provocare eruzioni cutanee, disturbi intestinali, febbre e vomito.

I neonati e bambini nutriti con latte di soia hanno nel loro sangue una quantità di isoflavoni molto maggiore degli adulti, equivalente agli estrogeni contenuti in cinque pillole anticoncezionali. Questo può provocare deficienza tiroidea e può interferire con gli effetti del testosterone che maschilizza il feto dei futuri bambini, il che potrebbe avere serie conseguenze (è noto che madri che prendono alte dosi di pillole anticoncezionali possono partorire bambini con aspetto femminile e con le gonadi non fuoriuscite, una sindrome simile all’AIS o Androgen Insensitivy Syndrome).

Alcuni studi suggeriscono che il consumo di soia sia una delle cause della pubertà prematura che si riscontra con sempre maggior frequenza nelle bambine occidentali. Sono stati anche associati al consumo infantile di soia disturbi dell’umore, asma, deficienze immunitarie e pituitarie.

Persino i più strenui difensori della soia ammettono che non è raccomandata a bambini con ipotiroidismo congenito e a quelli nati prematuri, in quanto il latte vaccino si è rivelato migliore per lo sviluppo osseo.

   La soia provoca infarti

La soia contiene emoagglutinina, che provoca l’aggregazione delle cellule sanguigne con conseguente rischio di infarto e ictus per soggetti già predisposti.

   La soia provoca deficienze cognitive e demenza

Uno studio prospettico, condotto alle Hawaii su anziani di provenienza asiatica (Honolulu-Asia Aging Study), ha associato il consumo di tofu alla degenerazione cognitiva senile. Uno studio dall’Indonesia, indagando le capacità cognitive in un  gruppo di persone tra i 52 e i 98 anni, ha riscontrato che il consumo di tempeh era associato a migliori risultati nei test di memoria, mentre il consumo di tofu sortiva effetti opposti.

   La soia è un potente allergene, provoca intolleranze e disturbi intestinali

La maggior parte degli esperti pone le proteine della soia tra i primi otto allergeni tra tutti gli alimenti.

   La soia è inquinata dai pesticidi

Il 90% della produzione mondiale di soia è OGM. E la soia non biologica ha una delle più alte percentuali di contaminazioni da pesticidi rispetto a qualsiasi altro cibo. Quasi sempre si tratta della varietà roundup ready, della Multinazionale Monsanto, che è stata manipolata con l’ingegneria genetica per resistere a pesanti dosi di pesticidi senza che la pianta muoia. Il principio attivo degli erbicidi usati in questi casi si chiama glofosato, responsabile della distruzione del delicato equilibrio ormonale del ciclo riproduttivo femminile. E’ un distruttore endocrino che interferisce con l’aromatasi, un enzima che produce estrogeni. In più, il glifosato è tossico per la placenta, responsabile della trasmissione dei nutrienti vitali dalla mamma al bambino e dell’eliminazione dei prodotti di scarto. Una volta che la placenta viene danneggiata o distrutta, può avvenire un aborto. In quei bambini nati da madri esposte anche a una piccolissima dose di glicofosfato, si possono riscontrare diversi difetti di nascita.

   La maggior parte della soia che mangiamo è geneticamente modificata

Il 90% della produzione mondiale di soia è ottenuto da soia geneticamente modificata. E’ persino tollerata per legge una percentuale di inquinamento OGM anche nella soia biologica

Secondo le biologhe Sally Fallon e Mary Enig, la quantità di soia assunta dagli asiatici nella loro dieta non è così elevata come si pensa: uno studio del 1988 ha riscontrato un consumo giornaliero medio in Giappone di 8 grammi per gli uomini e 7 per le donne. Il famoso China Study ha trovato che il consumo di legume in Cina varia da 0 a 58 grammi al giorno, con una media di circa 12 grammi. Assumendo che due terzi dei consumi di legumi riguardino la soia, otteniamo una consumo massimo di 40 grammi giornalieri.

