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  Dobbiamo sapere come è fatto il mondo o dobbiamo fare buone azioni?

  Impara un’altra lingua, raddoppia la tua capacità

  Imparate a leggere l’inglese: avrete accesso alle fonti in lingua inglese e diventerete coltissimi e informatissimi in pochissimo tempo

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  State lontani dall’alcol, anzi dal vino.

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Dobbiamo sapere come è fatto il mondo o dobbiamo fare buone azioni?

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[Quello che segue è un articolo di Roberto Vacca]

 

“A che cosa ti serve accumulare una enorme fortuna o imparare tutti i segreti dell’universo, se poi pecchi e la tua anima immortale è dannata per tutta l’eternità?”

Le domande retoriche di questo tipo si sentivano più spesso qualche anno fa, quando i cristiani parlavano dell’inferno e della dannazione più di oggi. Concetti simili li sentiamo esprimere ogni tanto da certi umanisti non credenti. I loro argomenti, però, sono più altruistici e non citano il vantaggio egoistico di evitare le pene dell’inferno. Un loro tipico ragionamento potrebbe suonare più o meno così:

“Se opprimiamo altri esseri umani, alla lunga non riusciremo a essere felici. Non potremo essere felici neanche se permettiamo che altri esseri umani siano trattati crudelmente o ridotti in schiavitù. Potremo essere felici solo se la grande maggioranza della gente – noi compresi – si comporta in modo umano e altruistico. Questo modo è stato descritto e propagandato da profeti, da leader spirituali e da artisti (da alcuni artisti, almeno). Perciò la cosa più importante è che coltiviamo e diffondiamo la conoscehnza del bene e dei modi migliori di comportarsi. La conoscenza in sé – e specialmente la conoscenza scientifica, che può fornire un potere immenso usabile per fini malvagi – non è importante. Quanto meno, ha un’importanza trascurabile rispetto a quei tipi di pensiero che spingono verso comportamenti umanitari”.

Dobbiamo chiederci perciò:

« Il punto di vista che ho riportato, e che possiamo chiama­te umanitario, è sostenibile o no?»

La prima parte della dichiarazione umanitaria, nei termini in cui l'ho riportata, è sostenibile.

Certo che non dovremmo essere crudeli gli uni verso gli al­tri. Certo, che non dovremmo usare altri esseri umani solo come strumenti (in certa misura, però, dobbiamo usare noi stessi è gli altri come se fossimo strumenti - altrimenti non concluderemmo mai niente). Certo che dovremmo dare agli altri la pos­sibilità di perseguire i loro scopi. Certo che la società migliora ' quando le persone non si danneggiano continuamente le une con le altre, allo scopo di otteneré vantaggi materiali. Certo che non dovremmo forzare gli altri a fare cose che noi riteniamo siano per il loro bene - se non sono d'accordo.

Io penso, invece, che la seconda parte di quella che sto chiamando dichiarazione umanitaria, sia falsa e dannosa, perché ìmplìca che la gente si comporta meglio quando è ignorante.

AI contrario: sostengo che non dobbiamo essere ignoranti proprio per poterci comportare in modo decente.

I principi umanitari sono solo una modesta premessa neces­saria di un comportamento decente. Da soli non bastano - e non possono essere migliorati sensibilmente aggiungendo altri comandamenti vaghi (come: «ama il tuo prossimo come te stesso ») l'osservanza dei quali è difficile da controllare. I princìpi umanitari trovano migliore completamento in buoni codìcì civili e penali e in una buona costituzione. Questi docu­menti devono riconoscere i diritti dell'uomo - compreso il di­ritto alla uguaglianza di opportunità - e devono essere concretamente applicati: non basta che siano solo pezzi di carta.

In passato la maggior parte dei profeti professionisti (ad esem­pio: Gautama Budda, Gesù Cristo), lanciavano messaggi vaghì esortando la gente a fare buone azioni. Una eccezione no­tevole fu rappresentata da Maometto, che era, un uomo d'afflari, un manager e un esperto organizzatore. Maometto propose anche piani e obiettivi concreti, che pare fossero raggiunti, in buona misura.

In tempi più recenti, profeti socio-economici (ad esempio marxisti-leninisti) diffondono il messaggio che, certamente, dobbiamo comportarci bene (se no, vedrai che ci fanno) e che dobbiamo anche lavorare sodo per conoscere  la verità. Poi ci forniscono subito verità pronte e prefabbricate – scritte in libri interpretati di volta in volta, da un uomo o da un piccolo gruppo di uomini.

I profeti – di confessioni religiose o socioeconomiche – non dicono mai:

“Tutti voi – tutti noi – abbiamo bisogno di sapere di più. Andate per il mondo e procuratevi più conoscenza”.

Piuttosto dicono:

“Venite da noi. Sappiamo già tutto quello che vi potrà mai servire di sapere. Venite a farvelo dire”.

In questo modo rivelano la loro natura di profeti falsi.

Credo che possiamo fare ancora un passo avanti e convincerci che tutti i profeti sono falsi. Possiamo magari ammettere che ci può essere qualcosa di buono anche ei loro sermoni. Storicamente, però, quelle parti buone sono state più che bilanciate dalla ostinazione cieca con cui i loro insegnamenti sono stati presi per verità assolute e difesi a sciabolate o fucilate.

E’ probabile che per ogni buona azione fatta in nome di sacri principi, almeno una gola sia stata tagliata o una schiena flagellata in difesa di qualche versione letterale di quegli stessi principi.

George Bernand Shaw disse una volta che il cristianesimo e il socialismo probabilmente sono due idee ottime: peccato che nessuno abbia mai provato a metterle in pratica.

Fare buone azioni va benissimo. Però per essere sicuri che le azioni siano buone, dovremmo essere capaci di prevederne le conseguenze. Credo che nessuno possa avere obiezioni a questa affermazione.

In un mondo semplice è più facile prevedere quali saranno le conseguenze delle nostre azioni. Il mondo era certo più semplice parecchi secoli fa – quando era possibile governare un impero senza saper leggere né scrivere. A quel tempo gli insegnamenti dei profeti erano più ascoltati – almeno apparentemente. Nel mondo contemporaneo, invece, un analfabeta non potrebbe neanche amministrare un piccolo municipio, né una bottega: figuriamoci un impero!

Ho detto prima che i principi umanitari sono solo la premessa di un comportamento morale. Ora affermo che, se vogliamo comportarci in modo morale, dobbiamo avere una gran quantità di conoscenze (sul mondo e sul suo funzionamento, sulle altre persone e sulle cose che hanno scoperto o pensato).

Possiamo compiere azioni più o meno complesse. Possiamo spendere una certa somma negli ingredienti necessari per un pranzo; investire soldi nel mobilio di un, appartamento; preparare i programmi finanziari di una media azienda industriale. Possiamo redigere il bilancio municipale di previsione della città in cui abitiamo oppure possiamo affrontare il problema di come amministrare una nazione intera. In questi casi, però, dovremmo cercare di capire quali riforme. quali cambiamenti delle regole del gioco ci vogliono per migliorare le sorti. dei cittadini del nostro paese o di tutto il mondo. Passando da ciascun livello al seguente - da un pranzo, a una casa, a un’azienda. a una città. a una nazione, al pianeta - abbiamo bisogno di conoscenza sempre più vaste: di fatti, di meccanismi, di teorie.

Non intendo affatto dire che si comporti necessarlamenre in modo morale chi ha conoscenze adeguate. Tutt'altro. La conoscenza – il sapere – è, quindi, necessaria. ma in sé non è sufficiente.

 Voglio sottolineare un altro punto: una conoscenza limitata – una mezza cultura – può essere molto pericolosa perché dà a chi la possiede una sicurezza ingiustificata. Perciò dovremmo cercare di rimuovere ogni vincolo alle conoscenze su cui dovrebbero essere basate decisioni importanti. Noi non possiamo mai capire il mondo completamente, perché il mondo è complesso e le nostre facoltà sono limitate. Già a causa dell’imperfezione della nostra conoscenza dobbiamo fronteggiare pericoli inevitabili. Quindi è bene che non aggiungiamo altri ostacoli a quello che riusciamo a conoscere; altrimenti corriamo e facciamo correre ad altri rischi non necessari.

Facciamo un esempio concreto.

Io sono contro le armi nucleari. Penso che ogni persona sen­sata dovrebbe dichiarare la sua opposizione alle armi nucleari e dovrebbe cercare di fare qualcosa perché queste armi siano smantellate e neutralizzate Perché? Basta dare un solo mo­tivo. Perché una guerra nucleare potrebbe essere iniziata per sbaglio - in conseguenza di un errore umano - e potrebbe uccidere tutti gli esseri umani del mondo,

Ora, certe persone dicono:

“Perché sono possibili le guerre nucleari? Perché i fisici Juumo acquistato nuove conoscenze sulle proprietà della materia: hanno imparato come spaccare gli atomi e come produrre le reazioni a catena della fissione nucleare. Se i progressi della fisica fossero stati più modesti, oggi ne sapremmo di meno e non correremmo il rischio di essere tutti. annientati in un olocausto nucleare. Perciò la conoscenza è dannosa. Esortiamo la gente a imparare solo i principi umanitari, che non hanno mai danneggiato nessuno, e non i segreti della natura che possono essere sfruttati cosi crudelmente.»

Io sono in disaccordo con questo tipo di ragionamento per tre ragioni. La prima è che il progresso della conoscenza - in questo caso, della scienza - può avere alcuni risultati buoni e altri cattivi. Se uno sostiene che la ricerca nel campo della fisica nucleare deve essere vietata perché ci ha già dato le bombe atomiche, deve accettare che siano bloccati anche i prgressi. della medicina nucleare. Chi ha il cancro e viene cura­to con successo mediante radiazioni non sarebbe d'accordo - e avrebbe ragione. Non si può neanche sostenere che quelli che si ammalano di cancro non si sarebbero ammalati se non ci fosse sttato il progresso tecnico e scientifico. In effetti nei tempi antichi si ammalava di cancro una percentuale molto più pic­cola della popolazione. Non si ammalavano di cancro, perché non ne avevano il tempo: morivano piii giovani. Morivano di peste, di polmonite, di denutrizione e di altri mali, che sono stati quasi del tutto eliminati dal progresso scientifico, tecnico e medico.

Questo mi porta alla seconda obiezione. L'argomento appa­rentemente umanitario contro la fisica. nucleare potrebbe es­sere esteso a tutte le conoscenze fino a sostenere che non dovremmo solo bloccarne il progresso, ma anche smantellarne i prodotti già acquisiti. Una decisione di questo tipo sarebbe veramente assassina. Aboliamo l'elettricità e automaticamente condanniamo a morte decine di milioni di persone nelle aree più densamente popolate del mondo, in cui sono tenute in vita proprio dalla elettricità. In effetti proprio la scoperta dell'elettricità è uno dei fattori per cui la popolazione del mondo è cresciuta tanto.

Non è certo il solo. Fissiamo le idee su altri fattori: l'ingegneria sanitaria, l'immunologia, la biochimica, ecc. e supponia­mo di abolirli. Ogni abolizione definisce già le dìmensìònì: di un folto gruppo di esseri umani che morirebbero in conse­guenza. E’ difficile separare le conseguenze positive del progres­so scientifico e della conoscenza in generale dalle conseguenze negative. Quello che ho detto dimostra che, oltre al resto i principi umanitari possono danneggiare la gente molto grave­mente. Pensate solo per un momento alle buone intenzioni del soldati spagnoli che volevano assicurare le gioie del paradiso ai bambini toltechi appena nati. Per ottenere questo scopo portavano via i bambini alle madri, li battezzavano e subito dopo li uccidevano con le spade.

Il mio terzo argomento è che possiamo neutralizzare ogni conseguenza pericolosa del progresso tecnico – reso possibile dall'aumento della conoscenza organizzata, cioè della scienza – ìmpìegando ancora più conoscenza. Torniamo all'esempio delle armi nucleari. Le conoscenze necessarie per fabbricare le bombe atomìche, e i missili necessari per farle viaggiare attraverso mezzo mondo, non sono cattive in se stesse. Devono es­sere completate dalla conoscenza del calcolo delle probabilità. e della teoria dei sistemi e, naturalmente, anche dalla cono­scenza di tutti gli argomenti umanitari e di tutte le idee pro­dotte dall'uomo in tutta la sua storia. La conoscenza del cal­colo della probabilità e della teoria dei sistemi dimostrerebbe che una guerra nucleare può essere scatenata da un errore umano o da un guasto di apparecchiature. Gli argomenti umanitari dovrebbero fornire motivazione sufficiente a prevenire questa crudeltà estrema contro tutti gli umani.

Io credo che il senso comune sia importante almeno quanto i principi umanitari. Il senso comune suggerisce che, se hai imparato o trovato qualcosa, non hai certo il diritto di usare la tua scoperta in modo stupido e dannoso. In altre parole:

-   Se non sai abbastanza, non hai scelta - né di fare il bene, né. di fare il male;

-   E’ impossibile acquistare solo le nuove conoscenze che pos­sano essere usate solo per scopi buoni. Anzi è impossibile distinguere le conoscenze di questo tipo dalle altre o perfino dimostrare che esistono;

-   L'obbligo di comportarsi in mode decente e civile esiste sempre e per tutti. a insensato sperare che un comportamento decente consegua all'impotenza e alla fragilità prodotte dall’ignoranza. Tanto varrebbe sostenere che dovremmo sui­cidarci tutti - solo per non correre il rischio di comportarci   crudelmente. Penso, invece, che se soffochiamo le conoscenze  nuove, commettiamo un suicidio intellettuale.