Altre fonti indicano quantità più alte, ma anch’esse sostengono che nei paesi asiatici la soia non è consumata in misura superiore a 1,5 porzioni al giorno. E le “porzioni” dei giapponesi sono notoriamente scarse. Come già detto, Cinesi e Giapponesi non fanno comunque della soia la base – o l’unica base – della loro alimentazione. I cinesi in particolare mangiano anche carne, mentre i giapponesi mangiano anche pesce.

  La soia, inserita in una alimentazione vegana e a base di cereali integrali, richiede più cautele e controlli che se inserita in una alimentazione onnivora o latto-ovo-vegetariana.

I fitati dei cereali integrali si aggiungono a quelli della soia per inibire l’assorbimento di minerali da parte dell’organismo

  Il pesce è una alternativa altrettanto salutare della soia. Molti popoli orientali (Giapponesi in testa) non sono vegani né vegetariani, ma assumono la soia insieme al pesce.

L’unica voce negativa è quella di Colin Campbell, uno degli autori del China Study, che afferma perentoriamente che tutte le proteine di origine animale, yoghurt magro e pesce compreso,  in confronto alle proteine di origine vegetale conducono ad un aumentato rischio di cancro.

  Tenete presente che recenti pubblicazioni, come il China Study, sostengono che le proteine in una dieta non devono superare il 10% delle calorie totali, e non assumete più proteine della soia di quanto sia necessario.

  Acquistate solo e rigorosamente prodotti ottenuti con soia biologica e non ogm

La soia geneticamente modificata può dare maggiori problemi di intolleranza

  Sempre per la questione dei suoi controversi effetti negativi, è consigliabile utilizzare la soia per l’alimentazione adulta piuttosto che per quella dei lattanti o dei bambini. La cosa in assoluto più irresponsabile è somministrare la soia a lattanti e bambini nel quadro di un’alimentazione vegana (solo alimenti vegetali, senza carne, uova, latte o pesce), con poche fonti alternative di proteine.

  I prodotti di soia non fermentata (tofu e latte di soia) vanno assunti adottando misure per minimizzarne gli effetti negativi

I prodotti a base di soia non fermentata contengono alte percentuali di fitati, che limitano l’assorbimento di minerali. Ecco una serie di misure da adottare per minimizzare questo inconveniente:

   La fermentazione riduce significativamente la quantità di fitati. In Cina molti hanno l’abitudine di far fermentare anche il tofu prima di mangiarlo.

   Alcuni esperti affermano che anche col semplice calore, riscaldando o cuocendo i cibi, i fitati si riducono. In Giappone molti hanno l’abitudine di consumare la soia cotta (ad es. bollita in un brodo di pesce).

   In Giappone un tipo di pasto tradizionale con il tofu prevede la sua assunzione insieme a un brodo di pesce ricco di minerali, seguito da una porzione di pesce.

   L’inibizione dell’assorbimento di minerali può essere contrastata da molti elementi nutritivi, come acidi organici, acido lattico, acido ascorbico e proteine.

   50 grammi di vitamina C sono in grado di inattivare i fitati di un pasto medio. 80 mg di vitamina C sono in grado di inattivare 25 g di fitati. Fonti particolarmente ricche di vitamina C sono la guaiava, peperoni, kiwi, arance, pompelmi, fragole, meloni, cavoini di bruxelles, papaya, broccoli, patate dolci, ananas, cavolfiore, cavolo riccio, succo di limone.

   L’aceto può contribuire ad inattivare i fitati e a migliorare l’assorbimento di minerali.

   Non mangiate la soia insieme ad altri cibi ricchi di fitati, come cereali integrali, legumi, mandorle, anacardi, noci del brasile

   Sono disponibili in commercio preparati a base di enzima fitasi che possono essere assunti durante i pasti.

   Coloro che utilizzano un multivitaminico e multiminerale potrebbero essere meno vulnerabili ai fitati.

   Aggiungere proteine animali (tranne quelle dei prodotti caseari, che sembrano addirittura favorire l’inibizione dell’assorbimento di ferro e zinco) può migliorare l’assorbimento di ferro, zinco e rame.