Ho cercato di scrivere un libro- ragionevole, ma sono tante le ragioni per cui possono sorgere dei malintesi. lo affermo che abbiamo bisogno dì maggiore conoscenza. Probabilmente qual­

mi accuserà, invece, di essere uno scientologo.

La scientologia è la credenza errata secondo la quale la scienza ha già risolto tutti i problemi importanti del mondo – o sta per risolverli. Mi dicono che questa credenza è condi­visa da un gruppo di persone fra cui ci sono alcuni attori – ma non c'è nessuno scienziato. Io non sono affatto d'accordo. Penso che inora la scienza ha spiegato molto poco di tutto quello che c'è da spiegare: lo ha fatto, però, in modo molto convincente.

Allora, qual è la risposta alla domanda:

«Dobbiamo sapere come è fatto il mondo o dobbiamo fare buone azioni?»

La risposta è:

“Dobbiamo essere ragionevoli e dobbiamo cercare di fare ambedue le cose,perché c’è bisogno di tutte e due”.

Ovvero – per usare le parole che un noto fabbricante americano di trattori ripete spesso nella sua pubblicità:

“Non ci sono soluzioni semplici. Solo scelte intelligenti”.

 

 

Impara un’altra lingua, raddoppia la tua capacità

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[Quello che segue è un articolo di Roberto Vacca sull’apprendimento delle lingue]

 

 

E’ una cosa buona e saggia imparare il più possibile ed essere esposti alle idee di altre persone. Che fai, però, se certi libri da cui vorresti imparare sono scritti in una lingua straniera o se le persone a cui potresti essere esposto

 parlano una lingua straniera? Se conosci quella lingua, non c’è problema. Se non la conosci, sarebbe difficile impararla rapidamente ad hoc. Si può anche riuscire ad imparare una lingua straniera molto rapidamente: in poche settimane o in pochi mesi. Il sistema da usare si chiama “immersione totale” e richiede di lavorare duramente per dieci o dodici ore al giorno. In non l’ho mai usato e, quindi, non ne parlo.

La ragionie per cui non ho mai usato il sistema di immersione totale è che non ne ho mai avuto bisogno. Le lingue di cui avevo bisogno, le avevo sempre imparate in anticipo. Ammetto di aver avuto un grosso vantaggio di partenza: mia madre è mezza americana e il suo inglese è assolutamente perfetto. Mia madre conosce anche l’arabo e per parecchi anni ha lavorato per una rivista specializzata leggendo giornali egiziani, libanesi e siriani e scrivendo articoli e notiziari socio-politici. Mio padre insegnava il cinese all’università di Roma. Sia lui che mia madre conoscevano il francese, il tedesco e lo spagnolo. Sono, quindi, cresciuto in un ambiente in cui più o meno frequentemente si parlavano sette lingue. Questo, credo, mi ha convinto abbastanza presto che le lingue sono soprattutto imparabili.

Per impararle devi anzitutto non sentirti ridicolo. Non ho mai pensato che chi parla una lingua straniera fa rumori buffi. Consideravo, anzi, chi sa parlare una lingua straniera una persona normale e chi non la sa parlare come sofferente di un impedimento temporaneo. Naturalmente le cose stanno proprio cosi: io accettavo questa verità senza dimostrazione, perché ne vedevo le prove intorno a me ogni giorno. Anche se non hai il vantaggio di sentir parlare lingue straniere intorno a te e di avere per casa un sacco di libri queste prove da solo: cominciando a imparare una lingua. Ci sono molti modi di farlo - ed è importante rendersi conto che ci si riesce sempre; qualunque sia il metodo scelto.

In effetti, sebbene io sia cresciuto scritto, nella prima infanzia non ero quattro anni sapevo solo l'italiano. Mi dicono che la sola espressìone inglese che usavo era “gurbai” – intendendo dire «goodbye».

Cominciai a studiare il francese a scuola quand avevo cinque anni. Non ricordo bene che metodo usassero le mie maestre. Ho uria vaga memoria che il mio francese fosse" pieno di figure antiquate con semplici frasi di commento:

«Mimi est allée faire une promenade avec papa» (Mimi è andata a fare una passeggiata con papà).

Negli anni seguenti riempivo grossi quaderni di traduzioni

noiose intese a insegnarmi la grammatica:

 

«Qu'est-ce que nous aurions du faire?

Qu'est-ce que nous auriez du faire?

Qu'est-ce que ils auraient du faire?»

(Cosa avremmo, avreste, avrebbero dovuto fare?)

 

A causa delle curiose 'peculiarità delle scuole. dovetti fare nove anni di francese. I primi sette furono noiosi ma efficaci: ne venni fuori veramente bilingue. Gli ultimi due erano piuttosto superflui e aggiunsero solo qualche rifinitura.

Cosa insegna questa mia prima storia? Che se uno comincia a studiare una lingua a 5 anni o anche prima, si trova a pos­sedere una lingua in più senza aver fatto un vero sforzo - tanto a quell'età non avrebbe potuto combinare molto di più.

Naturalmente questo suggerimento arriva un po’ tardi, se non sei più un bambino. Allora fa in modo che non vada perduto e che arrivi ai bambini che haì intorno e in particolare ai tuoi figli – presenti o futuri. Rendigli facile imparare una lingua da pìc­coli. Faccelì cadere dentro a costo di obbligarli o di annoiarli, se necessario. Questo è un caso in cui il fine giustifica i mezzi – entro certi limiti.

L’originale di questo libro l'ho scritto in inglese, buttando giù 300 parole all'ora, cioè alla stessa velocità che avrei mantenuto se lo avessi scritto in francese o in italiano. Ammetto di essere orgoglioso della mia conoscenza dell'inglese, che comprende un’ortografia perfetta e un notevole successo nei giochi di abilità verbale (anagrammi, Scarabeo, Giotto, ecc.) oltre a saperlo parlare e scrivere bene. Eppure non l'ho sempre sapu­to: ho cominciato a studiare l'inglese 'seriamente solo quando avevo 15 anni. L'occasione mi capitò quando presi la pol­monite e dato che la penicillina nel 1942 non c'era ancora, re­stai a letto un mese non, avendo altro da fare. A quel tempo, naturalmente, non c’era la televisione, e a casa mia nono avevamo neanche la radio

L’inglese è la lingua che mi piace di pià, anche se forse ho su di essa delle idee peculiari. Io credo che la grammatIca ­non esista. Per imparare l'inglese bisogna essere prag­matici. Devi leggerlo per vedere come si scrive e parlarlo. e ascoltare altri che lo parlano per imparare quello, che dìstìn­gue il linguaggio parlato da quello scritto. Devi scriverlo, per­ché la tua mano aiuti il tuo cervello a ricordare lo spelling – il modo curioso in cui si scrivono le parole.

Un buon modo per imparare l'inglese parlato è quello di leg­gere romanzi che contengano parecchio dialogo. Parecchi ~ romanzieri (speciàlmente francesi e inglesi) riproducono molto bene nei loro racconti i modi di parlare, la scelta delle parole qualche volta anche le deviazioni fonetiche di persone di vari gruppi regionali o sociali, Questo è uno del modi in cui ho imparato l'inglese parlato. Sebbene avessi molti amici inglesi e americani, soio a 29 anni andai per la prima volta in un paese lingua inglese. Non solo non avevo nessun problema a capiree a farmi capire: spesso mi prendevano per una persona di madrelingua inglese proveniente da qualche altro paese anglosassone.

Mia madre mi ha aiutato molto efficacemente a glese. lo mi mettevo a leggere un libro inglese nella stessa stanza dove era lei e le chiedevo il significato di tutte le parole che non capivo. Se la mia pronuncia era sbagliata, mia madre mi correggeva subito. Poi mi diceva rapidamente tutti i significati della parola che le venivano in mente. Così mi faceva però col vantaggio che la sua risposta era più rapida e che mi dava molti pià esempi di frasi in cui appariva quella parola di quanti se ne trovino anche nei dizionari migliori. Qualche volta la traduzione di una parola sola non risolveva il mio problema. Allora leggevo tutta la frase (e di nuovo mi facevo correggere la pronuncia) e mia madre me la traduceva.

(Le lingue non sono fatte di parole singole - Anche una parola che significa qualcosa quando è da sola, è una frase.)

Qualche volta, per spiegare bene una parola, mia madre doveva raccontarmi una storia o descrivermi abitudini o cose tipiche della società inglese o di quella americana e e non di quella italiana. Anche questa è una cosa che non si può avere dai dizionari. Sapere una lingua non significa solo essere capaci di costruire o di capire ogni possibile frase che in voglia dire qualcosa - significa anche conoscere la cultura e la società in cui quella lingua viene parlata.

La mia storia personale dimostra che è un vantaggio enorme stare con una persona che conosce molto bene tua, sia la lingua che vuoi imparare. Un aspetto interessante del sistema che mia madre usava con me, è che poteva benissimo aiutarmi in questo modo senza dovercisi impegnare in modo esclusivo. Poteva, perciò, allo stesso tempo fare qualcosa per conto suo. Naturalmente perché questo sia posibile, chi si fa aiutare non deve domandare la traduzione di una parola sì e una no: deve aver raggiunto un livello un po' avanzato.

Sarebbe perfettamente possibile usare questo sistema anche nelle scuole. Allora un insegnante lavorerebbe a rispondendo alle domande di traduzione di un gruppo di studenti. Quanto pìù alto è il livello degli studenti, tanto più numeroso può essere il loro gruppo - perché in media ciascuno fa meno domande.

La classe potrebbe essere organizzata in modo tradizionale: e allora ogni studente sentirebbe anche le domande dei suoi colleghi e le' risposte che ricevono. Così il flusso di informazio­ni ricevuto da ogni studente aumenterebbe, anche se potrebbe distrarlo dal testo che legge e farlo rallentare. Per evitare que­sta difficoltà studenti e insegnante potrebbero essere collegati con un sistemino telefonico, che registri le chiamate ricevute mentre l'insegnante è occupato e gliele passi poi una dopo l'al­tra nell'ordine in cui sono state fatte.

Per quanto ne so, questo metodo di insegnamento non è mai stato adoperato su larga scala. Penso che dovrebbe esserlo. Mentre aspettiamo che i progettisti di corsi di lingue si accorgano dei vantaggi di questo metodo, organizzatevelo da soli - sperando di trovare un traduttore abile e volonteroso.

Affrontai lo spagnolo e il portoghese in modo ancora pià informale dell'inglese. Le grammatiche spagnole e portoghesi esistono - e comprendono coniugazioni dei verbi piuttosto com­plicate. Queste due lingue, però, sono molto simili all'italiano. Perciò mi limitai a studiare le loro grammatiche per un paio di anni e poi cominciai a leggere e a parlare.

Cominciai con lo spagnolo quando avevo una dozzina di an­ni e arrivai fino a leggere due o tre romanzetti. Poi lo migliorai quando avevo una trentina d'anni e andavo ogni tanto in Spa­gna e arrivai al punto di poter parlare in pubblico in spa­gnolo. Con il portoghese cominciai solo una dozzina d'anni più tardi e fu una buona cosa, perché le due lingue sono tanto simili che si corre il rischio di fare una gran confusione, se si prova a impararle insieme.

In certo senso trattai lo spagnolo e il portoghese come se fossero dialetti italiani - e non lo sono affatto. Qui probabilmente c'è qualcosa di pià generale. Le lingue dello stesso grup­po in buona misura possono essere imparate informalmente come se fossero le une dialetti delle altre - una volta che se ne conosce una bene. Questo è sicuramente vero per le lingue ro­manze o latine, per le lingue slave (russo, ceco, serbo e croato) e per le lingue scandinave (svedese, norvegese e danese). E’ meno vero per l’inglese e il tedesco, sebbene io abbia trovato che sapere l'inglese è un grosso aiuto per imparare il tedesco.

Il tedesco è un osso duro e ho da raccontare parecchio sulle mie esperienze con questa lingua. Prima, però, vorrei aprire una breve digressione sulle lingue morte – o almeno sulle due lingue morte di cui io abbia una certa esperienza: il latino e il greco.

Ho studiato il latino a scuola per 8 anni. Ho lavorato sodo e ancora oggi posso leggere e scrivere latino passabilmente, purché nessuno mi chieda di tradurre poesie di difficili. Credo che i miei sforzi in questa direzione siano stati compensati adeguatamente dal piacere di leggere nell'originale Piinio, Cicerone, Tommaso d'Aquino e altri, quando mi serviva consultare questi autori per qualche articolo che dovevo scrivere.

Io non credo che le lingue universali come l’esperanto potranno mai essere molto utili. Se uno sa: inglese, francese, spagnolo, tedesco e cinese, noon dovrebbe avere nessun problema. Questa affermazione può suonare una spacconata: il resto del capitolo dovrebbe dimostrare che non lo è.

Per cinque anni feci a scuola futili tentativi di imparare gli antichi dialetti greci di Omero, dei lirici, delle tragedie, di Platone e dei vangeli (attico). Avevo quasi raggiunto lo stadio in cui potevo leggere Platone consultando poche volte per pagina, ma poi non ho continuato e ormai ho perso quell'abilità. Non' esito a considerare una perdita secca le molte centinaia di ore che ho dedicato· allo studio del greco.

Ma torniamo alle mie esperienze col tedesco. Prima dì tut­to convinciti subito che il tedesco una grammatica ce l'ha e non bisogna ignorarla, altrimenti non si combina niente. Secondo: quando cominci a studiare la grammatica tedesca, devi aspet­tarti un grosso shock. Non solo i verbi tedeschi hanno conìu­gazioni e irregolarità complicate più o meno come quelli francesi. Ci sono anche le declinazioni dei nomi e degli aggettivi e in più ogni aggettivo si può. declinare in quattro modì diversi. La combinazione nome-aggettivo che in inglese al singolare è  sempre «good day» e in italiano è «bel giorno» o tutt'al più “giorno bello” (come in “il giorno è bello”) in tedesco può sonare così:

 

dar Tag ist schön = il giorno è bello

schöner Tag = bel giorno

schönen Tages = di bel giorno

schönen Tag = bel giorno (accusativo)

 

der schöne Tat = il bel giorno

des schönen Tages = del bel giorno

dem schönen Tage = al bel giorno

den schöonen Tag = il bel giorno (accusativo)

 

ein schöner Tag = un bel giorno

eines schönen Tages = di un bel giorno

einem schönen Tage = a un bel giorno

einen schönen Tag = un bel giorno (accusativo)

 

Non ti spaventare. Sembra tremendo, ma si può imparare. Altra gente, che non sa il tedesdco dalla nascita, è riuscita a imparare tutto questo – dunque ci si può riuscire. Io stesso ci sono riuscito – in teoria. In pratica non ho acquistato i riflessi automatici necessari per dare a ogni aggettivo tedesco la terminazione esatta quando parlo. Non so veramente che cosa ci vuole per imparare a parlare tedesco correttamente. So soltanto che ho studiato il tedesco per un anno e mezzo quando avevo 18 anni e ho raggiunto uno stadio in cui:

-   riesco a leggere libri e giornali tedeschi usando un dizionario solo occasionalmente quando non capisco una parola essenziale

-   So fare ottime traduzioni (particolarmente tecniche – e in questo modo ho guadagnato parecchi soldi quando ero all’università;

-   Parlo tedesco piuttosto velocemente – e facendo parecchi erruri;

-   capisco quello che mi dicono tedeschi, austriaci e svizzeri, purché parlino a me – non fra loro – e non vadano troppo veloci.

Ora – a torto o a ragione- ho deciso che questo livello di competenza con il tedesco mi basta e da parecchio tempo ho praticamente smesso di migliorarmi. Riesco a scrivere lettere comprensibili e a parlare di affari in tedesco. Non mi diverto molto a leggere romanzi in tedesco. Tutto sommato mi pare di aver raggiunto una situazione equlibrata e soddisfacente.

Per raggiungere questa situazione, però, ho dovuto risolverr un problema: ho dovuto imparare circa 7.000 parole tedesche. Se di una lingua non sai almeno 5.000 parole, non puoi dire di conoscerla. Vorrà dire che leggi molto lentamente e che puoi parlare solo di argomenti limitati – come chiedere semplici indicazioni sulla strada, ordinare da mangiare in un ristorante o comprare semplici oggetti in un negozio. Come si fa ad imparare parecchie migliaia di parole di una lingua, una volta che hai afferrato le linee essenziali della sua grammatica e della sua struttura?

Si dà il caso che io abbia la risposta a questa importante domanda. Mi riuscì proprio di imparare circa 7.000 parole tedesche in meno di un anno. Il metodo per farlo mi fu spiegato da Mario Lucidi – un brillante linguista e un caro amico che morì nel 1959. Il metodo si applica a qualsiasi lingua. Io lo racconto con riferimento al tedesco che è la prima lingua a cui l’ho applicato.

Supponi, allora, di sapere più o meno bene la grammatica tedesca, di conoscere i verbi ausiliari, qualche dozzina di verbi fondamentali (andre, venire, vedere, parlare, leggere, scrivere, fare, lavorare, ecc.) e qualche centinaio di parole. Non puoi aver seguito un corso di tedesco, anche molto elementare, senza aver raggiunto almeno questo livello. Il tuo problema, ora, è che ti ci vuole circa un’ora a leggere una pagina di un libro, percé per ogni pagina in media devi andare a cercare sul dizionario 150 parole. Non puoi andare avanti a questa velocità. E’ troppo bassa per ogni scopo pratico. Se stai leggendo un libro di te­sto. non puoi tirarne fuori ahbastanza informazioni a poche pa­gine al giorno. In ogni caso - anche se leggi un romanzo av­vincente - vai cosi piano che ti annoi a morte.

Una buona parte della noia e della frustrazione dipendono dal fatto che ti accorgi che, pagina dopo pagina, stai sempre cercando sul dizionario le stesse parole. Sembra che non le impari mai. Forse ti sta sorgendo il dubbio atroce. che certe persone, sostenendo che sei stupido, avessero propno ragione. Perché diavolo non riesci a ricordarti delle parole tedesche, anche se le incontri cosi spesso? . .

Fortunatamente c'è una risposta semplice: perché non ap plichi il metodo giusto. Ecco il metodo giusto:

-   Scegli un libro tedesco che ti interessa o perché ti piace veramente (ad es.: il romanzo di un autore preferito) o per­ché il contenuto ti è utile nel tuo lavoro.

-   Decidi per quanto tempo vuoi studiare ogni giorno. Diciamo che ti ci vuole un'ora a leggere una pagina: studia, dunque, un'ora al giorno.

-   Il primo giorno leggi pagina l, proprio nello stesso modo che hai già usato: cercando tutte le . parole sul dizionario fin­ché capisci perfettamente il significato di ogni frase. Però devi sottolineare col lapis tutte le parole che hai cercato sul dizionario. .

-   Il secondo giorno prendi un quaderno e copia in tedesco – disponendole in colonna – tutte le parole di pagina 1 che avevi sottolineato il primo giorno; Naturalmente, mentre le scrivi cerchi di nuovo tutte le parole di cui hai dimenticato il significato. Poi leggi pagina 2 e sottolinei tutte le pa­role che devi cercare sul dizionario.

-   Il terzo giorno scrivi sul quaderno la traduzione italiana di tutte le parole (di pagina 1) che avevi già scritto in tedesco e, . naturalmente, guardi di nuovo sul dizionario tutte quelle che hai dimenticato. Poi scrivi in colonna sul quaderno le parole tedesche che avevi sottolineato a pagina 2 (e riguardi sul dizionario quelle che hai dimenticato). Poi leggi pagina 3 e sottolinei tutte le parole che cerchi sul dizionario.

-   Il quarto giorno prendi. il' quaderno, copri con un carton­cino la traduzione delle parole di pagina 1 (che ci avevi scrit­to il giorno precedente) e - una per una - controlli se ti ricordi il significato di tutte. Se non te lo ricordi, fai scivo­lare gradualmente il cartoncino. verso il basso e guardi il significato. Poi scrivi sul quaderno la traduzione delle pa­role di pagina 2, che avevi scritto in tedesco il terzo giorno; scrivi sul quaderno le parole tedesche di pagina 3 e in am­bedue i casi - hai proprio indovinato! - cerchi di nuovo l~ parole di cui hai dimenticato il significato. Poi leggi pagina 4 e sottolinei le parole che cerchi sul dizionario.

-   Il quinto giorno dai un'occhiata alla lista di parole tedesche di pagina 1, che hai scritto sul quaderno con la loro tradu­zione - incidentalmente ormai queste. parole ti appaiono mol­to familiari, come vecchi nemici: te le ricorderai per un pezzo. Poi: copri la traduzione delle parole di pagina 2 e controlli se te le ricordi. Scrivi sol quaderno la traduzione delle parole di pagina 3 (che avevi scritto in tedesco il quarto giorno). Scrivi in tedesco le parole di pagina 4 che avevi sottolineato il quarto giorno e, infine, leggi pagina 5 e sottolinei le parole che devi cercare.

Penso che la descrizione della procedura sia abbastanza chia­ra e, perciò, mi fermo qui. Il sesto giorno, naturalmente, leggi pagina 6 e· sottolinei le parole che cerchi sul dizionario e cosl via. Questo significa che per ogni pagina devi elaborare cinque . volte, in cinque giorni consecutivi tutte le parole che non sai. Il sistema è cosi efficace che impari davvero un sacco di dan­nate parole e, gradualmente, il tempo che ti ci vuole a leggere una pagina diminuisce. Qui deve entrare in funzione qualche meccanismo psicologico di remunerazione. Più presto impari parole nuove, meno tempo ci metti ogni giorno a seguire la noiosissima procedura che ho descritto. A un certo punto ti accorgi che - pure includendo il tempo per scrivere sul quadcr­e per fare i tuoi controlli - non ti ci vuole più un'ora a leggere una pagina. Ti ci vuole mezz'ora. Mi spiace dire che questo punto devi passare da una pagina a 'due pagine al gìorno. ­Cosi adesso investi di nuovo un'ora al giorno a studiare il il tedesco – e procedi sempre più velocemente. Dopo qualche mese probabilmente leggerai 3 o 4 pagine al giorno.

Ti sembrerà che questo metodo di studio sia infernalmente pesante e lo è: ma funziona. Il primo libro tedesco che lessi in . questo modo era un manuale di etnologia: Kultur und Rasse di Franz, Boas. Mi sento ancora sotto le dita la sua soffice coper­tina color ocra. Poi lessi qualche racconto di Sherlock Holmes in traduzione tedesca e poco dopo cominciai a tradurre (per soldi) dal - tedesco articoli tecnici e medici e cominciai a essere com­pensato - con interessi - dello sforzo che avevo investito nel processo di apprendimento.

Oualche anno dopo, a parte l'italiano, sapevo dunque: fran­cese, inglese, latino, spagnolo e tedesco. Nel 1955 andai a lavorare per il Consiglio Nazionale delle Ricerche all'Istituto per le Applicazioni del Calcolo. Facevo la - manutenzione di un grosso calcolatore elettronìco e conducevo ricerche sulla teo­ria dei computer. L'istituto riceveva un certo numero di rivi­ste scientifiche russe - e nessuno le leggeva perché nessuno sapeva il russo. Alcune delle formule in mezzo all'incomprensibile testo in caratteri cirillici indicavano che probabilmente eerti articoli in quelle riviste erano abbastanza interessanti.

Avevo, quindi, una certa motivazione a studiare il russo, ma mi sembrava che non ne avrei avuto il tempo. Ora lavoravo e poi, di lingue ne sapevo abbastanza. Invece successero due co­se che mi fecero cambiare idea.

La prima fu che mi dovetti sottoporre a una cura dentistica Piuttosto lunga. Il mio dentista non era bene organizzato e perciò ogni settimana dovevo passare molte ore in attesa nella sua anticamera. Le prime volte semplicemente lo perdevo, questo tempo di attesa. Leggevo le vecchie riviste che trovavo sul ta­_volo o pensavo a ruota libera. Poi un giorno mi domandai:

«Che ci facevo prima con queste ore in cui adesso aspetto elle il dentista mi riceva?»

Non avevo risposta: non mi venne in mente niente. Dovet­ti concludere che anche prima di andare dal dentista perdevo parecchie ore alla settimana senza rendermene conto. Ora la mia mezza motivazione di studiare il russo poteva unirsi a una risorsa di tempo che' aspettava di essere sfruttata.

La seconda cosa fu che incontrai una ragazza bella intelligente, che sapeva il russo bene e che era disposta ad aiutarmi con la grammatica e con la pronuncia. Cosi mi decisi. Cominciai col russo e riempii vari quaderni di esercizi - nella sala - . d'aspetto del dentista. Il mio sforzo era proprio ad hoc: era teso a permettermi di leggere articoli scientifici specia1mente sui calcolatori elettronici. Adoperai di nuovo quel sistema be­stiale, che era stato cosi efficace nell'aumentare il numero delle parole tedesche che sapevo: però lo usai in modo meno massiccio, dato che il mio scopo era pià modesto.

E’ molto più facile imparare di una lingua quel tanto che ba­sta a leggere roba che tratti di un solo argomento. Con gli articoli russi sui calcolatori raggiunsi questo stadio in circa un anno. Ora se leggo un giornale russo, capisco l'argomento e, in certa misura, il senso di ogni articolo. Però, se voglio capire davvero tutto, devo lavorare sodo con un dizionario. Parlo russo piuttosto male, dato che il mio vocabolario - ormai arrugginito - è tutto orientato verso i calcolatori. Parlare in russo di semplici cose, dì tutti i giorni mi è molto difficile.

Ho già detto che mio padre era professore di' cinese all'uni­versitù di Roma (insegnava anche un corso di storia e geografia

dell'Estremo Oriente e un corso di storia della matematica).