   Assumere fermenti probiotici per mantenere in buone condizioni la propria flora intestinale può garantire un pH basso del tratto digestivo.

  I prodotti a base di soia (tofu, tempeh, natto) La soia andrebbe preparata nei modi tradizionali in cui viene preparata in Cina e Giappone per minimizzare gli effetti negativi del suo consumo.

In Cina, non di rado il tofu viene fatto fermentare prima di essere mangiato.

In Giappone il tofu viene spesso cotto prima di essere mangiato.

Un tradizionale pasto giapponese con il tofu prevede la sua assunzione insieme a un brodo di pesce ricco di minerali, seguito da una porzione di pesce.

In Cina e Giappone il tofu è spesso accompagnato da altri alimenti proteici

In Giappone il tofu è alternato a prodotti di soia fermentata (tempeh e natto)

  Il fagiolo di soia o la farina di soia non andrebbero consumati, ma solo la soia lavorata con metodi tradizionali (tofu, tempeh, miso, natto).

La soia contiene percentuali di fitati nettamente superiori a quelle di altri legumi e dei cereali. La massima concentrazione si ha nel fagiolo di soia e nella farina di soia.

Il fagiolo di soia bollito o la farina di soia sono prodotti troppo grezzi: solo con la lavorazione il loro tenore di fitati, un antinutriente che impedisce l’assimilazione di minerali come calcio, magnesio, rame, ferro e zinco.

Inoltre, la soia grezza (farina e fagiolo) possiede molti più allergeni della soia trasformata con metodi naturali.

Quanto al pane multicereali, non dovreste prendere quello che contiene anche la farina di soia: infatti, la farina di soia ha tempi di panificazione più lunghi delle altre farine, e quindi il pane o il panino viene estratto prima che la sua farina sia completamente cotta. Questo fa sì che gli elementi antinutrizionali contenuti nella soia (vedi altro articolo sulla soia) non siano inattivati. Il pane risulta quindi di più difficile assimilazione.

  Coloro che hanno problemi di ipotiroidismo o di anemia o di malassorbimento di minerali, o rischi ereditari di cancro alla mammella devono astenersi dal consumare la soia

  Tenete d’occhio la letteratura medica per eventuali segnalazioni negative riguardo la soia, e per eventuali segnalazioni riguardo i possibili effetti positivi dei fitati che alcuni studi recenti sostengono compensano quelli negativi (malassorbimento di minerali)

Poiché la controversia scientifica sulle presunte qualità negative della soia ancora è in corso, il consiglio è tenere d’occhio i blog di medicina e la letteratura scientifica e divulgativa per avere sempre informazioni aggiornate.

Quanto ai fitati, che sono, come detto, degli inibitori dell’assorbimento di minerali, studi recenti hanno messo in evidenza anche non pochi effetti positivi:

   effetti antiossidativi: legando i minerali impediscono la formazione di radicali liberi

   effetti preventivi della calcificazione patologica: calcoli renali, calcificazione delle arterie e dei vasi del cuore, formazione di placche aterosclerotiche)

   Diminuzione dell’insulino-resistenza: regola la secrezione pancreatica di insulina e può ridurre il picco glicemico, facendovi sentire sazi più a lungo

   abbassamento dei livelli di colesterolo

   attività anticancro: aumentano l’attività delle cellule-killer e inibiscono la crescita dei tumori. L’incidenza del cancro alla mammella e alla prostata è minore. Anche quella del cancro al colon, perché diminuire la presenza di ferro nel colon sembra essere un fattore protettivo. I fitati sembrano diminuire gli effetti collaterali della chemioterapia.

   protezione dall’accumulo di metalli pesanti.

Alcuni esperti arrivano a suggerire che le proprietà protettive dei cereali integrali sono dovute in larga parte ai fitati.

 

 

Il problema dei fattori antinutrizionali nei vegetali, in particolare il problema dei fitati. Occorre rinunciare ai cereali integrali e alla soia?