Quando avevo circa 4 anni, e avevo appena imparato a leggere e scrivere, mio padre spesso tirava fuori dalla scrivania la sua vecchia scatola laccata di inchiostro cinese. La scatola conteneva una lastra di pietra nera di circa 12 cm per 20. Nella lastra erano scolpiti: un drago, un pozzetto poco più grande di un ditale e un'area concava rotonda con un diametro di 10 cm, profonda pochi millimetri. Mio padre riempiva il pozzetto d'acqua e ci intingeva un bastoncìno rettangolare di inchiostro cinese, che aveva riportato dalla Cina nel 1908. con un movimento circolare strofinava la punta del bastoncino sull'area concava in giro e in giro per un tempo che sembrava infinito. L'inchiostro solido si scioglieva nell'acqua e formava un fluido denso e molto nero. Allora mio padre toglieva  il salvapunte di metallo dal suo pennello cinese - fat­to di bambù e di peli di tasso grigi - e rigirava il pennello nell'inchiostro nero e brillante. Poi mi disegnava figure molto lealistiche . su carta protocollo bianca. Il pennello cinese era proprio lo strumento adatto e mio padre aveva una bellissima calligrafia. cinese. Cosi mi disegnava anche alcuni caratteri ciinesi. I numeri, il nome della Cina, gli ideogrammi di: uomo, donna. figlio, cuore, cavallo, albero, e cosi via. Deve avermi fat­to vedere qualche dozzina di caratteri ed io avevo imparato a scrivere una ventina dei . più semplici.

Fu solo nel 1977 - quando avevo 50 anni - che decisi di imparare il cinese. Avevo tre motivazioni. La prima è che al mondo ci sono un miliardo di cinesi e che uno dovrebbe cer­care di capire almeno un po' del modo in cui esprimono con parole i loro pensieri. Il secondo motivo lo percepivo più come un bisogno. Una volta che hai imparato sei o sette lingue, ti cominci a sentire curioso - se passano mesi ed anni. e non ne impari un'altra. Ti senti a disagio. Invece, quando ricominci al studiare una lingua nuova, tutto va a posto. L'apprendimento delle lingue. dopo che hai superato una certa soglia, ti dà assuefazione.

La mia terza motivazione era una sfida personale. Mio figlio Giovanni aveva 9 anni: studiava l'inglese da qualche anno, ma· non aveva fatto molti progressi. lo cercavo di spingerlo, ma lui resisteva. Poi cominciò a perdere interesse e a sostenere che non ce l'avrebbe mai fatta - non sarebbe mai riuscito a parlare .inglese in modo decente. Dopo averlo rassicurato come potevo, lo sfidai. Era disposto a sforzarsi molto di più, se intanto io seguivo il primo corso di cinese e passavo agli esami?

Giovanni fu d'accordo. Avrebbe studiato molto più intensa­mente e poi avrebbe passato un esame di letteratura, dettato e conversazione con sua nonna. Da allora non ebbi scelta. Mio figlio passò l'esame davanti a mia madre. lo passai l'esame del primo corso di cinese. Ora Giovanni legge Graham Greene in inglese e io seguo il secondo corso di cinese.

In generale io sconsiglio tutti di frequentare le scuole di lin­gue. Costano troppo e· spesso tendono a frenare il progresso degli studenti. I metodi che ho descritto per il tedesco e l’inglese vanno benissimo per chi voglia imparare da solo o quasi senza insegnanti. Per il cinese è diverso. Anche usando gli ottimi libri di testo pubblicati da John de Francis, uno ha bisogno di un maestro, sia per la pronuncia, sia per farsi spiegare come funziona davvero la lingua cinese. Così frequento una scuola serale – e mi meraviglio di me stesso quando faccio i compiti a casa e mi accorgo di aver appena letto rapidamente una pagina piena di ideogrammi, che certamente non costituiscono un testo molto difficile, ma che fino a pochi anni fa avrei considerato del tutto incomprensibili per ogni essere umano normale.

 

conclusioni

Il modo migliore in cui puoi trarre le tue conclusioni sui metodi per imparare le lingue che ho presentato in questo capitolo è di provarli tu stesso. Uno o l’altro metodo può essere particolarmente efficace per una data persona in un certo momento. Come ho detto all’iniio del capitolo: ci sono molti modi per imparare le lingue – e funzionano tutti. Si tratta solo di sceglierne uno con cui ti trovi a tuo agio.

Per imparare abbiamo bisogno di motivazione e la motivazione viene rinforzata dalle ricompense. B.F. Skinner, il famoso psicologo del comportamento, dice che la ricompensa deve arrivare al più presto per rinforzare la motivazione più efficacemente. Perciò non devi immaginare situazioni troppo lontane nell’avvenire per cercare le tue ricompense. Potresti immaginare che ti togli dai guai impressionando una banda di cacciatori di teste filippini con la tua perfetta conoscenza del tagalog (il tagalog è una lingua che si parla nelle Filippine, ma non so se ci siano cacciatori di teste in quelle isole, né se parlino tagalog). Potresti immaginare che il re di Swvezia si complimenti con te per la perfezione dello svedese in cui hai pronunciato il discorso ufficiale di accettazione del premio Nobel che ti hanno appena dato.

Ma queste ricompense sono troppo remote e improbabili per essere utili Perciò non aver paura di cercarne di più modeste. Non aver paura di sfoggiare la nuova frase straniera che hai imparato - con amici, con la hostess in aereo, con stranieri che incontritri casualmente. Uno dei pochi modi in cui posso sfoggiare la mia modesta conoscenza del cinese, per ora, è di ordinare nei ristoranti cinesi.

Anche se non ti diverti a sfoggiare le tue abilità, fallo ugualmente, perché ogni volta riceverai qualche segnale istruttivo. Ti renderai conto di quanto tu sia comprensibile, ti farai correggere la pronuncia o evocherai qualche risposta che agginagerà qualcosa alle conoscenze linguistiche che stai accumulando.

Più avanti vai - maggiori saranno le tue ricompense. Potrai decidere di non fare mai l'interprete o il traduttore per Però vedrai che se conosci bene un'altra lingua, è come se avessi un'altra persona sempre al tuo servizio. Se viaggi, puoi dire o ricevere informazioni sufficienti a tirare dai pasticci qualcuno - forse te stesso.

Se sei in affari, sarai avvantaggiato rispetto ai tuoi concor­renti sul mercato o nell'azienda in cui lavori - perché non hai bisogno di interprete. Spendi meno, ricevi prima le informazioni e spesso ricevi informazioni giuste invece che sbagliate

Per influire sul mondo intorno a te hai bisogno di informazioni, che sono generate, analizzate, elaborate e diffuse dagli uomini - usando linguaggi umani. Più lingue conosci, più informazioni puoi avere e più puoi influire sul mondo.

Qualche volta succede che un uomo più bravo non venga promosso e che sia favorito uno meno abile, ma che conosce le lingue. (Naturalmente, pero. non è gentile neanche citare una simile eventualità come una motivazione per imparare le lingue.) C'è da aggiungere qualcosa a quello che ho detto poco fa. Le informazioni sono generate, analizzate, elaborate e diffuse anche dai calcolatori elettronici - usando linguaggi di calcolatori.

I linguaggi dei computer sono roba del tutto diversa dai linguaggi umani e quello. che si può dire su questi ultimi non certo per i primì. Un'appendice sui linguaggi dei computer e su come impararli sarebbe troppo specializzata. Diro solo che conoscere alcuni moderni linguaggi dei computer è certo un vantaggio - qualunque sia la tua professione o il tuo mestiere.

 

 

Imparate a leggere l’inglese: avrete accesso alle fonti in lingua inglese e diventerete coltissimi e informatissimi in pochissimo tempo

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Non pochi di noi hanno un amico che ha fatto il liceo classico e che “se la tira”, grazie alla sua (presunta) superiore cultura. Non parliamo poi di quelli che si diplomano in licei classici prestigiosi, come l’Alfieri di Torino o altre istituzioni con un corpo insegnante degno della Normale di Pisa.

Bene, questo può essere vero riguardo le basi di partenza, ma non c’è posizione che non si possa ribaltare.

Consideriamo i punti forti nostri e del “nemico”. La prima strettoia è il tempo. I liceali diplomati al classico aspirano a posizioni di vertice, sono i futuri medici, avvocati, architetti. Perciò, come tutti noi, hanno un doloroso tallone di Achille: il tempo – che manca – per le letture culturali.

Il secondo tallone di Achille è la conoscenza dell’inglese.

Che abbiate la licenza media o veniate da un istituto con meno quarti di nobiltà di un liceo classico prestigioso, tutto quello che dovete fare è apprendere la lettura dell’inglese, e il gioco è fatto. E non solo perché gli italiani normalmente non parlano né leggono agevolmente l’inglese, e i liceali non fanno eccezione (molti di loro, poi, conoscono solo il francese), e, come dice il proverbio: “in un paese di ciechi l’orbo è re”, ma anche perché, al confronto dell’asfittico mercato editoriale italiano e della assoluta povertà delle pagine web italiane dedicate alla cultura, le fonti di lingua inglese, sia cartacee che elettroniche sono sterminate e di altissima qualità.

I docenti universitari italiani, come spiega esaurientemente Umberto Eco, sono ancora assunti con sistema clientelare (spesso le università sono regionali e assumono manodopera regionale) e il loro livello, paragonato a quello delle università anglosassoni, è bassissimo, dato anche il bassissimo livello di impegno richiesto: tre ore di lezione a settimana, nessun counseling agli studenti e una pubblicazione accademica periodica, quale che sia.

Sicuramente la cultura francese è estesa, ma non crediate di trovare tanto tra le fonti francofone: niente di paragonabile alla estensione di quelle anglosassoni. E comunque i migliori studiosi francesi, da Dumezil a Puech a Cumont, da Lacan a Foucault a Sartre sono tradotti in inglese.

Attenzione al trucco: per ottenere immediatamente questi immensi benefici, dovete, prima di tutto,  iniziare a leggere solamente, e solo successivamente, a parlare o scrivere.

Prendete un libro scritto in inglese e, superando le paure e gli allarmismi che il vostro insegnante di inglese semina come mine sul vostro percorso di apprendimento della cultura inglese, iniziate a leggere un testo senza tagli o semplificazioni. Il massimo che vi possa capitare è che non capiate certe frasi: ebbene sottolineatele, e poi mettetevi d'accordo con un insegnante di inglese non per lunghe e inutili lezioni di pronuncia e grammatica (quelle potete benissimo apprenderle a scuola o da soli), ma semplicemente fatevi tradurre i brani che non capite.

Importante è che non usiate il dizionario cartaceo per cercare la traduzione delle parole. Oggi esistono traduttori elettronici portatili (es. il traduttore della Sharp, che incorpora il Dizionario Ragazzini Italiano-Inglese, con citazioni di slang persino dal "Padrino"), app per smartphone, e la funzione di traduzione del lettore Kindle, che consente, toccando la parola, di vedere immediatamente la schermata del dizionario.

Per ogni libro che leggerete il vostro vocabolario aumenterà di almeno 2.000 parole, che è il modo migliore per apprendere le parole inglesi: esse vi rimarranno più impresse perché sono acquisite nel contesto di una scena avvincente o di un discorso interessante, e non come parte di un noioso elenco da ripetere. La vostra fraseologia in lingua inglese si arricchirà enormemente. Come bonus imparerete a parlare perfettamente l’inglese. Chatterete senza difficoltà con persone di Dubai e dell’Australia. Navigherete online e farete acquisti presso siti in lingua inglese. E molto altro.

Tra l’altro, venire a contatto con le fonti inglesi vi darà un altro regalo prezioso: l’abitudine alla concretezza. Vi assicuro che il vostro “fiuto culturale”, a contatto con le produzioni intellettuali migliori in ogni campo, si affinerà senza fallo. Smetterete di leggere le fumosità di Roberto Calasso sulla mitologia greca e passerete a Gibbon e Robert Graves o al bellissimo libro di Fiona McHardy sul ruolo della vendetta nella Grecia Antica. Smetterete di leggere le funamboliche prose di Baricco e passerete agli straordinari romanzi neogotici di Patrick McGrath. Riguardo Giordano Bruno, l’arte di memoria e la cabala rinascimentale finirete per capire che Luigi Firpo è uno stanco ripetitore e Paolo Rossi ha le idee confuse e che le cose migliori e definitive sono state scritte da Frances Yates e P.D. Walker. Smetterete di leggere le tediose e inutili compilazioni di date e nomi di Massimo Introvigne, che forniscono pochissime indicazioni concrete sulle concezioni filosofiche e leggendo le opere di Flowers e McGreggor capirete (se siete interessati all’argomento) cosa sia realmente il satanismo contemporaneo.