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La scienza alimentare è ben lungi dall’aver raggiunto certezze conclusive su un gran numero di importanti questioni.

Tanto per fare qualche esempio, non è assolutamente ancora chiaro se gli OGM facciano bene o male per la salute; non è ancora chiaro se il consumo di soia possa comportare effetti negativi; non è ancora chiaro se la sterilizzazione dei cibi con raggi gamma a scopo di conservazione sia innocua o meno; ci sono coloro che ritengono che il forno a microonde danneggi il cibo e coloro che citano studi che dimostrano il contrario; è molto controversa la questione degli integratori alimentari (vitamine, minerali e aminoacidi); non si è ancora ben stabilita la giusta quantità di attività fisica giornaliera: e si potrebbe continuare ancora per molto.

Uno dei problemi sul tappeto è quello dei fattori antinutrizionali negli alimenti, e in particolare quello dei fitati. I fautori della dieta vegetariana e a base di cereali integrali, si vedono opporre l’obiezione che i cereali integrali e la soia contengono quantità molto alte di “fitati”, dei composti chimici che ostacolano l’assorbimento dei principi nutritivi, in particolare dei minerali, creando delle serie deficienze.

L’acido fitico, presente nella crusca o nella cuticola di tutti i semi, inclusi i cereali e la soia, è una sostanza che può bloccare l’assorbimento di minerali essenziali, come calcio, magnesio, rame, ferro, e specialmente zinco, nel tratto intestinale.

I fitati fanno parte della più vasta categoria dei “fattori antinutrizionali”, che sono dei composti, presenti nei cibi, che inibiscono l’assorbimento dei nutrienti o provocano altri danni. Altri casi ben noti di fattori antinutrizionali sono quello dell’alcaloide tossico solanina nelle patata (ancora nei Seicento, con le prime varietà di patate selvatiche importate dal Nuovo Mondo, i contadini morivano per intossicazione) o quello dell’avenina (un componente dell’albume dell’uovo che, se non inattivato con la cottura, inibisce l’assimilazione dei principi nutritivi). Sebbene il nostro corpo, dopo centinaia di migliaia di anni di consumo di vegetali abbia sviluppato una discreta immunità ad alcuni “antinutrienti”, o “pesticidi naturali”, come vengono chiamati, questo non è vero – o non lo è completamente –per altri di essi.

Quanto c’è di vero nell’allarme riguardante i fitati? Ebbene, non scandalizzatevi, ma la risposta di chi scrive è: “non saprei”!

Questo è un tipico caso in cui l’atteggiamento più ragionevole è: a) seguire lo sviluppo del dibattito scientifico in attesa di certezze conclusive; b) consumare con moderazione e variare gli alimenti (vedi ad esempio l’articolo sulla soia).

Riportiamo alcuni brani tratti dalla letteratura sull’argomento, che forniscono qualche informazione aggiuntiva.

 

breve lezione sui fattori antinutrizionali nei vegetali

Nella pianta e nei semi i fattori antinutrizionali agiscono primariamente come biopesticidi, proteggendo contro muffe, batteri, attacchi di predatori.

Classificazione dei fattori antinutrizionali 

  fattori che hanno un effetto depressivo sulla digestione proteica e sulla utilizzazione delle proteine (inibitori della tripsina e della chimotripsina, lectine o emoagglutinine, composti fenolici, saponine); 

  fattori che hanno un effetto negativo sulla digestione dei carboidrati (inibitori dell’amilasi, composti polifenolici, fattori di flautolenza); 

  fattori che hanno un effetto negativo sulla digestione e sulla utilizzazione dei minerali (glicosinolati, acido ossalico, acido fitico, gossipolo); 

  fattori che inattivano le vitamine o causa un incremento nel fabbisogno di vitamine (antivitamine); 

  fattori che stimolano il sistema immunitario (antigeni). 

 

fattori antinutrizionali in alcuni alimenti di

comune consumo (i cereali sono integrali)

alimento

inibitori

tripsina

lectine

composti

polifenolici

altri

Frumento

+-

-

-

-

Mais

+-

-

-

-

Segale

++

-

-

-

Orzo

+-

-

++

-

Soia

+++

++

+

+++

Fava

+

+

++

+++

Pisello

+

++

++

+

Girasole

+.