Senza contare che i prezzi delle pubblicazioni in inglese sono normalmente assai più bassi di quelle italiane. Tanto per fare un esempio, da noi case editrici come Piemme, Queriniana, San Paolo pubblicano brevi opere patristiche prese dalla sterminata raccolta della patristica latina e greca fatta da Jean-Louis Migne nell'Ottocento (Patrologia Latina e Patrologia Greca) a prezzi scandalosi, quando in lingua inglese vi può capitare di disporre della traduzione di interi volumi di questa raccolta, comprendenti ciascuno centinaia di simili trattati. Non parliamo poi del prezzo (ridottissimo) degli ebook in inglese scaricabila da Amazon. Quanti romanzi e racconti in inglese costano la metà? L’abbinamento Kindle-lingua inglese è straordinario

Un altro vantaggio notevole è che sfuggirete alla dittatura culturale della sinistra italiana. Persino le vostre letture di ispirazione cattolica ne saranno cambiate: uno studioso come Rodney Stark, sociologo delle religioni di ispirazione cattolica senza inopportune propensioni di sinistra rappresenta una boccata di aria fresca e le sue opere di straordinaria erudizione sul ruolo che il cristianesimo ha avuto nello sviluppo della civiltà moderna iniziano solo ora ad essere tradotte.

Tutta la vasta letteratura psicologica costituita da libri di auto-analisi ("self-help") riguardo la sessodipendenza, le fobie, la dipendenza da alcol e da gioco, problemi relazionali e di coppia, che in Italia praticamente non esiste, vi saranno disponibili per aiuto e consultazione.

Ecco alcuni argomenti su cui in Italia c’è il “silenzio radio”:

- Libri sugli aspetti negativi dell’Islam e sulla cultura islamica come essa realmente è nei paesi islamici

- Aspetti violenti delle religioni e delle civiltà primitive (sacrifici umani, schiavitù, ecc.)

- Ricerca biblica anglosassone

- Libri che espongono in modo imparziale le idee della destra politica (tanto per fare il paragono, durante la scorsa campagna elettorale in Francia erano apparsi dei preziosi ed estremamente istruttivi volumi che confrontavano la posizione della destra e della sinistra sull'uscita dall'Euro, la migrazione ed altri punti controversi, mentre in Italia sarebbe vano sperare)

… Eccetera

Ecco alcuni argomenti "esotici" che lo sclerotico mercato editoriale italiano non si sogna di trattare:

- Libri di analisi militare di battaglie

- Sostanze vegetali stimolanti dell'attenzione (non sto parlando di droghe!)

… E molto altro. Per non parlare del fatto che certe opere italiane (vedi quelle, straordinarie, del folclorista Carlo Ginzburg) si conservano solo in inglese, perché in Italia c'è la pessima abitudine di non rieditare nulla, neanche i bestseller.

Oggi, chi studia matematica, medicina, ingegneria, deve conoscere le fonti inglesi, perché le riviste di medicina, gli articoli tecnici, i migliori testi sono in inglese. Il cardiologo Gaetano Azzolina ricorda che ai tempi dell'università si rese ben presto conto che i manuali medici in italiano erano volgari scopiazzature di testi inglesi, ed è passato all'"originale". Chi scrive si è trovato a leggere in un blog italiano un articolo sulla soia che era la copia esatta (in traduzione) di un noto articolo statunitense del 1980 sui pericoli della soia, spacciato per farina del sacco del blogger.

Il mercato inglese presenta reprint di opere introvabili o le mette a disposizione come opere di pubblico dominio. Potrete più facilmente trovare opere come quelle di Rohde sulla cultura classica in inglese che non in italiano.

La divulgazione in lingua inglese e immensamente superiore a quella in lingua italiana. La Oxford University Press e la Cambridge University Press hanno addirittura delle collane divulgative (gli Oxford Companions, i Cambridge Companions e i Blackwell Companions) laddove le paludate università italiane non si sognano neanche di abbassarsi a cose del genere. La divulgazione scientifica, che in Italia è a livelli ridicoli, conta, nei paesi anglosassoni, opere che sono delle vere gemme. Che vogliate apprendere la genetica, la teoria della relatività, o la matematica, dovete per forza rivolgervi alle fonti inglesi. Sono in inglese gli straordinari libri e manuali di matematica della Springer Verlag, ma maggiore casa editrice di matematica del mondo. Se dovete sapere cos'è la topologia, la teoria dei numeri o la teoria delle varietà differenziabili, o anche leggere le opere divulgative di Ian Stewart sulla nuova matematica dovete per forza sapere l'inglese.

Per quanto riguarda poi le conoscenze più specialistiche, non c'è paragone tra le fonti italiane (e anche francesi) e quelle inglesi. In inglese sono le pubblicazioni di Routledge, Tauris e Brill, tre delle maggiori case editrici mondiali su argomenti che spaziano dall'arte dei principati tartari russi del XIII secolo alla traduzione delle lettere che i Pasha di Buda scambiavano alla fine del Cinquecento con gli imperatori Asburgici. Una delle fonti di eccellenza per la conoscenza della cultura classica è la sterminata Enciclopedia Pauly-Wissowa, che è in lingua tedesca, che ha persino degli articoli che spiegano in dettaglio la lingua etrusca, e di cui si possono trovare pressoché tutti i volumi importanti in traduzione inglese.

L’abilità che acquisirete, in un paese di analfabeti linguistici come l’Italia, potrebbero avere anche un serio ritorno economico. Potrete sicuramente insegnare l’inglese. Guadagnare come traduttori. Per non parlare dei soldi che potreste farvi traducendo qualcosa. Recentemente, un tipo intraprendente ha tradotto il famoso "Manuale delle pervesioni sessuali" di Kraftt-Ebing da un’opera di pubblico dominio e sta guadagnando tre euro a copia.

Ma a parte le fonti culturali, verrete in contatto con l'autentica cultura anglosassone, scoprirete cosa è stata veramente la guerra del Vietnam e in generale la storia USA, come funziona il sistema delle libertà individuali negli Stati Uniti, il paese più avanzato al mondo al riguardo, e molto altro.

Auguri e buone letture.

 

 

Fate un corso di dattilografia

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Sì, avete letto bene. Acquistate un vecchio manuale di dattilografia, di quelli utilizzati dagli alunni degli istituti tecnici commerciali al tempo delle macchine da scrivere, mettete un foglio di carta sopra le vostre mani e imparate a digitare a dieci dita senza guardare la tastiera (lasciate perdere la digitazione veloce a due dita, di cui sconsiglio vivamente l’abitudine).

Se dovessi elencare le dieci cose più intelligenti e produttive che ho fatto nella mia vita, l’apprendimento della dattilografia sarebbe certamente tra esse. La mia velocità di battitura al computer arriva, quando sono in buona giornata, a 360 battute al minuto, vale a dire sei battute al secondo. Con questa velocità, scrivo da solo tutte le lettere, commerciali, di affari e non, che devo inviare, scrivo delle preziose sintesi dei libri che leggo, tengo un diario giornaliero, scrivo romanzi e novelle, e saggi per puro divertimento, chatto alla velocità della luce (peccato che gli altri siano capaci si scrivere solo parole smozzicate…) e faccio tantissime altre cose.

Abbinando un dittafono, in cui registrate i vostri pensieri e le vostre idee durante la giornata (cercate su internet “dittafoni Philips” per sapere di cosa si tratta: i migliori non sono quelli digitali, ma quelli a micro-cassette) potrete mettere su carta le vostre idee.

Considerate poi le seguenti cose.

Bene o male, tutti, sul lavoro, dobbiamo ormai utilizzare il computer. Vedete colleghi che scrivono velocissimi a due dita e non hanno avuto bisogno di imparare, ma sbagliate: digitando a dieci dita la fatica nervosa è molto minore e si finisce molto prima.

Non si può utilizzare pienamente un computer, con le sue infinite potenzialità, senza aver imparato a digitare velocemente. Le stesse ricerche su internet vengono svolte in un tempo dimezzato se si riesce a digitare velocemente le stringhe con le parole chiave, che richiedono alle volte molti tentativi prima di trovare ciò che ci necessita.

Per evitare l’invecchiamento del cervello, si consiglia di apprendere una abilità manuale, che attiva i neuroni motori, che sono molto più numerosi di quelli del pensiero astratto. Il ballo, suonare il pianoforte, le abilità manuali come la dattilografia mantengono giovane il vostro cervello.

In una società complessa come la nostra, ogni cosa va pianificata, vanno fatte delle liste: liste per la partenza dalle vacanze; liste delle cose da fare per vendere l’appartamento o da controllare se si vuole acquistarlo; volete pianificare la vostra pensione, stabilire delle linee guida per i vostri investimenti; volete cambiare le regole alimentari o l’organizzazione della vostra casa. Ebbene, tutto questo richiede che vengano buttati giù degli appunti, con le idee che man mano vi vengono in mente. Scriverli a dieci dita sarà una bazzecola, e anzi un divertimento. Scriverli a due dita è una tortura.

Un altro vantaggio poco noto ma notevolissimo, offerto dal saper scrivere a dieci dita, si ha nel caso in cui, per lavoro o per hobby, ci si diletti a scrivere programmi informatici in visual basic, C++, html o qualsiasi altro linguaggio di programmazione. Per curiosità, visualizzate il sorgente dell’indice del sito learningsources.altervista.org, ma non spaventatevi di quelle apparentemente infinite righe di codice: sono state scritte in poche ore, grazie alla abilità di digitare in modo velocissimo.

Quanto tempo è necessario impiegare per imparare a battere a dieci dita? Pochissimo, in realtà, perché dopo il primo mese in cui si è dedicata un’ora al giorno ad apprendere le regole, l’uso della tastiera diventa più veloce della scrittura autografa e di quella a due dita, e quindi, naturalmente e senza sforzo passerete a scrivere i vostri dossier o i vostri memo con la nuova tecnica, continuando a fare esercizio e diventando sempre più veloci. Una volta innescato, il processo non si arresta più.

Il sito internet learningsources.altervista.org contiene approssimativamente 240 documenti, alcuni di oltre 300 pagine, che sono stati scritti in un tempo risibile, grazie alla abilità di digitare velocemente alla tastiera. Potete mettere in rete in brevissimo tempo la sintesi di qualsiasi libro, di qualsiasi idea che vi interessi far sapere agli altri.

Provare per credere.

 

 

State lontani dal’alcol, anzi dal vino.

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Chi scrive è astemio non per ragioni di salute, ma per evitare alla radice i pericoli dell'alcolismo. Credete che sia un atteggiamento eccessivamente prudente, per non dire paranoico? Ascoltate qui.

I dati dell'ISTAT indicano che il 75% degli italiani consuma alcol (87% degli uomini e 63% delle donne). Il primo bicchiere viene consumato a 11-12 anni: l'età più bassa dell'intera Unione Europea (media UE 14,5 anni). Sono oltre tre milioni i bevitori a rischio e un milione gli alcolisti, contro i 438.000 tossicodipendenti. Le morti per droga in Italia sono state appena 344 (dati 2013), mentre quelle per abuso di alcol sono quarantamila all'anno in media. 817.000 giovani di età inferiore ai 17 anni hanno consumato nel 2000 bevande alcoliche e circa 400.000 bevono in modo problematico (alcolismo). Il 7% dei giovani dichiara di ubriacarsi almeno tre volte alla settimana ed è in costante crescita il numero di adolescenti che consuma alcool fuori dai pasti (+ 103% nel periodo 1995-2000 tra le 14-17enni). Gli astemi, in costante diminuzione, rappresentano il 25% della popolazione.

I rischi legati alle abitudini al bere e le possibili conseguenze che ne derivano, possono coinvolgere, oltre a chi consuma alcool, i colleghi di lavoro, la famiglia o altre persone. Queste conseguenze possono ripercuotersi anche su coloro che, per abitudine o per scelta, non bevono. É il caso degli incidenti stradali, sul lavoro, degli episodi di violenza o di criminalità, che vengono compiuti sotto l’effetto dell’alcool da bevitori che consumano secondo modalità considerate erroneamente normali.

Si diventa alcolisti senza neanche accorgersene. Tantissime situazioni della vita quotidiana sono vie all'alcolismo per chi già consuma vino o bevande alcoliche:

- Un sindacalista ha raccontato di essere diventato alcolista perché, durante le occupazioni di fabbrica, doveva tirare la notte, e per farlo giocava a carte e beveva

- Il consumo di alcol a pasto, insensibilmente, nel corso degli anni aumenta. In molte regioni d'italia un individuo di trent'anni non è raro beva da tre a cinque bicchieri di vino a pasto. I genitori di chi scrive, persone morigerate, però sono arrivati a due-tre bicchieri a pasto.

- Un commerciante ha raccontato che ha iniziato a bere in un periodo di difficoltà economiche e non è più riuscito a smettere

- È ben noto che persone con una delusione amorosa, depressione, disoccupazione e in altre situazioni critiche si rivolgono immediatamente all'alcol per cercare sollievo.

Ogni anno sono attribuibili, direttamente o indirettamente, al consumo di alcool:

- il 10% di tutte le malattie,

- il 10% di tutti i tumori,

- il 63% di tutte le cirrosi epatiche,

- il 41% degli omicidi,

- il 45% di tutti gli incidenti,

- il 9% delle invalidità o delle malattie croniche.

Il consumo di bevande alcoliche, determina il potenziamento degli effetti all’esposizione professionale ad agenti chimici (solventi in particolare) e neurotossici (piombo, ecc.).

Tra le lesioni fisiche meno note o taciute provocate dall'alcol:

- Il cervello viene parzialmente distrutto. La TAC del cervello di un alcolizzato cronico mostra che nella materia cerebrale vi sono delle cavità piene di pus

- L'alcolista subisce importanti danni agli occhi e rischia la semi-cecità

- Molti alcolisti hanno notevoli perdite di sangue nelle urine ogni mattina

- L'alcol "mangia" il rivestimento dello stomaco e gli alcolisti, per poter fare un modesto pasto, devono prima ingerire una capsula di vaselina perché altrimenti gli alimenti potrebbero lacerare le pareti dello stomaco.

Complessivamente, il 10% dei ricoveri è attribuibile all’alcool; nell’anno 2000 tale numero è stato stimato in 326.000, di cui 100.000 con diagnosi totalmente attribuibile all’alcool (relazione al Parlamento del Ministro della Salute).

Ogni anno in Italia circa 40.000 persone muoiono a causa dell’alcool per cirrosi epatica, tumori, infarto del miocardio, suicidi, omicidi, incidenti stradali e domestici e per incidenti in ambienti lavorativi.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che i costi annuali sociali e sanitari, sostenuti a causa di problemi collegati all’alcool sono pari al 25% del Prodotto Interno Lordo (PIL). Secondo tale stima sul PIL nazionale dell’anno 2004 (1.351 milioni di euro) i costi dell’alcool risulterebbero pari a 2767 milioni di euro (pari a 52130 miliardi delle vecchie lire).

Fanno parte di questi costi quelli sostenuti dalle famiglie per il licenziamento o il declassamento in mansioni lavorative meno qualificate o di minor responsabilità. Alcune stime calcolano che i costi diretti derivanti dal incidenti nei luoghi di lavoro connessi al consumo di bevande alcoliche corrispondono a 1 milione e 500.000 euro.

Considerati questi pericoli, sia l’organizzazione mondiale della sanità (OMS) che il National Institute of Health (NIH) degli Stati Uniti ribadiscono che nessun individuo può essere sollecitato al consumo anche moderato di bevande alcoliche, considerando il rischio che l’uso di alcol comporta per l’organismo. Inoltre gli individui che non bevono non possono e non devono essere sollecitati a modificare il proprio atteggiamento.

Secondo lo scrivente, il compito di un genitore responsabile è scoraggiare con ogni mezzo il consumo di bevande contenenti alcol.

Considerate, infine, che i benefici del vino non vengono dall’alcol (che è tossico per il cervello), ma dal resveratrolo, che è contenuto anche nel succo d’uva. Entrate in un negozio di alimenti biologici e acquistate bottigliette di succo d’uva, ricco di antiossidanti e di sostanze che il vino non possiede.

 

 

I 10 effetti negativi della pornografia sulla vostra psiche, il vostro matrimonio e la vostra vita sessuale

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I 18 effetti negativi del sesso fine a se stesso sulla vostra psiche, la vostra salute e la vostra vita di relazione.

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Quali sono le principali e più gravi malattie a trasmissione sessuale? Cosa posso fare per evitarle? Quali sono le vaccinazioni e gli accorgimenti più importanti?

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Devo evitare del tutto gli psicofarmaci? Devo curare la mia depressione con psicoterapia anziché con psicofarmaci? Quali sono i principali danni provocati dagli psicofarmaci? Esistono sostanze dannose per la salute mentale?

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  Per quanto riguarda la terapia della depressione, il consiglio è leggere il libro di Serena Zoli, E liberaci dal male oscuro, che è un intervista della giornalista allo psichiatra di fama internazionale Piero Cassano. Nel libro si afferma che la psicoterapia può fare ben poco contro una depressione che ha basi fisiologiche, e che in questo caso gli psicofarmaci sono una forma di terapia necessaria, che può far riconquistare a migliaia di persone la salute perduta.

  La prima ed ovvia raccomandazione è di leggere molto attentamente il foglietto illustrativo.

  Nel caso di disturbi mentali ed emozionali, è somministrato un gruppo di farmaci conosciuti come "neurolettici" in dosaggi che variano da molto modesto a molto alto. Alcuni esempi di ben conosciuti antipsicotici di questa categoria sono Stelazine, Chlorpromazine, Haloperidol, Fluphenazine.

Usati regolarmente per un certo periodo di tempo, rischiano di infliggere danni permanenti al fegato, alla pelle, alla cornea, al midollo osseo, cuore e specialmente al sistema nervoso centrale (vedi discinesie tardive). Ad esempio reazioni allergiche della pelle, reazioni allergiche del midollo che producono agranulocitosi, distruzione del fegato, epatite, morte per infarto coronarico causato da silente deterioramento del sistema di irrorazione del cuore.

  State attenti se il farmaco vi provoca contrazioni della bocca e tic del viso. Si tratta dei cosiddetti "sintomi extrapiramidali", che potrebbero divenire permanenti.

Probabilmente l'effetto più conosciuto dell'uso prolungato dei neurolettici è la tendenza a produrre un disturbo molto serio del sistema nervoso centrale noto come discinesia tardiva.

Questa condizione è caratterizzata da turbe dei movimenti muscolari, specie della faccia, e da tremito e rigidità nelle pani e nei piedi. La memoria e la capacità di concentrazione  sono pure spesso drasticamente deteriorate. Il discinetico si trova involontariamente a fare smorfie, a compiere atti di masticazione, a mostrare a lingua e a strizzare gli occhi; può anche ridere o piangere senza sentire le emozioni che provocherebbero tali azioni.

Passate indagini di soggetti cronicamente istituzionalizzati  ha mostrato la prevalenza di discinesia tardiva dall'uno al 55 per cento, con gli studi più recenti che mostrano percentuali più alte. Questi studi hanno mostrato che i pazienti con alto rischio di discinesia tardiva sono donne che abbiano usato neurolettici per più di due anni e di età superiore a 55 anni.

  Prodotti antipsicotici come l'Olanzapina (Zyprexa) possono provocare improvvise depressioni, con esiti anche suicidi. Interrompere immediatamente l'assunzione al primo comparire di pensieri e sintomi depressivi.

  Secondo certe scuole di naturopatia l'assunzione di zuccheri semplici può provocare sbalzi di umore, a causa dei picchi di glicemia/ipoglicemia

  The, caffè andrebbero banditi completamente in soggetti con basso controllo degli istinti e in particolare della rabbia e dell'aggressività. L'attività eccitante del the in particolare non è meno subdola di quella del caffè.

  In generale, l'effetto collaterale immancabile e più pesante di antipsicotici e antidepressivi è che provocano un grande senso di affaticamento: qualsiasi lavoro o azione diventa faticosa, fino ad arrivare a difficoltà di articolare la parola. In questo caso occorre rivedere il dosaggio col proprio terapeuta. Soprattutto quando questo affaticamento costante rischia di trasformarsi esso stesso in un fattore di depressione.

 

 

La psicoterapia serve?

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Il consiglio è: usa il buonsenso, cerca di renderti conto se le cose procedono o non portano alcun risultato. Ecco, di seguito, alcuni aspetti negativi o trappole di cui tenere conto:

  Certe situazioni (es. coniugali) si sbloccano con un consiglio che potrebbe darvi qualsiasi persona di buonsenso (sacerdote, amico, parente, avvocato), senza ricorrere ad una impegnativa psicoterapia. In questi casi un amico intelligente e fidato è la migliore risorsa.

La psicologia della comunicazione è una branca estremamente interessante della psicologia che a torto o per ignoranza è tenuta in scarsa considerazione. Fossi in voi, la prima spesa che farei è quella di far analizzare il mio comportamento e gli errori di comunicazione e di atteggiamento nei confronti delle altre persone da un valido psicologo della comunicazione. Molti dei problemi psicologici sono relazionali, legati al nostro modo di rapportarci con le persone, e spariranno grazie ai consigli di un tale specialista, utilissimi anche ad insegnanti, funzionari a contatto col pubblico e a molti altri.

  Il mercato della psicoterapia è una giungla. In italia qualsiasi persona uscita dalla facoltà di psicologia può esporre il cartello "psicologo" dopo un tirocinio biennale con una qualsiasi psicologo iscritto all'albo. Non c'è nessun sistema di controllo della qualità.

A differenza che nei paesi anglosassoni, in cui la pratica del self enhancement e della psicoterapia è molto diffusa, in Italia, fino a poco tempo fa non era cosa frequente andare da un terapeuta. Quindi da noi non esiste un adeguato background di formazione e di esperienza e i nostri terapeuti sono normalmente di livello (anche molto) inferiore a quelli stranieri.

  Le scuole psicoterapeutiche sono numerosissime. E' praticamente impossibile orizzontarsi. Ognuna propone la sua soluzione. Un paziente, a seconda del caso, può diventare oggetto di sperimentazione di teorie e pratiche di tipo del tutto opposto: freudiane, lacaniane, scuola di Palo Alto, cognitivismo, psicomagia, ecc.

  Da molte parti si afferma ormai che le terapie basate sulla esplorazione della propria infanzia e dei relativi traumi sono lunghe, costosissime e improduttive, perché quello che conta è come la persona è ora. La psicanalisi (freudiana, lacaniana ecc.) sta diventando sempre più svalutata, perché è lunghissima (tre, cinque anni e più) e costosissima (una o due sedute settimanali) a favore di terapie brevi.

Ecco una storia emblematica di una persona intrappolata in una terapia lunghissima e costosissima, che alla fine è riuscito a liberarsene. Ivano G. Casamonti, un giornalista, ha raccontato che quando era ancora insegnante, per risolvere i problemi personali, che includevano un rapporto in crisi con la moglie, sia lui che lei si erano rivolte alla stessa terapeuta. La terapia, costosissima, si era protratta per diversi anni. La psicoterapeuta aveva addirittura consigliato alla moglie di Casamonti di "sperimentare la propria libertà" e tradire il marito. Finché un giorno un incidente stradale banale e grave (sfiguramento del volto con necessità di pagare una impegnativa chirurgia estetica ricostruttiva) mise Casamonti di fronte alla scelta di continuare a fare terapia o rimanere sfigurato. Ne parlò con la psicanalista, la cui risposta fu… che doveva senz'altro continuare a fare psicoterapia e rimanere sfigurato. Improvvisamente, a lui e alla moglie si aprirono gli occhi. Gettarono via il quadernetto da "pirla in analisi" (così lo chiama Casamonti) dove giorno per giorno la terapeuta pretendeva che venissero annotati tutti i pensieri, il marito si sottopose a interventi chirurgici, rifece la pace con la moglie, cambiò professione (giornalista) con un deciso aumento di soddisfazione e di stipendio. E non tornò mai più in analisi.

  Certe terapie (psicanalisi) sono lunghissime (fino a 5 anni), costosissime e estremamente impegnative in termini di tempo (due sedute a settimana di almeno 60 euro ciascuna). Andrebbe valutato se utilizzarle solo in casi molto gravi e impegnativi.

  Il fatto che lo psicoterapeuta esponga una laurea in medicina non vuol dire assolutamente nulla: molti medici si riciclano come psicoterapeuti con l'aggravante di non avere né una laurea in psicologia né una specializzazione in psichiatria

  Come consiglia Vittorino Andreoli nel suo libro I segreti della mente (la cui lettura è consigliata), una strategia da mettere in atto indipendentemente dal ricorso al terapeuta è quella di monitorare e riconoscere subito i segni di disordine mentale e intervenire immediatamente. Per far questo occorre leggere un buon testo che descriva i principali sintomi e varietà delle nevrosi e psicosi.

  Per certe patologie (vedi il paragrafo sulla depressione) la terapia farmacologica è inderogabile e quella psicologica è inutile o al massimo di supporto

In alternativa alla psicoterapia si può provare:

  La consulenza filosofica. Il consulente filosofico cerca di fornire al paziente un modo di elaborare razionalmente e individuare i propri problemi e i propri valori, promovendo un agire più consapevole

  Il counseling: è focalizzato sul superamento di determinate situazioni problematiche, senza investire l'intera personalità del paziente

  Training autogeno e autoipnosi. Sono tecniche di rilassamento che hanno importanti effetti terapeutici e di auto-coscienza

  Meditazione. Esiste una offerta vastissima di corsi di meditazione: dalla meditazione buddhista, alla meditazione tantrica ecc.

  Ipnoterapia: l'ipnoterapeuta agisce sul sintomo (timidezza, rabbia, ecc.) cercando di rimuoverlo, e questo talvolta è sufficiente

  self therapy : esiste una importante manualistica statunitense, che sta venendo sempre più tradotta in italia, su come fare esercizi per aumentare da soli autoconsapevolezza, volontà ecc.

 

 

Essere (eccessivamente) tirchi rovina la vostra vita

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La regola del giusto mezzo non è semplicemente una vuota formula retorica: in molti casi si rivela una preziosa regola di esperienza. Uno di questi casi riguarda il nostro atteggiamento nei confronti del denaro e dello spendere denaro. Tutti sanno che la prodigalità conduce alla rovina economica e hanno in mente immagini di persone finite all’ospizio di mendicità o a dormire sotto i ponti.