-

++

++

Arachidi

-

-

++

-

 

contenuto di fitati in alcuni vegetali

alimento

grammi di acido fitico

per 100 grammi

di alimento secco

Grano

0,52 – 1,05

Granturco

0,62 – 1,17

Orzo

0,85 – 1,18

Avena

0,90 – 1,42

Piselli

0,72 – 1,23

Lupini

0,76 – 1,63

Segale

0,54 – 1,46

Miglio

0,18 – 1,67

Riso

0,06 – 1,08

Arachidi

0,17 – 4,47

Mandorle

0,35 – 9,42

Noci

0,20 – 6,69

Anacardi

0,19 – 4,98

Noci del Brasile

0,29 – 6,34

Pistacchi

0,29 – 2,83

Nocciole

0,23 – 0,92

Noci di macadamia

0,15 – 2,62

Noci di pecan

0,18 – 4,52

Pinoli

0,2

Fagioli di soia

1,0 – 2,22

Proteine di soia isolate

0,82

Tofu

0,1 – 2,9

Semi di lino

2,15 – 3,69

Semi di colza

2,50

Semi di girasole

3,9 – 4,3

 

principali effetti dei fattori antinutrizionali sugli animali

(eccettuati i ruminanti)

Lectine

- danni alla parete dello stomaco

- reazioni immunitarie

- alterazione assorbimento nutrienti

- tossicità metabolica

Inibitori enzimi

proteolitici

- riduzione attività enzimi (tripsina e chimotripsina, necessari per la digestione delle proteine)

- ipertrofia pancreatica

Inibitori di

alfa-amilasi

- inibizione amilasi salivare e pancreatica

- riduzione disponibilità amidi

Tannini e composti

polifenolici

- formazione di complessi con enzimi o con proteine alimentari

- riduzione digeribilità proteine

Fattori di flatulenza

- disordini gastrointestinali

Antigeni

- danni alla parete dello stomaco

- risposte immunitarie

Acido fitico

- formazione di complessi con minerali e proteine

- riduzione assorbimento minerali e proteine

Vicina/Convicina

- anemia emolitica

- riduzione fertilità

- alterazioine schiusa uova nei volatili

Saponine

- emolisi

- alterazione permeabilità intestinale

Glicosinolati

- inibizione produzione T3-T4, gozzo

- lesioni renali ed epatiche

Acido ossalico

- ipocalcemia

- gastroenterite

- danni renali (calcoli renali)

Gossipolo

- anemia da ridotta disponibilità di ferro

- riduzione peso uova nei volatili

Alcaloidi

- disturbi nervosi

- riduzione appetibilitù

Sinapine

- odore di pesce (uova, carne)

 

Tra i fattori antinutrizionali più importanti abbiamo:

  Lectine (o emoagglutinine) Generalmente glicoproteine, ad alta affinità per gli zuccheri, resistenti alla proteolisi. Esistono nelle leguminose diversi tipi di lectine, a diversa tossicità; diverso può essere l’effetto tossico della stessa lectina tra le specie animali. L’attività delle lectine può essere misurata mediante emoagglutinazione dei globuli rossi o mediante ELISA. Le lectine riducono la digeribilità dei nutrienti. Vengono inattivate dal trattamento termico (100 °C; 15 min -  estrusione 145°C; 16 s). 

  Inibitori delle proteasi I principali tipi riscontrabili in leguminose (soia soprattutto) e cereali sono inibitori della tripsina e della chimotripsina. Si tratta di peptidi che formano complessi inattivi e stabili con enzimi pancreatici, con conseguente aumento del rilascio di colecistochinina (stimolo pancreatico). Determinano un aumento delle perdite endogene di proteine. Inattivate dal trattamento termico (120°C; >15 min). 

  Tannini Polifenoli di varia complessità chimica. Contenuto estremamente variabile negli alimenti (sorgo, cotone, fave). Formano negli alimenti complessi  con proteine e carboidrati; formano complessi anche con enzimi digestivi. Determinano una riduzione della digeribilità, dell’ingestione di alimento, danni all’app. gastrointestinale, riduzione dell’assorbimento di minerali.

 

breve lezione sui fitati nei cereali integrali

Cariosside è il nome dato al frutto secco (chicco) delle graminacee. La cariosside dei cereali è composta da tre parti: l’embrione, l’endosperma e il tegumento. L’endosperma è formato da tue tessuti: l’endosperma amilaceo, formato da cellule dalla parete sottile e ricche di amido utilizzato per l’alimentazione umana, e lo strato di aleurone. Le cellule dell’aleurone hanno pareti spesse e contengono numerosi organuli che accumulano proteine e sono chiamati granuli di aleurone o corpi proteici. L’embrione o germe è una piccola formazione, di solito posto in prossimità della superficie del seme, che, ingrandito al microscopio, riproduce la struttura della pianta adulta: in esso sono riconoscibili un abbozzo del futuro fusto, uno della radice e una o più foglie embrionali o cotiledoni.

Lo strato aleuronico è uno sottile strato di cellule presente tra il pericarpo esterno e l’endosperma (amido) della cariosside di cereale. È un tessuto ad elevato valore nutrizionale per l’elevata percentuale di proteine di tipo solubile (albumine e globuline), oltre a lisina, amilasi e proteasi, agenti della degradazione dell’amido e delle proteine di riserva durante il processo di germinazione. Nell’aleurone sono inoltre contenuti sia fibra alimentare, che sali minerali, ma anche acido fitico.

Il tegumento è il rivestimento esterno, quello che nei frutti è la parte polposa chiamata pericarpo, e invece in un frutto-seme come la cariosside, è saldato al seme o episperma.

Tutti i vegetali contengono fitati

L’acido fitico o “fitato” (“fitati”) è un composto largamente presente nel cibo vegetale. A causa della sua struttura molecolare, l’acido fitico può interferire con l’assorbimento intestinale di minerali e microelementi nell’uomo e negli animali. Molti studi sugli esseri umani si sono perciò concentrati sugli effetti dei fitati sull’assorbimento e sulle deficienze di minerali. Attualmente gli studi indicano che i fitati presenti nella dieta possono avere proprietà benefiche, producendo effetti antiossidativi, anticancro e anticalcificazione.

Cosa sono i fitati?

Il fitato, e cioè il mio-inosotol-esachifosfato, è un sale dell’acido fitico largamente distribuito in tutti i semi e anche le cellule delle piante. Radici, tuberi e altri vegetali ne possiedono quantità più basse. Serve come riserva di fosforo e minerali e contiene l’80% del fosforo delle piante. Oltre i fitati, altri fosfati di inositolo sono presenti nei semi, ma in quantità molto minore. Nei cereali, il fitato è localizzato per l’80% nello strato aleuronico, ma si trova anche nel germe, mentre l’endosperma amilaceo è praticamente privo di fitati. Durante la germinazione del seme il fitato è idrolizzato e vengono liberati fosforo, calcio, magnesio e ferro, in tal modo resi disponibili per la creazione del germoglio e della pianticella.

Fonti di fitati

Le principali fonti di fitati nella dieta sono cereali e legumi, ma anche semi oleosi e noci. Questi cibi sono importanti nella dieta umana e rappresentano il 40-60% dell’apporto calorico giornaliero rispettivamente nei paesi in via di sviluppo e nei paesi sviluppati. I cereali sono ricchi di fitati, ne contengono in media l’1%, con punte del 2,2% dell’alimento secco. La crusca di grano ne ha fino al 7,2% e la crusca di riso fino ne ha fino a 8,7% dell’alimento secco. Nei semi delle leguminose i fitati si trovano in prevalenza nei corpi proteici dell’endosperma, e variano dallo 0,2 al 2,9%. Nei semi oleosi come semi di girasole, semi di soia, semi di sesamo, semi di lino e nei semi di colza il fitato contenuto l’acido fitico varia tra 1% e 5,4%. Nei concentrati di soia si sono rilevati contenuti del 10,7%. Nelle noci, nocciole, mandorle e negli anacardi il contenuto varia dallo 0,1% al 9,4%, con le mandorle in testa. La concentrazione di fitati può variare in relazione dalle verietà coltivate, dalle condizioni climatiche e da differenti stadi di maturazione del seme.