Non altrettanto netto è il giudizio negativo rispetto alla estrema tirchieria, che viene normalmente considerata semmai un peccato che riguarda il moralista o un tratto caratteriale sgradevole, più che una abitudine autolesionistica. Quando si parla di persone taccagne ci viene in mente l’egoismo di Ebenezer Scrooge nella novella di Charles Dickens, un vecchio ricchissimo ma senza affetti.

E invece dovreste riflettere in quante altre maniere una persona ossessivamente taccagna danneggia la propria vita.

Perché dovrei comportarmi altrimenti? chiede a questo punto, offesissimo, un lettore frugale e parsimonioso che si riconoscerà nel ritratto che faremo. Chi sei tu per dire che il tuo comportamento è meno assurdo del mio?

Fate attenzione: contrariamente a quanto potreste credere, nessuno qui dice che un individuo libero debba comportarsi altrimenti rispetto a come ha scelto di comportarsi. Comportarsi come si vuole – nei limiti del lecito – è giusto e sacrosanto.

Però – ed è questo il punto importante che molti non colgono –  una persona deve scegliere il suo stile di vita, vale a dire adottarlo consapevolmente: comportarsi in un certo modo perché si ignorano i danni che si fanno a se stessi è sbagliato. Se una persona adotta uno stile di vita in modo puramente istintivo o irriflessivo, per predisposizione, diciamo così, genetica o caratteriale, come avviene per molti tirchi (“tirchi e spendaccioni si nasce” si sente spesso dire), senza aver considerato prima tutti i pro e i contro, commette lo stesso errore del tizio dal carattere collerico che fa sempre a pugni “perché è nato così”.

Il tirchio può fare il tirchio quanto vuole, a patto che abbia considerato il fatto che il suo comportamento condiziona tutti gli altri aspetti della sua esistenza. Persino nei rapporti con l’altro sesso: nessuna possibilità che entri in un locale a pagamento (discoteca, dancing, ecc.) dove sia possibile incontrare ragazze, nessuna possibilità di iscriversi ad un corso di ballo, ad una palestra di yoga, che è diventata l’agenzia matrimoniale dei nostri tempi. Nessuna possibilità di fare regalini o viaggi insieme. Niente di niente. Il tirchio non si unisce facilmente alle compagnie, perché quando si tratta di pagare la pizza del pub è colto da attacco di angoscia.

Chi scrive aveva due amici che erano venuti a vivere con lui da un’altra regione, e che avevano deciso che avrebbero aperto un negozio di ferramenta quando avessero risparmiato abbastanza. E risparmiavano davvero parecchio. Avevano trovato un impiego in una agenzia ippica del centro. Per economizzare, partivano dal comune della prima cintura dove abitavano due ore prima dell’orario di apertura dell’agenzia, e facevano a piedi la tratta urbana. Mangiavano esclusivamente grandi piatti di pasta e fagioli condita con olio di semi vari. Non utilizzavano riscaldamento nella loro stanza, in modo da non pagare la loro parte della bolletta. Non uscivano e non si concedevano divertimenti, tranne interminabili partite a carte o lettura e commento della Gazzetta dello Sport della settimana prima che il vicino gettava nel contenitore della carta. La loro giornata terminava e finiva qui.

Io rispettavo questa loro scelta, mi auguravo solo che prima di farla avessero avuto ben chiaro tutto quel che si perdevano.

E’ più probabile che una persona ossessivamente avara sia una persona incolta e disinformata piuttosto che il contrario, perché acquisire gli strumenti di cultura e di informazione (libri, computer, giornali) costa.

E’ più probabile che una persona ossessivamente avara non abbia un grande aggiornamento, quale che sia la professione che svolge, perché i corsi di aggiornamento, il materiale informativo necessario costano, e quindi sono al difuori della sua portata.

E’ più probabile che una persona ossessivamente avara abbia un aspetto esteriore più modesto di una persona non avara perché la palestra, le cure estetiche, il guardaroba, persino il barbiere (sostituito dal rasoio elettrico) costano, e quindi sono spese da abolire.

Una persona avara sarà sfavorita nella ricerca del partner, e non solo perché la prospettiva di passare la vita accanto ad una persona che ci segue per la casa ingiungendoci di spegnere le luci non è particolarmente entusiasmante, ma perché per incontrare un partner, a meno di non essere strepitosamente carini, occorre avere vita sociale, e la vita sociale costa: una persona ossessivamente avara rifuggirà dalle compagnie per il solo motivo che una volta a settimana tocca a lei pagare da bere agli amici, così, meglio fare a meno degli amici

E infine, tra i danni maggiori e meno noti che una persona avara infligge a se stessa c’è – paradossalmente – la perdita di tempo. L’avaro letteralmente scialacqua il proprio tempo. Non ci credete? Elenchiamo alcuni casi tipici del comportamento di una persona di quelle sulla cui lapide si potrebbe scrivere: "Ha risparmiato sempre, dovunque e comunque: peccato che non se li sia potuti portare appresso”.

Il tirchio, se fa il pendolare, prende invariabilmente il mezzo più economico e più lento, e magari opta per lunghi tragitti a piedi.

Il tirchio è alla perenne e ossessiva ricerca del prezzo più basso, che vuol dire girare negozi, annotarsi i prezzi, ruminare, confrontare. Sempre, ovviamente, muovendosi col mezzo di trasporto più lento. Se non trova un prodotto al prezzo più basso possibile, va in un altro negozio o rimanda all’indomani, raddoppiando il tempo dedicato alla spesa.

Il tirchio dedica parecchio tempo alla manutenzione e riparazione degli oggetti, lucida accuratamente le scarpe, le ingrassa, olia la catena della bici perché duri più a lungo, controlla ogni giorno il radiatore e l’olio dell’auto, ripone gli abiti con estrema cura e toglie i pelucchi che, per effetto valanga, possono ingrandirsi e creare altri pelucchi che potrebbero – dio non voglia – accorciare la vita utile di un vestito acquistato venti anni prima.

Se il tirchio deve traslocare, non contatterà la ditta più veloce ed efficiente, ma una ditta che fa groupage, e aspetterà che gli comunichino quando altre due o tre persone traslocano per la sua stessa destinazione, in modo da abbattere il prezzo. E intanto attende, giorni, settimane, mesi.

Il tirchio cambia continuamente gestore telefonico, perdendo una quantità imprecisata di tempo a seguire le offerte migliori, alla ricerca della mitica offerta a costo nullo e durata illimitata. In generale, al tirchio piace dedicare il proprio tempo in tali attività di scelta, contrattazione, comparazione, perché ha l’impressione di risparimare ancora di più. Ovvio che una persona che ha tutte le energie mentali focalizzate in questa direzione non ha alcuna possibilità di dedicarle alla individuazione e correzione delle abitudini errate di gestione razionale del tempo.

Il tirchio è un convinto assertore del car sharing, nel senso che attenderà anche un’ora, alla fine del lavoro, che un collega termini gli straordinari per tornare insieme a lui e dimezzare il costo del tragitto.

Il tirchio non usa il corriere espresso. Se potesse eviterebbe anche le tariffe delle Poste, e aspetterebbe sei mesi che il suo pacco arrivi a dorso di mulo o dromedario. Del resto, fa così pochi acquisti che questo per lui non sarebbe un reale problema

Il tirchio si sorbisce senza battere ciglio interminabili file agli sportelli postali perché pagare le bollette alla posta gli fa risparmiare ben un euro a bolletta in confronto alla domiciliazione bancaria. Così facendo, lui e i suoi simili fanno perdere un oceano di tempo a coloro che si recano alle poste solo occasionalmente e ai professionisti che vi si debbono recare obbligatoriamente, ma pazienza: siamo un paese libero, dove ciascuno può permettersi di ignorare ciò che capita al proprio prossimo.

Il tirchio non ha un abbonamento a internet: costa troppo e, peggio ancora, potrebbe fargli venire la tentazione di fare l’upgrade per aumentare il traffico, pagando di più. I suoi mezzi di comunicazione arrivano al telefono fisso, raramente al telefono cellulare, e non certo ad uno smartphone.

Il tirchio maneggia le cose più lentamente, per non danneggiarle, perché durino di più.

Il tirchio gira poco, e quindi non può sfruttare l’occasione di fare più affari contemporaneamente, risparmiando tempo; usa di solito i mezzi di trasporto più economici, e quindi più lenti.

Il tirchio sviluppa una abitudine mentale alla lentezza: quando si trova di fronte alla prospettiva di una spesa, si attivano riflessi condizionati che rallentano il suo pensiero e la sua azione, lo rendono più cauto; mediamente perde più tempo per l’acquisto di un qualsiasi prodotto nuovo delle altre persone, e questo tempo diventa esponenzialmente più alto quanto più aumenta il prezzo del prodotto. Non è raro che il tirchio procrastini per anni acquisti superiori a due biglietti da cinquanta euro, pensandoci, ripensandoci, soppesando.

Il tirchio conserva tutto, separa, classifica, pulisce, imballa e ripone qualsiasi cosa gli capiti a tiro: non sia mai che debba ricomprare una vite che ha gettato via trent’anni prima. Se lo rimprovererebbe fino alla fine dei suoi giorni. Tutto questo implica un continuo spostare, ridisporre, una continua riorganizzazione dello spazio che non basta mai a contenere tutta la paccottiglia che accumula. Perché al tirchio, in realtà, piace possedere: tenere in mano gli oggetti, avere la sensazione fisica dell’accumulazione. Questa vera e propria sindrome dello scoiattolo fa sì che egli raccolga e porti a casa ogni ghianda che trova sul suo cammino.

Tipicamente, il tirchio acquista meno cose di quante glie ne servono: il suo motto è “melius deficere quam abundare”, l’esatto contrario di quello che dicevano i Latini. Quindi eccolo ritornare dal droghiere, dal ferramenta, dal merciaio, perché ha bisogno di altri chiodi, di altre spezie, altro filo, e così continuando.

Il tirchio possiede di solito i modelli più obsoleti e meno efficienti di qualsiasi prodotto: di auto, di computer (se lo ha!). E’ il grande frequentatore dei mercatini dell’usato, dove passa ore ed ore alla ricerca dell’occasione d’oro per poi il più delle volte non acquistare nulla, perché non confessa neanche a se stesso che questi viaggi sono come quelli di quel povero che si avvicinava all’arrosto dell’oste per rubargli il fumo da mettere tra due tozzi di pane: guardare, saziare lo sguardo, ma non toccare né comperare.

Osservando il comportamento di una persona estremamente taccagna ci viene fatto di pensare che costui cerca di svolgere meno attività possibile, perché la maggior parte delle attività comporta un dispendio più o meno elevato di denaro: il suo ideale è stare dentro casa in posizione yoga e respirare (lentamente, per non consumare troppe calorie) oppure giocare a solitario tappato nel suo appartamento centellinando un minestrone in scatola preso dal banco prodotti in scadenza offerti a metà prezzo.

Qualsiasi hobby abbia, il tirchio, questo gli risucchia il doppio o il triplo del tempo che prende ad una persona normale. Se fa modellismo navale, non sia mai che il tirchio utilizzi il seghetto elettrico, che velocizzerebbe il suo lavoro; se fa elettronica, non sia mai che acquisti via internet un componente elettronico introvabile: lui ordina al negoziante e aspetta i mesi necessari che il chip arrivi. Oppure rovista tra le apparecchiature elettroniche usate fino a che non trova (gratis!) il sospirato pezzo che gli manca.

Il tirchio cerca di avere tutte le prestazioni pubbliche gratuite possibili, a costo di aspettare giorni, mesi, anni, eoni. Soggiorni scontati per anziani, mense o bar convenzionati con l’ente presso cui lavora, negozi dove può acquistare a un costo minore con la sua tessera sindacale o cooperativa. Passa volentieri la giornata in torpedone in visita ad una fabbrica di pentole perché gli offrono un pasto gratis. Si potrebbe persino trovarlo che va su e giù per la stessa linea della metropolitana perché lui ha la tessera anziani e lo può fare gratis.

Per il tirchio esistono solo le cure della mutua, con i loro tempi biblici, che oggi sono diventati geologici. Accumula un tempo inverosimile di attesa in ambulatori, dispensari, sportelli delle Asl. Il massimo del virtuosismo lo sfoggia per le cure dentarie: attende anche anni perché lo specialista della mutua, alla fine della giornata, due giornate al mese, si degni di curare il suo dente cariato.

Se ha un hobby culturale, come la lettura, la musica, i concerti, il tirchio assedia biblioteche con la richiesta di prestiti interbibibliotecari di cd o di libri, gira per tutti i mercatini dei libri usati per trovare il libro spaginato o il cd rigato dell’opera che cerca.

Come già detto, il tirchio va solo nei negozi convenzionati anziché in quelli sotto casa, ovviamente a piedi. Se non trova il prodotto economico, si reca in un altro negozio o supermercato. Perde un sacco di tempo a guardare e riguardare i conti, gli scontrini del supermercato, le fatture, per capire come mai quel giorno abbia potuto spendere tre euro invece che due.

Ora che hai letto questo articolo, potrai scrollare le spalle e tornare a contare i tuoi soldi, stavolta con la coscienza di starti comportando razionalmente, perché hai valutato i pro e i contro.