Assunzione di fitati

Studi clinici sulla quantità di fitati assunti mediamente da un essere umano sono molto rari. I dati che si trovano nella letteratura sono inferiti dalla composizione e quantità della dieta nei vari paesi del Mondo. Da un livello basso (250-350 mg) nella dieta occidentale più tradizionale, si passa a livelli maggiori (500-800 mg) nelle diete occidentali con un apporto più alto di cereali integrali e altri cibi vegetali ricchi di fitati, per arrivare ai livelli alti (superiori a 1000 mg) nelle diete ricche di vegetali e di cibi contenenti fitati come quelle vegetariane. Nei paesi in via di sviluppo, con un’alta percentuale di cereali e legumi nella dieta, si possono riscontrare consumi giornalieri di fitati di 2000 mg o più.

Studi fatti su popolazioni che seguivano la dieta mediterranea hanno rilevato una assunzione giornaliera di 1000-2000 mg di acido fitico (gli studi hanno rilevato che questo apparentemente non provocava stress all’organismo).

Il consumo di fitati mostra forti variazioni non solo tra paesi industrializzati e in via di sviluppo, ma anche tra aree urbane e rurali, tra maschi e femmine, tra giovani ed adulti, tra onnivori e vegetariani.

Influenza dei fitati sull’assorbimento dei minerali

Le autorità sanitarie di tutto il mondo raccomandano un aumento del consumo di cereali e legumi integrali, in quanto fonti di fibre, di numerosi componenti bioattivi, vitamine, minerali e microelementi.

Un alto contenuto di fitati in questi prodotti è stato considerato un fattore limitante della biodisponibilità dei minerali: ferro, zinco, manganese, calcio, magnesio e rame. I fitati riducono anche la digeribilità di proteine, amidi e grassi.

I ruminanti possiedono una flora batterica che produce l’enzima fitasi, che inattiva i fitati, ma gli esseri umani e gli animali “monogastrici” no.

Il consumo di 5-10 mg di acido fitico può ridurre l’assorbimento del ferro del 50%. I vegetariani dovrebbero quindi procurarsi più ferro (33 mg al giorno) rispetto agli onnivori (18 mg al giorno).

Strategie per inattivare i fitati

Ovviamente, mangiando semi privati del tegumento, come orzo perlato, riso brillato o farine non integrali, i fitati spariscono quasi completamente. Ma esistono delle strategie per inattivarli in parte o in tutto anche nei prodotti integrali.

I fitati sono degradati in parte (37 – 66%) nello stomaco e nell’intestino tenue. Normalmente il nostro corpo regola la quantità di fitati assorbiti. I livelli di vitamina D influenzano il livello di fitati: più sono alti, più alta è la quantità di fitati che riceve il nostro organismo.

L’inibizione dell’assorbimento di minerali può essere contrastata da molti elementi nutritivi, come acidi organici, acido lattico, acido ascorbico e proteine.

50 grammi di vitamina C sono in grado di inattivare i fitati di un pasto medio. 80 mg di vitamina C sono in grado di inattivare 25 g di fitati. Fonti particolarmente ricche di vitamina C sono la guaiava, peperoni, kiwi, arance, pompelmi, fragole, meloni, cavoini di bruxelles, papaya, broccoli, patate dolci, ananas, cavolfiore, cavolo riccio, succo di limone.

L’aceto può contribuire ad inattivare i fitati e a migliorare l’assorbimento di minerali.

Sono disponibili in commercio preparati a base di enzima fitasi che possono essere assunti durante i pasti.