 

 

Oltre a chattare, provate anche a frequentare il bar sotto casa

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Supponiamo che vogliate parlare delle ultime novità politiche o dell'ultimo film che avete visto ed entrate in chat: non l'aveste mai fatto. Nelle chat la gente prevalentemente flirta, tanto per fare (con amici e amiche) oppure proprio seriamente. Inutile entrare in stanze come "Caffè filosofico", "Politica e attualità", "Tecnotrend" e simili: la solfa è sempre la stessa. Persino nelle chat "Over 70 " e "Over 80" la frenesia del flirt non accenna a diminuire. Per non parlare del fatto che ormai le chat sono decisamente superate: in un'ora di affollamento, in chat come Lycos Chat ci sono al massimo 80 persone. Oggi, applicazioni come Facebook Messenger o whatsapp hanno decisamente sostituito le chat, diverse delle quali sono anche a pagamento. I forum sono un'ottima alternativa per discutere di argomenti che ci interessano senza incappare nei forzati del flirt. In netto declino il club degli "amici di penna", persone che si scrivono per migliorare la lingua, anche se è ancora possibile trovarne.

Ma non trascurate il bar sotto casa: spesso si incontrano persone intelligenti che, tra una partita a carte e l'altra, o anche senza partita a carte, parlano di attualità, politica, costume e persino… di dietologia. Preziose esperienze di vita vengono condivise. Amicizie vengono create. Persino attaccare discorso con il barista del vostro caffè mattutino, pomeridiano o serale, che volentieri chiacchiera con voi, può essere una alternativa valida alla caccia dell'interlocutore su internet.

Come cantava Gino Paoli: "Eravamo quattro amici al bar…"

 

 

Non credete più a Babbo Natale? Allora, per favore, smettete anche di giocare a Totocalcio, Lotto e Superenalotto

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Cosa c’è di male nel cullare il sogno di una vincita? Nel pensare che un giorno, giocando i numeri magari sognati la notte, si possa tornare a casa con le tasche piene e la testa finalmente vuota?

Ascoltiamo cosa hanno da dirci in proposito il matematico e il fisico. Chi crea il gioco decide a tavolino quante probabilità devono esserci di vincere e quanto deve rendere a chi lo gestisce. Con la roulette allora chi gioca è sicuro di perdere 2,70 euro ogni 100 giocati, 15 con le slot machine di nuova generazione, 35 con Win for Life, 65 con il Superenalotto, 87 con il Lotto.

“Ma qualcuno che vince c’è!” replicano i giocatori, nel vano tentativo di convincere se stessi che le probabilità di vincita del gruppo coincidano con quelle del singolo. Fare sei al superenalotto? Talmente improbabile che solo una persona su 622.614.630 ce la fa. Per intenderci: sperare di compilare una schedina vincente equivale a gettare Federica Pellegrini in una vasta olimpionica piena di palline con scritti i nomi di tutti i cittadini europei sperando che ne esca stringendo nel pugno il suo. In alternativa potreste provare a gettare una moneta e vedere in quanto tempo riuscite ad ottenere una serie con 622.614.630 testa o croce ininterrotti. Già tentando di realizzare una serie di qualche migliaio di testa o croce, dopo tre mesi di tentativi, avrete l’impressione che è praticamente impossibile.

E non basta credere di cavarsela facendo più tentativi: per avvicinarsi ad una probabilità che valga la pena finanziare con investimenti onerosi bisognerebbe giocare per anni e anni. Per avere una probabilità su 20 di vincere, bisognerebbe giocare per circa 200mila anni. E durante questo periodo la probabilità di morire per incidente, cancro o altre malattie, supererebbe di gran lunga la probabilità di azzeccare i numeri vincenti.

Il massimo della idiozia lo mostrano però non i giocatori, ma i tabaccai che espongono un cartello con scritto: “in questo bar è stato realizzato un cinque al superenalotto”. Sotto di esso andrebbe scritto: “e quindi, per il calcolo delle probabilità, un altro evento simile in questa tabaccheria si verificherà solo tra 1000 anni”. Come effettivamente e scientificamente deve avvenire.

E non credano i più che col Gratta e Vinci le cose migliorino. Altro che “Vinci spesso vinci adesso”, vincere con uno di quei grattini è molto più facile a dirsi che a farsi! Se è vero che uno su quattro di quei cosi patinati risulta vincente, è altrettanto vero che la vincita è più che misera: sono sempre circa 5 o 10 gli euro vinti, equivalenti al costo del biglietto. Il Jackpot da 500mila euro è invece appannaggio di pochi, pochissimi. Solo uno su 100 milioni e 800mila può vincerlo e questo significa che cospargendo di grattini la tratta Bolzano-Barcellona-Madrid-Lisbona-Parigi-Bruxelles-Amsterdam-Copenhagen-Stoccolma-Capo Nord-Helsinki-Mosca-Kiev-Bucaret-Sofia-Atene-e di nuovo Bolzano e poi percorrendola tutta si possono raccattare appena 20 Gratta e Vinci da 500mila euro.

Chi va al bar ad acquistare un Win for Life ha più probabilità di morire investito lungo la strada che di assicurarsi un vitalizio di 1000 euro al mese. Le probabilità di vincere sono inferiori a quelle che la la Terra di essere distrutta nel 2036 dall’asteroide 99942 Apophis.

C’è stato un periodo in cui anche chi scrive era stato attratto dal Superenalotto. All’epoca il jackpot era arrivato ad 80 milioni di euro, e la frenesia aveva contagiato un po’ tutti. La febbre è durata quattro mesi. Come ho smesso? Ho considerato che era più probabile che inviando una lettera a Gesù Bambino con la richiesta di 80 milioni di euro o di un’altra importante grazia io ricevessi una risposta positiva rispetto ad una schedina del Superenalotto. Così ho spedito quella lettera, e sono ancora in attesa di risposta. Nel frattempo, non gioco più.

 

 

“Meglio odiati che compatiti” e altre regole consigliabili nei rapporti con gli altri

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Meglio odiati che compatiti

Il detto "meglio odiati che compatiti" racchiude ad avviso di chi scrive una notevole saggezza di vita. Le persone scansano o ritengono inferiori coloro che espongono pubblicamente le proprie disgrazie e infermità, mentre stimano e ricercano la compagnia delle persone che appaiono forti, serene, in grado di aiutare e non di importunare con continue richieste di attenzione e aiuto. Per non parlare del fatto che la cattiveria del prossimo è sempre in agguato, e non è opportuno mostrare i vostri punti vulnerabili. La chiacchiera dietro le spalle e i tentativi di sminuire il proprio prossimo sono incessanti, specie in un paese come l'Italia, dove l'invidia è un vizio nazionale. In ogni conversazione, qualsiasi accenno a problemi personali vi farà automaticamente considerare come perdenti, senza contare il fatto che fare confidenze personali ad un estraneo spesso non è gradito e lo mette a disagio. In breve: non mostrate mai a nessuno le vostre debolezze.

Inoltre, siate allegri e sereni piuttosto che arrabbiati e musoni, anche a costo di fingere, perché state attraversando un periodo difficile: le persone saranno naturalmente attratte da voi e vi troveranno simpatici.

Non fate notare ad una persona la scarsa qualità della sua vita.

Pensateci bene prima di far notare ad una persona che è servile o ha paura nei confronti di un'altra (un capufficio, il coniuge, un conoscente, ecc.), oppure che ha un lavoro schifoso magari perché, in buonafede, volete incitarlo a "farsi valere" o a "cambiare la propria vita", perché può capitare che la persona non avendo il coraggio o la possibilità di cambiare vi odierà per avergli parlato delle proprie debolezze, e, cosa ancora più probabile, razionalizzerà la propria debolezza dicendovi che non avete capito niente, che lui non è servile o spaventato, ma agisce come agisce perché stima quella persona, e che voi siete solo invidiosi di tale persona. Provare per credere.

Riflettete prima di far del bene alle persone e scegliete la persona giusta

Siate buoni e disponibili, ma valutate bene la persona a cui fate del bene e non eccedete: la maggior parte delle persone, specie gli italiani, scambierà la vostra disponibilità per tontaggine e cercherà di approfittare senza ringraziare. Possono anche capitare situazioni paradossali: una persona che in passato aveva aiutato un'altra diviene più circospetta, negando certi favori e l'altro, non ricevendo più gli stessi vantaggi se la prende con lui, perché si ricorda più facilmente un favore negato oggi che cento favori fatti ieri. Se fate del bene, nella normalità dei casi, non aspettatevi nessuna riconoscenza. Se partite da questa base realistica sarete sereni e non avrete rimorsi e arrabbiature. Mio nonno diceva: "Fai del male e pentiti, fai del bene ma prima pensaci". Non è raro - ed è capitato allo scrivente di sentire molte persone che glie lo hanno raccontato - che far del bene ad un parente, ad un amico in chiara situazione di difficoltà farà sì che quello vi odi, perché siete più fortunato di lui ed è costretto a sminuirsi ricorrendo alla vostra carità e ad ammetterlo apertamente. Non solo difficilmente la persona aiutata restituirà il favore, ma negherà normalmente di averne ricevuti o almeno di averne ricevuti di consistenti.

Non fate troppo gli anticonformisti

In un paese di conformisti e di gente scarsamente originale come l'Italia è alquanto pericoloso fare gli anticonformisti. Il consiglio non richiesto di chi scrive è: mimetizzatevi. Non dite che odiate il calcio e che considerate i tifosi delle persone con una ossessione; non dite che piuttosto che giocare a carte vi sparereste un colpo di pistola al piede perché vi annoiate orribilmente e vorreste invece avere una conversazione intelligente con una persona; non dite che non siete cristiano e che il cattolicesimo è tutta una montatura; non dite che non avete la televisione; non dite che trascorrete il vostro tempo libero a leggere tomi di filosofia; non dite che avete abolito l'auto e vi muovete prevalentemente a piedi per ragioni ecologiche e di salute; non dite che siete vegani… e l'elenco potrebbe continuare.

Ricordate che il gruppo vi accetterà e vi aiuterà solo se vi riconoscerà uno di loro. Una persona che cerca di "distinguersi" ottiene un certo grado di isolamento. Perdipiù, le persone si sentiranno offese dalla vostra implicita valutazione negativa di quel che fanno loro, e vi considereranno un presuntuoso, oppure un eccentrico che "mangia strano" e fa "cose strane".

Non cercate di insegnare cose che sapete ad altri

Avete delle notevoli cognizioni di dietologia, di informatica, o di altro genere, e il vostro primo impulso è di spartirle con altri ogni volta che ne avete l'occasione? Ripensateci. Se proprio volete, create un sito internet come ha fatto il sottoscritto. Diversamente rischiate di sembrare un presuntuoso. Tenete presente che gli italiani sono poco informati (leggono 0,7 libri l'anno) e quindi sono normalmente e acriticamente dipendenti da coloro che hanno un titolo di esperto, medici in testa, e difficilmente in grado di capire se voi esponete nozioni valide o siete un ciarlatano, per quante citazioni di fonti scientifiche possiate allineare, e nel dubbio scelgono immancabilmente la seconda alternativa. Il meglio che possiate sentirvi dire è: "Ma sei un medico?", "Ma hai una laurea in informatica, pedagogia, storia, per dire cose del genere?". E questa è tutta la soddisfazione che ricaverete nel voler fornire informazioni al prossimo.

Mantenetevi in buoni rapporti e non giocatevi le persone che vi stimano, a cominciare dai familiari

Uno dei principi che potete trovare nei manuali di psicologia della comunicazione è: "se sul lavoro, nel gruppo che frequentate, in casa, avete una persona che vi stima, vi ascolta e vi frequenta, badate bene a non giocarvi questa risorsa con osservazioni infelici, critiche non richieste, o atteggiamenti sprezzanti". In un mondo competitivo e volgare come quello di oggi, sono poche le persone che ci rispettano, ci stimano e ci sostengono. Molti poi fanno l'errore di giocarsi questi legami dando ragione ad un estraneo in una lite che coinvolge la persona dell'amico e del conoscente con cui erano in buoni rapporti da lungo tempo. Un caso classico è quello degli insegnanti: un insegnante, curiosamente, tende a dare immancabilmente ragione ad un alunno o ad una famiglia che sono in contrasto con un altro collega, anche se questo collega gli è (era) amico e gli aveva sempre mostrato rispetto e attenzione. Il sottoscritto, coinvolto da un estraneo in una lite con un proprio collega con cui era in buoni rapporti, ha liquidato subito la faccenda consigliando all'estraneo di vedersela da solo, e gli ha detto che certamente non avrebbe preso alcuna iniziativa per giocarsi, a causa di una persona che non conosceva, un collega di lavoro con cui aveva lavorato bene per trent'anni e soprattutto con cui avrebbe continuato a lavorare per altri dieci anni.

Non attaccate briga violenta con persone che non conoscete

Attaccare una lite violenta con uno sconosciuto può avere conseguenze molto gravi, perché a priori non si può sapere se si tratta di un individuo (relativamente) corretto o di un individuo che può spararvi un colpo di pistola o sfregiarvi la faccia con un coltello. Se attaccate briga con un ragazzo di Roma o di Napoli, il meno che possa capitarvi è che tiri fuori il coltello. Uomo avvisato, mezzo salvato.